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Banco Alimentare: non solo eccedenze, contro la povertà alimentare le aziende ora donino prodotti

15 Ottobre 2026 ore 17:39

È un quadro di sostanziale stabilità dei livelli di disagio economico quello delineato dai dati pubblicati oggi dall’Istat sulla Povertà in Italia. Valori che rimangono vicini ai massimi storici pur registrando lievissimi segnali di flessione.  
L’Istituto di statistica, infatti, segnala 5,4 milioni di individui in povertà assoluta nel 2025, pari al 9,3% percentuale sostanzialmente stabile rispetto al 9,8% dell’anno precedente.

La proposta

«I dati Istat ci dicono che la povertà resta costante: è un dato ormai strutturale che colpisce famiglie con minori e lavoratori poveri», commenta Marco Piuri, presidente di Fondazione Banco Alimentare. Che aggiunge: «L’aiuto alimentare va ben oltre la semplice risposta assistenziale d’emergenza: è la prima porta di accesso per intercettare le fragilità e accompagnare le persone verso l’autonomia. Per questo proponiamo di affiancare alle donazioni di eccedenze anche le donazioni di prodotti standard da parte delle imprese: una leva concreta, da 0,60 euro a pasto, per aumentare i volumi di aiuto con un costo contenuto per lo Stato».

La filiera degli aiuti

Fondazione Banco Alimentare ha recentemente presentato a istituzioni e imprese il nuovo strumento di contrasto alla povertà alimentare, supportato da una ricerca della Polimi School of Management del Politecnico di Milano. La ricerca ha confrontato valore economico ed efficacia delle tre principali filiere di aiuto alimentare in Italia: le donazioni delle imprese, la Carta Dedicata a Te – Dat e gli acquisti pubblici tramite i programmi Fse+/Fn.

Dall’analisi è risultato che le donazioni realizzate in un anno dalle imprese possono coprire il 22% della domanda di aiuti alimentari (circa 458 milioni di pasti in un anno); la copertura assicurata dalla Carta Dat è stimata pari al 14% (289 milioni di pasti-anno) e dal sistema Fse+/Fn pari al 8% (159 milioni di pasti-anno). La filiera Donazioni è caratterizzata da un costo contenuto ed elevata copertura, con un costo unitario per un pasto pari a 0,60 €-pasto, più basso rispetto al prezzo di acquisto sul mercato finale (2,35 €-pasto) e anche ai 2,12 €-pasto richiesti da Carta Dat e ai 1,71 €-pasto del programma Fse+/Fn.

Il Gap da colmare

Oggi il sistema degli aiuti alimentari contribuisce in maniera significativa al bisogno, potendo assicurare un pasto al giorno al 44% alle persone indigenti. Resta tuttavia un importante Gap da colmare, stimato nel 56% delle persone in condizioni di povertà assoluta.

Un podcast per comprendere le radici delle disuguaglianze italiane e interrogarsi su come ridurre i divari che attraversano le nostre comunità. Tra patrimoni che crescono e redditi che ristagnano, tra chi eredita opportunità e chi eredita svantaggi.

«L’introduzione della donazione di prodotti standard andrebbe ad integrarsi agli strumenti di sostegno diretto e, soprattutto, ai finanziamenti garantiti al Fondo Sociale Europeo Plus e al Fondo Nazionale, che costituiscono oggi la spina dorsale della distribuzione degli aiuti alimentari e che necessitano di essere mantenuti e rafforzati», conclude Piuri.

Tra un mese la Giornata della Colletta Alimentare

Un altro importante aiuto, ricorda una nota, arriva ogni anno durante la Giornata Nazionale della Colletta Alimentare – questa edizione sarà sabato 14 novembre – quando le persone acquistano qualcosa da donare a chi è in difficoltà, come olio, legumi e verdure in scatola, conserve di pomodoro e sughi pronti, tonno in scatola, riso, prodotti per colazione e per merenda.

In apertura foto da ufficio stampa Banco Alimentare

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Woolrich, nata per vestire i cacciatori rinuncia alle pellicce in Europa

15 Ottobre 2026 ore 14:54

Continuano ad aumentare i marchi e le maison che rinunciano alle pellicce. Tra gli ultimi ad annunciare ufficialmente un impegno fur-free, in collaborazione con la Fur Free Alliance (coalizione di 45 organizzazioni per la protezione degli animali presenti in oltre 30 Paesi) è il marchio internazionale di outewear Woolrich Europe. 

