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Il dilemma del Golfo: sfiducia in Washington, ma nessuna alternativa credibile

14 Ottobre 2026 ore 08:43

La ritorsione iraniana contro le basi statunitensi e i Paesi del Golfo ha segnato il tramonto della “oasi di stabilità”, ovvero l’illusione di Paesi percepiti come quasi impermeabili al disordine mediorientale. L’offensiva iraniana, in risposta all’operazione statunitense Epic Fury condotta assieme al corrispettivo israeliano Ruggito del Leone, ha adottato uno schema che Robert Pape ha definito di “escalation orizzontale“ (danneggiare le fonti di ricchezza e le infrastrutture critiche anziché intensificare gli attacchi su obiettivi militari), colpendo i punti vitali del modello di sviluppo delle monarchie. Con oltre 6.700 missili e droni lanciati contro i soli Paesi del Golfo nei primi quaranta giorni di guerra, Teheran ha dimostrato un’elevata capacità di saturazione delle difese nemiche.

Il conflitto pone una domanda che va oltre il conteggio dei danni materiali: la sfiducia crescente verso l’alleato americano si traduce davvero in un riposizionamento strategico del Golfo, o le monarchie restano vincolate, militarmente e finanziariamente, a Washington?

Le basi statunitensi, da garanzia a bersaglio

Il sistema di deterrenza regionale che perdurava dai primi anni Novanta è entrato in crisi profonda. Teheran, sostenendo che gli Stati ospitanti basi degli USA ne avessero facilitato le operazioni militari, ha attaccato le monarchie del Golfo con l’obiettivo di colpire i mercati ed esercitare pressione su Washington affinché fermasse le proprie offensive. Da ciò è nato un paradosso strategico: le basi, pensate come asset di sicurezza, sono diventate il bersaglio più esposto. Un caso emblematico è la base di Al Udeid (Qatar), la maggiore installazione statunitense nella regione, colpita più volte. Per il Middle East Institute, la vulnerabilità delle monarchie è sistemica, legata al ruolo di hub energetico globale e all’integrazione nelle alleanze di Washington.

Il conflitto ha incrinato il rapporto tra Washington e le monarchie: la crisi di fiducia è nata perché la Casa Bianca ha ignorato gli avvertimenti dei partner regionali prima della guerra, e si è ampliata con l’omissione di un vincolo sui programmi missilistici iraniani dal Memorandum di giugno. Trump ha perseguito i propri interessi, in primis la riapertura di Hormuz, lasciando gli alleati arabi sotto la minaccia di ulteriori raid. Inoltre, in merito al conflitto in Yemen, Trump ha respinto le richieste di Mohammed bin Salman di raid contro gli houthi e offerto solo intelligence, perché intende restare concentrato sull’Iran e Hormuz.

Percependo Washington come imprevedibile, le monarchie hanno avviato consulenze con Ucraina e Corea del Sud in merito a sistemi anti-drone e anti-missile, sebbene diversi analisti avvertano che sostituire l’infrastruttura di sicurezza statunitense richiederebbe uno o due decenni. L’alternativa più concreta è regionale: il 7 agosto Arabia Saudita, Pakistan e Turchia hanno firmato il Patto della Mecca, contenente una clausola di difesa collettiva; il Patto, è stato attivato il 5 ottobre a seguito di attacchi degli houthi e si trova ora alla prova dei fatti. Sul piano globale, come osserva l’Institute for National Security Studies, Cina e Russia non dispongono né della volontà politica né della capacità militare per sostituire gli USA.

I danni alle infrastrutture e il paradosso della diversificazione

Gli attacchi iraniani hanno colpito, tra gli altri, impianti di gas, data center di Amazon ad Abu Dhabi, raffinerie in Kuwait e Arabia Saudita, impianti di dissalazione in Bahrain e Kuwait e il porto di Jebel Ali. Nonostante i sistemi Patriot e THAAD abbiano intercettato più del 90% dei missili e dei droni di Teheran, l’Iran ha superato l’ombrello difensivo con tecniche di saturazione. Alcuni dei danni alle infrastrutture energetiche hanno riguardato un generatore della centrale nucleare di Barakah e il complesso di GNL di Ras Laffan. In Qatar, gli attacchi hanno ridotto del 17% la capacità di produzione di GNL per un periodo che potrebbe arrivare fino a cinque anni.

Teheran ha adottato una “strategia economica eseguita tramite distruzione fisica”, colpendo sia l’export di idrocarburi sia gli snodi finanziari e tecnologici. L’economia del Golfo ha fatto affidamento per decenni all’export di idrocarburi attraverso Hormuz, mentre la diversificazione verso turismo, finanza e aviazione ha incrementato le fonti di reddito. Il paradosso strutturale è che tali settori, su cui le monarchie hanno investito molto per svincolarsi dai propri limiti geografici, restano vulnerabili tanto quanto i terminal petroliferi, perdipiù con una maggiore concentrazione di potenziali target.

Kpler ha stimato i flussi di greggio mediorientali a poco meno dell’80% del livello prebellico; tuttavia, senza contare l’Iran, frenato dal blocco navale statunitense, l’export di greggio del Golfo è già tornato ai livelli prebellici, anche grazie agli oleodotti saudita ed emiratino che aggirano Hormuz. Gli attacchi alle navi si sono intensificati nell’ultimo periodo – dodici raid probabilmente iraniani tra il 30 settembre e il 6 ottobre –, mentre Teheran ribadisce che lo Stretto di Hormuz resterà chiuso finché Washington non accetterà le sue sette condizioni. Il Brent resta sopra i 100 dollari e le riserve strategiche globali sono ai minimi da decenni. Conseguentemente, l’Agenzia Internazionale dell’Energia e i Paesi del G7 hanno concordato l’immissione sul mercato di circa cento milioni di barili di petrolioper calmierare le quotazioni ed evitare carenze.

Lo shock ha ridefinito le gerarchie della crescita: il FMI ha ridotto le prospettive globali al 3%, indicando nel Medio Oriente l’epicentro della crisi, mentre la Banca Mondiale avverte che un blocco persistente porterebbe la crescita all’1,3% e 32 Paesi al default. Le finanze del Golfo ne risentono: il deficit del primo semestre del Qatar ha già superato la previsione annuale e quello saudita ne è al 97%, e i prelievi dai fondi sovrani potrebbero causare il primo calo degli asset in oltre un decennio. Il Qatar, inoltre, ha esteso fino a inizio dicembre la clausola forza maggiore (la sospensione dei propri doveri contrattuali a seguito di un certo impedimento) riguardo alle forniture di GNL, mentre il ripristino di un impianto di gas emiratino è slittato al 2027. Il Golfo non appare più un’oasi di stabilità, bensì il motore della frammentazione economica.

Le diverse strategie all’interno del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG)

Nel momento in cui gli interessi di Washington si sono discostati da quelli del Golfo, i primi hanno prevalso, lasciando le monarchie esposte agli attacchi di Teheran. Perciò il conflitto ha accelerato il passaggio dall’ombrello difensivo statunitense a una modello di sicurezza nella quale la relazione con Washington resta centrale, ma viene affiancata dal cosiddetto “omnibalancing”: una strategia con cui uno Stato sviluppa relazioni sia con alleati sia con rivali per proteggersi contemporaneamente da un insieme di minacce interne ed esterne, garantendosi autonomia senza schierarsi in modo esclusivo. Il CCG ha difatti risposto alla condotta statunitense  con tre differenti modelli di hedging(la diversificazione calibrata dei partner di sicurezza ed economici senza rompere apertamente con l’alleato principale).

L’Arabia Saudita, ha rafforzato i legami con la Cina e con il Pakistan e la Turchia attraverso il Patto de La Mecca. perseguendo un hedging assertivo per negoziare con la Casa Bianca da una posizione di maggiore forza. A fine luglio Washington e Riad hanno firmato un accordo di cooperazione nucleare civile, ma Trump ne ha vincolato l’approvazione all’adesione agli Accordi di Abramo: un tentativo di riavvicinare l’alleato mentre la fiducia militare si erode. Il Qatar mantiene una dipendenza esplicita dalle garanzie statunitensi, sancite dall’atto della Casa Bianca del settembre 2025, pur restando un mediatore indispensabile con Teheran. Gli EAU occupano una posizione intermedia: un hedging più “agile”, che combina diversificazione economica, soft power e capacità militari mirate, mantenendosi pronti per ricalibrare la propria posizione quando necessario.

Kuwait e Bahrain seguono in larga parte l’approccio emiratino. Manama è ulteriormente esposta a Teheran in quanto secondo firmatario degli Accordi di Abramo nel Golfo, fattore che ha attirato crescenti pressioni militari iraniane. L’Oman, sebbene colpito dal conflitto, è rimasto fedele al ruolo di mediatore neutrale, avvicinandosi al modello qatariota. Ciononostante, hanno ruoli differenti, in quanto Doha presidia il tavolo negoziale, mentre Mascate ha assunto un ruolo centrale nei colloqui con Teheran sulla gestione della navigazione nello Stretto di Hormuz.

L’Iran ha “calibrato” i propri raid tentando di acuire le divergenze nel CCG, costringendo gli Stati a “combattere sei battaglie distinte”. La rivalità tra Riad e Abu Dhabi si è intensificata: l’uscita degli EAU dall’OPEC confligge con la strategia saudita di prezzi alti per finanziare Vision 2030. Inoltre, mentre Riad perseguiva la via diplomatica, Abu Dhabi, colpita da oltre 3.000 missili e droni, ha percepito la moderazione saudita come un tradimento della solidarietà nei propri confronti.

Il vincolo del dollaro

Un ulteriore aspetto rilevante è quello valutario. Alla crescente sfiducia verso l’ombrello statunitense si contrappone l’assenza di alternative monetarie credibili: nonostante gli EAU abbiano minacciato pagamenti in yuan qualora l’accesso al dollaro si riducesse, e la quota di riserve globali in dollari sia scesa al 56,7% nel secondo trimestre del 2026, il sistema finanziario globale in dollari continua a garantire una liquidità che nessun’altra valuta può eguagliare. La rilevanza del dollaro risiede nella profondità dei mercati finanziari statunitensi e nella centralità della valuta come riserva, mezzo di pagamento e principale fonte di liquidità globale.

