CESENA (ITALPRESS) – “Alla luce della documentazione fornita dalla Dirigente scolastica dell’Istituto ‘V. Monti’ di Cesena circa le note decisioni assunte dal Consiglio di classe sulla condotta dei due studenti della scuola, si è ritenuto necessario avviare una verifica ispettiva considerando che il voto di comportamento assegnato pare afferire esclusivamente alla violazione di regole di condotta scolastica”. È quanto si legge in una nota del ministero dell’Istruzione e del Merito sulla vicenda dello striscione avente ad oggetto la scritta ‘l’Italia agli italiani’. “Si ritiene opportuno accertare se l’esposizione dello striscione avente ad oggetto la scritta ‘l’Italia agli italiani’ abbia in qualche modo condizionato l’oggetto dell’elaborato critico assegnato dal consiglio di classe. Pertanto, l’Usr per l’Emilia-Romagna ha oggi avviato un apposito accertamento ispettivo”, conclude la nota.
Ultime ore prima dell’avvio della Maturità. La tensione cresce per i 500mila studenti che da giovedì dovranno affrontare l’esame di Stato, ma qualche strategia per governare le emozioni e per arrivare sereni alla prova c’è: sapere come nutrirsi e come allenare il cervello. Abbiamo chiesto “aiuto” a due esperti: la dietista Elena Piovanelli e il neurologo MicheleGennuso, direttore del Dipartimento di riabilitazione neurologica della Fondazione Camplani nella casa di Cura Ancelle di Cremona, oltre che professore di Neurofisiologia del sistema nervoso presso l’Università degli Studi di Cremona.
Piovanelli lavora in questo settore da oltrevent’anni, tenendo diversi progetti di educazione alimentare nelle scuole. La dietista non ha dubbi: “Prima regola, una buonaidratazione. I prossimi giorni dovremo fare i conti con un’ondatadi calore con picchi che arriveranno oltre i trenta gradi. Se si beve poco il cervello va in sofferenza, la concentrazione viene meno. Considerando l’età bisognerebbe bere un paio di litri d’acqua al giorno. Frizzante o meno ma acqua”. Attenzione: no all’acqua fredda che potrebbe creare una congestione proprio a poche ore dall’esame.
Altro consiglio: “Non saltare i pasti. Spesso i ragazzi – sottolinea l’esperta – sballano il loro bioritmo, perdono l’abitudine di far colazione per poi cercare cibi ‘palatabili’. È necessario, invece, fare tre pasti al giorno oltre a due/tre spuntini”. Approvati lo yogurt, la frutta, una fetta di pane e prosciutto o cioccolato. Bocciati gli snacksalati perché per “smaltirli serve ancora più acqua”.
Terzo suggerimento: frutta a colazione. La dottoressa Piovanelli non vieta un cornetto o il caffè ma caldeggia meloni, albicocche,ciliegie, frutti di bosco perché contengono acqua, sali minerali, vitamine, anti ossidanti, zuccheri e fibre che contribuiscono al senso di sazietà. Ad andare a braccetto con quest’ultimo incoraggiamento c’è quello di valorizzare i piattifreddi: riso, pasta, cuscus. Infine, “vanno evitati gli alcolici”. Piovanelli sa che molti giovani bevono drink o birra ma consiglia di evitarli almeno in questo periodo: “L’alcool una volta ingerito nelle ore successive va smaltito. La sera non permette di riposare bene”.
Sulla stessa lunghezza d’onda è il neurologo Gennuso: “Una leggenda metropolitana dice che l’uso della cannabis possa contribuire all’apprendimento, ma in realtà le droghe aumentano la perdita delle funzionimnemoniche. Meglio evitarle, quindi”. Per Gennuso, comunque, la regola principe è “dormire bene. Non bisogna ritardare l’addormentamento stando davanti agli schermi perché i social in modo particolare attivano molto l’attenzione che è la porta d’ingresso della memoria”.
E l’ansia? “C’è, è necessaria perché stimola a trovare percorsi per apprendere ma non deve diventare patologica. Va assecondata ma vanno eliminati i pensieriintrusivi, catastrofici”. Insomma al bando i “ma andrà tutto male” o “non ce la farò”, così anche gli ansiolitici. Ad aiutare i ragazzi, invece, è lo “scandirela giornata – precisa il medico – andando a nuotare, a correre, staccando il cervello con pause e attività che creino gratificazione”. Così anche “studiare in maniera regolare senza la brama dell’imparare tutto all’ultimo minuto”.
“Grazia Deledda, gli ottant’anni della Repubblica e il linguaggio dell’odio”. A lanciare una terna secca nel toto tracce è Enrico Galiano, professore di italiano, storia e geografia alle scuole medie dell’istituto comprensivo di Chions, in provincia di Pordenone, ma anche scrittore, molto amato dagli adolescenti e dai docenti.
