❌

Vista elenco

KRISHNAMURTI: COME VIVERE DAVVERO NEL PRESENTE

7 Ottobre 2026 ore 17:34
Attenzione, pensiero, paura e relazioni: perché facciamo così fatica a essere presenti?Krishnamurti ci invita a osservare ciò che accade senza giudicarlo, controllarlo o trasformarlo.Vivere nel presente non è una tecnica: è imparare a vedere ciò che continuamente ci porta altrove. 🎬 PREMIERE📅 Data: 09/10/2026🕰️ Ora: 14.00🔗https://youtu.be/ac9A1wJEEds In questa nuova Scorribanda filosofica entriamo nel pensiero di […]

Rabbia, movimento e commozione Riflettere su classe e società con Bifo e bell hooks

6 Ottobre 2026 ore 10:30

Quando sono in seduta dalla mia psicologa – che io chiamo “doc” arrogandomi una confidenza che mi permette di parlare più liberamente con lei – mi capita spesso, soprattutto nei minuti iniziali, di fissare le tendine bianche della finestra alla parete di fronte. Si tratta di una sorta di preparazione mentale, di riscaldamento: è così che entro nell’ottica che quanto dirò scorrerà su un fondo neutro predisposto per riceverlo, avrà una consistenza oggettiva e rappresenterà qualcosa di cui, almeno in una certa misura, mi sarò liberato.  

Durante uno dei nostri primi incontri la doc mi ha invitato a riflettere su rabbia, paura e tristezza, tre emozioni che scuotono nel profondo il mio, come il vostro, stato mentale. Da parte mia, mi sono interrogato su quale peso abbia ciascuna di esse nel determinare le mie scelte, tanto quotidiane quanto di lunga durata. Le tende, lunghe ma strette, non mi sono bastate e allora ho provato a scrivere su un quadernino.

Ho cominciato dalla rabbia, convinto che quella che mi capita di provare verso l’Altro ha spesso e volentieri i minuti contati: lascia infatti presto il campo all’ironia. Qui intendo l’ironia nella sua accezione di figura retorica che consiste nell’intendere una cosa affermando il suo contrario e allora l’atto ironico è una pratica immaginativa che mi permette di rovesciare il ruolo e la funzione di chi mi fa o può farmi arrabbiare. Penso agli appellativi di “mite”, “dolce”, “clemente” et similia che puntualmente rifilo a chi mi irrita con il proprio piglio accentratore o la propria ingiusta severità: un esorcismo senza segno della croce.

Secondo Franco Bifo Berardi (Disertate, Timeo, 2023, pp. 45-48), l’ironia prescinde dall’esistenza di una verità da compiere o realizzare ovvero imporre all’Altro. Così, l’ironico si prende gioco tanto della verità quanto di chi, armandosi della verità stessa, pretende di avere ragione o di dettare legge, cioè di far prevalere la propria visione di mondo. L’ironia dà luogo a un processo di interpretazione potenzialmente infinito e, nel corso di questo proliferante gioco linguistico, consente di scegliere liberamente tra molte diverse possibili interpretazioni, così svicolando dalla contesa per quel senso, quel significato, che i seriosi litiganti si affannano a far valere. Tra i partecipanti al discorso ironico si instaura una solidarietà e una complicità grazie alle quali creare uno spazio dapprima linguistico e poi materiale — in quanto fatto di relazioni fra persone e delle cose cui queste relazioni danno vita — refrattario all’arroganza di chi vuole costringerci entro il proprio orizzonte di senso.

L’ironia mi permette di creare un ordine simbolico in cui la legge del più forte è rovesciata e al prepotente viene a mancare il terreno sotto i piedi: se, come faccio quando mi sovviene in mente chi credo mi abbia fatto torto, la pratico nel mio intimo, essa è come l’amico immaginario che avevo da piccolo, capace di trasportarmi in un mondo altro e farmi tornare nel nostro con addosso una scossa di gioia frizzante; se invece intavolo un dialogo ironico con le mie amiche o i miei amici, sento di ricodificare con loro i valori, gli atteggiamenti e le convenzioni sociali imperanti nel nostro contesto sociale e con ciò di posizionarci in senso antitetico rispetto a esso: con l’ironia ci situiamo, prendiamo posizione sull’esistente che assume i tratti dell’intollerabilità. La rabbia che provo infatti verso l’ordine sociale legalizzato nel quale siamo immersi è costante e vivissima, perennemente accesa, bruciante: nel quotidiano si fa tensione che mi dà lo slancio per scrivere, ma anche per muovermi entro quest’ordine e scavalcare le sue rigide tassonomie, i suoi arbitrari confini classisti. Muoversi è la conditio sine qua non per espellere la rabbia come fosse carburante combustibile, per bruciarla prima che essa bruci noi neutralizzarla. Ma quale movimento conta davvero in questo senso? E quale direzione dovrebbe avere?

In Da che parte stiamo. La classe conta (Tamu, 2022) bell hooks descrive il movimento come uno spostamento dalla posizione di classe in cui si è incasellati. La scrittrice e attivista nera racconta la propria infanzia e adolescenza in una umile famiglia della “classe lavoratrice” (p. 199) nella quale, sebbene il padre lavorasse molto, i soldi non bastavano mai, perché le bocche da sfamare erano tante e la discriminazione salariale a danno dei neri all’epoca era la norma. La sua esistenza ci appare – per sua stessa ammissione – circoscritta in una comunità nera segregata, composta di poveri e famiglie proletarie, nella quale era difficile mantenere segreti ma era anche viva la solidarietà: “[c]ondividere le risorse era una consuetudine nel nostro mondo, diretta conseguenza della convinzione di identificarci nella povertà. Davvero, esprimere solidarietà con i poveri era un lavoro spirituale essenziale, un modo per comprendere il senso essenziale della comunità” (p. 62). Quando decise di frequentare una prestigiosa università lontano da casa – Stanford, in California –, i suoi genitori temevano che sarebbe diventata una persona diversa e che non avrebbe più condiviso il loro orizzonte di senso, la loro visione di mondo, attraversata da duro lavoro, dedizione alla famiglia, forte devozione religiosa e sporadici divertimenti; perdipiù, sua madre e suo padre erano stati “incredibili figure autoritarie: un fascismo di famiglia, di grado molto elevato. Da bambini sapevamo che era meglio non mettere in dubbio la loro parola o il loro sapere. Credevamo loro ciecamente” (p. 47).

L’iscrizione all’università rappresentò per bell hooks un attraversamento di invisibili barriere sociali: la scrittrice parla di un “oscillare da una parte all’altra del confine di classe” (p. 202). Per un verso questo movimento verso l’interno della società le fece provare la paura di perdere il legame con il suo mondo di origine, con le fondamenta del suo essere, che stavano ai margini – e dall’altro il timore che le porte di questo mondo avrebbero potuto chiudersi se lei avesse provato a immettere idee e suggerimenti per cambiare lo stato delle cose; in fondo, però, la portò a produrre un rinnovato senso di sé, ad attribuirsi un nuovo ruolo nel contesto della sua classe di origine, verso la quale avvertiva tanto un debito per il permanente sostegno ricevuto quanto la responsabilità di rimanere solidale. In ogni caso, è vivendo tra persone più privilegiate – dunque muovendosi dalla sua posizione di classe – che imparò molte più cose di quante non ne avesse comprese prima sulla propria classe di origine: soprattutto, si rese conto di quanti stereotipi negativi sui poveri e sulla classe lavoratrice di livello più basso fossero diffusi tra la classe medio-alta e di come quest’ultima vivesse arroccata sulla difesa dei propri interessi, entro reti sociali dalle quali le classi inferiori erano marginalizzate.

bell hooks non si assimilò mai completamente alla classe nella quale aveva fatto il suo ingresso: anzi, proprio questo spostamento, o avanzamento, la rese più cosciente del proprio ruolo in società, di cosa fare e non fare. Dunque sceglierà di vivere in un “piccolo appartamento di poche pretese” (p. 206), conducendo una vita semplice ma, almeno a suo modo di vedere, lussuosa, che le consentirà di “avere più risorse da condividere con le altre persone” (p. 206): in pratica, di girare una quota fissa del suo reddito a persone in stato di bisogno.

Il movimento di bell hooks al di là delle barriere della propria classe di origine le permise di essere ancora più cosciente su di essa, sulle problematiche che la gravano e sui conflitti tra la stessa e la classe superiore. Muoversi lungo e al di là dei confini della propria classe di appartenenza consente di sviluppare questa coscienza e anche di incontrare altre persone che compiono la stessa operazione di evasione e sconfinamento, sia nella nostra stessa direzione – come attivisti e studiosi – che in quella opposta – come migranti e portatori di disabilità. È allora possibile muoversi assieme a queste persone, dunque commuoversi.