Ne emerge un doppio vincolo: le monarchie hanno perso fiducia nella protezione militare di Washington, ma restano ancorate alla sua architettura finanziaria. Il rialzo dei tassi della Fed del 16 settembre, subito seguito da EAU, Arabia Saudita e Qatar, mostra che l’ancoraggio al dollaro (peg) impone loro la politica monetaria statunitense anche in piena crisi: la de-dollarizzazione rappresenta, al momento, più una minaccia negoziale che una traiettoria concreta.

Alla domanda posta in apertura, la risposta è netta: la sfiducia produce hedging tattico, non un riallineamento strategico. Il caso più eloquente è la Cina: Pechino ha superato Washington come primo partner commerciale del Golfo da oltre un decennio, con scambi con il CCG per quasi 298 miliardi di dollari nel 2023 contro gli 80 degli USA. Eppure, anche se Pechino si offre come mediatore, l’egemonia economica non si è tradotta in un’offerta di sicurezza comparabile. Al contempo, il Patto della Mecca, già in una fase di messa alla prova operativa, segnala il tentativo di trasformare la diversificazione in una capacità di sicurezza regionale più autonoma, ma non costituisce, almeno per ora, una reale alternativa all’ombrello americano. Il dilemma delle monarchie resta dunque irrisolto: la fiducia in Washington si erode, ma non esiste, al momento, un sostituto credibile. Strategie di diversificazione e apertura a nuovi partner non implicano, dunque, la sostituzione degli Stati Uniti: nel breve e medio periodo, i costi di un effettivo distacco da Washington restano superiori a quelli del mantenimento del legame strategico.

Ceuta e la gestione delle frontiere esterne dell’Unione Europea

14 Ottobre 2026 ore 07:00

Il 30 luglio 2026, Ceuta è stata teatro di una crisi migratoria senza precedenti, che ha sottoposto a forte pressione il sistema di controllo della frontiera e ha riportato al centro del dibattito europeo la questione della gestione dei confini esterni dell’Unione. Ceuta e Melilla costituiscono, infatti, gli unici territori dell’Unione Europea situati sul continente africano e, proprio per la loro peculiare posizione, sono considerate uno dei punti più sensibili della frontiera esterna europea.

Rimaste sotto amministrazione spagnola dopo l’indipendenza dal Marocco nel 1956, nonostante la sovranità di Madrid sia da sempre contestata da Rabat, le due città sono diventate uno dei simboli della progressiva fortificazione delle frontiere europee. A partire dagli anni Novanta, le autorità spagnole hanno rafforzato le recinzioni per contenere gli attraversamenti irregolari, inserendole in un sistema di controllo più ampio, fondato sul potenziamento della sorveglianza e sul progressivo coinvolgimento di Paesi terzi nella gestione dei flussi migratori. La crisi del 2026 ripropone così una questione che va oltre il solo confine spagnolo e riguarda la capacità dell’Unione di gestire in modo condiviso le proprie frontiere esterne.  

“La dimensione strutturale della crisi”

L’ingresso della Spagna nell’Unione Europea nel 1986 e la conseguente adesione allo spazio Schengen nel 1991 ha inserito Ceuta e Melilla nel sistema europeo di gestione delle frontiere, pur prevedendo un regime specifico. I confini con il Marocco costituiscono, infatti, frontiere esterne dello spazio Schengen, mentre sono previsti controlli sui collegamenti da Ceuta e Melilla verso la Spagna continentale. Nel corso degli anni si sono verificati svariati tentativi di attraversamento delle barriere, in particolare nel 2005 con episodi che portarono a un ulteriore rafforzamento dei controlli, rendendo Ceuta e Melilla tra i confini migratori più sorvegliati dell’UE. Tali situazioni, seppur spesso presentate come emergenziali, suggeriscono che si tratti invece di una dinamica strutturale: la pressione migratoria alle frontiere spagnole in Africa rappresenta una componente ricorrente del sistema migratorio euro-mediterraneo.

Pur non riconoscendo la sovranità spagnola su Ceuta, il Marocco ha assunto un ruolo centrale nel controllo delle frontiere migratorie verso la città. La posizione geografica dell’exclave rende infatti il controllo della frontiera fortemente dipendente dalla capacità delle autorità spagnole e marocchine di coordinare le rispettive attività di sorveglianza. Già la crisi di Ceuta del maggio 2021, in cui oltre 8000 persone attraversarono illegalmente la frontiera, mostrò l’importanza della collaborazione dei Paesi terzi nella gestione delle frontiere esterne dell’Unione.

Quanto accaduto questa estate ha, però, rappresentato un evento di portata nettamente maggiore rispetto alle ondate migratorie precedenti. Il 30 luglio 2026, Ceuta è stata teatro del più grande attraversamento irregolare mai registrato nella storia della città: circa 80.000 persone hanno superato la frontiera marocchina e circa 141 persone hanno perso la vita durante i tentativi di ingresso; nei giorni successivi la maggior parte degli individui sono stati riportati in Marocco. Questo episodio ha messo sotto pressione il sistema di controllo della frontiera, portando nuovamente al centro del dibattito europeo la gestione dei confini esterni dell’Unione.

Per di più, la crisi si è verificata poco dopo l’entrata in vigore del nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, il quale prevede che “l’UE disponga di frontiere esterne forti e sicure, che i diritti delle persone siano garantiti e che nessun paese dell’UE sia lasciato solo ad affrontare la pressione migratoria. Inoltre, integra saldamente la migrazione nei partenariati internazionali, contribuendo a prevenire le partenze irregolari e a contrastare il traffico di migranti.”. In questo senso, la crisi di Ceuta ha rappresentato un primo banco di prova per il nuovo patto e per la capacità dell’Unione di dare concreta attuazione al principio di solidarietà su cui si fonda.

“La gestione della crisi tra Madrid, Rabat e Bruxelles”

La risposta immediata di Madrid si è concentrata anzitutto sul ripristino del controllo della frontiera e sull’implementazione di misure necessarie a evitare ulteriori arrivi, tra cui anzitutto il rafforzamento della presenza delle autorità e il dispiegamento di ulteriori mezzi navali, elicotteri e droni. In questo contesto, è stata anche installata una barriera pneumatica di circa 500 metri nell’area del Tarajal, zona costiera in prossimità del principale valico di frontiera con il Marocco.

Parallelamente, Madrid ha intensificato il coordinamento con Rabat. Il Ministero dell’Interno spagnolo ha richiamato l’importanza del contributo delle forze di sicurezza marocchine nella gestione della crisi. Questi eventi hanno, infatti, nuovamente evidenziato l’ambivalenza della gestione europea delle frontiere, poiché pur trattandosi di un confine dell’Unione, la sua sicurezza dipende in larga misura dalla collaborazione con un Paese terzo.

La gestione della crisi a Ceuta non è rimasta confinata a livello bilaterale. Di fronte alla portata dell’emergenza, infatti, la Spagna si è rivolta alle istituzioni europee, chiedendo la solidarietà degli altri Paesi membri. Tuttavia, le reazioni dei vari Paesi europei non sono state unanimi, a partire dalla posizione dell’Italia, che ha deciso di sospendere temporaneamente e unilateralmente i viaggi di frontiera aperta con la Spagna, al fine di difendere i confini europei. È stato proprio il governo italiano, con l’appoggio di quello danese, a proporre la redazione di una lettera congiunta, firmata da 22 capi di Stato e di governo europei, indirizzata al presidente del Consiglio europeo António Costa, alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e al primo ministro irlandese Micheál Martin, che attualmente detiene la presidenza del Consiglio. I firmatari hanno sollecitato una risposta europea immediata e coordinata, chiedendo anche la convocazione di una videoconferenza straordinaria dei ministri degli Interni per valutare la situazione e discutere un ulteriore sostegno alla Spagna, nonché ulteriori misure a tutela delle frontiere esterne dell’UE.

Pertanto, il 4 agosto si è tenuta una videoconferenza informale tra i ministri degli interni dei Paesi membri dell’Unione Europea. Nel corso dell’incontro, Micheál Martin ha dichiarato: “L’UE è unita ed è pronta a sostenere la Spagna e a proteggere le nostre frontiere esterne dall’immigrazione clandestina. Le frontiere esterne dell’UE sono una nostra responsabilità condivisa e la migrazione richiede una risposta europea unita.” Successivamente, il commissario Magnus Brunner ha definito gli attraversamenti di massa un test per la resilienza europea e per la sicurezza delle frontiere esterne, sottolineando al contempo che la situazione è stata riportata sotto controllo e che lo spazio Schengen è rimasto invariato.

Il 24 agosto la Spagna ha chiesto all’UE un aiuto finanziario d’urgenza per rafforzare la capacità di accoglienza a Ceuta e le infrastrutture di sicurezza lungo il confine con il Marocco. Pochi giorni dopo, Madrid ha chiesto sostegno anche a Frontex, Europol e l’Agenzia dell’Unione europea per l’asilo, le quali hanno risposto positivamente. Nel frattempo, Sánchez ha escluso l’esistenza di prove di un coinvolgimento del Marocco negli attraversamenti di massa, attribuendo invece un ruolo nell’innesco della crisi alla disinformazione sui social media e sottolineando che le indagini proseguono. Il 1° settembre 2026, il governo spagnolo ha annunciato lo stanziamento di 309 milioni di euro per potenziare i servizi di sicurezza e le strutture di accoglienza a Ceuta e per sostenere l’economia locale.

Dopo la richiesta di Madrid alla Commissione Europea di istituire una presenza permanente di Frontex a Ceuta, il 9 settembre è arrivata una prima risposta concreta proprio da parte della Commissione, la quale ha concesso al Paese un aiuto d’urgenza pari a 114,7 milioni di euro, finalizzato a fronteggiare la crisi, ribadendo il proprio appoggio alla Spagna, anche attraverso la mobilitazione delle agenzie UE.

