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Palestina: dichiarazione dell’Alto Rappresentante a nome dell’Unione europea sul rinvio delle elezioni

Traduzione di cortesia. Per la versione originale in lingua inglese clicca qui.

 

L’Unione europea esprime profondo rammarico per la decisione dell’Autorità Palestinese di rinviare a settembre 2027 le elezioni legislative, inizialmente previste per il 28 novembre 2026, nonché le elezioni presidenziali che avrebbero dovuto tenersi all’inizio del 2027.

Pur riconoscendo le sfide e le limitazioni cui deve far fronte l’Autorità Palestinese, ribadiamo l’importanza di organizzare quanto prima le elezioni legislative e presidenziali, conformemente agli impegni precedentemente assunti dal Presidente Abbas.

Lo svolgimento di elezioni democratiche e trasparenti in tutto il Territorio palestinese occupato è atteso da troppo tempo. I palestinesi devono poter esercitare il diritto di voto per eleggere i propri leader e rappresentanti nelle istituzioni.

L’Unione europea ribadisce la propria disponibilità a sostenere il processo elettorale, anche attraverso l’invio di una Missione di osservazione elettorale dell’UE.

L’Unione europea ribadisce il proprio consolidato sostegno agli sforzi volti alla costruzione dello Stato palestinese e all’attuazione delle riforme. Lo svolgimento di elezioni credibili, inclusive e trasparenti, aperte a tutti i palestinesi, è essenziale per il popolo palestinese, per garantire la legittimità democratica e la responsabilità delle istituzioni, nonché per la realizzazione della soluzione a due Stati. Il continuo sostegno dell’Unione europea all’Autorità Palestinese va di pari passo con i progressi verso il conseguimento di tali obiettivi e l’avanzamento delle riforme.

L’Italia lascia la rete europea dei Garanti per l’infanzia: il dissenso e la responsabilità istituzionale

14 Ottobre 2026 ore 17:00

L’8 ottobre l’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza ha comunicato che non farà più parte della rete europea dei garanti per l’infanzia, Enoc (European network of ombudspersons for children). Marina Terragni, titolare dell’autorità italiana, ha motivato così la sua decisione: «Con grande rammarico ho appreso che non sarebbe stata registrata e pubblicata la mia dissenting opinion riguardo al documento annuale approvato a maggioranza da Enoc sul tema dei diritti dei bambini e ragazzi Lgbtqia+, benché – a quanto risulta – nessuna norma statutaria del network lo vieti espressamente».

Il testo è stato presentato il 2 ottobre a Barcellona all’assemblea generale dell’Enoc e quindi approvato dalla rete dei Garanti europei: si legge qui. Terragni ha dato voto contrario. Ma a fare problema non sarebbe tanto il contenuto dello statement, quanto il rifiuto di pubblicare in aggiunta al documento una breve postilla, dove lei spiegasse le ragioni del suo dissenso. 

Effetti che vanno ben oltre la durata del mandato

La scelta di lasciare l’Enoc ha ovviamente sollevato diverse critiche, prime fra tutte Defence for Children e Arcigay. Una presa di posizione netta è arrivata dall’Associazione Italiana dei Magistrati per i Minorenni e per la Famiglia – Aimmf, che non è entrata nel merito del tema Lgbtqia+ ma ha detto che è «grave e non condivisibile la scelta della Garante nazionale per l’infanzia e l’adolescenza di ritirare l’Italia da Enoc». Ovviamente il diritto di esprimere il dissenso «è essenziale in ogni contesto democratico», ma la Garante «dispone di molteplici modalità per rendere pubbliche le proprie ragioni, senza per questo allontanarsi da un luogo di dialogo e di elaborazione comune sui diritti dei bambini e degli adolescenti», ha scritto il presidente Claudio Cottatellucci.

La questione invece è soprattutto «di responsabilità istituzionale. Chi ricopre temporaneamente un incarico di garanzia deve considerare che le proprie decisioni possono produrre effetti ben oltre la durata del mandato, compromettendo relazioni e percorsi di cooperazione costruiti nel tempo. Scelte di questa portata richiedono un’attenta ponderazione delle conseguenze e un adeguato confronto istituzionale. La tutela dei minorenni esige continuità, dialogo e cooperazione internazionale, anche in presenza di divergenze».

