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Quante operazioni chirurgiche sono davvero necessarie?

11 Ottobre 2026 ore 00:30

Ogni anno nel mondo vengono eseguiti oltre 300 milioni di interventi chirurgici, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità. Molti sono indispensabili per salvare vite umane, altri permettono di curare malattie e recuperare funzionalità compromesse. Ma un numero crescente di studi scientifici sta mettendo in discussione l’efficacia di alcune procedure praticate da decenni. In diversi casi, i risultati ottenuti dai pazienti operati si sono rivelati sostanzialmente equivalenti a quelli di chi aveva seguito una terapia farmacologica, un programma di fisioterapia o addirittura subito un intervento chirurgico simulato.

A riportare l’attenzione su questo tema è stato recentemente The Economist, che ha analizzato le nuove evidenze scientifiche sull’efficacia della chirurgia e le difficoltà dei sistemi sanitari nell’abbandonare procedure consolidate. Per molto tempo, infatti, gli interventi chirurgici sono stati sottoposti a verifiche sperimentali meno sistematiche rispetto ai farmaci. Negli ultimi anni la situazione sta cambiando: nel Regno Unito, il numero di sperimentazioni chirurgiche attive nel portafoglio del National Institute for Health and Care Research è passato da 34 nel 2011 a 188 nel 2023. Queste ricerche stanno permettendo di confrontare direttamente i risultati delle operazioni con quelli di trattamenti alternativi, mettendo in discussione pratiche considerate efficaci sulla base dell’esperienza clinica.

Uno degli studi più significativi è stato pubblicato nel luglio 2022 su JAMA Network Open. I ricercatori hanno analizzato 100 sperimentazioni cliniche relative a 32 diverse procedure, coinvolgendo complessivamente 10.699 partecipanti. Il risultato è particolarmente interessante: in media, il 67% del miglioramento osservato dopo un intervento chirurgico era attribuibile a effetti non specifici della procedura, come il decorso naturale della malattia, la regressione spontanea dei sintomi e, in misura più limitata, l’effetto placebo. Il dato variava sensibilmente tra le diverse operazioni e riguarda esclusivamente le procedure esaminate. La ricerca ha inoltre ridimensionato il peso attribuito al placebo, indicando che gran parte del miglioramento osservato anche dopo un intervento simulato dipendeva dall’evoluzione naturale delle condizioni del paziente.

Il caso più noto riguarda la chirurgia del ginocchio. Già nel 2002 uno studio statunitense condotto da Bruce Moseley su 165 pazienti aveva confrontato alcune procedure artroscopiche con operazioni simulate, nelle quali i pazienti ricevevano l’anestesia e piccole incisioni, mentre i chirurghi evitavano di eseguire il trattamento terapeutico. I risultati mostrarono che gli interventi reali non producevano miglioramenti superiori a quelli simulati. Da allora, altre sperimentazioni hanno confermato i limiti di alcune procedure utilizzate per trattare le lesioni degenerative del menisco.

Nell’aprile 2026, un aggiornamento dello studio finlandese FIDELITY, pubblicato sul New England Journal of Medicine, ha riportato i risultati a dieci anni del confronto tra meniscectomia artroscopica parziale e chirurgia simulata in pazienti con lesioni degenerative del menisco. I ricercatori non hanno riscontrato benefici aggiuntivi dell’intervento reale sui sintomi e sulla funzionalità del ginocchio, osservando anche segnali di possibili effetti sfavorevoli a lungo termine. Questi risultati riguardano specificamente le lesioni degenerative studiate e non possono essere estesi automaticamente alle lesioni traumatiche o ai casi che richiedono un intervento per particolari condizioni meccaniche dell’articolazione.

