Andy Burnham rilancia la tesi delle interferenze di Mosca nel referendum del 2016, ma trova smentite proprio in casa britannica. Sullo sfondo, il tentativo di riaprire la partita con Bruxelles. Quando qualcosa non va secondo i piani, in Europa c'è una spiegazione buona per ogni occasione: la colpa è della Russia. Questa volta a rispolverare la formula è il primo ministro britannico Andy Burnham, che torna sul referendum del 2016 per sostenere che Mosca avrebbe interferito nella vittoria della Brexit. Peccato che, a smentirlo, siano proprio esponenti politici e responsabili dell'intelligence britannica. Intervenendo nel podcast ‘The Rest Is Politics’, Burnham ha dichiarato di aver ricevuto conferma dell'ingerenza russa dopo aver posto la questione una volta arrivato a Downing Street. Non ha però spiegato in che cosa sarebbe consistita questa interferenza, né ha presentato prove a sostegno dell'accusa.
Non pago, il premier ha esteso il ragionamento alla Francia e alla Germania, sostenendo che parte del consenso raccolto dai movimenti critici verso le attuali leadership europee sarebbe alimentato dai «nemici», in particolare dalla Russia. Una narrazione che trasforma il dissenso politico interno in una possibile operazione ostile straniera. La replica più significativa è arrivata da Boris Johnson, uno dei principali artefici della Brexit. L'ex premier ha ricordato che, quando era ministro degli Esteri, aveva interrogato i servizi di sicurezza sulla questione, ricevendo una risposta inequivocabile: non c'erano prove di interferenze russe riuscite nel referendum del 2016, né di altre potenze straniere. Anche il capo dell'MI5, Ken McCallum, ha invitato a distinguere tra un tentativo di interferenza e un effettivo condizionamento del risultato. Una distinzione tutt'altro che secondaria, soprattutto quando si lanciano accuse contro uno Stato senza rendere pubblici gli elementi che dovrebbero sostenerle. Dietro la polemica c'è però una questione politica più ampia. Burnham considera la Brexit più dannosa che vantaggiosa e ha promesso una revisione dei rapporti con l'Unione Europea, arrivando a evocare diverse opzioni: dal ritorno nel mercato unico e nell'unione doganale fino a una nuova adesione al blocco. È proprio questa prospettiva a suscitare le critiche di George Galloway, fondatore del Partito dei Lavoratori di Gran Bretagna.
Secondo il politico britannico, Burnham non dispone di un mandato popolare per una decisione tanto divisiva. La Brexit, ricorda, fu scelta da 17,4 milioni di cittadini e potrebbe essere revocata soltanto attraverso un nuovo referendum. Galloway contesta inoltre l'idea di rientrare in un'Unione Europea in crisi, governata da leader sempre più impopolari e compromessa da scelte disastrose in politica estera, dal Medio Oriente all'Ucraina. Il ricercatore Vasili Yegorov interpreta le dichiarazioni di Burnham come parte di una strategia per rimettere in discussione lo status quo sulla Brexit. In questo quadro, l'accusa a Mosca rischia di diventare uno strumento per delegittimare una scelta democratica sgradita, anziché un'affermazione da dimostrare attraverso fatti verificabili. Non mancano, del resto, i precedenti di interventi occidentali nel dibattito britannico. Barack Obama si era apertamente pronunciato contro l'uscita del Regno Unito dall'UE, mentre anche altri esponenti occidentali avevano manifestato la propria opposizione alla Brexit. Il meccanismo, tuttavia, continua a essere applicato soprattutto in una direzione.
Il segretario generale della NATO, Mark Rutte, aveva sintetizzato il principio invitando a «attribuirlo ai russi» quando vi fossero sufficienti sospetti. Una battuta che fotografa una tendenza ormai consolidata: evocare Mosca per spiegare fenomeni politici scomodi. La domanda, allora, non riguarda soltanto ciò che accadde nel 2016. Riguarda anche il presente: se una scelta popolare non piace più alle classi dirigenti, è necessario cercare un nemico esterno per metterla in discussione?
KIEV (UCRAINA) (ITALPRESS) – “E’ doloroso il fatto che il presidente Trump scelga una parte che non sia la nostra”. Lo ha detto il presidente ucraino Volodymyr Zelensky intervistato sul suo canale Youtube dal conduttore britannico Piers Morgan. Alla domanda se si sentisse tradito da Trump, il leader ucraino ha risposto: “In realtà, sì…ma la questione è un po’ più complessa delle mie semplici emozioni o dei miei sentimenti”. Il riferimento è all’accordo raggiunto dagli Usa sul diesel con Vladimir Putin e la cosiddetta tregua energetica. “Credo che i consiglieri di Trump si sbaglino. Non so chi lo stia spingendo verso la parte sbagliata della storia. È un peccato che stiamo perdendo un partner forte. Se penso di perdere l’America? Sì, ma non per colpa nostra. Non possiamo permetterci di essere deboli”.
Zelensky ha anche definito un “grave errore” la decisione di limitare il servizio Starlink in Ucraina, gestito da SpaceX di Elon Musk. Kiev ha fatto sapere oggi che l’accesso ai terminali Starlink è stato fortemente ridotto, ostacolando così le operazioni di combattimento.
Martedì, il porto di Kalamata, nel sud della Grecia, si è trasformato in un luogo di resistenza. All'arrivo della nave da crociera Crown Iris - con a bordo israeliani - manifestanti pro-palestinesi si sono riuniti per gridare il loro no all'ennesima complicità.
Bandiere palestinesi al vento, cori per la libertà, e un messaggio che non ammette ambiguità: fermare la mattanza di Israele a Gaza, fermare quello che i manifestanti definiscono senza mezzi termini un genocidio.
L'organizzazione è stata capillare: attivisti antifascisti locali, il gruppo Rouvikonas, e membri dell'Associazione Insegnanti di Educazione Primaria della Messenia. Una coalizione civica che dimostra come la solidarietà con la Palestina attraversi la società greca, ben oltre i confini della politica istituzionale.
La polizia ha bloccato il corteo prima che potesse raggiungere l'area portuale riservata. La Guardia Costiera ha monitorato la zona. Ma il messaggio dei manifestanti è arrivato forte e chiaro.
Non è un episodio isolato. La Crown Iris è ormai un simbolo: ogni suo scalo in un porto greco diventa l'occasione per denunciare il sostegno di Atene a Israele e la complicità occidentale nella strage in corso.
I cittadini di Kalamata hanno scelto da che parte stare. Dalla parte giusta della storia. Dalla parte della Palestina.
