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LA GUERRA PERDUTA

18 Dicembre 2023 ore 10:30

Quella che si sta combattendo in Medio Oriente, e che per via del delirio che si è impossessato delle classi dirigenti occidentali potrebbe ancora sfociare in una terribile guerra regionale-mondiale, è qualcosa che le leadership sioniste israeliane rifiutano di riconoscere come tale, e con loro l’intero occidente, che alla loro narrativa si abbevera.
Quello che Israele non sa né vuole capire, anzitutto perché ha una classe dirigente assolutamente mediocre, un mix di bigotti fanatici e grassi squali della politica, è che spezzettare la Storia, frammentarla in segmenti separati secondo il proprio comodo, non solo non serve realmente a frantumarla, ma impedisce di coglierne il senso, la direzione; misconoscere il passato inibisce la capacità di comprendere il futuro, di averne una visione.

Sin dalla fondazione dello stato di Israele – che, non va dimenticato, è uno specifico progetto del sionismo – la popolazione autoctona palestinese è sempre stata considerata esclusivamente come un problema [1], negandone in nuce l’umanità. Un problema perché possedeva la terra che loro bramavano, perché era troppo numerosa, perché non chinava abbastanza la testa. Da lì a considerarli apertamente animali il passo è stato più breve di quanto si creda.
Salvo rare, quanto lodevoli ma inascoltate eccezioni, le leadership israeliane sono sempre state vittime di questa distorsione prospettica, che li ha poi portate – appunto – ad una lettura della propria storia nazionale in cui gli arabi sono soltanto un ostacolo, bestie feroci che rendono difficile stabilire la pace nella terra promessa. Questa incapacità di guardare la storia anche dalla parte palestinese, ha fatto sì che non vedessero la Storia, ma solo una serie di incresciosi contrattempi.

Per Israele, il 7 ottobre 2023 è solo l’ultimo – questi maledetti animali, che non accettano la soma e invece di lavorare per noi ci aggrediscono! – e nella sua visione monca ad esso non può che seguire una punizione esemplare. Magari anche risolutiva.
Israele pensa ora di poter completare il lavoro iniziato nel 1948, e poi portato avanti nel 1967. Per ristabilire l’ordine naturale delle cose.
Per questo non riesce a comprendere due cose fondamentali: quella che si sta combattendo è una guerra di liberazione (come quella algerina, come quella indocinese, come quella sudafricana…), e quel 7 ottobre è la data che segna la svolta, dopo la quale nulla sarà mai più come prima.
Non importa quante bestie feroci uccidi, se dimentichi che sono fiere.

Le potenze coloniali diventano feroci, quando il loro dominio viene messo in discussione. Ed i popoli che si vogliono liberare pagano sempre un prezzo enorme. Gli algerini ebbero 2 milioni di morti, quasi un quinto della popolazione. I vietnamiti 3 milioni di morti. Ma alla fine i francesi dovettero andarsene.
Il dominio coloniale finisce quando la potenza dominante paga un prezzo che non riesce più a sostenere. Ed è questa la differenza. Per i dominanti, il prezzo massimo accettabile è molto basso, ma per i dominati, che lottano per la propria libertà e per quella delle generazioni future, sarà sempre molto più alto.
Liquidare la Resistenza palestinese come una questione di terrorismo – dimenticando tra l’altro di aver fondato Israele facendo larghissimo ricorso a questa pratica… – è ciò che impedirà agli israeliani di capire la Storia di cui fanno parte. E quindi di affrontarla.

