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Il disegno di legge «burocratizza e isola il caregiver »: Cittadinanzattiva chiede modifiche

16 Ottobre 2026 ore 13:10

«Nonostante si tratti di un provvedimento atteso da anni per dare una cornice organica a chi assiste stabilmente una persona cara non autosufficiente, il testo licenziato si traduce in un impianto che burocratizza la fatica del caregiver e lo isola nel suo ruolo, fallendo nel passaggio fondamentale dal mero riconoscimento formale alla garanzia di diritti concreti», è il commento di Cittadinanzattiva al disegno di legge sui caregiver approvato ieri alla Camera.

«Come abbiamo già ampiamente denunciato negli anni scorsi, a partire dal tavolo di lavoro tecnico promosso dalle ministre Locatelli e Calderone e nelle recenti audizioni parlamentari, ribadiamo la nostra contrarietà rispetto ad un testo che non risponde in alcun modo ai bisogni dei caregiver familiari, anzi, contribuisce a generare disuguaglianze e spaccature attraverso la rigida categorizzazione prevista»: a dirlo Isabella Mori, responsabile tutela di Cittadinanzattiva. «In vista del passaggio del testo al Senato, ne chiediamo pertanto una radicale revisione. Riconoscere chi cura deve significare produrre diritti, tutele e servizi realmente accessibili, senza creare nuove linee di esclusione proprio tra coloro che ogni giorno sostengono una parte essenziale del welfare del nostro Paese».

In Italia ci sono 7 milioni di caregiver. Persone invisibili che, nel silenzio, si fanno carico ogni giorno della fragilità di un proprio caro. L’inchiesta su VITA magazine.
LA SOLITUDINE DEI CAREGIVER

Delle novità previste dalla normativa sui caregiver e delle questioni ancora aperte, Cittadinanzattiva parlerà martedì 20 ottobre, dalle ore 10.30 alle 12.30, in un appuntamento dello sportello virtuale dedicato: un’occasione per comprendere meglio il contenuto del testo, chiarire i dubbi e ricevere orientamento sui diritti e sulle tutele. Qui il link per prenotarsi

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La povertà assoluta non arretra: nel Mezzogiorno colpisce quasi un adolescente su cinque

15 Ottobre 2026 ore 17:17

La povertà non accenna a diminuire, nel nostro Paese, ma resta pressoché immobile rispetto allo scorso anno: 5,4 milioni di persone non possono permettersi i beni e i servizi considerati essenziali per una vita dignitosa. Tra loro, 1,13 milioni sono bambini e ragazzi. È la fotografia dell’Italia nel 2025 restituita dal nuovo rapporto Istat sulla povertà: rispetto al 2024, le stime nazionali diminuiscono leggermente, ma rispetto a 10 anni fa la situazione si è pesantemente aggravata. 

Povertà assoluta:  in 10 anni è aumentata di quasi 2 punti

Nel 2025 le persone in povertà assoluta sono circa 5 milioni e 435mila, contro 5 milioni e 744mila nel 2024. L’incidenza passa dal 9,8% al 9,3%. Le famiglie sono poco più di 2,1 milioni, l’8% del totale, rispetto ai 2,2 milioni e all’8,4% dell’anno precedente. Trattandosi di stime campionarie, questi scarti non permettono di parlare di una riduzione del fenomeno. Il confronto più significativo è invece quello con il 2015: in dieci anni, l’incidenza della povertà assoluta è aumentata di quasi due punti percentuali (da 7,4 a 9,3%). 

In povertà assoluta oltre il 12% dei minori

Preoccupa soprattutto il dato sui minori: il 12,5% è in povertà assoluta. La quota è inferiore al 13,8% del 2024, ma la differenza non è statisticamente significativa. Un miglioramento significativo si registra invece nella fascia tra 7 e 13 anni, dove l’incidenza scende dal 14,9% al 12,1%. Resta ampio il divario rispetto al 2015: allora era povero il 9,4% dei minori, 3,1 punti percentuali in meno rispetto a oggi.

La presenza di figli continua ad accompagnarsi a una maggiore esposizione alla povertà: tra le famiglie con almeno tre minori, la quota è del 20,4%, dato leggermente migliore rispetto al 22,3% del 2024. Le famiglie povere in cui vive almeno un minore sono 656mila, l’11,2% del totale delle famiglie con minori: nel 2024 erano 734mila, pari al 12,3%.

