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Ricevuto oggi — 19 Gennaio 2026

Il progetto di vita? Né obbligo né pretesa, ma motore di coesione sociale

19 Gennaio 2026 ore 08:00

I servizi diurni restano un modello valido – anche alla luce della riforma in atto – per rispondere a crescenti desideri e necessità di autodeterminazione delle persone con disabilità? Come si può lavorare di più e meglio a un cambiamento di prospettiva capace di riconoscere, a tutti i livelli, il diritto delle persone con disabilità, anche complesse, a vivere un ruolo adulto, generativo e attivo nella comunità? Sono questi i focus di una ricerca nazionale che ha impegnato nel 2024 e nel 2025 il gruppo di lavoro Sociabili di Legacoopsociali in una ricognizione che ha coinvolto 43 cooperative e circa 180 servizi diurni per persone con disabilità. Sono stati interessati nel complesso oltre 23mila operatori, in 11 regioni, prevalentemente del Nord e del Centro Italia.

Guido Bodda, psicologo ed educatore, presidente della cooperativa piemontese Il Sogno di una Cosa, ha coordinato la ricerca insieme a Luca Pazzaglia della cooperativa marchigiana Labirinto e oggi ne traccia per VITA i risultati. Ciò che emerge, in primo luogo, è che i centri diurni, nelle loro varie tipologie e forme, restano un modello valido, ma oggi che l’intreccio tra servizi e territorio rappresenta la chiave di volta dei modelli più innovativi in tema di disabilità e autonomia ed è la strada da percorrere per il futuro.

Non basta più garantire servizi. È indispensabile riconoscere una cittadinanza piena delle persone con disabilità, il loro ruolo sociale, capace di generare un cambiamento nel modo in cui si pensa alla stessa inclusione

Guido Bodda, presidente cooperativa Il Sogno di una Cosa

«L’indagine ci conferma che non basta più garantire servizi» sottolinea Bodda. «È indispensabile riconoscere una cittadinanza piena delle persone con disabilità, il loro ruolo sociale, capace di generare un cambiamento nel modo in cui si pensa alla stessa inclusione e, soprattutto, al progetto di vita. Non ci deve essere né un “per favore fammi entrare” ma nemmeno un “pretendo questo progetto di vita per mio figlio”, che è una stortura che si può generare dall’errata interpretazione della riforma. Inoltre, domandiamoci come arrivare anche a coloro che non “bussano” ai servizi. Nel lavoro compiuto, guardiamo alla possibilità di servizi diurni universalistici, sostenibili ed efficaci, tre aspetti chiave per l’effettiva e duratura attuazione di un progetto di vita».

Guido Bodda, psicologo ed educatore
Guido Bodda, psicologo ed educatore

Con questo fine, Bodda rimarca la necessità di superare l’idea del progetto di vita come un obbligo da perseguire. Chiama in causa, invece, un vero e proprio percorso evolutivo, che può esistere solo se sostenuto da una filiera di servizi capace di accompagnare la persona nel tempo: «Dico sempre che dobbiamo portare la comunità nei servizi ma anche i servizi nella comunità. Lo so, è difficile, ma è anche possibile e necessario», afferma l’educatore.

L’indagine e le buone pratiche

L’indagine, che nel 2026 sarà oggetto di una pubblicazione, ha inteso analizzare lo stato attuale ma anche offrire spunti e riflessioni sulle trasformazioni in atto, nella volontà di condividere i risultati con le istituzioni competenti, in particolare il ministero per le Disabilità e l’Osservatorio Nazionale, al fine di far emergere l’impatto sociale e innovativo dei servizi e delineare linee guida utili per il loro sviluppo futuro. I risultati sono anche occasione per favorire la diffusione delle buone pratiche registrate.

Aprire i centri diurni al territorio significa permettere alla comunità di riconoscere la persona con disabilità come risorsa, non come soggetto da assistere e costruire contesti in cui la partecipazione non è un’attività riempitiva, ma un ruolo sociale riconosciuto