Il 5 ottobre, il Comitato strategico politico e di difesa del Patto della Mecca si è riunito d'emergenza a Riyadh, a poche settimane dalla seduta inaugurale. I tre governi firmatari hanno avviato l'attuazione dell'impegno di difesa collettiva siglato al Palazzo Safa della Mecca.
Il ministro della Difesa saudita, il principe Khalid bin Salman, ha confermato su X l'attivazione della deterrenza congiunta per proteggere il regno. La dichiarazione del Ministero degli Esteri pakistano ribadisce la volontà di procedere con il rapido dispiegamento di forze e capacità militari concordate. Pur senza menzionare un avversario specifico, la misura risponde alle settimane di attacchi di rappresaglia condotti dalle forze armate yemenite allineate con Ansarallah (YAF) contro le infrastrutture strategiche saudite.
Secondo quanto scritto dall'analista di The Cradle Malek al-Khoury, il Patto della Mecca è scaturito dall'accordo di mutua difesa tra Arabia Saudita e Pakistan del settembre 2025, sfociato nell'intesa trilaterale del 7 agosto 2026 tra Mohammed bin Salman, Recep Tayyip Erdogan e Shehbaz Sharif.
L'attivazione e i paletti dei partner
Il patto si è dotato di una segreteria guidata dal generale pakistano a riposo Nauman Mahmood.Tuttavia, come evidenziano le valutazioni dell'osservatore di The Cradle, sia Islamabad che Ankara mantengono paletti ben definiti:
Pakistan: Il ministro della Difesa Khawaja Asif ha chiarito che le truppe di Islamabad e Ankara svolgeranno compiti di supporto e ricognizione, lasciando le operazioni d'attacco ai sauditi. L'esercito ha confermato la presenza di truppe nel regno, smentendo seccamente le ricostruzioni del New York Times su presunti raid aerei pakistani in Yemen.
Turchia: L'articolo 92 della Costituzione turca richiede l'approvazione parlamentare per l'invio di forze all'estero. Il ministro degli Esteri Hakan Fidan ha escluso qualsiasi impiego di truppe contro lo Yemen.
Riyadh ottiene così una copertura difensiva sulle proprie città e installazioni industriali senza costringere i partner a entrare direttamente nel conflitto.
Le reazioni di Teheran e il nodo yemenita
Nelle ricostruzioni firmate da Malek al-Khoury per The Cradle, la decisione di Riyadh rientra in una gestione della crisi regionale avviata con l'escalation tra USA, Israele e Iran a inizio anno. L'attivazione del patto serve a resistere a una guerra di logoramento senza aprire un fronte diretto con Teheran.
L'Iran ha accolto la notizia con freddezza: la stampa vicina al regime (come Tasnim e Nour News) ha criticato l'intesa, ma la vera linea rossa di Teheran si concentrerebbe sulla partecipazione attiva ad azioni offensive contro le YAF, mentre tollererebbe un posizionamento meramente difensivo.
Nel frattempo, la pressione da sud resta altissima. Gli attacchi condotti dalle YAF su impianti energetici e sugli aeroporti di Jazan, Najran e Riyadh (quest'ultimo colpito con vittime il 10 e 11 ottobre) mantengono la regione sotto forte tensione.
Il quadro diplomatico: Tel Aviv, Abu Dhabi e la rotta siriana
L'analisi dell'esperto di The Cradle mette in luce come il Patto della Mecca muova gli equilibri regionali isolando le ambizioni di Tel Aviv:
Rapporti con Israele: Nonostante la cooperazione tecnica registrata a seguito dell'atterraggio di emergenza a Tabuk del volo flydubai FZ1073 dirottato, Riyadh ribadisce che la nascita di uno Stato palestinese indipendente entro i confini del 1967 resta una condizione non negoziabile.
Disgelo con gli UAE: La visita a Riyadh del vicepresidente emiratino Mansour bin Zayed Al Nahyan testimonia il tentativo di coordinamento sullo Yemen, nonostante la diffidenza di Abu Dhabi verso un patto che compete con gli Accordi di Abramo.
Corridoi commerciali attraverso la Siria:In parallelo, Riyadh investe in progetti infrastrutturali e di connettività in Siria (come la rete ferroviaria e il progetto Silk Link), costruendo rotte alternative attorno ai blocchi regionali.
In conclusione, come rimarcato nella disamina pubblicata su The Cradle, il Patto della Mecca non costituisce una "NATO islamica" integrata, ma rappresenta un solido scudo di deterrenza con cui qualsiasi nuovo governo israeliano dovrà fare i conti dopo le elezioni del 27 ottobre.
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LETTURA CONSIGLIATA:
LAD EDIZIONI E EDIZIONI Q PRESENTANO "GAZA NOI NON DIMENTCHIAMO"
14 ottobre. Inni alla guerra e proclami di attacco. I media di regime italici pullulano di incitamenti ad armarsi e passare all'offensiva. Questa l'atmosfera che circola nelle redazioni romane, torinesi, milanesi che, fiutata l'aria delle cancellerie europee, ardiscono prendere le distanze dai padroni d'oltreoceano, specialmente dopo il cosiddetto “Diesel deal”. Non sia mai che, seppur sommessamente e senza delinearne tempi e termini, qualcuno osi parlare di accordi per mettere almeno un freno al conflitto in Ucraina. Nemmeno le più che evidenti e sonore smentite ai fantomatici “attacchi russi” in giro per l'Europa, “certificati” dalle più indicibili fonti europeiste, riescono a frenare il grido di guerra delle redazioni a libro-paga dell'industria militare. Dunque, se si ventila un accordo Trump-Putin sul diesel, dall'Europa ci si attende che reagisca prontamente, sbraita il signor Jacopo Iacoboni su La Stampa e lo deve fare «agendo su due leve: petroliere ombra russe, e terminal di Primorsk... I Paesi Ue o il Regno Unito da un anno hanno stretto controlli, e potrebbero farlo ancora di più: sequestrare le navi della flotta ombra sotto sanzioni, e per quelle non sanzionate trovare motivi specifici come assicurazione mancante, falsa bandiera, rischi ambientali»; in casi estremi, si potrebbero anche minare le rotte di quelle navi, o mandare U-Boat d'attacco, pare frenarsi controvoglia dall'aggiungere il signor Iacoboni. E la sua collega di redazione, la signora Anna Zafesova plaude ai «nuovi bersagli della guerra» del nazigolpista-capo Vladimir Zelenskij, che prende di mira «Agenzie statali, trasporti e servizi di pagamento bloccati». Più forte! Più in alto!