Commuoversi significa scavalcare quel muro da prendere a pugni e calci e su cui sputare improperi e imprecazioni dietro cui la rabbia ci relega, significa trovare Altri con cui incamminarsi verso lo stesso orizzonte di senso: ci si commuove quando – dopo un lungo movimento della mente o delle membra – troviamo Altri che vogliono produrre il nostro stesso senso, che desiderano rendere materiale la nostra stessa visione di mondo. Infatti, quando non riusciamo a imporre – nel mondo o nel rapporto con gli altri – il senso di cui siamo portatori, ci arrabbiamo: ciascun litigante vuole vedere riconosciuta la propria visione del mondo (o del piccolo cortile di cui s’è dichiarato padrone), anzi vuole  imporla senza sconti all’Altro litigante. La commozione si situa agli antipodi del litigio perché si fonda, anziché sull’imposizione unilaterale di senso, sulla sua condivisione. Così, anziché lasciarmi consumare dalla rabbia, preferisco spostarmi –  intellettualmente, socialmente – per trovare Altri con cui continuare questo movimento.

Quando mi capita di commuovermi, mi rallegro al pensiero che mi sto muovendo bene, in compagnia. A volte succede quando sono in presenza di Altri e in queste occasioni mi pare di essere il solo a commuovermi: allora sposto leggermente la nuca all’indietro, per portare gli occhi verso l’alto, così che quel po’ di liquido lacrimale che è già affiorato non trabocchi e che le lacrime in arrivo rifluiscano di sotto: in quei momenti sento la mia testa come una strana bottiglia munita di un collo biforcuto e di sicuro al cospetto degli Altri sembrerei assumere un aspetto pensoso, vagamente solenne e anche un poco stupido. A seconda che mi si colga all’aperto o al chiuso, si potrebbe pensare che io nutra un rilevante interesse per la foggia delle nuvole o per le plafoniere al neon, eppure in quei momenti sento di stringere dentro di me l’embrione di una rivoluzione, sempreché ogni rivoluzione debba cominciare con un cammino condiviso.

Quando, nel corso delle mie peregrinazioni intorno ai confini di classe, mi imbatto in chi vorrebbe materializzare nel mondo un senso diverso da quello in cui credo, ricordo a me stesso che – come mostra l’esperienza di bell hooks – a determinare la diversità di visioni di mondo sono non solo le differenze di classe, ma anche il personale attaccamento a tali differenze, l’affezione per esse – diffusa in particolar modo tra le classi più alte –, che induce a mantenere saldi e vigili i confini. Per superare l’attaccamento alla propria classe di appartenenza viene sicuramente in rilievo il capitale culturale, cioè tutte le conoscenze che abbiamo acquisito per mezzo delle nostre disponibilità economiche e sociali: è anche grazie a esse che ci determiniamo nella vita sociale e pubblica; beninteso senza sensibilità, senza la capacità di comprendere bisogni ed emozioni dell’Altro qualunque sia la sua classe di appartenenza, le più profonde e accurate conoscenze sono ben poco d’aiuto. Visioni di mondo differenti, con tutto il potenziale conflitto che recano, riposano non solo sulle dicotomie ricchi-poveri, lavoratori manuali-lavoratori cognitivi, rentier-classe lavoratrice, ma anche sugli immaginari strutturati durante gli anni della formazione – infanzia, adolescenza e giovinezza –, nonché sulla sensibilità maturata condividendo spazi e tempo con gli Altri.

Un atteggiamento interiore che sia incline al movimento verso inediti orizzonti di senso e nuove visioni di mondo potrebbe trasformare pure quella rabbia di lunga durata che chiamiamo rancore.

Nel film di Ken Loach Il mio amico Eric (2009) Eric Cantona – ex calciatore del Manchester United, ora attore e fotografo – compare nelle visioni a occhi aperti di un postino che si trova nel profondo di una crisi personale, sia lavorativa che sentimentale, e gli dà consigli e suggerimenti per rimettersi in sesto e percorrere una vita felice assieme ai suoi affetti. Tra le tante perle che gli porge, c’è l’aforisma “la più nobile vendetta è il perdono”: una frase capace di cambiare la mia comprensione del mondo, ma di cui non sono mai riuscito a cogliere appieno il senso. Cercando di fare chiarezza su questa frase mi sono appoggiato al detto di Cristo “porgi l’altra guancia”. Potremmo intendere il gesto di porgere l’altra guancia come un movimento o almeno un suo abbozzo: certamente nei confronti di chi ci ha ferito, per non mostrargli il torto che ci ha fatto, per non gravarlo del peso della colpa; secondo Hannah Arendt (Vita activa, Bompiani, 2017, pp. 254-255), il perdono consiste nel liberare l’Altro dalle conseguenze di quanto ha compiuto, che sono sempre tendenzialmente irreversibili, per il semplice fatto che chiamano in causa le nostre reazioni, quindi le altrui e così via. Porgere l’altra guancia significa abilitare, almeno da parte nostra, l’Altro a intraprendere un nuovo inizio, ma implica anche un nostro movimento verso un altro orizzonte di senso. Porgendo l’altra guancia infatti spostiamo lo sguardo e così lo dirigiamo verso un altro orizzonte: insomma, questo gesto preannuncia un movimento di liberazione.

Allora la più nobile vendetta è il perdono perché quest’ultimo ci permette di muoverci, di liberarci, di non rimanere intrappolati in quell’angusto fazzoletto spazio-temporale in cui chi ha suscitato la nostra rabbia – il nostro aguzzino, il nostro tormentatore – ci voleva confinare per imporci il suo senso, la sua visione di mondo. Il movimento verso altri orizzonti di vita condivisa è il solo riscatto possibile per noi e per tutti gli Altri. Il perdono ci permette di muoverci, di agire, di incontrare gli Altri e intrecciare il nostro fare con il loro: così si pone agli antipodi del rancore, che invece ci relega in uno stallo, in un guado paludoso ove noi, l’Altro e le nostre mani siamo continuamente ricoperti di fango.

Devo ricordarmi della possibilità di questo movimento nei momenti di rabbia: quando il tono della mia voce si alza e la mia gola si restringe come un rigido e rovente tubo di metallo devo tenere a mente che la rabbia che somatizzo può, anzi deve, essere materializzata nella realtà, diventare spazio-tempo ospitante azioni e significati che possiamo condividere con gli Altri.

The post Rabbia, movimento e commozione
Riflettere su classe e società con Bifo e bell hooks
first appeared on Stanca.

Stanca delle lavatrici

di: Stanca
5 Ottobre 2026 ore 09:49

Sono due settimane che ho la lavatrice rotta, la proprietaria della casa in cui ho una stanza in affitto si rifiuta di cambiarla. Nonostante abbia provato a farla ragionare non ha voluto ascoltarmi. Per lei l’abbiamo usata male e quindi si è rotta. Nonostante sia una Beko prodotta nel 2017 insiste nel dire che quando gliel’hanno venduta le avevano assicurato che sarebbe durata almeno dieci anni. Siamo ancora a nove. Tutta questa situazione non soltanto mi ha messo una dose considerevole di ansia e mi ha portato a riscoprire la discrezione liminale delle lavanderie automatiche, ma mi ha anche fatto sorgere un sconsiderato desiderio nei confronti di questo oggetto che ospitiamo nelle nostre case.

Vi siete mai fermati a osservare l’abissale roteare della centrifuga? Se avete una lavatrice a carica frontale è un piacere che non dovreste perdervi. Dopo che i panni sono stati inondati dal getto spumeggiante di acqua e detersivo, rimestandosi in un movimento orario e poi antiorario, appena prima di concludere il lavaggio, il cestello prende a vorticare sempre più forte in una sola direzione. È la centrifuga. I panni si schiacciano lungo le pareti metalliche del cestello e sembrano scomparire, mentre il moto di accelerazione confonde colori e contorni in sfumature che hanno del mistico.

Una normale lavatrice domestica che raggiunga i 1600 giri al minuto riesce a generare una forza di circa 700 G, equivalente a settecento volte l’attrazione gravitazionale terrestre. Solo grazie alle proprietà elastiche dei tessuti, che riescono a comprimersi uno sull’altro sulle pareti curve, è possibile sopportare una spinta tanto estrema. La forza G non è veramente una forza, ma l’accelerazione gravitazionale che spingendoci verso la terra ci permette di percepire il peso del nostro corpo. Proprio ora, mentre leggete questo stanca di il vostro corpo è esposto a una spinta di 1 G verso il terreno e questo vi permette di sentirvi ben piantati a terra. Durante una brusca frenata in auto potreste arrivare a percepire 2 o 3 G che vi proiettano in avanti per inerzia. Un pilota di Formula 1 durante una curva particolarmente veloce può arrivare a 4 o 5 G. Oltre questa soglia la visione periferica comincia a spegnersi e perdiamo la percezione dei colori, a 6 G la visione si restringe fino a un piccolo tunnel, dalla cui fessura ancora riusciamo a percepire qualche dettaglio del mondo. A 7 G, nonostante la nostra coscienza sia ancora vigile, si perde completamente il senso della vista. A 9 G avviene il G-LOC, la coscienza si spegne, il corpo mette in atto un meccanismo protettivo che ci sottrae al mondo esterno, questo momento di assenza dura generalmente soltanto dodici secondi dopodiché, se si continua a essere sottoposti a tale spinta, il cervello tenta di riattivare le proprie funzioni ma è immerso in uno stato confusionale, incapace di eseguire compiti complessi.

