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La noia non basta a spiegare la violenza. Ma siamo troppo ciechi davanti alla paura del futuro di tanti adolescenti

15 Ottobre 2026 ore 18:51

«Quella notte ci siamo divertiti così. Era il mio compleanno». Lo avrebbe raccontato ai Carabinieri uno dei due ragazzi fermati per le sei aggressioni avvenute a Roma, a bordo di una microcar, nella serata tra il 4 e il 5 ottobre. Divertimento, follia, noia. Le cronache provano a dare un nome a ciò che è accaduto. Ma per chi si è trovato sulla loro strada, tra le 21,30 e l’una nei quartieri di Monteverde e Testaccio, sono state ore di paura. L’attore Davide Iacopini, a cui avrebbero sfilato la mano dal monopattino facendolo cadere, è ricoverato in terapia intensiva all’ospedale San Camillo Forlanini.

Quanto pesa la noia in un gesto di violenza? Per Stefano Laffi, sociologo e fondatore dell’agenzia Codici, che da anni studia il comportamento giovanile, la noia non basta da sola a spiegarne le origini. «Di questa vicenda mi colpisce soprattutto la mancanza di empatia: agli occhi degli aggressori, le vittime sembrano perdere la propria umanità e diventano oggetti», dice. «Questa storia interpella il mondo adulto. In quale paesaggio di possibilità chiediamo ai più giovani di immaginare il proprio futuro? Come raccontiamo l’adolescenza, il lavoro, le sfide della vita? Esiste ancora un immaginario capace di dare senso all’idea di avere 16 anni?». Lo abbiamo intervistato.

Hanno 17 e 16 anni: uno guidava, l’altro cercava di spaventare i passanti, almeno così riportano le ricostruzioni sui giornali. Li hanno chiamati «la banda della minicar», ma in realtà poi vengono descritti come «volti noti in quartiere», ragazzi «con la faccia pulita». Perché sentiamo il bisogno di tracciare un confine e di trovare una definizione, di fronte alla violenza dei giovani?

Qualche tempo fa ho fatto un lavoro di ricerca sulla rappresentazione dei ragazzi nella stampa. Mi sono chiesto: come si parla di loro? La risposta che ho trovato è una linea di confine. I bambini vengono definiti “piccoli”: suscitano tenerezza o vengono raffigurati come vittime. Con l’adolescenza, si passa dall’altra parte: quella del pericolo. Ma l’uso di termini come “banda” e “gang”, provenienti dalla criminologia, presuppone un gruppo che si ritrova per commettere reati. Io però ho dei dubbi che questi ragazzi si incontrassero con quell’intenzione: erano amici, facevano cose diverse e, tra queste, hanno anche commesso un’aggressione come quella di cui stiamo parlando. La connotazione di banda o gang richiama quel processo di semplificazione della complessità tipico delle etichette, che riducono le sfaccettature del reale e circoscrivono il fenomeno. Ci rassicurano. Che si parli di bande, minicar o di maranza, il meccanismo è simile: è come se dicessimo a noi stessi “non sono io, non è mio figlio”. Stiamo allontanando qualcosa che non vogliamo vedere mescolato alle nostre vite.

Che si parli di bande, minicar o di maranza, il meccanismo è simile: è come se dicessimo a noi stessi “non sono io, non è mio figlio”. Stiamo allontanando qualcosa che non vogliamo vedere mescolato alle nostre vite

Stefano Laffi, sociologo e ricercatore

Le etichette, quindi, raccontano più lo sguardo degli adulti che la realtà dei ragazzi?

I ragazzi sono in un’età in cui cambieranno ancora mille volte: a 16 anni qualunque etichetta rischia di essere fuori fuoco. Definirli in un certo modo può servire a deresponsabilizzare gli adulti, perché finisce per connotare le persone invece di interrogarsi sulle condizioni in cui vivono. Un conto è chiedersi come si vive a 16 anni in quel quartiere, un altro è parlare di due ragazzi “già noti nel quartiere”. Anche il riferimento alle minicar può diventare parte di questo gioco di etichettamento, rassicurante e, in qualche modo, deresponsabilizzante. La vera domanda è: quale parte abbiamo noi in tutto questo?

Vuoto, noia, voglia di divertimento. Sono queste le ragioni che possono spingere un adolescente all’aggressività?

La noia può certamente essere una componente, così come l’ebbrezza, l’adrenalina e l’emozione che un gioco può dare. Ma non credo che basti a spiegare l’origine della violenza. Di questa vicenda mi colpisce soprattutto la mancanza di empatia. All’una di notte in una minicar, l’auto può trasformarsi in una sorta di capsula che ti isola dall’esterno, puoi arrivare a colpire qualcuno senza pensare che sia una persona, che soffrirà, che proverà dolore e subirà le conseguenze di quello che, per te, è soltanto uno scherzo. È un aspetto che forse ha a che fare anche con i processi di formazione. Che rapporto hanno questi ragazzi con il proprio corpo e con quello degli altri? Si è prodotta una sorta di anestesia? Gli adolescenti oggi ci restituiscono spesso la sensazione di non essere visti né riconosciuti. Non trovano occasioni di ascolto e valorizzazione, a scuola e nello spazio pubblico. Com’è possibile che nessuno si sia accorto della noia e del vuoto che descrivono? Mi chiedo se, in questi casi, non entri in gioco anche il divertimento di compiere un gesto estremo davanti a qualcuno: la presenza dell’altro può alimentare la violenza, trasformarla in una prova da superare o in una scena da mettere in atto.