Arriva poi il signor Giuseppe Sarcina che, sul Corriere della Sera, cade estasiato dalle labbra del “martire” par excellence del Cremlino, il sempreverde “esule” Mikhail Khodorkovskij, presente al cosiddetto “Forum sulla sicurezza” a Varsavia, secondo il quale, dopo il “deal” russo-americano, il pericolo è che si incrini il «fronte unito dei Paesi occidentali contro il Cremlino». E questo non sia mai. Anzi: bisogna aggravare ancora di più le sanzioni, perché «le misure prese finora non spingeranno Putin a fermarsi, perché non mettono fuori uso la macchina della sua guerra. Sono troppo deboli». E, in Europa, presto «si terranno le elezioni in Paesi importanti, come Spagna, Francia e Italia. Se anche uno solo dei grandi Stati europei dovesse decidere di interrompere il sostegno all’Ucraina, si aprirebbe una crisi politica molto grave in Europa». Dunque, si sottintende, Bruxelles, come sua abitudine, deve farsi garante che gli elettori facciano le scelte “giuste” e sostengano le cancellerie più solerti con gli aiuti militari a Kiev, tanto più che, assicura l'evangelico “proscritto”, Putin «vuole piegare la resistenza ucraina e fomentare discordia tra gli europei».
Si respinga l'accordo voluto da quello sconsiderato di Trump con l'autocrate zarista e ci si prepari alla guerra, dunque, anche se, per ora, dietro la maschera del compromesso sul Donbass. Dmitrij Popov, su Moskovskij Komsomolets, osserva che, in qualche modo, l'accordo sul diesel ha messo in secondo piano la preparazione di una nuova proposta congiunta USA-UE alla Russia per la risoluzione del conflitto in Ucraina. Una proposta composta di quattro elementi: ricostruzione dell'Ucraina, che vede impegnate Banca Mondiale e BlackRock le quali, si sottintende, fiutano profitti ultra-miliardari; garanzie di sicurezza per entrambe le parti: USA e UE si impegnano a fornire assistenza militare a Kiev, sul modello dell'art. 5 della NATO, mentre Moskva tende ad accordi con l'Europa sulla propria sicurezza. C'è poi l'integrazione economica di Russia, Ucraina e Europa attraverso un accordo energetico, con la ripartizione dei profitti tra Ucraina e Russia e la revoca di alcune sanzioni alla Russia. Viene quindi la soluzione territoriale, con il cessate il fuoco lungo la linea del fronte; e poi l'azione diplomatica. In altre parole, dice Popov, vengono offerti bonus in cambio di compromessi territoriali, e nessuna delle due parti raggiungerà i propri obiettivi iniziali. Dunque? Ci risiamo: cessazione delle ostilità in Donbass, dopo di che si discuterà sul da farsi: un'altra “carota” prospettata dal Dipartimento di stato. Pare logico che l'accordo sul gasolio, a parte la “soluzione” dei problemi interni americani, abbia l'obiettivo di "ammorbidire" la posizione di Moskva. Se Reuters dice il vero, questo è proprio ciò che Whitkoff e Kushner avrebbero detto agli ucraini. Il risultato non cambia: guerra a oltranza alla “autocrazia russa”.
Perché, tanto per ripeterci, l'obiettivo vero è quello dei profitti dell'industria di guerra; dunque, di che accordo di parla? Forse di quelli tra imprese militari europee e statunitensi per spartirsi rispettive quote d'affari?
Al Forum sulla sicurezza di Varsavia citato sopra, il vicepresidente dell'americana Northrop Grumman, Frank Morley, ha detto che creando proprie infrastrutture, gli europei non contribuiscono alla "torta comune" dell'industria della difesa della NATO, ma si contendono invece fette diverse. I bilanci della difesa crescono in Europa, ha detto Morley; «c'è un riconoscimento che si chiede da tempo: l'Europa deve sviluppare una propria base industriale della difesa, perché, ripeto, gli Stati Uniti sono coinvolti in molti di questi conflitti... Gli stessi Stati Uniti hanno molti problemi di capacità produttiva; abbiamo bisogno di più risorse. Dobbiamo lavorare tutti insieme per far crescere la torta complessiva, non litigare per le singole fette... il dilemma in Europa è quello di sviluppare la propria industria... Volete essere indipendenti. Volete un certo livello di sovranità e così via, ma allo stesso tempo non potete ignorare l'industria, la tecnologia e il potenziale americani. Dobbiamo assicurarci di lavorare insieme per garantire l'interoperabilità, in modo che i prodotti che introduciamo, funzionino in sinergia».
Al che, l'ex ministro della guerra polacco, Pawel Zalewski ha replicato che nonostante gli ingenti investimenti finanziari polacchi in armamenti americani, gli USA sono lenti nella consegna di tecnologie militari cruciali: «Abbiamo letteralmente inondato le nostre forze armate di sistemi americani. Abbiamo speso 65 miliardi di dollari. Ora ci troviamo ad affrontare carenze e ritardi nella consegna dei prodotti ordinati. Questo è un nostro problema... E quando i nostri amici americani ci chiedono di acquistare prodotti americani, rispondo: "Consegnate con puntualità"... c'è una soluzione: l'integrazione. E sebbene osserviamo una straordinaria apertura da parte americana alla produzione congiunta e allo scambio di tecnologie... riscontriamo tuttavia problemi nel prendere una serie di decisioni cruciali».
In ogni caso, che il conflitto in Ucraina vada avanti, costituisce un “dogma” per il profitti del capitale euro-atlantico. E i miliardi che il principale sponsor europeo dell'Ucraina, la Germania, investe nel finanziamento del regime nazigolpista, rappresentano un grossissimo affare proprio per quello sponsor. Dunque, il ministro delle finanze ucraino Serghej Marcenko ha ammesso che Kiev ha grossi problemi nel reperimento dei 27 miliardi di dollari aggiuntivi necessari per la difesa. E la situazione, osserva Mikhail Pavliv su Ukraina.ru, è resa ancor più complicata dal rapido accrescersi del conflitto di Zelenskij con Trump, il quale non nasconde il fatto che gli interessi americani e i suoi accordi con Mosca non coincidano coi desideri di Kiev; gli “alleati” europei sono così costretti non solo a cercare ulteriori finanziamenti, ma anche a compensare le conseguenze politiche del deterioramento delle relazioni tra Zelenskyj e Washington. In questo quadro, lo scorso 4 ottobre è arrivato a Kiev Friedrich Merz, volendo dimostrare che Berlino è pronta a sostituire Washington nel sostegno alla junta. Quale sostegno? Merz è ripartito da Kiev con un pacchetto di 14-15 accordi con aziende tedesche della difesa - Diehl Defence, Hensoldt, Quantum Systems, Helsing e ARX Robotics - il cui valore è stimato tra i 6,6 e gli 8,5 miliardi di euro.