Una ultracentrifuga da laboratorio permette di raggiungere lo spaventoso valore di un milione di G, che cosa potrebbe sopravvivere anche solo per qualche secondo al suo interno? Il terrestre che ha sopportato il più alto livello di G, volontariamente e sopravvivendo all’esperimento, è stato il colonnello John Paul Stapp che fu sottoposto per qualche secondo 46,2 G, un ventun millesimo e settecento volte meno l’accelerazione centrifuga ottenibile in un laboratorio. Stapp non lo fece per puro escapismo ma per determinare il limite massimo di tolleranza umana alla decelerazione, così da poter progettare imbracature di sicurezza per aerei sempre più efficienti. Assegnato al progetto MX981 incominciò a costruire delle enormi slitte che correndo sui binari e connesse a freni idraulici gli permettevano di ricreare delle decelerazioni impressionanti. La prima slitta si chiamava Gee Whiz, ed era lunga circa seicento metri, in numerosi esperimenti portati avanti quasi tutti da lui in prima persona, nel 1947 riuscì a raggiungere il numero impressionante di 35 G. Ma non era abbastanza, così si spinse a costruire una slitta ancora più mostruosa che chiamò la Sonic Wind No. 1. Questo nuovo marchingegno era lungo più di dieci chilometri e prima di decelerare bruscamente poteva permettere al carrello su cui era ancorato il colonnello Stapp di raggiungere la velocità di 1.017 chilometri orari. Il 10 dicembre del 1954 il suo corpo accelerò da zero a più di mille chilometri orari in cinque secondi per poi decelerare bruscamente fino a fermarsi in appena 1,4 secondi. Questa spinta estrema lo portò a raggiungere quei 46,2 G che sono il record assoluto mai sopportato da un essere umano volontariamente. Il suo corpo per qualche secondo arrivò a pesare circa tremila e cinquecento chili, quando lo slegarono dalle cinghie che lo tenevano ben ancorato al carrello della slitta, Stapp aveva subito la rottura di molti vasi retinici, i suoi occhi erano completamente iniettati di sangue e aveva entrambi i polsi fratturati, ma non riportò alcun danno permanente. Sopravvisse e la sua onorata carriera durò ancora per molti anni. Il suo lavoro influenzò la progettazione di airbag, cinture di sicurezza e sistemi di protezione per il volo spaziale. Oggi la slitta Sonic Wind No. 1 è conservata al New Mexico Museum of Space History ad Alamogordo.

C’è qualcosa nel cestello rotante delle lavatrici che ci spinge a superare un limite, che ci ricorda il vorticare misterioso dei pianeti negli abissi del cosmo. Non sorprende quindi che il progetto di “macchina rotante per il lavaggio del bucato” non fu opera di un ingegnere ma dello scrittore lettone Gothards Frīdrihs Stenders e del teologo tedesco Jacob Christian Schäffer. Entrambi in maniera indipendente si posero intorno al 1766 lo stesso problema (“come lavare i panni senza bagnarsi le mani?”) e trovarono una soluzione comune nella misteriosa rivoluzione dei corpi celesti.

La mia lavatrice è ancora rotta, e ora seduto qui in questa lavanderia a gettoni in una quartiere di Roma, mentre scrivo questo stanca di, mi sento immerso in un planetario meccanico che in qualche modo spinge la mia mente al misticismo. Il ronzare multiarmonico dei cestelli rotanti produce una sottile forma di ipnosi che sembra interagire con la forza G, mi solleva e il mio corpo pare più leggero. In questo giorno di ottobre la terra si trova a poco più di un’unità astronomica dal Sole, lanciata nella sua rincorsa verso il perielio. Il grande astro a circa 9° in Bilancia tra pochi giorni raggiungerà la massima opposizione a Saturno, che a sua volta si posizionerà alla minima distanza dalla terra, poco meno di 1,3 miliardi di chilometri. Le lavatrici sembrano intuirlo ma ciò non le turba, continuano ostinate a girare, lavando i panni per noi, con lo sguardo ottuso rivolto verso la terra dove teniamo ben incollati i nostri piedi.

The post Stanca delle lavatrici first appeared on Stanca.

JUNG: IL MALE CHE ABBIAMO DENTRO

3 Ottobre 2026 ore 08:15
L’Ombra, l’inconscio e il male che rifiutiamo di riconoscere in noi stessi.Per Jung, conoscere se stessi significa anche incontrare ciò che preferiremmo non vedere.Una Scorribanda sulla proiezione, sulla responsabilità e sulla difficile redenzione di noi stessi. 🎬 PREMIERE📅 Data: 03/10/2026 [riservata a Studenti Attivi]🕰️ Ora: ore 14:00🔗https://www.youtube.com/watch?v=kwLuP4OdvuM In questa Scorribanda filosofica entriamo nel cuore della […]

Conversazioni #3 Paesi

di: Stanca
2 Ottobre 2026 ore 09:39

Conversazioni è una rubrica mensile anonima a cura della redazione di Stanca. Due o più persone della redazione dialogano su un tema a partire da uno spunto di riflessione, un’esperienza personale, un fatto di cronaca o qualcosa che hanno letto, visto o ascoltato. Con questa rubrica cerchiamo di rompere l’idea di autorialità individuale – e speriamo di non litigare. Ogni blocco di testo è da leggere come un intervento all’interno della conversazione. In questa terza Conversazione parliamo di paesi, paesini, paeselli. 

Quanto paesella il tuo paesello? Questa è la domanda che ha accompagnato parte del feed instagram della mia estate. Un paesello, stando ai parametri di questa ricerca, ha meno di diecimila abitanti. Noi ci rientriamo alla perfezione, chi perché ne ha la metà, chi perché ne ha quattro in meno. Per fortuna, altrimenti questa conversazione sarebbe stata difficile da intavolare. Tra momenti felliniani e bagni di realtà la discussione è andata avanti seguendo le associazioni intricate che ci legano a luoghi remoti e non-imperturbabili. La musica è un elemento fondamentale. Non siamo voluti scendere a compromessi con le polemiche recenti, anzi, probabilmente questa conversazione nasce da esse e va da tutt’altra parte. Abbiamo conversato con i ricordi, speriamo, senza lasciarci fagocitare. Se successivamente vorrete venire a trovarci, avrete con voi la guida realizzata da due “native”. I nomi e i fatti, diciamo, sono abbastanza inventati, in alcuni casi.

> Non credo si possa spiegare cosa significhi crescere un piccolo paese per chi non l’ha fatto. È una banalità, ma la dico lo stesso, con frustrazione perché ci ho provato molte volte. E davanti a me trovavo gli occhi di chi mi rispondeva oscillare tra il compatimento e lo scetticismo. Crescere in un paese (almeno per me a cavallo tra gli anni ‘90 e ‘00) significa essere lontani dai meccanismi che governano la storia e la società, essere dei fruitori passivi di informazioni che vengono proiettate nella tua testa da una distanza siderale, che non permette di riconoscervi dietro delle persone reali che vivono la loro vita e fanno ciò che fanno per i loro motivi. È l’assenza di una chiave che permetta l’accesso a una possibilità più profonda di interpretare i meccanismi che governano il mondo. Quella chiave è sepolta in città e per raccoglierla non c’è altra possibilità che andare via dal paese. Per me ottenere quella chiave (ma ci sono molti altri modi) ha significato scegliere di essere un intellettuale, una persona che lavora con le proprie idee e la scrittura per cercare di imprimere una sottile correzione alla direzione del mondo. È stato orribile e stupefacente capire di cosa di trattasse a trent’anni, quando il tuo cervello si è già formato su meccanismi ben strutturati. Produce una mutazione che ti rende straniero, quando torni al paese non lo riconosci e non ti riconosci, e questo è un altro dolore che è impossibile comunicare a chi non l’ha vissuto ugualmente. Tu hai avuto una storia o una percezione simile? Dato che abbiamo fatto un po’ di strada insieme negli ultimi anni, volevo capire intanto se hai provato anche tu qualcosa del genere negli ultimi tempi.


> È successa una cosa. Per cui sono costretta a cambiare totalmente impostazione al discorso, cancellare tutto ciò che avevo scritto e spiegarti le mie perplessità. L’altro giorno sono andata a questo evento, Amarcord Schignano, organizzato un po’ a caso al circolo del paese, unico centro di socialità rimasto, a parte qualche ristorante. I vari esercizi commerciali del posto sono definitivamente chiusi per vari motivi che forse conosci e hai vissuto anche tu. Vive e sopravvive fieramente la mia parrucchiera e un gelataio. 

In questo momento sono scissa in due, perché volevo parlare della passività, del paese dormitorio, della condivisa necessità di andarsene, del fatto che ogni novità è vista con una smorfia e si chiamano i carabinieri a mezzanotte e dieci se c’è un po’ di musica nel piazzale per un evento. Volevo parlare delle problematiche che colpiscono questi posti da decenni, sociali e familiari (in paese tutto è di tutti, nel bene e nel male). Tuttavia, ho trovato proprio a questa festa la ristampa di un diario, realizzata per l’occasione, scritto dai fu bambini della scuola nella seconda metà degli anni Cinquanta. Un documento pazzesco. Ha ribaltato momentaneamente la mia prospettiva generale su come poteva essere vissuto cinquanta o settant’anni fa un paesino come il nostro, o il mio almeno. E conosco centinaia di aneddoti da genitori e nonni che potevano scardinare l’idea negativa che si è radicata nel mio cervello. A partire dal compito scolastico, e solo in una visione generale, sembra che siamo noi nella merda, privi di riferimenti se non verso l’esterno, questo esterno che ci chiama e senza il quale, paradossalmente, non avremmo potuto apprezzare e riconoscere alcune dinamiche del proprio paese. E, comunque, rimane qualcosa di cristallizzato, lo continuo a considerare un caso isolato che presenta intorno a sé miriadi di situazioni storte e grottesche. Sono rimasta molto colpita dalla documentazione: mi sono resa conto che non conosco quasi niente del posto in cui abito. Però conosco varie storie di solidarietà, ma anche di abuso e violenza. Mi rendo conto che, per quanto sia bello, non posso romanticizzare l’identità di un posto solo a partire da un progetto scolastico, per quanto illuminato: un laboratorio sul territorio realizzato dalla classe mista delle elementari nel 1956. 

