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Nucleare Iran, il piano Usa per disarmare Teheran: investimenti per 300 miliardi. “Li metterebbero i Paesi arabi del Golfo”

17 Giugno 2026 ore 08:23

Venerdì 19 giugno sul tavolo a Lucerna non ci sarà soltanto la “pagina e mezzo” piena di indicazioni generiche alla base del memorandum di intesa tra Stati Uniti e Iran. Ci saranno anche possibili investimenti per centinaia di miliardi. Se Teheran accetterà di porre fine alla guerra e definire nuovi limiti al proprio programma nucleare, Washington sarebbe pronta a sostenere la creazione di un fondo da 300 miliardi di dollari destinato alla ricostruzione economica dell’Iran. La cifra, trapelata alla fine della scorsa settimana da fonti coinvolte nei negoziati e riportata da diversi media americani e israeliani, è stata confermata nelle ultime ore da J.D. Vance.

Intervistato da CBS News, il vicepresidente Usa ha però cercato di neutralizzare quello che per Donald Trump potrebbe trasformarsi in boomerang in politica interna. “Gli iraniani non riceveranno mai un centesimo del denaro dei contribuenti statunitensi, punto”, ha detto Vance a CBS Mornings. Quando gli è stato chiesto se il memorandum tra Washington e Teheran prevedesse un fondo da 300 miliardi di dollari, Vance ha risposto: “Questo è il tipo di finanziamento a cui potrebbero avere accesso, erogato dalla Gulf Coast Coalition, a patto che rispettino i loro obblighi”.

La precisazione è tutt’altro che secondaria. Il fondo non sarebbe composto da risorse federali americane, ma da investimenti privati, fondi sovrani e capitali provenienti dai paesi del Golfo, con Washington impegnata soprattutto nel ruolo di garante politico e diplomatico dell’operazione. In altre parole, non si tratterebbe di un nuovo Piano Marshall finanziato con soldi pubblici Usa, ma di un enorme veicolo di investimento internazionale destinato a rendere di nuovo appetibile l’economia iraniana dopo la guerra.

La distinzione è fondamentale per Trump. Fin dal primo mandato il tycoon aveva attaccato il Joint Comprehensive Plan of Action, l’accordo sul nucleare raggiunto nel 2015, accusando l’amministrazione Obama che lo aveva firmato di avere garantito enormi benefici economici alla Repubblica islamica in cambio di limitazioni insufficienti al programma nucleare di Teheran. Il tycoon ha più volte ironizzato sui “pallet di contanti” spediti a Teheran per indicare il pagamento previsto dall’intesa di circa 1,7 miliardi legato alla risoluzione di una controversia finanziaria risalente all’epoca dello Scià. Il trattato prevedeva anche lo sblocco di circa 100 miliardi di asset congelati all’estero, dei quali all’Iran sarebbe arrivato circa il 50%. Accettare ora un accordo che garantisca agli ayatollah 300 miliardi pubblici sarebbe quindi un impensabile autogol. Da qui la necessità di costruire un meccanismo e una narrativa diversi.

Secondo quanto emerso finora, a mettere gran parte delle risorse dovrebbero essere i paesi arabi del Golfo, gli stessi che per decenni hanno considerato la Repubblica islamica il loro principale rivale strategico della regione. Le risorse verrebbero erogate soltanto a fronte del raggiungimento di specifici obiettivi tra i quali il recupero o il trasferimento dell’uranio arricchito accumulato negli ultimi anni, nuovi limiti al programma nucleare e l’accettazione di meccanismi di verifica internazionale.

Il piano iraniano presenta analogie con i progetti elaborati dall’entourage di Trump – in primis dall’inviato Steve Witkoff e dal genero Jared Kushner, entrambi immobiliaristi – per la ricostruzione di Gaza, dove l’idea è quella di mobilitare capitali privati, fondi sovrani del Golfo e investimenti infrastrutturali su larga scala, utilizzando lo sviluppo economico come strumento di stabilizzazione. Con una differenza sostanziale: senei progetti elaborati per la Striscia gli investimenti dovrebbero accompagnare una riorganizzazione della sua governance e un coinvolgimento di attori esterni nella gestione del territorio – Emirati Arabi e Turchia su tutti – nel caso iraniano l’obiettivo sarebbe reintegrare una potenza già esistente nell’economia regionale.

Se dovesse essere confermato, il fondo costituirebbe uno dei più grandi programmi di ricostruzione mai concepiti per il Medio Oriente e andrebbe ad aggiungersi a circa 25 miliardi di dollari di investimenti congelati che potrebbero essere sbloccate nell’ambito dell’intesa. Si tratterebbe però anche uno dei più grandi paradossi dell’era Trump: il presidente che per anni ha denunciato gli incentivi economici concessi da Barack Obama all’Iran si troverebbe oggi a promuovere il più vasto piano di rilancio mai offerto a Teheran. Una prospettiva che non può piacere all’alleato Israele.