Chi ricopre temporaneamente un incarico di garanzia deve considerare che le proprie decisioni possono produrre effetti ben oltre la durata del mandato, compromettendo relazioni e percorsi di cooperazione costruiti nel tempo. La tutela dei minorenni esige continuità, dialogo e cooperazione internazionale, anche in presenza di divergenze

Claudio Cottatellucci, presidente Aimmf

Il Garante pugliese, Ludovico Abbaticchio, ha annunciato di aver chiesto, insieme ad altri garanti regionali, la sospensione del recesso dall’Enoc e la convocazione urgente della Conferenza nazionale dei Garanti regionali stessi. «La decisione di uscire dalla rete europea riveste una portata che va ben oltre il singolo documento: incide sul posizionamento dell’Italia nel sistema europeo di tutela dei minori su dossier strategici quali salute mentale, povertà educativa, tutela nell’ambiente digitale, intelligenza artificiale, minori migranti. Un’uscita determinerebbe un oggettivo isolamento, che ritengo problematico e non condivisibile», ha scritto in una nota.

Oggi il Gruppo Crc – Gruppo di Lavoro per la Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza – un network composto da oltre 100 associazioni che da 25 anni monitora l’attuazione dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia – esprime «preoccupazione e forte dissenso relativamente alla decisione dell’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza di uscire dall’Enoc» e «invita pertanto l’Autorità Garante a rivedere la propria decisione e restare nella rete Enoc» (la nota porta in postilla la posizione di AiBi, che «non aderisce non volendo esprimere giudizi nel merito del caso specifico, ma condivide l’importanza della partecipazione di Agia all’Enoc»).

«Abbandonare un coordinamento transnazionale di questo tipo è una scelta grave, che rischia di isolare l’Autorità garante italiana dal confronto europeo e rappresenta un arretramento rispetto al percorso di rafforzamento della cultura dei diritti che il Gruppo Crc ha contribuito a promuovere in questi anni». La scelta di lasciare l’Enoc, motivata dalla mancata pubblicazione di una dissenting opinion sullo statement annuale della rete, approvato a maggioranza e dedicato quest’anno ai diritti dei bambini e dei ragazzi Lgbtqia+ «appare sproporzionata, considerando che il dissenso può essere espresso, anche pubblicamente, attraverso altri strumenti, mantenendo aperto il confronto all’interno della rete».

La scelta di lasciare l’Enoc appare sproporzionata, considerando che il dissenso può essere espresso, anche pubblicamente, attraverso altri strumenti, mantenendo aperto il confronto all’interno della rete

Gruppo Crc

Le ragioni dell’uscita

Sul sito dell’Agia, Marina Terragni ha replicato alle richieste di chiarimento sottolineando che Enoc non è un’istituzione pubblica, ma una libera associazione e che la «non-partecipazione a Enoc non pregiudica in alcun modo i rapporti tra le Autorità Garanti nazionali e le istituzioni europee». L’adesione alla rete è riservata alle istituzioni dei 46 Stati membri del Consiglio d’Europa e attualmente la rete comprende 44 istituzioni di 34 Paesi del Consiglio d’Europa, 22 dell’Unione europea: svariati Paesi europei, fra cui Germania, Austria, Repubblica Ceca, Portogallo, non ne fanno parte. L’Italia vi aderiva dal settembre 2012.

La non-partecipazione a Enoc non pregiudica in alcun modo i rapporti tra le Autorità Garanti nazionali e le istituzioni europee

Marina Terragni, Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza

La lunga nota spiega le ragioni specifiche di contrarietà allo statement di Enoc: si leggono qui. Fra le criticità che la Garante ravvisa nel documento c’è il fatto che «per i bambini intersex Enoc chiede esplicitamente e giustamente di vietare e sanzionare gli interventi medici o chirurgici non urgenti e differibili fino al momento in cui il minore non sia in grado di esprimere un consenso libero e informato. Non viene espresso invece un analogo principio precauzionale riguardo ai minori “transgender” o gender questioning, per i quali si insiste sull’accesso tempestivo ai percorsi sanitari regolamentati – senza specificare quali – con disponibilità di servizi dedicati», oppure il fatto che sulla scuola «lo statement richiede che si riconosca il nome di elezione del minore con ideazione transgender e adotti i pronomi da lui indicati, senza peraltro specificare a quale livello di scolarità (il recente documento della Società Italiana di Pediatria, Oltre lo sguardo. Guida pratica su varianza di genere, orientamenti sessuali e omogenitorialità per un ambulatorio pediatrico accogliente, ipotizza la possibilità di attivare una carriera alias già dalla prima classe della scuola primaria). Si tratta dunque, anche nel caso dello statement Enoc, del primo passo in direzione della cosiddetta “carriera alias” scolastica, punto di avvio della transizione sociale». 