Tu quanto sai del posto da cui vieni?


> Sono contento che tu abbia cambiato discorso, perché ero partito con un tono di disperazione privata, che già rileggendolo non mi faceva respirare e rischiava di soffocare tutta la nostra conversazione.

Questa scoperta dei diari dei bambini del ‘56 mi ha fatto uno strano effetto, perché mi ha portato a pensare a due cose che non so se si integrano o sono in contraddizione tra di loro. Il ‘56 è stato l’annus horribilis del comunismo italiano, Chruščëv al XX congresso del PCUS tira fuori il rapporto segreto in cui apre il vaso di pandora dei crimini di Stalin e qualche mese dopo gli operai della Poznan si rivoltano contro il regime comunista polacco. Rossana Rossanda nella Ragazza del secolo scorso lo descrive come l’innesco di quello che poi avrebbe portato alla fine del sogno di un altro mondo possibile, soprattutto in Italia, dove avevamo il più grande partito comunista in un paese occidentale. È il crollo che ha aperto il baratro del presente, l’inizio dello sfacelo politico. Il mondo che stavano ricostruendo con la scusa del dopoguerra gli era crollato improvvisamente addosso e si resero conto nel giro di un anno che ogni potere è sporco, violento, inaccettabile. Non credo che ne siamo ancora usciti da questa contraddizione.

Ma poi! Mi sono riascoltato La nevicata del ‘56 di Mia Martini (c’è anche una versione di Califano), una canzone di una nostalgia dolcissima, in cui la sera si sente solo il rumore del fiume (cosa che a me fa pensare al massimo al coprifuoco in pandemia), alle partite viste sulle spalle del padre, a Roma coperta dalla neve come se fosse un sogno. Dice “c’era posto pure per le favole” e forse quello è stato l’ultimo anno in cui si è creduto davvero in qualcosa, qualcosa di viscerale, non razionalizzabile, che era evidente a tutti. C’era spazio per costruire una realtà come la volevamo. Sto divagando, però volevo depositare qua queste due cose sul ‘56.

Per il resto io so ben poco del paese da cui provengo perché non esiste più una lingua per mitizzarlo. O meglio, se dovessi farmi carico della mitizzazione della bellezza del mio paese (seriamente e completamente, una missione di vita) dovrei passare tutte le mie sere nei bar a sfondarmi di campari e gin, per ascoltare le mille storie che ogni sera quelli che stanno qui (“gli incastrati”) mi raccontano. È una lingua che ho ascoltato molto, che so parlare e ascoltare, ma come ogni lingua non può che divenire la sostanza di cui è costituito l’individuo. Continuare a parlare quella lingua significa restare ai margini, ingoiati da un tempo che è sempre presente e sempre uguale, assorbendo i riflessi del mondo come si è bruciati dal sole sulla spiaggia, impotenti, mentre tutto intorno c’è l’apocalisse (climatica, tecnocratica, genocida), così imminente che se ci penso rischio di farmi venire un attacco di panico. Ecco mi sembra che non riusciamo più a parlare del paese perché abbiamo perso un dizionario che abbia ancora un sapore di speranza, invece quelle parole puzzano sempre di foto virata seppia, in cui una faccia senza nome (un vecchio parente di mia nonna) sorride come se tutto andasse benissimo e la vita valesse ancora la pena di essere vissuta.

Ultimamente si è parlato tanto di Le citta di pianura, non sopporto di quel film il fatto che mi sembra nascondere il moraleggiante sotto il favolistico, la sua leggerezza è una tovaglia posta a coprire lo squarcio. Gli alcolisti che conosco io non sono come il personaggio di Capovilla, si vomitano addosso e si cacano sotto, tornano a casa e picchiano i figli, toccano il culo delle tipe al bar o peggio. Li trovo seducenti (nella loro autodistruzione) ma di una bellezza pericolosissima, che quel film attenua disinnescandola completamente. Invece qualche giorno fa ho visto Gigi la legge, quasi cento minuti di una telecamera che segue questo vigile urbano stralunato friulano, segue il vuoto delle conversazioni in macchina, i sogni di un tipo di mezza età con le sue fissazioni, con la neoassunta carina con cui flirta e che lo mette inevitabilmente davanti alla cruda verità che la sua vita è già passata, che è un vecchio che può solo scherzare per non impazzire, come hanno già fatto i giovani che accompagna al centro igiene mentale per un TSO. Quel vuoto assomiglia di più a quello che vedo io quando sono nel paese.

Ecco sono finito nuovamente sul disperato. Però davvero non riesco a trovare alcuna speranza al di fuori della nostalgia. Quello che sento nel paese è un vuoto in cui si rischia di affondare, come le sabbie mobili in cui più ti muovi e più affondi. Ci ho passato tanti anni e conosco bene quella paura, la sento ancora dentro di me ogni volta che torno a casa e non mi sento assolutamente pronto per affrontarla davvero (anche se un po’ questo mi fa vergognare). Sento che tutti i momenti di gioia vissuti qui provengono dall’infanzia o dall’adolescenza, e mi chiedo quindi se quel ‘56 non sia in fondo l’esame di maturità dell’Italia, qualcosa di lontanissimo che possiamo razionalizzare o guardare soltanto con la lente della nostalgia.

Continuo a pensarci. Però pensiamoci insieme. Tu hai qualche momento di felicità che hai vissuto nel paese al momento presente, un momento in cui in questi anni ti sei fermata e hai detto che bello qui, anche senza pensare al passato o al futuro?


> Ho trovato proprio l’altro giorno il libro di Rossana Rossanda a una bancarella dell’usato… e non l’ho preso, era l’edizione con copertina rigida.

E’ vero che il paese vive di ricordi; se ci pensi, anche il diario del ’56 viveva dei ricordi degli anziani e degli adulti che i bambini del tempo andavano a intervistare. Però, per riprendere la citazione che hai fatto a Mia Martini, è anche vero che la distanza aumentava esponenzialmente la fiducia nel futuro, quel futuro che leggevi – se sapevi farlo – nei giornali, o che ti facevi raccontare; “che tempi quelli”, i tempi della solidarietà, ma anche della violenza domestica e dell’indigenza delle persone che avevano una casa in pietra da borgo medievale, ma dovevano stare in un cantuccio del focolare per scaldarsi: neri di fuliggine, perché ormai troppo vecchi per far qualsiasi cosa, ma di una gentilezza disarmante; chiusi in se stessi, ma con la porta sempre aperta “non c’era bisogno di chiudere a chiave!”.

I ricordi sono in parte traditori e questo l’ho imparato, unica nozione rimasta, a uno dei corsi per gli inutili 24 CFU per l’insegnamento: man mano che cresci la memoria li modifica, per cui a un certo punto quanto ti puoi fidare dei racconti, delle tue stesse esperienze se rischiano perennemente di essere distorte a piacimento dal tuo cervello?

A me è successo, e lo posso confermare come ricordo perché è un dato abbastanza recente, di fermarmi un attimo, in uno dei paesini in cui vivo (eh sì, più di uno, un marasma di racconti e personaggi dai soprannomi strampalati che conosco per di più per sentito dire), e pensare “ah che bello, sono proprio fortunata”. Il punto, però, è che la fortuna non la costruisce solo il luogo: la costruiscono le persone. Questo paragrafo è pieno di luoghi comuni, ma conferma che per quanto una situazione di felicità in una comunità minuscola ti si pari davanti, prima o poi la logica del consumo dettata dall’esterno, la piccola città di provincia, ti risucchia e ti riporta alla realtà – che poi era felicità per me, per gli altri non lo so. A posteriori, è stato come far parte di un trip collettivo: bastavano veramente pochi elementi positivi abituali, un pizzico di novità unita alla familiarità di un posto che ti ha vista crescere e il gioco è fatto. Per me questo si è manifestato durante il lavoro stagionale, mentre studiavo all’università. Ho iniziato a lavorare da persone che, al momento, considero a metà tra miei cari amici e una sorta di seconda genitorialità, sono stata letteralmente adottata per tre anni e lì, in un locale di una certa età, frequentato dalle stesse persone che storcevano il naso vedendo per la prima volta una torta vegana (che poi adoravano) e la domenica si trovavano per parlare delle corse in moto o in auto, ho trovato il più strano e magnifico ed eterogeneo gruppo di amici. E un gatto, Rossano, adottato anche lui un po’ da tutti. Dopo la chiusura del locale, che si è trasferito in città, si è perso il collante. C’è chi, purtroppo, è morto nel frattempo, ma per un momento, piccolissimo, sono stata catapultata nell’atmosfera di quei ricordi che ho sempre ascoltato da voci più grandi di me. 