Il suo pronostico, pensato per ilFattoQuotidiano.it che lo ha raggiunto tra un viaggio e l’altro in treno, non è una profezia perché Galiano sa bene che il toto–tracce “è un grande sport nazionale in cui è molto difficilevincere”. Ma il suo occhio da insegnante, da appassionato della letteratura, da autore (l’ultimo suo libro è “Il cuore non va a dormire” edito da Einaudi) che guarda con attenzione alla cronaca con la capacità di avere uno sguardodivergente, lo ha portato a ipotizzare queste tre proposte.
Grazia Deledda, per la tipologia A ovvero l’analisi e l’interpretazione di un testo letterario italiano. “Deledda – ci spiega Galiano – perché nel 2026 cade il centenariodel Nobel: sarebbe una scelta giusta, anche simbolica. Una grande autrice italiana, spesso lasciata ai margini, che invece avrebbe moltissimo da dire ancora oggi sul destino, sulla libertà, sulle radici, sulla fatica di essere sé stessi dentro un mondo che ti ha già scritto addosso un ruolo”. La scrittrice sarda non è mai stata proposta come autore della prima prova ordinaria negli ultimi decenni. È comparsa solo in alcune prove supplettive ma si tratterebbe di una novitàassoluta. Sono in tanti ad averla citata nel “toto-tema” e anche l’IA ha puntato su di lei.
Per la tipologia B, ovvero l’analisi e la produzione di un testo argomentativo, Galiano va sul sicuro: “È molto credibile una traccia sugli 80 anni della Repubblica. Mi auguro però che non diventi una celebrazione da trombone e fascia tricolore, ma una riflessioneviva su che cosa significhi oggi essere cittadini: partecipare, scegliere, discutere, avere diritti e anche responsabilità. In un tempo in cui tutti parlano e pochi ascoltano, sarebbe una tracciamolto attuale”. Anche in questo caso si tratta di un tema suggerito anche dall’intelligenza artificiale e da molti docenti che in queste ore postano consigli sui social.
Novità assoluta, invece, la proposta di Galiano per la terza pista, ovvero la riflessione critica di carattere espositivo-argomentativo su tematiche di attualità: “Secondo me, riguarda il linguaggio dell’odio e la responsabilità delle parole perché oggi quest’ultime sembrano leggerissime: le scrivi, le posti, le lanci, e dopo un secondo sei già altrove. Però, intanto, quelle parole restano addosso a qualcuno. Feriscono, isolano, accendono rabbia, costruiscono muri. E allora sarebbe bello chiedere ai ragazzi proprio questo: che cosa facciamo, ogni giorno, con le parole che abbiamo in mano?”. Galiano conclude: “Poi naturalmente il ministero potrebbe tirare fuori tutt’altro ma se dovessi giocarmi tre fiches, le mettereiqui”.
C'è chi spera di trovare le tracce in anticipo sul web e chi pensa di poter usare smartphone, smartwatch o strumenti di intelligenza artificiale. Per contrastare la disinformazione riparte la campagna "Maturità al sicuro"
Di mestiere cerco di spiegare le cose che credo di sapere. Spesso per accorgermi che, mentre lo faccio, non le so pienamente neppure io. Questa tendenza risale a quando mi accorsi, da studente, di capire veramente poco delle lezioni che mi venivano inflitte. Tanto da sentirmi inadeguato allo studio. Poi mi accorsi che anche i miei compagni di scuola capivano poco, ma diligentemente ripetevano quel che avrebbero dovuto apprendere, senza averlo compreso.
Mi trovai allora d’accordo col Manzoni: il latinorum dell’Azzeccagarbugli è una forma di intimidazione dell’ascoltatore ignaro da parte di chi usa un linguaggio forbito e tecnico. L’ignaro si vergogna di non aver capito e quindi accetta la superiorità intellettuale di chi lo intimidisce. L’apice di questa pratica la ritroviamo in Amici Miei, con Ugo Tognazzi che “fa la supercazzola”, una pratica in cui era già stato maestro Ettore Petrolini.
La supercazzola è entrata nei dizionari ed è presente anche in Wikipedia. Cercandola per divertimento ho trovato anche il riferimento ad un mio antico articolo sul Secolo XIX dove introduco una parola derivata: la semisupercazzola. La supercazzola non significa niente. Mentre la semisupercazzola significa eccome, ed è analoga al latinorum, che usa il latino per intimidire, mentre la semisupercazzola usa il linguaggio tecnico. A lezione sfidavo gli studenti ad individuare le semisupercazzole: durante le lezioni introdurrò concetti che, secondo me, non sarete in grado di capire. Voi dovete capire di non star capendo e mi dovete interrompere, chiedendomi di chiarire.
