Vista elenco
Hackers exploit macOS Screen Sharing flaw to deploy Monero miner
French tax authority admits data heist after crook touts 2M records
The Modern Attack Chain: Rethinking Google Workspace Security in the Age of AI
Max severity SAP Commerce Cloud flaw now targeted in attacks
Autonomous AI attacks pose 'clear and present danger' to critical infrastructure
Shell investigates 'potential incident' after Clop data theft claims
Trivy, Not LiteLLM Behind the 2,500 Org Compromise
Over 95% of the affected companies were exposed before the malicious LiteLLM packages were published.
The post Trivy, Not LiteLLM Behind the 2,500 Org Compromise appeared first on SecurityWeek.
RingCentral data breach exposed info of 1.6 million accounts
Crypto wallet maker Trezor confirms 13,000 customers' details exposed in logistics breach
Scottish prosecutors cast eye over leaky supplier after staff data exposed
Data analyst sent to prison for stealing data, extorting employer
New Zealand says China tried using space investments to spy on local affairs
Apple sends new ‘Threat Notification’ alerts over mercenary spyware attacks
Ukraine shuts down 94 fraudulent call centers, seize millions in cash
Trump wants to grant private cyber firms a license to hack back
The backup Microsoft never promised you
AWS key exposed in JavaScript may have lit way to Beacon's charity data
Guida alla vulnerabilità RCE upload immagini in WordPress
Una vulnerabilità RCE upload immagini in WordPress può trasformare un'operazione comune, come caricare una foto, in una porta d'accesso per i malintenzionati. Se gestisci un sito WordPress, questo è un argomento che devi assolutamente conoscere.
Di recente è emersa una falla critica che permette a un utente con privilegi di "Autore" di eseguire codice da remoto. Questo attacco, noto come Remote Code Execution, avviene tramite il caricamento di un file immagine malevolo.
Non c'è motivo di allarmarsi. Infatti capire il problema è il primo passo per risolverlo. In questa guida ti spieghiamo cos'è successo, come funziona l'attacco e, soprattutto, come puoi mettere in sicurezza il tuo sito web in pochi semplici passaggi.
Cos'è una vulnerabilità RCE in WordPress e perché dovresti preoccuparti?
Prima di entrare nei dettagli tecnici, chiariamo un concetto fondamentale: RCE, o Remote Code Execution, significa "Esecuzione di Codice da Remoto". È come dare a uno sconosciuto le chiavi del tuo server. Un attacco RCE riuscito consente a un hacker di eseguire comandi sul tuo hosting come se fossi tu.
Le conseguenze possono essere devastanti:
- Furto di dati sensibili, come informazioni degli utenti o dettagli di pagamento.
- Installazione di malware o ransomware sul tuo server.
- Cancellazione o modifica dei contenuti del sito.
- Utilizzo del tuo server per lanciare attacchi verso altri sistemi.
In breve, significa perdere il controllo completo del tuo spazio web. Per questo motivo una falla di sicurezza di questo tipo va presa molto sul serio.
La falla specifica: come un'immagine diventa un'arma
Come può un semplice file PNG scatenare una vulnerabilità RCE in WordPress? Il problema non risiede nel core di WordPress, ma nell'interazione tra la piattaforma e due strumenti che gestiscono le immagini: ImageMagick (noto anche come Imagick) e Ghostscript.
Ecco la catena di eventi che un aggressore potrebbe sfruttare:
- Il file mascherato: l'attaccante crea un file che appare come un'immagine (ad esempio, vacanza.png), ma al suo interno nasconde codice malevolo, scritto in un linguaggio come PostScript.
- Il caricamento: un utente con il ruolo di "Autore" carica questo file nella Libreria Media di WordPress.
- L'errore di validazione: le versioni vulnerabili di WordPress si fidavano dell'estensione del file (.png) senza analizzare a fondo il suo contenuto reale.
- La delega pericolosa: WordPress passa il file a ImageMagick per elaborarlo, ad esempio per creare le miniature. ImageMagick riconosce che non è una vera immagine ma codice PostScript e delega il compito a Ghostscript, lo strumento designato per interpretare questo tipo di file.
- L'esecuzione del codice: Ghostscript, eseguendo il suo compito, interpreta il codice contenuto nel file. Questo permette all'hacker di eseguire comandi sul server.
Il punto debole era proprio quel passaggio in cui un plugin di WordPress si fidava ciecamente dell'estensione, permettendo al "cavallo di Troia" di superare le prime difese. Per questo è fondamentale proteggere il tuo sito, mettendo in sicurezza i plugin.
Chi è il bersaglio della vulnerabilità RCE di WordPress?
Questa vulnerabilità non colpisce tutti i siti allo stesso modo. Il principale fattore di rischio dipende da chi ha i permessi per caricare file multimediali. L'attacco, infatti, richiede almeno un account con ruolo di Autore.