Come diceva il non compianto Henry Kissinger, a proposito della guerra del Vietnam, “abbiamo combattuto una guerra militare; i nostri avversari ne hanno combattuto una politica. Abbiamo cercato il logoramento fisico; i nostri avversari miravano al nostro esaurimento psicologico. In questo modo abbiamo perso di vista una delle massime cardinali della guerra partigiana: la guerriglia vince se non perde. L’esercito convenzionale perde se non vince.” E l’IDF, non sta affatto vincendo. Non può vincere. La Resistenza non ha bisogno di infliggere al nemico una sconfitta militare tale che, in sé, ne determini il crollo. Non ha bisogno di vincerlo strategicamente sul campo di battaglia. È sufficiente che riesca a mantenere nel tempo la sua capacità di combattimento, che riesca ad infliggere delle sconfitte tattiche.
L’operazione al-Aqsa flood è l’equivalente palestinese di Dien Bien-Phu per i vietminh, dell’offensiva del Tet per i vietcong.

L’approccio storico-culturale con cui Israele affronta il conflitto, ancor prima che quello strategico e tattico, è il limite insormontabile per Tel Aviv. Ed è la causa da cui derivano gli errori che sta commettendo nella guerra. Non capisce che affrontare le formazioni della Resistenza come se fossero delle gang criminali non la porterà da nessuna parte. Non capisce che imporre domani l’amministrazione militare a Gaza è un enorme favore ad Hamas, che sarà sgravata dall’onere del governo e potrà concentrarsi nella lotta. Non capisce che l’ondata di attacchi militari in Cisgiordania, e l’ulteriore delegittimazione dell’ANP (che è il governo dei suoi ascari), sono un assist per Hamas, che vuole più di ogni cosa riunificare i fronti di Resistenza. Non capisce che minacciare continuamente i suoi vicini non farà che spingerli a saltarle addosso al primo momento di debolezza.
Non capisce che non è più il 1967 né il 1973, e che il suo nemico non sono gli eserciti giordano, siriano ed egiziano, ma un fronte di guerriglia esteso, capace di mettere in campo almeno altrettanti uomini di quanti ne può mobilitare Israele.

L’illusione di potenza, il disconoscimento dei cambiamenti che intervengono nel mondo intorno a noi, sono costante causa di sanguinose avventure. Paradigmatica, sotto questo profilo, è la storia dell’avventura ucraina. Benché sia stata lungamente studiata e preparata, si è – prevedibilmente, verrebbe da dire – risolta in un disastro. È vero che ha troncato, almeno per qualche decennio a venire, i proficui rapporti tra Europa e Russia, ma non solo non ha affatto indebolito quest’ultima, ma ne ha addirittura determinato il rafforzamento – e più in generale, proprio in termini geopolitici, ha prodotto la saldatura politica, economica e militare tra i principali nemici annoverati dagli USA: la Russia, la Cina, l’Iran e la Corea del Nord.
Una delle tante connessioni esistenti [2], infatti, tra la guerra in Ucraina e quella in Palestina, è che entrambe sono state affrontate dalle potenze occidentali con la convinzione di poterle quantomeno gestire, se non vincerle. E che invece hanno entrambe segnato un giro di boa, quel punto della Storia oltre il quale tutto cambia, per sempre.

Oltretutto, ed anche questo sembra incredibilmente sfuggire alla leadership israeliana, la strategia politico-militare adottata per fronteggiare la crisi innescata dall’attacco del 7 ottobre, rischia seriamente di minare alle fondamenta l’esistenza stessa dello stato di Israele in quanto stato ebraico.
Aver scelto infatti la via genocidaria, come strumento presuntamente risolutivo sia del terrorismo palestinese che della minaccia demografica araba, significa al tempo stesso aver portato all’estremo possibile la strategia millenaristica del sionismo. Al di là dell’ecatombe nucleare – che travolgerebbe Israele quanto e più che i suoi nemici – non c’è più un oltre possibile: il genocidio è il limite estremo raggiungibile. E quando si rivelerà inefficace (e ancora una volta, nessuno meglio degli ebrei dovrebbe sapere che non può essere diversamente), metterà in crisi l’idea fondativa di Israele, la sua ideologia nazionale.

