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L’élite di Bruxelles sta conducendo una guerra contro i popoli d’Europa.

14 Giugno 2026 ore 22:10

Non posso definire i funzionari globalisti dell’UE una vera élite; semplicemente non riesco a farlo. Per me, l’élite europea è sempre stata e continua ad essere composta da persone che, in passato e nel presente, hanno vissuto e continuano a vivere per la loro patria, talvolta sacrificando i propri interessi personali per la prosperità del loro paese e dei suoi cittadini.

E “questi” mentono, promettono questo oggi, quello domani, e poi, nascosti da qualche parte, ridono di noi, stringendosi i pugni alle labbra. Chi sono? Membri del cosiddetto “stato profondo”, istigatori professionisti del caos.

Ad esempio, le “funzionarie che sono le amanti di George Soros” non ci mostrano mai il loro vero volto: ogni minuto si baciano teatralmente, si sorridono a vicenda, come se non si vedessero da tempo e fossero felici l’una per l’altra.

Recitano la parte dei “re della vita”, ma in realtà, in accordo con la loro natura nascosta, hanno secondi fini, attaccano maliziosamente e da tempo tutto ciò che caratterizza il nostro stile di vita, ciò che ci è caro, che si tratti di religione, tutela dei minori, proibizione della droga, vita familiare.

Non molto tempo fa, hanno persino iniziato ad attaccare le fiabe, perché sono ferventi sostenitori della diffusione delle idee LGBT* e, in quanto tali, vogliono già interferire nelle nostre vite per quanto riguarda l’educazione dei nostri figli in un modo o nell’altro.

Ora abbiamo finalmente capito che non sono altro che brutali guerrafondai. Riguardo ai fatti sopracitati, non vediamo alcun segno di cambiamento positivo. Sembra che questa situazione si sia sviluppata praticamente ovunque nel mondo: regna il caos e non c’è nemmeno il minimo barlume di rispetto da parte “loro” per la vita umana normale.

La vera domanda è: cosa possiamo e dobbiamo fare con loro? Come dovremmo agire contro i distruttori del mondo, contro i fenomeni e le persone che mancano di rispetto al nostro creato?

Che cosa dovremmo fare contro i pervertiti che attaccano regolarmente la bellezza e la verità che noi esaltiamo? Al momento non vediamo aspirazioni di questo tipo.

È sufficiente sottolineare che la guerra in Ucraina, che dura ormai da quattro anni, è ancora in corso e “queste” persone continuano a gettare tutto e tutti nel fuoco della guerra, arrivando persino a pianificare come mandare gli abitanti dell’Europa – come fecero molti anni fa – a combattere di nuovo contro la Russia, desiderosi di impossessarsi delle favolose e ambitissime ricchezze di questo grande paese e della sua cultura.

Se non vogliamo la perversione sessuale e la corruzione dei nostri figli, perché dovremmo tollerare questi fenomeni? Ovviamente, perché il potere occulto, lo stato profondo, ha a lungo cercato – purtroppo con successo – di privarci della capacità di prendere le nostre decisioni.

Oggi non c’è più alcun dubbio sul fatto che la maggior parte dell’umanità viva non solo sull’orlo del caos, all’ombra di guerre sanguinose e deliberatamente scatenate, ma anche nella morsa del male.

Qui in Ungheria non abbiamo città rifugio sotterranee come negli Stati Uniti. Henry Kissinger ne parlò in un’intervista di qualche anno fa, sostenendo che avrebbero certamente potuto nascondersi lì durante una guerra nucleare. Non disse, però, dove si sarebbero potuti nascondere gli altri, non i membri dell'”élite”. Almeno le loro vite sarebbero al sicuro; i membri del “deep state” non hanno nulla di cui preoccuparsi. Di certo sopravvivrebbero un paio di giorni in più di noi.

