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Per l’educatore in carcere motivazione fa rima con relazione
«L’educatore è sicuramente un lavoro complesso, che ci chiede di essere tante cose insieme e, a volte, di farle molto in fretta. Ma questa è la grande sfida del fare educazione in carcere». Nella voce di Roberto Bezzi, da 20 anni responsabile dell’Area educativa della II Casa di reclusione di Milano Bollate, trapela l’entusiasmo per la sua professione, misto alla consapevolezza dell’importanza del suo lavoro, che lo porta da 26 anni negli istituti di pena. «Io non ho mai pensato di cambiare lavoro, neanche nei giorni e nei momenti più difficili. Non deve mai sfuggirci l’obiettivo, non dobbiamo mai perdere la motivazione».
«Non voglio dare un quadro edulcorato, però sono convinto che anche gli aspetti che possono essere difficoltosi, distanti, dovrebbero spronarci a immaginarci di usare degli altri strumenti. Dobbiamo adattarci al fatto che c’è un obiettivo che non deve sfuggirci mai e che non deve essere il pretesto, come a volte succede, per perdere un po’ la motivazione», prosegue Bezzi.
Il cuore del mio lavoro: la relazione
«Sono una persona estremamente motivata da questo lavoro, questo conta molto secondo me. Il nostro lavoro è complesso perché ha anche una parte burocratica importante, che non deve in alcun modo sovrapporsi o diventare prioritaria rispetto alla parte relazionale, che è il vero cuore del nostro lavoro. Io faccio soprattutto front office, quando mi dicono che una persona non sta bene dico: “Mandatemela”. Io non ho mai pensato di cambiare lavoro, neanche nei giorni e nei momenti più difficili».
Andare oltre lo stereotipo
Il primo aspetto della professione di educatore «ripeto, è il fatto che è molto stimolante. Veniamo a conoscere mondi, storie, vissuti, uno spaccato di umanità che secondo me in pochi possono conoscere. È interessante, secondo me, educativamente. Quando si fa un lavoro da tanti anni si può pensare di essersi standardizzato, di avere le risposte per ogni tipo di situazione. Invece, davanti a molte situazioni e a tante criticità, mi ritrovo a pensare: “Questa non l’avevo presa in considerazione”. Ciò è l’aspetto fortemente stimolante del nostro lavoro che ci deve indurre ogni volta ad andare oltre lo stereotipo e l’immagine che noi abbiamo: dobbiamo andare oltre tutti quei meccanismi un po’ automatici che ci fanno categorizzare tutto e tutti», prosegue.
Il carcere è soprattutto grigio
Il carcere «non è bianco e nero, è soprattutto grigio. Ci sono persone che hanno storie dalle quali si comprende il perché purtroppo arrivano a commettere reati, tutto è molto logico dal punto di vista dell’ambiente sociale, e altre persone che, invece, non si capisce perché si sono trovate a commettere reati. Questo ci spiazza molto ed è lì l’elemento interessante». Bezzi spiega che «ogni volta nel rapporto con l’altro bisogna provare a sospendere il giudizio, andare a conoscere (pur con ruoli che sono per forza di cose asimmetrici) e riuscire a entrare in una relazione più autentica possibile. Questo è il nostro sforzo, in certi casi è una grandissima sfida».

Raccontare le professioni del sociale non è un atto di cronaca, ma un atto culturale e politico. È la scelta di portare finalmente sotto i riflettori chi lavora nell’ombra, chi svolge un mestiere che la società finge di rispettare e che invece tratta con noncuranza. Lo facciamo su VITA magazine di maggio.
SOCIAL WORKER, SENZA DI LORO PERDIAMO TUTTI
Non perdere di vista il “faro”
Ciò che stimola gli educatori più di tutto, tutti i giorni, «è il fatto di essere per la nostra parte utili, siamo un pezzo di una macchina molto grande composta anche da tante altre figure. Anche nei momenti in cui ci possono essere la stanchezza e il burnout dobbiamo ricordarci sempre perché facciamo questo lavoro, la legge cosa dice: non dobbiamo perdere di vista il “faro“, che ci deve condurre dire: “La mia linea deve essere quella”». Sottolinea che questo vale sia nelle condizioni migliori sia quando ci sono le condizioni avverse, «dai numeri più alti di persone detenute rispetto alla capienza degli istituti alla grande mole di lavoro burocratico. Questi aspetti non devono mai deviarci dalla nostra linea perché se no vuol dire, forse, che in realtà il problema è la nostra motivazione. Non voglio dire che nelle carceri vada tutto bene, voglio sottolineare che bisogna stare attenti a non far diventare preponderanti altri aspetti, altrimenti si perde di vista l’obiettivo principale del nostro lavoro».
