Groenlandia e tensioni geopolitiche, FMI: "L'escalation sui dazi, rischio rilevante per la crescita"


© RaiNews


© RaiNews
Già autore con Emiliano Brancaccio e Raffaele Giammetti dell’importante libro La guerra capitalista, Stefano Lucarelli presenta con Il tempo di Ares (Mondadori Università, pp. 140, €12,00) un libro di facile lettura ma anche di grandissimo respiro. Un testo che spazia da riferimenti mitologici – fin dal titolo – e filosofici a richiami di storia, scienza politica, arte, cinema e così via. Non si tratta di semplice eclettismo: Lucarelli usa tutti questi richiami per meglio spiegare il discorso economico di fondo, che è la vera traccia del libro.
Tutte le principali tematiche dell’attualità sono affrontate analiticamente: i disordini internazionali e l’attuale scontro fra sistemi economici in competizione, richiamando i tanti avvenimenti passati della guerra fredda; le guerre commerciali di oggi, con i dazi di Trump, ripartendo dalle teorie del commercio internazionale degli economisti classici e dalle critiche marxiste; i surplus commerciali degli Stati e gli investimenti esteri delle grandi multinazionali del ’900, evidenziando il processo di centralizzazione del capitale; fino alle recenti molteplici crisi, finanziarie e valutarie, cui la guerra guerreggiata sembra contrapporsi più efficacemente dei velleitari processi di friendshoring. Non poche sono poi le “stoccate” che Lucarelli riserva ai commentatori geopolitici e agli economisti mainstream, al neoliberismo e alle contraddizioni del cosiddetto Washington Consensus.
In alcuni passaggi del libro emerge chiaramente il “mestiere” di economista, con inserimento di tabelle, grafici e perfino di qualche equazione; che ricordano come il libro sia nato nell’ambito di un corso universitario. E però un corso non standardizzato, ripetitivo, come tanti di quelli oggi svolti nelle aule universitarie. Lucarelli sa presentare le idee economiche dominanti così come quelle degli economisti classici e di Marx, oggi più che mai assenti nei libri di testo. Il suo è un libro che parla di rapporti di potere, quindi economici nel senso più profondo e meno tecnico del termine, che parte dalla lotta fra Titani e dei dell’Olimpo per arrivare a spiegare la pandemia e l’Ucraina oggi, così come i conflitti inter-imperialistici sottostanti. Ossia gli interessi del capitalismo statunitense in crisi e quelli dell’espansione economica cinese.
In tre capitoli e in poco più di 100 pagine, Lucarelli racconta i tempi di Ermes, di Ares e di Pan: ossia i tempi lunghi dell’umanità, la mutazione nei conflitti e nei rapporti umani così come mediati dalle forme della competizione economica in divenire. Gli antichi miti greci sono allora una scusa per spiegare in profondità le interconnessioni della politica monetaria internazionale, del protezionismo e del liberismo, degli investimenti esteri delle grandi multinazionali, della speculazione finanziaria globale e della politica internazionale. Con una conclusione su quelle che possono essere le condizioni economiche della pace, ad esempio nella forma della International Clearing Union proposta da Keynes al tempo di Bretton Woods. Ma qui viene da chiedersi se questa pace economica sia davvero un fatto possibile nella conflittuale storia umana, oppure solo un nuovo brano di mitologia.

Stefano Lucarelli, Il tempo di Ares, Mondadori Università, 2025, pp. 140, €12,00
L'articolo Guerra, economia e potere nella politica internazionale sembra essere il primo su Sbilanciamoci - L’economia com’è e come può essere. Per un’Italia capace di futuro.


© RaiNews


© RaiNews


© RaiNews
Il dibattito sulle cripto-attività sta entrando in una nuova fase. Potrebbe finire presto la polarizzazione tra entusiasti – genuini, manipolatori, ingenui – e demonizzatori, coloro che si sono concentrati esclusivamente sui prezzi, sulle bolle speculative e sulle truffe, riducendo un fenomeno complesso a una caricatura finanziaria. Con una capitalizzazione globale del mercato cripto che ha superato i 4 trilioni di dollari, il tempo sembra maturo per spostare il confronto su un terreno più solido e politicamente rilevante: quello del ruolo che le tecnologie sottostanti le criptovalute (DLT, distributed-ledger-technology, blockchain, ecc.), che con esse coincidono ma che svolgono funzioni anche assai differenti, possono assumere (e già hanno assunto) per gli scambi economici e l’efficienza delle infrastrutture di mercato. Interrogandoci sulla più opportuna postura che gli Stati e le autorità di supervisione finanziaria debbano assumere di fronte ad un fenomeno che, nato apposta per sfuggire al loro controllo, assume proporzioni rilevanti per l’economia reale.