Le richieste dei ragazzi e delle ragazze

Va anche detto che il documento presentato il 2 ottobre a Barcellona all’assemblea generale dell’Enoc non è nato dal nulla: alla sua stesura anzi hanno partecipato anche i ragazzi della Consulta nazionale delle ragazze e dei ragazzi della nostra Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, che nello scorso luglio erano volati a Dublino. La Consulta nazionale è costituita da 40 adolescenti tra i 13 e 17 anni e nei mesi scorsi ha affrontato l’argomento dei diritti dei minorenni Lgbtqia+, ha scritto un testo con cinque raccomandazioni, lo ha approvato all’unanimità e lo ha portato a Dublino. Le raccomandazioni dei ragazzi e delle ragazze italiani si leggono qui e il Gruppo Crc «ritiene fondamentale che le raccomandazioni elaborate dalle ragazze e dai ragazzi trovino pieno ascolto, in coerenza con l’articolo 12 della Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza».

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Le abbonate e gli abbonati di VITA che sono iscritti alla newsletter “Dire, fare, baciare” hanno già letto ieri, nella loro mail, buona parte di questo articolo. Nella puntata n. 143 della newsletter ho parlato anche di come l’aumento di posti disponibili nei nidi, raggiunto grazie al combinato disposto degli investimenti del Pnrr e del calo demografico, pastisca l’effetto San Matteo: i figli di famiglie benestanti ne hanno beneficiato assai più dei figli di famiglie in condizioni socioeconomiche basse. Il gap tra le due fasce è passato da 7,5 punti percentuali del 2005/06 a 24 punti di differenza nel 2025. E della sentenza della Cedu sul caso di Miele, un’altra vicenda che aveva emotivamente diviso il Paese: la Corte europea dei diritti dell’uomo – Cedu, con una decisione passata sostanzialmente sotto silenzio (il testo integrale è qui), conferma la violazione dell’articolo 8 della Convenzione e riconosce le responsabilità delle autorità italiane che non hanno fatto quanto necessario per rendere effettivo il percorso di riavvicinamento del bambino alla madre, lasciando che continuasse a vivere con la famiglia affidataria.

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In apertura, foto di ROBIN WORRALL su Unsplash

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L’Ue non sogna in grande: il nuovo bilancio scontenta tutti

14 Ottobre 2026 ore 16:12

«Equally unhappy». Il rapporto della riunione degli ambasciatori dei Paesi Ue non dà adito ad equivoci: con un taglio di oltre 140 miliardi di euro rispetto alla bozza presentata dalla Commissione, la proposta del nuovo quadro finanziario pluriennale avanzata dal Consiglio dell’Unione europea ha lasciato insoddisfatte tutte le delegazioni. E dal Parlamento, Popolari, Socialisti, Liberali e Verdi hanno già fatto sapere che su queste basi non sono disposti a sedersi al tavolo negoziale per disegnare il futuro finanziario dell’Unione.

Cos’è il quadro finanziario pluriennale dell’Ue

La “nego-box” presentata dalla presidenza di turno – in questo caso, quella irlandese – del Consiglio dell’Ue è il documento che dovrebbe dare il via al negoziato con Commissione e Parlamento per arrivare alla definizione del Quadro finanziario pluriennale, cioè il bilancio dell’Ue. L’iter è lungo: la Commissione presenta una proposta, il Consiglio la rivede, i capi di Stato o di governo danno il via libera e quindi parte la discussione in Parlamento. Il testo non può essere emendato, ma solo approvato a maggioranza assoluta oppure respinto.

