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Il segreto dell’olio e della spada: la resistenza palestinese e i suoi simboli

 

di Aldo Nicosia

Il segreto dell’olio e della spada  (edizioni Q, Roma, 2026) riunisce i due lunghi racconti Il segreto dell’olio[1] (2018) e Il segreto della spada[2] (2021) , rispettivamente prima e seconda parte di una trilogia di fiction firmata dal martire palestinese Walid Daqqa (1961-2024).

L’idea di assemblarli nasce dalla constatazione che essi  sono legati da un unico filo conduttore: Jud, il ragazzino protagonista di entrambi, oltre ad altri personaggi minori. Inoltre l’olio e la spada, con i loro rispettivi segreti, sono indissolubilmente legati ed assumono nei due testi notevoli connotati simbolici.

La tematica principale de Il segreto dell’olio è l’esperienza della prigione in una situazione di opprimente occupazione  israeliana. Il segreto della spada si concentra sulla memoria storica dei profughi della nakba del 1948.

In entrambi elementi fiabeschi e realistici si intrecciano in un contesto spazio-temporale ben chiaro e definito, a dimostrazione dell’intenzione di Daqqa di lasciare alle nuove generazioni testi esteticamente godibili, ma anche utili al lettore per ricostruire eventi storici. La presenza di animali parlanti (coniglio, uccello, gatto, cane, asino, cavallo, coccodrillo)  avvicina questi due racconti ad alcuni capolavori della letteratura araba classica come Kalila wa Dimna, e alcune storie edificanti riportate dagli Ikhwan al-Safa’[3], i Fratelli della Purità.

Nei due testi di Daqqa anche gli animali e le piante patiscono l’occupazione israeliana e collaborano attivamente alle missioni di Jud, alla ricerca della libertà e verità storica.

La recentissima terza parte della trilogia, intitolata Il segreto dello spettro (2024), a differenza delle prime due, non si rivolge più ad un pubblico di adolescenti e non presenta più come personaggi né Jud, né i suoi amici, umani ed animali. L’azione viene spostata in luoghi drammaticamente connotati (celle frigorifere di ospedali, cimiteri, etc.), ponendo al centro dell’attenzione alcune figure di martiri. Così Daqqa, sicuramente sempre più amareggiato da una politica palestinese stagnante e corrotta, esprime la sua feroce critica alle autorità palestinesi del post-Oslo.

  1. Strategie di traduzione

Cosa si è  perso nella traduzione dei due racconti? Innanzitutto la freschezza e spontaneità dei dialoghi originali, espressi da animali umani e non umani, in arabo palestinese. A tal proposito, una riflessione va fatta sul registro linguistico nei dialoghi rispetto alla narrazione in terza persona. Questo elemento di discorsività è molto difficile da riprodurre nella lingua di arrivo, qualunque essa sia. Ad esempio, nella lingua italiana non si assiste alla drastica differenza di registri tra dimensione dialogica (che mima l’oralità) e quella scritta, caratteristica della situazione sociolinguistica nel mondo arabofono. Avrei potuto cercare di ricostruire tale registro con una strategia di equivalenza (ad esempio, adottando un dialetto di qualche regione italiana). Mi sono soltanto limitato a restituire alla maggior parte dei nomi degli animali presenti nei due racconti (cane, gatto, uccello, asino, coniglio, cavallo) un senso compiuto che rimanda a caratteristiche fisiche particolari o comportamentali. Nello stesso tempo, inventando un nome italiano per la maggior parte di essi, ha cercato di avvicinare il testo al lettore italiano, evitando quanto più possibile la presenza di termini stranieri.

Solo per citare qualche esempio, ho chiamato Ronfù il gatto che ronfa (“Khanfur”), Zannì il cane con una sola zanna (Abu Nab); Brunotto il coniglio che ha una pelliccia scura (Sammur);  Ràbbida la madre del coniglio, che in originale è Sari‘a (veloce, rapida), facendo anche leva sul termine inglese “rabbit”. La scelta di chiamare Petardo l’asino Burat è stata determinata dalla fusione di due termini, un sostantivo e un aggettivo, che esprimono due caratteristiche dello stesso (peto e tardo).

Sul versante diametralmente opposto, un altro elemento linguistico che si perde in traduzione è il registro elegante e classico che Daqqa adotta per Umm Rumi, l’ulivo millenario parlante di cui si discuterà più avanti. Il suo arabo, definito standard, è lo stesso del narratore onnisciente. Questa scelta sta ad indicare chiaramente il prestigio storico del personaggio albero e il suo radicamento nel territorio e nella storia della Palestina.

  1. Il concetto di prigione

La letteratura palestinese delle carceri ha prodotto resistenza e creatività con notevoli difficoltà. Spesso i racconti, i romanzi, i saggi e le poesie venivano scritti su pezzi di carta trafugati da conoscenti o complici. 