In generale, governi e vigilanza mantengono una posizione di estrema prudenza, spesso difensiva, con l’Unione europea sul podio – anche in questo campo – per ortodossia e conservatorismo. Nel frattempo, diventa sempre più evidente che sotto la crosta speculativa si sta consolidando un insieme di tecnologie – la tokenizzazione e i registri distribuiti – che promettono di modificare in profondità il modo in cui gli asset (tutti gli asset, non solo quelli nati dall’anarchismo finanziario) vengono emessi, scambiati e regolati.
Un nuovo credito?
Al termine del terzo trimestre del 2025, l’ammontare globale del credito erogato e garantito da criptovalute ha raggiunto un nuovo massimo storico, segnando il culmine di un percorso turbolento caratterizzato da cicli estremi di espansione e contrazione. Si tratta di un credito ancora fortemente mosso da obiettivi di pura speculazione ma che, in modo crescente, è finalizzato a funzioni di gestione ed efficienza dei flussi finanziari. Questo credito è la somma di quanto erogato tramite protocolli di finanza decentralizzata (DeFi), da intermediari centralizzati (CeFi) e attraverso l’emissione di debito tramite posizioni collateralizzate (CDP) per la creazione di stablecoin.
Tra il 2020 e il 2021, il mercato aveva già vissuto la sua prima fase di crescita esponenziale, guidata dall’innovazione dei contratti intelligenti su Ethereum (ETH) e dalla proliferazione di piattaforme di prestito che offrivano rendimenti ampiamente superiori a quelli dei depositi bancari tradizionali (Aramonte et al., 2022). Questo periodo, spesso definito “DeFi Summer”, ha visto il debito aperto passare da valori prossimi allo zero alla fine del 2019 a circa 5 miliardi di dollari alla fine del 2020, con il picco di 69,37 miliardi di dollari registrato nel quarto trimestre del 2021 (Pokorny, 2025-2). Tuttavia, la fragilità di molti modelli di business centralizzati (CeFi) e l’interconnessione opaca tra i vari attori hanno portato a un collasso sistemico nel 2022. Il crollo di protocolli come Terra/Luna e il conseguente fallimento di giganti del credito come Celsius, Voyager e Genesis hanno ridotto drasticamente la fiducia e la liquidità (Mittal, 2023; FSB, 2025).
La ripresa osservata tra il 2024 e il 2025 è stata guidata non solo dal recupero dei prezzi degli asset, ma da una migrazione strutturale verso la trasparenza della DeFi e dall’ingresso di capitali istituzionali regolamentati attraverso nuovi strumenti, come gli ETF spot, fondi d’investimento quotati in borsa che detengono direttamente l’attività sottostante, come ad esempio il Bitcoin (BTC) o ETH, anziché derivati o contratti finanziari (TRM, 2025).
La DeFi è infatti diventata il segmento dominante, con un’esposizione che ha raggiunto i 40,99 miliardi di dollari a fine settembre 2025. Dando prova di una resilienza strutturale superiore: laddove gli intermediari centralizzati sono crollati a causa di esposizioni non garantite e di una gestione opaca delle riserve, i protocolli DeFi hanno preservato la propria solvibilità grazie a sistemi di liquidazione automatica basati su smart contract. Questi meccanismi hanno operato in modo trasparente e istantaneo al variare dei prezzi, garantendo l’integrità dei pool di liquidità in tempo reale.
Il settore CeFi, dopo il crollo del 2022, si è consolidato attorno a pochi attori altamente capitalizzati. A settembre 2025, i prestiti CeFi tracciati ammontavano a 24,37 miliardi di dollari. A differenza del 2021, i prestatori CeFi odierni operano con criteri di collateralizzazione molto più rigorosi, spesso richiedendo BTC o ETH come garanzia primaria per prestiti in contanti o stablecoin.
