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Un flop per gli Usa, un disastro per Israele: l’eredità della guerra con l’Iran che ha cambiato il Medio Oriente

15 Giugno 2026 ore 10:16

Trump e il fine guerra: c'è da fidarsi?

Mentre si parla di cosa succederà dopo il 19 giugno, giorno della firma dell’accordo di pace tra Usa e Repubblica Islamica, è possibile delineare un primo perimetro e fare un bilancio di quanto successo in un conflitto che è durato oltre cento giorni, pur con la coda di un lungo cessate il fuoco, e ha cambiato il volto del Medio Oriente e della sicurezza regionale. In un concetto si può dire che l’Iran non perde, gli Usa fanno flop, Israele subisce un vero e proprio disastro. Nonostante un attacco violento alla propria leadership militare e politica, raid di decapitazione che hanno eliminato la Guida Suprema Ali Khamenei e molti alti papaveri del regime, un duro colpo alle infrastrutture, una crisi economica sempre più mordente e la prospettiva di un rimescolamento dei rapporti di forza a favore dei Pasdaran dopo il conflitto, l’Iran si è trovato nella prospettiva di veder reggere la struttura dello Stato e di costruire sul campo un nuovo sistema dopo la fine dell’era dell’Ayatollah.

Per l’Iran non affondare equivale, sostanzialmente, a cantare vittoria di fronte al fatto che gli obiettivi dei suoi nemici erano quantomeno massimalisti. Per gli Usa si trattava di danneggiare la capacità militare di Teheran e, soprattutto, di colpire la Repubblica Islamica per condizionare gli approvvigionamenti energetici della Cina e delle altre maggiori economie concorrenti, mentre per Israele il bersaglio era nientemeno che la fine stessa della Repubblica Islamica, da perseguire tramite crollo del regime, incentivo a una guerra civile, frammentazione territoriale del Paese. Alla prova dei fatti, Washington ha fatto flop, specie considerato il fatto che dovrà trattare per veder riaperto lo Stretto di Hormuz, mentre a Tel Aviv è andata ancora peggio.

Netanyahu e Trump, indizi di crisi

Israele ha colpito duramente l’Iran, ma due guerre nel giro di un anno, a giugno 2025 e a febbraio-aprile 2026, non hanno conseguito alcuno degli obiettivi agognati dal primo ministro Benjamin Netanyahu. Non è riuscito il sostegno tramite raid aerei e missilistici alle forze interessate a cambiare il regime in Iran; la posizione della leadership della Repubblica Islamica si è orientata verso la risposta a oltranza, e questo ha creato anche dei battibecchi tra Tel Aviv e molti partner regionali, specie nel mondo arabo, allontanando l’ipotesi di estensione degli Accordi di Abramo; il Libano, teatro sostanziale di pertinenza di Tel Aviv, è stato dall’Iran, con il sostegno implicito di Donald Trump, ricompreso nel perimetro di pace. A tal proposito, Trita Parsi del Quincy Institute commentava ieri che “Netanyahu sta anche cercando di prevenire il tentativo dell’Iran di stabilire una nuova equazione di deterrenza regionale, in cui gli attacchi a Beirut, e potenzialmente al Libano innescherebbero una risposta iraniana diretta contro Israele”.

Infine, Teheran si è vista non completamente isolata: l’azione di Paesi come Pakistan, Qatar e, sullo sfondo, Turchia per accelerare la fine della guerra ha mostrato l’emersione di un campo di Stati preoccupati dalle conseguenze delle guerre infinite di Israele. Per Netanyahu sarà dura, ora, presentare successi concreti in vista del prossimo appuntamento elettorale, decisivo per la sua permanenza al potere. L’ex premier Yair Lapid ha definito l’ipotesi di accordo “uno dei fallimenti più clamorosi della politica estera e di sicurezza di Israele”.

