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Se Meloni guarda ai droni, rischia di perdere di vista le minacce all’Italia

13 Giugno 2026 ore 04:45

A pochi giorni dal Consiglio europeo del 18-19 giugno e del vertice Nato di inizio luglio, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha detto in Aula che in Ucraina il fronte non avanza perché «completamente circondato da droni» e che un carro armato da milioni di euro può essere distrutto da un drone che ne costa 20.000. Da qui l’idea che il dibattito sulla difesa non dovrebbe più riguardare solo quanto si spende, ma per cosa. L’osservazione, presa da sola, è corretta. L’uso che se ne fa, però, rischia di essere fuorviante.

Il dato sui droni è fondato. Tra il 2022 e il 2025 la produzione ucraina di droni FPV (con visuale in prima persona) è cresciuta di circa mille volte; l’obiettivo di Kyjiv per l’anno in corso è superarne gli otto milioni di pezzi. Una «dronizzazione senza militarizzazione», per usare la formula di Lesia Bidochko, con un prodotto interno lordo pari a un dodicesimo di quello russo e un bilancio della difesa quattro volte inferiore.

Ma quei droni risolvono un problema preciso: bloccare l’avanzata di un esercito di terra lungo un fronte stabile di oltre mille chilometri, in una guerra di logoramento dei mezzi corazzati. È la guerra che l’Ucraina è costretta a combattere. Non è, almeno per ora, la minaccia con cui l’Italia deve fare i conti.

Il problema dei droni che riguarda davvero l’Italia ha un’altra forma. Nell’autunno scorso sciami non identificati hanno chiuso l’aeroporto di Monaco, sorvolato basi militari in Belgio e diversi scali in Danimarca e Norvegia: episodi che i governi coinvolti hanno definito come operazioni di matrice professionale all’interno di una campagna ibrida. A fine maggio un drone Geran-2 attribuito alla Russia ha colpito un palazzo residenziale a Galați, in Romania – «alleato e membro dell’Unione europea», ha ricordato la stessa Meloni.

Sono due storie diverse. Nella prima il drone è un’arma d’attacco a basso costo che compensa l’inferiorità in mezzi corazzati. Nella seconda è uno strumento di ricognizione, intimidazione e sabotaggio che si muove sotto la soglia della guerra aperta, ovvero nella «zona grigia». Nel primo caso il problema è procurarsi droni d’attacco economici. Nel secondo è costruire una capacità di sorveglianza e neutralizzazione, lo «scudo anti-drone» che lo stesso governo indica come priorità nei fondi Safe. Sono capacità diverse, filiere industriali diverse: non si comprano con la stessa riga di bilancio.

C’è poi un secondo equivoco, più politico. Nello stesso discorso, Meloni ha annunciato che l’Italia arriverà al vertice Nato con una spesa per «difesa e sicurezza» al 2,8% del Pil, in crescita dello 0,71% «garantito soprattutto dalle spese legate alla sicurezza sul proprio territorio» – e qui c’è il tentativo di tenere assieme il tema della credibilità internazionale e le pressioni “da destra” di Roberto Vannacci. Il target Nato fissato all’Aia prevede il 5% entro il 2035, diviso in 3,5% di spesa militare in senso stretto e 1,5% di sicurezza allargata. Ma sui due strumenti che dovrebbero tradurre quelle percentuali in capacità – i 14,9 miliardi di prestiti Safe, ancora senza contratti ammissibili, e l’attivazione della clausola di salvaguardia nazionale, la Nec, che scomputerebbe fino all’1,5% di Pil di spesa militare dai vincoli europei – il governo non ha deciso nulla, rinviando tutto a dopo l’uscita dell’Italia dalla procedura per disavanzi eccessivi. Si esibiscono le percentuali, si tace sulle leve che le renderebbero vere.

È su questo terreno – duro, costoso, poco fotogenico – che si gioca davvero la partita. Dire che «per cosa» conta più di «quanto» è di per sé un argomento legittimo: i target in percentuale di prodotto internazionale sono uno strumento grezzo, e diversi analisti lo ripetono da anni. Un altro elemento decisivo, per esempio, è l’interoperabilità. Ma se l’esempio scelto è un drone economico al posto di un carro armato costoso, la formula rischia di servire soprattutto a rendere indolore, agli occhi dell’opinione pubblica, una discussione che indolore non può essere.

Le lezioni utili che l’Ucraina offre all’Italia esistono, e non stanno sugli scaffali dei droni. Riguardano la capacità di un’industria della difesa di passare dal prototipo alla produzione di massa in mesi, non anni, attraverso reti di piccole imprese, non solo grandi gruppi. Riguardano il ritorno d’esperienza dei sistemi Samp/T italo-francesi, già impiegati a difesa dei cieli ucraini, utile per l’ammodernamento della difesa aerea nazionale. Riguardano, infine, la resilienza della società di fronte ad attacchi che non somigliano a un’invasione ma a un logoramento quotidiano – la stessa zona grigia in cui, non in Donbass, si gioca oggi la sicurezza dell’Italia.

