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Ricevuto oggi — 19 Gennaio 2026

Nonostante la cancellazione mediatica, la Flotilla sarà ricordata come la sola stella che ha brillato in questi anni neri

19 Gennaio 2026 ore 07:47

di Rosamaria Fumarola

La damnatio memoriae era il progressivo processo di cancellazione di un imperatore, delle sue gesta, di tutti i segni tangibili che aveva lasciato e della creazione di una narrazione propagandistica dei fatti che riguardavano anche il potere subentrante. La damnatio memoriae neroniana ad esempio ci ha restituito un princeps folle ed egoista, che aveva ucciso sua madre Agrippina e sua moglie e che aveva distrutto Roma con un incendio, per acquisire i territori necessari alla costruzione della sfarzosa oltre ogni limite Domus Aurea.

Certo il matricidio ora come allora appare a chiunque un delitto che la morale e l’istinto avvertono come inaccettabile e Nerone è provato che di questo delitto si sia macchiato, ma è altrettanto provato che non fu il responsabile dell’incendio di Roma e che anzi offrì rifugio a migliaia di romani che cercavano riparo dalle fiamme.

La ricostruzione della città fu fatta poi rispettando una serie di misure che l’avrebbero resa da allora in poi meno vulnerabile agli incendi, seguendo appunto le direttive dello stesso Nerone. Le riforme da lui promosse non andavano incontro ai desiderata dell’aristocrazia senatoria, ma sembravano animate da una spiccata sensibilità verso i ceti inferiori e, last but not least, Nerone non amava le campagne militari e non fu attivo nel promuovere le conquiste di nuovi territori.

Si ritiene che queste ragioni abbiano portato alla necessità di sostituirlo con una figura diversa, che incontrasse gli interessi degli altri centri di potere della romanità. Nerone andava spazzato via da Roma e dalla sua storia. Tutte le volte in cui questo accade è dunque un esercizio non fuori luogo quello di domandarsi quali siano davvero le ragioni che sottostanno ad una narrazione tanto radicale.

Fare in modo che di qualcosa o qualcuno non si parli più è infatti anch’esso una sottrazione di potere ed è quanto di recente sta accadendo con il fenomeno Sumud Flotilla. Piaccia o meno la Flotilla ha catalizzato il dissenso mondiale riguardo il genocidio dei gazawi, dimostrando che la tolleranza del sopruso può trovare un limite anche nelle masse meno radicali. Il potere ha dovuto fare i conti con una reazione imprevedibile e perciò pericolosa e ha fatto un passo indietro.

Si obietterà che la farsa della pace voluta da Trump ha solo spento i riflettori su un massacro che continua lontano dal clamore dei media. Le parole del presidente americano alla Knesset in sostegno di Netanyahu e il racconto di come gli avesse procurato tutte le armi più avanzate per sterminare i palestinesi nemmeno si sforzavano infatti di fingere equilibrio tra le parti in causa.

Ciò che ha portato ad evitare un’ulteriore escalation nella carneficina a Gaza è stato il movimento che ha visto nella Sumud Flotilla la possibilità di una differenza, del recupero di un interesse verso le sorti di chi non può che subire, disumanizzato e ridotto a cosa nel rispetto pedissequo di un protocollo di sterminio nazista.

Un attimo dopo l’avvio delle trattative di pace a Gaza della Flotilla però non si è più parlato: non doveva raccontarsi la storia di poche centinaia di uomini e donne che hanno osato sfidare il potere nella sua più cinica e abietta bestialità. Non doveva diffondersi l’idea che dire no è sempre possibile e che in questi tempi svuotati di ciò che in un essere umano vale davvero, la differenza non la fanno i social o gli influencer, tutti genuflessi al monocorde mercato che insegue se stesso.

La propaganda che vuole spegnere il pericoloso fuoco acceso dalla Flotilla, in questi giorni, dileggia i suoi sostenitori e provocatoriamente li invita a protestare per quanto accade in Iran. È un modo per screditare tutti coloro che hanno agito in risposta ad un moto interiore impossibile da trattenere, per lasciar credere che si sia trattato solo di un’armata Brancaleone destinata all’oblio e forse al ridicolo. La Flotilla sarà invece ricordata come la sola stella luminosa che ha voluto brillare in questi anni neri.