L’emissione di debito tramite posizioni collateralizzate (CDP) rappresenta il metodo più antico di creazione del credito on-chain, permettendo agli utenti di generare nuove unità di stablecoin depositando asset in eccesso. Nel 2025, questo segmento rappresenta l’11,2% del mercato totale del credito, con circa 8,23 miliardi di dollari di debito circolante
Va ricordato anche che, con una capitalizzazione di oltre 300 miliardi di dollari, le stablecoin sono diventate un acquirente sistemico di debito pubblico statunitense: nell’ultimo anno, la sottoscrizione di titoli del Tesoro USA da parte degli emittenti di stablecoin è cresciuta dell’80%, arrivando a detenere il 2,1% di tutti i T-bills in circolazione. Spiegando le attenzioni dell’amministrazione Trump: mentre il credito cripto cerca di essere indipendente dal sistema bancario, la sua sicurezza e liquidità dipendono sempre più dalla solvibilità del debito sovrano degli Stati Uniti (una crisi di liquidità nelle cripto-attività potrebbe forzare la vendita di decine di miliardi di dollari in titoli di Stato tradizionali).
Oggi il nuovo massimo globale del credito in cripto ammonta a 73,59 miliardi di dollari (fine settembre 2025), e si tratta di un valore meno esposto alla sola spinta speculativa e molto più figlio di un mercato “sano”, rispetto al 2021, poiché una quota maggiore del debito (oltre il 66,9%) risiede su protocolli cosiddetti “on-chain”, trasparenti e automatizzati, riducendo il rischio dei fallimenti opachi e imprevedibili, tipici delle entità centralizzate.

Si è già detto che di questi 74 miliardi di dollari di credito, a livello globale, la componente dominante resta la leva a scopo speculativo: gli utenti depositano asset (come ETH) per prendere in prestito stablecoin da reinvestire nel mercato, amplificando l’esposizione. Tale attività è altamente riflessiva rispetto ai prezzi: quando i prezzi salgono, la capacità di indebitamento aumenta, alimentando ulteriore leva.
Ma il fenomeno nuovo e del tutto spiazzante rispetto alla narrativa dominante sulle cripto è la crescita pure delle forme di credito per l’economia reale. Ad agosto 2025, il mercato del private credit tokenizzato (prestiti on-chain garantiti da asset fisici o attività commerciali reali) ha raggiunto un valore di circa 16 miliardi di dollari. Piattaforme come Centrifuge o Maple Finance finanziano direttamente fatture commerciali, crediti alle imprese o progetti immobiliari, collegando la liquidità on-chain a debitori del mondo reale.
Inoltre, circa 12 miliardi di dollari di debito tracciato sono riconducibili a società di tesoreria digitale (Digital Asset Treasury Companies, DATCOs) che utilizzano il credito per integrare le proprie strategie di acquisto di asset o per la gestione della liquidità operativa.
In sintesi, sebbene la maggior parte dei 74 miliardi di dollari di credito basato su cripto-attività serva ancora a supportare l’ecosistema finanziario digitale stesso, con le sue derive speculative, secondo i dati disponibili, circa il 20-22% è ora direttamente collegato al finanziamento dell’economia reale.
Let crypto burn?
Ecco perché diventa interessante il dibattito che si sta aprendo tra le autorità di vigilanza. Un recente studio della Banca d’Italia (Biancotti, 2026), coglie un nodo tecnico cruciale: nelle blockchain pubbliche, come ETH, il rischio di mercato associato al token nativo non rimane confinato alla sfera degli investitori, ma si trasforma in un vero e proprio rischio infrastrutturale. La sicurezza di queste reti, infatti, dipende da validatori indipendenti che mettono a disposizione capitale e capacità computazionale in cambio di ricompense denominate nel token stesso. Se il valore di mercato di quel token crolla in modo persistente, l’incentivo economico a mantenere operativa l’infrastruttura viene meno.