Sia la bozza della Commissione che quella del Consiglio dell’Ue impegnano per il bilancio 2028-2034 dell’Ue poco più dell’1% del pil. Dei 1.763 miliardi di euro immaginati dall’esecutivo Ue, però, il Consiglio ne ha tagliati 141, riducendo il budget del prossimo settennato a 1.622 miliardi. In valore assoluto, si tratta di una cifra maggiore rispetto al bilancio 2021-2027 ma a causa dell’inflazione a valori correnti si tratta di un taglio tra l’8 e il 10%, come segnalato anche da Siegfried Muresan, relatore al Parlamento europeo per il Quadro finanziario pluriennale. Una contrazione che stona con l’aumento della spesa pubblica degli Stati nazionali: in questi anni, i bilanci di 27 sono aumentati mediamente del 23%.

Tagli a competitività e difesa, si salvano Pac e coesione

Le voci di spesa più colpite – in termini assoluti – dalla tagliola del Consiglio sono quelle che riguardano competitività, prosperità e sicurezza, cioè proprio i temi su cui Ursula von der Leyen aveva puntato per modernizzare l’Europa aggiungendo risorse in settori come decarbonizzazione e difesa. Così, dai 522 miliardi di euro proposti dalla Commissione, il Consiglio è sceso fino a 456 miliardi, -11%. In termini relativi, invece, il taglio più consistente riguarda il capitolo dedicato a politica estera e azione esterna dell’Ue: -17%, un taglio di 33 miliardi. Lapidario il commento del presidente della commissione Sviluppo del Parlamento Ue, Barry Andrews: «Sarebbe un grave errore, un errore che l’Europa pagherà con la sua stessa sicurezza e la sua posizione nel mondo». Anche il capitolo amministrativo è stato rivisto al ribasso, con un taglio di quasi il 9%, da 104 a 95 miliardi di euro: senza queste risorse, sarà impossibile assumere nuovi funzionari, reputati indispensabili dalla Commissione.

Sono stati quasi completamente preservati, invece, gli stanziamenti “classici” dell’Ue: la Politica agricola comune (Pac) e i fondi di coesione economica, sociale e territoriale. Il taglio è di appena il 3%, da 946 a 915 miliardi, che si concentrano però sugli strumenti di emergenza e di flessibilità, mentre i pagamenti diretti della Pac e i finanziamenti per la coesione sono rimasti al loro posto.

A ben guardare, si tratta di una bozza che ha cercato di accontentare i due fronti: “i frugali” – Germania, Paesi Bassi, Svezia, Finlandia, Danimarca e Austria -, che spingono per tagli consistenti, e tutti gli altri Paesi, che puntano innanzitutto a preservare Pac e coesione. In questo modo, però, si è finito per scontentare tutti, tagliando su settori strategici. In un momento storico segnato dall’imprevedibilità degli Stati Uniti, dall’aggressività russa e dalla crescita, geopolitica e commerciale, della Cina, si tratta di un’abdicazione dal ruolo che, a parole, l’Europa dice di voler recitare.

Una risposta insufficiente alle sfide dell’Europa

«È la proposta peggiore di sempre», commenta con VITA Luca Jahier, relatore del Comitato economico e sociale europeo sul Quadro finanziario pluriennale 2028-2034. «Non sblocca il dibattito e rende difficile il sostegno delle varie famiglie politiche europee, come i gruppi parlamentari hanno già fatto capire». L’obiettivo comune iniziale era quello di arrivare a una bozza finale entro la fine dell’anno, in modo tale da procedere con il voto in Parlamento entro la primavera. Ora, invece, i tempi slitteranno. Sul tavolo del Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre, infatti, ci sono già diversi temi: la gestione delle politiche migratorie dopo la crisi di Ceuta, il sostegno all’Ucraina, i rapporti con la Cina e quelli con gli Stati Uniti. Difficile che i capi di Stato e di governo trovino il tempo per discutere la bozza di bilancio. Più facile, invece, che ciascuno ribadisca le sue priorità. «L’unica spiegazione che mi do», riflette Jahier, «è che la presidenza irlandese abbia presentato questo documento per far prendere coscienza ai 27 della necessità di cambiare approccio: bisogna uscire dalla logica in cui ciascuno Stato fa i suoi interessi e ragionare sui beni comuni».