Facevo le mie semisupercazzole e nessuno mi interrompeva: prendevano appunti scrivendo diligentemente quello che l’oracolo enunciava. Dopo un po’ mi fermavo e chiedevo: chi ha capito quello che ho detto cinque minuti fa? Siete in grado di spiegarmelo? Ci volevano settimane per spingerli a far domande. Alla domanda: ma quante volte siete stati esposti alle semisupercazzole? La risposta era invariabilmente: infinite volte. La scuola insegna a dare risposte, non a fare domande.
Basta pensare alla formula più famosa del mondo: E=mc². La troviamo sulle magliette, nei fumetti, tutti la riconoscono come una genialata. L’energia equivale alla massa moltiplicata per la velocità della luce al quadrato. Perché la velocità della luce? perché al quadrato? Un mio amico fisico mi ha detto: ma non è possibile… poi ha fatto l’esperimento e ha scoperto che nessuno la sa spiegare, a parte i fisici. Ha cercato di spiegarmela ma mi sono perso dopo pochi passaggi. Non ho le basi per capirlo. Come probabilmente lui non ha le basi per capire che non è vero che l’ontogenesi ricapitoli la filogenesi. Anche se in un quarto d’ora sono certo di riuscire a farglielo capire. Solo che sono in pochi ad accettare un quarto d’ora di spiegazioni.
Così, chi cerca di spiegare le scienze naturali di solito non usa la semisupercazzola, ma spesso si ferma a nozioni superficiali che generano meraviglia senza portare a consapevolezza, come ho spiegato mille volte nel dire che i copepodi sono gli animali più importanti per il funzionamento degli ecosistemi planetari. Spiegare i copepodi richiede tempo, e poi non sono scenografici come una balena o una barriera corallina. Così nessuno li conosce. Insomma, i naturalisti di solito raccontano storielle carine, arrendendosi alle banalità e dando la sensazione che le cose di cui si occupano siano di importanza marginale.
I rappresentanti di altre discipline usano linguaggi astrusi, enunciati con grande determinazione. Non sono supercazzole, sono semisupercazzole. E di solito promettono mirabilie. Dal progetto genoma che risolve tutti i problemi del mondo vivente, al bosone che finalmente ci dice che c’è una particella che dà la massa alle altre particelle: la particella di Dio. Nessuno capisce veramente gran che, ma sono in pochi a dire: io non ho capito, me lo spieghi meglio? Maurizio Crozza a prendere in giro prima Antonino Zichichi e poi Carlo Rovelli, senza però scalfire l’autorevolezza di questi divulgatori. Non parliamo dei filosofi. Ho comprato Labirinto Filosofico di Massimo Cacciari e mi sono perso dopo le prime pagine, a conferma di quanto sia azzeccato il titolo. Colpa mia, non sono sufficientemente ferrato in quella materia.
Ma se mi chiedono di spiegare a tutti la medusa immortale non mi metto a parlare di transdifferenziamento come se il concetto fosse noto a tutti: in presenza di stress subletali le cellule di Turritopsis si dedifferenziano e poi si ridifferenziano in altri tipi cellulari, invertendo l’ontogenesi per transdifferenziamento.
Quando la notizia della medusa immortale fece irruzione nei media fui persino intervistato in diretta da Emilio Fede che, bontà sua, mi diede un minuto e mezzo per spiegare la cosa nel TG4. Feci una semisemisupercazzola, inevitabilmente, lasciandolo nella convinzione che io sapessi come si fa l’elisir di lunga vita ma che non lo volessi rivelare. Ma né io né i miei colleghi arrivammo a vendere il segreto dell’immortalità, anche se avremmo potuto benissimo farlo. Dicendo che, con opportuni finanziamenti, tra 30 anni avremmo risolto il problema dell’invecchiamento. E, se fossimo rimasti in vita, dopo 30 anni avremmo detto che in 30 anni lo avremmo risolto, e non si morirà più. Dopotutto è quello che fanno quelli che ci promettono la fusione nucleare.
Alla gente piacciono le supercazzole e anche le semisupercazzole. Se cerchi di spiegare le cose in modo comprensibile e non fai promesse mirabolanti sei meno rispettato. Alla fine, anche nelle scienze, il marketing è importantissimo. Nessuno sa che strada faccia l’acqua per diventare plin plin, ma quell’acqua vende bene.
L’esame di Maturità rappresenta uno dei momenti più importanti nel percorso scolastico di ogni studente. Quest’anno, a partire dal 18 giugno, saranno oltre 500.000 i ragazzi italiani chiamati ad affrontare le prove finali delle scuole superiori. Tra loro non mancano volti già molto conosciuti dal pubblico: creator digitali, influencer, attori e cantanti che, nonostante gli impegni professionali, dovranno confrontarsi con temi, verifiche e colloqui come tutti i loro coetanei. La Maturità 2026 sarà particolarmente significativa perché inaugura il nuovo impianto dell’esame introdotto dal Ministero dell’Istruzione e del Merito. Per molti giovani personaggi del mondo dello spettacolo e dei social network, quindi, l’estate inizierà solo dopo aver superato quest’ultima importante sfida scolastica.