Nuove strategie e prospettive europee per la gestione delle frontiere

Nel discorso sullo Stato dell’Unione dello scorso 16 settembre, Ursula von der Leyen ha espresso supporto al popolo spagnolo, ribadendo che “il confine di Ceuta è un confine europeo” e sottolineando, quindi, la necessità di una risposta comune alla crisi, anche alla luce del nuovo Patto sulla migrazione e l’asilo. A riguardo, la presidente della Commissione europea ha sostenuto che c’è bisogno di migliorare, soprattutto nelle situazioni emergenziali ed ha per questo annunciato la proposta di un nuovo meccanismo di risposta alle emergenze.

In questa prospettiva, il principio della responsabilità condivisa per la protezione delle frontiere esterne dell’Unione si è tradotta nel piano pubblicato dalla Commissione europea il 29 settembre, articolato in cinque punti e volto a “rafforzare la resilienza e la sicurezza delle frontiere esterne dell’UE”. Il piano individua cinque direttrici principali: il rafforzamento della cooperazione con i paesi partner per prevenire la migrazione illegale; il potenziamento delle frontiere esterne dell’UE; il miglioramento del monitoraggio della situazione e dei sistemi di allarme rapido; il contrasto alle reti di traffico e tratta di migranti; e, infine, il rafforzamento delle procedure di rimpatrio.

Il piano è stato successivamente presentato dalla Commissione al Consiglio Giustizia e affari interni (GAI) il 1° ottobre e i ministri degli Affari interni degli Stati membri ne hanno discusso nel più ampio discorso sullo stato generale dello spazio Schengen. In questa occasione, il ministro spagnolo dell’Interno Fernando Grande-Marlaska ha fornito un aggiornamento sulla situazione a Ceuta, chiedendo ai partner europei “solidarietà operativa, finanziaria e politica” per fronteggiare le crisi migratorie. Madrid ha ribadito l’efficacia dei controlli alle frontiere, sottolineando che nessun migrante arrivato a Ceuta ha proseguito verso altri Stati membri e che gli arrivi sulle rotte verso la Spagna sono in forte calo. Infine, il ministro ha evidenziato la piena operatività del sistema europeo di ingressi e uscite (EES) e il ruolo di Frontex nel controllo delle frontiere, sollecitando nuove misure europee per accelerare i rimpatri e le procedure di protezione internazionale in situazioni di crisi.

I ministri hanno, inoltre, affrontato la politica dei visti e le proprietà del ciclo Schengen 2026-2027, con particolare attenzione al rafforzamento dello scambio di informazioni e all’impiego delle nuove tecnologie per individuare tempestivamente i rischi emergenti e rafforzare la sicurezza nell’UE.

La crisi di Ceuta ha riportato al centro del dibattito europeo la gestione delle frontiere esterne e la responsabilità condivisa tra gli Stati membri. Nonostante le diverse posizioni emerse, le istituzioni europee hanno fornito supporto politico, finanziario e operativo alla Spagna e adottato nuove misure per rafforzare la sicurezza delle frontiere. Come sottolineato dal commissario Magnus Brunner, la crisi ha messo alla prova l’Unione in termini di rapidità, solidarietà e resilienza, mostrando al contempo la necessità di una risposta comune alle emergenze future.

È infine arrivato il momento del soft power cinese?

14 Ottobre 2026 ore 07:00

Per gli studiosi, gli osservatori e i critici del soft power, una domanda è rimasta in sospeso fin da quando il concetto è emerso nei primi anni Novanta: fino a che punto le risorse del soft power possono produrre risultati tangibili? In altre parole, in che modo l’apprezzamento e l’ammirazione si traducono col tempo in influenza politica? Sebbene la Cina abbia speso miliardi in soft power e diplomazia pubblica, pochi ne hanno riconosciuto i reali traguardi fino a tempi recenti. Ora, tuttavia, le tendenze emergenti provenienti dalla Cina — abbinate alla dottrina “America First” — potrebbero aver offerto a Pechino un’opportunità senza precedenti.

È quindi opportuno chiedersi: cosa deve accadere affinché la Cina diventi una superpotenza del soft power? Prima di affrontare questo punto, dobbiamo esaminare lo stato attuale del potere di attrazione della Cina, in particolare rispetto agli Stati Uniti.

Le Condizioni del Soft Power Americano

Per decenni, gli Stati Uniti sono stati il massimo diffusore di “coolness“, esportando di tutto (da Hollywood, la musica e la moda ai potenti e intangibili ideali del sogno americano). Accanto a questi, il dominio globale del dollaro statunitense e della lingua inglese sono serviti da pilastri strutturali del suo fascino mondiale.

Sebbene questa immagine idealizzata si sia erosa nel tempo a causa di guerre impopolari e decisioni politiche, la dottrina “America First” ha innegabilmente distrutto molti degli elementi centrali dell’attrazione del Paese. Sono stati pubblicati decine di articoli sull’effetto di Trump sull’appeal internazionale degli Stati Uniti, ad esempio quando si è discussa il potenziale epilogo del soft power americano o quando si è suggerito che la reputazione della nazione potrebbe non riprendersi mai del tutto. In particolare, il defunto Joseph S. Nye, che ha coniato il termine, ha lamentato nel suo ultimo articolo che “Trump è il primo [presidente americano] a rifiutare l’idea che il soft power abbia un qualche valore nella politica estera”.

La Situazione del Soft Power Cinese

Nel frattempo, sebbene la prima spinta della Cina verso il soft power sia stata probabilmente notata durante le Olimpiadi di Pechino del 2008, il consenso generale era che la sua natura rigorosamente gestita dallo Stato avrebbe sempre suscitato sospetti e fallito nell’attrarre sinceramente i pubblici stranieri. Verso la metà degli anni 2020, tuttavia, gli osservatori al di fuori del mondo accademico hanno iniziato a notare un’impennata di tendenze legate alla Cina. Alcune sono virali e potenzialmente effimere (come Labubu e “Chinamaxxing“), mentre altre — come i veicoli elettrici e le infrastrutture avanzate — mostrano un potenziale a lungo termine. Ciò ha spinto importanti testate occidentali ad affermare la nuova “coolness” della Cina. Forse a sorpresa, analogamente al Giappone, questo fascino attinge a un mix sorprendente di antico e futuristico, dalla mitologia tradizionale e l’architettura imperiale ai paesaggi urbani cibernetici di Shenzhen e Chongqing. Inoltre, i modelli di intelligenza artificiale open source cinesi vengono lodati e ampiamente adottati all’estero, mentre i giovani del mondo in via di sviluppo acquisiscono una crescente familiarità con la Cina. Sebbene permangano timori riguardo alla sua influenza, questa familiarità rappresenta un primo passo cruciale verso un apprezzamento autentico.

L’Arduo Percorso per Diventare una Superpotenza del Soft Power

Nonostante questi recenti e notevoli sviluppi, la Cina deve superare diversi ostacoli nel suo percorso per diventare una superpotenza del soft power.

In primo luogo, il popolo cinese potrebbe aver bisogno di diventare più “accessibile”. Gli stranieri che ammirano la cultura e i prodotti cinesi devono poter interagire facilmente con la gente del posto, sia quando visitano la Cina sia quando incontrano cittadini cinesi all’estero. Non si tratta di una questione di buone maniere, bensì di una persistente barriera linguistica. Fortunatamente, questo divario potrebbe ridursi man mano che un numero maggiore di persone in tutto il mondo imparerà il cinese e un numero crescente di cittadini cinesi acquisirà un inglese di base per viaggiare o interagire con turisti in Cina.

In secondo luogo, sebbene i cittadini cinesi debbano certamente essere orgogliosi dei successi della loro nazione, dovrebbero evitare di proiettare un senso di superiorità. Il soft power nasce dalla fiducia in sé stessi, non dalla vanteria. Questo non vuol dire che i cinesi siano eccessivamente vanitosi, ma è una dinamica fondamentale da tenere a mente. Man mano che i successi della Cina cresceranno, essi creeranno inevitabilmente attriti con altre nazioni — in particolare con gli Stati Uniti, che non rinunceranno facilmente al loro primato reale o percepito.

In terzo luogo, man mano che gli stranieri imparano ad apprezzare non solo i prodotti cinesi ma anche le persone dietro di essi, potrebbero iniziare a chiedersi sinceramente se il sistema politico che ha reso possibili questi successi sia così imperfetto come viene spesso descritto. Questo non per edulcorare la condotta del Partito Comunista Cinese (PCC), ma piuttosto per riconoscere che esistono modelli alternativi.

In quarto luogo, mentre un numero crescente di stranieri consuma prodotti culturali e digitali cinesi, visita senza visto e persino studia nel paese, in realtà trasferirsi e vivere lì rimane molto impegnativo. Questo rappresenta un grave ostacolo all’appeal generale della nazione, poiché l’ultima manifestazione di attrazione del soft power è spesso il desiderio di stabilirsi.

In quinto luogo, e forse il punto più complesso, vi è la necessità di un processo duplice a lungo termine. I cittadini cinesi devono trovare il modo di esprimere il proprio desiderio di adottare determinate pratiche straniere — come maggiori tutele legali e finanziarie — senza sfidare direttamente l’autorità del partito centrale. A loro volta, il partito potrebbe riconoscere queste riforme reciprocamente vantaggiose e implementarle per promuovere un maggiore sviluppo socioculturale ed economico. Il PCC potrebbe diventare meno restio ad accogliere tali riforme graduali non solo a causa della domanda interna, ma anche per soddisfare le aspettative esterne in qualità di leader globale responsabile, un ruolo ulteriormente evidenziato dal vuoto di leadership lasciato dagli Stati Uniti.

La Strada da Percorrere: un Egemone Benevolo?

Come tutti gli egemoni, gli Stati Uniti hanno sempre avuto i loro difetti e le loro pratiche discutibili; pertanto, nessuno si aspetta che la leadership cinese sia perfetta. Tuttavia, se la leadership cinese riuscirà a raccogliere un’ammirazione più ampia e genuina sia in patria che all’estero — in particolare nel mondo in via di sviluppo — i benefici in termini di soft power potrebbero essere evidenti.

Un’altra variabile critica da non sottovalutare è la diaspora cinese. Molti cinesi d’oltremare stanno già mostrando con orgoglio la propria eredità da una prospettiva socioculturale ed economica, tralasciando intenzionalmente le dimensioni politiche e ideologiche. Questo approccio cauto potrebbe ulteriormente favorire i propositi di Pechino.