Tra gli esponenti di tale genere emergono nomi che ormai si sono imposti nel panorama culturale arabo:  Nasser Abu Srour[4], Kamil Abu Hanish, Mundhir Khalaf, Bassem Khandaqji. Quest’ultimo ha vinto nel 2024 l’International Arab Prize for Literature.

“Scrivo per liberarmi dalla prigione, nella speranza di liberarla da me stesso”: con l’epigrafe summenzionata de Il segreto dell’olio, Walid Daqqa intende operare una distinzione tra la prigione come luogo fisico e luogo mentale e  psicologico, una sorta di gabbia, senza sbarre, ma fatta di paure, abitudini, condizionamenti e pregiudizi.

Walid Nimr As‘ad Daqqa nasce nella città di Baqa Ovest, che faceva parte del distretto di Tulkarem prima della nakba del 1948. Nel 1986, all'età di 25 anni, viene arrestato con l’accusa di aver fatto parte di una cellula che avrebbe catturato e ucciso un soldato israeliano.

Nel 1999 sposa la giornalista Sana’ Salameh dentro il carcere  e per 12 anni, insieme alla moglie, lotta  per ottenere una sentenza che permettesse loro di avere figli.

Si iscrive alla Tel Aviv Open University, dove continua gli studi accademici dalla prigione. Uno dei fratelli racconta che la madre vendeva olive per pagare le tasse universitarie del figlio Walid. Deve spesso  ricorrere a presentare numerose istanze, persino alla Corte Suprema, per ottenere libri, materiale didattico e altri beni di prima necessità.

Nel 2010 consegue una laurea triennale in Studi Interdisciplinari sulla Democrazia presso la suddetta università, e nel 2016 un master in Studi Regionali  presso l'Università Al-Quds. In carcere Daqqa fa parte del personale docente e amministrativo che si occupa degli studenti detenuti iscritti ai programmi universitari dell'Università Al-Quds. Oltre che per i compagni di prigione, egli ha sempre dimostrato un particolare interesse per il mondo dell'infanzia.

Nel 2011, in occasione del quarto di secolo dalla sua prigionia, viene pubblicata una lettera intitolata "Scrivo a un bambino che deve ancora nascere", che viene  riportata in una delle appendici al libro, perché incarna in modo mirabile la sua visione della paternità negata dalle brutali autorità dell’occupazione.

Nel 2019 riesce finalmente a trafugare il suo sperma dalla prigione. Sua figlia nasce il 3 febbraio 2020, e si chiamerà Milad, che in arabo significa proprio “nascita” o “Natale”. Anche la paternità diventa per lui una forma di resistenza.

In alcuni suoi saggi[5],  Daqqa descrive la natura unica della prigione sionista, diversa da qualsiasi altra prigione nel mondo, perché il bersaglio dei carcerieri non è il corpo ma piuttosto l'anima, i sensi e la coscienza del palestinese.

Il tempo trascorso in prigione viene da lui definito "parallelo” [6], rispetto a quello vissuto al di fuori delle mura fisiche del carcere. Ma grazie alla scrittura, egli riesce a trovare non solo un mezzo di liberazione dai vincoli imposti dalla prigione, ma una sorta di riformulazione di desideri e sogni personali, che poi sono anche nazionali.

Per far capire in che modalità si attua l’oppressione del palestinese, anche fuori dal carcere, Daqqa utilizza il concetto di "kapò". Come l’ebreo collaborazionista che, in cambio dei suoi servigi, riceveva dai nazisti cibo e si risparmiava la deportazione nei campi di sterminio, a suo avviso l'Autorità Nazionale Palestinese fa la stessa operazione contro la resistenza del suo popolo[7]. Notevoli ne Il segreto dell’olio  sono due personaggi quasi archetipici, il cane Zannì (Abu Nab), e la iena Sahweil ne Il segreto della spada,  esempi della politica autodistruttiva espressa dagli accordi di Oslo.

  1. L’olio e la spada

Raccontando la storia di Jud, venuto al mondo grazie al contrabbando di sperma di un padre imprigionato, Daqqa anticipa di tre anni l’esperienza da lui vissuta con la nascita della figlia Milad, che però non riuscirà mai ad abbracciare. Nel romanzo Jud decide di far visita al padre che non ha mai incontrato in vita sua.