Tra i nomi più seguiti dai giovani c’è Fabio Ferrucci, content creator molto popolare su TikTok e Instagram, che ha scelto un percorso di studi a indirizzo turistico-sportivo. Accanto a lui c’è Giulia Bizzarri, influencer e autrice originaria di Frascati, che frequenta un istituto professionale alberghiero e che è riuscita negli anni a bilanciare studio, social e la passione per il pattinaggio. Non manca Rebecca Parziale, diventata famosa grazie al programma “Il Collegio” e oggi attiva come creator digitale, che sta per diplomarsi al Liceo delle Scienze Umane. Nello stesso contesto scolastico si muove anche Iris Vallarani, giovane protagonista del mondo TikTok, che segue un percorso di studi nello stesso indirizzo.
Il mondo dello spettacolo e della musica è rappresentato da Mimì Caruso, vincitrice di X Factor 2024, che ha frequentato un istituto professionale con indirizzo servizi culturali e dello spettacolo presso l’Enrico Falck di Sesto San Giovanni. Accanto a lei figura Michele Mazzoni, influencer e sportivo, impegnato in un istituto professionale a indirizzo commercio. Tra le giovani creator e influencer troviamo anche Angelica Dal Corso, che sta completando un percorso di studi nei Servizi per la sanità e l’assistenza sociale, mentre Andrea Arru, attore e modello già noto per diverse produzioni tra cinema e televisione, che come ultima esperienza televisiva ha partecipato a I Cesaroni, sta completando il suo percorso al Liceo scientifico sportivo. Federica Cangiano, altro ex volto de “Il Collegio”, sta invece concludendo il suo percorso al Liceo delle Scienze Umane.
Blanco, il ritorno a scuola tra musica e libri
Chiude il gruppo Blanco, uno dei cantanti più noti della scena musicale italiana, che ha deciso di tornare tra i banchi di scuola e completare il proprio percorso formativo proprio al Liceo delle Scienze Umane. Proprio pochi giorni fa, infatti, aveva pubblicato sui social un video in cui si mostrava mentre ripassava in vista dell’esame.
Il rito di passaggio per eccellenza prende il via davanti a un foglio protocollo bianco. Giovedì 18 giugno i maturandi si misureranno con sette tracce, suddivise in tre tipologie. Venerdì 19 la seconda prova
Secondo l'Osservatorio di Skuola.net, il 73% dei maturandi si prepara all'esame ascoltando le proprie canzoni preferite, affidandosi quasi totalmente allo streaming: ecco gli autori e i brani più gettonati
Ora manca davvero poco, quasi 48 ore alla prima prova di italiano. Le statistiche. Alla seconda prova Cicerone assegnato 17 volte, Seneca 16. Il "viaggio" dei temi dall'antico, agli sms e whatsapp
L’età in cui un bambino inizia ad andare a scuola può avere conseguenze per tutta la vita, dal successo scolastico e lavorativo alle relazioni sociali, alla salute. L’ingresso precoce ha vantaggi e svantaggi. La flessibilità del percorso aiuta a bilanciarli.
L’età in cui un bambino inizia ad andare a scuola può avere conseguenze per tutta la vita, dal successo scolastico e lavorativo alle relazioni sociali, alla salute. L’ingresso precoce ha vantaggi e svantaggi. La flessibilità del percorso aiuta a bilanciarli.
edgar Morin lo abbiamo citato tutti almeno una volta, magari anche senza saperlo. «È meglio una testa ben fatta che una testa ben piena», ripeteva instancabilmente, recuperando Montaigne. Che cosa significa esattamente quella frase? Può davvero racchiudere il lascito di Morin, morto il 29 maggio a 104 anni? O ci stiamo perdendo dei pezzi?
Morin è stato uno dei giganti della cultura e del pensiero, a livello mondiale. Filosofo, sociologo, antropologo e figura centrale della sinistra intellettuale francese, tra le sue opere più significative ci sono La sfida della complessità (1985), La testa ben fatta. Riforma dell’insegnamento e riforme del pensiero (1999) e Insegnare a vivere. Manifesto per cambiare l’educazione (2014). Il fulcro della sua epistemologia era il “pensiero della complessità” e spronava scuola e educatori a mettersi nella prospettiva di una conoscenza che superasse la separazione dei saperi.
«Quella riflessione sulla riforma dell’educazione, l’Unesco a Morin la chiese all’inizio del nuovo secolo: sono passati 25 anni e in Università siamo ancora ad insegnare come dovrebbe cambiare l’educazione. Il rammarico è questo», commenta Anna Lazzarini, professoressa ordinaria di Pedagogia generale e sociale all’Università di Bergamo e membro del CRiSiCo – Centro di Ricerca sui Sistemi Complessi.