Tra i tagli più gravi, rileva Jahier, quelli al programma Agorà, che finanzia cultura, media, sport e il “Democratic shield”, cioè lo scudo per proteggere l’informazione e contrastare le fake news. «Investire sulla sicurezza significa investire sulla società civile, sulla protezione dei media, rafforzare gli strumenti di controinformazione. Invece, una voce di spesa di appena 8,5 miliardi di euro in sette anni verrebbe tagliata del 30%».

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DOVE VA A FINIRE LA FILANTROPIA

Secondo Jahier, la proposta del Consiglio è largamente insufficiente. «Nel suo Rapporto, Mario Draghi aveva indicato la necessità di un Next Generation Eu all’anno per 10 anni. Già la proposta della Commissione copriva appena un quinto delle necessità di investimenti segnalate da Draghi, ora siamo ancora più lontani». L’Ue, però, avrebbe a disposizione degli strumenti per raggiungere questi obiettivi. «Bisogna rompere il tabù del debito: serve un debito europeo per finanziare i beni comuni, che non sono solo l’agricoltura e i territori ma anche la difesa e gli investimenti sul digitale», puntualizza Jahier. Non solo. «Se si vogliono tagliare i contributi degli Stati membri bisogna incrementare le risorse proprie dell’Unione, eppure nessuna delle proposte che il Cese e Parlamento – come la tassa sul digitale o sul gioco d’azzardo – sono state prese in considerazione». Per questo, conclude Jahier, la proposta della presidenza irlandese è una «cleas melada», che in gaelico significa una «presa per il culo».

In apertura: Paws and prints via per Unsplash

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Più credito per il Terzo settore: i titoli di solidarietà non sono aiuti di Stato

14 Ottobre 2026 ore 09:35

I titoli di solidarietà non sono aiuti di Stato. A confermarlo è stata la direzione generale Concorrenza della Commissione europea con una “comfort letter” emessa lo scorso 23 settembre. Gli istituti di credito potranno, dunque, raccogliere risorse da destinare al finanziamento delle attività di interesse generale degli enti del Terzo settore- Ets iscritti al Runts.

I titoli di solidarietà, previsti dall’art.77 del Codice del Terzo settore, sono obbligazioni, altri titoli di debito o certificati di deposito emessi dagli istituti di credito per raccogliere risorse per gli Ets, con i quali viene aperta una relazione creditoria. Il semaforo verde dell’Ue, oltre a sbloccare questo canale di finanziamento, comporterà ulteriori agevolazioni fiscali per i cittadini e gli investitori – con un regime equiparato a quello dei titoli di Stato e l’esenzione da imposte di bollo e successione – e incentiva il credito d’imposta per le banche che effettuano erogazioni liberali agli enti.

La comfort letter della direzione generale Concorrenza viene emessa sulla base dei dati forniti da uno Stato membro ed è un parere informale e non vincolante, quindi non crea giurisprudenza. Una valutazione positiva, però, equivale a un orientamento favorevole, indicando che — sulla base delle informazioni attuali — l’Unione europea non ha intenzione di avviare procedure di infrazione o contestazioni contro quella legge nazionale. Nel 2025, la dg Concorrenza aveva già inviato una comfort letter al ministero del Lavoro e delle Politiche sociali valutando positivamente le nuove norme fiscali per gli enti del Terzo settore, specificando che non costituiscono aiuti di Stato. Dall’interlocuzione, però, era rimasta fuori la questione dei titoli di solidarietà. Il documento del 23 settembre, quindi, rappresenta un significativo passo in avanti per la finanza sociale e apre nuovi scenari di intervento.

«Il via libera europeo ai titoli di solidarietà è un passo importante per rafforzare il Terzo settore. Ora questa opportunità deve tradursi in finanziamenti concretamente accessibili, con condizioni sostenibili e procedure chiare anche per le piccole associazioni», commentaa Bruno Molea, presidente nazionale dell’Associazione italiana cultura sport – Aics. «Per un’associazione, poter accedere al credito può significare rendere accessibile uno spazio, acquistare attrezzature per lo sport inclusivo o dare continuità a un servizio educativo e culturale. Sono investimenti che producono benefici per l’intera comunità, ma che spesso le realtà territoriali faticano a sostenere».