La svolta per mettere in atto il suo progetto arriva, grazie ad Umm Rumi, un ulivo di 1.500 anni che le autorità israeliane stanno per sradicare, insieme ad altri esemplari. Sarà lei a svelare a Jud il segreto del suo olio sacro, che è l’occultamento: se strofinato su persone o cose le rende invisibili. Con esso Jud dovrebbe curare la piaga dell’epoca, che ha due dimensioni, esteriore ed interiore:

“Prigioni, posti di blocco, muri e filo spinato tra i vari confini ne sono le manifestazioni esteriori. La dimensione interiore della piaga è la perdita della ragione e della moralità, o quella che chiamano l'ignoranza generalizzata, che è la più pericolosa e crudele delle prigioni”.

Alla seconda parte della trilogia è dedicata la ricerca del segreto interiore, che è l’opposto dell’occultamento, cioè lo svelamento. Daqqa cala questa apparente questione filosofica in una storia appassionante e coinvolgente, sia per piccoli che per grandi. Nella nuova avventura di Jud ed i suoi amici, si recupera la memoria della nakba del 1948, resa vivida dai ricordi di nonna Farida e del villaggio che ha dovuto abbandonare, con la forza. Il testo diventa così, a prescindere dai contenuti fiabeschi, un documentario e un grido di giustizia.

Grazie all’olio miracoloso che rende invisibili,  Jud torna così nei territori palestinesi occupati nel 1948, alla ricerca del segreto della spada descritta dalla nonna, che rappresenta una vera e propria “chiave” per la conoscenza delle proprie radici, l'identità e la continuità culturale da trasmettere alle nuove generazioni.

Il nome dell’ulivo, Umm Rumi, letteralmente “la madre di Rumi”, vuole alludere al mistico sufi Jalal al-Din Rumi (1207-1273), il cui pensiero è basato sulla distinzione e interdipendenza tra zahir (l'apparenza esteriore, la forma) e batin (la dimensione interiore, l’essenza). Per Rumi, come per la tradizione sufi, la vita spirituale consiste nel superare lo zahir, per raggiungere la verità interiore, la realtà nascosta  delle cose.

Se l’olio curava solo le manifestazioni esteriori della piaga del tempo, che è la perdita della libertà, con la spada egli deve occuparsi della cura della dimensione interiore della stessa piaga. Nel sufismo l’olio emerge come simbolo di fermezza, sopravvivenza e interiorità spirituale,  mentre la spada indica resistenza e legittimità.

Nella cultura palestinese, l'olio rappresenta spesso la "luce" . Nella sura coranica al-Nur (La Luce),  essa sarebbe contenuta  in una nicchia in cui si trova una lampada, che è contenuta in un cristallo, che  è come un astro brillante, il cui combustibile viene da “un albero benedetto, un olivo né orientale né occidentale, il cui olio sembra illuminare senza neppure essere toccato dal fuoco [8].

L'abbinamento olio (luce interiore/spirito) e spada (esteriorità/azione) rappresenta un equilibrio tra "purificazione" e "lotta", per raggiungere la libertà e la verità. L'olio illumina il cammino e la spada spiana la strada.

Mentre l’ulivo Umm Rumi invita il protagonista Jud, e quindi tutta la nuova generazione a “cercare l'olio nella tua mente e conoscenza per scoprire l'aspetto interiore del segreto”, nonna Farida, che non a caso porta il nome reale della madre dello scrittore, vittima della nakba, dice a lui e al suo gruppo: “Svelate la verità, la verità, miei cari. Solo se lo farete, ci sarà giustizia”.

Conclusioni

 “A volte penso alle migliaia di bambini che non sono mai usciti dai loro villaggi e dalle loro città, quasi imprigionati in una grande cella. Prendete l’esempio di Gaza. Lì una persona nasce e cresce, senza aver mai visto un altro Paese. E, per ironia della sorte, o vivi in ??riva al mare con un orizzonte aperto davanti a te, ma non puoi viaggiare, oppure vivi e muori senza aver mai visto il mare.  

Il pensiero all’infanzia palestinese è costante nell’opera di Daqqa, e queste righe, tratte da Il segreto dell’olio, mostrano come la prigione di cui parla in questo testo non è altro che “un’estensione della patria”. Il riferimento alla Striscia di Gaza, come prigione a cielo aperto, ma con l’orizzonte aperto del mare, è accostato a quello alla Cisgiordania, in cui “vivi e muori senza aver mai visto il mare”.

Proprio perché rivolti agli adolescenti, i due romanzi presentano uno stile molto fluido e semplice, ma anche pieno di metafore. Non mancano le situazioni comiche ed umoristiche, pur nell’atmosfera di suspense e di dramma costante. L’autore è molto abile a creare un ritmo sostenuto e un crescendo di emozioni, specialmente nelle parti in cui si parla dei ricordi della nonna.

Mirabile, a questo proposito, è la scena dello sradicamento degli ulivi dai loro campi, e la lirica rivisitazione di luoghi, case, balconi, porte, cristallizzati alla data del giugno 1948. Lì si avverte molta riflessione poetica e nostalgica, perché i due testi hanno un valore autobiografico e sono senz’altro ricostruiti a partire di racconti della madre e dei parenti.