Se la Cina riuscirà a fornire beni pubblici globali — ad esempio attraverso la Nuova Via della Seta e le sue più recenti Iniziative Globali — le opinioni straniere sul suo sistema politico potrebbero migliorare. Sebbene si tratti di una previsione a lungo termine, potenzialmente lontana decenni, questo articolo funge da esercizio intellettuale per immaginare come la Cina possa eventualmente eguagliare o superare gli Stati Uniti come superpotenza globale del soft power (e non solo), guidata da un’attrazione genuina anziché dall’attuale miscela di potere economico e soft, meno stabile.

In conclusione, potremmo assistere all’inizio del vero momento di soft power della Cina, andando oltre la mera dipendenza economica. Questo cambiamento appare possibile perché il PCC ha leggermente allentato la presa sulle iniziative creative che non si scontrano con gli interessi dello Stato. Sebbene questa ondata “cool” sia sempre più notata in tutto il mondo, essa rimane in gran parte superficiale. La sfida maggiore sarà garantire che non si tratti di una moda passeggera e che la Cina continui a innovare, condividendo al contempo le proprie novità con il mondo con convinzione. Parole e azioni devono coincidere. Solo allora la genuina attrazione potrà diventare un vantaggio strutturale di soft power, molto simile a quello di cui gli Stati Uniti hanno goduto per decenni.

Hastings, 1066. La battaglia che generò la storia

14 Ottobre 2026 ore 07:00

Odo di Bayeux, chiamato anche Odone o Oddone di Conteville, vescovo della diocesi di Bayeux, fissa l’“Arazzo della regina Matilde” che lui stesso ha commissionato.

Lo sguardo scorre sulle scene ricamate con la lana sulle pezze di lino grezzo.

Si riconosce in alcune immagini. Nel consiglio di guerra con i fratellastri William e Robert. Alla tavola imbandita. Nel tumulto della mischia, mentre brandisce il nodoso bastone del comando per riportare l’ordine tra i ranghi normanni.

Si concentra sulla scia della Cometa, fausto presagio di vittoria. La ricorda «quattro volte la grandezza luminosa» di Venere, con una luce «uguale a un quarto» di quella della Luna.

Le immagini ricostruiscono fedelmente il naufragio del duca Harold Godwinson, i preparativi dell’invasione e la battaglia di Hastings.

Il 14 ottobre 1066 si sarebbe consumato un grande confronto d’armi tra una fanteria schierata e la cavalleria feudale.

I suoi ricordi si sovrappongono ai ricami colorati. Ma nulla può riprodurre il rumore assordante che precede e accompagna lo scontro, né il cielo ingombro di dardi, frecce e pietre scagliate.

La tempesta dei pensieri, la prospettiva alterata, il battito accelerato.

Il tumulto delle passioni: il coraggio, la paura, lo sgomento, l’odio, l’avidità, l’ambizione.

Fin dalla primavera precedente, il duca William di Normandia aveva cominciato, con i suoi baroni, a reclutare uomini e a preparare l’invasione dell’Inghilterra. Punta al trono dell’isola e fonda le sue pretese sul “favore” del vecchio sovrano inglese, Edward il Confessore. Per l’impresa può contare anche sull’appoggio del pontefice Alessandro II. Glielo ha assicurato Roberto il Guiscardo, signore normanno dell’Italia, che esercita una vigorosa politica ecclesiastica.

In battaglia, i normanni potranno issare persino una bandiera donata personalmente dal Papa.

William ostenta devozione, ma ha i muscoli e l’astuzia di un pirata. Sulla sua cotta d’armi, “due leopardi passanti non maculati”.

Il Duca ha già dimostrato di essere un combattente esperto e un tattico capace di usare la cavalleria insieme alla fanteria e agli arcieri. La perizia e il coraggio gli hanno assicurato la vittoria a Val-ès-Dunes nel 1047, a Domfront nel 1051 e a Mortemer nel 1054.

Tra il 27 e il 28 settembre la sua nave ammiraglia, la Mora, attraversa la Manica da St. Valéry fino a Beachy Head, dove viene raggiunta dal resto della flotta. I normanni costeggiano poi l’isola verso est e trovano a Pevensey un buon porto, protetto dai resti di un antico forte romano.

Mura cariche di edera e di troppi ricordi.

In realtà i piani originali prevedevano la traversata a metà luglio. Il vento contrario e il mare mosso hanno però costretto William a rimandare la partenza. L’inconveniente giocherà a suo favore: con l’arrivo dell’autunno, dall’altra parte della Manica nessuno si aspetta più l’invasione.

A Pevensey la riva è bassa e adatta ad accogliere le truppe, i cavalli e i carriaggi. L’entroterra, al contrario, non è dei più idonei per una battaglia. William sposta quindi l’esercito un po’ più a est e si accampa a circa 10 km dall’attuale Hastings. Lì aspetta per due settimane notizie dal lontano Nord sull’esito dello scontro tra Harald di Norvegia e il nuovo re d’Inghilterra, Harold. Harold è stato incoronato il 5 gennaio precedente, con il sostegno della nobiltà anglosassone, lo stesso giorno del funerale di Edward. Per i normanni è uno spergiuro e un usurpatore.

Sassoni e vichinghi si affrontano il 25 settembre a Stamford Bridge, nello Yorkshire. Lo scontro ha inizio quando un gigantesco norvegese, senza armatura e con un’ascia bipenne in pugno, cerca da solo di contendere all’intero esercito sassone l’attraversamento del ponte sullo Stamford. Con urla disumane sfida i campioni nemici.

Prima di essere abbattuto, il furioso berserkr, guerriero-orso votato a Wotan, riesce a terrorizzare e ad arrestare i sassoni per quasi un’ora.

Ciò permette ad Harald Hardråde, “lo Spietato”, di schierare le proprie truppe sulle alture circostanti. I nemici, lasciati avvicinare, sono costretti a volgere le spalle al fiume. Nonostante la formazione favorevole, i norvegesi vengono sconfitti.

Gli anglosassoni respingono così l’invasione vichinga, appoggiata anche da Tostig, già conte di Northumbria e fratello rinnegato del nuovo re. A fine giornata Harald Hardråde giace morto sul campo di battaglia.

Che William attacchi a Sud quasi in contemporanea con i norvegesi a Nord probabilmente non è del tutto casuale, ma risponde a un piano preciso. L’oro normanno e i legami di sangue hanno forse alimentato la mai sopita sete di rapina dei vichinghi.

All’annuncio del nuovo sbarco, gli anglosassoni, pur provati dal duro confronto con i norvegesi, scendono a tappe forzate verso Sud. Dopo una breve sosta vicino a Londra per riorganizzarsi, il 13 ottobre giungono nei pressi di Hastings, nel basso Sussex.

Il grande medievista inglese Charles W.C. Oman, nel suo The Art of War in the Middle Ages (1885), nota che Harold non aspetta la leva di tutto il regno. Ritiene invece di potersi frapporre tra William e la capitale con le sole truppe a disposizione: i fyrd (6.500 uomini della leva feudale) e la milizia mobilitata in fretta dalle terre del Sud (circa 700 guerrieri). Gli uomini su cui conta davvero, però, sono gli housecarl e i thegn della sua guardia personale. Sono 800 uomini coperti di ferro, addestrati fin da giovanissimi a maneggiare la spada, lo scudo e l’enorme ascia da battaglia. L’ascia è lunga circa un metro e mezzo, ha una lama di oltre 25 centimetri e si può impugnare con una o due mani. Un colpo diretto è tremendo: può uccidere il cavaliere e la cavalcatura.

La forza personale e l’esprit de corps ne fanno avversari formidabili.

Gli housecarl combattono in colonna o in formazione serrata, ma proprio qui sta anche la loro debolezza: sono lenti e vulnerabili alle armi da lancio. Se aggrediti dalla cavalleria, devono mantenere la posizione e serrare i ranghi. Se attaccati a distanza da truppe “leggere”, sono in chiaro svantaggio. Non possono rispondere alla minaccia né raggiungere nemici che si ritirano senza danni davanti al loro impeto.

Winston Churchill, nel primo volume della sua Storia dei popoli di lingua inglese, accenna proprio a proposito di Hastings a una controversia tra gli studiosi. I sassoni fecero bene a cercare subito lo scontro, o sarebbe stata preferibile una tattica più attendista, come quella che i Britanni avevano opposto a Cesare nel suo secondo sbarco?

Churchill, a differenza di Oman, sostiene che per i sassoni dare subito battaglia fosse una scelta quasi obbligata, data la superiorità della cavalleria nemica.

All’approssimarsi di Harold, i normanni si fanno sotto e lo intercettano nel sito che oggi si chiama, appunto, Battle, circa 10 km a nord-ovest di Hastings.

Dalla notte del 13 ottobre i sassoni occupano il crinale di Senlac, là dove la strada per Londra costeggia la foresta del Weald.

È una forte posizione difensiva. Harold assiepa i suoi uomini su un fronte di circa 700 metri, in una formazione densa che ritiene impossibile da accerchiare e capace di resistere agli assalti della cavalleria normanna.

Attorno ai fuochi l’umore è alto. Gli uomini hanno già assaporato il gusto della vittoria e sono pronti a morire per il loro re, per le famiglie e per il proprio diritto sull’isola.

All’alba, sul muro di scudi, i draghi si gonfiano nel vento.

È lo shield wall, la muraglia di legno, ferro e carne che Bernard Cornwell ha trasformato nel cuore pulsante della narrativa storica sull’alto medioevo. Nelle Warlord Chronicles, la sua trilogia arturiana, i sassoni sono gli invasori venuti dal mare, che i britanni di Artù cercano di ricacciare oltre le coste. Nelle Saxon Stories, il ciclo di Uhtred di Bebbanburg ambientato nel IX e X secolo, i ruoli si sono rovesciati. Ora sono i sassoni del Wessex di Alfredo il Grande a difendere la terra contro i danesi, e da quella lotta prende forma, regno dopo regno, l’idea stessa di Inghilterra. Cornwell racconta la lunga gestazione di una nazione. Senlac ne è l’epilogo: la stessa muraglia di scudi che aveva fermato i vichinghi deve ora reggere l’urto dell’ennesima ondata venuta dal mare. È un ciclo che si chiude.