Sebbene non sia ancora una modalità diffusa in maniera estesa, nei servizi diurni il lavoro per filiere territoriali sta diventando sempre più centrale. «Aprire i centri diurni al territorio significa permettere alla comunità di riconoscere la persona con disabilità come risorsa, non come soggetto da assistere e costruire contesti in cui la partecipazione non è un’attività riempitiva, ma un ruolo sociale riconosciuto» evidenzia Bodda. Tre sono i punti che l’indagine condotta mette in luce come fondamentali per il futuro. Il primo riguarda la natura stessa dei servizi diurni, che non possono essere una risposta onnicomprensiva: devono invece articolarsi in forme flessibili, capaci di adattarsi ai bisogni e ai desideri delle persone, e soprattutto essere fortemente connessi con il territorio. Il secondo punto riguarda l’autodeterminazione: i servizi diurni devono favorirla non solo all’interno delle loro strutture, ma anche fuori, sostenendo scelte e possibilità di sperimentazione. Il terzo punto è forse il più radicale: l’inclusione non coincide con il “fare qualcosa”, ma un’attività ha senso solo se orientata a un ruolo sociale riconosciuto, se permette alla persona di essere parte di una trama di relazioni e significati condivisi.

Attività in biblioteca con gli utenti di un centro diurno

Tra le cooperative coinvolte nell’indagine si rileva un grande sforzo in tal senso, con attività che prevedono il coinvolgimento e la collaborazione di associazioni, mondo profit, realtà culturali. Spesso si propongono con iniziative e progetti di “impegno civico” nel territorio di appartenenza. Gestione e pulizia di giardini pubblici, collaborazione per l’apertura di biblioteche e distribuzione di cibo, per l’organizzazione di eventi sportivi, progetti culturali e di sensibilizzazione con le scuole: sono alcune delle attività proposte dalle cooperative interpellate, che guardano concretamente alle persone con disabilità e ai servizi stessi come risorsa per il territorio.

L’obiettivo è sempre lo stesso: dare visibilità alle persone e al gruppo, superare la logica del centro diurno chiuso e creare contesti che amplificano i ruoli sociali delle persone con disabilità

«Una modalità che realizza un progetto di vita più autentico e crea anche coesione sociale», insiste Bodda. «Diversi servizi diurni scelgono di uscire dalle proprie sedi per entrare nelle scuole del territorio, con laboratori espressivi e attività condivise. L’obiettivo è sempre lo stesso: dare visibilità alle persone e al gruppo, superare la logica del centro diurno chiuso e creare contesti che amplificano i ruoli sociali delle persone con disabilità. Un laboratorio svolto in una scuola non è solo un’attività: diventa un’occasione di incontro, riconoscimento reciproco, costruzione di legami generativi».

Attività nelle scuole

La ricerca offre anche dati sul quadro attuale servizi diurni. Prevalgono quelli con utenza mista, subito dopo ci sono quelli per persone con disabilità grave e gravissima, che risultano essere anche i servizi con la percentuale di posti occupati più alta, pari all’85%. In circa la metà dei servizi diurni, di tutte le tipologie, è presente una lista di attesa. Nella maggioranza dei servizi la riunione di équipe viene realizzata a cadenza settimanale, ma resta un 16% in cui è mensile. Le cooperative interpellate contano un totale di 16.079 soci, che rappresentano il 68% del personale complessivo impegnato nelle attività.

Le criticità

Accanto agli elementi di innovazione, la ricerca mette in luce anche le criticità. Tra le più rilevanti c’è il bisogno urgente di riconoscimento degli stessi operatori. «È un tema spesso sottovalutato ma che emerge con forza», conclude lo psicologo, attivo sin dalla sua nascita anche all’interno della Rete Immaginabili Risorse, un network nazionale per la creazione di valore sociale per le persone con disabilità. «Gli operatori trovano senso e motivazione nel loro lavoro soprattutto quando possono agire all’interno di una filiera, quando non sono isolati e stretti nel loro ambiente, ma si sentono parte di un progetto più ampio. La rete territoriale, in questo caso, non è solo uno strumento di realizzazione per le persone con disabilità, ma anche motivazione per il benessere e la professionalità di chi lavora nei centri diurni».

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Ricevuto prima di ieri

Caregiver familiare: lo Stato non deleghi la cura, in cambio di un sussidio

17 Gennaio 2026 ore 21:44

Ventisette anni: questo è l’arco di tempo per cui Marco Espa è stato caregiver. Lo è stato giorno e notte, per sua figlia Chiara. È presidente nazionale dell’Associazione Bambini Cerebrolesi – ABC Italia) e insieme a Francesca Palmas ha scritto il libro Progetto di Vita (Erickson). Dal gennaio 2024, ha fatto parte del Tavolo interministeriale tecnico per la legge nazionale sui caregiver familiari costituito della ministra Alessandra Locatelli e della viceministra del Lavoro Maria Teresa Bellucci: a partire da quei lavori – durati un anno intero – gli uffici ministeriali hanno poi predisposto il ddl appena approvato dal Consiglio dei Ministri. 