Le conseguenze possibili non sono astratte: un’uscita dei validatori rallenterebbe o paralizzerebbe il regolamento delle transazioni, mentre un prezzo depresso abbasserebbe drasticamente il costo economico di un attacco alla rete. In questo scenario, anche asset percepiti come relativamente sicuri – stablecoin, obbligazioni tokenizzate, strumenti di pagamento digitali – risulterebbero esposti a rischi operativi e di manipolazione. La conclusione dell’autrice è netta: le Banche Centrali non possono, né devono, intervenire per sostenere artificialmente il prezzo di asset privati e volatili al solo fine di mantenere in vita l’infrastruttura sottostante.
Questa posizione è difficilmente contestabile, in punta di diritto, di principi regolamentari e della millenaria storia della moneta. Ma un altro recente studio, questa volta della Bank for International Settlements (Aquilina et al., 2025), mette in guardia contro un approccio riassumibile nello slogan “let crypto burn”. Secondo gli autori, lasciare collassare in modo disordinato l’ecosistema cripto potrebbe produrre un effetto collaterale rilevante: compromettere irreversibilmente lo sviluppo della tokenizzazione degli asset reali.
La tokenizzazione – la possibilità di rappresentare diritti su immobili, obbligazioni o crediti sotto forma di token negoziabili su registri distribuiti – non è più, e forse non è mai stato, solo un esercizio speculativo. È, prima di tutto, e vuole essere, un salto di efficienza infrastrutturale. La stessa BIS documenta come queste soluzioni spesso riducano fortemente i tempi di regolamento da T+2 a T+0, abbattendo costi operativi, rischi di controparte e complessità post-trade. Se l’intero ecosistema viene lasciato “bruciare” senza costruire canali di migrazione sicuri, il rischio è di soffocare questa innovazione, e il suo impatto potenziale sull’economia reale, che vuol dire imprese e famiglie, assai prima che possa essere assorbita all’interno di circuiti regolamentati.
A ben guardare, è su questo crinale che si colloca la risposta europea, nella sua ambivalenza. Il quadro normativo dell’Unione europea, infatti, mantiene forte prudenza e approccio ultra-conservativo, con qualche apertura. Il MiCAR (Markets in Crypto-Assets Regulation, il Regolamento UE che disciplina l’emissione, l’offerta al pubblico e l’ammissione alle negoziazioni di cripto-attività) tenta di isolare il rischio speculativo, distinguendo tra token puramente volatili e strumenti con un ancoraggio reale. E il DLT Pilot Regime (Regolamento UE 2022/858) offre un ambiente controllato in cui testare l’emissione e la negoziazione di strumenti finanziari tokenizzati, provando ad evitare che il destino della tecnologia venga legato indissolubilmente alla volatilità delle cripto-attività non regolamentate.
Anche a Bruxelles, cioè, ci si è resi conto che ridurre il fenomeno della finanza decentralizzata a una patologia significa ignorare un dato strutturale: la tokenizzazione e il credito alternativo tendono a crescere proprio dove l’intermediazione bancaria tradizionale è meno presente. È in questi spazi che si sperimentano nuove forme di efficienza finanziaria.
La sfida per la vigilanza, dunque, non è salvare Ether o legittimare la speculazione, ma impedire che i fallimenti della “finanza ombra” delle cripto finiscano per delegittimare una tecnologia che può riformare in profondità l’infrastruttura dei mercati. Il vero obiettivo pubblico non è il prezzo del token, ma la sicurezza della ferrovia su cui, sempre più spesso, viaggiano pezzi dell’economia reale.
Insomma, il sistema cripto è via via più integrato nell’economia reale e, sebbene ancora dominato dalle spinte speculative, un approccio alla vigilanza che non consideri anche questa componente rischia di non svolgere appieno il proprio ruolo a tutela e salvaguardia della stabilità economica. Proprio come quando si decide di non far fallire banche “too big to fail”, o banche guidate dai furbetti di turno, o cooperative bancarie catturate da oligarchie di soci, anche per il mondo cripto potrebbe arrivare un momento in cui, dato il valore dell’infrastruttura in sé, il beneficio del salvataggio supera il costo dell’iniquità implicita sottostante.
Minimo glossario
DLT (Distributed Ledger Technology): tecnologia basata su registri distribuiti. È un database non centralizzato dove le informazioni sono condivise tra più nodi della rete, rendendole immutabili e trasparenti.