L’annuncio arriva dopo l’invio all’azienda di oltre 200mila email e le manifestazioni davanti ai negozi in tutta Europa. Con il passaggio a novembre 2025 del marchio “Woolrich” per i territori di Europa, Turchia e Federazione Russa al nuovo proprietario BasicNet si è registrato un cambio di passo che ha portato all’adesione all’iniziativa fur-free di Fur Free Alliance. 

Obiettivo un’Europa fur-free

Questa nuova adesione, sottolinea una nota, giunge in un momento cruciale per il futuro della pelliccia in Europa, mentre la Commissione europea si appresta a rispondere all’Iniziativa dei cittadini europei Fur Free Europe, che ha raccolto oltre 1,5 milioni di firme per chiedere il divieto di allevamento di animali da pelliccia in tutta l’Ue. Era previsto che la Commissione presentasse la propria risposta a marzo, ma la decisione è stata rinviata a dopo l’estate.

Nati per vestire i cacciatori

Fondata nel 1830, Woolrich è considerata il più antico marchio americano di abbigliamento outdoor e ha fornito abiti persino per la Guerra civile americana e per spedizioni in Antartide. Quando nacque in Pennsylvania forniva abiti per cacciatori, taglialegna e trapper.  Oggi Woolrich conta 33 negozi e outlet nel mondo, di cui 23 nell’Unione europea.

Nell’ambito dell’intesa, Woolrich Europe ha aderito al Fur Free Retailer Program internazionale, che conta 1.700 marchi e rivenditori partner in tutto il mondo.
Il marchio cesserà la produzione di nuovi capi contenenti pelliccia animale entro il 31 dicembre 2026, fermo restando lo smaltimento dello stock nel tempo. In pratica, dal 1° gennaio 2027 tutte le nuove collezioni di Woolrich Europe saranno fur-free. L’adesione è una decisione di BasicNet, nuovo proprietario di Woolrich Europe, e si applicherà a tutti i negozi europei di Woolrich. Woolrich Europe si è fatta inoltre parte attiva per cercare di estendere la scelta fur-free alle attività al di fuori dell’Europa, che non sono di proprietà di BasicNet.

Un anno di campagna globale

La Fur Free Alliance aveva lanciato una campagna globale durante le settimane della moda del settembre 2025 per chiedere a Woolrich di seguire l’esempio dei suoi concorrenti – tra cui Canada Goose, Moncler, Napapijri, Parajumpers e molti altri – adottando una policy fur-free e ponendo fine all’uso di pellicce di animali tra cui coyote e cani procione. Due mesi dopo, il gruppo italiano BasicNet ha annunciato l’acquisizione di Woolrich Europe da L-Gam, fondo di investimento con sede in Lussemburgo.

«È un vero segno dei tempi che un marchio nato producendo cappotti bordati di pelliccia per i cacciatori di animali da pelliccia oggi diventi fur-free», doichiara Joh Vinding, presidente della Fur Free Alliance. «Il nuovo proprietario di Woolrich Europe, BasicNet, ha compreso chiaramente che i consumatori di oggi non vogliono avere nulla a che fare con un’industria della pelliccia arcaica e crudele, e chiedono invece materiali più etici, migliori per gli animali e per il pianeta. Complimenti a BasicNet per aver saputo leggere i segnali dei tempi e per aver aiutato Woolrich Europe a entrare nel XXI secolo».

Un segnale per l’intero settore

«Nel corso degli anni abbiamo accolto con favore molti annunci fur-free. La decisione di Woolrich Europe, però, ha un peso particolare», sottolinea Simone Pavesi, responsabile Lav Area Moda Animal Free, «si tratta di un marchio storico di capispalla, un settore in cui la pelliccia è stata a lungo considerata parte integrante del prodotto. Con questa scelta responsabile, il nuovo proprietario, BasicNet, dimostra un impegno reale e concreto verso l’impatto ambientale e sociale della propria produzione, oltre che verso il valore del rispetto per gli animali, un valore sempre più radicato nella nostra società. È un segnale chiaro per l’intero settore».

Nel 2023 la Fur Free Alliance ha condotto con successo una campagna analoga nei confronti del marchio di lusso italiano Max Mara e negli ultimi anni ha collaborato con numerosi marchi, tra cui Gucci, Armani, Prada, Hugo Boss e molti altri, per l’adozione di policy fur-free.