La povertà tra giovani e anziani

Anche tra i giovani di 18-34 anni il disagio resta elevato: quasi 1,2 milioni sono in povertà assoluta, il 12,1%. In questo caso, la situazione è leggermente peggiorata rispetto all’11,7% del 2024. Nel confronto decennale, l’incidenza risulta superiore di 2,2 punti.

Gli anziani rimangono meno esposti delle altre fasce d’età, ma anche per loro il livello attuale supera quello di dieci anni fa: il 6,1% degli ultrasessantacinquenni è in povertà assoluta, rispetto al 4,5% del 2015.

La povertà tra gli adolescenti del Sud

Anche il luogo in cui si cresce conta. Nel Mezzogiorno è in povertà assoluta il 15,2% dei minori, contro l’11,2% del Nord e il 10,7% del Centro. Tra gli adolescenti di 14–17 anni residenti nel Mezzogiorno la quota raggiunge il 17,8%: quasi uno su cinque. Nel 2024 era il 15,7%.

Un podcast per comprendere le radici delle disuguaglianze italiane e interrogarsi su come ridurre i divari che attraversano le nostre comunità. Tra patrimoni che crescono e redditi che ristagnano, tra chi eredita opportunità e chi eredita svantaggi.

Lavoro e povertà: in difficoltà il 14,3% delle famiglie operaie

Avere un’occupazione protegge, ma non mette sempre al riparo. Tra le famiglie con persona di riferimento occupata, l’incidenza della povertà assoluta è del 7,7%. Le differenze tra le posizioni professionali sono marcate: quando la persona di riferimento è un operaio o assimilato, è povero il 14,3% delle famiglie. Conta anche il titolo di studio: è in povertà assoluta il 4,4% delle famiglie con persona di riferimento almeno diplomata, contro l’11,9% di quelle in cui ha al massimo la licenza media. Il divario diventa particolarmente evidente restringendo lo sguardo alle famiglie con minori: quando la persona di riferimento è dirigente, quadro o impiegato, l’incidenza è del 4,2%; se è operaio o assimilato, del 15,5%, quasi quattro volte tanto. 

Affitti e povertà: quasi un milione di famiglie non arriva ai consumi essenziali

Il rapporto tra condizione economica e abitativa è particolarmente netto. Nel 2025 sono 999mila le famiglie in affitto in povertà assoluta: il 20,9% degli affittuari, contro il 4,5% dei proprietari. Tra le famiglie con minori in affitto, è povero il 28,7%, un dato nettamente superiore rispetto al 6% relativo alle famiglie proprietarie di casa. Pesa anche la cittadinanza: è povero il 14,9% delle famiglie in affitto di soli italiani, contro il 32,8% di quelle con almeno uno straniero.

L’Italia è sempre più divisa: pochi sempre più ricchi, molti sempre più poveri. Disuguaglianze così larghe non sono solo una questione di equità sociale, sono un problema per lo sviluppo del Paese e il futuro delle nuove generazioni. Come uscirne? Le vie possibili nel numero di VITA magazine di febbraio.
SEMPRE PIÙ RICCHI, E SEMPRE PIÙ POVERI?

Famiglie straniere: un miglioramento, ma il divario resta ampio

Un segnale di miglioramento significativo riguarda le famiglie con almeno un componente straniero: l’incidenza della povertà assoluta scende dal 30,4% al 26,7%. Tra quelle composte soltanto da stranieri passa dal 35,2% al 29,4%. Resta però una distanza molto ampia dalle famiglie di soli italiani, per le quali la quota è del 5,9%. Il miglioramento riguarda anche le famiglie con minori composte soltanto da stranieri: l’incidenza scende significativamente dal 40,5% al 31,4%.

La geografia della povertà: i miglioramenti nei piccoli comuni

Un dato interessante riguarda la povertà nei piccoli comuni (fino a 50mila abitanti), esclusi  quelli delle periferie metropolitane: qui la povertà familiare diminuisce significativamente dall’8,9% al 7,4%. Il miglioramento si osserva al Centro, dal 7,9% al 5,4%, e nel Mezzogiorno, dall’11% all’8,2%.

Povertà relativa: oltre un terzo delle famiglie con tre figli minori

Anche la povertà relativa rimane stabile: riguarda oltre 2,8 milioni di famiglie (il 10,8%) e quasi 8,7 milioni di persone (il 14,8%). Qui sono particolarmente marcate le differenze territoriali: la povertà relativa riguarda il 19,5% delle famiglie del Mezzogiorno, contro il 7% del Nord e il 5,9% del Centro. Tra le famiglie con almeno tre figli minori arriva al 35,5%, oltre tre volte alla media nazionale.