Partiamo da quella frase celebre: quali indicazioni concrete dà alla scuola e all’educazione affermare che “è meglio una testa ben fatta che una testa ben piena”?
Ben fatta è quella testa in cui il sapere non è semplicemente accumulato, ma disposto secondo principi di selezione e di organizzazione che gli diano senso. L’organizzazione delle conoscenze comporta senza dubbio operazioni di separazione (selezione, esclusione, opposizione, differenziazione), ma anche di interconnessione (congiunzione, inclusione, implicazione). La conoscenza comporta nello stesso tempo, in un processo circolare, separazione e interconnessione, analisi e sintesi. Nella nostra civiltà, invece è prevalsa la “separazione”. Unificare ciò che è diviso, isolato, frammentato è una sfida educativa non più procrastinabile: la scuola deve perseguire l’integrazione reciproca fra i saperi e fra le esperienze per favorire una conoscenza all’altezza della complessità e della multidimensionalità degli oggetti da conoscere e dei problemi da affrontare oggi.
Unificare ciò che è diviso, isolato, frammentato è una sfida educativa non più procrastinabile: la scuola deve perseguire l’integrazione reciproca fra i saperi e fra le esperienze per favorire una conoscenza all’altezza della complessità e della multidimensionalità degli oggetti da conoscere e dei problemi da affrontare oggi
Una testa ben fatta va al di là del sapere parcellizzato, riconnettendo sapere umanistico e sapere scientifico, mettendo fine alla separazione fra le due culture e consentendo così di rispondere alle sfide poste dalla complessità dei problemi sociali, politici, economici, culturali, ambientali, tecnologici. Formare teste ben fatte allora significa stimolare e valorizzare costantemente la curiosità, l’amore per la scoperta e per l’investigazione, facoltà decisive per l’infanzia e l’adolescenza. La scuola deve orientare queste facoltà sui problemi fondamentali della nostra stessa condizione e del nostro tempo.
Anna Lazzarini, ordinaria di Pedagogia generale e sociale all’Università di Bergamo
Morin ci ha lasciato tante espressioni di successo – il tema della complessità, i sette saperi necessari per l’educazione del futuro, la comunità di destino – che evidentemente hanno colto tratti del nostro tempo, tant’è che ci sono diventate molto familiari, anche solo per sentito dire. Volendo andare un po’ più in profondità, per chi non conosce davvero il pensiero di Morin ma ha solo queste “etichette”, qual è la sua più grande eredità?
Credo che la lezione più preziosa di Edgar Morin sia quella epistemologica, che riguarda proprio la necessità di problematizzare la conoscenza, ossia di mettere in discussione il nostro modo di conoscere. La “conoscenza della conoscenza”, diceva, dovrebbe essere studiata a scuola: dovremmo avere consapevolezza dei limiti e delle possibilità della nostra conoscenza, della inevitabilità degli errori e anche della loro funzione euristica all’interno dei processi conoscitivi e di apprendimento. Oggi si è creato un preoccupante divario fra i problemi che dobbiamo affrontare nella nuova condizione planetaria e lo stato attuale delle conoscenze, nonché le modalità di organizzazione di queste conoscenze. Il nostro modo di pensare è infatti legato al paradigma della “semplificazione”: abbiamo pensato di risolvere e dissolvere la complessità del mondo con la semplificazione, per mezzo della scomposizione della realtà in unità elementari, dell’isolamento dell’oggetto dal suo contesto, della linearità causa-effetto.
I modi di pensare che utilizziamo per comprendere e trovare soluzioni ai problemi più gravi del nostro tempo costituiscono essi stessi uno dei problemi più gravi che abbiamo per le mani e che dobbiamo affrontare
Invece?
Invece i problemi globali sono multidimensionali, sistemici, trasversali, transnazionali. Se l’approccio conoscitivo prevalente consiste nel dividere, parcellizzare, isolare… più i problemi diventano multidimensionali e più è difficile affrontarli, per la difficoltà a comprenderli nella loro complessità, nella loro molteplicità di aspetti fra loro irriducibilmente intrecciati. Significa che i modi di pensare che utilizziamo per comprendere e trovare soluzioni ai problemi più gravi del nostro tempo costituiscono essi stessi uno dei problemi più gravi che abbiamo per le mani e che dobbiamo affrontare. L’ostacolo maggiore alla comprensione delle tante crisi dei nostri giorni non sta solo nella nostra ignoranza: si annida anche e soprattutto nella nostra modalità di conoscenza.
Che si può fare?
La grande sfida culturale dei nostri giorni è cominciare a colmare questo divario drammatico, rendendo il sapere più adeguato al contesto in cui esso dovrebbe portare benefici. La sfida diviene quella di delineare un nuovo paradigma che sappia formulare i problemi da affrontare come problemi complessi, cioè costituiti da una molteplicità di dimensioni irriducibilmente intrecciate fra loro. L’invito di Edgar Morin è dunque radicale e consiste nel cambiare il nostro sguardo sul mondo, innanzitutto problematizzando il modo in cui lo abbiamo conosciuto attraverso la nostra formazione disciplinare. La riforma di paradigma verso cui orientarsi dovrà vedere, dunque, il pensiero che connette prendere il posto del pensiero che separa.