Molti adolescenti vivono un’angoscia profonda: la sensazione di abitare un mondo che non li vede, non li accoglie e non offre opportunità, ma soltanto beni materiali. Buttarsi nella vita può diventare spaventoso quando si ha paura del futuro

Stefano Laffi, sociologo e ricercatore

Ma non ci avevano insegnato a stare nella noia, a praticare il vuoto, perché è proprio lì che può nascere la creatività? Quando e perché la noia smette di essere un’alleata e diventa una nemica?

Dalle ricerche sulle esperienze di vita sappiamo che le condizioni di maggiore benessere e di flow si raggiungono quando c’è un equilibrio tra la sfida che si affronta e le abilità che si mettono in campo. In adolescenza, questo stato può nascere attraverso attività sportive ed espressive: suonare, cantare, disegnare, fare sport. Esperienze che contrastano il vuoto esistenziale. Ho l’impressione che questi ragazzi cercassero una qualche forma di sfida, una possibilità di vivere un’intensità che non avevano trovato altrove, attraverso una deviazione che non è stata intercettata o accolta in altro modo. Se allarghiamo lo sguardo, però, è vero che molti adolescenti vivono un’angoscia profonda: la sensazione di abitare un mondo che non li vede, non li accoglie e non offre opportunità, ma soltanto beni materiali. Intorno a loro si addensano crisi climatiche, catastrofi annunciate e scenari cupi. Buttarsi nella vita può diventare spaventoso quando si ha paura del futuro.

Che cosa intende?

Se raccontiamo un mondo che ci rende impotenti, ci inchioda alla paura e ci dice che non possiamo fare nulla, come possiamo chiedere ai ragazzi di impegnarsi nello studio, nel lavoro, nelle relazioni? Per investire nel presente bisogna riuscire a immaginare un futuro, pensarsi capaci di costruire legami, realizzare desideri, trovare un posto nel mondo. Ma se non riusciamo a immaginare nulla oltre il presente, quanto diventa difficile investire energie e attenzione negli altri? Mi chiedo allora in che misura episodi come questo ci restituiscano anche una mancanza di senso: un mondo che ti lascia impotente, un futuro incerto, la difficoltà di credere che l’impegno possa fare la differenza. È come se, tra la noia e la disperazione, si aprisse uno spazio che può essere riempito anche da gesti estremi. Chi riesce a trovare una causa collettiva, invece, può trovare anche un “noi”: un gruppo con cui reagire a un presente che nega diritti, immaginare azioni possibili e costruire speranza e progettualità. Forse a questi ragazzi è mancato proprio questo: un “noi” in cui riconoscersi, capace di dare senso all’esperienza e di aprire possibilità per il futuro.

Episodi come questo ci restituiscono anche una mancanza di senso: un mondo che ti lascia impotente, un futuro incerto, la difficoltà di credere che l’impegno possa fare la differenza. È come se, tra la noia e la disperazione, si aprisse uno spazio che può essere riempito anche da gesti estremi

Stefano Laffi, sociologo e ricercatore

«Non sono una madre perfetta e non pretendo di esserlo», ha detto la mamma di uno dei due ragazzi in un’intervista su Repubblica. «Ma non accetto l’idea che ogni errore di un figlio sia automaticamente la prova del fallimento dei suoi genitori. I nostri figli crescono dentro una società, non soltanto dentro una famiglia. E tutti dovremmo interrogarci sul mondo che stiamo consegnando loro». Se crescere un figlio è una responsabilità che va oltre le mura di casa, quale parte di responsabilità spetta a tutti noi?

Ai ragazzi chiediamo continuamente un esercizio di immaginazione: proiettarsi in avanti su ciò che ancora non c’è e fare delle scelte. Ma l’immaginazione non è mai del tutto libera. Quando devo scegliere una scuola, per esempio, provo a immaginarmi in quella situazione, come se avessi un simulatore di volo che mi permetta di sperimentare in anticipo le diverse possibilità. Ma quel simulatore, con le sue immagini e i suoi scenari, da dove viene? Dalle notizie che ascoltiamo, dalle serie che guardiamo, dalle storie che ci raccontiamo. Se lo sfondo narrativo in cui ci muoviamo è quello della fine del mondo, della minaccia e della catastrofe, questo immaginario finisce per colonizzare anche la nostra capacità di pensare il futuro. Mi chiedo se, in questo scenario, non diventi più difficile proiettarsi nella vita. E se, invece, non si finisca per ripiegare sullo svago, sul disimpegno, su forme di abbrutimento o su una ricerca di visibilità nello spazio pubblico. Non perché i ragazzi non abbiano desideri, ma perché fanno fatica a trovare un orizzonte dentro cui collocarli. Credo che dovremmo interrogarci sui materiali culturali che offriamo ai ragazzi, sulle storie che raccontiamo e sui modelli di vita che rendiamo desiderabili. Perché l’immaginazione ha bisogno di un paesaggio su cui proiettarsi e un futuro in cui valga la pena investire.

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La minicar e la sclerosi del limite

15 Ottobre 2026 ore 11:43

«Ci annoiavamo». È la spiegazione che, secondo quanto riportato dalla stampa, avrebbero dato i due minorenni che hanno ammesso le aggressioni compiute a Roma a bordo di una minicar. Tra i feriti, il più noto è l’attore Davide Iacopini. La dinamica richiama, per alcuni aspetti, il knockout game delle cronache americane: colpire uno sconosciuto, farlo cadere, fuggire. Un’analogia, non la prova di un’emulazione. Ad accomunare questi gesti è soprattutto la riduzione dell’altro a bersaglio occasionale.