Il tuo sito è ad alto rischio se:
- Gestisci un blog con molti autori o collaboratori esterni.
- Hai una piattaforma di membership o un e-commerce dove gli utenti possono caricare immagini.
- Concedi l'accesso al backend a clienti o a un team allargato con ruoli superiori a "Sottoscrittore".
Al contrario, se il tuo sito è gestito solo da te e da pochi amministratori di fiducia, il rischio è basso. Tuttavia, la sicurezza non è mai troppa.
La soluzione: come mettere in sicurezza il tuo sito WordPress
La buona notizia è che la soluzione è semplice, rapida e già disponibile. Il team di sicurezza di WordPress ha rilasciato una patch che corregge completamente questa falla. L'unica azione necessaria è aggiornare la tua installazione di WordPress alla versione più recente.
La correzione è stata implementata a partire dalla versione 7.0.4 del plugin Gutenberg e integrata nel core di WordPress. L'aggiornamento modifica il modo in cui WordPress gestisce i file. Ora, prima di passare qualsiasi file a ImageMagick, la piattaforma ne analizza il contenuto reale (la sua "firma digitale"). In questo modo si assicura che un file .png sia davvero un'immagine e non un file PostScript mascherato. Questo blocco preventivo neutralizza completamente la minaccia.
Vulnerabilità RCE in WordPress: la prevenzione è la migliore difesa
Oltre all'aggiornamento, puoi adottare alcune buone pratiche per rafforzare la sicurezza del tuo sito e prevenire problemi futuri:
- Limita i permessi: assegna sempre il ruolo con i privilegi minimi necessari a ogni utente. Non tutti hanno bisogno di essere "Autori" o "Editor".
- Usa un plugin di sicurezza: strumenti come Wordfence o Sucuri possono monitorare i file caricati e bloccare i tentativi di attacco.
- Effettua backup regolari: avere un backup recente e funzionante è la tua migliore assicurazione contro qualsiasi disastro.
Non sottovalutare la sicurezza del tuo sito
La vulnerabilità RCE in WordPress ci ricorda una lezione fondamentale: anche le operazioni più comuni, come il caricamento di un'immagine, possono nascondere dei rischi.
La sicurezza informatica è un processo continuo di vigilanza e aggiornamento. Non rimandare: controlla subito la versione del tuo WordPress e, se non è l'ultima disponibile, procedi con l'aggiornamento. È un piccolo gesto che garantisce la protezione del tuo lavoro, dei tuoi dati e della fiducia dei tuoi utenti.
L'articolo Guida alla vulnerabilità RCE upload immagini in WordPress proviene da sicurezza.net.
Passwords stored in public Google Doc then showed up in search results
Chinese Loongson processors have leaky caches, researchers find
'Near-autonomous' AI agents attack Taiwan's nuclear safety agency
Spectre rears its ugly head again as researchers show some RISC-V chips are susceptible
Attacco alla supply chain di WordPress tramite un'API malevola
L'attacco alla supply chain di WordPres tramite un'API avvelenata rappresenta una nuova e insidiosa frontiera negli attacchi alla sicurezza. Immagina questo scenario: hai installato plugin popolari e affidabili e mantieni tutto aggiornato, ma il tuo sito viene compromesso ugualmente. Come è possibile? Ora non stiamo più parlando di un classico plugin con una falla nel codice. La vulnerabilità, in questo caso, è molto più subdola e colpisce la cosiddetta "supply chain", ovvero la catena di fiducia su cui si basa l'intero ecosistema di WordPress. Infatti in recente incidente ha dimostrato come gli hacker possano sfruttare non il plugin in sé, ma le risorse esterne a cui si collega.
Analizziamo nel dettaglio come funziona questo attacco e, soprattutto, come puoi proteggere il tuo sito.
Come funziona l'attacco alla supply chain di WordPress?
L'attacco ha preso di mira diversi plugin molto noti sviluppati da BdThemes, tra cui Element Pack, Prime Slider e Ultimate Post Kit. Questi strumenti utilizzano un componente interno per mostrare banner promozionali nella bacheca di WordPress. Per farlo, si collegano a un server esterno e recuperano i dati da un semplice file JSON. Ed è proprio qui che si nasconde il problema.
Gli aggressori non hanno violato il repository di WordPress.org né hanno modificato il codice sorgente dei plugin. Hanno invece trovato il modo di compromettere il file JSON ospitato sul server esterno. In pratica, hanno "avvelenato" la fonte dei dati. Il componente del plugin, fidandosi ciecamente di questa fonte, recuperava le informazioni malevole.
A causa di una vulnerabilità di tipo cross-site scripting (XSS), il codice dannoso veniva eseguito direttamente nel browser dell'amministratore del sito non appena accedeva a una qualsiasi pagina del back-end. Un'operazione silenziosa, che si completa in pochi millisecondi e apre le porte del sito agli aggressori.