E in Italia? Un’indagine pubblicata nel 2025 sulla rivista scientifica Knee Surgery, Sports Traumatology, Arthroscopy, realizzata da ricercatori dell’Università Campus Bio-Medico di Roma utilizzando le schede di dimissione ospedaliera del Ministero della Salute, ha ricostruito l’andamento delle meniscectomie nel nostro Paese tra il 2001 e il 2016. Nel periodo esaminato sono stati registrati 1.454.891 interventi, con un’incidenza media di 178 procedure ogni 100.000 abitanti di età superiore ai 15 anni. Il tasso è diminuito da 202 interventi ogni 100.000 abitanti nel 2001 a 106 nel 2016, registrando un calo vicino al 50%. L’età media dei pazienti operati era di circa 46,6 anni e il 68,2% era costituito da uomini. Gli autori collegano questa riduzione alla crescente consapevolezza dei limiti della meniscectomia nei pazienti con artrosi e lesioni degenerative. Il dato italiano suggerisce quindi che le evidenze scientifiche abbiano già contribuito a modificare le pratiche chirurgiche. Il numero complessivo degli interventi comprende però condizioni cliniche differenti e non permette di stabilire quanti fossero effettivamente evitabili. Inoltre, la ricerca fotografa un periodo concluso nel 2016 e non rappresenta il volume attuale delle operazioni.

Un’altra area sotto osservazione è la chirurgia della colonna vertebrale. Uno studio nazionale pubblicato nel 2025 su Acta Orthopaedica, realizzato anche con il contributo di ricercatori dell’Istituto Superiore di Sanità, ha esaminato 1.560.969 procedure spinali effettuate in Italia tra il 2001 e il 2019. Nell’arco di questi diciannove anni, il numero annuale degli interventi è aumentato del 67%, passando da 58.369 a 97.636, mentre le procedure con impianti hanno registrato una crescita del 420%.

I risultati documentano una trasformazione significativa della chirurgia vertebrale italiana, caratterizzata da un ricorso crescente a impianti e tecniche di stabilizzazione. Anche in questo caso, tuttavia, l’aumento dei volumi non rappresenta automaticamente una prova di inappropriatezza: i dati comprendono interventi per fratture, traumi, tumori, deformità e patologie degenerative, con indicazioni terapeutiche differenti. La questione sollevata dagli studi internazionali riguarda soprattutto l’effettivo beneficio di determinate operazioni nei pazienti con dolore cronico e patologie degenerative, quando possono esistere alternative meno invasive.

Le nuove evidenze coinvolgono anche altri ambiti. Uno studio finlandese pubblicato su JAMA nel gennaio 2026 ha seguito per dieci anni pazienti con appendicite acuta non complicata trattati inizialmente con antibiotici. Il 44,3% aveva successivamente subito un’appendicectomia: ciò significa che oltre la metà dei pazienti aveva evitato l’operazione nell’intero periodo di osservazione. La terapia antibiotica si conferma quindi una possibilità per pazienti attentamente selezionati, pur comportando il rischio di recidiva e di un successivo intervento.

Anche il trattamento del tumore della prostata ha prodotto risultati che richiedono un’attenta valutazione dei benefici e dei rischi. Lo studio britannico ProtecT, pubblicato sul New England Journal of Medicine nel 2023, ha confrontato chirurgia, radioterapia e monitoraggio attivo in 1.643 uomini con carcinoma prostatico localizzato. Dopo un follow-up mediano di quindici anni, la mortalità specifica per tumore era del 3,1% nel gruppo sottoposto a monitoraggio, del 2,2% in quello operato e del 2,9% in quello trattato con radioterapia, senza differenze statisticamente significative. Chirurgia e radioterapia avevano però ridotto il rischio di metastasi e di progressione della malattia rispetto al monitoraggio attivo. La scelta terapeutica richiede quindi di considerare contemporaneamente sopravvivenza, progressione tumorale, qualità della vita e possibili effetti collaterali.