Che ne pensa del ddl presentato dalla ministra Locatelli?

È un passo importante, perché finalmente lo Stato riconosce che il tema dei caregiver non è un fatto privato e che esiste e va affrontato. È anche cosa buona e giusta partire dai caregiver conviventi: sono quelli che sostengono il carico più alto, spesso 24 ore su 24, e che rinunciano al lavoro e alla propria vita per evitare l’istituzionalizzazione dei loro cari. La scelta fatta dalla ministra Locatelli – partire dai caregiver conviventi, in un quadro di risorse limitate – è sicuramente una scelta difficile, ma è strategicamente importante e noi come ABC la sosteniamo. Tuttavia, questo criterio viene di fatto mortificato dall’introduzione di un limite Isee troppo basso, a 15mila euro: così facendo si escludono decine di migliaia di caregiver che vivono la stessa identica condizione di cura. È una contraddizione evidente: si individua correttamente la priorità, ma poi la si svuota con un criterio economico che non ha nulla a che vedere con la non autosufficienza. Il ddl ora inizierà il suo iter in Parlamento e dovremo lavoreremo insieme alle istituzioni e a tutti i vari stakeholder per migliorarlo. 

Finalmente lo Stato riconosce che il tema dei caregiver non è un fatto privato, che esiste e va affrontato. È anche cosa buona e giusta partire dai caregiver conviventi: sono quelli che sostengono il carico più alto

Marco Espa, presidente ABC

Intende dire che lo Stato dovrebbe dare un sostegno ai caregiver indipendentemente dalla soglia Isee?

La non autosufficienza non è una condizione di povertà, è una condizione di vita. Legare il riconoscimento del caregiver al reddito significa trasformare una politica di inclusione in una misura assistenziale selettiva. Questo approccio taglia fuori decine di migliaia di caregiver conviventi che continuano a sostenere da soli un carico enorme, senza alcuna tutela. Lo Stato a parole sta dicendo ai caregiver conviventi “vi riconosco, partiamo da voi” e poi però introducendo un Isee così basso, di fatto fa un’altra cosa. Ma chi ha esperienza nel settore, come noi, sa come rendere inclusiva una politica pubblica, anche con lo strumento dell’Isee graduato a seconda del reddito, senza però tagliare fuori nessuno. Non avendo mai ricevuto il testo, però, non siamo potuti intervenire a correzione. 

Marco Espa con la figlia Chiara

C’è chi sostiene che tutti i caregiver dovrebbero avere lo stesso trattamento, a prescindere dall’essere conviventi o meno. In questo modo, infatti, si tagliano fuori – per esempio – i figli di anziani non autosufficienti, che sono caregiver ma tipicamente non convivono con i propri genitori. È una strada praticabile?

Ci sono situazioni che vanno sostenute, come quelle di chi si prende cura per un grande numero di ore quotidiane pur non essendo convivente. Non solo figli e genitori ma anche reti amicali di vicinanza. L’importante è farsi carico. Certo non possiamo pensare equivalente questa situazione a chi decide per tanti motivi di istituzionalizzare una persona 200 km di distanza. Al Tavolo ho sentito ragionamenti contorti e di fantasia di chi sosteneva che il carico di chi istituzionalizzava i propri familiari era ben superiore a quello di coloro che ci convivevano. E poi, bisogna essere onesti: se volessimo garantire lo stesso trattamento a tutti i caregiver, conviventi e non conviventi, servirebbero almeno 40 miliardi di euro. Questa è una cifra impossibile per qualsiasi Governo e, aggiungo, nemmeno giusta. Le politiche pubbliche devono partire da chi sostiene il carico più alto. L’equità non consiste nel trattare tutti allo stesso modo, ma nel riconoscere le differenze reali.

Se volessimo garantire lo stesso trattamento a tutti i caregiver, conviventi e non conviventi, servirebbero almeno 40 miliardi di euro. L’equità non consiste nel trattare tutti allo stesso modo, ma nel riconoscere le differenze reali

Marco Espa, presidente ABC

Si parla spesso di dare uno “stipendio” per i caregiver. Perché siete contrari?