Per approfondire questo tema, leggi anche il nostro articolo "Attacchi alla supply chain: una minaccia in crescita".
Quali sono le conseguenze per i siti WordPress?
Una volta che il codice malevolo è in esecuzione, le conseguenze possono essere devastanti. L'attacco è progettato per ottenere il controllo completo e persistente del sito compromesso, agendo su più livelli.
Creazione di amministratori fantasma e backdoor
Il primo passo dello script è creare un nuovo account amministratore-truffa. Spesso questi account usano nomi utente prevedibili, come "bd_" seguito da una stringa di caratteri, garantendo agli aggressori un accesso privilegiato e diretto al sito. Successivamente, il malware installa un finto plugin con un nome innocuo, come "wp-smart-thumbnails". Al suo interno, però, si nasconde una webshell: un file, spesso chiamato emer-run.php, che permette agli hacker di eseguire comandi sul server da remoto, come se fossero seduti di fronte al tuo computer.
Meccanismi di persistenza e occultamento
Gli aggressori non si sono fermati al primo accesso, ma hanno puntato alla persistenza. Per assicurarsi di poter rientrare anche se l'account admin venisse scoperto, installavano dei Must-Use plugin. Si tratta di plugin speciali che sono sempre attivi e non possono essere disattivati dalla bacheca.
Infine, per rendere tutto più difficile da scoprire, il malware manipolava il database per nascondere l'account amministratore-truffa dalla normale lista degli utenti. Alterava persino il contatore totale per non destare sospetti: un'operazione studiata per eludere i controlli.
Come rilevare e mitigare l'attacco alla supply chain di WordPress
Anche se la fonte dell'attacco è stata bonificata, il tuo sito potrebbe essere già compromesso. Ecco una checklist pratica per verificare la sicurezza del tuo sito WordPress:
- Controlla gli account amministratore: vai nella sezione Utenti e cerca profili sospetti che non hai creato tu. Presta particolare attenzione a username che iniziano con "bd_" o che utilizzano email strane.
- Ispeziona i plugin installati: verifica la lista dei tuoi plugin e, se ne trovi uno che non ricordi di aver installato, indaga. Controlla anche la cartella mu-plugins tramite FTP o il File Manager del tuo hosting.
- Cerca file malevoli: esegui una scansione dei file del tuo sito alla ricerca di nomi sospetti come emer-run.php o file che iniziano con class-wp-query-.
- Verifica il database: se hai competenze tecniche, cerca nel database opzioni sospette, come fz_emer_login_tokens, che è legata a questo specifico attacco.
L'uso di un plugin di sicurezza affidabile può aiutarti ad automatizzare molte di queste verifiche e a ricevere notifiche in tempo reale.
Una lezione per il futuro: la fiducia non basta
Questo attacco alla supply chain di WordPress è un potente campanello d'allarme per tutta la community. Ci insegna che la sicurezza non riguarda solo il codice che installiamo sul nostro server, ma anche la catena di fiducia che si estende a servizi e API esterne. Infatti un plugin può essere scritto in modo impeccabile, ma se si affida a una risorsa esterna non sicura, diventa un cavallo di Troia. Inoltre questi attacchi non hanno colpito solo WordPress, ma in passato hanno coinvolto anche GitHub.
Per gli sviluppatori la lezione è chiara: ogni dato proveniente dall'esterno deve essere validato e sanificato prima di essere utilizzato. Per gli utenti, invece, la consapevolezza di questi nuovi vettori di attacco è il primo passo per una difesa più efficace.
Ricordati sempre che la sicurezza non è un'azione una tantum, ma un processo continuo di vigilanza e manutenzione.
L'articolo Attacco alla supply chain di WordPress tramite un'API malevola proviene da sicurezza.net.
I 5 migliori servizi DNS protettivi (PDNS) del 2026
Trovare i migliori servizi DNS protettivi (PDNS) è diventato un passo fondamentale per la sicurezza informatica di aziende e professionisti. Infatti un servizio PDNS agisce come un guardiano per le tue connessioni, analizzando ogni richiesta DNS e bloccando l'accesso a domini malevoli in modo automatico.
Oggi, strumenti che un tempo erano considerati una "best practice" sono diventati una necessità. Persino agenzie come la NSA e la CISA ne raccomandano l'adozione. Si tratta di una delle misure di sicurezza più efficaci e meno invasive che puoi implementare, perfettamente integrata nei moderni framework di sicurezza a "zero trust".
In questa guida, analizzeremo le 5 soluzioni più performanti sul mercato, con un verdetto rapido per chi ha fretta. Sei pronto a scoprire quale servizio si adatta meglio alle tue esigenze? Continua a leggere.
Cosa sono i servizi DNS protettivi (PDNS)?
Immagina il DNS (Domain Name System) come la rubrica di Internet. Quando digiti un sito web, il DNS traduce quel nome in un indirizzo IP numerico che i computer possono capire, migliorando la tua navigazione web.