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Ricevuto prima di ieri

I molteplici volti della repressione. Sanzioni per sciopero e ispezioni scolastiche

15 Gennaio 2026 ore 08:00

Alla fine dell’anno è scattata l’immancabile repressione contro l’autunno caldo 2025, quel momento di particolare intensità raggiunto dalle lotte in solidarietà alla Flotilla, dalle proteste contro il genocidio a Gaza, contro le politiche di riarmo e l’economia di guerra. Una repressione che si è manifestata in vari modi, alcuni più eclatanti, come l’operazione scattata a Genova, altri rimasti più in ombra, ma non per questo meno significativi. A fine dicembre infatti sono arrivate le multe ai sindacati che il 3 ottobre avevano proclamato lo sciopero generale senza rispettare il preavviso minimo dei dieci giorni previsto dalle normative antisciopero. Una sanzione esclusivamente economica, concretizzatasi in una serie di multe fino a 20.000 euro, ma soprattutto un’azione repressiva di considerevole gravità.

Lo sciopero del 3 ottobre era stato indetto nella serata del 1° ottobre da Usb, Cub, Sgb, Cobas, Cib Unicobas, Cobas Sardegna e Cgil. Il mancato rispetto del preavviso previsto dalla legge 146 del 1990 era motivato dalla particolare recrudescenza della situazione politica e umanitaria a Gaza che si aveva in quei giorni e dal blocco e sequestro della Flotilla, avvenuto proprio il 1° ottobre; condizioni che per i sindacati proclamanti richiamavano la deroga prevista sempre dalla medesima legge per situazioni di particolare gravità. Nonostante la Commissione di Garanzia avesse emesso immediata indicazione di revoca, dichiarandolo illegittimo, lo sciopero è stato mantenuto, ottenendo adesioni come non se ne vedevano da anni, accompagnate, in molti luoghi, da pratiche di significativa radicalità concretizzatesi in blocchi di porti, ferrovie, snodi stradali e attività produttive. Nel periodo immediatamente successivo la Commissione di Garanzia ha aperto la procedura di infrazione e disposto gli accertamenti patrimoniali nei confronti delle organizzazioni sindacali. L’esito sanzionatorio era scontato, ma la formulazione della delibera, emessa il 18 dicembre, è stata l’occasione per esplicitare una presa di posizione politicamente marcata da parte dell’organo istituzionale.

Completamente disconosciute le motivazioni formali addotte dai sindacati, che sostanzialmente sottolineavano la gravità di un’aggressione armata da parte di Israele in acque internazionali contro imbarcazioni civili, 18 delle quali battenti bandiera italiana; la necessità di tutelare la sicurezza di lavoratrici e lavoratori imbarcati; la necessità di rendere disponibile per lavoratrici e lavoratori italiani lo strumento dello sciopero immediato quale mezzo per esprimere tempestivamente dissenso nei confronti dell’aggressione israeliana e del governo italiano che non intraprendeva nessuna azione a tutela dei cittadini italiani imbarcati, con grave pregiudizio delle fondamentali tutele costituzionali.

Messo da parte tutto questo, la Commissione di Garanzia ha ribadito che mancavano i requisiti di deroga al preavviso di sciopero. Non vi era infatti alcuna esigenza di difesa dell’ordine costituzionale, in quanto ciò – a parere del Garante – può configurarsi solo in caso di concreto attacco fisico, lesivo non tanto della Costituzione, che essendo semplicemente un “bene giuridico”, cioè un documento, non può subire attacchi fisici, quanto dello Stato e dei suoi gangli vitali.

Si diano pace quindi tutti gli accaniti difensori della Costituzione, perché la Commissione ha chiarito ciò che qualcuno di noi già sospettava da tempo, cioè che la Costituzione non conta nulla, conta lo Stato, contano i suoi apparati, contano le persone fisiche che rivestono alte cariche istituzionali.

Interessante anche la motivazione con cui la Commissione ha deciso di multare i sindacati per lo sciopero del 3 ottobre, diversamente da quanto fu fatto in occasione degli scioperi per l’inizio della guerra nel Golfo (1991) e contro la partecipazione attiva dell’Italia alla guerra in Jugoslavia (2000). Anche allora si trattò di scioperi indetti senza preavviso e perciò dichiarati illegittimi, ma, a differenza del 3 ottobre 2025, all’epoca non furono emesse sanzioni perché “azioni di lotta in difesa della pace sono nella tradizione storica dei sindacati”. Voler instaurare questa differenza tra lo sciopero del 3 ottobre e i precedenti è un preciso atto politico, funzionale ad esprimere una condanna – che pretenderebbe di essere esemplare – nei confronti di uno sciopero di denuncia aperta del genocidio operato da Israele e delle politiche guerrafondaie e conniventi del governo italiano. La Commissione, organo apparentemente tecnico, si mostra per quello che è, emanazione diretta delle politiche governative.