Permissionless Blockchain: una blockchain “senza permessi” dove chiunque può partecipare alla validazione delle transazioni senza autorizzazione centrale.
Staking: il processo di “deposito” di token da parte dei validatori come garanzia del proprio comportamento onesto. Se il validatore bara, una parte di questo deposito viene distrutta (slashing).
Token Nativo: l’asset originale di una blockchain (es. Ether per Ethereum), utilizzato per pagare le commissioni e ricompensare i validatori.
Validatore: entità che gestisce l’infrastruttura hardware e software necessaria per confermare le transazioni e mantenere la sicurezza della rete.
Bibliografia citata
Aquilina M., Cornelli G., Frost J., Gambacorta L. (2025), Cryptocurrencies and
decentralised finance: functions and financial stability implications, Bank for International Settlements, link qui
Aramonte S., Doerr S., Huang W. and Schrimpf A. (2022), DeFi lending: intermediation without information?, Bank for International Settlements, link qui
Biancotti C. (2026), What if Ether Goes to Zero? How Market Risk Becomes Infrastructure Risk in Crypto, Banca d’Italia, link qui
Chainalysis (2025), The 2025 Geography of Crypto Report. What regional trends reveal about what’s next in crypto, link qui
Financial Stability Board – International Monetary Fund (2023), Synthesis Paper: Policies for Crypto-Assets, link qui
Financial Stability Board (2025), Thematic Review on FSB Global Regulatory
Framework for Crypto-asset Activities, Peer review report, link qui
International Monetary Fund (2025), Crypto Assets Monitor, link qui
Matsuoka D., Hackett R., Zhang J., Zinn S., Lazzarin E. (2025), State of Crypto 2025: The year crypto went mainstream, accesso eseguito il 12 gennaio 2026, link qui
Mittal K. (2023), Risk Management: DeFi Lending & Borrowing, link qui
Pokorny Z. (2025-1), The State of Crypto Lending. Bringing Transparency to an Opaque Market, Galaxy Research, link qui
Pokorny Z. (2025-2), The State of Crypto Leverage: Q3 2025 Market Breakdown, Galaxy Research, accesso eseguito il 12 gennaio 2026, link qui
Powerdrill (2025), Institutional Cryptocurrency Adoption 2025: Bitcoin ETF Boom, Corporate Treasuries, and DeFi–RWA Growth Report, accesso eseguito il 12 gennaio 2026, link qui
TRM (2025), Global Crypto Policy Review Outlook 2025/26 Report, link qui
L'articolo Cripto, credito e vigilanza: non è più solo speculazione sembra essere il primo su Sbilanciamoci - L’economia com’è e come può essere. Per un’Italia capace di futuro.
L’accordo UE-Mercosur, approvato a maggioranza qualificata dai Paesi membri dell’Unione, rappresenta un precedente senza pari nella storia commerciale europea: è il primo trattato passato senza consenso unanime nel Consiglio Ue, ma con l’opposizione di Francia, Polonia, Austria, Ungheria e Irlanda, e l’astensione del Belgio. L’intesa che vincolerà, dopo 25 anni di negoziati, il mercato comune europeo all’area di libero scambio condivisa da Brasile, Argentina, Paraguay e Uruguay, viene presentata dai suoi contraenti, e dai partiti socialisti europei e brasiliani, come un’alternativa strategica imperdibile nella fase attuale. Al punto tale che la Commissione vorrebbe farlo approvare provvisoriamente addirittura prima che il Parlamento europeo lo ratifichi.