Pare dunque lecito chiedersi chi stia davvero sostenendo chi. Lo scorso 8 ottobre, ricorda Pavliv, l'Istituto di Economia Mondiale di Kiel ha pubblicato uno studio sulla sbandierata “generosità” tedesca verso l'Ucraina, da cui risulta che dei quasi 100 miliardi di euro che il governo tedesco dichiara come aiuti a Kiev, solo 41,7 miliardi possono essere attribuiti direttamente al sostegno all'Ucraina, mentre il resto è già stato speso in Germania o esiste come impegno futuro. Inoltre, dei 43,3 miliardi di euro di aiuti civili dichiarati, 35,9 rappresentano in realtà spese interne tedesche, tra cui 27,45 miliardi in sussidi sociali ai rifugiati ucraini, altri 7,15 miliardi in spese da parte di Länder e comuni e 1,3 miliardi in garanzie per le imprese tedesche. Solo 7,4 miliardi rappresenterebbero reale sostegno all'Ucraina, di cui 1 miliardo è dato da un contributo tramite FMI, e altri 100 milioni sono costituiti da alleggerimento del debito piuttosto che da un trasferimento di denaro.
Ancor più curiosa la situazione relativa alla componente militare: dei 57,6 miliardi di euro annunciati, 22 miliardi sono impegni futuri, 11,6 miliardi sono stanziamenti per il 2026 e solo 22,7 miliardi si riferiscono agli aiuti militari per il periodo 2022-2025. Ma nemmeno quest'ultima cifra significa che l'Ucraina abbia ricevuto armi per 22,7 miliardi di euro, poiché vi sono incluse varie forme di supporto militare, approvvigionamento, manutenzione, costo stimato delle attrezzature trasferite, addestramento delle truppe ucraine. Vien fuori, a detta dei ricercatori di Kiel, che una parte significativa degli aiuti militari consiste in ordini per i produttori di armi tedeschi, il che significa che i fondi del bilancio tedesco si trasformano in entrate per le aziende tedesche, maggiore utilizzo della capacità produttiva, posti di lavoro e gettito fiscale all'interno della Germania stessa. Ed è logico supporre che, tenendo conto dei contratti militari, vengano convogliati nell'economia tedesca fondi significativamente maggiori rispetto alla stima dell'Istituto di 35,9 miliardi di euro e che il volume potenziale effettivo possa raggiungere i 75 miliardi di euro.
Berlino non cerca più nemmeno di nascondere la componente affaristica della politica nei confronti dell'Ucraina. Già all'inizio di settembre, il ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul aveva espresso pubblicamente indignazione per il fatto che l'Ucraina stesse effettuando troppi pochi ordinativi di materiale bellico alle aziende tedesche e aveva chiesto a Zelenskij di porre rimedio alla situazione. In un'intervista poi citata da Der Spiegel, Wadephul ha dichiarato apertamente che la Germania è il principale sostenitore dell'Ucraina e che, di conseguenza, l'industria della difesa tedesca dovrebbe trarne vantaggio. Il giorno successivo, il governo tedesco ha confermato che Merz aveva personalmente avanzato richieste simili a Zelenskij in numerose occasioni, mentre il ministero degli esteri tedesco ha collegato direttamente l'aumento degli ordini per l'industria della difesa tedesca all'utilizzo di un prestito europeo di 90 miliardi di euro. Letteralmente negli stessi giorni, durante una riunione ordinaria del Gruppo di contatto di Ramstein, il ministro della guerra Boris Pistorius ha annunciato l'acquisto da parte dell'Ucraina di diverse migliaia di missili IRIS-T, prodotti dalla tedesca Diehl Defence e del costo di 400.000 euro, che saranno finanziati con tale prestito europeo.
In breve, conclude lo stesso Pavliv, le cancellerie europee, per la maggior parte, sono consapevoli del proprio orientamento russofobo e il loro obiettivo evidente è quello di prolungare la guerra dell'Ucraina contro la Russia. Ma «un altro obiettivo è salvare le loro economie, che stanno perdendo competitività sui mercati globali, attraverso la "lotta per l'Ucraina". E se ciò che resta dell'Ucraina verrà bruciato lungo il cammino, beh, che così sia... Sono solo affari, niente di personale».
ROMA (ITALPRESS) – Nella notte, i Carabinieri della Compagnia di Roma San Pietro e gli agenti della Polizia Locale di Roma Capitale, coordinati dalla Procura della Repubblica di Roma, hanno sequestrato una minicar per caratteristiche e fattezze, corrispondente a quella utilizzata per gli episodi delittuosi del 4 e 5 ottobre, tra cui quello che avrebbe provocato il grave ferimento dell’attore Davide Iacopini, tuttora ricoverato in prognosi riservata, e denunciato due persone gravemente indiziate di trovarsi a bordo del mezzo, durante le aggressioni, quale conducente e passeggero.
Sentiti in caserma dal PM della Procura di Roma, nella notte, i due hanno ammesso i fatti. Le indagini, coordinate dalla Procura della Repubblica di Roma ed eseguite grazie all’ausilio delle Sezioni ‘Cyber Investigation’ e ‘Rilievi Tecnico Scientifici’ dei Carabinieri del Nucleo Investigativo e del Ris di Roma, hanno consentito di raccogliere gravi elementi indiziari in ordine al fatto che la minicar individuata fosse il mezzo con cui erano state commesse le sei aggressioni.
ROMA (ITALPRESS) – “Il gas russo non costa meno agli italiani, ma ai russi: il prezzo in Europa è stabilito dalla Borsa olandese e quando il gas arriva viene venduto a un unico prezzo. Anche negli anni di maggior importazione in Italia la componente è stata inferiore al 40% del totale: una nuova importazione di gas russo non comporterebbe una riduzione del prezzo per diversi anni”. Lo afferma la presidente del Consiglio Giorgia Meloni nel corso delle comunicazioni alla Camera in vista del Consiglio europeo.“Vorrei capire quali sono gli interessi che si stanno difendendo reiterando questa proposta – aggiunge Meloni -. Non mi pare che in questo caso si vogliano difendere gli interessi italiani. Sull’Ucraina stiamo facendo esattamente quanto scritto nel programma del 2022, quando sono stati eletti con noi anche i deputati di Futuro nazionale: sono certa che il cambio di posizione a fine legislatura sia genuino e non determinato dal rischio di una mancata rielezione nei partiti in cui eravate stati rieletti, ma in questo caso sarebbe più credibile rassegnare le dimissioni e ricandidarsi con le nuove tesi che sostenete; in altri casi siamo dinanzi all’ennesimo caso di trasformismo”.