«Ci annoiavamo» può essere una giustificazione di comodo. Merita comunque di essere presa sul serio per il vuoto che sembra nominare. La noia è un’esperienza comune; qui colpisce la possibilità di riempirla attraverso il dolore inflitto. Come se mancassero le parole, i desideri, i significati capaci di dare forma a ciò che si prova, e il corpo di un passante diventasse la materia su cui scaricare un vissuto rimasto senza elaborazione.

È possibile leggere in questa sequenza una sclerosi delle mediazioni: l’inaridimento di quello spazio simbolico che permette di pensare un impulso prima di tradurlo in azione. Non è una diagnosi sui due ragazzi. È una domanda sulla qualità dei contesti in cui si cresce. Esistono relazioni fitte di contatti e povere di significato, ambienti affollati ma simbolicamente svuotati, nei quali si fatica a riconoscere il valore di un legame, di un’attesa, di una rinuncia. L’altro rischia allora di perdere consistenza umana: conta soltanto per le sensazioni che può suscitare.

Sarebbe insufficiente chiamare in causa soltanto la famiglia. La capacità di riconoscere un limite si forma dentro un tessuto di esperienze che comprende scuola, amicizie e vita pubblica. La questione riguarda la tenuta di questo intreccio, le contraddizioni che lo attraversano, la credibilità degli adulti che lo abitano. Una società che celebra la sopraffazione e pretende rispetto, esalta l’esibizione e chiede misura, rende più difficile il lavoro quotidiano dell’educazione.

Sarebbe insufficiente chiamare in causa soltanto la famiglia. Una società che celebra la sopraffazione e pretende rispetto, esalta l’esibizione e chiede misura, rende più difficile il lavoro quotidiano dell’educazione

Angelo Palmieri

Qui emerge il paradosso: viviamo nella sovrabbondanza delle norme, mentre può impoverirsi la capacità di interiorizzarle. Conoscere un divieto non equivale ad averne compreso il senso. Il limite prende corpo attraverso un accompagnamento, dentro rapporti nei quali si impara che l’esistenza altrui ci riguarda anche quando nessuno ci sorveglia. Se questo processo si inceppa, la regola rimane una prescrizione esterna, da aggirare appena possibile. L’affollamento dei codici può così convivere con un deserto di doveri sentiti.

Viviamo nella sovrabbondanza delle norme, mentre può impoverirsi la capacità di interiorizzarle

Angelo Palmieri

Su questa fragilità si innesta talvolta il bisogno di spingersi oltre ogni soglia, di cercare nell’eccesso una conferma della propria esistenza. Il pericolo, corso o fatto correre, diventa una misura dell’audacia; persino la possibilità della morte finisce per essere assorbita nella sfida, quasi fosse un’alleata capace di accrescerne l’intensità. È questo il passaggio più inquietante: quando la vita altrui viene usata per dimostrare qualcosa a sé stessi, l’irreversibilità delle conseguenze sembra scomparire dal pensiero.

La responsabilità di chi aggredisce resta piena. Ma quel «ci annoiavamo» interroga anche una società capace di moltiplicare stimoli e prescrizioni, assai meno sicura nel trasmettere ragioni per fermarsi. Il passante colpito paga sul proprio corpo questa distanza tra il divieto conosciuto e il limite non diventato mai coscienza.

Credit foto Benvenuti/Lapresse

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Solidarietà e partecipazione, così l’arte torna patrimonio della comunità

15 Ottobre 2026 ore 09:47

dagli esperimenti della Tv delle ragazze al divano rosso di Parla con me, autrice, scrittrice, conduttrice elegante, colta, ironica, pungente, Serena Dandini ha condotto programmi che hanno fatto la storia del piccolo schermo e firmato interviste da libro dei ricordi. Due su tutte? Le ricorda lei, il fisico Giorgio Parisi e Annie Lennox, che le confidò il suo desiderio di non cedere alla bitterness e di non lasciare spazio all’amarezza con l’età che avanza. Un obiettivo che Dandini sembra aver fatto suo. «I nostri nonni hanno combattuto contro nazismo e fascismo. Ce la possiamo fare anche noi»: il sorriso è quello di sempre, gli applausi anche.

«La complicità? È fare squadra» e farlo quando nessuno là fuori ci crede. E Dandini di sfide ne ha vinte parecchie: ha portato in tv la comicità delle donne, quando pochissimi lo facevano, ha scoperto talenti, ha ridato vita all’Ambra Jovinelli, un teatro che ha diretto per 10 anni.

Ecco, la sua forza e quel modo di vivere Roma che è un po’ amore infinito, pazienza e resistenza, ebbene tutto questo è stato il filo rosso che ha tenuto insieme il primo incontro di Riflessi, serie di appuntamenti promossi da Fondazione Roma, che ogni martedì (saranno 12, fino al 12 gennaio 2027) riempiranno Museo del Corso – Palazzo Cipolla di dialoghi tra scrittori, artisti, attori, giornalisti, musicisti e protagonisti della cultura e il pubblico su 4 temi, uno per ogni mese: complicità, pace, follia e uguaglianza.

L’accesso agli appuntamenti sarà consentito con un biglietto di 10 euro, il cui intero incasso derivante dalla vendita sarà devoluto all’Associazione Andrea Tudisco together home, che dal 1997 accoglie gratuitamente bambini con gravi patologie e le loro famiglie, offrendo una casa vicino agli ospedali pediatrici e il calore di una comunità che li sostiene per tutto il tempo delle cure.