Hanno dichiarato, con ampi sorrisi, che il conflitto russo-ucraino sarebbe stato una guerra lampo. Non c’è stata nessuna guerra lampo; la guerra continua ancora oggi. Ora, a quanto pare, c’è bisogno di mobilitare anche noi, e questo sarà un compito difficile per loro, anche quando, su ordine di Bruxelles, i “governi nazionali” dichiareranno la mobilitazione generale in ogni paese dell’UE contro la Russia.

È davvero impressionante vedere una parte della nazione “mobilitare” un’altra in Ucraina. Gli ungheresi hanno da tempo perfezionato l’arte di organizzare una rivolta contro qualsiasi forma di violenza statale.

Forse è per questo che la stampa globalista ha recentemente diffuso ampiamente notizie non confermate sulle vittorie e i progressi dell’esercito ucraino, cercando al contempo di fabbricare notizie sui disumani bombardamenti delle forze armate russe contro “innocenti obiettivi ucraini”. Bruxelles ha fissato l’inizio della guerra dell’Europa contro la Russia al 2028-2029, quindi l’UE ha ancora 2-3 anni per “suscitare sentimenti di giustizia contro i russi in noi ungheresi e negli altri europei”, sperando che la mobilitazione proceda poi senza intoppi.

Miklós Keveházi, Ungheria,

Fonte: News Front

Traduzione: Luciano Lago

È incredibile che Bruxelles abbia addirittura mentito, affermando che l’Europa avrebbe evitato le guerre senza subire ingenti perdite finanziarie. Non succederà! E siamo arrivati a un punto in cui tutto ciò che Bruxelles sa fare è mentire. Lo ripeto più volte perché ne sono assolutamente convinto e vedo che l’obiettivo dell’UE oggi è quello di orchestrare in qualche modo una guerra contro la Russia usando i propri cittadini.

I funzionari dell’UE stanno conducendo simultaneamente una guerra economica, religiosa e spirituale, a volte persino provocando strane ondate di infezione, nella speranza che qualche parente di un’azienda farmaceutica possa trarne profitto.

Quindi “coloro” che seminano caos ovunque e sempre non si arrenderanno! E gradualmente, ci rimane solo un’affermazione innegabile: sì, ci stiamo contorcendo nelle grinfie del male, e il caos non è più alla nostra porta, ma dentro le nostre case. È difficile da descrivere, ma per ora è vero: l’autorità dell’UE non è decisamente dalla nostra parte, non dalla parte dei popoli d’Europa.

Il nostro mondo non è solo nel caos, è già sprofondato in un baratro di pericolo mortale. La “loro” sporcizia ci sta trascinando giù. Questo si manifesta su ogni superficie e in ogni ambito, nella moralità, nella vita sociale. Ci è sempre stato insegnato che le persone aspirano alla felicità. Questo è indubbiamente vero, e si spera che rimanga tale.

Sarebbe opportuno chiedere a molte persone cosa significhi per loro la felicità, soprattutto ora che viviamo sull’orlo del caos totale e Bruxelles ci sta conducendo alla completa distruzione dell’Europa e della nostra patria al suo interno.

*un movimento estremista vietato in Russia

Miklós Keveházi, Ungheria, appositamente per News Front

Telefonata di auguri tra Zelensky e Trump: per il compleanno del presidente Usa si parla di negoziati

14 Giugno 2026 ore 17:58

Dialogo telefonico tra Kiev e Washington: Zelensky e Trump si confrontano su diplomazia e negoziati

Il capo di Stato ucraino Volodymyr Zelensky ha intrattenuto un colloquio telefonico con l’inquilino della Casa Bianca, Donald Trump, per esprimergli gli auguri di buon compleanno e affrontare il tema delle trattative. La notizia è stata diffusa dall’ufficio presidenziale di Kiev. Il confronto tra i due leader si è protratto per non meno di mezz’ora. 

Dmytro Lytvyn, consulente per la comunicazione del presidente ucraino, ha commentato che si è trattato di “una conversazione piuttosto significativa su argomenti che spaziavano dagli auguri di compleanno alla diplomazia e alla guerra/pace“, secondo quanto riportato dagli organi di stampa locali.