Poi, bagno di realtà: sono tre anni su trenta. I rapporti con le persone non cambiano, ma si modificano le circostanze. Potrei aggiungerci gli anni dell’infanzia, ma sono una cosa diversa. In quei tre anni ho cercato e ho trovato una dimensione sociale che a raccontarla oggi sembra un’esagerazione, una caramella stucchevole. Da lì ho visto passare tante persone, che venivano da fuori e che avevano forse una mente più arretrata di chi viveva nel paese. Penso, ad esempio, a chi si trasferisce attualmente in queste zone alla ricerca di pace e tranquillità, che si traduce in “nessun rumore molesto dopo l’ora che mi pare perché io vengo dalla città con questa esigenza che pretendo venga rispettata”. Un aneddoto interessante riguarda sempre la musica e gli immancabili gruppi Facebook, in particolare la piccola Casa della Musica dove un tempo suonava la banda – estinta – e dove adesso vanno a suonare ogni tanto gli appassionati. Dopo una o due volte che facevano delle prove, c’è stato l’intervento del nuovo arrivato di turno che ha inneggiato al disturbo della quiete pubblica. 

Il paese è, ormai, un luogo che cambia forma a piacimento di chi ha più possibilità di essere ascoltato da dietro la tastiera di un telefono. Più sei popolare sul gruppo Facebook, più ottieni consensi e ragioni. Per fortuna, quella volta è stato fatto notare che si era entrati dentro il territorio dell’intolleranza e dell’assurdità (a suon di commenti che chiedevano, forse non troppo cortesemente, di tornare in città se non stavano bene le abitudini del posto).

Il ripopolamento è una delle questioni che più mi incuriosisce perché mi spinge a pormi una domanda fondamentale: quanto voglio schierarmi dalla parte di chi vive qui da tutta la vita, a scapito di chi si trasferisce, perché porta novità che mi sembrano cazzate (tipo il jogging)? Non è anche questa, forse, una forma di accanimento nei confronti di un ecosistema problematico e moribondo? Quanto è giusto sperare che non costruiscano più villette orribili o restaurino l’ennesimo casale abbandonato nella speranza che il circolo di paese ricrei un nuovo evento amarcord, o che tutto rimanga su per giù com’è sempre stato? Le cose che non cambiano mai, dopotutto, sono quelle morte.

The post Conversazioni #3
Paesi
first appeared on Stanca.

IL RUMORE DEL MONDO, IL SILENZIO DELL’ALTRO

2 Ottobre 2026 ore 06:42
Il rumore contemporaneo non è soltanto quello che ci circonda: è anche la dispersione della nostra attenzione.Heidegger, Simone Weil, Byung-Chul Han e Hartmut Rosa ci aiutano a capire perché ascoltare sia diventato così difficile.Una riflessione filosofica su rumore, distrazione, accelerazione, attenzione e incontro con l’altro. Basta entrare in un bar per accorgersi di qualcosa che […]

Cocleorama #6

1 Ottobre 2026 ore 09:27

Cocleorama è la rubrica mensile in cui vi raccontiamo dei nostri ascolti preferiti. Una rassegna rapsodica di dischi che potete leggere, ascoltare ed eventualmente amare. 

Covone Mistico

Vicino alla casa dove ho passato l’estate in Abruzzo, su un muro di pietra ho trovato due scorpioni. Erano immobili, a qualche centimetro uno dall’altro, neri e lucidi nella notte. Non avevo mai visto due scorpioni insieme e tanto grossi, così ho provato a fotografarli con il cellulare. Ma ho scoperto che gli scorpioni, come i vampiri, non vengono nelle foto.

Anemoia, uscito a marzo del 2025 è l’ultimo disco di Cellini, artista cresciuto in Belgio in una piccola comunità italiana. La sua musica appare sospesa tra due vite possibili, l’attuale e la fantasmatica, una disforia artistica che colpisce nella mescolanza delle voci tra la iperlucidità tecnologica e la ruggine arcaica. Un disco irrisolto perché in bilico, che occupa due territori separati da uno specchio, permeabili eppure lontanissimi. Riconoscersi o sparire. Arrangiare con Ableton la nostalgia di qualcosa che non è mai accaduto.

Ci sono dei misteri dove torno che mi fanno sentire a casa in maniera inquietante. Uno spostamento del tempo, una compresenza del passato. Chissà in che modo le lingue che impariamo cambiano il nostro modo di pensare, ma una volta che le parole prendono posto nel cervello non vanno più via. Una lingua, una geografia, una pietra a forma di testa in un muro che non può essere sfilata senza rischiare che crolli.

Cacciamali, l’ultimo album del collettivo milanese Rosso Polare, pubblicato da 12th Isle, assomiglia a un esercizio di esorcismo allucinatorio del passato, un glitch temporale svolto in quasi quaranta minuti di field recording e improvvisazioni ossessive su strumenti obsoleti o elettronici. Voci sussurrate, vento e campanacci in altura. Paesaggi sonori stratificati e inquietanti, che improvvisamente diradano lo spazio in un vuoto che ci lascia galleggiare fuori dal tempo, soppesando ciò che del passato si è fatto dentro di noi concrezione. Un’ossatura mobile che ci definisce.

Silenzio notturno. Poi l’esercito dei decespugliatori che rasano l’alba. La finestra è aperta anche se comincia già a fare freddo. Fuori c’è un amico che fuma la sua erba seduto sopra un architrave di pietra abbandonata sui sampietrini, con la faccia piena di sole sembra un animale.

Lostatobrado ha pubblicato già un nuovo album a fine 2025 (Ahimé), ma ho scelto quello precedente per il titolo battagliero (una battaglia a cui sento di partecipare) e per la canzone delle capre. L’odore delle capre è qualcosa di indescrivibile perché non è possibile scinderlo dal luogo in cui pascolano. Essere e territorio fusi. L’inquietudine della dissoluzione dell’identità nel branco. I cespugli di mentone e verbena che possono entrare a far parte di te e trasformarti. Raccogliere ed espellere nell’aria – come un emissario occulto – la terra che calpesti. L’odore della merda della capre ha una seduzione irragionevole che porto sempre con me.

Tu aspettami perché io torno. Non lasciare le pietre appassire. Ci sono due finestre che sono le mie preferite. Una fissa un tetto pieno di tegole spezzate, quando tira il vento la guaina slabbrata incomincia a muoversi come una manta in agonia in un acquario d’aria. Non si vede molto altro, è una finestra che chiude al mondo e porta chiusura. Una finestra specchio che rimanda a noi stessi, al tempo che possiamo passare su una sedia in ascolto. L’altra finestra apre. Siamo io e te sul divano vecchio che puzza un po’ dell’odore del tuo cane. Il piccolo davanzale fatto di mattoni forati da cui cola il cemento come se sanguinasse. Sopra la tavola di marmo muffito si alza la montagna, una curva verde che precipita a sinistra, il gesto di un pittore narcolettico. Ancora più su c’è il cielo, limpidissimo o grigio e denso. Questa finestra è una descrizione esatta dell’immobilità del tempo, tutte le distanze che percorriamo allontanandoci vengono calamitate su un punto preciso a cui si ritorna sempre. Un punto privato.

Arriverà l’estate? delle De’ Soda Sisters è uscito addirittura nel 2019, per Materiali Sonori. Quanto tempo… L’ho scoperto qualche anno fa in una gita nel parco delle Biancane. Improvvisamente è apparso in macchina nello stereo. Le loro voci intrecciate sugli arrangiamenti semplici e acustici mi fanno pensare che ci sia ancora speranza per le canzoni di avere un’influenza sulla realtà. Stephen King ha scritto che la letteratura è una forma di telepatia, anche la musica lo è. Ma più sottile e potente, capace di imprimersi nella testa delle persone con una manovra evasiva, aggirando lo sguardo per passare dalle orecchie. Questo la rende un magnifico strumento politico. Parole cantate e restituite alla terra.

In questa sezione di Cocleorama non ho inserito soltanto canzoni recenti, alcune le ho semplicemente scoperte tra questa estate e quella precedente. Mentre l’album di Rosso Polare è uscito a luglio, gli altri di Cellini, Lostatobrado e De’ Soda Sisters sono in giro da più tempo, ma li lego a esperienze profondamente significative che hanno risuonato dal passato negli ultimi mesi. Li ho riscoperti e conservati, perché parlano di posti da cui mi sento di provenire. Prendetelo per un panorama sonoro strettamente soggettivo, ogni volta che guardo fuori da quelle finestre sento questa musica.