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Secondo Molea, il riconoscimento europeo è solo un primo tassello. «La sua efficacia si misurerà nella capacità di raggiungere anche gli enti con minori risorse e strutture organizzative», ha detto. Per farlo, servono «prodotti bancari adeguati alle caratteristiche del non profit» e «na valutazione che sappia considerare, insieme alla sostenibilità economica, il valore sociale dei progetti». Il prossimo step, dunque, sarà costruire un dialogo tra gli istituti di credito e le reti associative, in modo tale da disegnare insieme le misure opportune. «L’obiettivo è trasformare il risparmio orientato alla solidarietà in opportunità concrete per chi ogni giorno promuove sport, cultura e inclusione», conclude il presidente Aics.

Esulta anche il governo italiano. «Riconoscere la specificità del non profit significa offrire strumenti concreti a chi ogni giorno si prende cura delle nostre comunità», il commento della viceministra del Lavoro e delle Politiche sociali, Maria Teresa Bellucci. «Grazie a questo strumento permettiamo ai cittadini di orientare il proprio risparmio verso destinazioni ad alto impatto sociale e garantiamo agli enti la liquidità necessaria per crescere, innovare e generare benessere sociale».

In apertura: Mauro Bottaro/EC/Audiovisual Service/Commissione europea)

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Ceuta e la gestione delle frontiere esterne dell’Unione Europea

14 Ottobre 2026 ore 07:00

Il 30 luglio 2026, Ceuta è stata teatro di una crisi migratoria senza precedenti, che ha sottoposto a forte pressione il sistema di controllo della frontiera e ha riportato al centro del dibattito europeo la questione della gestione dei confini esterni dell’Unione. Ceuta e Melilla costituiscono, infatti, gli unici territori dell’Unione Europea situati sul continente africano e, proprio per la loro peculiare posizione, sono considerate uno dei punti più sensibili della frontiera esterna europea.

Rimaste sotto amministrazione spagnola dopo l’indipendenza dal Marocco nel 1956, nonostante la sovranità di Madrid sia da sempre contestata da Rabat, le due città sono diventate uno dei simboli della progressiva fortificazione delle frontiere europee. A partire dagli anni Novanta, le autorità spagnole hanno rafforzato le recinzioni per contenere gli attraversamenti irregolari, inserendole in un sistema di controllo più ampio, fondato sul potenziamento della sorveglianza e sul progressivo coinvolgimento di Paesi terzi nella gestione dei flussi migratori. La crisi del 2026 ripropone così una questione che va oltre il solo confine spagnolo e riguarda la capacità dell’Unione di gestire in modo condiviso le proprie frontiere esterne.  

“La dimensione strutturale della crisi”

L’ingresso della Spagna nell’Unione Europea nel 1986 e la conseguente adesione allo spazio Schengen nel 1991 ha inserito Ceuta e Melilla nel sistema europeo di gestione delle frontiere, pur prevedendo un regime specifico. I confini con il Marocco costituiscono, infatti, frontiere esterne dello spazio Schengen, mentre sono previsti controlli sui collegamenti da Ceuta e Melilla verso la Spagna continentale. Nel corso degli anni si sono verificati svariati tentativi di attraversamento delle barriere, in particolare nel 2005 con episodi che portarono a un ulteriore rafforzamento dei controlli, rendendo Ceuta e Melilla tra i confini migratori più sorvegliati dell’UE. Tali situazioni, seppur spesso presentate come emergenziali, suggeriscono che si tratti invece di una dinamica strutturale: la pressione migratoria alle frontiere spagnole in Africa rappresenta una componente ricorrente del sistema migratorio euro-mediterraneo.

Pur non riconoscendo la sovranità spagnola su Ceuta, il Marocco ha assunto un ruolo centrale nel controllo delle frontiere migratorie verso la città. La posizione geografica dell’exclave rende infatti il controllo della frontiera fortemente dipendente dalla capacità delle autorità spagnole e marocchine di coordinare le rispettive attività di sorveglianza. Già la crisi di Ceuta del maggio 2021, in cui oltre 8000 persone attraversarono illegalmente la frontiera, mostrò l’importanza della collaborazione dei Paesi terzi nella gestione delle frontiere esterne dell’Unione.