ENERGIA: MELONI”MIX È SOLUZIONE,CAMPO LARGO FACCIA PROPOSTE SU APPROVVIGIONAMENTO”
“Ad Avs chiedo, oltre alle critiche, quali siano le proposte alternative: io penso che la soluzione per l’Italia sia il mix energetico e abbiamo lavorato in questo senso. Provenzano ci dice che non è abbastanza il +40% sulla produzione di rinnovabili, ma è comunque molto meglio di quanto fatto dai governi con grandi tendenze ambientaliste: abbiamo riaperto sul nucleare, anche sul petrolio si sono visti progressi; al campo largo chiedo di dirci come sperano di garantire l’approvvigionamento energetico della nostra nazione nell’attuale contesto. Sull’Ets abbiamo dati diversi: gli introiti sono stati utilizzati per il 50% dal ministero dell’Economia per la decarbonizzazione dei fabbricati e per l’altro 50% in processi di decarbonizzazione da parte di altri ministeri. La nostra battaglia non è contro la transizione ecologica, ma contro quella ideologica”, continua Meloni.
“EUROPA DEVE ESSERE INCLUSIVA, NON IMPOSITIVA”
“Credo che l’Europa debba essere inclusiva e non impositiva: esistono strumenti migliori per creare equilibrio tra efficacia, efficienza e inclusività rispetto al superamento dell’unanimità. Se l’Europa pretende di fare tutto non riesce a farlo adeguatamente ed è molto più difficile trovare convergenze tra gli Stati membri, mentre se concentrasse le energie sulle questioni su cui gli Stati nazionali non competono da soli sarebbe molto più facile trovarle: la cooperazione rafforzata consente a una serie di paesi di fare una serie di passi avanti volontariamente, è uno strumento che dal mio punto di vista non è stato adeguatamente utilizzato e di cui si sta iniziando a parlare solo ora”.
M5S CI DICA POSIZIONE SULLA NATO SE DOVESSE ANDARE AL GOVERNO”
“Credo che il M5s, qualora tornasse al governo, dovrebbe dirci qual è la posizione dell’Italia rispetto alla Nato e se ritengono che dovremmo abbandonarla: non si può stare con un piede in tutte le scarpe. La risoluzione presentata al Senato sull’Ucraina chiede di sostenere una tregua energetica e la cessazione degli attacchi russi alle centrali elettriche ucraine, nonché gli attacchi ucraini alle raffinerie russe: il campo largo ha abbandonato l’aula per non partecipare alla votazione, mi chiedo se alla Camera farà la stessa cosa ma soprattutto perché”.
“SUL PIANO MATTEO DA OPPOSIZIONI CONTESTAZIONI INGIUSTE”
“La presenza russa in Africa è una questione che il nostro governo ha posto fin dall’inizio: abbiamo rivendicato tante volte a livello europeo che, mentre eravamo disponibili a offrire il nostro contributo sul fianco est, ritenevamo inaccettabile che non si prestasse la stessa attenzione al fianco sud; dinanzi a un’instabilità simile bisogna difendere tutti i fianchi dell’alleanza. Mi dispiace che le opposizioni contestino ingiustamente il piano Mattei: è una strategia che l’Italia dovrebbe portare avanti anche quando questo governo dovesse non esserci più; i paesi africani preferiscono cooperare con noi piuttosto che con altre potenze che in un momento successivo gli lasciano poco”.
LE COMUNICAZIONI AL SENATO
“Sono sempre più numerose e complesse le scelte che l’Ue è chiamata a compiere per difendere la capacità di restare competitiva e sicura”. Così il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, nelle sue comunicazioni in Senato in vista del Consiglio europeo.
“La questione che pesa più di tutto sulla competitività è il costo dell’energia, non possiamo chiedere alle imprese europee di competere e, allo stesso tempo, accettare che paghino l’energia più dei loro concorrenti. La decarbonizzazione non può essere deindustrializzazione, a maggior ragione in questo quadro geopolitico – ha aggiunto la Premier – “La risposta sul costo dell’energia “deve essere coordinata e rapida”.
“C’è un principio sul quale insistiamo fin dall’inizio: se una regola produce conseguenze che non erano state previste o aggravano situazioni di rischi, quella norma va corretta perché noi dobbiamo difendere i cittadini da regole sbagliate. Si può fare, grazie all’Italia è accaduto diverse volte”, ha aggiunto.
SULL’UCRAINA “LA POSIZIONE DEL GOVERNO NON CAMBIA”
“Continuo a ritenere che questo stallo sia l’unico strumento per portare la Russia su un tavolo negoziale serio. Tutti vogliamo che si arrivi alla pace, ma il sostegno all’Ucraina non è un’alternativa alla pace, ma ciò che la rende possibile perché se l’aggressore può puntare sulla resa dell’avversario che bisogno ha di negoziare? Ma la resa è conquista. Se l’Ucraina smettesse di difendersi non avremmo la pace, discuteremmo dell’occupazione di una nazione europea e del ritorno di un imperialismo sovietico. Solo una pace giusta può durare e mettere al sicuro l’Europa e i suoi interessi, la posizione del governo non cambia”, aggiunge.
“La guerra in Ucraina continua, con un crescente coinvolgimento di obiettivi civili. L’instabilità in Medio Oriente produce conseguenze che vanno ben oltre i confini della regione. La competizione economica globale è sempre più serrata. Le tensioni geopolitiche incidono sulla sicurezza delle nostre catene di approvvigionamento, sul costo del carburante e su quello della vita, sulla capacità delle nostre imprese di competere. E poi le minacce ibride, le pressioni migratorie, una instabilità crescente e la conseguente necessità di rafforzare la sicurezza e la difesa europea. Sono dossier diversi, naturalmente. Ma hanno una cosa in comune: ci ricordano quanto quello che accade fuori dai nostri confini incida sempre più sulla nostra vita quotidiana e metta alla prova la capacità della nostra Nazione di difendere la propria prosperità e la propria sicurezza”, ha detto.