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Svezia, approvata la “legge sulla delazione”: i dipendenti pubblici dovranno denunciare i migranti senza documenti, anche negli ospedali

17 Giugno 2026 ore 08:04

Nuovo doppio giro di vite nella stretta all’immigrazione in Svezia, dove i dipendenti statali saranno obbligati a denunciare da protocollo gli stranieri senza documenti per aumentare il numero dei rimpatri. Oltre a quella che è stata rinominata la “legge sulla delazione“, sono stati irrigiditi anche i criteri per il rilascio e la revoca dei permessi di soggiorno, sulla cui valutazione avrà un peso sempre maggiore lo “stile di vita” dell’interessato.

Il Paese, che andrà alle urne a settembre, ha un Governo guidato dal primo ministro Ulf Kristersson (Partito dei Moderati), in carica dall’ottobre 2022, con un esecutivo di minoranza di centro-destra formato dal Partito Moderato, dai Cristiano-Democratici e dai Liberali con il sostegno esterno del partito di estrema destra, i Democratici di Svezia. L’onda xenofoba che ancora una volta sta attraversando l’Europa è partita dal Nord e nel Nord si incancrenisce. In Svezia, il Paese sempre meno propenso a quell’accoglienza che, nei decenni scorsi, l’aveva elevato a modello europeo, in particolare per la percentuale più alta di rifugiati accolti in proporzione alla popolazione.

A novembre del 2015, quando la crisi dei profughi era al suo apice, Stoccolma decretò il ripristino dei controlli alla frontiera con la Danimarca che, dal canto suo, non mise a disposizione neanche un poliziotto. Il traffico ferroviario collassò e molti lavoratori transfrontalieri dovettero rassegnarsi e lasciare l’impiego per i tempi biblici che il trasferimento comportava. Fu l’inizio di una serie di provvedimenti sempre più disinvolti e lontani dalla tradizione svedese, in concomitanza con l’affermarsi ben più energica e fiera delle destre estreme e di un malcontento generale sempre silenzioso.

Oggi la Commissione di Previdenza Sociale ha ottenuto il voto del Parlamento per due proposte. La prima, come detto, puntava a obbligare sei enti governativi svedesi a denunciare automaticamente alla polizia le persone senza documenti con le quali fossero venuti in contatto durante l’esercizio delle rispettive professioni. Tra questi, enti scolastici e sanitari. A sua volta, questa potrebbe trasmettere le informazioni all’Agenzia per l’immigrazione o ai Servizi di sicurezza. Inoltre, l’Autorità svedese per i reati economici e la Procura saranno obbligate a fornire informazioni sugli stranieri, su richiesta di un’Agenzia delle forze dell’ordine. La legge, ribattezzata “operazioni di controllo rafforzate“, prevede anche l’uso di ulteriori strumenti per verificare l’identità degli stranieri, come la possibilità di sequestrare e perquisire il telefono cellulare, mentre impronte digitali e fotografie saranno lecitamente utilizzate in misura maggiore e più efficace rispetto al passato. Il rischio di essere denunciati, indurrà di fatto gli stranieri a non usufruire, ad esempio, di servizi sanitari che, sulla carta, prevedono esenzioni per le fasce più deboli della popolazione.

La seconda proposta appoggia quella del governo di modifica della legge sugli stranieri. In particolare, per il rilascio o la revoca dei permessi di soggiorno dovrà essere presa in maggiore considerazione la condotta dello straniero che viene definita anche “stile di vita”. La nuova normativa raccomandata dalla Commissione mira a creare “maggiori opportunità per espellere gli stranieri”.

Le reazione di Jan Willem Goudriaan, Segretario Generale dell’Unione Europea dei Servizi Pubblici: “Se venissero introdotti obblighi di segnalazione nei servizi pubblici, le persone avrebbero paura di utilizzare servizi essenziali come ospedali, sistemi di assistenza, scuole e trasporti pubblici, mettendo a rischio i nostri iscritti che lavorano in questi settori. Dobbiamo inoltre ricordare ai governi che i servizi pubblici cesserebbero di funzionare senza i lavoratori migranti in Svezia e in molti Stati membri dell’Ue. Ciò di cui abbiamo bisogno non è una nuova caccia alle streghe che costringa i lavoratori a fare da informatori. Non c’è nulla da guadagnare da un obbligo di segnalazione che mira a deportare i migranti senza documenti che non hanno commesso alcun reato. Questa ‘legge sulla delazione’ minaccia il diritto fondamentale all’asilo e il principio di non respingimento, alimentando al contempo un clima di sospetto, paura e razzismo, anche all’interno del settore pubblico. Non fa altro che legittimare l’estrema destra, fin troppo felice di vedere realizzati i suoi sogni più sfrenati di sorveglianza di massa, detenzione e deportazione a scapito dell’etica del servizio pubblico”.