Un servizio DNS protettivo fa un passo in più: prima di fornirti l'indirizzo, controlla se quel dominio è presente in una lista di minacce note. Se il dominio è associato a phishing, malware, ransomware o comandi C2 (Command and Control), il PDNS semplicemente rifiuta la connessione. In questo modo, la minaccia viene neutralizzata sul nascere, prima che possa causare danni. È un livello di protezione proattivo, essenziale per difendere ogni dispositivo connesso alla rete.
La nostra classifica dei migliori servizi DNS protettivi
Abbiamo valutato i principali servizi basandoci sui criteri raccomandati da NSA e CISA:
- Qualità e velocità di aggiornamento dei feed di minacce,
- Capacità di rilevamento avanzato (come DGA e tunneling),
- Opzioni di copertura per dispositivi fissi e mobili
- Integrazione con i sistemi di sicurezza esistenti (SOC).
1. Cisco Umbrella
Ideale per grandi aziende che cercano lo standard di riferimento del settore, collaudato e con integrazioni mature. Cisco Umbrella è considerato l'evoluzione di OpenDNS ed è da anni il punto di riferimento nel mercato PDNS. La sua forza risiede nell'intelligence fornita da Talos, uno dei team di ricerca sulle minacce più grandi al mondo. Offre funzionalità avanzate come il rilevamento di algoritmi di generazione di domini (DGA) e tunneling DNS, garantendo una protezione completa.
Caratteristiche principali:
- Intelligence sulle minacce fornita da Talos.
- Rilevamento di DGA e tunneling DNS.
- Integrazione con Active Directory per l'attribuzione interna degli IP.
- Client per la protezione dei dispositivi in mobilità.
Pro: Profondità dell'intelligence, scalabilità comprovata, vasto ecosistema di integrazioni.
Contro: Il costo può essere elevato e le funzioni più recenti tendono a integrarsi strettamente con l'ecosistema Cisco Secure Access.
2. DNSFilter
Ideale per piccole e medie imprese (PMI) e Managed Service Provider (MSP) che necessitano di una protezione efficace, veloce da implementare e con prezzi chiari. DNSFilter brilla per la sua trasparenza e semplicità. Utilizza il machine learning per categorizzare i domini in tempo reale e offre un modello di prezzo per utente chiaro e prevedibile. La sua console di gestione multi-tenant è un vero punto di forza per gli MSP che devono gestire la sicurezza di più clienti contemporaneamente.
Caratteristiche principali:
- Categorizzazione dei domini basata su ML in tempo reale.
- Prezzi pubblici e scalabili per utente.
- Piattaforma nativa per la gestione multi-tenant (MSP).
- Client inclusi per la copertura dei dispositivi mobili.
Pro: Prezzi trasparenti, onboarding rapidissimo (meno di un'ora), strumenti eccellenti per MSP.
Contro: Meno profondità nelle integrazioni enterprise rispetto a Cisco Umbrella.
3. Cloudflare Gateway
Ideale per chiunque voglia iniziare a proteggersi immediatamente, con un piano gratuito solido e un percorso di crescita verso funzionalità avanzate. Cloudflare Gateway sfrutta una delle reti di resolver DNS più veloci e resilienti al mondo. Offre un generoso piano gratuito che permette a chiunque di iniziare a filtrare le minacce in pochi minuti. Man mano che le esigenze crescono, è possibile passare a piani a pagamento che includono SWG, ZTNA e CASB, tutto dalla stessa dashboard. Non a caso, è la tecnologia scelta dal governo britannico per il suo PDNS nazionale.
Caratteristiche principali:
- Rete di resolver anycast enorme e veloce.
- Piano gratuito e piani Zero Trust a prezzi pubblici.
- Supporto nativo per DNS-over-HTTPS (DoH) e DNS-over-TLS (DoT).
- Client WARP per la protezione dei dispositivi in mobilità.
Pro: Si passa da zero a protetti in un pomeriggio, infrastruttura su scala globale, un percorso di crescita flessibile.
Contro: L'attribuzione avanzata tramite Active Directory richiede più configurazione rispetto a Umbrella.
4. Akamai
Ideale per governi, operatori di telecomunicazioni e grandi aziende che necessitano di una risoluzione protettiva su larghissima scala. Akamai Secure Internet Access opera su una delle piattaforme più grandi di Internet. È progettato per assorbire attacchi DDoS massicci e proteggere intere basi di abbonati per gli ISP. La sua forza sta nella vastità della sua infrastruttura e nella visibilità globale che ne deriva per la ricerca sulle minacce.
Pro: Scala e affidabilità massicce, ricerca sulle minacce di alto livello.
Contro: Pacchetti pensati per il mondo carrier/enterprise; il valore massimo si ottiene se si è già clienti Akamai.