Decisivo il sostegno della presidente del Consiglio italiano Giorgia Meloni che ha assicurato, dopo un iniziale rigetto, il voto determinante all’accordo dopo aver ottenuto dalla Commissione europea maggiori garanzie e un anticipo di 45 miliardi di euro sui fondi PAC 2028 già stanziati, per sostenere, tra due anni, eventuali perdite straordinarie del settore agricolo. Spaccando con l’alleata di Governo, la Lega, che ha mantenuto una posizione contraria allineata con molte delle organizzazioni agricole, Meloni ha dichiarato di aver scelto “una linea di buon senso a sostegno dell’agricoltura europea portata avanti con determinazione”. Al suo fianco Ursula von der Leyen, che ha difeso l’intesa come “risposta europea a un mondo sempre più ostile e caratterizzato da tensioni commerciali, tariffarie e geopolitiche”, insistendo sulla necessità di consolidare la presenza dell’UE in America Latina. In continuità con la linea sviluppista assunta non da ieri, anche i democratici europei e italiani hanno difeso l’accordo come economicamente vantaggioso e geopoliticamente necessario. Tuttavia, la maggioranza dei corpi intermedi nel loro ideale bacino elettorale e culturale, organizzazioni sindacali, ambientaliste, di cooperazione, indigene e ecclesiali, in Europa come nel Mercosur, ha affermato e confermato dopo il voto la propria radicale contrarietà a questa ennesima liberalizzazione senza rete.
I benefici economici promessi dalla Commissione, come la riduzione di circa 4 miliardi di euro dei dazi sulle esportazioni UE e l’espansione prevista degli scambi commerciali fino a 111 miliardi di euro, rischiano di rimanere puramente teorici, e incommensurabili rispetto anche alle sole conseguenze economiche sui prezzi interni, la redditività delle imprese e l’occupazione in Europa.
Il cuore della opposizione si concentra sui prezzi alla produzione agroalimentare. L’apertura del mercato europeo a carne bovina, pollame, zucchero, riso ed etanolo dai Paesi Mercosur comporterà una pressione immediata sui prezzi interni, stimata in una diminuzione del 3-5% per le filiere più sensibili, con effetti più marcati sulle aziende di piccola e media dimensione, già fragili per i costi energetici e normativi. Per il lattiero-caseario e per i produttori di vini e prodotti Dop/Igp, l’espansione del mercato può comportare un aumento della concorrenza e una riduzione dei margini, pur offrendo opportunità di accesso per le imprese più grandi a nicchie di alta qualità. Soprattutto, si continua a erodere la capienza del mercato europeo, che è l’unico mercato di sbocco per i più piccoli, con prodotti a prezzo più basso. L’impatto occupazionale stimato, combinando effetti diretti e indiretti, potrebbe tradursi in una perdita di 100.000-120.000 posti di lavoro in Europa, con l’Italia particolarmente esposta a chiusura di aziende familiari e riduzione di occupazione rurale.
Coldiretti ha sottolineato che “chi vuole esportare in Europa deve rispettare gli stessi standard produttivi, ambientali e sanitari”, e l’intero settore ha respinto l’anticipo dei fondi PAC e il fondo di crisi da 6,3 miliardi, perché non affrontano le criticità strutturali legate all’apertura del mercato e alla competizione con prodotti sudamericani ottenuti con costi inferiori grazie a standard produttivi e ambientali meno rigorosi. Se l’Italia è tra i Paesi europei che, con 900 mila controlli doganali sulle merci all’ingresso nel 2025, è tra i meno permeabili, nel perimetro dell’Unione nel sono stati controllati almeno i documenti di appena 82 carichi in entrata ogni milione: lo 0,0082% del totale. E il trattato, ‘semplificando’ i controlli reciproci, li ridurrà ancora di più tra le due parti.
Anche sul fronte ambientale e della sicurezza dei prodotti le criticità nei Paesi del Mercosur sono sempre più gravi. In Brasile, ad esempio, le recentissime leggi 15.190/2025 e 15.300/2025 hanno semplificato e indebolito le licenze ambientali per progetti “strategici” come trivellazioni petrolifere nella Foz do Amazonas, con incidenti confermati di fuoriuscita di fluidi di perforazione che hanno inquinato falde acquifere e campi. Lo Stato del Pará ha posticipato la tracciabilità obbligatoria del bestiame dal 2025 al 2030, prolungando il rischio sicurezza e qualità della carne esportata in Europa. Infine, l’avvenuta recente ritrattazione di studi scientifici sulla sicurezza del glifosato, pesticida utilizzato in quantità massicce nell’area del Mercosur, evidenzia ulteriori rischi per la salute pubblica e la qualità dei prodotti importati. Senza dimenticare che circa il 30% di erbicidi e pesticidi legali in quei Paesi da noi sono vietati da molti anni.