Louise Bonneau, Responsabile Advocacy di PICUM, rete di organizzazioni che lavorano per garantire la giustizia sociale e i diritti umani ai migranti privi di documenti: “Il voto di oggi rappresenta una grave battuta d’arresto per i diritti umani in Svezia. Non accetteremo questa come la parola definitiva. Siamo al fianco dei nostri partner nella continua lotta per l’abrogazione di questa legge e per la tutela dei diritti umani di tutti in Svezia.”

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Ho visto un’intervista dell’ex procuratrice Cpi: così Israele l’avrebbe intimidita per le indagini sulla Palestina

17 Giugno 2026 ore 07:16

di Maria Grazia Sanna

Qualche giorno fa mi sono imbattuta in un’intervista rilasciata ad Al-Jazeera della ex Procuratrice della Corte Penale Internazionale Fatou Bensouda. L’intervista rivela in modo diretto come il governo israeliano e il suo servizio di intelligence, il Mossad, abbiano sfruttato la sorveglianza occulta, tattiche di imboscata e minacce dirette alla sicurezza contro la Procuratrice in uno sforzo pluriennale per costringere la Corte ad abbandonare le indagini sui crimini di guerra in Palestina.

La premessa che Bensouda fa all’inizio del suo racconto è altrettanto interessante, in quanto spiega che la CPI (inglese ICC) si scontra regolarmente con la resistenza di diversi Paesi a causa dell’estrema delicatezza delle indagini che riguardano quasi sempre: crimini di guerra, genocidio e crimini contro l’umanità. Tutto normale, dunque. Ma alcuni casi come quello d’Israele sono leggermente più “normali” di altri!

La procuratrice descrive come dopo l’apertura dell’inchiesta sulla Palestina nel 2015, siano iniziate forti e continue intimidazioni contro la sua persona e la sua famiglia. Le definisce “dapprima subdole e malcelate”, tipo quando due individui non identificati si sono recati presso la sua abitazione privata (allora nella città olandese de L’Aia) per recapitare una busta con dentro 500 dollari. Questo, secondo il parere degli investigatori, fu un messaggio più che un vero e proprio tentativo di corromperla: sappiamo dove vivi e conosciamo i tuoi movimenti.

Un controllo della sicurezza interno alla stessa corte internazionale rivelò che l’auto utilizzata durante la visita domiciliare era stata noleggiata in aeroporto e che i numeri di telefono forniti dagli individui provenivano da Israele. Nonostante ciò le autorità olandesi non avviarono alcuna indagine formale.

Dopo il fatto della busta, Bensouda fu in seguito vittima di un’imboscata in un hotel di New York in cui si trovava per lavoro, dove l’ex capo del Mossad israeliano, Yossi Cohen, le si presentò di persona inaspettatamente. Questo di Cohen fu il primo di una serie di incontri che, da tentativo amichevole iniziale di “conquistarla”, si trasformarono in minacce esplicite contro la persona fisica di Bensouda e la sua famiglia. Il punto cruciale di questi incontri fu sempre lo stesso: la richiesta diretta di interrompere l’indagine sulla Palestina.

Nonostante le intimidazioni e la successiva imposizione di severe sanzioni statunitensi nei suoi confronti nel 2020, Bensouda ha sempre sostenuto di aver svolto il suo lavoro senza timori né favoritismi. Ha intenzionalmente tenuto nascoste le minacce al personale della corte penale per evitare il panico sul posto di lavoro e ha sottolineato di non aver ricevuto alcun supporto di sicurezza aggiuntivo significativo dal governo olandese, nonostante avesse segnalato gli incidenti.

Il messaggio di Bensouda attraverso la sua intervista è chiaro: quello che è successo a lei è un precedente molto grave e prova che, di fronte a intimidazioni e minacce che valicano ogni confine territoriale, nessuno può sentirsi sicuro.

Oggi alla direzione del Mossad non c’è più Cohen ma Roman Gofman, assoldato da Ben-Gvir e dalle idee talmente estremiste da aver già provocato un’ondata di dimissionari al suo interno.

Rimane solo una domanda da porsi: cosa succederà d’ora in poi a chiunque, svolgendo il proprio lavoro, si metta in futuro ad indagare sui crimini commessi in Palestina? Quanto ai vari governanti in Europa e nel resto del mondo, questa storia infila certo una piccola pulce nell’orecchio di tutti noi: non sarà mica che i nostri politicanti hanno paura di minacce e intimidazioni subite e di cui, a differenza dell’eroica Bensouda, temono di parlare? Giusto un pensiero strisciante…

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