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Ruti Baidach, la rabbina che resta accanto ai palestinesi sotto attacco

14 Agosto 2026 ore 13:04

«Sei anni fa, durante la pandemia, decisi di andare a visitare una piccola comunità beduina a cui l’esercito stava demolendo tende e infrastrutture. Rimasi sconvolta: un bulldozer passava sopra le tende e tutto ciò che contenevano, sopra grandi cisterne d’acqua, impianti solari, sacchi di mangime per le pecore. In poche ore l’intera vita di una comunità era stata distrutta». Inizia così la testimonianza di Rabbi Ruti Baidach, rabbina laica-umanista che dirige il consiglio direttivo di Rabbis for Human Rights: un’organizzazione umanitaria israeliana formata da 170 fra rabbini, studenti rabbinici e educatori. Il suo scopo è difendere i diritti dei palestinesi nei Territori occupati, delle minoranze, dei migranti e dei gruppi più vulnerabili. Opera con oltre mille volontari provenienti da Israele e da tutto il mondo, impegnati in quella che definiscono “presenza protettiva”: accompagnano i pastori palestinesi, sostengono le attività agricole, contribuiscono al ripristino dei terreni e delle fonti d’acqua e si impegnano in attività educative

VITA ha potuto ascoltare la sua testimonianza durante un incontro online con attivisti e supporter organizzato da Tzedek, una rete israeliana che cerca di contrastare la violenza dei coloni e lo sfollamento delle comunità palestinesi in Cisgiordania, dove la violenza sta aumentando in modo proporzionale in questa aggressiva campagna elettorale, guidata soprattutto dai ministri ed esponenti più estremisti della coalizione di governo: Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich, che continuano a sottolineare l’urgenza di una “remigrazione” dai Territori palestinesi. 

Solo nei primi sei mesi del 2026 sono stati registrati più di mille attacchi contro le comunità palestinesi della Cisgiordania. Negli ultimi tre anni quasi 4mila palestinesi sono stati cacciati dalle loro case e 38 comunità hanno dovuto abbandonare le proprie terre dopo il 7 ottobre 2023

Secondo i dati citati dalla moderatrice della riunione in videocall, Inbal Arnon della rete Tzedek, solo nei primi sei mesi del 2026 sono stati registrati più di mille attacchi contro le comunità palestinesi della Cisgiordania. Negli ultimi tre anni quasi 4mila palestinesi sono stati cacciati dalle loro case e 38 comunità hanno dovuto abbandonare le proprie terre dopo il 7 ottobre 2023. Rabbi Ruti Baidach ha raccontato: «Ricordo una giovane madre allontanarsi dietro quello che restava di una cisterna d’acqua devastata per asciugarsi una lacrima, lontano dallo sguardo del marito e dei suoi bambini e giovani donne con le mani che tremavano in modo incontrollabile. Non sono più riuscita a lasciare sole quelle famiglie. All’inizio aiutavo a ricostruire le recinzioni per le pecore, portavo vestiti, un nuovo cane da pastore. Parlavo con le madri, bevevamo il tè, cercavamo di capire come aiutare i bambini, portavo telefoni che le donne potessero usare quando restavano sole nell’accampamento mentre gli uomini erano fuori a pascolare le greggi».

Rabbi Ruti Baidach, classe 1967, è nata e cresciuta con l’occupazione contro cui si è sempre battuta. Ma ha scoperto una rete di israeliani che accompagnavano i pastori palestinesi ogni mattina nella Valle del Giordano, quando i pascoli erano diventati un campo di battaglia. «Sono stata accolta in un gruppo che oggi si chiama Jordan Valley Activists. Nell’estate del 2023, prima del 7 ottobre, la pressione esercitata dagli avamposti dei coloni sulle comunità di pastori stava già aumentando rapidamente, incoraggiata dal governo israeliano. Entrai in un altro gruppo i cui membri dormivano in una comunità nella regione di Binyamin, in Cisgiordania». 