Nella II casa di reclusione di Milano Bollate sono 1617 le persone detenute, a fronte di 1267 posti regolamentari. Gli educatori previsti sono 22, quelli effettivi 21
Bezzi è da 20 anni a capo dell’Area educativa del carcere di Bollate, «dove non faccio solo coordinamento, come tutti i miei colleghi seguo delle persone detenute, in questo momento un centinaio». Secondo i dati del ministero della Giustizia, aggiornati al 19 settembre 2026, nella II casa di reclusione di Milano sono 1617 le persone detenute, a fronte di 1267 posti regolamentari. Gli educatori previsti sono 22, quelli effettivi 21. «Nel mio caso alcune persone le seguo da moltissimi anni, hanno bisogni diversi da una persona che è appena giunta. E sono adulte».
Dare la massima possibilità di autodeterminarsi
Rispetto al lavoro di educatore nell’Istituto penale minorile-Ipm c’è molta differenza. «Ho lavorato anche nell’Ipm Beccaria, i primi anni. Lì la presa in carico era molto diversa, eravamo due educatori per un gruppo di 15-20 ragazzi. La tipologia di lavoro richiesta era quella dell’accompagnamento, della presenza, del portare avanti insieme un percorso con dei ragazzi. A Bollate facciamo in modo che, dentro al contesto di tutte le regole che esistono, la persona abbia la massima possibilità di autodeterminarsi, limitatamente a quello che la legge impone». Una delle azioni principali di un educatore è quella di accogliere quando una persona arriva. «Accogliere vuol dire non solo spiegare, ma far vedere quel volto umano, di vicinanza che, per chi arriva in un carcere soprattutto se alla prima esperienza, conta moltissimo i primi giorni, spesso sono quelli che danno l’imprinting».
«Apriamo piccole finestre»
Un altro aspetto del nostro lavoro è quello di conoscere, capire quali sono stati i problemi che quella persona ha avuto che l’hanno condotto all’esecuzione penale». A Bollate sono presenti solo persone in esecuzione pena, con condanne definitive, non in attesa di giudizio. «Durante la conoscenza si fa quella che possiamo chiamare co-progettazione: si capisce insieme quali sono le cose più vicine a quella persona, oppure le più lontane ma nelle quali si voglia sperimentare. Quando vedo persone, che non avevano neanche la terza media, che provano un’attività mai fatta prima e scoprono di essere anche molto competenti, l’educatore cosa ha fatto? Ha aperto una piccola finestra, ha fatto vedere che esistono anche delle opportunità. Una parte dei nostri utenti arrivano in carcere perché non hanno avuto delle opportunità da liberi. Ci sono persone che scoprono la normalità qui dentro a causa dei contesti sociali e culturali in cui è vissuto», continua Bezzi.
«Dare opportunità è proprio la funzione sussidiaria del carcere. Molte delle persone che seguiamo sono convinte che la loro vita abbia già una fine prestabilita, forse purtroppo è anche vero. Il nostro compito non è provare a dire che la vita gliela cambiamo noi, ma dire loro che esiste anche un’altra fine, che il libro può avere un altro finale. Questo aspetto è una cosa tipica della nostra professione».
Come è cambiato il lavoro di educatore?
«Per quanto riguarda Bollate, è un caso particolare. Noi abbiamo iniziato quando il carcere era aperto da pochissimo. Il fatto di iniziare in un carcere nuovo cambia tutta la storia professionale, non c’era “memoria”, c’era l’idea che stavamo costruendo qualcosa da zero, sensazione che in un carcere storico non c’è», sottolinea Bezzi. «Quest’elemento ha fatto sentire molto l’appartenenza, la fierezza delle piccole cose. Cl passare degli anni, ormai è tutto più assodato, viviamo tutto come la normalità».