L’allevamento di animali da pelliccia è al momento vietato in 24 Paesi europei e Israele ha proibito la vendita di pellicce così come negli Stati Uniti in 16 città e nell’intero Stato della California. 

Nell’immagine in apertura pellicce in una sfilata di moda a Londra nel 2014 – Photo by Joel Ryan/Invision/AP da LaPresse

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Ho scritto “oil” sulla sabbia. In Canada protesta anti-bituminose

15 Ottobre 2026 ore 10:45

Bilancio energetico negativo, emissioni di gas serra, acqua, inquinamento, bacini di decantazione e battaglie legali condotte da alcune Ong per difendere le proprie terre natie sono i denominatori comuni dell’opposizione al metodo di estrazione delle sabbie bituminose. E poi ci sono i ricercatori, come Kevin Timoney, che, nel 2025, lancia l’allarme sul fatto che l’agenzia incaricata di supervisionare lo sviluppo energetico nella provincia canadese dell’Alberta (l’Alberta Energy Regulator) sia in mano all’industria.

In questa provincia occidentale, l’area di Athabasca ospita la più grande riserva mondiale conosciuta di bitume greggio, le sabbie bituminose (tar sands o oil sands), sotto una superficie di circa 140mila chilometri quadrati, sfruttamento iniziato dagli anni Settanta. L’apertura di miniere a cielo aperto e le frammentazioni rocciose effettuate con tecniche idrauliche, – il “fracking”, di cui ha parlato anche il National Geographic – al fine di ottenere il petrolio greggio pesante, è causadella distruzione di foreste boreali che ricoprono metà della provincia, di cui circa il 20% è stato interessato dall’apertura delle miniere a cielo aperto (visibili anche da immagini dell’agenzia spaziale europea, che ne ha fatto anche un interessante video esplicativo, in occasione di una mostra a Palazzo delle Esposizioni a Roma nel 2014 e della Nasa).

Si stima che le sabbie bituminose dell’Athabasca contengano una quantità enorme di petrolio, per un totale di 1.700 miliardi di barili. Le riserve “provate e tecnologicamente ed economicamente recuperabili” si attestano oggi ufficialmente a 159 – 166 miliardi di barili solo per le sabbie bituminose. La quota sfruttabile con le tecnologie attuali è quindi circa il 10% di tali riserve. In tale produzione, il Canada oscilla tra il terzo e il quarto posto mondiale, a seconda dell’agenzia statistica. Il Venezuela (grazie alla fascia dell’Orinoco) e l’Arabia Saudita mantengono le prime due posizioni. Negli ultimi anni, alcune classifiche internazionali (come quelle dell’ U.S. Energy Information Administration) inseriscono l’Iran al terzo posto, facendo scivolare il Canada al quarto, mentre i dati ufficiali del governo canadese lo posizionano ancora al terzo posto globale per riserve provate.

Tar sands Canada, immagine Esa

Eppur si muove

Non se ne parlava da qualche tempo (VITA ne aveva scritto a proposito della mobilitazione di Lush), ma il tema ritorna alla ribalta delle cronache per la recente l’acquisizione multimiliardaria di Athabasca Oil Corp. (con una produzione di 40.000 barili al giorno e oltre 75 anni di riserve) da parte di Cenovus Energy, operazione con la quale il 93% della produzione di sabbie bituminose del Canada sarà di proprietà di sole cinque società: Canadian Natural Resources Ltd., Suncor Energy, Cenovus, Imperial Oil e ConocoPhillips. Negli ultimi anni, si è assistito a una straordinaria concentrazione tra i produttori nella regione delle sabbie bituminose dell’Alberta, principalmente per incrementare le scorte, aumentare l’efficienza e massimizzare il flusso di cassa libero. Il rimescolamento degli asset arriva in vista di un potenziale aumento dello sviluppo upstream a livelli che non si vedevano da oltre un decennio, con gli operatori concentrati maggiormente sul sostegno legislativo a lungo termine e sugli attuali prezzi elevati del petrolio. Si ricomincia allora a sfruttare queste risorse. Si rilancia (nei piani futuri è rientrato anche l’asset non sviluppato Corner di Athabasca, che potrebbe diventare il primo progetto greenfield nelle sabbie bituminose a essere realizzato dal 2013). E poi ci sono il quadro normativo e fiscale federale che cambia, che, fra l’altro, consentirebbe alle aziende di ammortizzare immediatamente le spese per i grandi progetti d’investimento, e le recenti dichiarazioni del primo ministro canadese Mark Carney che ha definito il Pacific Link un progetto di interesse nazionale, garantendogli così un trattamento prioritario da parte del Major Projects Office federale. Si tratta della costruzione di un nuovo oleodotto per l’esportazione di petrolio verso la costa occidentale che rende ancora più urgente per Ottawa decidere cosa fare dei bacini di decantazione dei residui minerari, un annoso problema ambientale che affligge le sabbie bituminose della zona. Poco o nulla sulla stampa italiana (qualcuno….). La CBC vi dà ampio risalto. Forse troppo “locale” e per gli addetti ai lavori. Ma è un segno in controtendenza ai movimenti di tutela ambientale, dall’altra parte del mondo, per un tema che riguarda comunque anche il mondo.