Pastori, famiglie e comunità sotto pressione

Dopo aver ricordato il brutale deterioramento delle condizioni nei Territori occupati, la moltiplicazione dei nuovi avamposti illegali dei coloni che considerano sacro il compito di cacciare i palestinesi dalla loro terra, ha raccontato alcuni gravi episodi a cui ha assistito recentemente: «Una volta ho accompagnato un pastore terrorizzato mentre faceva pascolare il suo gregge a cento metri da casa. Una settimana dopo sono tornata e ho trovato la sua tenda bruciata. Era fuggito con la moglie e i figli piccoli. Queste aggressioni fanno parte della pulizia etnica nella zona di Hamam al-Malih», ha detto, riferendosi alla piccola comunità palestinese del nord della Valle del Giordano, progressivamente svuotata nel 2026 dopo ripetuti attacchi dei coloni, minacce e pressioni che hanno obbligato le famiglie a lasciare la propria terra. «La notte di Purim ho dormito in un accampamento palestinese a soli 200 metri da un avamposto di coloni dove si stava svolgendo una festa e la gente si ubriacava. Accanto a me c’erano alcuni giovani palestinesi che sarebbero rimasti all’erta per tutta la notte. Dovevano proteggere le loro famiglie dalla violenza sapendo che, se avessero risposto con la violenza, avrebbero potuto passare anni in una prigione israeliana. Naturalmente con il rischio di subire torture». E poi ha rammentato con dolore quella mattina in cui è arrivata in una piccola comunità solo poche ore dopo un pogrom, così lo ha definito, che aveva incluso abusi sessuali e il furto del bestiame da parte dei coloni. Tutti gli uomini erano stati portati via durante la notte, perché bisognosi di assistenza medica. «Mi ritrovai con donne e bambini che non avevo mai incontrato, sole e terrorizzate dopo gli orrori che avevano subito nella notte. Da allora siamo rimasti molto legati, vado a trovarli ogni settimana». 

Far sentire la loro voce

Ruti Beidach racconta questi episodi in una conferenza online con attivisti, supporter dell’organizzazione (la cui filosofia si basa sulla convinzione che gli ebrei hanno l’obbligo di protestare contro qualsiasi ingiustizia inflitta a qualunque essere umano e di impedirla ogni volta che sia possibile) perché sa che la presenza protettiva non basta a salvare le comunità palestinesi ma può frenare la violenza dei coloni, mobilitando l’opinione pubblica in Israele e nel resto del mondo.  «L’esercito israeliano può demolire gli accampamenti e confiscare attrezzature essenziali, comprese le cisterne d’acqua nel pieno dell’estate, ma noi possiamo stare accanto a loro e far sentire la loro voce. Sono due cose che non smetteremo mai di fare», spiega a chi, collegato, le chiede cosa si può fare dall’Europa o dagli Stati Uniti, per fermare il terrorismo dei coloni. 

«Non li lasceremo soli nella loro sofferenza e continueremo a raccontare al mondo la loro situazione per creare una mobilitazione internazionale», spiega addolorata ma convinta che questo sia il dovere di ogni ebreo, nella speranza che alle elezioni del 27 ottobre 2026 ci possa essere un cambiamento politico. «Se il cambiamento atteso ci sarà, poi dovremo continuare a chiedere riparazione e giustizia nei confronti del popolo palestinese poiché questa violenza è legata al progetto di espansione degli insediamenti ed è il risultato inevitabile di un sistema in cui una popolazione gode di ampi diritti e privilegi mentre a un’altra vengono negati i diritti fondamentali».

In apertura, una delle attività in Cisgiordania dell’organizzazione umanitaria Rabbis for Human Rights. (Fotografie di Jacob Lazarus)

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LA GUERRA PERDUTA

18 Dicembre 2023 ore 10:30

Quella che si sta combattendo in Medio Oriente, e che per via del delirio che si è impossessato delle classi dirigenti occidentali potrebbe ancora sfociare in una terribile guerra regionale-mondiale, è qualcosa che le leadership sioniste israeliane rifiutano di riconoscere come tale, e con loro l’intero occidente, che alla loro narrativa si abbevera.
Quello che Israele non sa né vuole capire, anzitutto perché ha una classe dirigente assolutamente mediocre, un mix di bigotti fanatici e grassi squali della politica, è che spezzettare la Storia, frammentarla in segmenti separati secondo il proprio comodo, non solo non serve realmente a frantumarla, ma impedisce di coglierne il senso, la direzione; misconoscere il passato inibisce la capacità di comprendere il futuro, di averne una visione.