Quanto accaduto questa estate ha, però, rappresentato un evento di portata nettamente maggiore rispetto alle ondate migratorie precedenti. Il 30 luglio 2026, Ceuta è stata teatro del più grande attraversamento irregolare mai registrato nella storia della città: circa 80.000 persone hanno superato la frontiera marocchina e circa 141 persone hanno perso la vita durante i tentativi di ingresso; nei giorni successivi la maggior parte degli individui sono stati riportati in Marocco. Questo episodio ha messo sotto pressione il sistema di controllo della frontiera, portando nuovamente al centro del dibattito europeo la gestione dei confini esterni dell’Unione.

Per di più, la crisi si è verificata poco dopo l’entrata in vigore del nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, il quale prevede che “l’UE disponga di frontiere esterne forti e sicure, che i diritti delle persone siano garantiti e che nessun paese dell’UE sia lasciato solo ad affrontare la pressione migratoria. Inoltre, integra saldamente la migrazione nei partenariati internazionali, contribuendo a prevenire le partenze irregolari e a contrastare il traffico di migranti.”. In questo senso, la crisi di Ceuta ha rappresentato un primo banco di prova per il nuovo patto e per la capacità dell’Unione di dare concreta attuazione al principio di solidarietà su cui si fonda.

“La gestione della crisi tra Madrid, Rabat e Bruxelles”

La risposta immediata di Madrid si è concentrata anzitutto sul ripristino del controllo della frontiera e sull’implementazione di misure necessarie a evitare ulteriori arrivi, tra cui anzitutto il rafforzamento della presenza delle autorità e il dispiegamento di ulteriori mezzi navali, elicotteri e droni. In questo contesto, è stata anche installata una barriera pneumatica di circa 500 metri nell’area del Tarajal, zona costiera in prossimità del principale valico di frontiera con il Marocco.

Parallelamente, Madrid ha intensificato il coordinamento con Rabat. Il Ministero dell’Interno spagnolo ha richiamato l’importanza del contributo delle forze di sicurezza marocchine nella gestione della crisi. Questi eventi hanno, infatti, nuovamente evidenziato l’ambivalenza della gestione europea delle frontiere, poiché pur trattandosi di un confine dell’Unione, la sua sicurezza dipende in larga misura dalla collaborazione con un Paese terzo.

La gestione della crisi a Ceuta non è rimasta confinata a livello bilaterale. Di fronte alla portata dell’emergenza, infatti, la Spagna si è rivolta alle istituzioni europee, chiedendo la solidarietà degli altri Paesi membri. Tuttavia, le reazioni dei vari Paesi europei non sono state unanimi, a partire dalla posizione dell’Italia, che ha deciso di sospendere temporaneamente e unilateralmente i viaggi di frontiera aperta con la Spagna, al fine di difendere i confini europei. È stato proprio il governo italiano, con l’appoggio di quello danese, a proporre la redazione di una lettera congiunta, firmata da 22 capi di Stato e di governo europei, indirizzata al presidente del Consiglio europeo António Costa, alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e al primo ministro irlandese Micheál Martin, che attualmente detiene la presidenza del Consiglio. I firmatari hanno sollecitato una risposta europea immediata e coordinata, chiedendo anche la convocazione di una videoconferenza straordinaria dei ministri degli Interni per valutare la situazione e discutere un ulteriore sostegno alla Spagna, nonché ulteriori misure a tutela delle frontiere esterne dell’UE.

Pertanto, il 4 agosto si è tenuta una videoconferenza informale tra i ministri degli interni dei Paesi membri dell’Unione Europea. Nel corso dell’incontro, Micheál Martin ha dichiarato: “L’UE è unita ed è pronta a sostenere la Spagna e a proteggere le nostre frontiere esterne dall’immigrazione clandestina. Le frontiere esterne dell’UE sono una nostra responsabilità condivisa e la migrazione richiede una risposta europea unita.” Successivamente, il commissario Magnus Brunner ha definito gli attraversamenti di massa un test per la resilienza europea e per la sicurezza delle frontiere esterne, sottolineando al contempo che la situazione è stata riportata sotto controllo e che lo spazio Schengen è rimasto invariato.