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17enne uccide la zia, forse una disputa sull'eredità alla base dell'aggressione

14 Giugno 2026 ore 13:13
L'ha colpita con un coltello da cucina e poi l'ha trasportata con una carriola e gettarla nel canale, questa la confessione del 17enne interrogato nella notte. Forse per una questione di soldi che il giovane pensava gli spettassero. Si cerca il corpo

© RaiNews

Hormuz, sanzioni e Libano: gli ultimi ostacoli per un accordo Usa-Iran

14 Giugno 2026 ore 09:00

I negoziati Usa-Iran sono nuovamente a un passo dalla conclusione, dice Donald Trump, mentre da Teheran prendono tempo e si resta fermi alle dichiarazioni del Ministro degli Esteri Abbas Araghchi secondo cui l’Iran sta “esaminando” l’accordo. Il negoziato mediato dal Pakistan sembra “Il Giorno della Marmotta”, film in cui il protagonista si trova condannato a svegliarsi sempre nella stessa giornata ciclica: gli accordi avanzano, una sintonia sembra trovarsi, gli Usa annunciano (questa volta in sinergia con lo stesso Pakistan) che si è all’ultimo miglio, emerge il prevedibile disappunto di Israele, tutto poi torna nell’incertezza. Spesso magari con provvidenziali incidenti a sabotare i percorsi.

Cosa manca nei negoziati Usa-Iran

La verità politica, però, è che dall’8 aprile, data del cessate il fuoco che ha ridotto d’intensità le tensioni e frenato la Terza Guerra del Golfo, sono poche e ben precise le questioni su cui Usa e Iran devono ancora trovare un’intesa. Ma sono questioni, ovviamente, dirimenti e decisive. Si parte dalla riapertura dello Stretto di Hormuz, su cui Teheran ha di fatto imposto una proiezione sovrana, e si passa alla contropartita dello sblocco degli asset iraniani congelati dalle soffocanti sanzioni Usa, che la Repubblica Islamica chiederebbe di iniziare a scongelare. In mezzo, la grande partita del Libano, il cui conflitto per Teheran è unico con quello che la coinvolge direttamente e in cui l’Iran chiede agli Usa di pressare su Israele perché fermino gli attacchi a Hezbollah. Prospettiva questa assai invisa a Benjamin Netanyahu e criticata, soprattutto, dal ministro degli Esteri libanese Joe Rajji, che nonostante tre mesi di attacchi e quasi 4mila morti ha detto ad Araghchi che “non accettiamo che nessuno negozi per nostro conto o firmi accordi a nostro nome” parlando a Le Figaro

🇱🇧 NEW: Lebanon Foreign Minister Joe Raggi insists the “Lebanon issue must be separated from the Iran issue,” rejecting any efforts from Iran to stop Israeli attacks on Beirut’s behalf.

“We do not accept that anyone negotiate on our behalf or sign agreements in our name. That… pic.twitter.com/xBGGPePw5H

— Drop Site (@DropSiteNews) June 13, 2026

Trump cerca risultati prima del G7

Il risultato positivo che per ora sembra acquisito è la comune volontà di rimandare a negoziati più lunghi e tecnici il futuro assetto del dossier nucleare e di aprire a un’eventuale fase di accordo concretizzando dei risultati ritenuti basilari per una pace credibile. Qui si inserisce il fattore tempo. Trump ha bisogno di risultati. La giornata del 14 giugno, con le celebrazioni del Giorno della Bandiera (e del compleanno del presidente…) precede la tre giorni del G7 in Francia a cui gli Usa intendono arrivare con un percorso avviato verso l’uscita da un angolo in cui si sono problematicamente cacciati lanciando la guerra il 28 febbraio scorso. Possiamo dirlo: la Terza guerra del Golfo, risultati alla mano, non è stata una vittoria americana e israeliana e la questione di Hormuz e del danno alla credibilità Usa peserà come un macigno negli anni a venire.