Fondazione Roma ha scelto di raddoppiare la somma complessiva destinata all’associazione, aggiungendo un proprio contributo di pari importo. La cultura diventa così anche un gesto di solidarietà: chi entra a Palazzo Cipolla non assiste soltanto a uno spettacolo ma contribuisce a una causa.

Riflessi Fondazione Roma
da sinistra Daniele Pitteri, direttore artistico di Riflessi, Franco Parasassi, presidente Fondazione Roma, Serena Dandini e Gaia De Laurentiis, prima di salire sul palco per la serata inaugurale di Riflessi

L’arte incontra la creatività e la solidarietà

«Con Riflessi», spiega il presidente di Fondazione Roma, Franco Parasassi, «abbiamo voluto realizzare un modo nuovo di vivere il Museo del Corso – Polo museale, aprendolo alla città e trasformando Palazzo Cipolla in un luogo di incontro, dialogo e partecipazione. Un progetto nel quale il patrimonio artistico incontra la creatività contemporanea e il pubblico diventa parte integrante dell’esperienza culturale».

Riflessi, aggiunge, è anche l’occasione «per affermare il valore sociale della cultura. Destinare l’intero ricavato della rassegna all’Associazione Andrea Tudisco – Together home e raddoppiarlo con un contributo di Fondazione Roma significa trasformare ogni biglietto in un gesto concreto di solidarietà, a sostegno dei bambini affetti da gravi patologie e delle loro famiglie».

Al centro del progetto c’è Roma, intesa non come semplice scenario, ma come comunità, bacino di talenti ed ecosistema culturale contemporaneo. Una città attraversata da scrittori, registi, attori, musicisti, artisti, giornalisti e intellettuali che qui vivono, lavorano o transitano, alimentando quotidianamente il tessuto creativo del Paese.

Serena Dandini protagonista della serata inaugurale di Riflessi, serie di incontri promossi da Fondazione Roma, che ogni martedì (saranno 12, fino al 12 gennaio 2027) riempiranno Museo del Corso – Palazzo Cipolla di dialoghi tra scrittori, artisti, attori, giornalisti, musicisti e protagonisti della cultura e il pubblico. L’intervento del presidente di Fondazione Roma, Franco Parasassi

La complicità, la pace, la follia, l’uguaglianza

Ognuna delle serate seguirà una propria grammatica: il confronto aperto con l’ospite condotto da Daniele Pitteri (che ha curato la direzione artistica del progetto) affiancato da co-conduttori d’eccezione che si alternano sul palco, Gaia De Laurentiis, Gioia Salvatori e Marco Passiglia, il microfono ceduto alla platea, gli interventi dedicati all’arte, alla poesia, fino all’energia della musica dal vivo.

A scandire il calendario, come dicevamo, sono quattro parole chiave, una per ogni mese: complicità, pace, follia e uguaglianza.

La complicità

La complicità è il primo gesto di una comunità: l’istante in cui traiettorie differenti scelgono di condividere un tratto di strada, un’intesa sotterranea o un’alleanza dichiarata. Dopo l’anteprima del 14 ottobre, affidata all’ironia e allo sguardo di Serena Dandini, affiancata dal dialogo musicale tra tradizioni popolari e cantautorato di Eleonora Bordonaro e Diana Tejera, il 20 ottobre protagonista sarà Tosca, in una serata che la vedrà attraversare il racconto e la performance dal vivo.

Il 27 ottobre sarà poi la volta del giornalismo d’inchiesta e umano di Domenico Iannacone, accompagnato dalle trame jazz, elettroniche e mediorientali del duo Candy Cane Snail, formato da Ava Alami e Vittorio Esposito.

La pace

La pace sarà esplorata non come tregua passiva, né come semplice contrario della guerra, ma come processo fragile e quotidiano: una pratica fatta di ascolto, negoziazione, memoria e disponibilità a fare spazio all’altro. Il 3 novembre il tema prenderà corpo attraverso le parole e la memoria civile di Giovanni Grasso, accompagnato dalle architetture vocali e dalla sperimentazione jazz di Leepuma quartet.

Il 17 novembre la narrazione della giustizia, delle ferite sociali e delle contraddizioni urbane sarà al centro dell’incontro con Giancarlo De Cataldo, cui faranno da eco le armonie folk e jazz del trio vocale August Sienna. Il 24 novembre il palco accoglierà il maestro Nicola Piovani, tra i più grandi compositori contemporanei, in una serata che ospiterà anche la ricerca sonora intima ed evocativa del duo formato da Martha Deribe e Simone Maggio.

La follia

La follia sarà il confine mobile tra norma e libertà, smarrimento e lampo intuitivo; la capacità di sottrarsi al visibile codificato per spingersi oltre ciò che appare possibile. Il ciclo si aprirà il 1° dicembre con la penna e l’esperienza investigativa di Gianrico Carofiglio, in dialogo sonoro con il prog-jazz della pianista e compositrice Miriam Fornari. L’8 dicembre lo sguardo si sposterà sulla poliedricità cinematografica e musicale di Margherita Vicario, accompagnata dalle suggestioni cantautorali di Chiaré.

Il 15 dicembre la parola passerà all’acutezza giornalistica e al racconto pubblico di Serena Bortone, affiancata al pianoforte dal talento classico e jazz di Enrico Zanisi. Il percorso sulla rottura degli schemi si chiuderà il 22 dicembre con l’energia attoriale di Beatrice Arnera e l’improvvisazione libera e trasversale di due figure di primo piano del jazz italiano, Ada Montellanico e Simone Graziano. 