Il problema dell’appropriatezza è stato riconosciuto anche in Italia attraverso il progetto Choosing Wisely Italy, promosso da Slow Medicine con il principio “Fare di più non significa fare meglio”. Nel 2026 l’Istituto Superiore di Sanità ha avviato una collaborazione per rendere disponibili raccomandazioni aggiornate sulle prestazioni sanitarie a rischio di inappropriatezza. Tra le indicazioni già formulate figura quella di evitare la risonanza magnetica del ginocchio come esame di routine in assenza di specifiche indicazioni cliniche: anomalie riscontrate attraverso gli esami diagnostici possono infatti essere presenti anche in persone prive di sintomi e, in determinate circostanze, favorire ulteriori accertamenti o interventi non necessari.

Resta aperta una questione economica e organizzativa. Un intervento chirurgico comporta l’impiego di sale operatorie, personale sanitario, anestesia, dispositivi medici, giornate di ricovero e assistenza postoperatoria. Quando una procedura non offre benefici clinici significativi rispetto a un trattamento meno invasivo, le risorse impegnate potrebbero essere destinate ad altre esigenze assistenziali. Ma per quantificare un eventuale spreco occorre conoscere non soltanto il numero delle operazioni eseguite, bensì anche le condizioni dei pazienti, le indicazioni cliniche e i risultati ottenuti. Le statistiche sui volumi ospedalieri, da sole, non permettono di calcolare il numero degli interventi inutili né il relativo costo per il Servizio sanitario nazionale.

La ricerca sta progressivamente cambiando il modo di valutare l’efficacia della chirurgia, distinguendo i benefici specifici delle procedure dai miglioramenti che si sarebbero verificati anche senza operare. Il passaggio decisivo riguarda ora la capacità dei sistemi sanitari di tradurre queste conoscenze nella pratica clinica, finanziando nuove sperimentazioni, aggiornando le linee guida e rendendo accessibili dati sempre più dettagliati sugli esiti degli interventi.

Per medici e pazienti, la questione è individuare il trattamento capace di offrire il miglior risultato con il minor rischio possibile, anche quando la scelta più appropriata consiste nel rinunciare alla sala operatoria.

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Dieci anni di Karaterzetà

8 Ottobre 2026 ore 17:23

«Il karate si può praticare tutta la vita! E fa bene al corpo come alla mente». Non ha dubbi Marco Diani, che oltre dieci anni fa, iniziando a seguire la riabilitazione del babbo, ha avuto un’idea: «Mentre gli indicavo come fare gli esercizi mattutini di ginnastica, essendo io maestro di karate, ho cominciato a introdurgli piccoli movimenti di arti marziali e ho notato subito che la cosa funzionava molto bene, si allenava con più soddisfazione, si incuriosiva. Migliorava sia fisicamente che come umore in generale».

Nasce così, nel 2016, Karaterzetà, un progetto socio-medico-sportivo che si è sviluppato in Toscana e si è esteso anche in altre regioni. Tutto è iniziato a Bagno a Ripoli (FI), grazie alla collaborazione con la Misericordia dell’Antella, col sostegno della locale sezione soci Coop e, in seguito, della sezione soci Firenze Sud Ovest.

Aumenta il coordinamento e la percezione del corpo

«Il karate adattato alle persone più anziane – prosegue il maestro Diani – stimola la memoria nell’apprendimento delle forme tradizionali di questa disciplina, migliora il coordinamento motorio e la percezione del proprio corpo, offre importanti obiettivi che rafforzano la fiducia in se stessi, come il passaggio di cintura e, soprattutto, crea occasioni di socializzazione, perché le iniziative si fanno tutti insieme e permettono agli anziani di 90 anni come ai bambini di 4 di integrarsi attivamente all’interno della vita del dojo, la palestra di arti marziali».