The post Cocleorama #6 first appeared on Stanca.

stanca degli eroi della TV italiana

di: Stanca
29 Settembre 2026 ore 13:41

Io mi nutro, da sempre, di quella che per molti è merda. Mi riferisco alla televisione. Il primo libro che ricordo fu Mago Girò di Rodari, consigliatomi dalla mia maestra d’italiano, ma la fiaba vera si accendeva nel pomeriggio, dopo scuola, dentro lo schermo. Se ho sviluppato una passione amatoriale per il disegno e il bricolage lo devo ad Art Attack e a L’albero azzurro, i miei insegnanti insieme a la Melevisione. Tra le mie immagini mentali la più antica è targata Mediaset e risale ai tempi di Bim Bum Bam e a One, il suo pupazzo, che mi facevano compagnia quando vivevo nella vecchia casa in affitto. La mia morale è stata forgiata da Dragonball, e mentre i miei compagni collezionavano le figurine Panini io pregavo mia madre di comprarmi le bustine di Yu-Gi-Oh, che stimolava la mia passione primordiale per l’Egitto dei faraoni. Non avevo preferenze di genere, guardavo programmi come le Winx, Rossana, Hamtaro.

Il palinsesto era un pantheon con due templi: da una parte l’edonismo smaliziato di Berlusconi, che in una logica di risparmio importava anime giapponesi e non produceva più nulla da sé; dall’altra la televisione artigianale della RAI, fatta di autori, attori e registi, che allora possedeva un’aura che Mediaset rivendicava orgogliosamente di non avere. Due amici, due orientamenti in contrasto, i poli della mia formazione.

Poi c’erano le liturgie collettive, che scandivano l’anno come un calendario pagano. Intorno alle 20:00 Passaparola, in alternativa Sarabanda e poi il sabato Ciao Darwin, dove l’evoluzione della specie diventava un torneo tra tribù italiane. Il materiale d’archivio di pessimo gusto di Paperissima, il Festivalbar con cui si dichiarava aperta l’estate, il rigore invernale delle serate di Sanremo e ogni quattro anni i Mondiali, l’unico momento in cui un intero paese guardava nella stessa direzione. Questo il televisore lo sapeva fare: produrre comunità dal nulla, per un mese, per una sera.

In televisione ho avuto i miei primi incontri con la mitologia, l’animazione giapponese, la comicità, l’erotismo e la scienza. Megan Gale e i dinosauri: i miei primi amori. Ma il piccolo schermo mi introdusse persino al Cinema e al Teatro. Il Padrino e L’Esorcista mi iniziarono ai grandi cult, mentre I Corti di Aldo Giovanni e Giacomo mi accompagnarono per la prima nel dietro le quinte di un palcoscenico. E poi Independence Day, Troy e Il Gladiatore mi consegnarono al soft Power statunitense. Molti di questi frammenti potevo rivederli all’infinito, grazie al videoregistratore di mio padre e alle centinaia di VHS che avevano la capacità di farmi viaggiare lungo il mio cordone ombelicale emotivo, grazie alle vecchie pubblicità che, ricordo, reclamavano prodotti che già da ragazzino non esistevano più.

Poi arrivarono Amici e il Grande Fratello, aprendo così l’era dei Talent e dei Reality Show e il desiderio cominciò a essere fabbricato in serie. Da lì in poi l’esilio del fantastico, in fuga da una televisione che diventava la scuola del talento, con i suoi verdetti, la sua classifica, la sua sedia da meritare. Da lì la strada è quasi lineare. Il fantastico è stato drenato dallo schermo.

Negli anni la mia frequentazione con il mezzo televisivo è proseguita in altri modi e solo di recente mi ritrovo quotidianamente ostaggio volontario dello schermo-monolite che mi guarda dal mobile del salotto. Oggi la programmazione televisiva sembra la Rupe dei Re durante il regno misero di Scar, e non rimane che un desolante paesaggio in cui l’occhio delle istituzioni non fa che raccontare la propria sterile mitologia, fatta dei noiosi eroi laici della mentalità piccolo borghese italiana: poliziotti, magistrati, medici, santi, imprenditori, preti e suore, affiancati da uno stuolo di cantanti ascesi al cielo delle stelle fisse, riciclati eternamente nei programmi necrofili di Carlo Conti come fantasmi in bianco e nero prigionieri delle telecamere.

I muri sono crollati e non c’è più un’aura a distinguere il palinsesto del servizio pubblico dal resto dell’offerta televisiva. Da quando la tv dei bambini e dei ragazzi è stata sacrificata sull’altare dell’economia, ogni sforzo è andato alla costruzione ossessiva del mito civile della legalità, parola tombale che ha cancellato qualsiasi frizione ideologica (chi si dichiarerebbe contro la legalità?) e ha funestato l’immaginario italiano con prodotti propagandistici stucchevoli e autocelebrativi.

La lotta al terrorismo extraparlamentare e lo stragismo di Cosa Nostra convivono con l’elegia del piccolo borgo, confezionata da una fotografia “smarmellata” e da un eroe o un’eroina che se non appartiene alle forze dell’ordine sembra avere come unica prerogativa quella di sostituirsi agli inquirenti. Sotto le sembianze del classico detective si cela il cittadino delatore: il vicino che chiama la polizia quando la musica supera una certa soglia, l’impiccione che controlla la tua spazzatura, il tizio in parrocchia sempre pronto a osservare i tuoi comportamenti e il tuo modo di vestire. Dietro il commissario, il magistrato, il santo e il prete ci restituisce il suo sguardo torvo il nostro prossimo, a cui siamo legati dall’inimicizia, dal sospetto che dietro ogni persona per strada, nel nostro stesso condominio, si nasconda un delinquente, forse un serial killer. Gli sconosciuti diventano tutti Joe Pesci in Mamma, ho perso l’aereo, le case dei fronti di guerra in cui barricarsi contro il mondo.

Nella cultura gnostica l’ascesi dell’uomo pneumatico, l’esiliato nella materia, è pregiudicata dagli angeli servitori del demiurgo, la nomenclatura degli arconti. Ognuno pone una barriera al risveglio. Le nostre nonne e le nostre mamme pensano di guardare Don Matteo o Il commissario Ricciardi e non si rendono conto di ossequiare Yaldabaoth, il demiurgo in forma di leone con corpo di serpente, lussuria e tentazione, e i suoi misteriosi emissari. La storia della televisione è la storia dell’ordine arcontico.

Il problema è che io quell’acqua l’ho bevuta. Non sono un osservatore sceso da un altro pianeta a documentare la fauna della fiction italiana: sono stato allevato in questa vasca, e i suoi codici mi hanno insegnato a leggere prima ancora che imparassi a scegliere cosa leggere. So riconoscere a tre secondi dalla sigla se un episodio si chiuderà con la confessione o con la morte del colpevole, so quando arriverà la musica, in quale punto il commissario si fermerà a guardare il mare. Questa competenza non l’ho scelta e non riesco a disfarmene. È la mia grammatica madre, e chi contesta la propria grammatica madre deve pur sempre farlo parlando.

Eppure c’è un resto. Mentre il mio corpo ossequia il rito, seduto davanti al monolite con la serata che si consuma, qualcosa in me non aderisce. Non è snobismo, che sarebbe la forma più ingenua di innocenza: il mio disprezzo per Don Matteo è alimentato dalla stessa fame che una volta mi teneva incollato ai cartoni. È un attrito, il sospetto che la mia sensibilità sia stata plasmata da qualcosa che non riesce a contenerla del tutto. Il bambino che rivedeva all’infinito le VHS aveva ricevuto, insieme ai contenuti, un’eccedenza che nessun palinsesto aveva previsto: la nostalgia di un fantastico che la tv stessa gli aveva promesso e poi, un po’ alla volta, ha smesso di mantenere.

Un pesce non sa di essere nell’acqua finché qualcosa non lo mette in condizione di non coincidere più con essa. Come Cole Sear nel Sesto senso, non sapevo di parlare con i morti: ero morto pure io? La coscienza è una forma di disadattamento: sentirsi dentro un mondo significa già non esservi completamente sciolti.

Gli gnostici avrebbero chiamato questo residuo “scintilla”. Il pneuma esiliato nella materia non è estraneo alla materia, la abita, ne parla la lingua, e tuttavia serba un ricordo di provenienza che nessun arconte gli ha consegnato. Non so se sia nostalgia del Pleroma o semplice memoria d’infanzia, quando Goku e i dinosauri facevano crepe nel soffitto del salotto. So solo che quando guardo Yaldabaoth mi riconosco nei suoi tratti, perché è stato lui a insegnarmi a vedere, e che è precisamente per questo che posso permettermi di chiamarlo per nome.

The post stanca degli eroi della TV italiana first appeared on Stanca.