Walid Daqqa muore martire in prigione dopo 38 anni di carcere e circa sei mesi dall’assedio disumano contro Gaza, nell’aprile del 2024. I suoi scritti testimoniano della sua capacità di anticipare eventi reali (ad esempio, la nascita della figlia Milad) ed affermare la propria identità culturale, per resistere all’occupazione e al genocidio.

 

[1] La prima traduzione in italiano, a cura di F. Pistono, è intitolata La storia del segreto dell’olio, Atmosphere, Roma, 2020. Nello stesso anno esce la traduzione danese Under muren, pubblicata  da Jensen & Dalgaard, ma non c’è indicazione del nome del traduttore. Di recente è stato tradotto in spagnolo e francese. El misterio del aceite, a cura di A. Martinez Castro, Editorial Verbum, Madrid (2025). La versione francese, Le secret de l’huile, è stata realizzata da N. Nakhlé-Cerruti, e pubblicata da Terrasses éditions, Parigi (2025).

[2] Rispettivamente Hikayat sirr al-zayt (2018) e Hikayat sirr al-sayf (2021), pubblicati da Tamer Insitute for Community Education, Ramallah. La terza parte della trilogia Hikayat sirr al-tayf (“La storia del segreto dello spettro”) è stata pubblicata nel n. 139 della rivista Majallat al-dirasat al-filastiniyya, estate 2024, pp. 68-88, ed è disponibile gratuitamente online al sito www.palestine-studies.org.

[3] Si tratta di un gruppo legato alla corrente islamica ismailita, dell’VIII o X secolo, il cui  insegnamento esoterico e la filosofia sono esposte in uno stile epistolario in un compendio di 52 epistole che hanno influenzato grandemente le successive enciclopedie del mondo islamico.

[4] In italiano sono disponibili le traduzioni di due romanzi: Bassem Khandaqji , Una maschera color  del cielo (trad. di B Teresi), edizioni e/o, Roma, 2024;  Nasser Abu Srour,. Il racconto di un muro (trad. di E. Bartuli). Feltrinelli, Milano, 2024. A fine 2025, entrambi gli scrittori sono stati liberati, in uno scambio di prigionieri con Israele.

[5] Walid Daqqa, Sahr al-wa’y (La fusione della coscienza), 2010, Al-Jazeera Center for Studies- Arab Scientific Publishers (Doha, Beirut), 2010.

[6] In al-Zaman al-muwazi ("Il tempo parallelo"), Daqqa introduce e sviluppa quel concetto, contrapposto al tempo sociale. Si veda l’intervista contenuta nella seconda appendice al libro,

[7] Nell'era del "coordinamento della sicurezza" il palestinese è diventato metaforicamente come un cane con una sola zanna, dopo che gli americani gli hanno spezzato le altre.

[8] Sura della Luce, v. 35. Traduzione mia.

Medio Oriente, Palestina e petrodollaro: cosa racconta Dal Nilo all’Eufrate, il nuovo Quaderno de l’AntiDiplomatico

Terzo numero de I Quaderni de l’AntiDiplomatico, Dal Nilo all'Eufrate: anatomia di un progetto culturale non è una semplice raccolta di articoli. È un’opera corale che assomiglia a un’inchiesta, a una rilettura critica e, in alcuni passaggi, a una vera e propria mappa interpretativa del nostro tempo. Il suo merito principale risiede nella capacità, rara, di far convergere voci differenti attorno a una medesima ipotesi di lavoro. La lunga sequenza di guerre, crisi e destabilizzazioni che ha attraversato il Medio Oriente negli ultimi decenni viene così riletta non come una successione di eventi contingenti, ma come l'espressione di una precisa logica strategica legata alla conservazione dell'egemonia statunitense e al ruolo svolto da Israele nella regione.

La forza del Quaderno non sta soltanto nelle tesi che propone, ma nel metodo con cui costruisce il proprio ragionamento. Storici, economisti, diplomatici, giornalisti, ricercatori e analisti provenienti da esperienze molto diverse compongono un mosaico nel quale ogni contributo illumina gli altri. Il risultato è una polifonia che non si limita alla denuncia, ma tenta una ricostruzione complessiva. Il lettore non viene trascinato dentro una sequenza di slogan o di prese di posizione ideologiche; viene invece accompagnato attraverso documenti, testimonianze, interpretazioni e dati che progressivamente delineano un quadro unitario.