La riforma di paradigma verso cui orientarsi dovrà vedere il pensiero che connette prendere il posto del pensiero che separa. La scuola oggi è chiamata al ruolo di protagonista in questa opera di riforma epocale
Che ruolo può avere la scuola in questo cambio di paradigma?
La scuola oggi è chiamata al ruolo di protagonista in questa opera di riforma epocale: l’urgenza vitale dei nostri giorni è quella di “educare all’era planetaria”, perché ogni individuo e ogni comunità si possa fare carico della condizione di “cittadinanza terrestre”. Per Morin è cruciale una triplice riforma: una riforma del nostro modo di conoscere, una riforma del nostro modo di pensare, una riforma del nostro modo di insegnare. Sono tre riforme interdipendenti.
Qual è la critica più radicale che Morin ha mosso al sistema educativo? Quella più sfidante, che a parole si fa finta di plaudire ma poi non si prova nemmeno a mettere in pratica, perché mette in discussione troppo del nostro comodo “si è sempre fatto così”?
La tradizione di pensiero che ha fino ad oggi continuato a ispirare la scuola è basata sul metodo che riduce il complesso al semplice, che separa ciò che è legato, che elimina tutto ciò che apporta disordine e contraddizione al processo di comprensione. La scuola e l’università ci insegnano a separare (gli oggetti dal loro ambiente, le discipline le une dalle altre), ma non – o molto raramente – a collegare, a interconnettere i saperi e gli approcci. Si continuano a disgiungere conoscenze che dovrebbero essere interconnesse. La separazione delle discipline ci rende incapaci di cogliere “ciò che è tessuto insieme”, vale a dire, secondo il significato originario del termine, il complesso. Ma oggi, dinanzi alla frammentazione dei saperi, allo sgretolamento delle stesse discipline in sotto-settori e micro-settori dagli orizzonti sempre più limitati, si moltiplicano gli ostacoli e gli impedimenti alla comunicazione fra cultori di discipline diverse, che impediscono a ciascuno di comprendere i problemi nella loro complessità. Gli oggetti di studio più complessi, sia in ambito scientifico sia in ambito umanistico, non possono che essere affrontati attraverso l’intreccio delle discipline e dei molteplici punti di vista. Naturalmente la padronanza dei metodi e dei linguaggi delle singole discipline è fondamentale, perché ci permette di avere una rete di riferimenti culturali solidi grazie ai quali affrontare un mondo complesso e in constante cambiamento. Tuttavia, è altrettanto importante la conoscenza del carattere evolutivo e storicamente determinato dei metodi e dei linguaggi, che ci deve condurre a mettere in relazione i saperi fra loro, e i saperi con gli scenari storici, sociali e politici. L’incontro con altre discipline, la pratica dell’interdisciplinarità e soprattutto della transdisciplinarità sono la strada maestra per individuare i problemi fondamentali e per pensarli nella loro reale articolazione, al di fuori di schematismi e riduzionismi che finiscono per pregiudicare la nostra capacità di comprensione e quindi di azione.
Le riflessioni pedagogiche in Morin dialogano con la concretezza della vita relazionale, con i concetti di interdipendenza, di responsabilità, di responsabilità nell’incertezza e di comunità di destino… Un intreccio forte con la dimensione politica.
La possibilità di questo dialogo sta nell’ispirazione profondamente e autenticamente politica del pensiero di Morin. “Umanizzare l’umano”, singolare e plurale, nella sua co-appartenenza alla Terra e indissolubilmente legato al suo destino: questo mi sembra il programma di vita e di pensiero che questa figura straordinaria di studioso, maestro, intellettuale e scrittore ci consegna. La politica è, in ultima analisi, il dispositivo di umanizzazione di cui possiamo disporre, quale capacità di reimmaginare gli ordini possibili della convivenza umana sulla Terra. Certo non qualunque politica, ma quella che Morin chiama “politica di civiltà” o “antropolitica”, per concepire e praticare la quale si rende necessaria la riforma del pensiero che, attraverso il “metodo” della complessità, provveda all’intreccio di conoscenze in grado di restituire l’immagine di un mondo costituito di interconnessioni e tessiture molteplici. Per Edgar Morin, solo una politica di civiltà si trova a rispondere del destino e del divenire dell’uomo nel mondo e del pianeta stesso nell’epoca globale.
“Umanizzare l’umano” mi sembra il programma di vita e di pensiero che questo straordinario maestro ci consegna. La politica è, in ultima analisi, il dispositivo di umanizzazione di cui possiamo disporre, quale capacità di reimmaginare gli ordini possibili della convivenza umana sulla Terra
Qual è la via?
