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Quando la transizione verde prende fuoco: il paradosso della rete elettrica dal Mediterraneo alla Sardegna

 

di Francesco Santoianni

 

Da qualche settimana un caso greco sta facendo scuola tra chi si occupa di gestione del rischio: gran parte degli incendi più devastanti dell'estate 2026 non sarebbe partita da un fulmine, da una sigaretta o da un piromane, ma da un cavo elettrico vecchio, mal mantenuto, che ha ceduto sotto il caldo e il vento. È un caso di scuola perché mette insieme tre elementi che, in teoria, dovrebbero remare nella stessa direzione — la transizione energetica, la prevenzione del rischio incendio, la finanza pubblica — e che invece, nella pratica, finiscono per remare l'uno contro l'altro. E non è un problema solo greco: guardando ai dati di quest'estate, lo stesso schema si ritrova, con varianti locali, in Sicilia, in Calabria e in Sardegna.

La Grecia: il 75% degli ettari bruciati parte dai tralicci

Secondo i dati preliminari della Direzione Investigativa sui Reati di Incendio Doloso della Grecia, ripresi da Politico e da Brussels Signal, gli incendi finora attribuiti a guasti della rete elettrica avrebbero prodotto circa il 75% della superficie bruciata nel Paese nel 2026. Le due fiamme più gravi di fine luglio — nell'Attica occidentale e a Creta — hanno distrutto oltre 14.500 ettari e causato quattro morti, e in entrambi i casi i vigili del fuoco hanno indicato come causa un guasto alla rete.

Il paradosso, spiegato bene anche da EU Alive, è che la parte di rete elettrica coinvolta corre quasi sempre in superficie, attraverso boschi sempre più secchi e aree rurali sempre più spopolate: bastano poche scintille in una giornata di vento per innescare un incendio che nessuno controlla più. Il WWF Grecia, citato da Spotmedia, ha calcolato che già nel 2025 sei dei dieci incendi maggiori erano partiti dalla rete elettrica, per il 55% della superficie bruciata quell'anno.

Il punto politicamente scomodo, però, è un altro: negli stessi anni in cui la rete elettrica greca accumulava un arretrato di manutenzione — accumulato nel tempo, aggravato dagli otto anni dei tre programmi di aggiustamento economico applicati tra il 2010 e il 2018.— Bruxelles celebrava la Grecia come un campione della transizione energetica, grazie a oltre 1,8 GW di nuovo fotovoltaico collegato alla rete solo nel 2025. Il gettito di CO2 evitata da quei pannelli rischia però di essere azzerato, se non superato, dalle emissioni degli incendi provocati dalla stessa rete che nessuno ha mai davvero messo in sicurezza.

L'Italia non è un'eccezione: Sicilia e Calabria in prima fila

Chi pensa che si tratti di un problema tutto greco farebbe bene a guardare i dati italiani. Secondo il dossier L'Italia in fumo di Legambiente, ripreso da Telemia, nel 2025 la Calabria ha registrato 603 incendi per quasi 17mila ettari bruciati, seconda in Italia solo dietro la Sicilia.

In Sicilia il problema si è manifestato quest'estate in una forma gemella a quella greca: non solo incendi, ma un collasso parallelo della rete di distribuzione. Come racconta MeridioNews sulla base di un'analisi del Sole 24 Ore, tre città siciliane sono in testa alla classifica nazionale per interruzioni di energia elettrica, e la causa principale — spiega un docente di Sistemi Elettrici dell'Università di Palermo — sono i guasti ai giunti dei cavi di media tensione, che con il caldo estremo si dilatano e cedono. A Palermo, Catania e nel Ragusano i blackout si sono susseguiti per settimane, come documentano Giornale di Sicilia e Corriere di Sciacca, con i sindaci che chiedono tavoli urgenti con il gestore e valutano azioni legali.