E SE IL MONDO NON FOSSE COME LO PENSIAMO? Nietzsche, Nāgārjuna, Wittgenstein

28 Settembre 2026 ore 19:06
Nietzsche, Nāgārjuna e Wittgenstein mettono in discussione il nostro modo abituale di pensare la realtà.Dalla «logicizzazione» del mondo alla vacuità buddhista, fino al limite del linguaggio e al mistico.E se i nostri concetti non fossero la realtà, ma soltanto il modo in cui riusciamo ad abitarla? 🎬 PREMIERE📅 29/09/2026 ore 14.00🔗https://youtu.be/OFzkZjW4Z4k E se il mondo […]

CAMALDOLI, SAN ROMUALDO E LO ZEN: L’ARTE DI EDUCARE LA MENTE

27 Settembre 2026 ore 07:12
San Romualdo e lo Zen: due tradizioni lontanissime, una domanda sorprendentemente vicina. Che cosa accade alla mente quando impariamo a tornare, ancora e ancora, alla parola, al silenzio, alla preghiera? Dai Salmi ai Sūtra, dalla cella di Camaldoli alla meditazione Zen: forse educare la mente significa prima di tutto imparare a non seguirne ogni movimento. […]

DIO È? QUANDO LA LINGUA CAMBIA IL DIVINO

27 Settembre 2026 ore 07:10
LINGUAGGIO E FILOSOFIA — Il verbo “essere” tra Grecia, Israele, India, Cina e mondo islamico.DIO E L’ESSERE — Parmenide, Esodo, Upaniṣad, Dao e Avicenna: cinque modi di pensare l’Assoluto.UNA SCORRIBANDA TRA LE LINGUE — Che cosa accade alla nostra idea di Dio quando cambia la lingua nella quale lo pensiamo? «Dio è». Due parole soltanto. […]

IL GUERRIERO DELLA LUCE | Come vincere la battaglia più importante

27 Settembre 2026 ore 07:09
Filosofia pratica per affrontare la paura, le sconfitte e la ricerca di sé. Da Paulo Coelho a Marco Aurelio, da Epitteto alla Bhagavad Gītā. Una lezione per chi desidera trasformare la propria vita partendo da se stesso. Chi è davvero il Guerriero della Luce? Paulo Coelho lo descrive come un uomo fragile, pieno di dubbi, […]

Buon vicinato

26 Settembre 2026 ore 11:53

Si annidano uno sopra l’altro, cadaveri sotto altri esseri viventi ancora per poco. Me ne sto accovacciata, con il mio corpo ingombrante a fare ombra alla carneficina. Li guardo e provo pietà, un fastidio al centro dello stomaco che non pensavo di poter provare. Ma i loro corpicini, con le zampette così fragili e minuscole, mi spingono per un istante — solo un brevissimo istante — a pensare che anche noi umani, dallo spazio, dobbiamo sembrare così. Colonie, zampe, corpi che scavalcano altri corpi per accaparrarsi il cibo.

Scatto in piedi all’improvviso, infastidita dalla loro stessa morte, quella che io ho provocato. Attraverso la stanza a passi larghi; il mio corpo leggermente incurvato si riflette nel grande specchio dell’armadio. Due gambe lunghe, un paio di mutande di pizzo bianco e la maglia scolorita di un vecchio festival. Eccolo, il mostro. Sulla porta ci ripenso: torno nell’angolino con i pugni stretti contro il seno, le unghie a spingere nella carne delle mani.

Dall’alto siamo una massa scura e informe che attraversa laboriosamente le canaline della scatolina piazzata esattamente sopra la loro tana. Mangiano il veleno, tornano indietro e, nel giro di poche ore, avrò sterminato l’intero nido. Ma qui si tratta di sopravvivenza. Si tratta di questa piccola casa in cui vivo sola, che pulisco sola, che custodisce un unico essere vivente: questo mio corpo.

Per mesi ho incrociato soltanto piccole tracce della colonia. Ogni formica che intercettavo la schiacciavo tra l’indice e il pollice con una forza tale da non lasciare dubbi. Le formiche scricchiolano, ho scoperto. Sono esseri minuscoli, ma così difficili da ammazzare. Sfrego tra i polpastrelli i loro resti e li lascio in giro per casa, sperando sia un monito per le altre. Non lo è mai.

Poi, fino a pochi giorni fa, la svolta. Un’apparizione isolata è un conto, ma una striscia di bestie zampettanti che taglia la camera da letto è una vera dichiarazione di guerra. Le ho ammazzate tutte, non ne è sfuggita nessuna. E poi ho ripescato dall’armadio una vecchia scatola di trappole per scarafaggi ancora sigillata. La specie era diversa, ma l’inganno avrebbe funzionato ugualmente. Dieci euro e cinquanta, scaffale inferiore, quarta corsia del supermercato in fondo alla via, sulla lista nelle note del telefono segnato sotto la voce “spese straordinarie”.

Ne ho piazzate due: una sotto il termosifone della camera da letto, l’altra sotto il lavello del bagno, i nodi di maggiore afflusso.

E ora sto qui a guardarle. Si sono moltiplicate, hanno chiamato le loro sorelle per mangiare: hanno trovato il cibo, hanno trovato la speranza. Hanno trovato la morte, la trappola. E, senza nemmeno saperlo, saranno loro stesse a portare all’estinzione la propria civiltà. Non so cosa mi ipnotizzi di più: se il loro vagare agitato attorno all’involucro o la quantità di formiche che spuntano a fiotti da una crepa tra le piastrelle del pavimento. Sono così tante che potrebbero attaccarmi e divorare la mia carne — e magari pure quella del geco che da giorni abita la mia cucina. Si allontanano e, disegnando un cerchio perfetto, ritornano alla preda.

Sotto il braccio, piegata in due sopra lo scatolone dell’Ikea che fa da comodino, c’è ancora la cartellina di pelle sintetica rilasciata dal notaio 72 ore fa. Atto di compravendita. Centoquarantamila euro di mutuo trentennale, tasso variabile con opzione fissa, tre perizie della banca, garante mio padre che ha dovuto ipotecare pure la dignità, sei anni di collaborazioni occasionali, ritardi nei pagamenti e fatture elettroniche sollecitate con vergogna alle sette del mattino di domenica. Tutto per poter dire: questa è casa mia.

E invece guardale. Quelle stronze non hanno presentato un CUD. Non hanno versato tre caparre di deposito cauzionale. Non hanno dovuto dimostrare di avere un contratto a tempo indeterminato per superare lo sbarramento del primo colloquio con l’agente immobiliare. Sono entrate e basta, sfondando le barriere tra la piastrella ventiquattro e la venticinque.

“E sarei io il mostro?” sussurro alla colonia in fila indiana. La mia voce rimbomba tra le pareti della camera da letto mezza arredata.

È in quel momento che mi rendo conto che qualcosa non va. Il veleno non le sta sterminando: le sta ubriacando. E, cosa ancora peggiore, sembra che la voce si sia sparsa nel quartiere. Dal buco sotto il battiscopa non escono più decine di formiche, ma un fiume nero, festoso, una specie di rave clandestino organizzato a mie spese nel mio bilocale di quarantacinque metri quadri. La scatola rossa del brico ha smesso di essere una trappola per diventare una consolle da DJ per insetti. Le formiche non muoiono: avanzano a scatti, si scontrano tra loro, disegnano traiettorie erratiche e poi tornano indietro, palesemente euforiche. Hanno invitato i cugini, gli zii, forse l’intera fauna invertebrata del condominio.

Mi salgono i brividi lungo la schiena. Un pizzicore improvviso alla caviglia destra mi fa fare un balzo all’indietro. Sferro uno schiaffo sulla carne nuda, ma non c’è niente. Poi un altro pizzicore dietro il ginocchio, un altro sotto la bretella della canottiera. Mi sto contorcendo da sola al centro della stanza a combattere contro un esercito che forse esiste solo nella mia testa.

“Basta,” dico ad alta voce. “Questa è proprietà privata.”

Vado in cucina trascinando i piedi. Afferro le uniche armi da difesa che ho accumulato nei miei anni di vita precaria: un flacone di sgrassatore al limone quasi finito, tre quarti di boccia di aceto di vino bianco e un barattolo di cannella scaduto nel 2022. Torno in camera e mi siedo a gambe incrociate, come uno sciamano metropolitano sull’orlo del crollo psicotico. Traccio un cerchio di cannella attorno alla trappola. Poi uno spruzzo di sgrassatore e un tocco di aceto. La stanza si riempie di odore di strudel di mele e limone avariato.

È allora che da dietro l’armadio fa comparsa il geco. Si arrampica lentamente sul battiscopa. Si ferma. Mi fissa con i suoi occhi tondi e vitrei, la pelle traslucida che riflette la luce della lampadina nuda a sospensione. Guarda me, poi guarda la pozza di aceto e cannella, poi guarda la fila di formiche ubriache. Non batte ciglio. Muove la lingua una volta sola, acchiappa una formica al volo e riprende a fissarmi con la freddezza di un perito della banca.

Il mio fiato corto rallenta. Non sono la proprietaria. Non sono il mostro. Non sono la regina di niente. Il notaio si è sbagliato, la banca si è sbagliata, mio padre si è ipotecato per farmi da garante in una riserva naturale. Io sono soltanto l’unica creatura di questo ecosistema che lavora a partita IVA per pagare la quota condominiale e l’IMU a tutti gli altri.

Mi lascio scivolare con la schiena curvata contro la porta dell’armadio. Lo specchio è freddo. Mi abbraccio le ginocchia.

Una formica, la più ardita tra tutte, ha eluso la trincea di cannella, ha scalato lo scatolone dell’Ikea ed è salita sopra la cartellina del notaio. Cammina con calma sopra il mio nome e cognome stampato in maiuscoletto neretto.

La guardo. Mi sembra che anche lei mi guardi.

“Va bene,” le sussurro, rassegnata, mentre il geco si accomoda sul battiscopa. “La spazzatura si batte il martedì e il venerdì. Ma vedete di non fare casino dopo le undici”.

The post Buon vicinato first appeared on Stanca.