Il volto di Harold è coperto da una maschera che riproduce i lineamenti austeri e feroci degli eroi delle antiche canzoni. Il suo viso, in realtà, non è molto diverso. Lo sguardo misura la forza del nemico. L’aria è piena del clamore delle urla scandite. Le lame percuotono ritmicamente gli scudi.

A sua volta William schiera l’esercito in tre corpi paralleli, in gergo “Battaglie”. A sinistra dispone 2.000 bretoni, comandati dal conte Alain Fergant, suo cugino e vassallo. A destra, i mercenari francesi e fiamminghi agli ordini di Eustache di Boulogne e William fitz Osbern, circa 1.500 uomini. Tiene per sé il centro, con il grosso dei cavalieri normanni, circa 4.000 uomini. Odo è al suo fianco.

Ognuno di questi corpi comprende fanteria e cavalleria.

Ciascuna delle tre ali si articola a sua volta in tre linee. In prima linea, arcieri e balestrieri. L’arco è lungo tra il metro e sessanta e il metro e ottanta; la balestra ha l’arco e la manetta di legno rinforzato. Queste armi, come il controllo di un cavallo in combattimento, richiedono abilità e addestramento professionale. Poi i fanti pesanti. Infine i cavalieri corazzati, con usbergo lungo fino al ginocchio e maniche fino al gomito, armati di lancia da otto piedi.

Martin van Creveld, nel suo Command in War, spiega che William impartisce gli ordini e coordina l’esercito con un rudimentale sistema di comunicazione basato su bandiere e stendardi.

Tra i due schieramenti scorre l’Asten, poco più di un ruscello, che disturba le manovre solo marginalmente.

Lo storico George M. Trevelyan ha descritto così i due eserciti che si fronteggiano il 14 ottobre: «L’assalto a quella collina si dimostrò un’impresa quasi al di sopra delle forze degli invasori, pur con tutta la loro superiorità rilevante di armi e di tattica. I due eserciti rappresentavano due diverse linee di sviluppo del tradizionale metodo di guerra nordico: i risultati, rispettivamente, di due diversi sistemi politici e sociali. Cavalieri normanni e housecarl sassoni (una guardia del corpo composta da fanteria professionale, con armi pesanti, che riceve una paga regolare dal re) indossano infatti un tipo di armatura difensiva assai simile: la prima cotta di maglia dei loro antenati comuni era stata allungata, e trasformata così in un indumento dello stesso materiale, che termina in basso in un camice diviso da una spaccatura, adatto sia a montare a cavallo che a marciare. Gli uni e gli altri portano l’elmo conico e il nasale allora in uso, e sorreggono scudi non più rotondi ma, nella maggior parte dei casi, di una nuova forma a cervo volante, lunghi e appuntiti, in modo da proteggere la coscia del guerriero a cavallo o l’intera figura del guerriero se appiedato. Tutti e due gli eserciti comprendono anche un certo numero di uomini senza armatura o armati a metà, dotati di mezzi meno offensivi: in particolare le truppe della leva in massa delle contee più vicine che ingrossano le file dell’esercito sassone».

Verso le 9, quando la formazione normanna si slancia all’attacco, sono gli arcieri ad aprire l’azione. I difensori sassoni non possono rispondere finché la prima linea nemica non arriva a tiro di giavellotto. Il primo assalto non riesce a scardinare il muro di scudi.

Il duca William lancia allora la cavalleria sui lati, dove la pendenza è meno forte e si può sperare di salire, entrare in contatto con gli inglesi e aprire un varco. L’avanzata è però più lenta del previsto, e i cavalieri sono facili bersagli per giavellotti e pietre. I bretoni, in particolare, cominciano a disunirsi, a sbandare e a indietreggiare. La ritirata della sinistra normanna sembra una rotta. I fyrd che li fronteggiano, vedendo il nemico in fuga, abbandonano la posizione di vantaggio per lanciarsi all’inseguimento. Scesi dal costone, diventano facile preda della cavalleria, che ne fa strage. È in questo momento che si sparge la falsa notizia della morte di William.

Il Duca la smentisce sollevando l’elmo, perché tutti possano vederne il volto, nascosto dall’ampio nasale. Poi chiama a raccolta l’esercito per un nuovo attacco: «Guardatemi bene, sono ancora vivo, e per grazia di Dio sarò vincitore».

William si rende conto che la situazione non è favorevole: stanare gli inglesi dalla cima del costone sembra impossibile.

Dopo vari tentativi falliti, ricorda il successo iniziale, quando molti fyrd, inseguendo i bretoni, si erano ritrovati in pianura indifesi davanti alla cavalleria. Decide così di adottare l’audace strategia delle finte ritirate.

Lentamente l’approccio dà i suoi frutti e apre falle nello schieramento sassone in almeno due occasioni. Il corpo centrale dell’esercito di Harold, però, resiste saldamente sulla cresta.

Solo alla fine William si convince a lanciare il nucleo della cavalleria pesante, sostenuta dal tiro degli arcieri. L’azione congiunta infligge perdite pesantissime ai sassoni. Questi si difendono di fronte e sui fianchi e, a ranghi sempre più ridotti, continuano a mantenere la posizione.

Il dragone del Wessex, protetto dai thegn del re e dai suoi agguerriti housecarl, continua a sventolare.

In realtà sono gli arcieri a decidere la giornata. L’eroico Harold viene colpito a un occhio mentre l’ultima carica normanna irrompe tra le file dei suoi seguaci, che fuggono verso la foresta alle loro spalle.

L’arazzo immortala per sempre quel momento.

Il cadavere di Harold viene ritrovato denudato e massacrato, e la stessa sorte tocca a tutti i suoi uomini caduti.

Così mostra l’arazzo di Bayeux, con le sue raccapriccianti scene di spoliazione e mutilazione.

Odo ricorda la pena, l’ansia e infine la gioia che gonfia il cuore.

La tattica della fanteria pesante schierata in una forte posizione difensiva è stata sconfitta solo dall’uso combinato di arcieri e cavalleria. A Hastings muore il fior fiore dei combattenti anglosassoni, reduci di Stamford Bridge. Con re Harold cadono anche i fratelli Leofwine e Gyrth.

Sul luogo dello scontro William costruirà un’abbazia, per rendere grazie a Dio della vittoria.

Hastings segna l’inizio della conquista normanna dell’Inghilterra. Il giorno di Natale di quello stesso anno il Duca si fa incoronare nell’abbazia di Westminster, a Londra.

Passerà alla storia come William I il Conquistatore, re d’Inghilterra. Qui può imporre una feudalizzazione totale partendo da zero, perché tutte le terre di nuova conquista appartengono soltanto al re.

Rileggendo la battaglia alla luce delle riflessioni di Qiao Liang e Wang Xiangsui, i due colonnelli cinesi autori del fortunato Guerra senza limiti, potremmo dire che William trionfa perché si dimostra, meglio dei suoi avversari, un genio pionieristico. È capace di rompere «le convenzioni (…), superando le limitazioni esistenti e trovando la giusta combinazione di tutti i mezzi a disposizione nella situazione contingente, per eseguire il capolavoro senza tempo – il capolavoro bellico».

La cronologia umana registra migliaia di battaglie, spesso in modo capriccioso, ma solo poche sono davvero importanti, generatrici di storia.

La sera prima di Waterloo, l’imperatore Napoleone I aveva cenato da solo, a “Le Caillou”.

Nella stanza accanto era stata apparecchiata una tavola per i suoi aiutanti di campo. Qualcuno parlò a voce alta della battaglia che li attendeva l’indomani. L’Imperatore entrò allora nella stanza ed esclamò: «Una battaglia, signori! Lo sapete cos’è una battaglia? Ci sono imperi, dei regni – il mondo o niente – tra una battaglia vinta e una battaglia perduta!».

Il colonnello Combes-Brassard, dello Stato maggiore del IV Corpo, disse in seguito che gli era sembrato di ascoltare un oracolo, una sentenza del destino.

Più di un secolo dopo Churchill avrebbe espresso considerazioni analoghe: «le “grandi battaglie” cambiano l’intero corso degli eventi, creano nuovi valori di riferimento, nuovi stati d’animo, negli eserciti e nelle nazioni». Generano onde durature, che si infrangono molto tempo dopo che la prima ondata di orrore e ferocia si è levata dal campo di battaglia.

Le onde di Hastings non si sono ancora spente. Dal 10 settembre 2026 l’arazzo è esposto al British Museum di Londra, la prima volta in Gran Bretagna da quando fu realizzato quasi mille anni fa. I primi biglietti sono andati esauriti in poche ore, e il museo prevede circa un milione di visitatori prima della chiusura, l’11 luglio 2027. Il lungo ricamo è disteso orizzontalmente in una teca di 70 metri costruita apposta. In cambio, il British Museum ha inviato in Francia alcuni dei suoi più importanti reperti anglosassoni, tra cui i tesori di Sutton Hoo. L’ironia della storia vuole poi che la celebrazione della vittoria normanna sia stata con ogni probabilità ricamata proprio in Inghilterra: chi narrava la sconfitta dei sassoni ne aveva le mani. Quasi un millennio dopo, il racconto del Conquistatore torna in patria. Davanti al dragone del Wessex che cade, una nazione insulare fa la fila per contemplare l’ultima volta in cui fu conquistata.

Tra gli scontri generatori di storia, capaci di segnare uno spartiacque e di mutare traiettorie geopolitiche, c’è certamente quello in cui i sassoni si batterono contro una coalizione di invasori tra le colline di Hastings, nell’autunno del 1066.

Quella normanna è infatti l’ultima grande invasione dell’isola. Romani, angli, sassoni, juti, danesi e infine normanni: per oltre un millennio la Britannia è stata terra di approdo e di conquista, raggiungibile da chiunque controllasse la sponda opposta della Manica. Dopo il 1066 nessun esercito straniero riuscirà più a imporre il proprio dominio sull’isola. Né la Spagna di Filippo II con l’Invincibile Armata, né la Francia di Napoleone accampata a Boulogne, né la Germania di Hitler con l’operazione Leone marino.