Il sogno di una patria esclusiva, degli ebrei e solo per gli ebrei, così come l’illusione perpetrata per ottant’anni che tale sogno fosse effettivamente realizzabile, crollerà. Quando la società israeliana avrà sedimentato nella propria coscienza l’impossibilità materiale, concreta, di realizzarlo – perché i palestinesi non si arrenderanno mai, non smetteranno mai di essere di più, non accetteranno mai di vivere come bestie – allora tutto cambierà anche lì. Certo, non domani. Ci vorranno forse dieci anni (e saranno anni sanguinosi e dolorosi), ma sul medio periodo questo significherà la morte politica del progetto sionista. La liberazione della Palestina libererà dalle sue ossessioni anche Israele. La sua guerra è perduta.


1 – La parola d’ordine su cui il sionismo costruì dapprima l’idea, e poi lo stato israeliano, era la famosa doppia menzogna “una terra senza popolo per un popolo senza terra”. Doppia perché quella terra era abitata dal popolo di Palestina da migliaia di anni, e perché – molto semplicemente – gli ebrei non sono un popolo, ma semplicemente i seguaci di una religione. E seppure questa religione è assai esclusiva (gli ebrei non fanno proselitismo, si è tali per nascita), resta il fatto che i suoi adepti si sono sparsi per il mondo da oltre duemila anni, durante i quali l’etnicità semitica si è sicuramente annacquata assai più di quanto non sia accaduto agli arabi palestinesi – che sono a loro volta semiti. Non a caso, gran parte degli attuali leader israeliani sono polacchi, russi, rumeni… E tra gli ebrei che vivono in Israele ci sono ben due comunità per nulla semitiche, quella dei falascià (ebrei di origine etiope) e quella degli ebrei di origine indiana.
2 – Su questo aspetto di entrambe i conflitti, cfr. “Due guerre”, Giubbe Rosse News e “Info-warfare: la ‘terza guerra’”, Giubbe Rosse News

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Siccità: acqua dalla nebbia

30 Giugno 2023 ore 15:46

Se l’approvvigionamento di acqua dovesse diventare un problema, la raccolta di acqua piovana può essere una soluzione per sopperire al prosciugamento dei pozzi.

E se anche la pioggia dovesse diventare rara, la nebbia può diventare un’importante fonte alternativa.

In questo articolo vedremo come autocostruire una sistema in grado di ricavare l’acqua dalla nebbia con materiale di facile reperibilità ed economico.

La raccolta dell’acqua dalla nebbia è una tecnologia antica che risale a migliaia di anni fa. Nell’antichità si usavano tessuti, canali, strutture in pietra, piante. Oggi si impiegano reti plastiche in grado di catturate grandi quantità di acqua.

Serve la nebbia, e generalmente, le zone nebbiose si trovano in zone costiere o in prossimità di montagne.

Anche in condizioni di tempo normale però, durante la notte l’abbassamento della temperatura e l’umidità dell’acqua consentono comunque una certa condensazione dell’acqua. E’ la rugiada che troviamo al mattino sull’erba, in autunno e inverno ma anche durante le giornate di primavera ed estate.

Il consiglio è di provare. Costruite un sistema nel vostro terreno, anche di soli 1-2 metri quadrati, e registrate i dati durante l’arco dell’anno, parallelamente ai valori di temperatura e umidità.

Dopo un anno di funzionamento, avrete i dati necessari per caratterizzare l’efficienza e l’efficacia del vostro sistema.

Il sistema per un piccolo impianto di prova è semplice. Ecco i passaggi necessari per iniziare.