Perché le tar sands fanno male all’ambiente?

Le tecniche di sfruttamento sono essenzialmente due: surface-mining (sfruttamento a cielo aperto) e in-situ. La prima forma, in generale la più impattante dal punto di vista ambientale, consiste nello scavare il terreno ed estrarre le sabbie a cielo aperto, come se si fosse in una cava. La seconda, utilizzata quando i giacimenti sono profondi, consiste nell’immettere acqua pressurizzata e componenti chimici nel terreno, componenti che liquefano le sabbie, poi pompate in superficie come il petrolio convenzionale. 

Gli impatti ambientali prodotti sono enormi. La superficie complessiva occupata dalle operazioni a cielo aperto copre ormai tra i 900 e i 1000 chilometri quadrati, una superficie paragonabile a quella di una piccola provincia italiana e le operazioni sono visibili dallo spazio e rappresentano una delle più grandi impronte dell’umanità sul pianeta. Gli enormi bacini di decantazione, dove sono mescolate le sabbie con l’acqua del fiume e i prodotti chimici, sono vaste come città e occupano decine di chilometri quadrati, un volume pari a 600.000 piscine olimpioniche. Un numero crescente di ricerche suggerisce che la deforestazione e le attività minerarie nelle zone umide legate all’estrazione delle sabbie bituminose in Alberta stiano causando alterazioni ecologiche, o danni estremamente gravi. I processi di estrazione a cielo aperto comportano il disboscamento di vaste aree di alberi, nonché la rimozione di torba, vegetazione e suolo fino a una profondità di 75 metri. Le zone umide nell’area destinata all’estrazione vengono prosciugate e i fiumi deviati, causando la perturbazione dell’habitat della fauna selvatica e la perdita di biodiversità, con effetti di vasta portata su tutto l’ecosistema. Sebbene l’estrazione in situ sia meno impattante in termini di deforestazione, anch’essa causa una significativa frammentazione del territorio, e gli impatti cumulativi rimangono sconosciuti. Le comunità indigene e gli scienziati hanno lanciato l’allarme per il drastico calo del caribù delle foreste boreali, già classificato come specie minacciata ai sensi del Species at Risk Act del Canada, nonché per gli impatti significativi delle attività legate alle sabbie bituminose su cervi dalla coda bianca, orsi neri, coyote, linci, volatili acquatici.

immagine satellitare ESA

Le emissioni legate alla produzione non-convenzionale delle sabbie sono, in generale, molto più elevate rispetto a quelle prodotte dall’estrazione di petrolio convenzionale e secondo il governo dell’Alberta contribuiscono per un quarto alle emissioni complessive dello stato, che per altro possiede molti progetti petroliferi tradizionali. Lo sviluppo di questo tipo di petrolio ha rappresentato di gran lunga il maggior aumento al contributo di CO2 in Canada dal 2005 al 2015. Da ricordare come l’’estrazione in situ consumi più energia e generi più emissioni di gas serra per barile estratto.

Sia le acque reflue che i fanghi tossici fanno parte dei residui di scarto del processo di estrazione e separazione del bitume. Sebbene spesso vengano menzionati insieme o utilizzati come sinonimi nei media, indicano fasi e componenti fisiche diverse dello stesso problema ambientale. Le acque reflue sono la fase liquida dei residui e derivano principalmente dal metodo d’estrazione con acqua calda ed enzimi/chimici usato per separare il bitume da sabbia e da argilla. I fanghi tossici rappresentano, invece, la fase semi-solida e densa che si deposita sul fondo dei bacini di decantazione (tailings ponds). Sono una miscela densa composta da argilla finissima, silicio, acqua e bitume residuo non estratto, intrisi degli stessi inquinanti tossici chimici e metalli pesanti presenti nell’acqua.