Il New York Times rileva che l’assenza di Tel Aviv dal negoziato ha impedito a Israele di spuntare concessioni, mentre Danny Citrinowicz dell’Institute for National Security Studies (Inss) della Tel Aviv University mette in guardia il governo dal compiere azioni sabotatrici di un eventuale accordo: “Più Washington si convincerà che Israele stia agendo per sabotare l’accordo o ritardarne l’attuazione, più crescerà la tensione con l’amministrazione”, ha scritto, aggiungendo che “i tentativi israeliani di danneggiare il processo diplomatico non sono solo una mossa contro l’Iran; potrebbero rapidamente trasformarsi in uno scontro diretto con la Casa Bianca stessa”. Per gli Usa cavarsi d’impaccio era diventato un obiettivo in quanto tale per rimediare i danni del conflitto, per Tel Aviv il rischio di un disastro securitario è palese. E per Netanyahu è forse l’ora più critica da quando, trent’anni fa, prese per la prima volta il potere in Israele. Non a caso, secondo Ynet, avrebbe detto a Trump che, comunque vada, Tel Aviv non si ritirerà dal Libano. Una potenziale conferma dei dubbi che Citrinowicz instilla sulla lucidità strategica di un leader in difficoltà.

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In dialogo con Alissa Pavia: l’evoluzione delle relazioni tra Turchia e Arabia Saudita nei nuovi equilibri regionali. 

15 Giugno 2026 ore 07:00

Alissa Pavia è Nonresident Senior Fellow presso il programma Middle East dell’Atlantic Council, Research Program Leader del Centro Studi Geopolitica.info e Junior Fellow di Aspen Institute Italia. Ha lavorato per cinque anni presso l’Atlantic Council a Washington D.C., dove ha codiretto il programma Nord Africa e si è occupata principalmente di sicurezza nel Mediterraneo allargato, dinamiche politico-strategiche nordafricane, competizione tra grandi potenze e implicazioni per gli interessi euro-atlantici. In precedenza ha maturato esperienze presso l’Assemblea Parlamentare della NATO, le Nazioni Unite e l’European Foundation for Democracy. È laureata in Scienze Internazionali e Istituzioni Europee presso l’Università degli Studi di Milano e ha conseguito una laurea magistrale alla Johns Hopkins University – School of Advanced International Studies (SAIS). Attualmente sta completando un secondo master in Middle East Policy Studies presso il Washington Institute. 

Il tema centrale dell’intervista è l’evoluzione delle relazioni tra Arabia Saudita e Turchia, attualmente interessate da un significativo processo di trasformazione e riavvicinamento. L’analisi prende in esame diversi aspetti di questo rapporto, a partire dall’impatto del conflitto in Iran e dalle sue ripercussioni sugli equilibri regionali. Successivamente, l’attenzione si concentra sull’evoluzione delle relazioni turco-saudite alla luce del dossier libico e delle dinamiche che coinvolgono anche gli Emirati Arabi Uniti. L’intervista, inoltre, approfondisce il ruolo degli Stati Uniti nei rapporti tra Turchia, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti e viene evidenziato il peso della strategia americana negli attuali processi di riallineamento regionale. 

Come sono cambiate le relazioni tra Arabia Saudita e Turchia negli ultimi anni alla luce dell’ascesa dell’Iran come attore regionale e delle recenti tensioni in Medio Oriente? E in che misura la percezione della minaccia iraniana ha favorito il riavvicinamento tra Ankara e Riad, nonostante le profonde divergenze che avevano caratterizzato i loro rapporti dopo le Primavere arabe?

L’Arabia Saudita e la Turchia si stanno muovendo con grande cautela sulla questione iraniana. Hanno priorità diverse: la Turchia considera prioritaria la stabilità regionale e il mantenimento di un Iran quanto più stabile possibile, perché un collasso del regime comporterebbe un forte aumento di rifugiati verso il suo territorio. Per Riyad, invece, l’obiettivo principale è la caduta del regime attuale. Detto questo, la situazione attuale – con la chiusura dello Stretto di Hormuz e la strategia attuale americana (un engagement di media intensità invece di un intervento deciso stile Iraq 2003) – riduce il livello di sicurezza percepita dall’Arabia Saudita. 

Esiste comunque una convergenza strategica importante: sia Ankara che Riyad hanno interesse a contenere l’Iran. Nessuno dei due vuole un Iran nucleare. Anche nel caso in cui il regime iraniano non dovesse cadere, i leader turco e saudita convergono sulla necessità di limitarne l’influenza regionale e le sue capacità militari.

Tuttavia, è ancora troppo presto per definire chiaramente quale ruolo abbia avuto e avrà la guerra in Iran nel riavvicinamento tra Riyad e Ankara. Riyad rimane fortemente dipendente dagli Stati Uniti per la propria sicurezza, ma si sta aprendo alla possibilità di una maggiore convergenza nel settore della difesa con la Turchia, grande esportatrice di droni.