Se pensiamo che l’educazione, quando ce la insegnano nel senso teorico, è rendere una persona libera, la grossa sfida dell’educatore in carcere è rendere una persona libera in un posto chiuso
Roberto Bezzi, responsabile dell’Area educativa della II Casa di reclusione di Milano Bollate
«Sicuramente sono cambiati i numeri delle persone detenute. Quando noi abbiamo iniziato eravamo sotto numero proprio perché l’istituto aveva appena aperto, stavamo capendo quali attività mettere in piedi e con quali criteri, c’è stata una fase iniziale della sperimentazione. Poi negli anni è anche cambiata la popolazione detenuta, ma alla fine le azioni principali del nostro lavoro sono rimaste le stesse». Negli anni sono molto cambiate le procedure burocratiche, «per motivi di carattere organizzativo. Il fatto che la popolazione detenuta è arrivata a dei numeri così alti induce a dover trovare un modo diverso per svolgere la stessa attività che si faceva anni fa, in altri modi».
Un lavoro che non è una missione
Bezzi insiste sull’importanza della motivazione, «non vuol dire che il nostro lavoro è una missione. Basta restare curiosi per avere attiva la motivazione. E poi, se pensiamo che l’educazione quando ce la insegnano nel senso teorico, è rendere una persona libera, la grossa sfida dell’educatore in carcere è rendere una persona libera in un posto chiuso. Se uno riesce a viverla come sfida ci deve essere anche un contesto di un certo tipo. Noi siamo una équipe che ha un buon livello di serenità e degli scambi tra noi, questo mi rendo conto che cambia molto. Forse è lavorare in un clima non sereno che può rischiare di dare il burnout. Alla fine il clima lo fanno le persone», continua. E come si fa a non portarsi il lavoro e le preoccupazioni a casa? «Condividendo, confrontandosi con i colleghi. E poi il resto si impara. È difficile dare una “ricetta” perché è molto personale. Ma sicuramente condividere è fondamentale, altrimenti si sente il peso emotivo su di sé che diventa schiacciante.

Foto di Rdne su Pexels
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La polizia penitenziaria porta in scena sé stessa. E il carcere che ognuno di noi ha dentro
«Dopo circa 12 anni che lavoravo negli istituti di pena per gli spettacoli con le persone detenute mi è sembrato fosse giunto il tempo di fare uno spettacolo sul carcere», dice Mimmo Sorrentino, regista teatrale e drammaturgo, insegnante di teatro partecipato alla scuola “Paolo Grassi” di Milano.
al 2014 porta il teatro nel carcere di Vigevano con la sua cooperativa Teatroincontro. Nel suo ultimo lavoro, Agenti, in scena non ci sono le persone ristrette, ma nove agenti di polizia penitenziaria che interpretano sé stessi. «E il carcere diventa metafora di qualcos’altro. Nello spettacolo emerge quanto carcere abbiamo dentro noi stessi».
Come nasce l’idea
«Lavorando in passato con l’alta sicurezza femminile, ho portato in scena la condizione delle donne all’interno di contesti di organizzazioni criminali, in altre occasioni ho lavorato a spettacoli che riguardassero la sessualità femminile. Ho sempre lavorato con i detenuti intorno alla libertà della parola, ma il carcere non è mai stato il tema dello spettacolo. Quando mi sono sentito pronto, mi è sembrato più utile far parlare chi il carcere lo agisce: la polizia penitenziaria», dice Sorrentino. In Agenti si affrontano le varie problematiche, dall’autolesionismo al tentativo di suicidio, dai problemi di salute mentale al sovraffollamento. «Il carcere diventa la metafora del fatto che abbiamo, ognuno di noi, un carcere dentro».

Carcere: protesi di qualcosa che ci portiamo dentro
Questo concetto «nasce da una delle prime esperienze di laboratorio, durante la quale spiego ai detenuti la difficoltà a sostenere alcune emozioni. Faccio l’esempio di quando aspettano il colloquio, che per i detenuti è un po’ come il medicinale per il malato: rappresenta il contatto con i propri affetti, con la propria vita e con l’esterno. Si preparano con settimane di anticipo», continua, «pensano a tutto ciò che vogliono dire e anche a tutte le parole che vorrebbero ascoltare. Quando arriva il giorno del colloquio, quello che volevano dire non riescono a dirlo e ciò che volevano ascoltare non riescono ad ascoltarlo. Spesso dopo mezz’ora non vedono l’ora che finisca per tornare in cella».