  1. Costruire la struttura di supporto: la rete di raccolta dell’acqua dalla nebbia viene installata su una struttura solida di supporto. La struttura può essere realizzata con legno, acciaio, alluminio o plastica. L’importante è tenere il tessuto ben disteso.
  2. Installare le reti: Un materiale economico impiegato con successo in diverse zone aride sono i tessuti ombreggianti in polietilene verdi come quello in foto. Le reti non devono essere troppo esposte al vento che può contribuire a disperdere l’acqua depositata.
  3. Installare i tubi di drenaggio: l’acqua intrappolata dalle reti, per gravità cade su un sistema di raccolta, come ad esempio un tubo semicircolare, collegato ad una cisterna di raccolta. I tubi di drenaggio sono generalmente realizzati in PVC o polietilene.
  4. Installare la cisterna di raccolta: la cisterna di raccolta è il contenitore che raccoglie l’acqua proveniente dai tubi di drenaggio. La cisterna può essere realizzata in cemento, acciaio o materiali plastici.
  5. Installare il sistema di distribuzione: l’acqua raccolta viene poi distribuita attraverso un sistema di tubi e pompe. Il sistema di distribuzione può essere utilizzato per fornire acqua potabile (se si rispettano alcune regole igieniche) o per irrigare i campi agricoli.

La raccolta dell’acqua dalla nebbia è una tecnologia semplice che può essere realizzata anche con materiali economici e facilmente reperibili. Può essere una soluzione efficace anche per produrre acqua potabile e per sopperire alla carenza delle risorse idriche classiche.

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Conservazione di benzina e diesel: come farlo correttamente per lunghi periodi

21 Aprile 2023 ore 15:25

Conservare la benzina e il diesel per lunghi periodi può essere una sfida, poiché questi carburanti possono deteriorarsi nel tempo e diventare meno efficaci. Di seguito alcuni consigli per conservare la benzina e il diesel per lunghi periodi:

  1. Conservare in contenitori ermetici: la benzina e il diesel devono essere conservati in contenitori ermetici per evitare la fuoriuscita di vapori e la contaminazione da parte di acqua, polvere o altre sostanze.
  2. Aggiungere un additivo stabilizzatore: è possibile aggiungere un additivo stabilizzatore alla benzina o al diesel per proteggere il carburante da deterioramento e ossidazione. L’additivo aiuta a mantenere la qualità del carburante e a prevenire la formazione di depositi.
  3. Conservare in un luogo fresco e asciutto: la benzina e il diesel devono essere conservati in un luogo fresco e asciutto, lontano dalla luce solare diretta e dalla fonte di calore. Un luogo ideale potrebbe essere un garage o un capannone.
  4. Riempire il serbatoio del veicolo: se si prevede di conservare il veicolo per un lungo periodo di tempo, è consigliabile riempire il serbatoio del veicolo con benzina o diesel per evitare la formazione di condensa.
  5. Effettuare la manutenzione regolare: è importante effettuare la manutenzione regolare del veicolo e del motore per evitare problemi di avviamento e di funzionamento. Ciò può includere l’uso di additivi detergente e la sostituzione periodica del filtro del carburante.

Riassumendo, per conservare la benzina e il diesel per lunghi periodi, è importante conservarli in contenitori ermetici, aggiungere un additivo stabilizzatore, conservarli in un luogo fresco e asciutto, riempire il serbatoio del veicolo e effettuare la manutenzione regolare del veicolo e del motore. Seguendo questi consigli, sarà possibile conservare il carburante in modo efficace e sicuro per lunghi periodi.

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LE MIGLIORI PIANTE DA COLTIVARE PER LA SOPRAVVIVENZA

15 Ottobre 2018 ore 08:40

Se si presta attenzione alle previsioni sul futuro della terra, c’è di che preoccuparsi. I cambiamenti climatici preoccupano particolarmente, con l’aumento della temperatura e conseguenti siccità che rappresentano i pericoli peggiori per l’umanità.

E’ di questi giorni l’ultimo rapporto del panel delle Nazioni Unite sul riscaldamento globale che si è riunito in Corea del Sud. Il documento riporta che con questo livello di emissioni, nel 2040 supereremo il grado e mezzo di innalzamento della temperatura e alla fine del secolo arriveremo a tre gradi. I problemi maggiori dovranno affrontarli i nostri figli. Le conseguenze di questi cambiamenti provocheranno ondate di inondazioni e siccità. Più colpite saranno le regioni costiere e in Italia lo sviluppo costiero è di 7500 km.