Turchia e Arabia Saudita hanno sostenuto schieramenti diversi nel conflitto libico, ma negli ultimi anni le loro relazioni bilaterali sono migliorate sensibilmente. In che modo questo riavvicinamento tra Ankara e Riyad si riflette sulle dinamiche del rapporto tra Turchia ed Emirati Arabi Uniti in Libia?

In Libia, Arabia Saudita e Turchia risultano sempre più allineati. Se in passato seguivano traiettorie opposte – con Ankara che sosteneva il governo di Tripoli ad ovest e Riyad che appoggiava Haftar e l’est – negli ultimi anni Riyad si è progressivamente spostato verso l’ovest. Questa mossa, però, non è stata determinata dal riavvicinamento con la Turchia, bensì dal fatto che i sauditi non puntano più su Haftar. Riyad e Abu Dhabi si trovano su fronti opposti in Libia, così come accade in Sudan e Yemen. Ankara sta cercando di mantenere un equilibrio strategico tra i due Paesi del Golfo: da un lato non può permettersi di alienare gli Emirati Arabi Uniti, con i quali ha importanti interessi economici e di integrazione regionale; dall’altro mostra un allineamento maggiore con Riyad. La ragione di fondo è che Turchia e Arabia Saudita condividono una visione simile sulla Libia: entrambe preferiscono il rafforzamento del potere centrale per garantire stabilità nel Paese. Gli Emirati, al contrario, puntano maggiormente sulla frammentazione regionale. Recentemente la Turchia si sta esponendo anche sul fronte orientale: sono stati individuati droni turchi nelle zone controllate da Haftar, segnale di un parziale riavvicinamento tra Ankara ed Haftar motivato soprattutto da interessi economici ed energetici, in particolare il mantenimento del corridoio energetico tra Libia e Turchia. Questo movimento ha favorito anche un parziale riallineamento con gli Emirati. Tuttavia, Ankara manterrà probabilmente una certa distanza da Abu Dhabi in Libia, privilegiando il rapporto con Riyad. I due Paesi condividono una visione più simile sulla stabilità regionale e, rifacendosi entrambi a buoni rapporti con l’amministrazione Trump, la Turchia considera l’Arabia Saudita un polo più forte e strategico rispetto agli Emirati nell’orbita americana.

In che modo il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca sta influenzando le relazioni tra Turchia, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti? Quali sono gli interessi strategici degli Stati Uniti nella regione e come si riflettono sulle dinamiche di cooperazione e competizione tra questi attori regionali?

L’amministrazione Trump ha un impatto decisamente positivo sulle dinamiche tra questi Paesi. A differenza di Biden, che aveva assunto posizioni molto antagoniste nei confronti dell’Arabia Saudita, Trump è vicino sia a Mohammed bin Salman che a Recep Tayyip Erdoğan. L’interesse strategico americano è chiaro: Washington vuole partner forti e affidabili nella regione, capaci di condividere responsabilità di sicurezza. Gli USA perseguono una linea di disimpegno militare parziale, ma mantengono un forte impegno diplomatico e politico. L’obiettivo è coltivare rapporti solidi con potenze stabili ed emergenti, anche a costo di qualche screzio con alleati tradizionali come Israele.

Sia la Turchia che l’Arabia Saudita auspicano il mantenimento di una presenza americana nella regione, ritenendola essenziale per la stabilità, soprattutto come deterrente nei confronti dell’Iran. 

Sul fronte turco, la questione curda ha visto un parziale miglioramento grazie all’accordo mediato dagli americani con i siriani (in particolare dell’inviato statunitense Tom Barrack, ambasciatore in Turchia), che ha escluso le milizie curde siriane da alcuni equilibri di potere: un esito visto positivamente da Erdoğan.

Gli Stati Uniti mantengono rapporti molto forti con gli Emirati Arabi Uniti, ma stanno privilegiando chiaramente il rapporto con Riyad. Questo approccio riflette anche fattori personali: l’Arabia Saudita fu il primo Paese visitato da Trump nel suo primo mandato e la famiglia Trump ha importanti investimenti nel Regno. Nonostante ciò, Washington evita di inserirsi nelle tensioni tra Riyad e Abu Dhabi. 