Perché sarebbe un errore strutturale. Dare uno stipendio ai caregiver significherebbe consentire allo Stato di lavarsene le mani, scaricando interamente sulle famiglie la responsabilità della cura. Nel contesto italiano questa scelta avrebbe un effetto devastante sulle donne, non possiamo nascondercelo: vorrebbe dire costringerle “agli arresti domiciliari”, senza aver commesso alcun reato. L’idea dello stipendio per il caregiver non è emancipazione, è al contrario una regressione culturale e sociale, che rischia di cristallizzare la segregazione domestica e l’isolamento. Noi non vogliamo sussidi che rinchiudano le persone in casa, vogliamo diritti che permettano di vivere, lavorare e partecipare alla società.

Di che cosa hanno bisogno, allora, i caregiver?

La vera battaglia è il diritto ai contributi figurativi, cioè alla pensione. Migliaia di caregiver hanno abbandonato il lavoro per anni, spesso per una vita intera e quindi rischiano di ritrovarsi senza alcuna tutela previdenziale. Questo è inaccettabile. I contributi figurativi non sono assistenza: sono una misura strutturale che riconosce il valore pubblico del lavoro di cura. Sia chiaro, capiamo e non siamo contrari a contributi come quelli previsti in bozza di legge, in attesa che partano i progetti di vita, ma devono essere provvisori: l’obiettivo deve essere anche per noi caregiver il progetto di vita. Ovviamente accanto al riconoscimento dei contributi figurativi.

L’idea dello stipendio per il caregiver non è emancipazione, è al contrario una regressione culturale e sociale, che rischia di cristallizzare la segregazione domestica e l’isolamento. La vera battaglia è il diritto ai contributi figurativi, cioè alla pensione

Marco Espa, presidente ABC

Che cosa c’entra con i caregiver il progetto di vita?

Ricordiamolo: questa è una legge che deve sostenere i caregiver, non delegare loro ulteriori compiti di cura in cambio di soldi. Prendersi cura di chi si prende cura, significa intervenire concretamente attraverso misure di sostegno adeguate alle persone con disabilità, per esempio attraverso i progetti di vita personalizzati, co-progettati, deistituzionalizzanti. Questo non solo permette realmente di alleggerire il naturale carico di assistenza richiesto a un familiare, ma al tempo stesso permettere alle persone di scegliere dove e come e con chi vivere. L’esperienza ci ha dimostrato che se le persone con disabilità sono realmente sostenuti, con progetti personalizzati e co-progettati, i caregivers sono addirittura in grado di riprendere le attività lavorative e in generale di migliorare la loro qualità di vita. Dunque, il reale riconoscimento della figura del caregiver non si deve limitare ad una misura risarcitoria, ma che ne valorizzi il ruolo. E va letta in combinato disposto con i progetti di vita dei loro cari con disabilità. Su questo punto, però, c’è una cosa che lo Stato e i suoi funzionari devono capire: non si fanno le riforme a costo zero o quasi. 

Sta parlando della riforma della disabilità?

Penso a chi ritiene che tutto sommato il progetto di vita sia la sommatoria di ciò che esiste già nei territori. Non è così. A mio giudizio le prestazioni “atipiche” – cioè quelle che ad oggi non rientrano nelle unità di offerta del territorio di riferimento – saranno probabilmente il 90% di ogni singolo progetto e non, come dicono invece molti osservatori, una quota residuale che riguarderà solo alcune situazioni particolari. La risposta a necessità “atipiche” nel progetto di vita non è un’evenienza eccezionale, ma dovrà essere la prassi ordinaria; è l’essenza stessa del nuovo modello. La legge prevede un fondo da 25 milioni l’anno per garantire queste “prestazioni atipiche”, ma aver previsto risorse così limitate equivale a trattare la personalizzazione come un elemento marginale, un’eccezione da concedere con il contagocce, anziché come il pilastro della legge. È un paradosso difficilmente sanabile: si crea uno strumento per l’innovazione, ma lo si dota di risorse che, di fatto, ne circoscrivono l’applicazione a un ruolo quasi simbolico, tradendo l’ispirazione originaria della norma. È per questa ragione che ci vogliono miliardi di euro per non far fallire la riforma della disabilità. 

L’obiettivo deve essere anche per noi caregiver il progetto di vita. Per questo servono miliardi: per i caregiver e per i progetti di vita

Marco Espa, presidente ABC

Ancora una volta, la questione delle risorse resta centrale. 