L’uguaglianza

L’uguaglianza è il riconoscimento dell’uguale valore e dignità di ogni singola voce: un’idea ancora incompiuta e per questo necessaria, senza la quale non esiste cittadinanza. Il nuovo anno si aprirà il 5 gennaio con l’analisi politica e la precisione d’indagine di Alessandra Sardoni, incorniciata dalle tessiture elettroacustiche e vocali di Ludovica Manzo e Ruggero Fornari.

A coronare l’intero percorso, il 12 gennaio, sarà l’intensità scenica e umana di Anna Foglietta, con il gran finale musicale affidato all’eleganza pianistica di una leggenda del jazz internazionale come Enrico Pieranunzi.

Un grande viaggio nell’Italia che opera «per amore al genere umano»: geolocalizzate e ordinate per settore di intervento ben mille realtà filantropiche e raccontati, in una gallery di cento, i progetti sociali e ambientali più innovativi.
DOVE VA A FINIRE LA FILANTROPIA

La parete a specchio

Negli appuntamenti di Riflessi, precisa la fondazione, il pubblico non è chiamato semplicemente ad assistere, ma a entrare nell’azione, un elemento vivo che dialoga con il palco, reagisce, ispira gli artisti e ne raccoglie le provocazioni. Questa visione trova il suo centro in una parete a specchio, che fa da fondale, e che riflette la sala per tutta la durata dell’incontro.

Non un elemento scenografico, ma una dichiarazione di intenti: guardando la scena, la sala vede costantemente sé stessa. «L’ospite è l’innesco del dialogo, ma il vero soggetto dell’evento è il pubblico che sceglie di radunarsi e rispecchiarsi in quello spazio».

Proprio da qui nasce il nome Riflessi: dalla volontà di creare un luogo nel quale le idee e le persone possano incontrarsi, riconoscersi e restituirsi reciprocamente nuovi punti di vista. Il museo diventa così una piazza contemporanea, uno spazio aperto nel quale il patrimonio incontra la creatività del presente e il pubblico può sentirsi parte di un’esperienza culturale condivisa.

La musica e l’arte

L’arte sarà rappresentata attraverso il patrimonio artistico della fondazione, che diventa parte di questo percorso. Le opere della collezione entreranno nel racconto delle singole serate, selezionate e presentate, attraverso incursioni da attore e momenti narrativi affidati a Dario Battaglia. 

La musica, poi, non sarà un semplice intermezzo, ma uno degli elementi strutturali del live show. Riflessi sarà anche un osservatorio sulle sonorità emergenti, sul jazz contemporaneo e sulle nuove ricerche vocali e strumentali, dando spazio, a giovani talenti e a protagonisti della scena musicale contemporanea.

Resta informato su ProdurreBene.

In apertura e nel testo foto e video di Alessio Nisi

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Legge elettorale: DSP e Agorà in piazza a Roma

14 Ottobre 2026 ore 21:00



In piazza Capranica, a pochi passi da Montecitorio, Agorà e Democrazia Sovrana e Popolare (DSP) si sono riunite per protestare contro la nuova legge elettorale.

Al centro della contestazione, l’aumento da 1.500 a 6.000 delle firme richieste per ogni collegio plurinominale alle forze politiche non rappresentate in Parlamento e il premio di maggioranza previsto dalla riforma.

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Abitare con GIOIA: a Roma la progettazione partecipata diventa transfemminista

14 Ottobre 2026 ore 09:47

Una fermata dell’autobus senza luce alle dieci di sera, un marciapiede troppo stretto per un passeggino o una carrozzina, un affitto che spinge sempre più lontano dal centro chi si prende cura di qualcuno, un tragitto quotidiano che senza automobile diventa un percorso a ostacoli: sono esperienze comuni, spesso così normalizzate da non sembrare più un problema.

È da qui che siamo partitə per costruire GIOIA, acronimo di “Generare cIttà femministe attraversO Inclusione e pArtecipazione”: un progetto in cui proviamo a rispondere a una domanda semplice e radicale insieme, cioè per chi è pensata la città in cui viviamo.

Finanziato dal Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio nell’ambito del Piano Strategico Nazionale sulla violenza maschile contro le donne, GIOIA lavora su quattro municipi romani (II, V, VII e VIII). L’idea di fondo è che la prospettiva di genere non riguardi solo i servizi antiviolenza, ma ogni aspetto della vita urbana: come ci si muove, dove ci si sente al sicuro, quali spazi esistono per la cura, il gioco, l’incontro.

A promuovere il progetto siamo in tre: la Casa delle donne* Lucha y Siesta, dal 2008 presidio contro la violenza di genere e luogo di sostegno alle donne e alle persone trans e non binarie che ne escono; Sex & the City, associazione fondata dalle architette e ricercatrici urbane Azzurra Muzzonigro e Florencia Andreola, che da anni legge le città con le lenti del genere; e CHEAP, collettivo bolognese di street poster art che dal 2013 lavora nello spazio pubblico trasformando l’ordine simbolico.

L’obiettivo è raccontare e progettare la città insieme alle persone che la attraversano ogni giorno, con le proprie esigenze di cura, di sicurezza, di libertà di movimento, creando alleanze con le reti già attive nei territori.