Oggi, con la volontà di espandere le sabbie bituminose, aumenterà anche il problema delle acque reflue del settore: è in corso un acceso dibattito sull’idea di trattare e rilasciare le acque di scarto minerario. In Canada, da sempre all’industria è stato vietato di scaricare acqua. Di conseguenza, grandi bacini di decantazione in tutta la regione sono pieni di acque reflue industriali accumulate negli anni. Questo fluido è tossico e dannoso per la fauna selvatica, si temono gli effetti nocivi sulla salute. Ogni giorno, ogni pochi secondi, i cannoni ad aria compressa sparano ai bordi dei bacini di decantazione per tenere lontani uccelli, anatre e altri animali selvatici dall’acqua, vi sono decine di spaventapasseri vestiti con tute e caschi. Secondo l’Alberta Energy Regulator, la quantità di fluido di scarto minerario continua ad aumentare, dopo essere cresciuta del 50% in un periodo di 10 anni, dal 2014 al 2024. Con il riempimento dei bacini di decantazione, l’industria sta esercitando forti pressioni sul governo affinché vengano introdotte normative che consentano il trattamento e il successivo rilascio del fluido. Allo stesso tempo, alcuni leader indigeni chiedono un rallentamento della produzione di sabbie bituminose fino a quando la questione non sarà risolta in modo adeguato. I bacini di decantazione sono al limite della capacità e nessuno vuole che ne vengano costruiti altri, ha dichiarato il ministro dell’Ambiente dell’Alberta, Grant Hunter, in un’intervista a CBC News. Se venisse autorizzata la pratica del trattamento e rilascio, l’acqua verrebbe pompata nel fiume Athabasca, che scorre direttamente verso nord da Fort McMurray e dalla regione delle sabbie bituminose, raggiungendo diverse comunità indigene prima di sfociare nei territori del nord-ovest e nell’Oceano Artico. I timori che la contaminazione si sia infiltrata nei corpi idrici e abbia contribuito all’insorgenza di casi di cancro a Fort Chipewyan, ad esempio, sono forti. Basti ricordare i 5,2 milioni di litri di acque reflue provenienti dalle sabbie bituminose fuoriuscite dall’impianto di Kearl Lake della Imperial Oil, nel 2023. L’industria, dal canto suo, sta testando vari metodi chimici e biologici per il trattamento delle acque di scarto e la filtrazione dei contaminanti. Le principali compagnie petrolifere hanno stretto collaborazioni con scienziati in decine di progetti di ricerca incentrati sulle acque di scarto nelle sabbie bituminose. Ma le comunità restano scettiche.

immagine satellitare ESA

E poi, si diceva, ci sono i fanghi tossici, il materiale più difficile e problematico da gestire. Le particelle finissime di argilla rimangono sospese nell’acqua senza riuscire a separarsi naturalmente. Per far sì che questi fanghi si consolidino e la parte solida si separi del tutto da quella liquida, occorrono decenni o perfino secoli. Quando le compagnie minerarie cercano di bonificare un bacino, la sfida principale riguarda proprio questo materiale. Oggi vengono usati trattamenti chimici o processi di centrifuga per accelerare la separazione dell’acqua dall’argilla, ma l’impatto complessivo sugli ecosistemi e sulle comunità indigene locali rimane uno dei temi ecologici più controversi in Canada.

Chi ha definito “ecocidio” lo sfruttamento in Canada?

Vi è un recente articolo accademico, The archetypal ecocide: is environmental devastation in the Alberta oil sands an international crime?, scritto da Kate Mackintosh e Lisa Oldring, che indica quello canadese come uno dei casi più evidenti e discussi di distruzione ambientale su larga scala a livello globale, analizzandolo attraverso la lente del diritto penale internazionale e del crescente movimento per il riconoscimento dell’ecocidio come crimine internazionale. Nel dibattito analizzato dalle autrici, le devastazioni e l’inquinamento sistemico vengono spesso definiti non solo come ecocidio, ma anche come forme di “lento genocidio industriale” o violazioni sistemiche dei diritti umani fondamentali.