Da quella lezione nasce la costante geopolitica che orienta la Gran Bretagna fino ai giorni nostri: mai una sola potenza politica al di là della Manica. Londra sa che un continente unificato sotto un’unica egemonia significherebbe, prima o poi, una nuova flotta pronta a salpare da St. Valéry. Per questo, nei secoli, si schiererà sempre contro chi aspira al dominio sull’Europa: gli Asburgo, Luigi XIV, Napoleone, Guglielmo II, Hitler. Lo farà tessendo alleanze, finanziando coalizioni, sostenendo il più debole contro il più forte. L’equilibrio di potenza, la balance of power, è la lunga eco di Senlac. È la cicatrice che il ricamo di Bayeux ha impresso nella memoria strategica di un popolo insulare.

Appendice. Hastings sul tavolo da gioco

Pochi eventi hanno ispirato i progettisti di wargame e giochi da tavolo quanto il 1066. Ecco alcuni titoli che ne restituiscono le diverse scale, dalla geopolitica dell’isola al singolo crinale.

Britannia (Avalon Hill). È un classico di Lewis Pulsipher per quattro giocatori, ciascuno alla guida di più popoli: romani, britanni, sassoni, danesi, normanni e altri. Copre oltre un millennio di invasioni, dalla conquista romana fino all’indomani di Hastings. È la traduzione ludica perfetta della Britannia come “terra d’approdo” e della costante geopolitica descritta sopra.

Hastings 1066 (Strategy & Tactics n. 110). È il gioco tattico, firmato da Richard H. Berg. I normanni vincono se controllano la strada per Londra sulla collina di Senlac o se eliminano tutti gli housecarl. Altrimenti vince il sassone.

1066 (Strategy & Tactics n. 240). È il gioco strategico, di Joseph Miranda, uscito nel 2006. Si gioca da due a quattro, con anglosassoni, normanni, vichinghi e britanni, su turni mensili. La mappa copre Inghilterra, Galles, Scozia meridionale e la costa settentrionale della Francia. Restituisce il “triplo assalto” del 1066 come un’unica partita politico-militare.

Hastings 1066 (edizione polacca, sistema Średniowiecze). Riproduce le tre battaglie della campagna, Fulford, Stamford Bridge e Hastings, diverse per scala, truppe e terreno. Mette in risalto un alto medioevo in cui sul campo dominava spesso la fanteria più della cavalleria. Prevede tre scenari.

Norman Conquests (GMT Games, serie Men of Iron, vol. V). Include Fulford, Stamford Bridge e Hastings, con balestrieri, men-at-arms montati e appiedati, housecarl sassoni e vichinghi e arcieri. Il sistema prevede regole snelle, gioco continuo senza turni e combattimento risolto con un solo tiro di dado.

Una curiosità: Odo e i chierici di Dungeons & Dragons. L’iconografia di Hastings ha lasciato tracce anche nel gioco di ruolo. Gli elmi conici con nasale, le cotte di maglia lunghe fino al ginocchio e gli scudi a mandorla ricamati sull’arazzo sono gli stessi che popolano le illustrazioni dei primi manuali di Dungeons & Dragons, negli anni Settanta. Per quella generazione di autori e disegnatori erano l’immagine stessa del guerriero medievale. Ma c’è un dettaglio più curioso, che riguarda proprio Odo. Nell’arazzo il vescovo di Bayeux compare nella mischia con in pugno un bastone, il baculus, che spesso è stato letto come una mazza. Secondo una tradizione molto diffusa tra i giocatori, da qui nasce una delle regole più celebri di D&D: i chierici possono usare solo armi da botta, mazze, martelli, flagelli, e non lame. L’ecclesiastico, insomma, poteva colpire ma non versare sangue. È un precetto più leggendario che storico: molti prelati medievali combattevano con la spada senza troppi scrupoli. E il bastone di Odo era con ogni probabilità un segno di comando più che un’arma, come suggerisce la scena in cui riordina i ranghi normanni. Eppure l’immagine ha funzionato. Da quasi cinquant’anni, ogni volta che un giocatore crea un chierico e gli mette in mano una mazza, sta ancora ricalcando, inconsapevolmente, un ricamo dell’XI secolo.

Rifugiati a scadenza: Kuala Lumpur rimpatria, Naypyidaw incassa

13 Ottobre 2026 ore 07:00

Un mercato del lavoro che respinge gli stranieri e continua a cercarli

Ufficialmente la Malaysia vuole meno lavoratori stranieri. Quelli regolari erano 2,13 milioni a fine 2025, le nuove quote sono bloccate dal marzo 2023 e il governo punta a farli scendere al 10 per cento della forza lavoro entro il 2030. Le imprese ad alta intensità di lavoro, però, continuano a chiedere manodopera, e a luglio Anwar Ibrahim ha dovuto ordinare di sbloccare entro un mese le domande della ristorazione. I rifugiati stanno dentro questa contraddizione. A maggio il ministro dell’Interno Saifuddin Nasution Ismail ha spiegato che il nuovo registro statale, il DPP (Dokumen Pendaftaran Pelarian), non dà diritto a restare: ogni pratica finirà con un rimpatrio, un reinsediamento in un paese terzo o un’espulsione. Ha aggiunto che la banca dati servirà a collocare i rifugiati tra i 20 e i 40 anni nei posti vacanti di cinque settori. Due mesi dopo il governo ha ordinato all’UNHCR di sospendere le nuove registrazioni. La Malaysia non ha mai firmato la Convenzione di Ginevra del 1951, e così decidere chi è rifugiato, e per fare quale lavoro, spetta soltanto all’amministrazione. Marx avrebbe parlato di sovrappopolazione relativa: una riserva di lavoro che lo Stato allarga o restringe con un atto amministrativo, secondo quello che chiedono le imprese. Chi sa di poter perdere il permesso da un giorno all’altro non cambia datore e difficilmente denuncia un abuso, perché l’alternativa concreta è un centro di detenzione. Per questo la deportabilità disciplina molte più persone di quante ne vengano poi espulse davvero. Quella fascia d’età rende esplicita una divisione che gli studiosi del sistema-mondo descrivono da decenni, quella dei costi di una vita tra due paesi: chi riceve paga gli anni produttivi, chi invia si fa carico dell’infanzia prima della partenza e della malattia o della vecchiaia dopo il rientro. La Malaysia regge la propria posizione semiperiferica grazie al lavoro a basso costo dei vicini più poveri, e applica questa divisione con una franchezza rara. Il rimpatrio ne è l’ultimo passaggio.

Chi decide chi torna? 

A metà agosto nei centri di detenzione c’erano 10.388 cittadini birmani. Il governo ne ha indirizzati 4.008, quasi tutti rohingya, verso il DPP e 5.000 verso il rimpatrio. Kuala Lumpur ha poi mandato i 5.000 nomi all’ambasciata del Myanmar, che per la prima fase ne ha accettati 1.476. A scegliere chi poteva salire sulle navi, con i propri criteri di cittadinanza, è stato quindi un governo che rifiuta ancora l’identità rohingya. Gli scartati restano in Malaysia, schedati biometricamente e disponibili per il mercato del lavoro. Il governo assicura che tutti hanno firmato per tornare. Mi chiedo quanto valga una firma messa davanti a due sole possibilità, la detenzione senza termine o un paese in guerra. Nel febbraio 2021 la Malaysia rimpatriò 1.086 birmani su navi della giunta nonostante un ordine del tribunale, e tra loro c’erano persone registrate presso l’UNHCR. 

Per Naypyidaw la contropartita è politica. Min Aung Hlaing, che guidò il golpe del 2021, ha giurato come presidente ad aprile e da allora cerca governi disposti a riceverlo. A settembre Anwar gli ha offerto una visita ufficiale a patto che il Myanmar si riprendesse i propri cittadini; il 30 settembre Kuala Lumpur ha annunciato che la visita avverrà entro ottobre. La Malaysia sarà il quinto paese ASEAN ad accoglierlo. Naypyidaw offre l’unica cosa che la Malaysia non può ottenere da sola, il riconoscimento di queste persone come cittadini birmani, e riceve la normalità dei rapporti tra governi. Anwar dice di aver ottenuto anche lo stop ai bombardamenti in Rakhine e cure mediche per chi rientra. Sono promesse verbali di una parte in guerra, che nessuno fuori dai due governi può verificare. Il memorandum Italia-Libia del 2017 e l’intesa UE-Tunisia del 2023 hanno affidato il contenimento della mobilità a governi fragili o apertamente autoritari, pagandolo in denaro e legittimazione. Kuala Lumpur paga in riconoscimento, con la stessa logica di riammissione. Pesa anche la politica interna: a giugno una petizione per espellere i rohingya ha superato le 424.000 firme, e le elezioni generali vanno tenute entro febbraio 2028. L’ostilità verso i rifugiati dà copertura elettorale a una politica che fa comodo anche ai datori di lavoro.

Un regionalismo che si auto-blocca da solo

L’Indonesia ci arriva dalla parte opposta. La Perpres 125/2016 non prevede né lavoro né istruzione per i rifugiati; il ministro dell’Immigrazione Agus Andrianto ne ha chiesto la revisione nel novembre 2024, e l’assistenza resta a UNHCR e OIM. La Malaysia apre il mercato del lavoro con permessi revocabili, Giacarta lo tiene chiuso. In nessuno dei due lo status di rifugiato diventa un diritto di residenza. L’ASEAN non ha riconosciuto le elezioni birmane e dal 2021 tiene i leader birmani fuori dai vertici, richiamandosi a un Consenso in cinque punti che Naypyidaw non ha mai attuato. Il 10 agosto il ministro degli Esteri malese Mohamad Hasan ha chiesto al Myanmar di rispettarlo prima di qualsiasi rimpatrio. Diciassette giorni dopo Kuala Lumpur ha annunciato la data delle partenze. Consenso e non ingerenza proteggono gli affari interni dei membri dallo scrutinio collettivo, e in questo funzionano ancora. Una crisi che esce dai confini nazionali ne rimanda le conseguenze a ogni Stato preso singolarmente, e ne viene fuori una catena di accordi bilaterali che nessuna sede comune discute. L’intesa tra Anwar e Min Aung Hlaing occupa lo spazio che questa paralisi regionale  lascia libera e intanto svuota, visita dopo visita, la sanzione collettiva contro Naypyidaw. Per capire se il programma è davvero volontario basterebbero due cose: lasciare entrare l’UNHCR nei centri di detenzione a parlare con i candidati, e dare a chi rifiuta il rimpatrio un permesso di soggiorno con diritto al lavoro. Finché rifiutare vorrà dire restare in cella, la seconda fase somiglierà molto alla prima.