Tra gli aspetti più interessanti dell’opera vi è la capacità di affrontare temi che raramente trovano spazio nel dibattito pubblico occidentale. La questione palestinese non viene ridotta a un conflitto territoriale o a una disputa religiosa, ma collocata all’incrocio tra storia, economia, ideologia e costruzione culturale del consenso. In questa prospettiva il volume affronta criticamente alcune delle principali narrazioni che hanno accompagnato il progetto sionista: dal richiamo al diritto divino sulla Terra Promessa alla rappresentazione di una continuità storica ed etnica indiscutibile, fino alle giustificazioni fondate sull’idea di una superiorità civile o morale dell’Occidente. L’effetto complessivo è quello di una lettura che invita a riconsiderare convinzioni spesso accettate come ovvie senza essere mai realmente sottoposte a verifica.

Particolarmente significativa è inoltre la riflessione sul tema della supremazia etnica e sulle implicazioni che essa comporta sul piano politico e giuridico. Alcuni contributi pongono una domanda semplice ma difficilmente eludibile: fino a che punto è possibile conciliare principi democratici universali con sistemi che attribuiscono diritti differenti sulla base dell’appartenenza etnica o religiosa? È una questione che attraversa l’intero volume e che contribuisce a spostare il dibattito dal terreno della propaganda a quello dell’analisi storica e istituzionale.

Sul piano economico, Dal Nilo all’Eufrate offre probabilmente alcune delle pagine più solide e convincenti dell’intera raccolta. La questione mediorientale viene inserita all’interno del più ampio sistema di relazioni che lega energia, finanza e potere globale. L’analisi del petrodollaro, del ruolo internazionale della moneta statunitense e delle trasformazioni indotte dall’ascesa di nuovi poli economici restituisce una chiave interpretativa capace di collegare eventi apparentemente distanti tra loro. Petrolio, sistema finanziario, controllo delle rotte energetiche e competizione tra grandi potenze emergono così come elementi di una stessa architettura geopolitica. In queste pagine la geopolitica smette di apparire come una disciplina astratta e torna a mostrarsi per ciò che realmente è: economia, potere e controllo delle risorse declinati su scala globale.

Di grande interesse è anche la riflessione dedicata al linguaggio e al controllo della narrazione pubblica. Il Quaderno sostiene che le guerre contemporanee non si combattano soltanto sui campi di battaglia, ma anche sul terreno delle parole, delle definizioni e delle categorie interpretative. Da questo punto di vista assume particolare rilievo la discussione intorno ai termini “antisemitismo” e “antisionismo”, alla loro evoluzione storica e all’uso politico che ne viene fatto nel dibattito contemporaneo. Gli autori evidenziano come la progressiva sovrapposizione delle due nozioni abbia contribuito a restringere gli spazi della critica politica nei confronti di Israele, trasformando spesso il dissenso in una forma di sospetto morale preventivo. All’interno dello stesso quadro interpretativo si colloca anche la discussione sugli Epstein Files, utilizzati per riflettere sui rapporti tra potere, reti di influenza, ricatto e produzione del consenso all’interno delle élite occidentali. Che si condividano o meno le conclusioni degli autori, il merito dell’opera è quello di affrontare questioni che raramente vengono discusse in modo sistematico e di inserirle in una riflessione più ampia sul rapporto tra informazione, potere e costruzione della realtà pubblica.

Il pregio maggiore del Quaderno, tuttavia, è forse un altro. In un’epoca dominata dalla frammentazione dell’informazione, esso tenta una ricostruzione d’insieme. Gaza, Libano, Siria, Iran, petrodollaro, guerra dell’informazione, lobbying, diritto internazionale, BRICS, reti di influenza e crisi dell’ordine unipolare non vengono trattati come fenomeni isolati, ma come elementi di una stessa struttura interpretativa. Il lettore ha la sensazione di assistere alla composizione progressiva di un grande affresco nel quale eventi apparentemente scollegati acquistano una loro coerenza interna e trovano collocazione all’interno di una visione più ampia.

Questo è un Quaderno che non cerca il consenso facile né rivendica una neutralità di maniera. Al contrario, prende posizione e invita il lettore a fare altrettanto, confrontandosi criticamente con le tesi proposte. La sua forza non consiste nell’offrire verità definitive, ma nel mettere in discussione categorie interpretative consolidate e nel costringere chi legge a interrogarsi sulle narrazioni dominanti che accompagnano il racconto dell’attualità internazionale.

In un panorama editoriale spesso schiacciato sull’emergenza quotidiana, Dal Nilo all’Eufrate rappresenta un tentativo ambizioso di restituire profondità storica agli eventi contemporanei e di ricondurre il presente a una prospettiva più ampia. È un’opera destinata a suscitare consenso e dissenso, ma che possiede una qualità sempre più rara: quella di costringere il lettore a guardare oltre la superficie delle notizie e a interrogarsi sui rapporti tra guerra, economia, linguaggio e potere. E non esiste risultato più importante per un libro che ambisce a comprendere il proprio tempo.