Un articolo del Sole 24 Ore quantifica il problema su scala nazionale: per mettere in sicurezza le reti italiane servirebbero investimenti nell'ordine di 15 miliardi di euro, a fronte di piani attuali che — pur significativi — restano strutturalmente insufficienti rispetto alla velocità con cui il clima sta cambiando le condizioni operative di cavi pensati per un altro secolo.

La Sardegna: lo stesso copione, un'estate dopo l'altra

Se c'è una regione italiana in cui il legame tra rete elettrica fragile, ondate di calore e rischio incendio si è manifestato con particolare evidenza, quest'estate, è la Sardegna. A metà luglio l'isola è finita "in tilt": Sardiniapost ha contato 33 blackout in un solo giorno tra il Cagliaritano, il Sud Sardegna e la Gallura, con punte di 47,6°C a Orani e l'allerta incendi in codice arancione confermata per l'intera isola.

Il sovraccarico dovuto ai condizionatori si è sommato, come racconta Radio Sintony, a un'ondata di incendi che ha coinvolto anche i vigili del fuoco impegnati sul fronte del caldo estremo. A Maracalagonis un intero paese è rimasto senza corrente per ore, fino all'arrivo di un generatore mobile piazzato accanto a una scuola d'infanzia.

Non si tratta di un episodio isolato: già a inizio 2025 Casteddu Online raccontava di interruzioni durate anche 17 ore in diversi centri dell'isola, con un tecnico del settore che indicava come causa "cavi datati" e un isolamento dei conduttori ormai "cotto dal sole" — parole che potrebbero essere state pronunciate identiche in Grecia o in Sicilia. A quel punto Adiconsum Sardegna ha parlato apertamente di reti "inadeguate", mentre l'Anci regionale ha chiesto un piano straordinario e l'apertura di un tavolo permanente con E-Distribuzione, Terna e Arera, sottolineando — parole che meriterebbero di essere incorniciate nell'ufficio di ogni pianificatore — che "ogni estate non può trasformarsi in una nuova emergenza elettrica". La richiesta, riportata anche da Cagliaripad, è di istituire un organismo permanente Regione-Comuni-gestori per programmare insieme prevenzione e manutenzione, invece di rincorrere l'emergenza ogni luglio.

La differenza rispetto alla Grecia, in questo caso, non è nella causa ma nella scala: la Sardegna non ha alle spalle un decennio di programmi di aggiustamento del FMI, ma sconta comunque decenni di investimenti concentrati su generazione e connessioni (specie rinnovabili, vista la vocazione dell'isola) più che su manutenzione capillare della rete di distribuzione a bassa e media tensione — la parte meno "fotogenica" del sistema elettrico, quella che non genera rendita finanziaria ma che, quando cede, può incendiare una montagna.

Non solo incendi: la stessa fragilità dietro l'apagón iberico

Il filo che lega vecchie reti, clima estremo e crisi a cascata non riguarda solo gli incendi. Il 28 aprile 2025 un blackout ha lasciato al buio per ore quasi tutta la Spagna e il Portogallo, oltre a parte della Francia meridionale: circa 60 milioni di persone coinvolte, trasporti e ospedali in tilt, secondo la ricostruzione di Euronews. L'indagine tecnica di ENTSO-E, la rete europea dei gestori di trasmissione, ha attribuito la causa primaria a una serie di eventi a cascata innescati da un'oscillazione di tensione mal gestita dagli impianti tradizionali — non, come inizialmente ipotizzato da alcuni commentatori, dall'eccesso di rinnovabili — secondo quanto riassunto da GreenMe e da Italian Climate Network.

Anche qui lo schema di fondo è simile a quello greco e sardo: un sistema elettrico che cresce rapidamente sul lato della generazione (in Spagna il 60% dell'elettricità viene già da fonti rinnovabili) mentre il coordinamento e la resilienza dell'infrastruttura di trasmissione e distribuzione restano un passo indietro rispetto alla velocità del cambiamento. La scheda di Wikipedia ricorda che il blackout ha causato anche vittime indirette, per lo più legate a generatori difettosi usati in emergenza dai cittadini rimasti senza corrente.