Fare teatro in carcere per me non è diverso che fare teatro in psichiatria con le persone con dipendenze, oppure con i giudici, con i Vigili del fuoco, coi commercianti ambulanti. Ogni contesto è una fonte di ricerca
Mimmo Sorrentino, regista teatrale, drammaturgo, insegnante di teatro partecipato
«Secondo me ognuno di noi ha un carcere dentro di sé. L’uomo costruisce tutte protesi del suo corpo: il cucchiaio è la protesi del palmo della mano, la freccia è la protesi del dito, il computer lo è della forza della testa. Il carcere è la protesi di qualcosa che ci portiamo dentro perché altrimenti non l’avremmo costruito», prosegue Sorrentino. «Attraverso gli agenti io parlo di questo».
Gli uomini e le donne del corpo di polizia penitenziaria in scena sono: Luisa Monte, Enzo De Stefano, Giuseppe Gazzitano, Andrea Natile, Cesare Aprile, Gioacchino Gusciglio, Philip Taormina, Maikol Bucci e Francesca Di Lisio.
Il lavoro sistemico
«In carcere si lavora su tutto il contesto, in modo sistemico. Negli istituti di pena è importante lavorare anche con la polizia penitenziaria e non solo con le persone detenute. Gli agenti vedono uno scontro quasi sempre non palese, ma sottotraccia, tra i civili che vanno in carcere e loro che sono lì a “reprimerli”, diciamo così. Il lavoro di molti anni lì dentro mi ha permesso di avere la loro fiducia». Sorrentino sottolinea: «Dall’inizio del mio lavoro in carcere mi sono reso conto che avrei dovuto lavorare in maniera sistemica, che per dare vita a cambiamenti e progetti di emancipazione dovevo coinvolgere nel lavoro anche gli agenti di polizia penitenziaria».

Verrà un giorno in cui il medico ci prescriverà una visita al museo, un corso di pittura, una serata a teatro. È uno degli strumenti del welfare culturale che poggia su solide basi scientifiche.
LA BELLEZZA È UN DIRITTO. PRENDIAMOCELA.
Uno spettacolo necessario
Il regista continua: «Sono venuti tantissimi operatori esterni al carcere a vedere Agenti, una delle cose che mi ha molto colpito è la sensazione che, per loro, questo spettacolo era necessario. Lo era perché, pur andando negli istituti penitenziari tutti i giorni a compiere delle attività di volontariato, non avevano mai visto il carcere raccontato dagli agenti, senza retorica. Non c’è la retorica del corpo, vi è la grande difficoltà e la motivazione nel fare questo lavoro».
Nello spettacolo uno degli attori dice che il 90% gli agenti di polizia penitenziaria è meridionale e che «quando al Sud ci saranno le stesse condizioni di lavoro che al Nord, questo lavoro lo verranno a fare gli extracomunitari». E il collega dice: «Se non verranno a farlo gli extracomunitari lo affideremo all’intelligenza artificiale». Perché? «Gli agenti hanno la percezione di fare un lavoro abnorme». Lo spettacolo ha già avuto repliche al teatro Puccini a Milano, all’Università La Sapienza di Roma, al teatro Cagnoni di Vigevano, alla scuola di polizia di Verbania.

La retorica intorno al carcere
«Mi fa molto piacere che i teatranti dicono che hanno visto di più i detenuti come vengono raccontati dagli agenti che quando i ristretti sono direttamente in scena. Nello spettacolo si ha una percezione vera, credibile, realistica dal loro racconto, gli agenti spiegano che tipo di rapporto instaurano con i detenuti nel momento in cui ci entrano in relazione, come va ad influire sulla loro vita privata e familiare. Ed ecco che il detenuto smette di essere un numero o un fenomeno». Un agente dello spettacolo dice che, per i civili che vanno in carcere, i detenuti sono tutti quanti grandi attori, grandi chef, grandi scrittori, grandi poeti, grandi scienziati. E afferma: «Scusate tanto, se in carcere le persone si realizzano allora perché i nostri figli dobbiamo mandarli a scuola? Facciamogli fare una bella rapina e li mandiamo in carcere».