Oggi il Karaterzetà, che si pratica anche a Strada in Chianti, a Greve in Chianti e nella palestra Okami in zona San Jacopino a Firenze, festeggia il suo primo decennale. Il tutto sotto la guida dell’Associazione Sportiva Dilettantisca Empi (che in giapponese significa “volo di rondine”) e sempre con la collaborazione di Coop.fi: per i soci sono infatti previsti sconti sull’iscrizione ai corsi e sull’acquisto dei tatami (i tappetini necessari per la pratica del karate). Grazie all’interesse della Federazione Italiana Karate (Fik), inoltre, dal 2019 il Karaterzetà è diventato un progetto nazionale e, ogni anno, si formano istruttori che tengono corsi anche in Veneto, Umbria e Lazio. Ma il cuore resta nella nostra regione, dove ormai gli allievi over 60 sono oltre 30.

Rafforza la memoria e migliora l’umore

Tra gli allievi di Marco Diani anche la dottoressa Ornella Nervini, a lungo medico di famiglia a Bagno a Ripoli. Il suo primo commento non ammette repliche: «È un’esperienza meravigliosa!».

Ci spieghi, dottoressa! «Appena sono andata in pensione mi sono iscritta con mio marito a un corso di Karaterzetà e devo dire che ne abbiamo tratto un gran giovamento, sotto tutti i punti di vista. La medicina è la passione della mia vita e continuo ad aggiornarmi anche ora che non esercito più, specie sui problemi geriatrici. Questa attività è molto positiva per le persone anziane, non solo per la loro salute muscolare e per la ricerca dell’equilibrio fisico ma anche per mantenere l’efficienza della funzione cognitiva».

Ogni anno, gli allievi dei corsi vengono sottoposti a un test, l’Mmse (Mini-Mental State Examination), un questionario da 0 a 30 punti che esamina l’orientamento spaziale e temporale, il calcolo e il richiamo di parole. I risultati di chi pratica Karaterzetà sono eccellenti: «I nostri allievi, me compresa, raggiungono sempre il massimo del punteggio – certifica la dottoressa – e poi la cosa veramente bella di questa esperienza è la socialità: al di là degli allenamenti o delle esibizioni, è bello ritrovarsi anche altrove, persone di tutte le età, per una pizza, una grigliata o una gita fuori porta».

Insomma una gioia a tuttotondo, viene da pensare: «Sì – conclude la dottoressa Nervini – chi fa karate non conosce la depressione!».

Appuntamenti

Per i dieci anni di attività, l’Empi Dojo ha organizzato un seminario, aperto a tutti e in particolare a medici e operatori sanitari, in due tappe (sabato 10 ottobre, alle 9.30, alla Biblioteca Comunale di Bagno a Ripoli a Ponte a Niccheri, e sabato 24, alle 10, alla Sala Margherita Hack di Greve in Chianti) con dimostrazione pratica del karate per over 65.

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L’anoressia mima la morte

8 Ottobre 2026 ore 09:07

C i chiamavamo quasi tutte Francesca, Giulia, Sofia. Più raramente c’erano Yasmin, Amina, Safa e, ancora più raramente, qualche Marco, Federico, Alberto. Nei ricoveri tra ospedali, cliniche e comunità terapeutiche, ho conosciuto più di cento ragazze e donne e forse uno o due uomini. In una clinica in provincia di Torino eravamo diciannove femmine e un solo uomo. Si chiamava Giovanni. Era calvo, aveva una quarantina d’anni ed era ossessionato dagli esami del sangue. Ogni lunedì mattina, quando infermiere e infermieri passavano nelle stanze per i prelievi, veniva a cercarmi. Si fermava sulla soglia e mi domandava se mi fosse mai capitato di ricevere una trasfusione. Gli rispondevo sempre di no, senza riuscire mai a comprendere il significato di quella richiesta stravagante né la sua insistenza a pormela.

Giovanni trascorreva gran parte del tempo libero da solo. Restava in piedi nella sala comune, davanti alla televisione, a guardare documentari naturalistici. Durante i mesi di degenza non mi sono mai fermata a riflettere sulla profonda solitudine che doveva vivere. Mentre noi dividevamo stanze e bagni, lui dormiva in una camera singola: il regolamento della clinica non permetteva che condividesse la stanza con persone dell’altro genere.