Perché succede sempre così

Il filo comune tra Atene, Palermo, Catania, Cagliari e Madrid non è un complotto né una fatalità: è una logica di investimento. Costruire un nuovo parco fotovoltaico o eolico crea un asset che genera un flusso di ricavi per decenni, un bene che può essere finanziato, comprato e rivenduto sui mercati dei capitali — come dimostrano le operazioni miliardarie di gruppi come RWE, BP o TotalEnergies sugli impianti greci degli ultimi anni. Sostituire un cavo marcio in mezzo a un bosco o rinforzare un giunto di media tensione in periferia, invece, non genera nessuna rendita: evita solo che una montagna prenda fuoco o che un quartiere resti al buio. È un costo puro, non un investimento che attira capitali privati, e per questo tende sistematicamente a restare in fondo alla lista delle priorità — soprattutto nei paesi e nelle regioni che escono da anni di disciplina di bilancio.

Per chi si occupa di gestione del rischio e protezione civile, la lezione è semplice da enunciare e difficile da applicare: la manutenzione ordinaria dell'infrastruttura elettrica è, a tutti gli effetti, una misura di prevenzione antincendio e di resilienza climatica — non un capitolo di spesa a parte, separato dalla pianificazione emergenziale. Finché continuerà a essere trattata come tale, ogni estate rischia di ripresentare lo stesso conto, da Atene alla Sardegna.

Francesco Santoianni

Fonti principali: Video OttolinaTV  L’Europa Green ha dato fuoco alla GreciaPolitico/E&E News, Brussels Signal, EU Alive, Legambiente via Telemia, MeridioNews, Il Sole 24 Ore, Sardiniapost, Report Sardegna 24, Euronews.

 

La bomba di Sebastopoli: la bella assassina, l’ufficiale passato ai russi e la tecnica dei servizi ucraini

16 Agosto 2026 ore 11:59

La storia sembra uscita da uno degli infinti film di 007: una bella donna riesce ad approcciare un ufficiale passato al nemico e poi a ucciderlo mettendo una bomba in un cestino della carta straccia. E pare che sia andata proprio così con il maggiore Robert Shageev, 49 anni, fino al 2014 comandante dello “Zaporizhzhia”, l’unico sommergibile della flotta ucraina. Poi arrivarono i russi, si presero la Crimea e Shageev passò alla marina russa, fino a diventare vice-comandante della quarta brigata dei sottomarini della Flotta russa del Mar Nero. Ovviamente gli ucraini l’avevano messo sulla lista nera, accusandolo di alto tradimento. Nei giorni scorsi la fine della storia, con la bomba piazzata da Margarita Reut, 32 anni, forse una escort o forse no, di nazionalità russa e sentimenti filo-ucraini già manifestati in passato e che le erano costati un breve arresto per “discredito delle forze armate russe”, per conto dei servizi segreti ucraini. Dopo l’attentato la Reut è stata scoperta e arrestata, e ora attende un processo che le potrebbe anche costare l’ergastolo.

Pur essendo a suo modo drammatica, questa non è una storia troppo originale. Originale è il modo in cui i nostri media cercano di raccontarla. Troppo ghiotta per essere taciuta, viene però correlata di postille per dire che questo è ciò che raccontano i russi, chissà se è vero, di versioni indipendenti non ce n’è quindi potrebbe essere tutta propaganda del Cremlino. Certo che potrebbe (d’altra parte, erano stati i russi a far saltare il gasdotto Nord Stream, no?), come può esserlo qualunque dichiarazione dei protagonisti di una guerra. Il fatto è che la versione sintetizzata sopra è troppo verosimile per essere falsa.