In passato, tale accusa era stata formulata principalmente in due sedi: nel più volte citato mock trial sull’ecocidio alla Corte Suprema del Regno Unito e presso l’International Rights of Nature Tribunal (Tribunale Internazionale dei Diritti della Natura). Nel settembre del 2011, la pioniera della lotta contro l’ecocidio, l’avvocatessa Polly Higgins organizzò un “processo fittizio” (mock trial) all’interno della vera Corte Suprema del Regno Unito a Londra per testare la fattibilità di una legge internazionale sull’ecocidio. Veri magistrati, avvocati di alto livello e una giuria popolare reale hanno giudicato il caso (basato proprio sulle reali sabbie bituminose dell’Athabasca in Canada). La giuria ha impiegato solo 50 minuti per emettere un verdetto unanime di colpevolezza per ecocidio contro gli amministratori delegati delle multinazionali (interpretati da attori).

L’’International Rights of Nature Tribunal, tribunale etico istituito dalla società civile e da organizzazioni ambientaliste globali (come la Global Alliance for the Rights of Nature), ha tenuto, invece, varie udienze (tra cui una storica a Parigi nel 2015 durante la COP21). I giudici del tribunale – eminenti giuristi, scienziati e leader indigeni di tutto il mondo – hanno ascoltato le testimonianze dirette delle comunità native canadesi (i popoli cd. First Nations) e analizzato i dati scientifici riguardanti la distruzione delle foreste boreali, la contaminazione dell’acqua e l’impatto climatico. Le sentenze del Tribunale hanno stabilito che queste attività non costituiscono semplici danni collaterali sacrificabili in nome dell’economia, ma configurano un vero e proprio ecocidio e una violazione sistematica del diritto alla vita e alla rigenerazione degli ecosistemi. Anche se le sentenze di tale Corte non sono giuridicamente vincolanti per gli Stati, il suo valore culturale, scientifico e di pressione politica è enorme. Funziona come un vero tribunale, applicando i principi della Dichiarazione Universale dei Diritti della Madre Terra. Nel dichiarare colpevole il modello industriale delle sabbie bituminose, il tribunale applica direttamente l’articolo 2 della Dichiarazione. Le attività di estrazione in Alberta violano in modo sistematico il diritto di esistere e di rigenerarsi e il diritto all’acqua come fonte di vita. Esso evidenzia anche come sia impossibile separare la distruzione della natura dal danno culturale e fisico ai popoli nativi.

Raccomanda, quindi, l’arresto immediato di ogni nuova concessione ed espansione delle miniere di sabbie bituminose, l’obbligo per lo Stato canadese e le compagnie petrolifere di finanziare la bonifica e la rigenerazione totale delle aree devastate, non come “compensazione economica”, ma come dovere morale e legale verso la Terra e si chiede al Canada di riformare il proprio sistema giuridico, superando il concetto che la natura sia una “proprietà privata” o una “risorsa da sfruttare”, riconoscendola come soggetto di diritto. Inascoltato? Le azioni di oggi parlano da sé.

In apertura, le immagini Nasa dell’area dell’Alberta interessata dal fracking. Le altre immagini sono dell’Agenzia spaziale europea – Esa

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Neet, la dispersione si batte facendo squadra con le associazioni del territorio

15 Ottobre 2026 ore 10:39

I territori di Alessandria, Novi Ligure e Ovada non sono esenti dal fenomeno della dispersione scolastica. Per contrastarne le cause più profonde e aiutare ad affrontare tale problematica a quanti già la vivono, l’Associazione Cultura e Sviluppo con il sostegno di UniCredit Foundation ha promosso il progetto Insieme per il Futuro. 

L’iniziativa nasce dall’esperienza ventennale dell’associazione piemontese come presidio educativo sul territorio. Nella sua attività coinvolge abitualmente una rete di organizzazioni del Terzo settore, scuole, famiglie e comunità locali con l’obiettivo di costruire risposte integrate ai bisogni dei giovani. Il network è composto da realtà quali Azimut, Cambalache, Human Art, Io Volo, Labì, Me.dea, Semi di Senape e Yggdra.

L’approccio innovativo

Il progetto si caratterizza per un approccio innovativo basato sulla co-progettazione tra scuole e Terzo settore. Il primo passo è l’adozione di un sistema di valutazione condiviso, attraverso il quale vengono individuati gli studenti più esposti a fragilità educative, sociali ed emotive. Su questa base, viene sviluppato per ciascuno di loro un percorso personalizzato di accompagnamento.