In ambito clinico, l’idea che i disturbi della nutrizione e dell’alimentazione siano una malattia esclusivamente femminile è ormai superata. In Italia circa 3,5 milioni di persone, pari al 6% della popolazione, soffrono di psicopatologie alimentari. Le donne rappresentano ancora il 90% dei casi, ma è in costante aumento il numero degli uomini che si rivolgono a strutture specializzate, soprattutto nella fascia adolescenziale tra i 12 e i 17 anni. Infatti, parallelamente al progressivo abbassamento dell’età di insorgenza e all’emersione di nuove forme di manifestazione clinica, soprattutto a seguito del lockdown, cresce anche il numero di soggetti maschili ospedalizzati.

Tuttavia, nell’immaginario collettivo, anoressia, bulimia e le tante altre declinazioni della sofferenza – Binge Eating Disorder, ARFID (Avoidant/Restrictive Food Intake Disorder, Disturbo evitante/restrittivo dell’assunzione di cibo), ortoressia – continuano a essere associate quasi soltanto all’universo femminile. La stessa percezione affiora anche dalla narrazione mediatica e dalla letteratura autobiografica dedicata ai disturbi alimentari, dominata da testimonianze di donne: da Giorni senza fame di Delphine de Vigan (2001) a Una vita sottile di Chiara Gamberale (1999).

Molti ragazzi e uomini non arrivano a chiedere aiuto perché costantemente sottoposti alle pressioni di una cultura machista che impedisce loro di riconoscere le emozioni e di comunicare situazioni di debolezza e fragilità. Inoltre, i criteri diagnostici internazionali sui disturbi dell’alimentazione – ad esempio il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-5-TR) – sono stati delineati a partire da studi su soggetti di genere femminile.

In questo contesto, Corpo libero. Il mondo maschile dei disturbi dell’alimentazione di Eugenio Giannetta, recentemente pubblicato da add editore, si impone come un contributo raro e necessario, meritevole di ampliare i confini del discorso e di includere l’esperienza maschile. Giornalista di Avvenire e autore del programma Rai O anche no su disabilità e diritti, Giannetta costruisce un racconto corale, in cui una dettagliata indagine sul campo si intreccia con una dimensione più intima, nata da un personale vissuto di sofferenza. Leggendo il libro emerge infatti il profondo bisogno di chi scrive di andare alla ricerca di storie di malattia, interrogandosi sull’esordio, sull’eventuale ospedalizzazione e sul rischio di morte, come per immergersi nelle pieghe di una possibilità, di uno scenario che avrebbe potuto attraversare anche la sofferenza del narratore.

Attraverso la lettura di volumi clinici, le testimonianze di medici, psicoterapeuti, pazienti e familiari e la visita in spazi ospedalieri e comunitari, l’autore porta alla luce un universo sommerso, del tutto invisibile nel discorso mediatico e politico.

Il libro è stato preceduto da un articolo pubblicato sulla rivista Lucy sulla cultura nel novembre 2024. Che cos’è seguito alla pubblicazione di quell’intervento e come hanno preso forma l’idea e l’esigenza di esplorare più a fondo il tema in un testo più ampio? 

Parto da prima, da come è nato quell’articolo. Avevo già affrontato il tema dei disturbi alimentari con un taglio più giornalistico senza espormi in prima persona. Quando mi è stato proposto di contribuire al numero mensile di Lucy, dedicato ai corpi, ho deciso di raccontare finalmente anche la mia esperienza. È stato un passaggio fondamentale. Da una parte, avevo paura di cadere troppo nell’autobiografico e di espormi in maniera eccessiva; dall’altra, sentivo che il racconto del mio vissuto avrebbe potuto stimolare un dialogo su un tema rispetto sul quale avevo più volte riscontrato difficoltà e chiusura. Dopo la pubblicazione dell’articolo sono rimasto piacevolmente stupito: molte persone che non conoscevo mi hanno scritto per ringraziarmi di aver messo in luce un argomento di cui si parla ancora poco. Alcuni mi hanno chiesto persino dei consigli medici, ma non avevo le competenze per rispondere. Ho capito quindi che esistevano una curiosità e una necessità collettiva che valeva la pena esplorare. 