Per facilitare la firma del trattato, sul versante europeo, è stato concordato tra le parti il rinvio dell’applicazione della Direttiva europea Foreste (Eudr) per tracciare e colpire legname e derivati da deforestazione, ed è stato salutato positivamente l’indebolimento delle altre due leggi-quadro sulla Certificazione di sostenibilità (Corporate Sustainability Reporting Directive – Csrd) e sulla tracciabilità sociale delle filiere (Corporate Sustainability Due Diligence – Cs3d), che, nel quadro dell’operazione più generale delle cosiddette “semplificazioni” normative europee, ne stanno indebolendo gli standard di produzione e la loro effettiva verifica. Senza dimenticare che l’espansione dell’agribusiness nell’area amazzonica ne sta letteralmente soffocando gli abitanti, esposti, come ha dimostrato uno studio di Greenpeace Brazil, a un livello di emissioni e inquinamento dell’aria maggiore rispetto a quelli prodotti nelle grandi megalopoli del Sud.
Le organizzazioni della società civile ed ambientaliste europee, anche per queste ragioni, hanno criticato duramente l’accordo. Secondo Jean Blaylock della European Trade Justice Coalition “i leader europei stanno scegliendo di prioritizzare i profitti delle grandi imprese, a scapito di lavoratori e piccoli agricoltori, violando diritti indigeni e distruggendo la natura”.
Greenpeace e ClientEarth evidenziano aumenti prevedibili delle emissioni di gas serra e della deforestazione in Amazzonia, Cerrado e Pantanal, mettendo in contraddizione la narrativa climatica dei sostenitori del trattato. Le organizzazioni indigene denunciano che circa l’83% della biodiversità mondiale nelle aree amazzoniche e del Cerrado è minacciata dall’espansione agricola incentivata dal trattato, senza garanzie vincolanti sulla consultazione preventiva o sui diritti territoriali. Jan Königshausen della Society for Threatened Peoples ha sottolineato che l’accordo “esternalizza la distruzione ambientale e i conflitti sociali verso chi ha contribuito meno alle crisi, senza offrire protezioni reali”. I sindacati, tra cui Etuc e i coordinamenti del Cono Sur, confermano che il trattato non tutela adeguatamente i lavoratori e favorisce forme di dumping sociale: la pressione sui prezzi e la liberalizzazione possono ridurre salari e peggiorare condizioni di lavoro. I piccoli e medi produttori in Belgio, Francia, Polonia, Grecia, e anche in Italia, sono tornati a bloccare strade e città con i trattori, dimostrando che il dissenso sociale e politico non si è attenuato e che l’accordo rischia di generare tensioni durature. In un contesto in cui i cittadini reclamano maggiore tutela delle produzioni locali, dell’ambiente e dei diritti sociale, ciò che fa maggiore impressione a chi scrive è il sostegno compatto e senza sfumature dei socialdemocratici europei e nostrani a questo tipo di operazione. Sembrano voler rimuovere che alle elezioni europee del 2024 la partecipazione è stata poco più del 50 %, con quasi metà degli aventi diritto che non ha votato, segno di disillusione verso istituzioni percepite come lontane dalle preoccupazioni economiche e sociali della popolazione, soprattutto nei territori rurali.
Quasi più dei propri colleghi di centrodestra, i socialdemocratici rivendicano ragioni geopolitiche dipingendo l’accordo UEMercosur come una leva strategica per competere con la Cina e gli Stati Uniti sullo scacchiere globale. Ma sono proprio queste ragioni le più deboli e illusorie dell’intera operazione. La Cina è, infatti, attualmente, il principale partner commerciale del Mercosur, con una quota stimata di circa 26,7 % del commercio esterno del blocco nel 2023, oltre al legame politico cementato nei Brics col Brasile. Pechino mira a raggiungere 500 miliardi di dollari di scambi bilaterali entro il 2025, accompagnati da investimenti cinesi nella regione dell’ordine di 250 miliardi di dollari, ben superiore alla quota dell’Ue, che si attesta attorno al 16,8 % e degli Stati Uniti, che vantano circa 13,9 % del commercio del Mercosur, ma anche una presenza militare e strategica importante nell’area, a partire dal legame a doppio filo tra il presidente argentino Milei e il movimento Maga americano. In termini assoluti, il valore degli scambi tra UE e Mercosur nel 2024 ha superato i 111 miliardi di euro complessivi, di cui circa 55,2 miliardi di dollari in esportazioni europee verso il Mercosur, ma 56 miliardi di dollari in importazioni da esso. Questi numeri mostrano una relazione commerciale importante ma relativamente contenuta rispetto ai rapporti della Cina con l’area, dove l’Europa, pur essendo uno dei principali investitori esteri nel Mercosur con uno stock di circa 390 miliardi di dollari, non ha però tradotto questa presenza finanziaria in una parità di influenza rispetto a Pechino o, in larga misura, agli Stati Uniti.