Sin dalla fondazione dello stato di Israele – che, non va dimenticato, è uno specifico progetto del sionismo – la popolazione autoctona palestinese è sempre stata considerata esclusivamente come un problema [1], negandone in nuce l’umanità. Un problema perché possedeva la terra che loro bramavano, perché era troppo numerosa, perché non chinava abbastanza la testa. Da lì a considerarli apertamente animali il passo è stato più breve di quanto si creda.
Salvo rare, quanto lodevoli ma inascoltate eccezioni, le leadership israeliane sono sempre state vittime di questa distorsione prospettica, che li ha poi portate – appunto – ad una lettura della propria storia nazionale in cui gli arabi sono soltanto un ostacolo, bestie feroci che rendono difficile stabilire la pace nella terra promessa. Questa incapacità di guardare la storia anche dalla parte palestinese, ha fatto sì che non vedessero la Storia, ma solo una serie di incresciosi contrattempi.

Per Israele, il 7 ottobre 2023 è solo l’ultimo – questi maledetti animali, che non accettano la soma e invece di lavorare per noi ci aggrediscono! – e nella sua visione monca ad esso non può che seguire una punizione esemplare. Magari anche risolutiva.
Israele pensa ora di poter completare il lavoro iniziato nel 1948, e poi portato avanti nel 1967. Per ristabilire l’ordine naturale delle cose.
Per questo non riesce a comprendere due cose fondamentali: quella che si sta combattendo è una guerra di liberazione (come quella algerina, come quella indocinese, come quella sudafricana…), e quel 7 ottobre è la data che segna la svolta, dopo la quale nulla sarà mai più come prima.
Non importa quante bestie feroci uccidi, se dimentichi che sono fiere.

Le potenze coloniali diventano feroci, quando il loro dominio viene messo in discussione. Ed i popoli che si vogliono liberare pagano sempre un prezzo enorme. Gli algerini ebbero 2 milioni di morti, quasi un quinto della popolazione. I vietnamiti 3 milioni di morti. Ma alla fine i francesi dovettero andarsene.
Il dominio coloniale finisce quando la potenza dominante paga un prezzo che non riesce più a sostenere. Ed è questa la differenza. Per i dominanti, il prezzo massimo accettabile è molto basso, ma per i dominati, che lottano per la propria libertà e per quella delle generazioni future, sarà sempre molto più alto.
Liquidare la Resistenza palestinese come una questione di terrorismo – dimenticando tra l’altro di aver fondato Israele facendo larghissimo ricorso a questa pratica… – è ciò che impedirà agli israeliani di capire la Storia di cui fanno parte. E quindi di affrontarla.

Come diceva il non compianto Henry Kissinger, a proposito della guerra del Vietnam, “abbiamo combattuto una guerra militare; i nostri avversari ne hanno combattuto una politica. Abbiamo cercato il logoramento fisico; i nostri avversari miravano al nostro esaurimento psicologico. In questo modo abbiamo perso di vista una delle massime cardinali della guerra partigiana: la guerriglia vince se non perde. L’esercito convenzionale perde se non vince.” E l’IDF, non sta affatto vincendo. Non può vincere. La Resistenza non ha bisogno di infliggere al nemico una sconfitta militare tale che, in sé, ne determini il crollo. Non ha bisogno di vincerlo strategicamente sul campo di battaglia. È sufficiente che riesca a mantenere nel tempo la sua capacità di combattimento, che riesca ad infliggere delle sconfitte tattiche.
L’operazione al-Aqsa flood è l’equivalente palestinese di Dien Bien-Phu per i vietminh, dell’offensiva del Tet per i vietcong.

L’approccio storico-culturale con cui Israele affronta il conflitto, ancor prima che quello strategico e tattico, è il limite insormontabile per Tel Aviv. Ed è la causa da cui derivano gli errori che sta commettendo nella guerra. Non capisce che affrontare le formazioni della Resistenza come se fossero delle gang criminali non la porterà da nessuna parte. Non capisce che imporre domani l’amministrazione militare a Gaza è un enorme favore ad Hamas, che sarà sgravata dall’onere del governo e potrà concentrarsi nella lotta. Non capisce che l’ondata di attacchi militari in Cisgiordania, e l’ulteriore delegittimazione dell’ANP (che è il governo dei suoi ascari), sono un assist per Hamas, che vuole più di ogni cosa riunificare i fronti di Resistenza. Non capisce che minacciare continuamente i suoi vicini non farà che spingerli a saltarle addosso al primo momento di debolezza.
Non capisce che non è più il 1967 né il 1973, e che il suo nemico non sono gli eserciti giordano, siriano ed egiziano, ma un fronte di guerriglia esteso, capace di mettere in campo almeno altrettanti uomini di quanti ne può mobilitare Israele.