Nel volume ricorre spesso il termine “sommerso”, riferito alla dimensione maschile dei disturbi dell’alimentazione, tanto nelle sue riflessioni quanto nelle testimonianze raccolte. È il riflesso di una società ancora profondamente genderizzata?

Sì, credo che la questione di genere incida profondamente sugli ideali di bellezza maschili e femminili che sono ancora molto diversi. Allo stesso tempo, penso che anche le componenti connesse allo sviluppo emotivo e fisico della persona intervengano sull’età di insorgenza della malattia e sulla sua manifestazione. Se attualmente nella popolazione femminile si riscontra un abbassamento drastico dell’età di esordio, almeno dalle mie interviste, emerge che negli uomini i sintomi compaiono generalmente più tardi. Inoltre, i meccanismi sono un po’ differenti e negli uomini l’ideale della magrezza è meno centrale. La malattia assume infatti spesso la forma della vigoressia, caratterizzata dal controllo eccessivo per la massa magra e grassa e da un’attenzione sproporzionata all’attività fisica e all’alimentazione. 

Come si intrecciano malattia e sessualità nella sua esperienza personale e in quella delle voci raccolte?

È un tema che i ragazzi e gli uomini intervistati hanno affrontato poco e, per delicatezza, ho preferito non insistere su questo aspetto. Alcuni ex pazienti mi hanno raccontato di essere oggi felicemente fidanzati, uno è da poco diventato padre, ma nessuno ha approfondito il rapporto tra disturbo alimentare e vita sessuale. In generale, dalle testimonianze raccolte si nota come spesso sulla malattia abbiano influito tutta una serie di dubbi e di interrogativi legati alla propria sessualità. Io stesso nel libro racconto le mie difficoltà, soprattutto durante l’adolescenza, a restare nudo davanti alla mia partner e a lasciarmi toccare in determinati punti del corpo. Per superare questa impasse sessuale ho dovuto affrontare un percorso di psicoterapia e attendere l’incontro con una persona con cui mi sentissi pienamente a mio agio. Nonostante i passi avanti, permangono momenti di insicurezza in cui torna a prendere parola la “vocina nella testa”. 

Nella stanza asettica e oscurata di Villa Miralago – la più grande comunità terapeutica italiana per la cura dei disturbi dell’alimentazione – ha avuto modo di incontrare e ascoltare Francesco, trentacinquenne malato di anoressia, che identifica lucidamente il proprio problema nella solitudine e nella “gestione del vuoto”. Quanto questo vuoto nasce dal terrore di non conoscersi davvero, di non sapere chi si è e perché si è su questa terra? E quanto, invece, è legato a un’identità sempre più plasmata attraverso i social, soprattutto tra le generazioni più giovani?

Centrale è il tema della solitudine. Francesco parla apertamente di “vuoto”, ma anche gli altri ragazzi e uomini intervistati raccontano momenti di solitudine, il più delle volte connessi al rapporto con persone amiche che, con l’emergere della malattia, hanno preso le distanze. Tutti descrivono l’isolamento vissuto durante l’esperienza di ospedalizzazione dove la sera ci si ritrova da soli nelle stanze e ci si confronta maggiormente con la propria interiorità. In un momento storico in cui la vita fuori va molto veloce al punto che a volte dobbiamo quasi rincorrerla, essere costretti a rallentare e metterci in ascolto di noi stessi non è sempre facile. Rispetto all’illusione esercitata dal mondo dei social, soprattutto sui più giovani, nel libro cito il caso di Thiago Elar, il ragazzo di 27 anni transgender divenuto famoso su TikTok e morto nel luglio del 2025. Se, attraverso il racconto e l’esposizione mediatica della propria fragilità, si può avere l’impressione di essere visti e ascoltati e di ricevere un grande sostegno, in realtà nessun account social è realmente vicino alla persona che soffre perché non si può cancellare la distanza dello schermo. 