Come abbiamo visto, i servizi segreti ucraini si sono mostrati molto abili nel condurre attentati sul suolo russo (sì, la Crimea è Ucraina occupata, lo sappiamo, ma facciamo a capirci): e quasi sempre si sono serviti di tirapiedi assoldati sul campo, quasi mai mandando allo sbaraglio i propri agenti. A saperlo fare, la cosa riesce piuttosto facile: in Russia vivono più di 3,5 milioni di ucraini e mezzi ucraini. Un buon bacino di arruolamento dopo l’invasione del 2022, a cui contribuiscono anche i simpatizzati per l’Ucraina e un certo numero di disperati in cerca di denaro facile facilmente rinvenibile tra i circa 11 milioni di immigrati, in gran parte originari delle Repubbliche dell’Asia Centrale. Erano tagiki, per esempio, quasi tutti i membri del commando che fece 150 morti, il 22 marzo del 2024, nella sala da concerti Crocus City Hall di Mosca.

Immigrati o no, resta il fatto che il caso della Reut non è certo isolato. Il generale russo Igor Kirillov, ucciso insieme con il suo attendente da una bomba piazzata su un monopattino nel cortile del suo condominio il 17 dicembre del 2024, capo delle Truppe di difesa chimica, biologica e nucleare, fu così eliminato da un uzbeko di 29 anni, Akhmad Kurbanov, al quale i servizi segreti ucraini avevano promesso 100 mila dollari e un passaporto. Servizi che. peraltro, rivendicarono prontamente l’atto terroristico. Meno di un anno prima, nell’aprile del 2023, in un attentato simile era morto Maxim Fomin, meglio noto come Vladen Tatarskij, un blogger (ex militare, ex rapinatore) nazionalista, bellicista e fanaticamente anti-ucraino, ucciso da un bomba piazzata in una statuetta all’interno di un caffè di San Pietroburgo, tra l’altro di proprietà di Evgenyj Prigozhin, fondatore e capo del Gruppo Wagner. A piazzare la statuetta nel bar era stata Darya Trepova, cittadina russa di opposti sentimenti.

Altro esempio: il generale Fanil Sarvarov, responsabile dell’addestramento nello stato maggiore delle forze russe. ucciso da una bomba piazzata nella sua auto il 22 dicembre del 2025. A sistemare l’ordigno era stato un altro immigrato uzbeko.

Potremmo fare altri esempi ma il modus operandi dei servizi segreti ucraini è piuttosto chiaro, ci sia o non ci sia un ‘altra versione “indipendente” sulla vicenda della Reut e del maggiore Shageev. La considerazione da fare, a questo punto, è un’altra. Questa: essere stata arrestata dai russi è forse la cosa migliore che poteva capitare alla bella e micidiale attentatrice. Nel 2022, quando fu assassinata con una bomba Darya Dugina, figlia del filosofo Aleksander Dugin, furono identificati due responsabili. Uno era russo, un certo Bogdan Civanyenko, che aveva “marcato” l’auto del padre e della figlia per indirizzare l’attentato. L’altra era un’ucraina, Natalja Vovk, che fu identificata ma riuscì a fuggire in Estonia, dove però fu trovata morta pochi giorni dopo. Stessa storia per l’attentato contro l’oligarca ucraino Vadim Ermolaev nel giugno scorso a Montecarlo: le telecamere riprendono e fanno riconoscere Anastasia Berezovska, che piazza la bomba e scappa. Riesce a tornare a Kiev, dove viene trovata ammazzata a colpi di pistola il giorno dopo. Insomma, se metti una bomba per conto dei servizi ucraini è meglio non farsi riconoscere.

A proposito: per l’attentato contro Ermolaev sono stati arrestati un funzionario della polizia ucraina e uno dei servizi segreti. Le autorità di Kiev hanno detto che avevano agito per ragioni personali (quali non si sa), senza informare i superiori. È stata l’unica versione disponibile ma nessuno ha fatto obiezioni.

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