L’illusione di potenza, il disconoscimento dei cambiamenti che intervengono nel mondo intorno a noi, sono costante causa di sanguinose avventure. Paradigmatica, sotto questo profilo, è la storia dell’avventura ucraina. Benché sia stata lungamente studiata e preparata, si è – prevedibilmente, verrebbe da dire – risolta in un disastro. È vero che ha troncato, almeno per qualche decennio a venire, i proficui rapporti tra Europa e Russia, ma non solo non ha affatto indebolito quest’ultima, ma ne ha addirittura determinato il rafforzamento – e più in generale, proprio in termini geopolitici, ha prodotto la saldatura politica, economica e militare tra i principali nemici annoverati dagli USA: la Russia, la Cina, l’Iran e la Corea del Nord.
Una delle tante connessioni esistenti [2], infatti, tra la guerra in Ucraina e quella in Palestina, è che entrambe sono state affrontate dalle potenze occidentali con la convinzione di poterle quantomeno gestire, se non vincerle. E che invece hanno entrambe segnato un giro di boa, quel punto della Storia oltre il quale tutto cambia, per sempre.

Oltretutto, ed anche questo sembra incredibilmente sfuggire alla leadership israeliana, la strategia politico-militare adottata per fronteggiare la crisi innescata dall’attacco del 7 ottobre, rischia seriamente di minare alle fondamenta l’esistenza stessa dello stato di Israele in quanto stato ebraico.
Aver scelto infatti la via genocidaria, come strumento presuntamente risolutivo sia del terrorismo palestinese che della minaccia demografica araba, significa al tempo stesso aver portato all’estremo possibile la strategia millenaristica del sionismo. Al di là dell’ecatombe nucleare – che travolgerebbe Israele quanto e più che i suoi nemici – non c’è più un oltre possibile: il genocidio è il limite estremo raggiungibile. E quando si rivelerà inefficace (e ancora una volta, nessuno meglio degli ebrei dovrebbe sapere che non può essere diversamente), metterà in crisi l’idea fondativa di Israele, la sua ideologia nazionale.

Il sogno di una patria esclusiva, degli ebrei e solo per gli ebrei, così come l’illusione perpetrata per ottant’anni che tale sogno fosse effettivamente realizzabile, crollerà. Quando la società israeliana avrà sedimentato nella propria coscienza l’impossibilità materiale, concreta, di realizzarlo – perché i palestinesi non si arrenderanno mai, non smetteranno mai di essere di più, non accetteranno mai di vivere come bestie – allora tutto cambierà anche lì. Certo, non domani. Ci vorranno forse dieci anni (e saranno anni sanguinosi e dolorosi), ma sul medio periodo questo significherà la morte politica del progetto sionista. La liberazione della Palestina libererà dalle sue ossessioni anche Israele. La sua guerra è perduta.


1 – La parola d’ordine su cui il sionismo costruì dapprima l’idea, e poi lo stato israeliano, era la famosa doppia menzogna “una terra senza popolo per un popolo senza terra”. Doppia perché quella terra era abitata dal popolo di Palestina da migliaia di anni, e perché – molto semplicemente – gli ebrei non sono un popolo, ma semplicemente i seguaci di una religione. E seppure questa religione è assai esclusiva (gli ebrei non fanno proselitismo, si è tali per nascita), resta il fatto che i suoi adepti si sono sparsi per il mondo da oltre duemila anni, durante i quali l’etnicità semitica si è sicuramente annacquata assai più di quanto non sia accaduto agli arabi palestinesi – che sono a loro volta semiti. Non a caso, gran parte degli attuali leader israeliani sono polacchi, russi, rumeni… E tra gli ebrei che vivono in Israele ci sono ben due comunità per nulla semitiche, quella dei falascià (ebrei di origine etiope) e quella degli ebrei di origine indiana.
2 – Su questo aspetto di entrambe i conflitti, cfr. “Due guerre”, Giubbe Rosse News e “Info-warfare: la ‘terza guerra’”, Giubbe Rosse News

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