C’è da sperare in un’improbabile presa di coscienza mondiale e/o nello sviluppo di tecnologie pulite che possano arrestare, o quantomeno rallentare, quest’andamento preoccupante.

Intanto è meglio prepararsi ad affrontare le ipotesi peggiori e, in uno scenario di sopravvivenza a lungo termine, è necessario pianificare attentamente le esigenze alimentari. Anche il cibo accumulato alla fine è destinato a finire e la dispensa a rimanere vuota. Per questo motivo, è necessario determinare per tempo i propri bisogni e prepararsi a produrre il cibo autonomamente.

Trattandosi di coltivare cibo per sopravvivere, bisogna considerare che alcuni cibi sono migliori di altri quando si tratta di facilità di crescita, contenuto nutrizionale e facilità di conservazione. E’ necessario avere una buona conoscenza degli alimenti da coltivare e decidere quali tipi di semi fare scorta, in particolare se si dispone di spazio limitato.

Ancora oggi in varie parti del mondo, alcune popolazioni sopravvivono grazie a due o tre colture. In Nord America, molte tribù sopravvissero per gran parte dell’anno con mais, zucca e fagioli. Il Sudamerica faceva affidamento su patate, mais e fagioli. Per migliaia di anni in Cina una famiglia riusciva a sopravvivere disponendo solo di un ettaro di terra.

Ma basta pensare all’Italia all’inizio del secolo scorso quando per molti era difficile mettere in tavola più di una zuppa e pane o polenta. Nelle regioni del nord, questo tipo di alimentazione, basato in gran parte sul mais, ha come conseguenza il diffondersi della pellagra, una malattia causata dalla mancanza di vitamine del gruppo B o dell’aminoacido triptofano. La carne era riservata a poche occasioni o alle classi più agiate.

Cibo Resistente

E’ auspicabile disporre della maggior varietà possibile di vegetali. Pomodori, peperoni, melanzane, zucchine, sono cibi utili e ricchi di vitamine e minerali che si possono coltivare d’estate. Bisogna però considerare che non sono resistenti e, a meno che non vengano cotti e trasformati, non si possono produrre o preservare per l’inverno.

Ipotizzando una situazione sfavorevole, è conveniente pensare alla produzione di cibi che, una volta raccolti, possono essere immagazzinati così come sono o essiccati e conservati per l’uso durante i mesi invernali. La regola per scegliere questi alimenti è: si producono d’inverno o si conservano facilmente.

Di seguito è riportato un elenco di specie raccomandate da coltivare per il sostentamento di tutto l’anno.

Fagioli

I fagioli sono uno dei cibi migliori per tanti motivi. In primo luogo sono molto ricchi di proteine, vitamine e minerali e sono anche molto ricchi di calorie, fornendo quindi molta energia necessaria per la sopravvivenza. Inoltre, i fagioli sono anche molto versatili. Possono essere mangiati freschi dalla pianta o raccolti e conservati. I fagioli hanno una durata di conservazione incredibilmente lunga quando essiccati.

Possono essere preparati in un’ampia varietà di modi, come nelle zuppe, cucinati e mangiati con il pane, o semplicemente da soli. Infine, elemento da non sottovalutare, i fagioli sono azotofissatori, cioè restituiscono l’azoto al terreno prelevandolo dall’atmosfera, prevenendo l’impoverimento del terreno. Questo li rende particolarmente utili da utilizzare nei programmi di rotazione delle colture.

ATTENZIONE: i legumi, al contrario di carne e latticini, sono poveri di alcuni amminoacidi. Per colmare tale deficit basta assumerli con i cereali, meglio se integrali. Il piatto tipico della dieta mediterranea, pasta e fagioli, non si usava dunque solo per necessità, aveva anche una ragione salutistica.

Quanto detto vale anche per altri legumi come ceci, lenticchie, piselli e fave.