Sì, la questione delle risorse è determinante. IIl punto è che se le istituzioni non affrontano oggi il tema della non autosufficienza, tutto ricadrà sui conti dello Stato tra pochi anni, in altri modi, ma certamente con un impatto molto più pesante. Se ci fosse una classe politica lungimirante, si potrebbe costruire un sistema misto di finanziamento di tutto questo: una parte attraverso un fondo tipo l’Home Care, una parte con un contributo che viene dai redditi altissimi, una parte sugli extra-profitti delle banche, una parte con la fiscalità generale e una parte attraverso il Parlamento. Va detto chiaramente: qui a giocare un ruolo centrale è il Parlamento, non il Governo. Il Governo, di qualunque colore sia, difficilmente farà questo passo: serve invece una responsabilità parlamentare. Se si individuino due o tre temi che maggioranza e opposizione ritengono unitari, che diventano bipartisan nell’agenda parlamentare, argomenti di tutti… si può fare. Ma bisogna dirlo con chiarezza: servono miliardi, non milioni. I miliardi per i caregiver e i miliardi per il progetto di vita. Tecnicamente si può fare, ma come sempre serve la volontà politica.

VITA ha dedicato un magazine ai caregiver familiari, titolato La solitudine dei caregiver: se hai un abbonamento puoi scaricare subito qui la versione digitale oppure abbonati qui.

Qual è il modello di inclusione che ABC propone?

Io sostengo che l’inclusione sociale non sia un sussidio, ma un’infrastruttura pubblica. Serve un approccio centrato sulla persona, che coinvolga chi ha esperienza vissuta della disabilità e della cura. La co-progettazione e la partecipazione non sono slogan: sono strumenti indispensabili per evitare errori, intercettare i bisogni reali e costruire fiducia. Troppo spesso le politiche pubbliche vengono progettate senza ascoltare le persone che dovrebbero beneficiarne, ma così si finiscono per ignorare proprio le voci dei più vulnerabili.

Questo richiede anche un rafforzamento dei servizi sociali?

Certamente. Non basta scrivere buone leggi, se non si investe nel personale dei servizi sociali. Una strategia ambiziosa ma che poi non sia accompagnata dal rafforzamento dell’infrastruttura umana e operativa dei servizi di assistenza, inclusione e supporto… è destinata a fallire. Servono investimenti mirati nei servizi sociali, nella professionalizzazione, in condizioni di lavoro di qualità e nell’integrazione con sanità, istruzione e politiche del lavoro. In assenza di tutto questo, qualsiasi riforma rischia di restare pura retorica.

In sintesi, cosa serve oggi ai caregiver italiani?

Servono riconoscimento, contributi figurativi, diritto alla pensione e politiche strutturali sulla non autosufficienza. Non stipendi che permettano allo Stato di lavarsene le mani, non sussidi che rinchiudano le persone in casa. Ma un investimento pubblico serio, bipartisan, fondato su diritti, servizi e infrastrutture sociali. Perché l’inclusione non è un costo: oltre ad essere una responsabilità collettiva e una scelta di civiltà, è un investimento, riduce i costi assistenziali, come dimostrato dalle migliori esperienze pubbliche di deistituzionalizzazione in Italia, fa crescere l’occupazione e aumenta il gettito della fiscalità generale.

Nelle foto, alcune delle famiglie aderenti ad ABC, che nel 2024 ha avuto in gestione un bene confiscato alla mafia a San Teodoro (Olbia). Qui ha aperto la “Casa dell’indipendenza – Villa della legalità”. VITA lo ha raccontato qui.

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Cipidillo, il Grillo parlante che allena sguardi e coscienza alla disabilità

17 Gennaio 2026 ore 12:54

Cipidillo non nasce come mascotte. Nasce come coscienza.
All’inizio si chiamava il Grillo della Cpd, un riferimento esplicito e voluto al Grillo Parlante di Pinocchio: non il personaggio simpatico, ma quella voce che disturba, richiama alla responsabilità e dice la verità anche quando non conviene.

È una scelta voluta dal presidente storico Paolo Osiride Ferrero, con un’idea molto chiara: la Consulta per le persone in difficoltà Cpd doveva fare sulla disabilità ciò che spesso nessuno ha il coraggio di fare: dire le cose come stanno, senza zucchero, senza pietismo, senza bugie consolatorie. Con amministratori, cittadini, imprenditori. Con tutti.

Da grillo parlante a Cipidillo

Con il tempo, però, il nome “Grillo” ha iniziato a creare un equivoco non voluto, legato alla nascita di un movimento politico. Per evitare sovrapposizioni e fraintendimenti, il nome cambia. La funzione resta identica.