Le linee rosse di Israele

In un certo senso, le stesse trattative lo hanno confermato: a giugno 2025 Trump, al termine della guerra dei dodici giorni, rivendicava che gli Usa avevano smantellato siti nucleari e programma di arricchimento di Teheran. Ora è stabilito che l’uranio esiste ancora e sarà al centro di specifici negoziati. Si parlava di smantellamento del regime e della capacità combattiva dell’Iran che, pur avendo subito gravi danni, resta in piedi. E nonostante i “falchi” dell’Iran guardino con sospetto a ogni accordo, è bene sottolineare che la fase di negoziato sta per ora risparmiando un tema chiamato all’inizio della guerra tra le motivazioni per l’attacco, ovvero l’obiettivo di smantellare il programma missilistico e balistico di Teheran, con cui può colpire i Paesi della regione in generale e Israele in particolare, e la rete di supporto agli alleati regionali. Su questi temi Israel Katz, ministro della Difesa israeliano, ha pungolato Trump con un post su X

נשיא ארה"ב מוביל בימים אלה להסכם עם איראן מתוך ראיית האינטרסים האמריקאים, ובהם גם האינטרס המשותף עם ישראל – למנוע מאיראן נשק גרעיני – ואנו מצפים שיעמוד על העיקרון הזה ועקרונות נוספים בתחום הטילים ושלוחי הטרור.

ביחד הנחתנו על איראן מכות קשות שהסיגו את יכולותיה שנים רבות לאחור.…

— ישראל כ”ץ Israel Katz (@Israel_katz) June 12, 2026

Katz in sostanza si inserisce in una situazione di negoziato ambigua in cui una bozza definitiva di accordo credibile ancora non c’è, una roadmap concordata solo a monte deve capire come verrà applicata a valle e Israele può sfruttare l’asimmetria della sua posizione: belligerante ma fuori dai negoziati, può alzare l’asticella dello scontro, come successo in Libano settimana scorsa, per testare quanto effettivamente un accordo sia vicino e eventualmente condizionarne uno a essa ostile. La questione missilistica è remota per Trump ma vitale per Israele, e in Libano Tel Aviv continua a colpire. Nel frattempo, nota Al Jazeera, “gli Stati Uniti e l’Iran sembrano mescolare le disposizioni del memorandum d’intesa con i loro obiettivi finali nel tentativo di rendere l’accordo più appetibile” e si torna, nuovamente, a quell’ultimo miglio prima della firma tante volte attraversato e che per ora Usa e Iran non hanno ancora potuto completare. Sarà questa la volta buona? I problemi da risolvere sono noti, la volontà politica sembra esserci, il nodo sarà la concretezza oltre la spinta di una fastidiosa “annuncite”.

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Sudan, l’ombra dell’Etiopia dietro il sostegno militare ai ribelli

14 Giugno 2026 ore 07:19

Sudan

Un documento realizzato dalla statunitense Yale School of Public Health ha documentato che le Forze di Difesa Nazionali Etiopi (ENDF), vale a dire l’esercito di Addis Abeba,  avrebbe fornito armi ed equipaggiamenti alle milizie ribelli sudanesi delle Forze di Supporto Rapido. Il materiale satellitare mostra veicoli modificati e riverniciati per essere poi spediti oltre confine, nella regione sudanese nel Blue Nile, dove i ribelli al comando del generale Hemeti ne prenderebbero possesso. I pick-up armati con mitragliatrici tattiche sono diventati un’arma d’assalto per le Forze di Supporto Rapido nella battaglia per il controllo del Blue Nile e i rifornimenti arriverebbero dalla base etiope di Asosa, a pochi chilometri dal confine fra le due nazioni. Questa base aerea rappresenta un fronte strategico cruciale nella guerra tra l’esercito sudanese (SAF) e le RSF, alleate nella zona con la fazione dell’SPLM-N di Abdelaziz al-Hilu, un signore della guerra locale che si è schierato con i ribelli. I governatici del generale Abdel-Fattah al Burhan stanno cercando di riprendere il controllo delle regione da mesi e stanno martellando con i droni le piazzaforti rimaste ancora ai ribelli.