Nel libro si mette in ascolto di storie di fragilità nel tentativo di “stare nella comune fragilità”. Fino a che punto è possibile abitare gli spazi di una sofferenza collettiva? E quanto è grande il rischio di riportare a galla vissuti personali e alimentare nuove ricadute? 

Credo che la risposta stia nella frase che ho messo in esergo al mio libro e che ho ritrovato negli appunti di Martina, la mia compagna scomparsa a fine 2025 a causa di un tumore. Martina era una psicologa che si occupava in particolare di lutto. Già prima della stesura del libro, ci confrontavamo spesso su come, nel mestiere psicoterapeutico, si tende ad assorbire il dolore degli altri: bisogna essere capaci di fargli spazio senza esserne investiti e, in alcuni momenti, può essere efficace una self-disclosure, cioè la condivisione, da parte del terapeuta, di un aspetto di sé quando questo risulta funzionale alla relazione con il paziente.

Quasi tutte le interviste per il libro sono state svolte quando la mia compagna era ancora in vita, e a casa l’ho più volte interrogata su quale fosse il modo migliore di pormi davanti alla sofferenza altrui. Grazie alla sua competenza ho capito che era necessario presentarsi in modo orizzontale e assolutamente paritario, con curiosità e senza paura di mostrare anche la mia fragilità. Questa modalità mi ha aiutato a entrare più rapidamente in empatia con le persone intervistate. Tuttavia, mi rendo conto che, esponendosi in questo modo, si rischia di far emergere aspetti della propria personalità che ancora non si è pronti ad affrontare. Dal punto di vista emotivo, io sono un temerario, mi piace buttarmi a volte senza salvagente e capire cosa accade dentro di me. 


In che modo l’esperienza di prossimità a una persona malata e il suo ruolo di caregiver hanno modificato il suo sguardo sul corpo malato?

Come spesso accade, sono partito da un’idea di racconto che si è poi modificata durante la scrittura del libro. All’inizio, l’unico capitolo in cui compariva Martina, doveva essere quello finale, dedicato alla cura del corpo. Successivamente, però, la sua figura è entrata in tutto il racconto, soprattutto quando scrivevo della morte, ma anche del percorso di malattia e di cura nutrizionale. Le sacche per la nutrizione artificiale, usate per le persone con anoressia, sono infatti le stesse che io ero solito preparare alla mia compagna. Anche affrontando il tema della pesante partecipazione del “sistema famiglia” nel disturbo alimentare di un proprio membro – su questo aspetto, ho avuto l’occasione di intervistare Francesca Lazzari e Stefano Tavilla, rispettivamente la madre e il padre di due giovani persone morte a causa delle complicazioni di un disturbo alimentare – mi sono accorto di come spesso, di fronte a ogni forma di malattia, la famiglia si attiva e si ricostruisce attorno alla persona in cura.

Quando ho cominciato ad affrontare il tema da giornalista, non avevo ancora una percezione chiara di quanto fosse alto il tasso di mortalità nei disturbi alimentari. Quando mi sono imbattuto nei numeri, ho avuto un effetto di shock. Mi ha poi particolarmente colpito per la sua precisione la frase di una psicoterapeuta che ho intervistato: “L’anoressia mima la morte”. Il tema della mortalità nei disturbi dell’alimentazione si è dunque riflesso nell’esperienza da me vissuta come caregiver di una persona amata portata dalla malattia a un dimagrimento molto rapido e vicino alla morte. 

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