Brillare di Silvia Dai Pra’

5 Giugno 2026 ore 08:08

G li anni Venti del Ventunesimo secolo sembrano vivere un lungo e a tratti stanco post Novecento, là dove la letteratura contemporanea italiana tenta più che di rinnovare il proprio linguaggio, di inseguire stilemi passati recuperandone, e a volte con più o meno fortuna reinterpretandone le forme. All’interno di questa dinamica diviene fondamentale il ruolo che la letteratura ha assunto negli ultimi anni, da un lato meno centrale, ma non per questo più periferico nel momento in cui le forme di narrazione si moltiplicano dando luogo a una frantumazione del discorso che si declina a tratti in maniera specialistica, ma spesso anche in maniera superficiale non riuscendo più a indagare nel profondo il carattere dell’umano e del suo tempo. Nell’ambito di quella che può essere dichiaratamente definita come una crisi ha un ruolo sicuramente il ritorno al genere che ormai accompagna da decenni il nuovo secolo, quindi tutto il filone della letteratura gialla e noir e poi i romanzi storici che però non sempre mantengono la promessa di una visione critica e postmoderna, ma il più delle volte si risolvono all’interno di un romanticismo un po’ posticcio e un po’ troppo didascalico, per quanto efficace sui banchi delle librerie.

Si stacca da questa tendenza una letteratura di recupero che ricerca nel Novecento le radici di un discorso e le reinterpreta in chiave contemporanea, una letteratura che non nega le origini storiche e culturali e prova a ridefinirle con uno sguardo dell’oggi. A questo ipotetico filone partecipano autrici come Rosella Postorino, Raffaella Romagnolo, Marta Barone e Nadia Terranova e non è da meno Silvia Dai Pra’, che con Brillare (2026) offre ora uno dei più interessanti esempi di una narrativa italiana capace di recuperare la storia del Novecento per portarne i segni, le ferite e le tracce nei nostri giorni. Si deve infatti a libri come Brillare la capacità di offrire non una banale e fittizia soluzione, ma uno sguardo ampio e inclusivo di fronte a fatti che fanno parte della storia più drammatica dell’Italia, come le terribili pagine del nazifascismo, che molte volte non hanno trovato una verità storica e giuridica a causa di una connivenza che ha preferito alla giustizia un paludoso e ambiguo quieto vivere.

Brillare offre ora uno dei più interessanti esempi di una narrativa italiana capace di recuperare la storia del Novecento per portarne i segni, le ferite e le tracce nei nostri giorni.
Brillare parte da una storia partigiana, quella di una militanza comunista nella Resistenza, quella di un padre che scompare nel nulla e di una mattanza nazifascista che ha lasciato sul campo settantasette morti nel paese (tutto letterario) di Greto, un piccolo centro splendidamente isolato sulla Alpi Apuane: “Da noi nessuno veniva a spaccare le lapidi o a disegnarci sopra le svastiche, come succedeva da altre parti: e vorrei pure vedere, dicevano gli uomini, e si ficcavano le mani in tasca, ma si intuiva che muovevano le dita come se le stringessero attorno a un collo”.

La protagonista, Bianca, figlia di Argo, si ritrova nuovamente al paese dove è nata, ma da dove è scappata, fuggita in cerca di fortuna, di una carriera, di una professione che la potesse portare lontano, là dove i desideri di una Repubblica liberata sembravano dover portare i figli di quella che è stata la Resistenza. Le cose non sono andate come si credeva e come si voleva, il precariato e una nuova povertà diffusa ‒ seppur mascherata da molta tecnologia ‒ si è piano piano rivelata nelle poche occasioni disponibili e nei troppi disservizi di uno Stato sempre più fragile e mal funzionante.

Bianca ritorna a Greto costretta dalle poche opportunità che la vita le ha concesso e dagli errori che non riesce mai per davvero a perdonarsi: torna a casa ‒ là dove non avrebbe mai voluto essere ‒ da sconfitta e da fallita.

Bianca torna però anche da e per Viola, la sorella che dopo la morte della madre ha deciso di autosegregarsi in casa, annullando ogni possibilità di vita e di felicità. Bianca ripensa alle sue scelte, a una relazione ora in parte abbandonata e lasciata appesa a un filo come panni ad asciugare. Lui è rimasto a Firenze come la possibile carriera accademica di Bianca, ovviamente sempre precaria. I ricordi le si sovrappongono, c’è la sua infanzia e c’è la mitologia, quella di Argo, ma nel mezzo ecco il regno della madre ovvero quello della cura che ora sembra mancare a lei come a sua sorella, al paese di Greto come a tutta l’Italia.