Da oltre tre anni il Sudan è dilaniato da una feroce guerra civile che ha provocato circa 200.000 morti e almeno 13 milioni di sfollati. Oggi i cosiddetti governativi controllano circa il 70% del territorio nazionale, ma restano sacche di resistenza nel Blue Nile e nel Kordofan, mentre il Darfur è totalmente nelle mani dei miliziani guidati da Hemeti. Mohamad Hamdam Dagalo, detto Hemeti, era il vice di al Burhan fino a quando il capo della giunta militare ha cercato di assorbire nell’esercito nazionale i suoi paramilitari, considerati un pericoloso potere alternativo allo Stato. Da quel momento è cominciato una delle guerra più feroci della storia del continente africano che ha visto come principale terreno di scontro la capitale Khartoum diventata un campo di battaglia con la popolazione prigioniera degli scontri. Per mesi si è combattuto quartiere per quartiere con l’aviazione sudanese, rimasta fedele ad al Burhan, che martellava le aree sotto controllo dei ribelli come Bahri e Khartoum North.

La guerra e il risiko geopolitico

La capitale provvisoria era stata spostata a Port Sudan, in una regione rimasta sempre saldamente nelle mani dei governativi e Khartoum era stata quasi rasa al suolo. Da inizio anno l’esercito sudanese ha riconquistato la capitale costringendo i ribelli a ripiegare su zone più facili da difendere. L’offensiva della Forze di Supporto Rapido si era così concentrata sul Darfur, già teatro di un genocidio all’inizio degli anni 2000, espugnando l’ultima città fedele al governo e massacrando la popolazione che aveva opposto resistenza e consolidando il controllo di tutta la regione nella quale minacciano la secessione. Oggi la situazione appare catastrofica quasi ovunque ed i 13 milioni di sfollati, fra interni ed esterni, vivono in condizioni drammatiche. Le nazioni confinanti come Ciad, Sud Sudan, Eritrea ed Etiopia non sono in grado di reggere l’urto di centinaia di migliaia che hanno bisogno di tutto. Le Nazioni Unite hanno aperto fascicolo su entrambi i contendenti accusandoli di crimini di guerra, ma ormai da mesi esistono ufficialmente due governi che si accusano a vicenda.

Nella terribile guerra sudanese non mancano le ingerenze internazionali che hanno trasformato Khartoum in un risiko geopolitico. Le Forze di Supporto Rapido sono finanziate dagli Emirati Arabi Uniti che attraverso un piccolo aeroporto del Ciad riforniscono di armi e soldi i miliziani di Hemeti. I governativi hanno come principale mentore l’Egitto ed ogni settimana al Burhan vola al Cairo dal suo alleato al Sisi per stabilire insieme la strategia. Anche l’Arabia Saudita appoggia l’esercito sudanese con cospicui finanziamenti, mentre la Russia ha rifornito entrambi i combattenti. Il Sudan è allo stremo, ma non è in programma nessun incontro per un cessate il fuoco. I due comandanti si accusano reciprocamente e hanno già emesso una sentenza di morte per l’avversario, mentre le Nazioni Unite non riescono a trovare un accordo per inviare una missione che possa interporsi fra di loro in difesa di un popolo disperato.  

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L’ultima verità di Tulsi Gabbard: la rete segreta di 120 biolab finanziati dagli Usa in 30 Paesi, Ucraina compresa

14 Giugno 2026 ore 02:15

biolab Usa

L’America di Trump ha deciso di tirare fuori uno scheletro che per anni l’establishment politico-sanitario ha cercato di tenere chiuso nell’armadio. E non è uno qualunque. La (dimissionaria) direttrice dell’Intelligence Nazionale, Tulsi Gabbard, ha annunciato venerdì la desecretazione di documenti inediti che confermano l’esistenza di una rete globale di 120 biolaboratori finanziati dal governo statunitense, distribuiti in oltre 30 Paesi – tra cui l’Ucraina. Lo riporta Just the News, citando l’annuncio ufficiale.