Il percorso prevede in primo luogo una mappatura curata da Sex & the City e la creazione di un Atlante di genere per ciascun municipio, costruito incrociando indicatori territoriali e un questionario rivolto alle persone che abitano e attraversano quei quartieri. L’Atlante avrà una sintesi, un report approfondito e una mappa online aggiornabile, sul modello già sperimentato a Parma.

L’Atlante servirà a costruire un quadro dei servizi, reti e soggetti che la città già possiede in termini di sostegno alla vita quotidiana, in maniera da individuare ciò che manca e trasformarlo in proposta di trasformazione. Per fare questo l’esperienza di chi i quartieri li vive e li attraversa ogni giorno è centrale. 

Accanto al lavoro di mappatura ci saranno anche i Percorsi di Progettazione Partecipata. Da ottobre 2026 a febbraio 2027 in ogni municipio un gruppo di 20-25 persone si incontrerà in laboratori facilitati da attiviste, urbaniste, artiste e filosofe; i laboratori partecipati coinvolgeranno anche l3 bambin3, che porteranno prospettive e desideri sulla città negli incontri curati da Scosse APS. Le domande dei laboratori riguardano questioni molto concrete: in quali momenti entriamo in conflitto con la città? Quali difficoltà abbiamo smesso di vedere? Cosa resta sotto traccia pur pesando sulla nostra vita quotidiana?

Il compito dei laboratori è quello di formulare richieste precise da portare ai municipi e all’amministrazione capitolina: proposte ancorate ai bisogni reali e diffuse su tutta la città, con la vivibilità come criterio guida.

A seguire il lavoro ci sarà un Comitato scientifico di studiose, attiviste e urbaniste, tra cui Federica Castelli, Chiara Belingardi, Serena Olcuire, Giada Bonu Rosenkranz e Barbara Leda Kenny.

A partire dai materiali dei gruppi, CHEAP realizzerà una campagna artistica che attraverserà Roma sugli spazi di affissione comunali e nelle metropolitane, con raccomandazioni per una città transfemminista da discutere con le amministrazioni tra ottobre 2027 e marzo 2028.

Questo perché l’arte pubblica racconta delle storie e sceglie di tacerne altre, riproducendo un sistema di esclusione e privilegio che opera su più livelli della città. Uno degli obiettivi che ci siamo date, invece, è quello di contrabbandare nello spazio pubblico altre narrazioni, altri desideri, altri immaginari.

Infine, a chiudere il percorso è prevista una pubblicazione con la casa editrice indipendente Armillaria e, a ottobre 2027, abbiamo immaginato un festival cittadino aperto ai quattro municipi e a tutta la capitale.

Chi abita o attraversa i Municipi II, V, VII o VIII può contribuire in due modi: compilando il questionario per l’Atlante di genere, aperto fino a fine novembre, e candidandosi ai gruppi di lavoro tramite il form di partecipazione.

Dopo le prime presentazioni ad ESC e all’Arci Sparwasser del 2 e del 6 ottobre, gli incontri di lancio proseguiranno il 13 Ottobre presso il Centro Anziani Pullino (VIII Municipio), il 14 ottobre alle 17 alla Casa di Quartiere del Quarticciolo Ribelle (V Municipio) e il 15 ottobre alle 18 all’Antimafia Pop Academy (VII Municipio), con un laboratorio sulla città decoloniale insieme a Stefania N’Kombo José Teresa.

Il primo appuntamento comune sarà invece sabato 24 ottobre, dalle 10 alle 17 alla Casa delle donne Lucha y Siesta, con il workshop di arte urbana di CHEAP che riunirà tutti i gruppi.

La città è da sempre uno spazio ambivalente per le donne, le persone queer, le persone razzializzate, le persone disabili; spesso il messaggio che lancia è questo non è il vostro posto, qui dovete avere paura. Ma noi non vogliamo avere paura: vogliamo tessere le reti relazionali e costruire gli spazi fisici per costruire giustizia sociale, per definire insieme la nostra idea di sicurezza e di libertà, a partire dalla possibilità di vivere e attraversare i nostri quartieri.

Noi ci mettiamo un pezzetto, con GIOIA.

la copertina è di Lucha Y Siesta

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In risposta alle scelte del governo sulla scuola con i volontari SCU la scuola di italiano per stranieri apre anche ai minori migranti

1 Ottobre 2026 ore 10:18

Mentre il dibattito politico si concentra sul numero di alunni stranieri nelle scuole e alle classi ghetto “Io, Noi ODV” e il centro territoriale romano del Movimento Nonviolento scelgono di rispondere alla questione fondamentale mettendo in gioco le proprie risorse: che cosa possiamo fare perché gli studenti stranieri possano davvero diventare parte della nostra comunità [...]

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Il Segretario Generale Alberto Lombardo al Congresso Mondiale sulla Noonomia

Nessun ordine sociale viene mai distrutto prima che si siano sviluppate tutte le forze produttive per le quali esso è sufficiente, e i nuovi rapporti di produzione, superiori ai precedenti, non sostituiscono mai quelli più vecchi prima che le condizioni materiali della loro esistenza siano maturate nell’ambito della vecchia società. L’umanità si pone quindi inevitabilmente solo quei compiti che è in grado di risolvere, poiché un esame più attento mostrerà sempre che il problema stesso sorge solo quando le condizioni materiali per la sua soluzione sono già presenti o almeno in via di formazione

(Karl Marx, Contributo alla critica dell’economia politica, Prefazione, 1859).

1. L’impatto che l’Intelligenza artificiale avrà sulle nostre società è oggetto di discussione da diversi punti di vista. Qui vogliamo indagare sul cambiamento del valore che merci e servizi subiranno con la sua sempre più ampia diffusione e il prevedibile impatto sui rapporti sociali.