Brillare è un romanzo che ha nel suo cuore la necessità di ritrovare il tempo della cura e di metterla in pratica come forma contemporanea di lotta con cui arginare la violenza di un capitalismo sempre più preoccupato delle cose e mai delle persone.
Brillare è infatti un romanzo che ha nel suo cuore la necessità di ritrovare il tempo della cura e di metterla in pratica in una quotidianità capace di abbattere ogni differenza sociale, ogni distanza tra la provincia e la città. La cura è la forma contemporanea di lotta con cui arginare la violenza di un capitalismo sempre più preoccupato delle cose e mai delle persone. Greto ovviamente rivela tutti i ganci e i grovigli di una provincia faticosissima, fatta di rimpianti, occasioni mancate e di una povertà sentimentale quanto economica, ma è proprio per quella sua posizione magica sulle Alpi fatte di roccia dura che Greto si offre come una base perfetta per ogni ripartenza.

“Le donne, sul nostro monumento ai caduti, avevano sempre quella strana espressione vagamente fuori luogo, un’espressione tra l’orrore e l’orgasmo”: lo sguardo di Silvia Dai Pra’ è dissacrante, ma mai ingenuamente cinico, coglie l’ironia dei tempi e la loro tragedia perché ne è pienamente all’interno. L’autrice sviluppa così una comunità di personaggi che si moltiplicano pagina dopo pagina, un vero paese di caratteristi, ognuno con il suo ruolo, ognuno con una storia da raccontare. Romanzo intimo che si fa voce corale, Brillare coglie i tempi e la loro inevitabile fatica, lo fa con irriverenza e anche con la durezza di chi si sta giocando tutto della vita. Ecco allora i tipi strani, le madri accudenti e anche chi la strada l’ha persa per sempre e chi invece non si è mai curato di cercarne una diversa.

Bianca si ritrova immersa in quella che è stata la sua infanzia e che ora le mostra la faccia adulta di un tempo tanto tragico quanto comico. La narrazione intreccia gli anni universitari le scelte fatte ma ancora cariche di dubbi e le scorribande in paese. Due mondi che improvvisamente appaiono più affini di quanto potesse mai immaginare prima Bianca, come se l’assenza dalle cose, la scomparsa delle persone improvvisamente offrissero un panorama più chiaro e definito: “Ma ero così sicura di quello che facevo che non vedevo l’ora di saltare su un regionale perché mi riportasse verso Massa, di correre nel piazzale della stazione per infilarmi nella macchina di Orlano, di sentire il brivido che si prova accanto a un corpo che ci attrae, di rilassare i muscoli sul sedile del passeggero, come se solo lì potessi smettere di stare all’erta”.

L’autrice sviluppa una comunità di personaggi che si moltiplicano pagina dopo pagina, un vero paese di caratteristi, ognuno con il suo ruolo, ognuno con una storia da raccontare. Romanzo intimo che si fa voce corale, Brillare coglie i tempi e la loro inevitabile fatica.
La fuga non appare più come una sconfitta, ma come l’inseguimento della libertà e dei propri desideri. Ecco che improvvisamente quello che si voleva un tempo si rivela essere solo quello che volevano gli altri. Una cosa imposta da poca fantasia e da molte costrizioni e anche dalla paura di finire come molti a vivere da adolescenti consunti i propri trenta, quaranta e magari anche cinquanta anni e così fino alla morte. Brillare è il romanzo di un’esplosione, di un ritorno: non al paese, non alla provincia e alla sua vita démodé e non agli amori dell’infanzia, ma alla pratica della liberazione. Un ritorno a sé stessi e ai propri desideri che passa da quella lotta quotidiana che richiede non di superare gli altri, ma di prendersi sempre cura del prossimo.

L'articolo Brillare di Silvia Dai Pra’ proviene da Il Tascabile.

CHE SIGNIFICA LA ‘MOSSA’ IRANIANA

18 Gennaio 2024 ore 12:40

Anche se il quadro del conflitto in Medio Oriente si presenta estremamente articolato e complesso, nonché foriero di pericolose escalation, è impossibile non osservare come l’Asse della Resistenza – ed in particolar modo l’Iran ed Hezbollah – abbia sinora mostrato una grande capacità di gestione strategica e tattica del conflitto, calibrando con grande attenzione ogni mossa. Ragion per cui ha destato non poco stupore il molteplice attacco iraniano dell’altro giorno, proprio perché sembra essere una rottura di quella capacità di equilibrio sinora manifestata. Ma è davvero così?