LA FOLLIA È TORNATA | Elogio erasmiano dell’uomo contemporaneo

25 Settembre 2026 ore 06:44
La Follia di Erasmo è tornata. E, dopo cinquecento anni, trova un mondo che si crede più razionale, più libero, più civile. Scopre però che la guerra può chiamarsi pace, la libertà può convivere con il conformismo, la scuola può dimenticare il sapere e la superiorità morale può diventare una nuova forma di arroganza. E […]

IL CHICCO DI RISO NON È MAI SOLO UN CHICCO DI RISO | Thich Nhat Hanh

21 Settembre 2026 ore 06:30
Thich Nhat Hanh: impermanenza, non-sé e vacuità.Perché nulla nasce e nulla muore?Il buddhismo come esperienza dell’interdipendenza. 🎬 PREMIERE📅 Data: 22/09/2026🕰️ Ora: ore 14:00🔗https://youtu.be/H8aeqHXWtXY Un chicco di riso non è mai soltanto un chicco di riso. A partire da questa immagine, Thich Nhat Hanh ci conduce al cuore di una delle intuizioni più radicali del buddhismo: […]

BYUNG-CHUL HAN | TROPPO VIVI PER MORIRE, TROPPO MORTI PER VIVERE

18 Settembre 2026 ore 06:38
Non siamo soltanto stanchi: siamo diventati incapaci di fermarci.Quando il dolore diventa un problema da eliminare, che cosa perdiamo?Per Han, una società senza negatività rischia di trasformare la vita in semplice sopravvivenza. La società contemporanea ci chiede continuamente di funzionare, produrre e migliorarci. Ma che cosa accade quando anche il dolore diventa qualcosa da eliminare? […]

THOMAS MERTON: NESSUN UOMO È UN’ISOLA | Perché abbiamo paura di essere soli

17 Settembre 2026 ore 07:10
La solitudine non è sempre isolamento: può diventare il luogo nel quale impariamo a incontrare noi stessi.Thomas Merton ci conduce dentro il paradosso dell’esistenza: abbiamo bisogno degli altri, ma dobbiamo anche imparare a stare soli.Una lezione su solitudine, interiorità, libertà, amore e silenzio, tra Agostino, Pascal, Kierkegaard e Buber. 🎬 Premiere [Per Studenti attivi e […]

Simone Weil e il mistero della sventura | Dio, amore e Croce

12 Settembre 2026 ore 08:21
Simone Weil affronta il mistero della sventura, del dolore e dell’assenza di Dio in una delle sue pagine più intense. Una lettura da Attesa di Dio sulla sventura, la Croce, l’amore e la ricerca di Dio nell’esperienza dell’estremo dolore per ascoltare direttamente la voce di Simone Weil. 🎬 PREMIERE12/09/2026 [riservata a Studenti Attivi]👉https://youtu.be/hZHu9f3qHQw Che cosa […]

DUE GIOVANNI, DUE MONDI | Il Vangelo canonico e l’Apocrifo di Giovanni

12 Settembre 2026 ore 08:03
Giovanni canonico e Apocrifo di Giovanni a confronto: due testi, due cosmologie, due modi di pensare Dio, uomo e salvezza.Dal Logos alla gnosi: come parole e immagini comuni possano generare visioni del mondo profondamente differenti.Un viaggio filologico nel cristianesimo delle origini tra luce, conoscenza, rivelazione, materia e dialogo. 🎬 Premiere📅 Data: 11/09/2026🕰️ Ora: 14.00🔗https://youtu.be/rkxWfVnGK8I Qualche […]

Husserl | Imparare a vedere di nuovo

6 Settembre 2026 ore 09:10
Che cosa significa davvero vedere la realtà? Husserl ci invita a sospendere gli automatismi e tornare «alle cose stesse». Epoché, intenzionalità e percezione: la fenomenologia come esercizio di attenzione e di libertà dello sguardo. Da Idee alla Crisi delle scienze: Husserl incontra Epitteto nella pratica del non precipitare nel giudizio. 🎬 Premiere📅 Data: 08/09/2026🕐 Ora: […]

IL GUERRIERO DELLA LUCE | Come vincere la battaglia più importante

6 Settembre 2026 ore 07:55
Filosofia pratica per affrontare la paura, le sconfitte e la ricerca di sé. Da Paulo Coelho a Marco Aurelio, da Epitteto alla Bhagavad Gītā. Una lezione per chi desidera trasformare la propria vita partendo da se stesso. 🎬 Premiere05/09/2026 [riservato a Studenti attivi]🔗https://youtu.be/0o8UZF2V4jo Chi è davvero il Guerriero della Luce? Paulo Coelho lo descrive come […]

IL TEMPO NON È QUELLO CHE CREDI | Einstein, entropia e fine dell’universo

1 Settembre 2026 ore 07:13
E se per te passassero pochi anni mentre per l’universo passassero miliardi di anni?Einstein ha dimostrato che il tempo non scorre allo stesso modo per tutti.Poul Anderson, in Tau Zero, trasforma questa idea in un vertiginoso viaggio verso la fine dell’universo. 🎬 PREMIERE01/09/2026 ore 14:00👉https://youtu.be/1Bu7c0DBETI In Tau Zero Poul Anderson immagina un’astronave lanciata a velocità […]

CHE CI FACCIO QUI? Discesa dell’anima e destino dell’uomo | Giamblico

30 Agosto 2026 ore 07:52
L’anima non è qui per caso. Giamblico, uno dei grandi filosofi del neoplatonismo tardoantico, ci conduce dentro una delle domande più antiche e più inquietanti: perché siamo nel mondo? Che cos’è l’anima? Perché è discesa nel corpo? E cosa accade quando il corpo muore? 🎬 PREMIERE30/08/2026 ore 14:00👉https://youtu.be/VK6cClLUq30 In questa Scorribanda filosofica seguiamo il viaggio […]

Edith Stein e il mistero dell’empatia | Che cosa significa comprendere un’altra persona?

30 Agosto 2026 ore 07:51
Che cos’è davvero l’empatia? Edith Stein mostra che comprendere il dolore di un’altra persona non significa provarlo come nostro. Significa qualcosa di molto più profondo, e molto più difficile. 🎬 PREMIERE29/08/2026 ore 14:00 [riservata agli abbonati]👉https://www.youtube.com/watch?v=nqw8pra-wGU L’empatia è una delle parole più usate del nostro tempo. La troviamo nella psicologia, nella pedagogia, nella comunicazione, persino […]

IL VANGELO DI GIOVANNI | Il testo che ha cambiato la filosofia occidentale

23 Agosto 2026 ore 10:00
Vangelo di Giovanni e filosofia: il Logos, la parola che unisce Bibbia e pensiero greco.Da Eraclito agli Stoici, da Filone all’Incarnazione: Logos, verità, vita, conoscenza e amore.Una lettura storico-filosofica del quarto Vangelo tra ragione, fede, spiritualità e ricerca del senso. 🎬 Premiere📅 Data: 23/08/2026🕰️ Ora: 14.00🔗https://youtu.be/8J5MLiKFfnA Il Vangelo di Giovanni è forse il testo del […]

Le religioni della geopolitica | Per capire il nuovo disordine mondiale

22 Agosto 2026 ore 07:27
Perché Russia, Stati Uniti, Israele, Iran, Cina ed Europa sembrano interpretare la storia in modi così diversi? Esiste una radice religiosa o culturale dietro le loro scelte geopolitiche? Seguendo il metodo di Max Weber proveremo a leggere il mondo multipolare attraverso le grandi immagini del tempo che abitano le civiltà. 🎬 Premiere25/08/2026 – ore 14.00👉https://youtu.be/4nKGpMMNZbk […]

Perché il tempo ci sfugge? Quello che Castaneda può insegnarci

31 Luglio 2026 ore 12:55
Come vivere pienamente il tempo con l’aiuto di Castaneda, Agostino e Heidegger Perché il tempo sembra accelerare con l’età?Carlos Castaneda ci invita a cambiare il nostro modo di vivere il tempo, dialogando idealmente con Agostino e Heidegger.Una riflessione filosofica sul tempo soggettivo, la presenza, la morte e il peso del passato. 🎬 Première16/08/2026 ore 14.00🔗https://www.youtube.com/watch?v=WLe8vL5IgpM […]

Agostino e il mistero dell’anima | Il Libro X delle Confessioni

26 Luglio 2026 ore 07:50
Agostino ci conduce nel luogo più misterioso che esista: l’anima umana. Il Libro X delle Confessioni è una delle più grandi esplorazioni dell’interiorità mai scritte. In questa puntata di Scorribande filosofiche ascolteremo una selezione continuativa delle pagine dedicate alla memoria, alla felicità, alla verità e alla ricerca di Dio. Lasciate parlare direttamente Agostino: poche opere […]

Perché il Paradiso non si apre ai credenti? | Filosofia sufi

24 Luglio 2026 ore 08:32
Chi sei davvero, quando togli tutte le etichette con cui ti definisci? La filosofia del Sufismo propone una risposta sorprendente, capace di dialogare con Platone, Aristotele e la grande tradizione filosofica occidentale. Una lezione dedicata all’identità, all’ego e alla ricerca della verità. 🎬 Premiere24/07/2026 ore 14.00👉https://youtu.be/HrpXeiaCcjs Il Sufismo è spesso presentato come la corrente mistica […]

❌