Tobias Rausch (AfD) Presidente del Parlamento in Sachsen-Anhalt. A dicembre il voto per il governatore

13 Ottobre 2026 ore 07:00

Il 6 settembre scorso Alternative für Deutschland aveva conseguito una vittoria schiacciante in Sachsen-Anhalt, raggiungendo il 39% dei consensi. Traducendosi con una rappresentanza di 39 seggi al parlamento regionale (Landtag), il risultato non consente ad AfD di raggiungere, da solo, la maggioranza assoluta per governare – rappresentata da 42 seggi su 82. Secondo la regola del “muro tagliafuoco” (Brandmauer), inoltre, gli altri partiti avevano escluso alleanze con l’estrema destra. Tutti tranne uno: il Bündnis Sarah Wagnknecht aveva infatti dichiarato la disponibilità di cooperare con AfD, come è successo martedì mattina. Tuttavia, oltre al BSW, sembra che anche la CDU abbia appoggiato Rausch.

Il Brandmauer è crollato

La mattina del 6 ottobre il nuovo Landtag della Sachsen-Anhalt ha espresso il suo Presidente. Martin Rausch, AfD, ha ottenuto 48 voti su 82. Assieme a lui sono stati votati anche i vice-presidenti Tillschneider (AfD) con 44 voti, e Carsten Borchert (CDU) con 64 voti. Le voci di protesta si sono subito fatte sentire. Durante la prima seduta di martedì, circa 400 persone si sono riunite fuori dal parlamento regionale di Magdeburgo. Fra gli slogan: “no a cooperazioni con l’estrema destra”.

Storicamente, infatti, i partiti tradizionali tedeschi hanno seguito la regola del “cordone sanitario”, o “muro tagliafuoco”, per escludere i partiti estremisti dalle cariche istituzionali più importanti. Ora però, il cordone sanitario non ha retto e per la prima volta un candidato di un partito di estrema destra è arrivato a ricoprire una posizione di tanto rilevante. Fra i compiti di Rausch – che ora detiene la carica più alta all’interno del Parlamento regionale – quello di rappresentare il Landtag, condurre le sedute plenarie, vigilare sul rispetto del regolamento interno. Potrà inoltre rivolgere richiami ai deputati ed escluderli dalle sedute, e si occuperà delle questioni organizzative e del personale, compresa la nomina dei vertici della Corte dei Conti regionale e la composizione delle commissioni.

I calcoli non tornano

Che quella di martedì sia stata quindi una votazione storica, lo ha sottolineato lo stesso Rausch nel suo discorso inaugurale quando, invitando i deputati a cooperare con AfD, ha aggiunto: “i giorni del muro tagliafuoco dovrebbero appartenere al passato”.

La sua nomina era comunque prevista: il BSW, infatti, aveva già annunciato di volerne sostenere l’elezione. Questo partito, inoltre, fondato da Sarah Wagenknecht nel 2024, è anch’esso portatore di alcune istanze considerate estremiste dall’opinione pubblica – pur non essendo ufficialmente definito tale, come il caso di AfD. Così, la questione che si è aperta dopo il voto è piuttosto sui 4 voti giunti “in eccesso” al candidato AfD. BSW a AfD assieme ne avrebbero infatti garantiti solo 44, non 48. Dinamica simile anche per i 44 voti del vicepresidente AfD Tillschneider: il capogruppo della BSW ha infatti dichiarato che il suo partito non lo ha sostenuto, in quanto le sue posizioni sono troppo radicali. L’accaduto solleva quindi forti tensioni nella politica tedesca, e anche a livello federale c’è la richiesta di chiarimenti sulla provenienza dei voti – infatti non nota, data la modalità segreta con cui si è svolta l’elezione.

Le reazioni

In particolare, secondo quanto emerge da Die Zeit, l’appoggio ulteriore a Rausch sarebbe arrivato dalla CDU. A dichiararlo, è stato proprio il neoeletto presidente del Land, che ha inoltre anticipato che lo stesso è stato accordato anche per l’elezione in dicembre di Ulrich Siegmund (AfD) a governatore del Land.

Da parte dei vertici della CDU, l’indicazione ai suoi 14 deputati era stata quella di astenersi. Tuttavia, le astensioni finali sono state solo 5. SPD, la Sinistra e i Verdi, che avevano dichiarato il loro voto contrario, vogliono ora chiarezza sulla dinamica del voto segreto: “non deve esserci alcuna forma di collaborazione, né ufficiale né sottobanco”, si è affermato dall’SPD, mentre i Verdi chiedono una spiegazione “cristallina e inequivocabile”.

Merz, che precedentemente aveva minacciato l’espulsione dal partito per chi avesse votato AfD, ha infine espresso sgomento e disapprovazione: “chi elegge un deputato di un partito di estrema destra a presidente del Landtag deve fare i conti con la propria coscienza”. E mentre ha sottolineato l’impossibilità, in una votazione segreta, di stabilire con esattezza i sostenitori di AfD, condanna il possibile coinvolgimento dei deputati del suo partito. Tale atteggiamento non è infatti compatibile con i valori dei cristianodemocratici: “chi vota per l’AfD distrugge la credibilità della CDU”.

La politica estera

Le prime iniziative di Rausch mostrano come le implicazioni vadano oltre le discussioni sul cordone sanitario. Già nella giornata di mercoledì, AfD ha richiesto la convocazione di una seduta straordinaria del Landtag. Il tema: Russia, guerra in Ucraina e forniture di gas alla Germania. AfD, con il sostegno del BSW, ha infatti presentato una mozione perché la Germania sospenda immediatamente il sostegno finanziario e militare all’Ucraina, per la revoca immediata delle sanzioni economiche alla Russia e per la normalizzazione delle relazioni economiche tra Germania e Russia.

Il commento di Alice Weidel è arrivato subito: “il gruppo parlamentare dell’AfD porta senza indugio i temi davvero importanti all’ordine del giorno. Il presidente del Landtag Tobias Rausch conferma la seduta straordinaria sulla Russia e sulle forniture di gas. Agiamo fin dal primo giorno nell’interesse dei cittadini!”. A sua volta, dal BSW Thomas Schulze ha dichiarato che già prima delle elezioni il suo partito aveva promesso una mozione per la pace: “ora manteniamo questa promessa elettorale. Magdeburgo manda a Berlino un segnale a favore della pace”. La sua vice, Claudia Wittig ha affermato: “la Germania è il finanziatore n. 1 della guerra”, che però il Pease non può più permettersi, ha aggiunto.

Fra BSW e AfD ci sono inoltre posizioni simili, pur non coincidenti, anche sul riarmo, con il primo partito che si oppone all’incremento delle spese militari, mentre il leader AfD in Sachsen-Anhalt Ulrich Siegmund si era mostrato favorevole al riarmo, ma solo per scopi di sicurezza interna e per la remigrazione di massa. Infine, sia nell’AfD che nel BSW si è segnalata la presenza di politici che intrattengono rapporti con persone e organizzazioni russe.

La seduta straordinaria del Parlamento regionale di Magdeburgo dedicata alla mozione si terrà il 14 ottobre. Tuttavia, questa proposta rimane un segnale politico per esercitare pressioni sul governo: le decisioni fondamentali sulle sanzioni e sugli aiuti tedeschi all’Ucraina non vengono prese a livello regionale, bensì a quello federale o europeo.

E dopo?

Il supporto del BSW finora mostrato ad AfD, tuttavia, non significa automaticamente una cooperazione stabile o il supporto per l’elezione di Siegmund a dicembre – per cui il partito ha infatti già dichiarato la sua astensione. Un governo guidato da AfD, quindi, se si escludono colpi di scena, dovrà essere un governo di minoranza, soggetto di volta in volta al supporto esterno di BSW. Rispetto a tale opzione, però, Siegmund si era già precedentemente mostrato contrario, fino a prospettare la possibilità di nuove elezioni.

Tuttavia, quanto successo con l’elezione di Rausch fa salire le preoccupazioni. E non solo per la situazione in Sachsen-Anhalt. “L’estremismo di destra e di sinistra sta entrando con tutta la sua forza nei nostri parlamenti» ha ammonito Merz commentando l’elezione di Rausch, ma con lo sguardo anche a Berlino. Nella capitale tedesca, infatti, la Sinistra – sotto osservazione dall’intelligence di alcuni Länder per la presenza di orientamenti di estrema sinistra all’interno del partito –  ha vinto le elezioni del 20 settembre con il 25,7% dei voti, ed è ora in trattativa con SPD e i Verdi per una coalizione di governo.  

Tornando in Sachen-Anhalt, c’è ora da capire se gli ammonimenti di Merz saranno sufficienti ad evitare ripetizioni simili per le elezioni del governatore il 5 dicembre e quali saranno, nel lungo periodo, le ricadute sul governo federale. Le elezioni regionali hanno peggiorato la leadership del cancelliere, già fortemente in crisi, tanto che all’interno del suo stesso partito si è discussa l’ipotesi di un Kanzlertausch– una  sostituzione. L’opzione è poi stata accantonata in quanto troppo rischiosa: con AfD primo partito nei sondaggi, la nomina non preceduta da elezioni democratiche un nuovo cancelliere CDU sarebbe considerata illegittima.

Nel frattempo, crescono le tensioni anche con l’alleato di governo. Mentre l’ SPD ha infatti confermato che continuerà a governare con la CDU, le critiche rispetto al riforme intraprese da Merz – che includono l’aumento dell’età pensionabile e tagli all’assistenza sanitaria – crescono. Inoltre, nonostante gli economisti considerino le riforme come essenziali per rilanciare la competitività tedesca, l’austerità che esse impongono crea forte malcontento fra la popolazione, che a sua volta viene sfruttato dai partiti estremisti a loro favore.  