Partiamo dalla teoria del valore-lavoro che vede il valore di una merce (materiale o immateriale) nella quantità di lavoro umano incorporato (al di là dei problemi di conversione dei valori in prezzi).

L’ampio uso della gigantesca mole di dati accumulati e disponibile dall’IA, fa sì che vengano utilizzate e messe a profitto (al mero costo informatico) anche le ore di lavoro (produttivo, ma anche non produttivo) precedentemente prodotte nelle forme più disparate. Questo lavoro umano come può essere valutato? Esso viene appropriato dal capitale, anche se non viene pagato, sebbene vi siano dei costi di estrazione. L’assimilazione più immediata è quella alle risorse naturali che diventano una rendita per il capitale.

Marx (III Libro del Capitale e Teorie Del Plusvalore) distingue la rendita assoluta dalla rendita differenziale. La prima è quella che si genera perché esiste il monopolio della proprietà privata su certi fattori di produzione (per es. il possesso della terra coltivabile), la seconda è quella che nasce dal fatto che tali fattori hanno una redditività maggiore o minore (per es., diversa fertilità dei terreni). Marx distingue due tipi di rendita differenziale, la rendita differenziale I, derivante dalla diversa redditività di diversi lotti, e la rendita differenziale II, nascente da successivi investimenti di capitale nel medesimo lotto. Al momento ciò che viene messo a profitto non è tanto l’uso dell’AI (che potremmo assimilare alla rendita assoluta derivante dal mero possesso), quanto quei servizi di AI più performanti che vengono offerti a pagamento e quindi assimilabili alla rendita differenziale, in cui la redditività maggiore deriva non da una diversa “fertilità” della banca dati (che Marx chiamerebbe rendita differenziale I), ma dalla rendita differenziale II, nascente da successivi investimenti di capitale nel medesimo terreno.

D’altronde:

«Ogni “miglioramento” diminuisce il prezzo delle merci, [dei] mezzi di sussistenza. Il salario ossia il valore del lavoro, quindi, aumenta e diminuisce in proporzione inversa allo sviluppo della forza produttiva del lavoro, in quanto quest’ultima produca beni di prima necessità che entrano nel consumo medio della classe operaia. Il saggio del plusvalore (del profitto) diminuisce o aumenta, quindi, in rapporto diretto a come si sviluppa la forza produttiva del lavoro, perché questo sviluppo abbassa o eleva il salario.» (Marx, Teorie Del Plusvalore, Parte II).

Se ora l’AI è destinata a far aumentare a dismisura la produttività del lavoro, possiamo assistere a un’esplosione dei profitti e a un crollo dei salari.

2. Gli elementi fondamentali del processo produttivo, per come sono presentati da S. Bodrunov (Noonomia, P. 1, c. I, sez. 1.2), possono essere studiati nei rapporti e nelle contraddizioni che generano. Questi sono sì i pilastri fondamentali del processo produttivo, la cui caratterizzazione ne dipende, ma ne sono anche oggetto, in quanto ne vengono influenzati a loro volta.

La prima distinzione che si può individuare di questi quattro elementi è quella della loro genesi e del loro fine; se il lavoro umano e le materie prime sono generate esternamente dal processo produttivo, se sono cioè presupposti a questo, la stessa cosa non si può dire per le tecnologie e l’organizzazione della produzione, che invece ne sono i primi frutti.

In generale si può dire che le tecnologie e l’organizzazione del lavoro sono le caratteristiche del soggetto che vive il processo produttivo, sono caratteristiche della società che ne è influenzata o che le adopera, sono cioè frutti dell’astuzia della ragione. Il lavoro umano e le materie prime sono invece l’oggetto immediato del processo produttivo, la base materiale dalla quale questo scaturisce.

Pertanto, l’organizzazione del lavoro è la risposta dell’uomo al problema, posto dal processo produttivo, di come ottenere il massimo risultato dal lavoro umano potenziale disponibile. Così le tecnologie sono la risposta dell’uomo al problema, di simile origine, di come ottenere il massimo risultato dalle materie prime potenziali disponibili. Sono due problemi di ottimizzazione. Delle materie prime e del lavoro umano potenziali, perché il massimo del lavoro umano, che potrebbe confluire nel processo produttivo, considerato rispetto agli uomini totali che lo potrebbero generare, non è detto che sia raggiunto; la stessa cosa vale per le materie prime.

3. Il sistema di produzione capitalista ha attraversato nella sua storia numerosissime crisi; senza però mai esserne stato definitivamente travolto, ha saputo superarle sempre, anche rispetto agli assetti particolari che, sorti in situazioni di altrettanto fermento consolidatisi in anni più quieti, sono infine collassati a causa delle contraddizioni dalle quali erano emersi. Queste crisi sono conseguenze di dinamiche interne al sistema economico, ma presto hanno ricadute in altre sfere.

L’aspetto che primo tra tutti ne è influenzato è senz’altro quello sociale, cioè l’organizzazione del lavoro. Sono da considerarsi parte dell’organizzazione del lavoro anche tutti quei processi che mirano a riprodurre il lavoro umano o a disporne in quantità adeguata a quella richiesta e sostenibile dal sistema produttivo. Storicamente gli sviluppi di queste contraddizioni sono molteplici e generalmente sfociano in violenza politica volta ad evitare che il sistema economico subisca dei mutamenti strutturali, questa vi è accompagnata però da una buona dose di riforme, necessarie alla razionalizzazione del processo produttivo e al superamento della crisi. Un esempio di questo fenomeno è il fordismo, indagato già sotto questo aspetto da A. Gramsci nei suoi Quaderni del Carcere. Chiaramente a questa soluzione vi è un limite: per mantenere la situazione invariata, occorre sempre ricercare equilibrio tra le classi sociali, che ovviamente avvantaggerà la classe borghese, ma che persuaderà le altre classi a non ingaggiare una lotta per la conquista dei mezzi di produzione.