È proprio in La Voie, la via, che il suo programma di umanizzazione si fa radicale. Di fronte alla possibilità dell’annientamento, la politica dell’uomo impone l’imperativo: cambiare via. Qui Morin delinea un affresco di riforme politiche, nel senso più autentico del termine, poiché attengono alla possibilità stessa della convivenza umana sulla Terra: sbarazzandosi dell’idea di sviluppo (e di progresso), mito dell’occidente, troppo invischiata nella logica tecno-economica, che pretende di misurare la qualità con la quantità; promuovendo un’economia plurale; valorizzando la creatività insita nelle diversità; proteggendo la biosfera; ricercando soluzioni alle policrisi in cui siamo caduti. Nei suoi ultimi libri delinea un quadro che chiarissimo: siamo legati da una comunità di destino planetaria, segnata da pericoli comuni prodotti da un aumento di potenza tecnologica e di interdipendenza, che minacciano la vita sulla Terra nel suo insieme. Nell’orizzonte di un umanesimo rigenerato, volto a sviluppare l’unità della diversità umana e la responsabilità di tutti i cittadini nei confronti della Terra-Patria, è necessario affermare il dovere della fraternità, che «deve diventare il cammino, il nostro cammino, quello dell’avventura umana». Con la fiducia nella capacità di agire, anche nel senso di cambiare via, di cambiare strada, nella possibilità di ricostruire lo spazio dell’essere insieme, entro forme nuove di convivialità, e anche nell’improbabilità creativa della storia, Edgar Morin ancora una volta ha tracciato il cammino.
In apertura, Edgar Morin durante i festeggiamenti per i suoi 100 anni al quartier generale dell’UNESCO a Parigi il 2 luglio 2021 (AP Photo/Michel Euler)
Si avvicinano le vacanze estive. E, come ogni anno, una domanda si affaccia nella testa dei genitori: a chi lasciare i bambini? In questi periodi, il dibattito si infiamma, tra chi vorrebbe che la scuola fosse aperta anche nei mesi più caldi e chi invece pensa che questo sia impossibile. Da qualche tempo c’è anche una petizione, lanciata da WeWorld insieme al duo di “Mammadimerda” per ripensare il calendario scolastico, in modo da renderlo più adeguato alle esigenze di famiglie e studenti. Dall’estate del Covid, il ministero ha il Piano Estate, con finanziamenti che permettono alle scuole di organizzare nei propri spazi delle attività extrascolastiche che siano gratuite per le famiglie. Alcuni territori stanno avviando delle sperimentazioni, come l’Emilia-Romagna, che quest’anno aprirà le porte delle scuole primarie il 31 agosto, su base volontaria. Altra cosa però è ripensare il calendario scolastico, avvicinandolo a quello degli altri Paesi europei, con più pause didattiche spalmate durante l’anno: una scelta che avrebbe motivazioni didattiche, non solo funzionali alla conciliazione famiglia-lavoro dei genitori. «Serve una risposta strutturale, che coinvolga il Terzo settore e la comunità educante» , dice Elena Muscarella, program officer per le scuole di WeWorld.
Da quali basi nasce la vostra proposta di revisione del calendario scolastico?
Il calendario scolastico italiano è ancora strutturato in base al modello di società di 100 anni fa, in cui il carico era prevalentemente sulle donne. E questo succede ancora: circa l’85% del lavoro non retribuito in Italia è legato alla cura, che è principalmente femminile. Il problema è che adesso la società è molto più complessa che a inizio ‘900: nella maggior parte delle famiglie entrambi i genitori lavorano. Spesso non ci sono più i nonni a tenere nipoti: si parla di generazione sandwich, quella con figli piccoli da badare e madri e padri anziani da accudire. Anche quando i nonni sono ancora giovani, di frequente abitano in altre città o addirittura in altri Paesi. Non tutti si possono permettere di fare tre mesi di ferie. Chi non può è lasciato a sé stesso, quando non ha la possibilità di pagare i centri estivi, che sono un costo rilevante per i bilanci familiari.
In Italia, però, il numero di giorni effettivi di scuola è maggiore rispetto ad altri Paesi. Adeguarsi al resto d’Europa, quindi, non significherebbe fare meno vacanze, ma distribuirle durante l’anno. Non sarebbe più difficile – soprattutto per il pubblico – organizzare alternative per periodi più brevi ma più diluiti, piuttosto che per tre mesi consecutivi?