Mais

Il mais andrebbe considerato come cereale perché è molto facile da coltivare ed ha una resa per ettaro circa doppia rispetto al grano. Può essere macinato e trasformato in pane, cresce e polenta. Il mais può essere combinato con fagioli per colmare le carenze proteiche presenti nei legumi.

Zucca invernale (a ciclo tardivo)

La zucca invernale è molto resistente e facile da conservare durante i mesi più freddi. Ci sono molte varietà, Trombetta, Gialla, Delicata, Acorn, Spaghetti. Si può conservare per un massimo di 6 mesi in un luogo fresco e buio ed è ottima associata a mais e fagioli.

Patate

La carenza di patate provocata dalla peronospora nel 1845, fu una delle cause principali responsabili della Grande Carestia Irlandese e provocò la morte di più di un milione di persone. Questo tanto per capire l’importanza di quest’alimento in Europa, anche se la pianta è originaria del Sud America e non era nota in nessun altro posto al mondo fino al ritorno in patria di Colombo. Dato che le patate sono facili da coltivare e si adattano bene a vari climi e tipi di terreno, il loro uso è diffuso in tutto il mondo. Possono sostenere un uomo per un lungo periodo di tempo, anche quando non hai altro cibo disponibile.

Carote

Le carote sono radici molto importanti che si conservano bene nei mesi invernali e forniscono nutrienti importanti nella dieta. Richiedono un terreno sabbioso e ben drenante. Se coltivate in una zona in cui si verificano inverni rigidi, si possono coprire con uno spesso strato di pacciame per proteggerle e lasciarle semplicemente nel terreno. Se vanno raccolte, si conservano in frigorifero o in cantina.

Cavolo

Il cavolo è un alimento base in tutto il mondo e per una buona ragione. È facile da coltivare, facile da conservare e ad alto contenuto nutrizionale, anche a cottura ultimata. Può essere utilizzato per la zuppa, con le patate, o fermentato per fare i crauti. Una volta fermentato, il cavolo durerà ancora più a lungo e fornirà una ricchezza di benefici nutrizionali per il corpo e il tratto digestivo. Se si dispone di una cantina non troppo umida, si può utilizzare una cassettina di legno, assicurandosi di distanziare i cavoli l’uno dall’altro e vanno coperti con un canovaccio. Appassiranno le foglie più esterne, che comunque sono quelle che solitamente vengono eliminate, e in questo modo possono conservarsi anche per diversi mesi.

Cavolo riccio

Meno conosciuto in Italia e da non confondere col cavolo nero tipico della Toscana, fa parte della stessa famiglia di piante del cavolo e, sebbene non sia normalmente considerato un alimento di sopravvivenza, è molto ricco di vitamine, minerali e altre sostanze e quindi utile per prevenire carenze nutrizionali che possono indebolire e rendere più inclini alle malattie. Può essere coltivato facilmente ed è resistente al freddo, il che significa che è possibile coltivarlo bene nel tardo autunno o all’inizio dell’inverno. Il cavolo riccio può essere aggiunto a tutti gli alimenti, tra cui zuppe e stufati e piatti di patate. Non è facile da conservare per lunghi periodi e quindi va usato fresco.

Patate dolci

Da poco comparse nei supermercati e mercati italiani, le patate dolci possono rappresentare un’aggiunta importante alla dieta base. Sono simili alle patate, ma hanno un indice glicemico molto più basso rispetto alle patate bianche e apportano molti più nutrienti, circa il doppio. Anche la parte aerea è commestibile e una pianta può fornire sia tuberi che verdure. Anche le patate dolci sono facili da coltivare. Anche se sono di origine tropicale e subtropicale, possono essere coltivate nei climi freddi.
Le patate dolci possono essere conservate a temperatura ambiente per un lungo periodo. Si conservano per un paio di mesi, ma, se vengono mantenute a una temperatura compresa tra 29 e 32 gradi per i primi cinque giorni dopo il raccolto (processo chiamato curing), fanno crescere una seconda pelle. A questo punto si cala bruscamente la temperatura e possono conservarsi per parecchi mesi in cantina.