A questo si aggiunge la diversa opinione dell’SPD su come contrastare l’estrema destra. Rispetto alla CDU, che già in Turingia aveva cooperato con AfD e che in larga parte predilige combattere gli estremisti sul piano della battaglia politica, piuttosto che con il divieto del partito, i socialdemocratici mostrano infatti posizioni più nette, fra cui anche l’avvio della procedura per il divieto. Mercoledì sera, intanto, il gruppo parlamentare dell’SPD al Bundestag ha marciato a Berlino in protesta per l’esito della votazione di Rausch. Resta ora da vedere cosa succederà a dicembre con il voto del governatore del Land. C’è infatti da chiedersi, qualora si ripeteranno dinamiche analoghe a quanto avvenuto questa settimana, quale sarà il futuro della coalizione di governo.

Il gasolio di Putin e le priorità di Washington: le sanzioni come variabile dei prezzi

12 Ottobre 2026 ore 08:48

Il 9 ottobre Donald Trump ha annunciato che la Russia immetterà sul mercato oltre 300.000 tonnellate di gasolio, seguite da 500.000 a novembre e da un milione nei mesi successivi; poche ore dopo l’Office of Foreign Assets Control del Tesoro ha rilasciato una licenza generale valida fino al 7 aprile 2027. La decisione è giunta tre settimane dopo la firma del Lindsey O. Graham Sanctioning Russia and Iran Act, che consente dazi del 100% sui principali acquirenti di idrocarburi russi, e mentre a Miami gli inviati americani discutevano con ucraini ed europei le condizioni per chiudere la guerra.

La lettura più immediata, quella di un avvicinamento strategico fra Washington e Mosca, è anche la meno solida. La domanda utile è un’altra: che cosa rivela la licenza sul modo in cui l’amministrazione americana ordina i propri interessi, e quali conseguenze ne derivano per un’Europa che sulle sanzioni ha costruito la propria risposta all’aggressione russa. La tesi qui sostenuta è che il gasolio non segnala un’alleanza nuova, ma la subordinazione delle sanzioni alla politica dei prezzi in una fase di emergenza energetica: un precedente che le cancellerie europee non possono archiviare come episodico.

Uno shock di offerta, non un rovesciamento di alleanze

Il contesto spiega più delle intenzioni. Dagli attacchi di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, a febbraio, lo Stretto di Hormuz è in larga parte chiuso. Da luglio, inoltre, Mosca ha vietato quasi tutte le esportazioni di gasolio dopo che i droni ucraini avevano fermato una quota rilevante della sua capacità di raffinazione. Ne è derivata una crisi del distillato medio: a settembre il prezzo medio del diesel negli Stati Uniti ha toccato il record di 6,52 dollari al gallone, più del doppio rispetto a un anno prima, e il G7 ha concordato il rilascio di 100 milioni di barili di scorte d’emergenza. A meno di un mese dalle elezioni di metà mandato del 3 novembre, il costo del carburante è diventato un problema di politica interna prima ancora che di politica estera.

Letta in questa chiave, la licenza è anzitutto uno strumento di gestione del mercato, e la sua efficacia è dubbia. Con i fattori di conversione standard, le 300.000 tonnellate iniziali equivalgono a circa 2,2 milioni di barili, poco più di un giorno di esportazioni americane di gasolio verso l’Europa, che a luglio avevano toccato 1,7 milioni di barili al giorno. È poi incerto che la Russia possa consegnarle: nel terzo trimestre le sue esportazioni di gasolio sono crollate a 190.000 barili al giorno, contro gli 850.000 del primo, e per la prima volta il Paese ha dovuto importarne. Un ex dirigente dell’Agenzia internazionale dell’energia, citato da Al Jazeera, dubita che Mosca possa onorare le forniture senza sottrarle al mercato interno.

Il dato politico più rilevante è la contraddizione interna all’amministrazione. Il 18 settembre Trump ha firmato una legge che inasprisce le sanzioni contro Mosca; il 9 ottobre il Tesoro ne ha attenuato l’effetto con un atto amministrativo. Non è un’incoerenza casuale: le sanzioni restano lo strumento di pressione per eccellenza, ma vengono sospese quando il loro costo ricade sul consumatore americano. Per Washington la sanzione è diventata reversibile a condizioni che nulla hanno a che vedere con la condotta russa in Ucraina, ed è questo, più del gasolio, il segnale che il Cremlino registra.

Che cosa ottiene Mosca senza concedere nulla

Il guadagno economico russo è per ora più potenziale che reale, perché dipende da volumi che la Russia fatica a produrre. Il guadagno politico è invece immediato. Mosca aveva posto la condizione in modo esplicito: il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov aveva legato la ripresa delle esportazioni alla rimozione delle sanzioni occidentali. La licenza accoglie quella condizione senza una contropartita pubblica: nessun cessate il fuoco, nessuna sospensione degli attacchi alla rete elettrica ucraina, nessun meccanismo di verifica.

La sequenza si inserisce in un disegno più ampio. Secondo Reuters, l’inviato speciale Jared Kushner e Kirill Dmitriev, consigliere di Putin, hanno discusso nelle ultime settimane l’ingresso di un investitore americano nei gasdotti Nord Stream e la cessione delle attività estere di Lukoil, accompagnata dalla rimozione delle relative sanzioni. La Casa Bianca ha negato colloqui recenti sul Nord Stream e Berlino ha ricordato che la riapertura richiederebbe un’autorizzazione che non intende concedere. Le trattative sono esplorative, ma indicano che la leva energetica è diventata moneta negoziale nel dialogo fra Washington e Mosca, gestita da canali personali più che istituzionali.

Kyiv ne ha colto subito le implicazioni. Zelensky ha definito la licenza una decisione debole di partner forti e ha subordinato la sospensione degli attacchi alle raffinerie alla fine dei bombardamenti russi sulle infrastrutture energetiche ucraine, provocando la reazione del Presidente Trump che ha dichinato come sia giunto il momento per l’Ucraina di cambiare presidente. La richiesta di risparmiare le raffinerie, che Trump gli aveva rivolto già a settembre, mostra il punto: le operazioni ucraine diventano un costo da comprimerequando incidono sui prezzi globali, benché siano una delle poche leve di Kyiv sull’economia di guerra russa.

Esiste peraltro una lettura alternativa che va soppesata. Gli incentivi economici sono uno strumento diplomatico legittimo, e una pressione priva di prospettive negoziali rischia di prolungare la guerra senza migliorarne l’esito. L’erosione, del resto, non è soltanto americana: già a maggio il Regno Unito ha esentato con una licenza generale il gasolio e il carburante per aviazione raffinati da greggio russo in Paesi terzi. L’argomento regge però solo se la concessione è legata a risultati verificabili. Al 10 ottobre nessuna fonte pubblica indica che lo sia, e un allentamento incondizionato abbassa il prezzo che Mosca dovrà pagare per ottenere il successivo.

L’Europa davanti a una garanzia negoziabile

Per le capitali europee il problema non è il gasolio, che il quadro sanzionatorio dell’Unione fondato sul Regolamento (UE) n. 833/2014 continua a escludere, ma ciò che la licenza rivela sull’alleato. La NATO poggia sulla presunzione che le due sponde dell’Atlantico condividano la stessa gerarchia delle minacce. Se Washington è disposta a sospendere la pressione su Mosca per contenere i prezzi interni, la convergenza diventa condizionale: non scompare, ma dipende dal ciclo economico ed elettorale americano. La questione non è se l’alleanza sia finita, ma se l’Europa possa continuare a pianificare la propria sicurezza assumendo che le priorità di Washington coincidano con le sue.

La risposta europea è avviata, ma incompleta. Secondo il primo rapporto annuale sulla prontezza della difesa, accolto dai ministri il 28 settembre, gli Stati membri hanno speso nel 2025 418 miliardi di euro, circa il 2,2% del PILdell’Unione, ma restano lacune significative proprio dove la dipendenza dagli Stati Uniti è maggiore. Berlino accelera: Merz a Kiev ha impegnato un miliardo di euro per droni intercettori e produzione congiunta di armamenti a lungo raggio. La spesa nazionale, tuttavia, non equivale a capacità europea, e la coesione politica è già sotto pressione, come mostra la posizione slovacca nell’Alleanza.

In questo quadro la proposta di Mark Carney offre un criterio più che un modello. A Davos, a gennaio, il primo ministro canadese aveva parlato di una rottura dell’ordine internazionale e invitato le medie potenze a cooperare per ridurre le dipendenze; il 17 settembre, al Parlamento europeo, ha proposto una partnership con l’Unione su minerali critici, industria della difesa, intelligenza artificiale e sicurezza energetica, escludendo di voler creare un terzo blocco. Il Canada è l’unico Paese extraeuropeo ammesso al fondo da 150 miliardi per gli acquisti comuni di difesa, e il giorno prima Ursula von der Leyen aveva prospettato per Ottawa una forma di associazione all’Unione. La logica è quella della copertura strategica: moltiplicare i partner affidabili senza rompere con Washington. Il limite è altrettanto chiaro: una rete di medie potenze riduce le vulnerabilità industriali ed energetiche, ma non sostituisce la deterrenza nucleare, l’intelligence strategica e la logistica americane.

Per l’Italia la questione è concreta. Il Paese dipende dalle rotte marittime del Mediterraneo allargato per l’approvvigionamento energetico e contribuisce alla deterrenza atlantica con capacità che il dibattito interno fatica a rafforzare, come segnala la frenata del governo sul potenziamento delle Forze armate. Roma ha dunque interesse a un regime sanzionatorio europeo autonomo e stabile, che non oscilli con i prezzi alla pompa americani, e a una partecipazione piena ai programmi comuni di acquisizione, compresi quelli aperti al Canada.

L’indicatore da osservare non è la durata della licenza, ma la sua funzione. Se resterà una misura emergenziale, legata alla chiusura di Hormuz e destinata a decadere con la normalizzazione dei flussi, il gasolio sarà ricordato come un episodio di politica dei prezzi. Se invece aprirà una serie di allentamenti senza contropartite, dal Nord Stream alle attività di Lukoil, segnalerà che per Washington la pressione su Mosca è negoziabile in sé. In entrambi i casi l’Europa ha già ricevuto l’informazione decisiva: la tenuta delle sanzioni dipende ormai dalle sue scelte, e la credibilità della sua deterrenza dalla velocità con cui trasformerà la spesa in capacità.

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