5. Infoblox
Ideale per aziende con un'infrastruttura DNS interna complessa che vogliono fondere il PDNS con il contesto DDI (DNS, DHCP, IPAM). Infoblox adotta un approccio unico, applicando l'intelligence sulle minacce direttamente ai resolver DNS che già gestisci. Sfruttando il contesto IPAM, può dirti esattamente quale dispositivo ha effettuato una richiesta malevola e attivare risposte automatiche per metterlo in quarantena.
Pro: Attribuzione nativa delle minacce, applicazione delle policy a livello di infrastruttura.
Contro: Il modello di costo presume l'adozione della piattaforma DDI di Infoblox.
Come scegliere tra i migliori servizi DNS protettivi
La scelta dipende dalle tue esigenze specifiche.
Prima di decidere, poniti alcune domande chiave:
- Qualità delle minacce: Con quale velocità vengono bloccati i nuovi domini malevoli? Richiedi dati concreti.
- Copertura dei dispositivi: Hai bisogno di proteggere solo la rete dell'ufficio o anche i laptop dei dipendenti da remoto? Verifica la disponibilità di agenti per i dispositivi mobili.
- Gestione del DNS criptato: Il servizio offre i propri endpoint DoH/DoT per garantire che il traffico non bypassi la protezione?
- Logging e integrazione: Puoi esportare i log per analizzarli nel tuo SIEM?
- Prezzo: Il modello di costo è trasparente e adatto al tuo numero di utenti?
Confronta due o tre finalisti in base ai precedenti punti. La trasparenza dei prezzi di servizi come DNSFilter rende questo confronto molto più semplice.
Domande frequenti (FAQ) sui PDNS
L'argomento può essere complesso e la scelta può non essere ancora chiara, per questo abbiamo selezionate le domande più frequenti sul tema:
Cos'è esattamente un PDNS? È un servizio di risoluzione DNS che controlla ogni richiesta confrontandola con database di minacce. Se una richiesta è diretta a un dominio malevolo (phishing, malware), viene bloccata prima che la connessione venga stabilita.
Perché NSA e CISA lo raccomandano? Perché è una difesa ad alto impatto e a basso attrito. La maggior parte degli attacchi informatici utilizza il DNS in qualche fase. Bloccarli a questo livello è estremamente efficace e l'implementazione richiede solo di cambiare gli indirizzi dei resolver DNS.
Un PDNS può proteggere dispositivi senza agenti (IoT, stampanti)? Sì, questo è uno dei suoi maggiori vantaggi. Impostando il PDNS a livello di rete (es. nel router), ogni dispositivo che si connette, inclusi ospiti e dispositivi IoT, viene protetto automaticamente senza agenti.
Quanto costa un servizio DNS protettivo? I costi variano molto: si parte dai piani gratuiti di Cloudflare, si passa ai prezzi pubblici per utente di DNSFilter e si arriva alle quotazioni personalizzate per piattaforme enterprise come Cisco Umbrella o Akamai.
Qual è il verdetto finale?
In sintesi, possiamo dire che i migliori servizi DNS protettivi sono:
- Cisco Umbrella, che si conferma lo standard per le grandi aziende.
- DNSFilter, è la scelta di valore predefinita per PMI e MSP.
- Cloudflare Gateway, che offre un percorso incredibilmente versatile, perfetto per chiunque.
- Akamai, perfetto per la scala carrier.
- Infoblox, pensato per l'integrazione DDI.
Ogni servizio ha i suoi punti di forza e di debolezza, ma l'aspetto più importante è sempre quello di agire. Infatti implementare un PDNS è un passo che non puoi più rimandare per proteggere al meglio la tua attività.
L'articolo I 5 migliori servizi DNS protettivi (PDNS) del 2026 proviene da sicurezza.net.
Claude evade (di nuovo) e attacca tre aziende reali
Sembra proprio che tenere a bada i modelli IA sia complicatissimo e Anthropic sta accumulando una certa esperienza nel settore. L’azienda ha infatti rivelato che alcuni modelli della famiglia Claude sono riusciti ad accedere ai sistemi di tre organizzazioni reali durante esercitazioni di sicurezza, trasformando test che avrebbero dovuto svolgersi in ambienti controllati in vere […]
L'articolo Claude evade (di nuovo) e attacca tre aziende reali proviene da Securityinfo.it.
Falso Googlebot nei log: come riconoscere i crawler e proteggerti
Analizzare i log del proprio sito web può rivelare sorprese inaspettate. Spesso, si notano centinaia di visite attribuite a "Googlebot", e la prima reazione è di sollievo: il crawler di Google sta indicizzando le pagine. Ma è davvero così? La realtà è che molti di questi accessi provengono da un falso Googlebot, poiché l'identità di chi si connette a un server è più facile da falsificare di quanto si pensi.
Perché i log registrano così tanti falsi Googlebot?