L’idea che un accordo commerciale possa compensare questa disparità geopolitica ignora la natura strutturale dei vincoli economici: il reddito medio annuo nei Paesi Mercosur è relativamente basso, circa 10.000 dollari pro capite, e non indica una domanda sufficiente per sostituire in modo significativo i consumatori statunitensi o cinesi nei mercati di esportazione globali. In questo contesto, la firma dell’accordo rischia di triangolare l’accesso strategico dei grandi attori globali nel mercato europeo attraverso le proprie partecipazioni nelle economie del Mercosur, piuttosto che consolidare un vantaggio europeo: da un lato, gli Stati Uniti mantengono relazioni commerciali e tecnologiche stabili con importanti partner della regione, nonostante le oscillazioni di politica commerciale (come le imposizioni tariffarie statunitensi su alcune importazioni di prodotti agricoli brasiliani nel 2025); dall’altro, la Cina continua a rafforzare il suo ruolo come principale mercato di destinazione per molte esportazioni sudamericane, incluse materie prime e prodotti agricoli, riflettendo una presenza che supera quella dell’UE in termini di quota di scambi.
Inoltre, l’imporsi a livello globale di parlamenti e governi con orientamenti forti verso politiche neoliberali o negazioniste del clima si sta traducendo in tutto il mondo in standard di produzione e di rispetto dei diritti ambientali e sociali molto diversi da quelli che storicamente avremmo definito ‘europei’. Questo contesto mette in discussione la narrativa europea secondo cui l’accordo rafforzerebbe la capacità dell’UE di promuovere valori condivisi nell’area, anzi: sembra in misura crescente voler schiacciare sotto la realtà materiale della grande maggioranza delle merci in entrata nel mercato europeo, anche il ricordo della aspirazione a imporre una condizionalità ambientale e sociale alla circolazione di beni e investimenti nei nostri Paesi.
Le conseguenze di questa dinamica sono molteplici. Da un lato, l’accordo consegna alle grandi potenze economiche un accesso strategico ai mercati sudamericani attraverso l’intermediazione o la competizione con l’UE, senza che quest’ultima possa stabilire una posizione autonoma di influenza. Dall’altro, la liberalizzazione dei mercati rischia di indebolire la sovranità europea nella definizione delle proprie politiche agricole, sociali e ambientali, poiché l’apertura comporta vincoli a lungo termine che limitano la capacità di adottare misure protezionistiche o di sostenere standard elevati senza ripercussioni su altri segmenti dell’accordo.
In aggiunta, la procedura politica che ha portato all’approvazione dell’accordo — tramite maggioranza qualificata in Consiglio, senza consenso unanime — solleva preoccupazioni sulla legittimità democratica delle scelte di politica commerciale europee. Questo approccio riduce il ruolo dei Parlamenti nazionali e delle valutazioni democratiche su una materia di enorme impatto economico e sociale, creando un precedente per l’adozione di altri accordi strategici senza un pieno mandato politico condiviso. Tutti argomenti ai quali i socialdemocratici europei dovrebbero essere sensibili, ma che restano del tutto assenti sia dalle loro analisi, sia dal dibattito generale che oscilla tra l’eccitazione per dei presunti guadagni futuri all’emozione per vagheggiate comunanze ideali, consumate, in realtà, sulle macerie materiali di quegli antichi intenti.
Monica Di Sisto è responsabile dell’osservatorio italiano su clima e commercio Fairwatch
L'articolo I gravi impatti dell’accordo Ue-Mercosur sembra essere il primo su Sbilanciamoci - L’economia com’è e come può essere. Per un’Italia capace di futuro.