Nasce così Cipidillo. Un nome che gioca ma non è leggero: “dillo alla Cpd”, “lo dice la Cpd”. Perché Cipidillo serve anche a questo: dire quello che spesso si evita, comprese le denunce di diritti negati, di barriere ignorate, di inclusioni raccontate bene e praticate male.

Perché Cipidillo serve anche a questo: dire quello che spesso si evita, comprese le denunce di diritti negati, di barriere ignorate, di inclusioni raccontate bene e praticate male. Oggi Cipidillo si definisce per ciò che fa: è un personal trainer emotivo per superare l’imbarazzo sulla disabilità. Non allena i muscoli. Allena lo sguardo, il linguaggio, le reazioni automatiche.
Smonta due narrazioni tossiche che dominano da anni il racconto della disabilità: il pietismo e l’eroismo. Due facce della stessa bugia.

Normalizzare la disabilità, non il disabile

Cipidillo non prova a “normalizzare il disabile”.
Fa qualcosa di più onesto e più scomodo: normalizza la disabilità come fatto umano, parte della nostra storia personale e collettiva. Che lo vogliamo oppure no. E riguarda tutti. Anche solo per una cosa che facciamo finta di dimenticare: la vecchiaia.

L’empatia strumento che piace ai bambini

L’ironia è il suo strumento principale.
Il pupazzo crea empatia immediata, abbassa le difese, apre una porta.
Con i bambini serve a preservare ciò che hanno già: la mancanza di pregiudizi.
Con adolescenti e adulti cambia registro: ogni tanto arriva una manata finta, uno schiaffo ironico ma preciso sul perbenismo, sull’inclusione di facciata, sulle parole giuste usate per non cambiare nulla.

Cipidillo è diventato anche teatro. Lo spettacolo teatrale è stato realizzato dalla Fondazione Casa Teatro Ragazzi di Torino, con la regia di Silvano Antonelli, ed ha esordito durante il DisFestival 2025. L’obiettivo è farlo girare nei teatri d’Italia.

Prima ancora di essere una mascotte, Cipidillo è diventato un peluche.
Si può adottare tramite una donazione alla Cpd, sostenendo concretamente i progetti dell’associazione.

Cipidillo sui social: linguaggi diretti, ironia e contenuti virali. Cipidillo è presente sulle principali piattaforme social, con linguaggi e formati pensati soprattutto per adolescenti e giovani adulti: Instagram; TikTok; YouTube.

Qui Cipidillo non fa divulgazione rassicurante. Usa video brevi, ironici e immediati per allenare lo sguardo e togliere imbarazzo.

Cipidillo sui social

Tra i contenuti che hanno raggiunto il maggior numero di visualizzazioni ce ne sono alcuni diventati emblematici.

In uno dei video più visti, Cipidillo ricorda che la disabilità non riguarda “gli altri”. Basta poco: un incidente in auto o in moto, una caduta, la vecchiaia. In questo racconto la carrozzina smette di essere un oggetto lontano o temuto e diventa un’opportunità per continuare a vivere, in modo diverso ma possibile. Non il problema, ma parte della soluzione.

Un altro video molto condiviso prende di mira il pietismo che ancora domina molte narrazioni sulla disabilità. Con tono ironico e diretto, Cipidillo smonta il linguaggio zuccheroso che sembra empatia ma in realtà crea distanza e superiorità morale.

Più irriverente, ma altrettanto preciso, è il format delle recensioni scherzose: tra queste, quella sulla candela Ferragni, raccontata attraverso finte recensioni “firmate” da diverse tipologie di disabilità. Un modo ironico e pungente per mettere in discussione il marketing dell’inclusione e l’uso superficiale della diversità come elemento decorativo o di tendenza.

Questo è il Cipidillo digitale: scherzoso ma mai innocuo, ironico ma sempre sul pezzo.

Cipidillo entra anche nelle scuole con la Città dell’Agenda della Disabilità ed è testimonial in eventi pubblici e aziendali.

Il futuro di Cipidillo è farlo conoscere sempre di più in Italia e sviluppare una linea di prodotti per sostenere i progetti della Cpd. Perché sulla disabilità non serve sentirsi migliori.
Serve diventare più onesti.

In apertura un’immagine di Cipidillo con alcuni bambini – tutte le fotografie da ufficio stampa

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