Molti bot si spacciano per Googlebot per una ragione semplice: gode di un trattamento privilegiato su quasi tutti i server. Gli amministratori di sistema, per non compromettere l'indicizzazione, evitano di bloccarlo. Questa situazione crea un'opportunità per software di terze parti. Infatti un bot malevolo o uno scraper ottiene enormi vantaggi semplicemente fingendosi il crawler ufficiale di Google, tra cui:
- Evitare i blocchi: numerosi sistemi di sicurezza e firewall sono configurati per lasciar passare senza filtri il traffico di Googlebot.
- Superare i limiti di richiesta: a Googlebot vengono spesso concessi limiti di frequenza (rate limiting) molto più ampi, che gli consentono di scansionare più pagine in meno tempo.
- Aggirare i CAPTCHA: un finto Googlebot può bypassare i controlli anti-automazione, accedendo a contenuti altrimenti protetti.
Un falso log da un Googlebot, trucco a costo zero, è particolarmente utile per chi fa scraping di prezzi, contenuti o dati sensibili, aprendo porte che dovrebbero rimanere chiuse.
Per approfondire l'argomento e capire quali altri tattiche usano gli hacker per accedere al tuo sito, leggi anche il nostro articolo sul tema.
User-agent: l'identità che chiunque può falsificare
Il problema nasce dal funzionamento dello user agent. Infatti si tratta di una semplice stringa di testo che un client, come un browser o un bot, invia al server per identificarsi. Il protocollo HTTP, tuttavia, non include alcun meccanismo per verificare che questa dichiarazione sia vera.
Un client può quindi presentarsi con una stringa apparentemente legittima: Mozilla/5.0 (compatible; Googlebot/2.1; +http://www.google.com/bot.html) Vederla nei log fa pensare subito al crawler ufficiale, ma non stabilisce alcun legame crittografico o verificabile tra l'indirizzo IP della richiesta e l'infrastruttura reale di Google. In pratica, il falso log di un Googlebot è come se un estraneo si presentasse a una festa dichiarando un nome falso, senza che nessuno gli chieda un documento di identità.
Come verificare se un log di un Googlebot è falso?
Fortunatamente, esistono metodi affidabili per smascherare gli impostori, raccomandati da Google stessa.
Controllo degli intervalli IP di google
Il primo metodo è molto diretto. Google pubblica e aggiorna un elenco dei suoi intervalli IP ufficiali in un file JSON. È sufficiente programmare uno script per scaricare questo file e confrontare l'IP registrato nei log con le reti autorizzate (sia IPv4 che IPv6). Se l'indirizzo IP del visitatore non rientra in questi intervalli, si ha la certezza matematica che sia un falso log di un Googlebot.
La doppia verifica DNS
Questo secondo metodo è ancora più rigoroso e si basa su una sequenza di controlli DNS, considerata la prova definitiva.
- Ricerca DNS inversa (PTR): si esegue una ricerca sul record PTR dell'IP di origine. Se è un vero crawler di Google, il nome host risultante deve terminare con googlebot.com o google.com.
- Ricerca DNS diretta (A/AAAA): a questo punto, si esegue la verifica opposta. Si risolve il nome host ottenuto nel passaggio precedente e si controlla che l'indirizzo IP di partenza sia presente nella lista di IP restituiti.
Se entrambi i passaggi hanno successo, puoi essere assolutamente certo che la visita provenga da un crawler legittimo di Google.
Per approfondire l'argomento, prova anche a leggere questo nostro articolo: "Come rilevare e bloccare l'attività dei bot".
Cosa si scopre dopo una verifica di un falso Googlebot log?
Applicando questi controlli, il quadro del traffico sul proprio sito cambia radicalmente. Quella che sembrava un'intensa attività di indicizzazione si rivela spesso per quello che è: un'orda di bot sconosciuti. Un picco di traffico che credevi positivo potrebbe nascondere uno scraper aggressivo che sta rubando i tuoi contenuti tramite un falso log di un Googlebot.
In più un consumo di banda anomalo potrebbe essere causato da sistemi che mappano il sito alla ricerca di vulnerabilità. Analizzare i log con questi strumenti permette di distinguere il traffico prezioso da quello dannoso, proteggendo le tue risorse in modo efficace. La prossima volta che vedrai un'attività sospetta da "Googlebot", saprai esattamente come smascherare l'impostore.
L'articolo Falso Googlebot nei log: come riconoscere i crawler e proteggerti proviene da sicurezza.net.
Hugging Face violata da un agente AI: gli attacchi autonomi sono arrivati
Per anni l’idea di un attacco informatico condotto interamente da un agente di Intelligenza Artificiale è rimasta confinata ai laboratori di ricerca e alle presentazioni dei vendor. Oggi non è più così. La piattaforma Hugging Face, punto di riferimento mondiale per lo sviluppo e la distribuzione di modelli AI open source, ha confermato di essere […]
L'articolo Hugging Face violata da un agente AI: gli attacchi autonomi sono arrivati proviene da Securityinfo.it.