Il vertice Nato è la sede giusta per la discussione che la presidente del Consiglio vuole aprire. Ma se la mappa resta quella del fronte ucraino, l’Italia rischia di prepararsi alla guerra sbagliata. O, peggio, di usare l’esempio sbagliato per non prepararsi affatto.

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E’ LA VALMY ASIATICA. LA CINA SI FA PORTAVOCE DI DUE TERZI DEL MONDO: DALLA RUSSIA ALL’INDIA, DALL’AZERBAJAN ALLO YEMEN.

20 Marzo 2023 ore 10:55

Nel ventesimo anniversario dell’attacco all’Irak, Il Presidente cinese XI Jinping ha piazzato tre “ banderillas” sul dorso del toro americano distratto dal panno rosso: la ripresa delle relazioni diplomatiche tra Iran e Arabia Saudita, la visita di Stato a Mosca ad onta del “ mandato d’arresto” CPI a Putin e la visita in Cina dell’ex presidente di Taiwan.

A conclusione, la ciliegina sulla torta : “ Nessun paese può dettare l’ordine mondiale,” vecchio o nuovo che sia. Non si poteva dir meglio.

L’annuncio della ripresa dei rapporti diplomatici tra sauditi e iraniani con la mediazione cinese, mi ha ricordato la battaglia di Valmy contro la prima coalizione.

Non successe praticamente nulla, cannoneggiamenti lontani, una scaramuccia con quattrocento morti, ma gli storici l’hanno identificata come il momento in cui la rivoluzione francese fece il suo ingresso in Europa.

Il compromesso Iran-Arabia ha identica valenza. Ha dato diritto di cittadinanza alla politica di rifiuto dell’uso della forza, alla scelta indiana della neutralità e rivitalizzato i paesi non allineati a partire dall’Azerbaijan ultima recluta. La prossima tentazione potrebbe averla la Turchia.

Con questa mossa. La Cina é comparsa sul palcoscenico del mondo mediorientale come autorevole arbitro imparziale, partner affidabile e patrono dell’idea di sicurezza collettiva. Non c’é stato bisogno di sconfessare le politiche dei vari Kerry, Bush, Obama, Clinton, Trump, Biden. A ricordarli, é rimasto solo Netanyahu, sconfessato dall’ex capo del Mossad Efraim Halevy ( su Haaretz) che propone un appeasement con l’Iran con toni che riecheggiano Kissinger.

Con la visita a Mosca XI Jinping ha delegittimato la pagliacciata della Camera Penale Internazionale, ormai specializzatasi nei mandati di arresto a carico dei nemici degli Stati Uniti ( Hissen Habré, Gheddafi, Milosevic, ) e gestita da un mercante di cavalli pakistano tipo Mahboub Ali.

Poi, con la prossima visita di dieci giorni dell’ex presidente di Taiwan, Ma Ying Jeou, ha mostrato di non aver bisogno di dar voce al cannone per affermare la consustanziazione tra l’isola e il continente e di considerare superato l’uso della forza in politica estera, inutile l’accerchiamento dell’AUKUS nel Pacifico, assennando con questo un colpo contemporaneo anche alla mania russa di imitare servilmente gli americani anche – e sopratutto- nei difetti.

Da giovedì, Putin dovrà scegliere tra l’accettazione dei dodici punti del piano di pace cinese e l’isolamento internazionale. La strategia sarà però quella cinese che considera la guerra uno strumento obsoleto e non la brutalità cosacca vista finora.

Come potrà l’ONU rifiutare il ruolo di sede arbitrale del mondo che la Cina gli offre senza squalificarsi definitivamente ? I paesi del Vicino e Medio Oriente, dopo i pesantissimi tributi di sangue pagati per decenni, sono ormai tutti consapevoli e convinti della inutilità delle guerre – dirette come con lo Yemen o per procura come con la Siria- e della cruda realtà delle rapine fatte a turno a ciascuno di loro:Iran, Irak, Libia, Siria, con la violenza e agli altri paesi dell’area con forniture , spesso inutili, a prezzi stratosferici: Katar, Arabia Saudita, o col selvaggio impadronirsi di risorse minerarie come col Sudan e la Somalia.

Certo, senza il conflitto in atto che ha predisposto alcuni schieramenti ( specie africani) e senza la capacità di mobilitazione di quindici milioni di uomini, la voce della Cina non risuonerebbe alta come rischia di accadere, ma anche con questo accorgimento, assieme alla discrezione assoluta di cui hanno goduto i colloqui di Pechino, l’effetto sarebbe minore, ma ugualmente evocativo in un mondo che non sente il bisogno di una dittatura a matrice primitiva.

Ora Biden, tra un peto e l’altro, dovrà decidersi a leggere i dodici punti di XI e smettere di litigare con Trump sul costo di una puttana, oppure affrontare il mondo intero col sostegno di Sunak e Meloni.

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