Consideriamo innanzi tutto gli aspetti principali dell’attacco. Ad essere stati colpiti sono obiettivi ostili in Siria (ISIS) ed Iraq (Mossad), due paesi più che amici, e Pakistan (Jaish Ul-Adl), un paese con cui Teheran ha buoni rapporti – in questi giorni, era addirittura programmata una esercitazione navale congiunta.
Di là dal fatto che l’Iraq, e soprattutto il Pakistan, abbiano protestato in modo significativo, cosa peraltro quasi obbligata sotto il profilo politico-diplomatico, resta il fatto che questi attacchi sono stati portati a termine senza che vi fosse un tentativo di reazione; infatti in alcun caso è stato attivato il sistema di difesa anti-missile. Ciò significa che, certamente per quanto riguarda la Siria (e quindi la Russia) ed il Pakistan, i paesi sul cui territorio si trovavano i bersagli sono stati preavvertiti. Per quanto riguarda l’Iraq, il cui governo sicuramente era stato allertato, c’è da aggiungere una ulteriore considerazione: i missili balistici utilizzati hanno compiuto un volo di oltre 1200 km, poiché sono stati volutamente lanciati da una posizione lontana, nel sud dell’Iran, laddove trovandosi il bersaglio nel kurdistan iracheno sarebbe stato assai più semplice colpire a partire dall’omologa regione iraniana.
Questa scelta ha avuto un doppio valore, politico e militare, ovvero dimostrare la capacità iraniana di colpire con grande precisione ed a grande distanza (messaggio rivolto soprattutto ad Israele), ma anche che i sistemi di intercettazione e difesa anti-missile statunitensi, largamente presenti sia in Iraq che in Siria, sono stati colti di sorpresa/bypassati.

Per quanto riguarda l’attacco alla base del Mossad ad Erbil, va aggiunto che (nonostante la regione del kurdistan iracheno sia una enclave largamente autonoma, e fortemente legata sia agli USA che ad Israele) è evidente che ha mostrato anche la capacità di penetrazione dell’intelligence di Teheran.
La questione dell’attacco sul Belucistan pakistano, alla luce della forte reazione di Islamabad, appare più complessa, ma anche qui – oltre alla mancata attivazione delle difese anti-missile – va tenuto conto della particolare natura dello stato pakistano, al cui interno sicuramente agiscono poteri (interni ed esterni) anche assai diversi e conflittuali. Le forze armate, ed i servizi segreti (ISI), sono molto ben collegati con gli Stati Uniti, sin dai tempi della guerriglia anti-sovietica in Afghanistan, ma anche abbastanza permeati da influenza fondamentaliste islamiche, mentre il governo (anche in funzione anti-indiana, storicamente filo russa) ci tiene a mantenere un rapporto privilegiato con Washington. Vale appena la pena di ricordare come, proprio su mandato statunitense, sia stato liquidato il presidente scomodo Imran Khan… È assai probabile, quindi, che alcune delle forze interne non abbiano gradito la mossa iraniana, ed abbiano imposto una reazione adeguata. È di oggi la notizia che il Pakistan ha effettuato una serie di attacchi mirati contro i “nascondigli terroristici” in Iran; specularmente a Teheran, Islamabad ha dichiarato che rispetta la sovranità dell’Iran, e la sua è una azione esclusivamente antiterroristica. Ed anche in questo caso, le difese iraniane non sono state attivate…

Tornando quindi alla questione iniziale, se siamo di fronte o no ad un venir meno della moderazione iraniana, aggiungendo al quadro la rivendicazione dell’attacco a due navi israeliane nell’Oceano Indiano, ma anche l’assenza di mosse dirette contro gli USA, credo si possa affermare che siamo di fronte a qualcos’altro.
L’Iran ha davanti a sé grandi prospettive, derivanti non solo dagli stretti rapporti con la Russia e la Cina, entrambe capofila della spinta al multipolarismo, ma anche dai grandi vantaggi che la sua posizione geografica strategica offre nella prospettiva dei corridoi euroasiatici. Non ha pertanto interesse ad arrivare allo scontro con gli Stati Uniti, e preferisce di gran lunga esercitare – come sta efficacemente facendo – una forte pressione finalizzata ad espellerne le basi militari dalla regione, senza arrivare al conflitto aperto. Ma, al tempo stesso, e proprio nella prospettiva di cui prima, avverte sia la necessità di affermare il proprio ruolo di potenza regionale di primo piano, sia che sono maturate le condizioni interne ed internazionali perché ciò avvenga.
In questo senso, la mossa iraniana va letta come un segnale alle altre potenze regionali – Arabia saudita e Turchia innanzi tutto – nonché allo storico nemico israeliano, perché comincino a misurarsi con l’idea che l’Iran (a più di quarant’anni dalla rivoluzione khomeinista), non solo non è liquidabile né emarginabile, ma è un soggetto geopolitico con cui devono fare i conti, e con cui è meglio cercare una pacifica convivenza piuttosto che inseguire il sogno di rovesciarne il governo. Vedremo chi e come recepirà il messaggio.

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