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Il 5 per mille è un voto e va rispettato. Il tetto è un limite e va superato

13 Ottobre 2026 ore 17:17

Il 5 per mille è un voto. Ma lo Stato rispetta solo entro certi limiti: quelli fissati dal famoso “tetto”. Un tetto che puntualmente viene superato, per non dire sfondato. Per questo, VITA ha promosso, insieme a 67 organizzazioni del Terzo settore, la campagna «5 per mille, ma per davvero», chiedendo l’eliminazione del tetto l’innalzamento del tetto. Il primo, seppur parziale risultato è l’innalzamento del tetto da 525 a 610 milioni. L’obiettivo, però, resta l’eliminazione.

Se ne è tornato a parlare oggi, grazie all’iniziativa promossa da Assif dal suo Osservatorio presso la sala Berlinguer della Camera. “Il voto fiscale degli italiani” è il titolo scelto per questo appuntamento, proprio a sottolineare l’importanza di questo strumento nell’esercizio del diritto alla partecipazione democratica dei cittadini. A vent’anni dall’introduzione del 5 per mille, quindi, l’Associazione italiana fundraiser presenta dati, allarga l’analisi all’Europa e soprattutto condivide proposte concrete, chiedendo alla politica di riconoscere fino in fondo il valore di quella firma.

«Il 5 per mille ha rappresentato una vera rivoluzione per le organizzazioni non profit e per i fundraiser. Non solo come strumento di sostenibilità ma anche come momento in cui i cittadini possono esprimere la loro visione del mondo e della società. Perciò diciamo che si tratta di un “voto fiscale“, e perciò Assif dal 2017 dedica a questo strumento e agli altri “per mille” analisi, approfondimento, interpretazione», ha detto in apertura la presidente di Assif, Michela Gaffo.

Tanti i numeri e le percentuali messi a disposizione da Assif, grazie anche alla nuova piattaforma open data dell’Osservatorio. Per citare solo quelli che meglio descrivono il significato e l’impatto del tetto, nel 2025 hanno firmato 18,5 milioni di contribuenti, il 43% del totale: mai così tanti. Le loro scelte valgono complessivamente 633,3 milioni di euro, ma ne saranno erogati 610. I restanti 23,3 milioni rimarranno allo Stato. «Dal 2006, le somme destinate dai cittadini e mai erogate ammontano a circa 600 milioni di euro: un’intera annualità di 5 per mille», ha detto Nicola Bedogni, coordinatore scientifico dell’Osservatorio Assif.

Il 5 per mille è un voto di fiducia

E questo è un problema, perché non rispetta la volontà espressa dai cittadini. «Il contribuente, quando compila la dichiarazione dei redditi, esprime un voto, una volta l’anno. Sceglie a chi dare il 5 per mille e con questa scelta certifica la qualità dell’ente», ha detto ancora Bedogni, scondo cui le tre forme di destinazione delle imposte aiutano a comprendere il Paese: «L’8 per mille è una bussola spirituale, il 5 per mille dà il senso di comunità, il 2 per mille riguarda la rappresentanza».

Il 5 per mille, nello specifico, permette di destinare lo 0,5% della propria Irpef a organizzazioni del Terzo settore, ricerca scientifica e sanitaria, sport dilettantistico, tutela dei beni culturali e paesaggistici, aree protette o attività sociali del Comune di residenza. Secondo l’Osservatorio, è oggi lo strumento di partecipazione fiscale più diffuso: lo sceglie il 43% dei contribuenti, contro circa il 40% dell’8 per mille. Gli enti beneficiari iscritti sono oltre 105mila. Crescono inoltre le firme rivolte a un ente preciso, aumentate del 2,5% nell’ultima annualità, mentre diminuiscono dello 0,3% quelle generiche, senza l’indicazione di un beneficiario.