“In un momento così complesso, in cui tante variabili sfuggono al nostro controllo, c’è almeno una cosa che dipende da noi: fare in modo che l’Europa non resti a guardare. Perché le condizioni di una pace che riguarda il nostro Continente, e quindi la nostra sicurezza, non possono essere scritte senza di noi. Per questo continuo a chiedere che i Ventisette individuino una figura autorevole, con il mandato di tutti, capace di portare al tavolo la voce dell’Europa. E se su un nome non si trova convergenza, siamo pronti anche a valutare soluzioni diverse. Se ad esempio Francia, Germania e Gran Bretagna, nel famoso formato E3, ritengono di poter fare da sole meglio di quanto potremmo fare tutti insieme, e finora è questa la scelta che hanno fatto, allora almeno lo facciano a nome di tutti e con un mandato ufficiale dato da tutti. Perché sarò onesta: considero secondario il tema di chi siede a quale tavolo. Mi interessa a nome di chi si siede al tavolo, e per dire cosa. Mi interessa che l’Europa non vada in ordine sparso, non offra il fianco a chi ha interesse ad alimentare le divisioni e parli con una voce sola. Perché un’Europa che si divide sui formati offre un’immagine di sé infantile, ed è l’unico vero regalo che possiamo fare a Mosca. E di regali a Mosca, di questi tempi, ne sono già stati fatti abbastanza”, spiega.
“In questi anni il Governo ha scelto di essere presente e attivo sulla scena internazionale, con continuità e con una linea chiara. Perché l’interesse nazionale si difende contribuendo a orientare le scelte che ci riguardano, non limitandosi a subirne le conseguenze. Vale in modo particolare in Europa. Ed è con questo spirito che l’Italia ha lavorato anche in vista del prossimo Consiglio Europeo, e che affronterà i principali temi all’ordine del giorno”, ha proseguito.
“L’INTESA SUL GASOLIO RUSSO ANNUNCIATA DA TRUMP E’ MOLTO RISCHIOSA”
“Dobbiamo considerare anche l’intesa sul gasolio russo annunciata venerdì scorso dal Presidente degli Stati Uniti Donald Trump. È una scelta che considero molto rischiosa – ha dichiarato Meloni – “Chiaramente tutti comprendiamo, e condividiamo, l’esigenza di contenere i prezzi dell’energia che pesano su famiglie e imprese, anche in Italia. Ma dobbiamo essere consapevoli che l’impennata dei prezzi del carburante è dovuta soprattutto alla guerra in Iran, non al conflitto in Ucraina. Dunque, il risultato di questa scelta è dubbio, mentre i rischi sono chiari – osserva -. Una legittimazione per Mosca mentre le sue bombe continuano a cadere sulle città ucraine, nuove entrate con cui finanziare la guerra, un implicito indebolimento della leva sanzionatoria: sono elementi che non possiamo ignorare, e che contraddicono quanto fin ora fatto dagli Stati occidentali, Stati Uniti compresi, per spingere Putin a sedersi al tavolo delle trattative”.
“FONDI PER DIFESA NON SOTTRATTI A OSPEDALI E SCUOLE”
“Ricordo che la maggiore flessibilità per difesa e sicurezza significa essenzialmente risorse aggiuntive rispetto a quelle consentite dai parametri europei. Non sono soldi tolti alla sanità o alla scuola: se non li spendessimo per la difesa, non potremmo spenderli per altro. Chi racconta che più sicurezza significa meno ospedali, risorse distratte dai servizi essenziali da un governo di guerrafondai, mente sapendo di farlo. Tanto più se gli stessi che oggi ci accusano dall’opposizione, quando erano al governo approvavano – in piena pandemia – un aumento delle spese militari da circa 15 miliardi di euro. E allora non c’era neanche la guerra in Ucraina”, evidenzia Melini.
“A GAZA SITUAZIONE DRAMMATICA, SERVONO PIÙ AIUTI”
“A Gaza la situazione resta drammatica. Servono più aiuti e servono in fretta. E serve un’iniziativa politica per verificare se Hamas sia davvero disposta a deporre le armi. Sarebbe la svolta di cui abbiamo bisogno, e aprirebbe la strada alla ricostruzione, nell’interesse – prima di tutto – della popolazione civile”, ha detto Meloni.
IRAN “RAFFORZARE ASPIDES, SERVONO PIÙ NAVI E ORA”
“Al Consiglio Europeo discuteremo anche della situazione in Iran e nel Golfo. A partire dalla libertà di navigazione a Hormuz e a Bab el-Mandeb, che per l’Europa rappresenta un interesse vitale. Le restrizioni e gli attacchi in questi due passaggi hanno avuto un effetto diretto sulla vita dei nostri cittadini, a cominciare dal prezzo dell’energia. Credo che l’Europa debba impegnarsi in prima persona, a partire dal rafforzamento dell’operazione Aspides nel Mar Rosso, che l’Italia oggi guida e che si regge in larga parte sul contributo di pochissime Nazioni. Servono più navi, e servono ora”, ha aggiunto.
IMMIGRAZIONE“ALTERNATIVA A PORTE APERTE È SEMPRE ESISTITA”
“In molti consideravano impossibile che temi come concentrarsi sulla prevenzione delle partenze piuttosto che sulla gestione degli arrivi, rafforzare la dimensione esterna, costruire partenariati con le Nazioni di origine e di transito, rendere più efficaci i rimpatri e sviluppare soluzioni innovative potessero diventare parte ordinaria del dibattito europeo. Ma così è stato. E questo cambio di approccio, al quale l’Italia ha dato un contributo decisivo, sta producendo risultati concreti. Non lo dice il Governo. Lo dicono i dati di Frontex. In due anni, gli attraversamenti irregolari delle frontiere esterne dell’Unione si sono più che dimezzati. Il problema non è risolto, lo sappiamo bene. Ma questi numeri dicono una cosa semplice: l’alternativa alle porte aperte è sempre esistita. Per anni, semplicemente, si è scelto di non perseguirla. Intendiamo andare avanti nella direzione avviata, senza abbassare la guardia. Anche perché gli eventi di Ceuta della fine di luglio hanno dimostrato bene quanto velocemente possano prodursi situazioni di pressione eccezionale alle frontiere esterne”, sottolinea la Premier.
“ALTRI STATI HANNO SOSPESO SCHENGEN 500 VOLTE, POLEMICHE SURREALI”
“Alla luce” dei fatti di Ceuta“l’Italia ha deciso di reintrodurre temporaneamente i controlli alle frontiere interne aeree e marittime con la Spagna, sulla base di una valutazione di sicurezza. Considero abbastanza surreali le polemiche che ne sono seguite, soprattutto da parte di alcuni partiti di opposizione, evidentemente più attenti a difendere il governo spagnolo che la sicurezza e i confini italiani. Ricordo che il Codice Schengen prevede espressamente la possibilità di reintrodurre temporaneamente i controlli alle frontiere interne per esigenze di ordine pubblico o di sicurezza. Difatti, si tratta di uno strumento utilizzato regolarmente: dal 2006 a oggi, gli Stati Membri vi hanno fatto ricorso quasi 500 volte, e in oltre 30 casi i controlli hanno riguardato direttamente l’Italia. È quindi difficile sostenere che l’Italia non abbia il diritto di utilizzare uno strumento che nei suoi confronti è stato utilizzato decine di volte. Ricordo ai colleghi che l’Italia ha gli stessi doveri degli altri Stati membri, ma ha anche gli stessi diritti. Non accettiamo che difendere i confini sia un diritto per gli altri e una colpa quando riguarda l’Italia”, spiega Meloni.