Il punto è proprio questo. La soluzione non è fare più giorni di scuola, ma ripensare il calendario scolastico e il sistema educativo. Il nostro lavoro parte da un confronto e da una riflessione con le figure educative, coi docenti e i dirigenti. Quello che emerge è che un modello di scuola – parlo della primaria e della secondaria, perché per l’infanzia è diverso – in cui le lezioni sono interrotte da giugno a settembre con poche pause durante l’anno causa fatica agli studenti e non permette di sedimentare gli apprendimenti. Lo confermano anche gli studi. Noi non chiediamo che i bambini vadano a scuola durante l’estate per stare otto ore di fila sul banco, ma che ci sia una riprogettazione – insieme alla comunità educante – in modo che gli studenti possano usufruire di attività educative garantite dai servizi pubblici. Al momento, invece, il costo ricade sulle famiglie. C’è anche un tema di qualità.
In che senso?
Se me lo posso permettere iscrivo mio figlio a un centro estivo. Tendenzialmente ne cerco qualcuno che non sia a scuola, perché c’è anche un problema di infrastrutture non adeguate. Chi non si può permettere questa soluzione ha due scelte: o manda i bambini negli oratori, dove tendenzialmente vengono affidati ai pari e non ci sono proposte pedagogiche ed educative, oppure li lascia a se stessi, a casa, di fronte alla tv o allo smartphone, anche se avrebbero bisogno di socializzazione. Tengo moltissimo a sottolineare che fare questa richiesta per noi non significa che la scuola sia un parcheggio, ma vuol dire riconoscere che tre mesi senza attività significative hanno un impatto sugli apprendimenti.
Il punto rilevante, quindi, è chiedere allo Stato attività educative e ricreative, anche alternative alla scuola, per i bambini e i ragazzi nei periodi di sospensione della didattica, al di là di quando essi siano.
È anche un tema di responsabilità collettiva. C’è una questione che per noi è molto rilevante: non c’è mai abbastanza attenzione a bambini e ragazzi con bisogni educativi speciali, disabilità, neurodivergenze. Ci sono pochissimi centri estivi che hanno le competenze e le figure educative in grado di supportarli. Ogni persona vive in uno spettro di privilegi: da un lato c’è chi si può permettere di più, dall’altro chi è privato di alcuni diritti fondamentali. C’è un dibattito molto aperto con gli insegnanti e le famiglie rispetto a quale sarebbe la soluzione migliore. Forse questa soluzione migliore non c’è ancora, va costruita e progettata insieme. Ci sono Comuni che ci stanno lavorando, per esempio quello di Reggio-Emilia ha lanciato una mappatura e una ricerca sui bisogni educativi delle famiglie, per conoscerli e affrontarli. Stiamo vedendo una presa in carico di responsabilità di singoli attori comunali, per sopperire alle mancanze dello Stato, mettendo in campo modelli sperimentali e cercando di costruire proposte calate sulle specificità dei territori.
Da una parte ci viene chiesto di fare più figli, dall’altra c’è un sistema di welfare che non è solo assente, è stato depotenziato e privatizzato. Nel momento in cui per esercitare un mio diritto devo pagare, quello non è più un diritto, diventa un privilegio
Un altro tema che vi viene posto, infatti, è quello legato al clima e ai cambiamenti climatici, soprattutto nelle Regioni del Sud.
C’è un’intersezione di problematiche su cui bisogna riflettere e trovare risposte collettive, che in questo momento non ci sono. Quello che vediamo sui social, anche rispetto alla campagna che abbiamo fatto con il duo di “Mammadimerda”, è un sistema basato molto sul singolo: io riesco a organizzarmi, se tu non ce la fai è colpa tua. Invece, come dicevo, è proprio un tema di responsabilità collettiva. Da una parte ci viene chiesto di fare più figli, dall’altra c’è un sistema di welfare che non è solo assente, è stato depotenziato e privatizzato. Nel momento in cui per esercitare un mio diritto devo pagare, quello non è più un diritto, diventa un privilegio.
Al momento, come diceva, si stanno diffondendo varie sperimentazioni. Ha fatto notizia l’Emilia-Romagna, che aprirà le porte delle primarie, su base volontaria, dal 31 agosto. E in alcuni altri luoghi, come in un istituto comprensivo di Genova, stanno seguendo questo esempio. Sono però soluzioni singole. Non sarebbe importante che diventassero strutturali?
La sfida è proprio questa. Di fronte a un problema di tipo strutturale – perché non è una questione emergenziale il fatto che la società del 2026 sia diversa da quella dei primi del ‘900 – si danno delle risposte singole. Ci viene detto: «Ma c’è il Piano Estate del Ministero». Quel piano, però, mette sul piatto davvero poche risorse rispetto alla complessità dei nostri territori, senza considerare il fatto che non tutte le scuole, per esempio, hanno le competenze gestionali per lavorare con questi fondi. Nella nostra esperienza, quello che abbiamo visto è che gli istituti che riescono ad ottenere queste risorse sono quelli che hanno una segreteria che funziona e personale amministrativo che può gestire i progetti. In altre situazioni, per diverse motivazioni, non si riesce ad accedere ai finanziamenti. La nostra risposta è immaginare modelli di comunità educante strutturali, in cui sia coinvolto anche il Terzo settore.