Un’altra iniziativa repressiva di cui non si è parlato molto è stata messa in atto a dicembre 2025, in questo caso specificamente rivolta al settore scuola. Nello sciopero del 3 ottobre, così come in quello precedente del 22 settembre, il comparto scuola si è distinto per alta partecipazione, evidenziando una sensibilità marcata attorno alle tematiche della guerra e della situazione palestinese in particolare. Una vitalità del settore che non è certo sfuggita. L’annullamento del corso di formazione organizzato il 4 novembre dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole, come pure l’insistenza sul settore scuola e università dei vari disegni di legge che equiparano antisionismo e antisemitismo [vedi altro articolo a pag. 5] non sono davvero casuali. Ecco dunque che a metà dicembre sono scattate ispezioni verso alcuni istituti scolastici che avevano attivato un collegamento webinar con Francesca Albanese per attività didattiche di approfondimento sulla questione palestinese. L’operazione è stata disposta in seguito a segnalazioni di esponenti della destra che hanno sollecitato l’intervento del ministro Valditara, ottenendone pronta e immediata risposta, annunciata seduta stante durante la kermesse Atreju di Fratelli d’Italia.

L’intervento ispettivo trovava motivazione formale nel mancato rispetto di una nota ministeriale del 7 novembre, rinforzata da una successiva nota del 12 dicembre, in cui si prescriveva di osservare il criterio del contraddittorio in attività scolastiche riguardanti trattazione di problematiche sociali. Le iniziative intraprese da alcune scuole interloquendo con Francesca Albanese in sostanza violavano la disposizione, in quanto la tematica sarebbe stata affrontata orientando ideologicamente e a senso unico gli studenti. Da qui le ispezioni e gli interrogatori a cui sono stati sottoposte le docenti coinvolte.

Aldilà della gravità delle ispezioni, che rappresentano un pesante attacco alla libertà di insegnamento e di apprendimento, ma che sono comunque un episodio, in ogni caso repressivo; aldilà di condividere o meno, come metodo didattico, il ricorso alla figura dell’esperto autorevole e titolato per affrontare questioni che fanno parte del campo dell’esperienza sociale e politica diffusa; aldilà di tutto questo c’è la gravità inaudita e il vasto portato repressivo di quelle note ministeriali, che chiaramente non si limitano al caso in questione e permangono oltre il fatto; ne è un esempio la scuola di Bologna in cui il dirigente scolastico, osservando la nota ministeriale, ha annullato l’incontro con due obiettori dell’esercito israeliano perché sarebbe mancato il contraddittorio.

Censura, ingerenza nella didattica, intimidazione, abusi di potere: di questo si tratta. Imporre il contraddittorio è aberrante. Ci sono questioni su cui non si discute, su cui non è ammissibile né tollerabile ascoltare “l’altra campana” o aprire all’assurda pratica anglosassone del “debate”. Questioni che anche nella scuola – con tutti i sui limiti istituzionali, gerarchici e classisti – hanno rappresentato punti fermi, almeno programmaticamente. L’antifascismo, l’antirazzismo, il contrasto delle discriminazioni, sia pure in salsa moderata e convenzionale, non sono mai stati messi in discussione, almeno sulla carta, ma la carta conta, è un vincolo e fornisce tutela. Non è un caso se un’altra carta ora pretende di dare disposizioni diverse, mascherando con l’esigenza di “garantire il pluralismo e l’educazione alla complessità” la volontà di legittimare politicamente i fautori dell’odio, della violenza, della sopraffazione. Il fascismo di chi ci governa ha anche questa faccia. Opporci a tutto questo è indispensabile e urgente.

Patrizia Nesti

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SALVINI, TAJANI, VALDITARA A LIVORNO

7 Ottobre 2025 ore 12:02
SALVINI, TAJANI, VALDITARA A LIVORNO: BASTA COMPLICITÀ CON LO STATO GENOCIDA DI ISRAELE CONTRO IL GOVERNO CHE VIETA IL DISSENSO CONTRO IL RIARMO CONTRO LA GUERRA 7 OTTOBRE DALLE ORE 13 DI FRONTE HOTEL PALAZZO Oggi martedì 7 ottobre i ministri Tajani, Salvini, Valditara, Calderoli, Giorgetti e Locatelli sono a Livorno. Alle 15 nelle all’Hotel […]
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