Il 24 agosto la Spagna ha chiesto all’UE un aiuto finanziario d’urgenza per rafforzare la capacità di accoglienza a Ceuta e le infrastrutture di sicurezza lungo il confine con il Marocco. Pochi giorni dopo, Madrid ha chiesto sostegno anche a Frontex, Europol e l’Agenzia dell’Unione europea per l’asilo, le quali hanno risposto positivamente. Nel frattempo, Sánchez ha escluso l’esistenza di prove di un coinvolgimento del Marocco negli attraversamenti di massa, attribuendo invece un ruolo nell’innesco della crisi alla disinformazione sui social media e sottolineando che le indagini proseguono. Il 1° settembre 2026, il governo spagnolo ha annunciato lo stanziamento di 309 milioni di euro per potenziare i servizi di sicurezza e le strutture di accoglienza a Ceuta e per sostenere l’economia locale.

Dopo la richiesta di Madrid alla Commissione Europea di istituire una presenza permanente di Frontex a Ceuta, il 9 settembre è arrivata una prima risposta concreta proprio da parte della Commissione, la quale ha concesso al Paese un aiuto d’urgenza pari a 114,7 milioni di euro, finalizzato a fronteggiare la crisi, ribadendo il proprio appoggio alla Spagna, anche attraverso la mobilitazione delle agenzie UE.

Nuove strategie e prospettive europee per la gestione delle frontiere

Nel discorso sullo Stato dell’Unione dello scorso 16 settembre, Ursula von der Leyen ha espresso supporto al popolo spagnolo, ribadendo che “il confine di Ceuta è un confine europeo” e sottolineando, quindi, la necessità di una risposta comune alla crisi, anche alla luce del nuovo Patto sulla migrazione e l’asilo. A riguardo, la presidente della Commissione europea ha sostenuto che c’è bisogno di migliorare, soprattutto nelle situazioni emergenziali ed ha per questo annunciato la proposta di un nuovo meccanismo di risposta alle emergenze.

In questa prospettiva, il principio della responsabilità condivisa per la protezione delle frontiere esterne dell’Unione si è tradotta nel piano pubblicato dalla Commissione europea il 29 settembre, articolato in cinque punti e volto a “rafforzare la resilienza e la sicurezza delle frontiere esterne dell’UE”. Il piano individua cinque direttrici principali: il rafforzamento della cooperazione con i paesi partner per prevenire la migrazione illegale; il potenziamento delle frontiere esterne dell’UE; il miglioramento del monitoraggio della situazione e dei sistemi di allarme rapido; il contrasto alle reti di traffico e tratta di migranti; e, infine, il rafforzamento delle procedure di rimpatrio.

Il piano è stato successivamente presentato dalla Commissione al Consiglio Giustizia e affari interni (GAI) il 1° ottobre e i ministri degli Affari interni degli Stati membri ne hanno discusso nel più ampio discorso sullo stato generale dello spazio Schengen. In questa occasione, il ministro spagnolo dell’Interno Fernando Grande-Marlaska ha fornito un aggiornamento sulla situazione a Ceuta, chiedendo ai partner europei “solidarietà operativa, finanziaria e politica” per fronteggiare le crisi migratorie. Madrid ha ribadito l’efficacia dei controlli alle frontiere, sottolineando che nessun migrante arrivato a Ceuta ha proseguito verso altri Stati membri e che gli arrivi sulle rotte verso la Spagna sono in forte calo. Infine, il ministro ha evidenziato la piena operatività del sistema europeo di ingressi e uscite (EES) e il ruolo di Frontex nel controllo delle frontiere, sollecitando nuove misure europee per accelerare i rimpatri e le procedure di protezione internazionale in situazioni di crisi.

I ministri hanno, inoltre, affrontato la politica dei visti e le proprietà del ciclo Schengen 2026-2027, con particolare attenzione al rafforzamento dello scambio di informazioni e all’impiego delle nuove tecnologie per individuare tempestivamente i rischi emergenti e rafforzare la sicurezza nell’UE.

La crisi di Ceuta ha riportato al centro del dibattito europeo la gestione delle frontiere esterne e la responsabilità condivisa tra gli Stati membri. Nonostante le diverse posizioni emerse, le istituzioni europee hanno fornito supporto politico, finanziario e operativo alla Spagna e adottato nuove misure per rafforzare la sicurezza delle frontiere. Come sottolineato dal commissario Magnus Brunner, la crisi ha messo alla prova l’Unione in termini di rapidità, solidarietà e resilienza, mostrando al contempo la necessità di una risposta comune alle emergenze future.

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