«Lo spettacolo rappresenta delle sfaccettature anche molto realistiche di quella che è la retorica intorno al carcere. Questo atteggiamento molto “laico” che abbiamo nello spettacolo piace molto, la rappresentazione viene molto richiesta, per essere un lavoro prodotto all’interno di un carcere e non da una produzione teatrale». Il 9 ottobre lo spettacolo è andato in scena a Gorizia nell’ambito del festival “Se io fossi Caino”, la prossima data è il 12 novembre a Torino, nell’ambito del Festival eVisioni, poi farà tappa a Parma nella Rassegna nazionale di teatro in carcere “Destini incrociati”, prevista dal 3 al 5 dicembre.

«Il carcere è una guerra civile»
Al copione di Agenti si è arrivati «perché ascolto le loro storie e tendo a scrivere ciò che loro dicono, ma non sanno di aver detto, e lo trasformo in un testo teatrale. Il carcere è una guerra civile». Questa frase «l’ha detta un agente. Nello spettacolo l’attore dice che, in carcere, c’è chi la guerra ce l’ha in testa, sia tra i detenuti sia tra gli agenti. E c’è chi vorrebbe starsene in pace, ma non può starsene in pace, visto che c’è la guerra. È una guerra civile in cui non ci sono confini, si combatte tutti nella stessa parte». Un attore dice: «Chi sostiene che sta sempre dalla parte degli agenti o chi, viceversa, sostiene che sta sempre dalla parte dei detenuti, non fa altro che alimentare questa guerra».

Nello spettacolo viene trattato anche il tema dei suicidi, «c’è una persona detenuta che tenta il suicidio e viene salvata. Abbiamo i numeri di coloro che sono morti, ma i numeri di quelli che tentano il suicidio non viene dato molto, sono più di duemila persone». I sucidi sono in aumento anche tra la polizia penitenziaria. Nello spettacolo, uno degli agenti dice che non ci pensa che lavora in un posto dove la gente si ammazza: «Se ci pensi, finisci con il pensare che ammazzarsi è possibile». «Trovo che sia un concetto pesantissimo e tostissimo da digerire», dice Sorrentino, «il fatto che il carcere è un posto dove è più facile morire che rieducare».

La catarsi grazie al teatro
«Fare teatro in carcere per me non è diverso che fare teatro in psichiatria con le persone con dipendenze, oppure con i giudici, con i Vigili del fuoco, coi commercianti ambulanti. Ogni contesto è una fonte di ricerca. Il mio metodo consiste nel non avere metodo, vado e vedo cosa accade e cosa mi chiede chi è davanti a me. In carcere le persone detenute chiedono ovviamente di essere diverse da quello che sono. E il teatro in questo senso facilita moltissimo questo raggiungimento di desiderio perché permette di essere chi non sei», continua Sorrentino.

«Qualsiasi attività teatrale in carcere funziona perché permette a qualcuno di essere chi non è, il detenuto vuole questo. Nel mio caso, per essere chi non sei, su che cosa devi lavorare? Sul confine di quel che sei. Come faccio a essere una cosa diversa se non conosco una matrice? Queste persone, con il mio metodo di lavoro, sono obbligate a scavare nella loro vita privata, nella loro storia. Si portano sulle spalle dei pesi incredibili e il teatro diventa per chi lo pratica una vera e propria catarsi».
Foto fornite da Mimmo Sorrentino
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- Mattarello-Acquaviva (Trento), sabato 17 e domenica 18 ottobre: Due giorni contro carcere e guerra. Programma completo
Mattarello-Acquaviva (Trento), sabato 17 e domenica 18 ottobre: Due giorni contro carcere e guerra. Programma completo
Riceviamo e diffondiamo:
Qui la chiamata in pdf: DUE GIORNI CONTRO CARCERE E GUERRA
Qui il programma completo dell’iniziativa: Due giorni contro carcere e guerra2
Due giorni contro carcere e guerra2
DUE GIORNI CONTRO CARCERE E GUERRA
La guerra è sempre un fatto di politica interna.
Sia perché le sue basi materiali sono vicine a noi (come industrie, logistica, ricerca) sia perché ha un ritorno altrettanto materiale (nei termini di guerra al nemico interno, intruppamento della società, costi che vengono fatti pagare alla classe proletaria).