Riyad e Abu Dhabi, da parte loro, fingono pubblicamente che non esistano problemi tra loro e non chiedono agli USA di prendere posizione ufficiale, consapevoli che Washington non vorrebbe, né potrebbe, scegliere apertamente una parte.

Iran-Usa, l’accordo di pace è realtà: Hormuz riapre, deroga al greggio di Teheran, poi colloqui sul nucleare

15 Giugno 2026 ore 05:23

Dopo oltre due mesi, il cessate il fuoco diventa accordo di pace: Usa e Iran hanno concordato di porre fine alla Terza guerra del Golfo e il prossimo 19 giugno a Ginevra formalizzeranno un’intesa di cui si vedono già i profili chiari. Sulla base del patto mediato da Qatar e Pakistan riaprirà lo Stretto di Hormuz, con l’Iran che si impegna a sminarlo nei primi 30 giorni e a non imporre pedaggi per 60 giorni; in quei 60 giorni, l’Iran avrà una temporanea esenzione sulle sanzioni che colpiscono il petrolio, ci sarà un cessate il fuoco esteso al Libano e dopo la fase iniziale partirà un dialogo a tutto campo per capire come sviluppare la principale partita, quella sulle scorte di uranio arricchito della Repubblica Islamica.

Le vie del negoziato

Se confermate, le disposizioni dell’accordo che sarà concluso dal vicepresidente Usa J.D. Vance da un lato e dal ministro degli Esteri Abbas Araghchi e dal presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf dall’altro, apriranno inoltre al mutuo riconoscimento della sovranità dei due Paesi e quindi al ristabilimento sostanziale di relazioni diplomatiche congelate dal 1979. Un passaggio fondamentale che per il presidente Usa Donald Trump si dovrebbe accompagnare a una ripresa dei flussi energetici globali e per l’Iran a una rivendicazione di un successo sostanziale nella Terza guerra del Golfo: quello nella battaglia per la sopravvivenza.

Dal 28 febbraio, giorno dell’attacco israelo-americano, l’Iran ha vissuto un vero e proprio assedio militare e subito duri colpi, ma ha ribaltato il campo usando la leva di Hormuz e degli attacchi alle infrastrutture e le basi nei Paesi del Golfo come strumento di pressione sull’economia globale. Alla prova dei fatti, se l’accordo reggerà avremo il primo caso in cui gli Usa devono ricorrere a un negoziato per veder rispettato il principio strategico del controllo su stretti e rotte marittime che plasma il potere globale della superpotenza, e al contempo una dimostrazione di resilienza da parte di un settore dell’élite iraniana di fronte alle pressioni dei falchi più oltranzisti.

Un solco Usa-Israele

Inoltre, si separano nettamente nel negoziato le strade di Washington e quelle di Israele, per almeno tre motivi: il Libano viene incluso nel perimetro del cessate il fuoco, contro la volontà del primo ministro Benjamin Netanyahu; l’arsenale missilistico, vero e proprio spauracchio iraniano, e il sostegno di Teheran alle milizie sciite nella regione mediorientale non rientrano nel perimetro del negoziato; l’Iran riafferma che non svilupperà armi nucleari ai sensi del Trattato di Non Proliferazione di cui è membro, al contrario di Tel Aviv che ha un arsenale nucleare non dichiarato e non è firmatario del Tnp.

Il New York Times aggiunge che in un dialogo con il presidente ai margini delle celebrazioni per il Giorno della Bandiera (80esimo compleanno di Trump, peraltro), The Donald “ha descritto l’attuale leadership iraniana, compreso il nuovo leader supremo, l’ayatollah Mojtaba Khamenei, come pragmatica”, parole che ben si discostano dalla dura critica portata a Netanyahu dopo che domenica Israele, colpendo il Libano, aveva messo a rischio le trattative. Ora, invece, dopo lunghe incertezze e tanti annunci a vuoto una base per la pace c’è. La vera sfida sarà capire come consolidare le fondamenta e, soprattutto, comprendere in che misure si passerà dalla prima alla seconda, decisiva parte delle trattative sul nucleare. La notizia, però, è che dopo molti annunci a vuoto finalmente si può parlare di un percorso verso la stabilità. E di questo il Medio Oriente e il mondo intero avevano, indubbiamente, grande bisogno.

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