Gli assistenti AI di coding sono sicuri? Il caso xAI
Gli strumenti di AI per lo sviluppo software promettono di aumentare la produttività degli sviluppatori, ma una recente analisi indipendente riaccende il dibattito sulla sicurezza dei dati affidati agli assistenti di coding. Al centro della vicenda c’è Grok Build, il tool a riga di comando di xAI, accusato di aver trasmesso (in chiaro) ai server […]
L'articolo Gli assistenti AI di coding sono sicuri? Il caso xAI proviene da Securityinfo.it.
La guerra ucraina cambia la sicurezza delle infrastrutture critiche
La guerra in Ucraina non si combatte solo sul terreno, nel mare o nello spazio aereo. Il cyberspazio è uno degli scenari più attivi, dove vengono perpetrati quotidianamente decine di attacchi mirati alle infrastrutture civili e militari. Il continuo bersagliamento di infrastrutture energetiche, reti di comunicazione e servizi pubblici ha praticamente trasformato l’intero Paese in […]
L'articolo La guerra ucraina cambia la sicurezza delle infrastrutture critiche proviene da Securityinfo.it.
Aston Martin e NetApp, la Formula 1 si vince anche con i dati
AI, il nuovo fronte della sicurezza: il red teaming diventa indispensabile
L’intelligenza artificiale sta entrando nelle aziende con una velocità che non ha precedenti, ma la sua diffusione sta facendo emergere una realtà che molti responsabili della sicurezza stanno iniziando a sperimentare direttamente: i tradizionali strumenti di difesa non sono stati progettati per proteggere sistemi che ragionano attraverso il linguaggio naturale. Firewall, Web Application Firewall e […]
L'articolo AI, il nuovo fronte della sicurezza: il red teaming diventa indispensabile proviene da Securityinfo.it.
Italia digitale, cosa resta del Pnrr
L’uomo che protegge le cose. Intervista a Gianni Cuozzo, fondatore e Ceo di Exein
Falsa skill elude gli scanner e a raggiunge più di 26.000 agenti AI
La rapida diffusione degli Agenti AI sta creando un ecosistema sempre più complesso nel quale modelli linguistici, strumenti esterni e componenti aggiuntivi collaborano per svolgere attività operative. Questa architettura modulare, però, sta aprendo una nuova superficie di attacco che ricorda da vicino le vulnerabilità già viste nel mondo open source e nei marketplace di applicazioni. […]
L'articolo Falsa skill elude gli scanner e a raggiunge più di 26.000 agenti AI proviene da Securityinfo.it.
Zscaler porta la Zero Trust nell’era degli agenti AI
Sebbene il numero di casi d’uso nel nostro Paese sia ancora molto basso, le previsioni di tutti gli esperti dicono che gli agenti AI diventeranno i veri “operatori” dell’automazione dei processi in azienda. Il problema è che chi dovrà gestirne la sicurezza non ha ancora l’esperienza necessaria per farsi un quadro chiaro di come questi […]
L'articolo Zscaler porta la Zero Trust nell’era degli agenti AI proviene da Securityinfo.it.
Infrastrutture Critiche e Geopolitica: è l’Era dell’Antifragilità
Il nuovo assetto geopolitico mondiale ha messo a nudo una serie di problematiche che sono state trascurate troppo a lungo. In pratica, quello che per anni abbiamo visto accadere nel software, ovvero l’entusiasmo per le nuove feature che andava a coprire la necessità di rendere sicuro il loro utilizzo, si è applicato anche in mille […]
L'articolo Infrastrutture Critiche e Geopolitica: è l’Era dell’Antifragilità proviene da Securityinfo.it.
Il gruppo criminale cinese TA4922 adesso punta anche all’Europa
Un gruppo cybercriminale di lingua cinese fino a poco tempo fa concentrato prevalentemente sul mercato asiatico sta ampliando rapidamente il proprio raggio d’azione verso Europa e Africa. Secondo le analisi pubblicate da Proofpoint, il gruppo chiamato TA4922 ha aumentato sensibilmente il volume delle proprie operazioni nel corso del 2026, prendendo di mira organizzazioni nel Regno […]
L'articolo Il gruppo criminale cinese TA4922 adesso punta anche all’Europa proviene da Securityinfo.it.
Il 78% delle aziende ha già subito o sospetta incidenti legati all’IA
A leggere il nuovo “2026 Cloud Security Report” realizzato da Check Point insieme a Cybersecurity Insiders, sembra proprio che l’adozione dell’intelligenza artificiale nelle aziende stia crescendo più rapidamente della capacità delle organizzazioni di proteggerla. Il report, basato sulle risposte di 1.042 professionisti IT e cybersecurity provenienti da organizzazioni di tutto il mondo, mostra un quadro […]
L'articolo Il 78% delle aziende ha già subito o sospetta incidenti legati all’IA proviene da Securityinfo.it.