Se il compito di rovesciare la guerra tra Stati e tra gli sfruttati in guerra contro gli sfruttatori non può gravare sulle spalle di un qualunque movimento specifico, a noi rimane il compito di dare concretezza alla solidarietà internazionalista e capire come essere all’altezza delle sfide della nostra epoca.
Un anno fa la due giorni contro “carcere e guerra” al terreno No Tav di Acquaviva (Trento) è stata occasione per ritrovarsi tra compagni e compagne e pensare la lotta fuori dalle carceri unita a quella dentro di esse, anche grazie a contributi scritti di diversi prigionieri. Cadendo a ridosso delle giornate di blocco di settembre e ottobre, ha anche permesso un confronto rispetto a quello che stava accadendo. A un anno di distanza, tanto è successo ma non sono venute meno le ragioni per discutere di “carcere e guerra”.
Il genocidio a Gaza continua, con l’estensione della guerra totale a Yemen, Iran e Libano.
L’imperialismo statunitense mostra i muscoli in Sudamerica dietro la facciata della lotta “al narco-terrorismo” e si rivale sui suoi alleati-vassalli europei, scatenando nel frattempo la violenza anti-proletaria per le strade delle proprie città (coi raid tecnologicamente equipaggiati dell’ICE).
La competizione tra le potenze – che per quanto ci concerne si concretizza nel riarmo dell’Occidente – si traduce in una feroce predazione delle risorse necessarie a un capitalismo digitale che sviluppa l’IA come nuova atomica, mentre rende progressivamente il pianeta inadatto alla vita (come testimoniano le temperature record dell’estate trascorsa).
Emerge in tutta la sua arroganza una tecno-oligarchia che non ha problemi a considerare gran parte dell’umanità massa eccedente e a trattarla come bestiame da macello.
Il razzismo sistemico si riverbera nelle periferie e nell’intera società occidentale.
L’altra faccia del riarmo è la crescente repressione, in Italia strutturata attorno ai costantemente aggiornati decreti sicurezza: impunità per gli omicidi di Stato, allargamento della sorveglianza tecnologica, criminalizzazione della gioventù immigrata, finanche la proposta di messa al bando degli “anarchici e antifascisti” dopo la morte di Sara e Sandrone…
Ma non viviamo in un tempo in cui i soli colpi vengono assestati dal nemico di classe.
Insurrezioni e sommosse si succedono per tutto il mondo (dall’Indonesia alla Bolivia).
Nel ventre della Bestia alle resistenze contro l’ICE si aggiungono quelle contro i progetti di datacenter e una crescente rabbia contro gli oligarchi capitalisti (testimoniata dai vari attacchi a CEOs e dal ritorno del sabotaggio).
In Albania un progetto immobiliare israelo-saudita-statunitense ha scatenato un movimento di massa contro il governo.
In Italia i moti del “Blocchiamo tutto” hanno palesato la disponibilità al conflitto di nuove generazioni, riemersa poi in momenti di conflittualità come la piazza bolognese per Fakir.
Le sfide che ci pone la tendenza alla guerra mondiale necessitano tanto di riflessione quanto di iniziativa.
Proponiamo questa due giorni con in testa, più che delle proposte, degli interrogativi da affinare assieme, per avere più slancio nelle lotte a cui partecipiamo e parteciperemo.
Che strada dovremmo prendere come internazionalisti contro un mondo di guerra, genocidio e incarcerazione tecnologica?
Che cosa significa essere con la resistenza palestinese e contro lo Stato di Israele?
Quali valutazioni e quali prospettive possiamo condividere a partire da quanto si è mosso nell’ultimo anno, in Italia e non solo, contro colonialismo e genocidio?
Quali le possibilità di lotta a partire dai nervi scoperti che strutturano i rapporti tra Israele e stati occidentali, dalle reti logistiche alla trama dell’interesse economico?
A quali scenari di incarcerazione tecnologica lavorano gli stati e che ruolo giocherà l’apparato di controllo nel disinnescare e reprimere la protesta alle nostre latitudini?
Che forme di rivolta ed evasione sono praticabili contro le sue manifestazioni più tangibili, come i data center?
Come sta cambiando la forma del potere (e dunque la possibilità di attaccarlo) oggi che l’apparato tecnologico sta riempiendo il mondo di enormi “contenitori” di dati necessari al suo stesso mantenimento?