Il numero del magazine di luglio/agosto lancia una campagna di mobilitazione promossa dalla nostra testata e da oltre 60 importanti organizzazioni della società civile per chiedere a Governo e Parlamento di cancellare il tetto al 5 per mille.
5 PER MILLE MA PER DAVVERO

Il tetto riduce il 5 per mille: quanto perdono gli enti

In otto degli ultimi nove anni, gli importi destinati hanno superato il tetto di spesa e sono stati ridotti. Lo scorso anno, l’aumento del limite da 525 a 610 milioni ha attenuato il problema, senza però risolverlo: già nell’ultima annualità le scelte lo hanno superato di 23,3 milioni. Il valore effettivo della firma è così sceso dal 5 al 4,8 per mille. Nell’annualità precedente, con il tetto a 525 milioni, era stato pari al 4,35 per mille. «Gli enti quest’anno ricevono circa il 4% in meno rispetto a quanto destinato dai contribuenti», evidenzia Bedogni. 

Il confronto europeo: solo l’Italia ha un tetto

L’Osservatorio ha confrontato il sistema italiano con quelli di altri sette Paesi: Spagna, Polonia, Slovacchia, Ungheria, Portogallo, Lituania e Romania. Meccanismi diversi, accomunati dalla possibilità di destinare una percentuale delle proprie imposte a organizzazioni scelte dal contribuente. «L’Italia è l’unica ad avere un tetto», sottolinea Bedogni. Non solo: negli altri Paesi analizzati le quote sono aumentate. In Polonia dal 10 al 15 per mille, in Portogallo dal 5 al 10, in Spagna dal 5 al 7. In Italia sono rimaste ferme.

Il confronto riguarda anche la relazione con chi firma: «In almeno tre Paesi il contribuente può dare il consenso all’invio dei propri dati all’ente». Sono Polonia, Slovacchia e Ungheria. Una possibilità che Assif propone di introdurre anche qui, per permettere alle organizzazioni di raccontare direttamente a chi le sostiene come vengono utilizzate le risorse.

Nel video Bedogni ci spiega la situazione, in Italia e in Europa.


Le due istanze di Assif: eliminare il tetto e conoscere chi firma

La prima richiesta di Assif è «l’abolizione del tetto, attraverso una previsione di spesa attendibile e una norma che assicuri la copertura dell’eventuale extratetto», spiega Giulia Barbieri, vicepresidente Assif. 

La seconda proposta riguarda la possibilità di conoscere chi firma, esclusivamente quando il contribuente lo desidera. «Chiediamo che gli enti possano ricevere il nominativo e l’indirizzo dei contribuenti, su loro libera scelta, attraverso una spunta e una firma», spiega Barbieri.

Qui Barbieri illustra le due istanze:


Open data: rendere le informazioni accessibili a tutti

La trasparenza passa anche dalla possibilità di leggere e interrogare i dati. A questo proposito Alberto Almagioni, consigliere Assif, ha presentato la nuova piattaforma open data dell’Osservatorio, costruita anche con il supporto dell’intelligenza artificiale. «Rendere disponibili i dati serve se si permette di leggerli. Abbiamo usato l’intelligenza artificiale per costruire la piattaforma e abbiamo scelto gli open data perché tutti potessero verificare e contribuire», racconta. Alla consultazione si affianca uno strumento che permette di formulare domande: «Abbiamo deciso di affiancare anche uno strumento che consenta di interrogare il dato in linguaggio naturale. È una possibilità preziosa. L’obiettivo è rendere il dato e la possibilità di leggerlo alla portata di tutti».

La conoscenza degli strumenti è al centro anche dell’indagine «Italiani Solidali» di Ipsos Doxa, illustrata da Valeria Reda, Senior Research Manager, Public Affairs. Attraverso circa 2mila interviste ogni anno, la ricerca approfondisce notorietà, comprensione e utilizzo del 5 e del 2 per mille, il profilo di chi firma e il ruolo di Caf e commercialisti.

L’impegno dei politici: «Il destinato deve arrivare intero»

Le proposte di Assif sono state quindi rivolte direttamente e affidate ai due senatori presenti, Michele Fina (Pd) e Adriano Paroli (Forza Italia). «La Ragioneria dello Stato direbbe che togliere il tetto significa appesantire il bilancio, ma tema che ponete è corretto: il destinato deve arrivare intero», ha detto Fina, che ha invitato Assif a individuare i parlamentari vicini all’associazione e competenti sul tema, per costruire un percorso di lavoro che porti alla realizzazione dell’obiettivo posto. 

Adriano Paroli ha innanzitutto sottolineato come il non profit, a cui il 5 per mille è destinato, sia «parte integrante della risposta al cittadino, inserito nei servizi che lo Stato offre al territorio attraverso le sue articolazioni». La crescita delle firme è quindi «un bel segnale dell’aumento di questa che mi piace chiamare sussidiarietà fiscale». E proprio per questo, sostiene, la scelta deve essere riconosciuta fino in fondo: «Non rispettare la volontà del cittadino fa risparmiare poco allo Stato, con un grande danno per il cittadino. Bisogna porre rimedio, perché quella volontà sia completamente rispettata».