Addressing Cybersecurity Challenges in Open Source Software: What you need to know

by Ashwin Ramaswami
June 2022 saw the publication of Addressing Cybersecurity Challenges in Open Source Software, a joint research initiative launched by the Open Source Security Foundation in collaboration with Linux Foundation Research and Snyk. The research dives into security concerns in the open source ecosystem. If you haven’t read it, this article will give you the report’s who, what, and why, summarizing its key takeaways so that it can be relevant to you or your organization.
Who is the report for?
This report is for everyone whose work touches open source software. Whether you’re a user of open source, an OSS developer, or part of an OSS-related institution or foundation, you can benefit from a better understanding of the state of security in the ecosystem.
Open source consumers and users: It’s very likely that you rely on open source software as dependencies if you develop software. And if you do, one important consideration is the security of the software supply chain. Security incidents such as log4shell have shown how open source supply chain security touches nearly every industry. Even industries and organizations that have traditionally not focused on open source software now realize the importance of ensuring their OSS dependencies are secure. Understanding the state of OSS security can help you to manage your dependencies intelligently, choose them wisely, and keep them up to date.
Open source developers and maintainers: People and organizations that develop or maintain open source software need to ensure they use best practices and policies for security. For example, it can be valuable for large organizations to have open source security policies. Moreover, many OSS developers also use other open source software as dependencies, making understanding the OSS security landscape even more valuable. Developers have a unique role to play in leading the creation of high-quality code and the respective governance frameworks and best practices around it.
Institutions: Institutions such as open source foundations, funders, and policymaking groups can benefit from this report by understanding and implementing the key findings of the research and their respective roles in improving the current state of the OSS ecosystem. Funding and support can only go to the right areas if priorities are informed by the problems the community is facing now, which the research assists in identifying.
What are the major takeaways?
The data from this report was collected by conducting a worldwide survey of:
- Individuals who contribute to, use, or administer OSS;
- Maintainers, core contributors, and occasional contributors to OSS;
- Developers of proprietary software who use OSS; and
- Individuals with a strong focus on software supply chain security
The survey also included data collected from several major package ecosystems by using Snyk Open Source, a static code analysis (SCA) tool free to use for individuals and open source maintainers.
Here are the major takeaways and recommendations from the report:
- Too many organizations are not prepared to address OSS security needs: At least 34% of organizations did not have an OSS security policy in place, suggesting these organizations may not be prepared to address OSS security needs.
- Small organizations must prioritize developing an OSS security policy: Small organizations are significantly less likely to have an OSS security policy. Such organizations should prioritize developing this policy and having a CISO and OSPO (Open Source Program Office).
- Using additional security tools is a leading way to improve OSS security: Security tooling is available for open source security across the software development lifecycle. Moreover, organizations with an OSS security policy have a higher frequency of security tool use than those without an OSS security policy.
- Collaborate with vendors to create more intelligent security tools: Organizations consider that one of the most important ways to improve OSS security across the supply chain is adding greater intelligence to existing software security tools, making it easier to integrate OSS security into existing workflows and build systems.
- Implementing best practices for secure software development is the other leading way to improve OSS security: Understanding best practices for secure software development, through courses such as the OpenSSF’s Secure Software Development Fundamentals Courses, has been identified repeatedly as a leading way to improve OSS supply chain security.
- Use automation to reduce your attack surface: Infrastructure as Code (IaC) tools and scanners allow automating CI/CD activities to eliminate threat vectors around manual deployments.
- Consumers of open source software should give back to the communities that support them: The use of open source software has often been a one-way street where users see significant benefits with minimal cost or investment. For larger open source projects to meet user expectations, organizations must give back and close the loop by financially supporting OSS projects they use.
Why is this important now?
Open source software is a boon: its collaborative and open nature has allowed society to benefit from various innovative, reliable, and free software tools. However, these benefits only last when users contribute back to open source software and when users and developers exercise due diligence around security. While the most successful open source projects have gotten such support, other projects have not – even as open source use has continued to be more ubiquitous.
Thus, it is more important than ever to be aware of the problems and issues everyone faces in the OSS ecosystem. Some organizations and open source maintainers have strong policies and procedures for handling these issues. But, as this report shows, other organizations are just facing these issues now.
Finally, we’ve seen the risks of not maintaining proper security practices around OSS dependencies. Failure to update open source dependencies has led to costs as high as $425 million. Given these risks, a little investment in strong security practices and awareness around open source – as outlined in the report’s recommendations – can go a long way.
We suggest you read the report – then see how you or your organization can take the next step to keep yourself secure!
The post Addressing Cybersecurity Challenges in Open Source Software: What you need to know appeared first on Linux Foundation.