Quello che sta venendo vidimato, decreto dopo decreto, è la costruzione di un diritto penale da stato di guerra.
La lotta dentro le carceri è punita sempre più duramente e lottando fuori è sempre più facile finirci dentro: con l’art. 270 quinquies è sufficiente la disponibilità di testi o materiale video per essere arrestati con l’accusa di terrorismo, mentre alle mobilitazioni al fianco della resistenza palestinese hanno fatto seguito decine di misure cautelari, non ci dimentichiamo dei due compagni che hanno perso la vita mentre erano sottoposti a tali misure.
Con quali prospettive possiamo immaginare di affrontare il carcere di oggi nell’eventualità di essere arrestati/e?
Quali insegnamenti traiamo dall’esperienza dei Prisoners for Palestine e dalla mobilitazione internazionale in loro sostegno?
Come provare dunque a dare una dimensione internazionale alle lotte all’interno del carcere?
In che modo un movimento contro la guerra si fa carico di sostenere i propri prigionieri a partire dai prigionieri palestinesi attualmente detenuti in Italia?
Come si possono affrontare le nuove forme di repressione economica (es. multe per manifestazioni e “grida sediziose”)?
Come affrontare collettivamente la risposta repressiva agli ultimi blocchi e alla mobilitazioni per la Palestina?
Con Sara e Sandrone nel cuore.
Anche quest’anno la due giorni si terrà al Terreno Notav di Acqua Viva (Mattarello, Trento), Sabato 17 e Domenica 18 Ottobre. Sarà disponibile campeggiare e sono gradite le distro.
Pranzi e cena saranno benefit per spese legali e mantenimento dei prigionieri.
Udine-Trieste, 11 e 22 settembre: Due iniziative solidali e contro il 41-bis
Riceviamo e diffondiamo:
DUE INIZIATIVE IN SOLIDARIETÀ CON UN COMPAGNO DELL’ASSEMBLEA CONTRO IL CARCERE E LA REPRESSIONE DEL FRIULI E DI TRIESTE.
DUE INIZIATIVE CONTRO IL REGIME DI TORTURA DEMOCRATICA DEL 41 BIS.
DUE INIZIATIVE CONTRO IL SISTEMA AUTORITARIO, PREVARICATORE, SFRUTTATORE E VIOLENTO CHE PRODUCE LA SOCIETÀ BASATA SUI PRIVILEGI.
Il prossimo 21 settembre, lunedì mattina alle h 9:00, si svolgerà a Trieste, presso il tribunale, l’udienza di appello per un procedimento che vede imputato un nostro compagno.
Saremo davanti al tribunale per manifestare la nostra solidarietà e ribadire che il regime di carcerazione del 41 bis è una tortura autorizzata dallo Stato democratico verso i soggetti che non accettano di piegarsi. È il tentativo di blindare questa situazione per accelerare il processo di criminalizzazione del conflitto e portarci alla guerra.
L’11 settembre, venerdì sera alle h 20:00, a Udine, allo Spazio autogestito (via de Rubeis), verrà proiettato il documentario autoprodotto 181 giorni contro il 41 bis. Lo sciopero della fame di Alfredo Cospito, che ripercorre e rievoca le mobilitazioni e le piazze “agitate” dell’inverno 2022-’23, al fianco del prigioniero rivoluzionario anarchico Alfredo Cospito, tutt’ora rinchiuso al regime infame del 41 bis. Sarà anche un’occasione di approfondimento e discussione sul recente passato, sulla gestione autoritaria della pandemia covid-19, sulla risposta repressiva dello Stato alle richieste, a volte molto lucide e coscienti, dei detenuti, sull’imposizione del bavaglio a chiunque abbia osato schierarsi al loro fianco. Sulla necessità di non dimenticare e continuare la lotta!
liberetutti [at] autistiche.org
zardinsmagneticsradio.noblogs.org
t.me/zardins
Associazione “Senza Sbarre”
casella postale 129
34121 TRIESTE
—
Assemblea permanente
contro il carcere e la repressione
del Friuli e di Trieste
Associazione “Senza sbarre”
c.p.129, 34121 Trieste
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Trento, venerdì 11 settembre: Presidio al carcere
Riceviamo e diffondiamo