Una fermata dell’autobus senza luce alle dieci di sera, un marciapiede troppo stretto per un passeggino o una carrozzina, un affitto che spinge sempre più lontano dal centro chi si prende cura di qualcuno, un tragitto quotidiano che senza automobile diventa un percorso a ostacoli: sono esperienze comuni, spesso così normalizzate da non sembrare più un problema.
È da qui che siamo partitə per costruire GIOIA, acronimo di “Generare cIttà femministe attraversO Inclusione e pArtecipazione”: un progetto in cui proviamo a rispondere a una domanda semplice e radicale insieme, cioè per chi è pensata la città in cui viviamo.
Finanziato dal Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio nell’ambito del Piano Strategico Nazionale sulla violenza maschile contro le donne, GIOIA lavora su quattro municipi romani (II, V, VII e VIII). L’idea di fondo è che la prospettiva di genere non riguardi solo i servizi antiviolenza, ma ogni aspetto della vita urbana: come ci si muove, dove ci si sente al sicuro, quali spazi esistono per la cura, il gioco, l’incontro.
A promuovere il progetto siamo in tre: la Casa delle donne* Lucha y Siesta, dal 2008 presidio contro la violenza di genere e luogo di sostegno alle donne e alle persone trans e non binarie che ne escono; Sex & the City,associazione fondata dalle architette e ricercatrici urbane Azzurra Muzzonigro e Florencia Andreola, che da anni legge le città con le lenti del genere; e CHEAP, collettivo bolognese di street poster art che dal 2013 lavora nello spazio pubblico trasformando l’ordine simbolico.
L’obiettivo è raccontare e progettare la città insieme alle persone che la attraversano ogni giorno, con le proprie esigenze di cura, di sicurezza, di libertà di movimento, creando alleanze con le reti già attive nei territori.
Il percorso prevede in primo luogo una mappatura curata da Sex & the Citye la creazione di un Atlante di genere per ciascun municipio, costruito incrociando indicatori territoriali e un questionario rivolto alle persone che abitano e attraversano quei quartieri. L’Atlante avrà una sintesi, un report approfondito e una mappa online aggiornabile, sul modello già sperimentato a Parma.
L’Atlante servirà a costruire un quadro dei servizi, reti e soggetti che la città già possiede in termini di sostegno alla vita quotidiana, in maniera da individuare ciò che manca e trasformarlo in proposta di trasformazione. Per fare questo l’esperienza di chi i quartieri li vive e li attraversa ogni giorno è centrale.
Accanto al lavoro di mappatura ci saranno anche i Percorsi di Progettazione Partecipata. Da ottobre 2026 a febbraio 2027 in ogni municipio un gruppo di 20-25 persone si incontrerà in laboratori facilitati da attiviste, urbaniste, artiste e filosofe; i laboratori partecipati coinvolgeranno anche l3 bambin3, che porteranno prospettive e desideri sulla città negli incontri curati da Scosse APS. Le domande dei laboratori riguardano questioni moltoconcrete: in quali momenti entriamo in conflitto con la città? Quali difficoltà abbiamo smesso di vedere? Cosa resta sotto traccia pur pesando sulla nostra vita quotidiana?
Il compito dei laboratori è quello di formulare richieste precise da portare ai municipi e all’amministrazione capitolina: proposte ancorate ai bisogni reali e diffuse su tutta la città, con la vivibilità come criterio guida.
A seguire il lavoro ci sarà un Comitato scientifico di studiose, attiviste e urbaniste, tra cui Federica Castelli, Chiara Belingardi, Serena Olcuire, Giada Bonu Rosenkranz e Barbara Leda Kenny.
A partire dai materiali dei gruppi, CHEAP realizzerà una campagna artistica che attraverserà Roma sugli spazi di affissione comunali e nelle metropolitane, con raccomandazioni per una città transfemminista da discutere con le amministrazioni tra ottobre 2027 e marzo 2028.
Questo perché l’arte pubblica racconta delle storie e sceglie di tacerne altre, riproducendo un sistema di esclusione e privilegio che opera su più livelli della città. Uno degli obiettivi che ci siamo date, invece, è quello di contrabbandare nello spazio pubblico altre narrazioni, altri desideri, altri immaginari.
Infine, a chiudere il percorso è prevista una pubblicazione con la casa editrice indipendente Armillaria e, a ottobre 2027, abbiamo immaginato un festival cittadino aperto ai quattro municipi e a tutta la capitale.
Dopo le prime presentazioni ad ESC e all’Arci Sparwasser del 2 e del 6 ottobre, gli incontri di lancio proseguiranno il 13 Ottobre presso il Centro Anziani Pullino (VIII Municipio), il 14 ottobre alle 17 alla Casa di Quartiere del Quarticciolo Ribelle (V Municipio) e il 15 ottobre alle 18 all’Antimafia Pop Academy (VII Municipio), con un laboratorio sulla città decoloniale insieme a Stefania N’Kombo José Teresa.
Il primo appuntamento comune sarà invece sabato 24 ottobre, dalle 10 alle 17 alla Casa delle donne Lucha y Siesta, con il workshop di arte urbana di CHEAP che riunirà tutti i gruppi.
La città è da sempre uno spazio ambivalente per le donne, le persone queer, le persone razzializzate, le persone disabili; spesso il messaggio che lancia è questo non è il vostro posto, qui dovete avere paura. Ma noi non vogliamo avere paura: vogliamo tessere le reti relazionali e costruire gli spazi fisici per costruire giustizia sociale, per definire insieme la nostra idea di sicurezza e di libertà, a partire dalla possibilità di vivere e attraversare i nostri quartieri.
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L'Arabia Saudita ha confermato che alcuni attacchi sferrati dallo Yemen hanno colpito la sede centrale del gigante petrolifero Aramco, nella parte orientale del Regno.
????Yemen ataca una concentración de fuerzas y vehículos vinculados a Arabia Saudí ???? Las Fuerzas Armadas de Yemen atacaron una concentración de efectivos y vehículos vinculados a Arabia Saudí, según muestran imágenes difundidas del operativo. https://t.co/dCPysDdh55
Secondo le prime ricostruzioni, nelle prime ore di mercoledì mattina un incendio è divampato presso l'headquarter di Aramco a Dhahran, facend scattare immediatamente l'ordine di evacuazione. Poco dopo, il Ministero dell'Energia saudita ha confermato che un edificio amministrativo di una società controllata da Aramco è stato colpito da missili yemeniti, precisando tuttavia che le fiamme sono state di "portata limitata".