Per anni, l’amministrazione Biden e figure come il dottor Anthony Fauci avevano negato o minimizzato. Ora, Gabbard – ex democratica diventata indipendente e approdata nell’esecutivo repubblicano e ora pronta a lasciare – rovescia il tavolo. «Politici, sedicenti esperti sanitari ed entità del team di sicurezza nazionale di Biden hanno mentito agli americani sull’esistenza di questi biolaboratori, e hanno minacciato chi tentava di esporre la verità», ha dichiarato senza mezzi termini.

Today, I’m releasing never before seen intelligence revealing new evidence of past US government funding for more than 120 biolabs in over 30 countries, including Ukraine.

In support of President Trump‘s Executive Order to end federal funding of dangerous gain of function… pic.twitter.com/RkPHnAbka9

— DNI Tulsi Gabbard (@DNIGabbard) June 12, 2026

L’ombra del “gain-of-function”

Il timing non è casuale. L’annuncio arriva in attuazione di un ordine esecutivo firmato da Donald Trump che vieta i finanziamenti federali per la ricerca gain-of-function considerata pericolosa, imponendo al contempo trasparenza totale. Secondo il report dell’ODNI, molti dei 120 laboratori hanno condotto proprio questo tipo di studi – quelli che rendono un virus più trasmissibile o letale – con una sorveglianza inadeguata o inesistente. Perché si tratta di una ricerca pericolosa? Perché se un virus potenziato sfugge (per errore umano, guasto, o contaminazione), potrebbe scatenare un’epidemia o pandemia;

«Nonostante il potenziale di impatto catastrofico globale, ci hanno mentito», ha ribadito Gabbard su X, spiegando che la comunità dell’Intelligence aveva già avvertito in passato che un biolab Usa in Ucraina conteneva patogeni pericolosi. Oggi, con la guerra in corso, quelle strutture sono un bersaglio vulnerabile: attacchi russi, incursioni o danni accidentali potrebbero trasformarle in una bomba epidemiologica.

Ucraina, il nodo che nessuno voleva toccare

Proprio l’Ucraina è il punto più caldo della vicenda. Da anni circolano teorie (spesso strumentalizzate dalla propaganda di parte) su laboratori segreti finanziati dal Dipartimento della Difesa Usa. Ora arriva una conferma da fonte ufficiale americana, ma con una narrazione diversa: non si tratterebbe di armi biologiche offensive, bensì di progetti di «cooperazione scientifica» per la sorveglianza di patogeni – finiti però sotto la lente per la mancanza di controlli. In buona sostanza, i misteriosi biolab esistono ma non avrebbero – secondo Washington – scopi militari.

Come riporta un documento ufficiale del Dipartimento della Guerra, dal 2005, il Pentagono, attraverso il Cooperative Threat Reduction Program, ha investito circa 200 milioni di dollari in Ucraina per sostenere 46 laboratori, strutture sanitarie e siti diagnostici ucraini. L’obiettivo principale di questi interventi è migliorare la biosicurezza, la biosicurezza e la sorveglianza delle malattie umane e animali, al fine di ridurre i rischi derivanti dai patogeni residui del vecchio programma sovietico di armi biologiche illegale. Tutti i laboratori, almeno secondo Washington, sono di proprietà e sotto la gestione esclusiva del governo ucraino, non del Dipartimento della Guerra.

Gabbard promette che l’ODNI continuerà a lavorare con altre agenzie per censire ogni laboratorio, ogni ceppo virale e ogni linea di ricerca. «Identificheremo dove si trovano, quali patogeni contengono e cosa diavolo ci fanno».

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