Ora i dati ci sono e le proposte anche: «Non resta che compiere una scelta politica», ha concluso Giulia Barbieri. 

Foto apertura Unsplash. Foto interna e video dell’autrice

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“C’entro”, così i giovani partecipano alle decisioni che li riguardano  

12 Ottobre 2026 ore 17:26

Al via “C’entro. La Rete Nazionale degli Youth Advisory Board per la partecipazione attiva”, il progetto finanziato dal ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, nell’ambito del Programma Nazionale Inclusione e Lotta alla Povertà 2021-2027, con il contributo dell’Unione Europea attraverso il Fondo Sociale Europeo Plus (Fse+). Obiettivo del progetto è rafforzare la partecipazione di ragazze e ragazzi ai processi decisionali che riguardano la loro vita e le loro comunità, dando loro strumenti e opportunità per contribuire concretamente alla definizione di politiche, servizi e iniziative a loro dedicate. Il programma, presentato a Roma, nel corso di un evento da venerdì 9 a oggi 12 ottobre, ha visto protagonisti i membri dello Youth Advisory Board Nazionale (Yab), insieme ai rappresentanti delle istituzioni e dell’Unicef. 

L’iniziativa segna una nuova fase del percorso avviato nel dicembre 2021 con la costituzione dello Yab, un gruppo di circa 20 ragazze e ragazzi tra i 14 e i 21 anni, nato per promuovere la partecipazione di adolescenti e giovani nell’ambito della Garanzia europea per l’Infanzia. Con l’avvio di C’entro, questo percorso entra in una nuova fase: il rafforzamento dello YAB Nazionale e lo sviluppo di una rete di Youth Advisory Board locali, connessi tra loro e con le istituzioni a livello locale, regionale e nazionale.

In linea con la Convenzione Onu sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza, e in particolare con l’articolo 12 sul diritto all’ascolto e alla partecipazione, il programma intende promuovere modelli di partecipazione inclusivi e di qualità, con particolare attenzione alle ragazze e ai ragazzi che vivono situazioni di maggiore vulnerabilità. Attraverso percorsi di partecipazione, formazione ed empowerment, ragazze e ragazzi potranno sviluppare competenze, valorizzare talenti e capacità e contribuire alle sfide del territorio attraverso azioni dirette ma anche nel confronto con le istituzioni e la società civile. L’obiettivo è costruire un sistema stabile di dialogo tra adolescenti e istituzioni, affinché il loro punto di vista possa incidere concretamente sulle decisioni e favorire la realizzazione di politiche e servizi più rispondenti ai loro bisogni.

Youth Advisory Board, ieri e oggi

L’evento di lancio è stato anche un’occasione per ripercorrere la storia dello Youth Advisory Board, presentare i nuovi membri nazionali e le coordinatrici e i coordinatori locali di Brescia, Catania, Milano, Palermo, Rieti e Roma, e avviare un confronto sul ruolo delle ragazze e dei ragazzi nella trasformazione del futuro e nella crescita del Paese. Il programma è stato caratterizzato da diversi momenti di confronto su tematiche care ai giovani, attività di gruppo, progettazione condivisa di strumenti che guideranno i lavori dei prossimi mesi.

«La partecipazione è davvero tale solo se include tutti. “C’entro” nasce per dare voce anche a chi oggi fatica a farsi ascoltare: ragazze e ragazzi che vivono in contesti difficili o che hanno meno opportunità rispetto ai loro coetanei e le loro coetanee e che proprio per questo hanno uno sguardo prezioso su ciò che funziona e ciò che va cambiato. Le loro idee e le loro proposte sono fondamentali per rendere le scelte che li riguardano più efficaci e di maggiore impatto», dichiara Nicola Dell’Arciprete, coordinatore Unicef in Italia.

Nei prossimi anni, C’entro contribuirà a rafforzare la partecipazione giovanile ai processi decisionali, promuovere modelli inclusivi e sviluppare un modello di partecipazione documentato e replicabile, in grado di contribuire agli obiettivi della Garanzia infanzia e del Programma nazionale inclusione e lotta alla povertà.

Foto: UNICEF/2026/Pintucci

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