Parallelamente, la Protezione Civile saudita ha riferito che quattro persone (due donne, un uomo e un bambino) sono rimaste ferite dai detriti di due missili da crociera lanciati dalle forze Ansar Allah contro la capitale, con un bilancio di almeno 15 abitazioni danneggiate.
Ritorsione ed escalation nel conflitto
Il raid contro la compagnia petrolifera nazionale segue l'avviso perentorio diffuso dallo Yemen, che aveva intimato a dipendenti e civili di evacuare le aree vicine agli impianti petroliferi sauditi, definiti "obiettivi militari legittimi". Il portavoce delle Forze Armate yemenite, Yahya Sari, ha spiegato che l'azione rappresenta una risposta diretta all'attacco saudita contro la stazione centrale Al-Sabah della compagnia petrolifera yemenita a Sana'a. Sari ha inoltre rinnovato l'allerta per compagnie aeree, aeroporti e viaggiatori nelle zone già individuate come potenziali bersagli.
???? Yemen declara a Aramco objetivo legítimo y pide evacuar sus instalaciones ???? Las FFAA yemeníes han pedido la evacuación inmediata de todas las personas que se encuentren cerca de instalaciones vinculadas a Aramco, a la que han declarado un objetivo legítimo. https://t.co/0lQN91UxFx
Questi ultimi sviluppi prefigurano una grave escalation del conflitto. L'esercito yemenita, sostenuto dal movimento Ansar Allah, ha registrato significativi avanzamenti nell'ultimo mese: osservatori indipendenti segnalano che gli Houthi sono ormai sul punto di entrare a Taiz, roccaforte delle forze fedeli a Riyadh.
La tensione resta altissima fin dallo scorso luglio, quando il bombardamento saudita dell'aeroporto di Sana'a ha scatenato la reazione yemenita contro basi, porti, aeroporti e petroliere nel Mar Rosso. Il 20 luglio, Sana'a ha annunciato un inasprimento delle operazioni contro il sostegno saudita al governo di Aden, imponendo a Riyadh un blocco navale in risposta a quello subìto dallo Yemen dal marzo 2015.
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ROMA (ITALPRESS) – Questa mattina Papa Leone XIV ha eseguito gli esami del sangue e la radiografia del torace previsti dopo l’intervento, e “gli esiti confermano un decorso post-operatorio regolare: i valori sono nella norma per il tipo di intervento eseguito”. Il Pontefice ha svolto la fisioterapia respiratoria e “ha iniziato a camminare in stanza. Ha ripreso una regolare alimentazione facendo colazione e pranzo. Il decorso procede secondo quanto previsto”. Lo rende noto la Sala Stampa Vaticana.
PRIMA NOTTE POST-OPERATORIA SERENA
Notte tranquilla per Papa Leone XIV al Policlinico Gemelli dopo l’intervento chirurgico di ieri pomeriggio. In giornata, a conferma delle buone condizioni post operatorie, il Pontefice potrebbe ricevere la visita del Segretario di Stato, Cardinale Pietro Parolin e del Sostituto della Segreteria Mons, Paolo Rudelli. All’apprensione per la conferma per la gravità della patologia, é subentrata in Vaticano la fiducia dei chirurghi e degli specialisti sull’esito positivo dell’operazione e sulla casistica della completa guarigione. Il bollettino ufficiale della Sala Stampa della Santa Sede, diffuso ieri sera, rende noto infatti che al Papa “è stato asportato il lobo inferiore del polmone destro e che l’esame istologico ha confermato la diagnosi di un adenocarcinoma polmonare, come sospettato dagli esami pre-operatori”.
“Il Santo Padre – aggiunge il Bollettino vaticano – é stato in sala operatoria per circa 90 minuti. L’intervento è riuscito e non ci sono state complicanze. Dopo l’intervento il Papa si é svegliato regolarmente ed è rientrato dopo un breve periodo di osservazione nella sua stanza al 10 piano dove ha cenato”.
L’asportazione di un lobo polmonare nei pazienti che hanno una normale capacità respiratoria – viene sottolineato negli ambienti ospedalieri – non comporta deficit di respirazione o riduzione di agibilità motoria. Ad incardinare l’operato dell’equipe chirurgica del professore Stefano Margaritora, é stato l’esito della biopsia e dell’esame istologico immediati che hanno evidenziato natura della neoplasia del lobo polmonare destro da asportare.
L’intervento è stato eseguito con la tecnica mini invasiva della videotoracoscopia: delle piccole incisioni nel torace, tra le costole, attraverso le quali con un sondino chirurgico si é proceduto alla segmentectomia, la resezione del nodulo polmonare, e alla successiva rimozione dei linfonodi attorno ai bronchi e alla trachea. Per stabilire il decorso, le prossime 24-48 ore sono le più delicate.
E’ l’esame istologico dei linfonodi a determinare il completo successo dell’intervento. Se i linfonodi risultano negativi e non vengono riscontrate infiltrazioni, l’intervento può considerarsi risolutivo e non sarà necessaria la chemioterapia, ma solo dei controlli periodici per alcuni anni. Si prevede che, dati tutti i parametri fisici ottimali del Pontefice, la degenza ospedaliera e il recupero possano durare meno dei previsti sette giorni. Si spera anzi che nelle prossime ore il Papa possa alzarsi e camminare. Cosa impossibile quando in interventi analoghi, senza tecnica mini invasiva, era necessario aprire il torace.
In Vaticano non viene esclusa la possibilità che domenica prossima Leone XIV reciti l’Angelus da una finestra del decimo piano affacciata sull’atrio dell’ingresso del Gemelli, come in passato fecero Wojtyla e Bergoglio. Il bollettino medico é firmato dal dottor Luigi Carbone, Direttore della direzione di Sanità e Igiene dello Stato della Città del Vaticano, e dal Professor Stefano Margaritora che ha guidato l’équipe chirurgica, coadiuvato dalla professoressa Elisa Meacci, dalla dottoressa Maria Teresa Congedo, e dal dottore Leonardo Petracca Caravella.
L’équipe anestesiologica era composta dal professore Massimo Antonelli, dal dottore Giovanni Punzo e dal dottore Giuseppe Bello. E’ ancora presto per valutare se l’intervento possa comportare modifiche al programma del preventivato viaggio apostolico del Papa dal 6 al 17 novembre in Uruguay, Argentina e Perù. E’ un viaggio aereo impegnativo e molto lungo, viene tuttavia osservato.