Aglio

L’aglio non può mancare in un orto di sopravvivenza. È delizioso e aggiunge sapore a qualsiasi piatto. Oltre ad essere un alimento altamente nutriente, può essere usato come pianta medicinale perché è un potente antibiotico e antivirale. Aiuta anche a rafforzare il sistema immunitario, è un potente antiossidante e riduce l’ipertensione e il colesterolo. L’aglio è facile da coltivare e, una volta raccolto, può essere conservato e utilizzato durante i mesi invernali mentre si attende la crescita di un nuovo raccolto.

Erbe aromatiche

Le erbe aromatiche sono versatili e facili da conservare. Rosmarino, timo, basilico, alloro, prezzemolo e origano, possono essere coltivati durante i mesi estivi, raccolti ed essiccati per essere utilizzati durante i mesi invernali. Basta tagliare le piante, lavarle, appenderle a testa in giù all’ombra fino a quando non si asciugano, e poi conservarle in barattoli di vetro in un luogo fresco e asciutto. Molte di queste erbe sono perenni, cioè ricresceranno ogni anno, garantendo una produzione continua. Le erbe aromatiche forniscono sapore al cibo, ma anche nutrienti importanti e possiedono importanti proprietà fitoterapiche.

Come conservare correttamente patate, aglio e cipolle

 

Breve precisazione sulla conservazione di patate, aglio e cipolle che richiede attenzione perché, se la temperatura è troppo alta, questi ortaggi possono germogliare. Nel caso delle patate, ciò comporta la produzione di solanina che è tossica e non deve essere ingerita.

La temperatura ottimale di conservazione di questi ortaggi è di 10-15 gradi e quindi i’ideale sarebbe disporre di una cantina, ma ci si può arrangiare anche in casa.

L’importante è mantenerli al riparo dalla luce e dall’umidità. Si utilizzano cassette di legno o cesti di vimini e panni di cotone asciutti. Anche i fogli di carta utilizzati per conservare il pane vanno bene. Le patate non vanno lavate prima di essere riposte in dispensa.

Se raccolti dall’orto, aglio cipolle e patate saranno probabilmente umidi. Vanno dunque lasciati un paio di giorni ad asciugare all’ombra e poi riposti.

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COVID-19 materiali

di: lost
27 Gennaio 2022 ore 00:00

COVID19 materiali
(un po' di materiali)

Usiamo questa pagina per linkare un po' di materiali sul Coronavirus e dintorni.
L'intenzone è di tenerla in costante aggiornamento, è un fenomeno in rapida mutazione e non è facile star dietro ai fatti, alle loro narrazioni e alle valutazioni che su queste ultime vengono date.

Nostro parere è che l'emergenza antropogenica associata al virus semi influenzale COVID-19 produrrà, sul lungo periodo, dei segni che non sarà facile decostruire.

Alcuni capitoli potrebbero essere i seguenti:

  • Cosa è la verità scientifica? (l'importanza dei numeri, il valore delle statistiche, l'efficacia degli strumenti di analisi ed indagine...)

  • Corpi e contesti, la salute in relazione al territorio e all'ambiente circostante. L'emergenza è classista?

  • Strutture sanitarie, strumenti organizzativi, strutture sanitarie, dotazioni, carenze. L'intersezione non nulla della salute con il mercato.

  • Il potere della comunicazione, il superpotere della comunicazione emergenziale

  • Effetti collaterali, sulle norme che riguardano il lavoro, le libertà individuali, i diritti sindacali

  • Effetti collaterali sulla salute (ai tempi dell'AIDS si diceva che la paura abbassa le difese immunitarie)

  • Effetti collaterali sull'uso di tecnologie per lavoro / studio a distanza

  • Effetti sui gruppi sociali, è forse la prima volta che anziché contenere i malati si vol prevenire il diffondere di …

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