Un grande viaggio nell’Italia che opera «per amore al genere umano»: geolocalizzate e ordinate per settore di intervento ben mille realtà filantropiche e raccontati, in una gallery di cento, i progetti sociali e ambientali più innovativi.
DOVE VA A FINIRE LA FILANTROPIA

I percorsi sono molto vari e includono attività di sostegno scolastico, mentoring, orientamento, supporto psicologico e mediazione interculturale nel caso di studenti stranieri. Essenziale in questa azione è anche il coinvolgimento costante di docenti e genitori.

Un toolkit per la replicabilità

L’elemento distintivo del progetto è la volontà di generare un cambiamento strutturale. Per questo, le attività sono monitorate attraverso una valutazione di impatto indipendente e con la realizzazione di un toolkit, che ne consentirà la replicabilità in altri contesti. Più che un insieme di singoli interventi, il progetto rappresenta dunque un esempio di come sia possibile costruire un ecosistema educativo collaborativo, capace di mettere in relazione competenze, risorse e i diversi attori della comunità.

Con lo scopo di offrire ai giovani maggiori opportunità di crescita e di formazione, dentro e fuori la classe: «Da alcuni anni i partner contrastavano, in modo poco coordinato, la dispersione scolastica. Il progetto ci ha permesso di unire i pezzi e costruire una governance solida tra Ets e scuole, sostenibile oltre il progetto», spiega in proposito Alessio Del Sarto, direttore di Cultura e Sviluppo.

Filantropi_Unicredit Foundation
Attività realizzate con i ragazzi

Le risorse messe a disposizione dalla fondazione per il progetto, che si è avviato nel 2025 con un programma di 30 mesi, ammontano a 300mila euro. In questo ambito, molto interessante è anche la fase della rendicontazione, che si concentra sugli aspetti essenziali dell’attività: «La flessibilità di UniCredit Foundation, a cui rendicontiamo l’impatto e non i giustificativi di spesa, ci ha aiutato a modellare le azioni sui bisogni mutevoli dei ragazzi e a costruire una valutazione d’impatto che misura non solo il progetto ma anche la rete e il nostro ente. Un esempio di filantropia della fiducia in atto», spiega Del Sarto.

L’intervento

Silvia Cappellini è il direttore generale dell’ente filantropico del gruppo bancario guidato da Andrea Orcel.

Filantropi Silvia Cappellini Dg Unicredit foundation
Silvia Cappellini

Per UniCredit Foundation, sostenere un progetto significa anzitutto riconoscere il valore di chi conosce in profondità i territori, le comunità e le sfide che i giovani affrontano ogni giorno. Significa costruire relazioni fondate sulla fiducia, sull’ascolto e sulla convinzione che le risposte più efficaci nascano dall’incontro tra competenze, esperienze e prospettive diverse. Insieme per il Futuro incarna pienamente questa visione: un percorso che affronta la povertà educativa nella sua complessità, guardando non solo ai risultati raggiunti, ma anche alla qualità delle trasformazioni generate. 

Non si tratta solo di sostenere economicamente ma di valorizzare esperienza e capacità di innovazione

Silvia Cappellini

Crediamo in una filantropia che non si limita a sostenere economicamente le iniziative, ma che valorizza l’esperienza e la capacità di innovazione delle organizzazioni che operano sul territorio, offrendo loro la fiducia e la flessibilità necessarie per sviluppare risposte efficaci ai bisogni emergenti. In questa prospettiva, l’impatto non è il risultato di interventi isolati, ma il frutto di ecosistemi collaborativi in cui Terzo settore, scuole, famiglie e comunità locali condividono responsabilità, conoscenze e obiettivi.  Per questo la valutazione rappresenta per noi molto più di un esercizio di misurazione.

È uno strumento di comprensione e apprendimento che consente di leggere il cambiamento nella sua interezza, cogliendone non solo gli esiti, ma anche i processi e le relazioni che lo hanno reso possibile. È in questo passaggio che un progetto esprime il suo potenziale più profondo: quando supera il perimetro delle attività realizzate e diventa una fonte di apprendimento collettivo. La conoscenza prodotta, le pratiche sperimentate e le relazioni costruite possono trasformarsi in un patrimonio condiviso, contribuendo alla definizione di modelli più solidi e replicabili, capaci di ampliare nel tempo le opportunità per i giovani e per le comunità in cui crescono.

Nell’immagine in apertura attività con i giovani protagonisti del progetto. Tutte le immagini sono da Ufficio stampa

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