Una seconda sfera nella quale sono osservabili dei mutamenti è quella dei rapporti internazionali tra gli Stati, dalla necessità di distruggere parte del sistema produttivo esistente e di aprire nuovi mercati sorge l’imperialismo. Questa soluzione deve però scontrarsi ad oggi con dei limiti di natura tecnica, la guerra convenzionale ha ridotto drasticamente la sua portata, per via della capacità distruttiva delle armi cresciuta a dismisura che, in caso di utilizzo, non permetterebbero il raggiungimento sicuro dei risultati sperati. Ad oggi si impiegano dunque sistemi misti, i cui effetti risultano però trascurabili in molti casi, che non possono assorbire la totalità delle contraddizioni generate sul piano economico.

4. Lo sviluppo della tecnica appare quindi come l’ultima spiaggia ed è quello che l’AI dovrebbe incarnare. Generare, a parità di risorse impiegate, risultati maggiori, può essere la soluzione del problema.

Va sottolineato che qualunque mutamento in una delle sfere sopra elencate ha effetti su tutte le altre e su sé stessa, perciò, in questo contesto, si può affermare di essere entrati nella fase dei sistemi di produzione in cui l’organizzazione del lavoro si occupa prioritariamente dello sviluppo delle tecnologie.

Gli enormi progressi tecnologici che si sono raggiunti negli ultimi anni possono far pensare che il sapere sociale generale si innalzerà ad un ritmo sempre più elevato, lasciando a galla solo chi sarà in grado di rimanere al passo. Questo fenomeno apre al rischio di un accentramento dei capitali spaventoso e alla necessità di far partire una corsa allo sviluppo scientifico su scala mondiale, che genererà enormi sconquassi in ogni campo. Inoltre la necessità di impiego di forza lavoro sarà ridotta al minimo, se nel medio periodo si potrà vedere una tendenza maggiore all’impiego di forza lavoro specializzata questo potrebbe non perpetuarsi nel lungo periodo ed anzi si potrebbero raggiungere tassi di disoccupazione elevatissimi. Infatti, se le rivoluzioni industriali precedenti sono state capaci di assorbire nei nuovi settori produttivi tutta la manodopera espulsa da quelli vecchi e in dismissione, questo sembra del tutto precluso con la rivoluzione dell’AI. La diffusione sempre più capillare agirà come una droga che risolve il problema immediato e ne crea uno ancora più grande nell’immediato futuro.

Ciò ci porta a un’altra considerazione marxiana, ossia la caduta tendenziale del tasso di profitto, conseguenti alle crisi economiche, come le crisi di sovrapproduzione, la distruzione delle forze produttive e l’immane scontro tra i capitali a livello internazionale. Un’astrazione scientifica che si ripropone nella società capitalistica – in forme e modi odierni – ma nella sostanza del tutto simile a quella descritta da Marx. Si badi bene qui che si parla di caduta del saggio, ossia della percentuale, non della caduta assoluta, quindi non sono i profitti a diminuire, ma la loro redditività, ossia la quantità relativa di profitti rispetto all’enorme massa di capitali che è stata finora accumulata. Inoltre la caduta è tendenziale; ciò non implica in alcun modo la previsione di un crollo inevitabile, come hanno preconizzato le degenerazioni meccanicistiche e opportunistiche della II Internazionale socialdemocratica dopo la morte di Engels, proprio per togliere dall’ordine del giorno la rivoluzione proletaria.

Il capitalismo si dibatterà ancora una volta tra l’incudine di dover contrastare la caduta del saggio di profitto a fronte di una massa di capitali (soprattutto speculativi e fittizi) che richiedono voracemente sempre più profitti assoluti, e la necessità di distribuire reddito che possa acquistare produzioni sempre più vaste.  Il gioco dei rapporti ineguali a livello internazionale che ha per secoli estratto beni dal Sud del mondo e consentito le società benestanti del Nord sembra al tramonto. Sia per la saldatura dei Paesi intorno ai BRICS, sia per la rivoluzione tecnologica che il Sud, con in testa la Cina, sta compiendo uscendo dalla trappola delle produzioni a basso contenuto di valore aggiunto. D’altro lato nel Nord la voracità dell’assorbimento dei profitti ancora al di fuori di esso limita fortemente la capacità redistributiva che finora ha retto il patto sociale tra le classi nel Nord.

Una società in cui l’organizzazione del lavoro, la creatività, l’innovazione di prodotto più ancora che di processo saranno il discrimine tra vivere o soccombere dovrà necessariamente cambiare il paradigma dei rapporti di produzione.

Non ci si aspetta che questo possa avvenire senza sconquassi, come tutte le fine delle società pregresse, ma mai come oggi l’umanità potrà porsi concretamente il problema di riunificare la socializzazione della produzione e la socializzazione dei mezzi di produzione.

In una parola: Socialismo o barbarie

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L'articolo Il Segretario Generale Alberto Lombardo al Congresso Mondiale sulla Noonomia proviene da IL PARTITO COMUNISTA - Sito Ufficiale.

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