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Gen. Mennitti: "Più tecnologia per la sicurezza dei cittadini, dai droni alla prevenzione incendi"

16 Ottobre 2026 ore 16:55
Il vice comandante generale dell’Arma dei Carabinieri, intervenuto a Cernobbio, indica nell’innovazione una importante sfida strategica. I droni sono già impiegati per monitorare boschi, prevenire incendi e contrastare gli scarichi illeciti

© RaiNews

Stress test, così il G7 mette alla prova l’AI per evitare una crisi finanziaria

16 Ottobre 2026 ore 16:48

Uno stress test per il settore finanziario. È quello che il G7 pensa di fare per verificare la pericolosità dell’intelligenza artificiale. A Bangkok, dove sono riuniti i ministri delle Finanze e i governatori delle banche centrali, è emersa la volontà di mettete a punto esercitazioni “teoriche” per capire fino a che punto possono stare tranquilli di fronte alle minacce rappresentate dagli agenti di AI di frontiera. L’obiettivo è studiare la risposta più efficace per difendersi.

A scriverlo è il Financial Times, secondo cui l’esercitazione potrebbe coinvolgere le banche. Come sottolinea il ministro delle Finanze olandese, “stiamo tutti fissando la stessa scatola nera. Vediamo i rischi, ma come affrontarli?”, si chiede Eelco Heinen. “Se pochi Paesi possiedono la tecnologia, ma il mondo interno può esserne vittima, la cooperazione internazionale è fondamentale. È proprio qui che risiede la preoccupazione”. L’idea arriva d’altronde in un momento topico. L’AI viene continuamente descritta come uno strumento rivoluzionario, ma a due facce. Quella negativa potrebbe comportare delle conseguenze ancora poco quantificabili, ma sicuramente drammatiche. Una di queste è che gli agenti di AI possano autonomamente impossessarsi di altri sistemi, sdoppiandosi ed infiltrandosi. Ad esempio, in una banca.

Lo afferma anche il Fondo Monetario Internazionale in un suo rapporto, in cui si legge che “gravi incidenti informatici potrebbero minare la fiducia del mercato e interrompere le infrastrutture e le operazioni critiche dei mercati finanziari”.

Se e quando i test partiranno, si potrà capire meglio a che livello sono le difese. Nel tempo si sono prese delle precauzioni e ci sono dei manuali di risposta già stilati. Ma il pericolo è cambiato, si presenta sotto forme diverse. Per cui bisogna vedere se il sistema architettato possa reggere all’urto. “La situazione può diventare davvero molto difficile”, ammette Caio Ferreia, vice presidente del reparto global markets analysis dell’Fmi. Non è solo una questione operativa. “La perdita di fiducia potrebbe di per sé rappresentare un evento sistemico”.

Resta da capire quando e come si svolgeranno le esercitazioni. Sicuramente il messaggio che invia il G7 è chiaro: con l’AI tutti devono fare i conti, perché nessuno ne è immune. C’è però un dettaglio, neanche troppo piccolo, sottolineato anche dal ministro dell’Economia italiano Giancarlo Giorgetti. I grandi assenti al tavolo di Bangkok erano gli americani. “Il punto di partenza, sinceramente va detto, è che qui non è venuto Scott Bessent“, dice riferendosi al segretario del Tesoro. Al suo posto c’era un sottosegretario. “Evidentemente questo mette in una luce diversa sia le riunioni del G20 sia del G7, sia in qualche modo l’Fmi. Una situazione di grande incertezza, instabilità geopolitica con conseguenze economiche e finanziarie evidenti, con gli Stati Uniti un po’ protagonisti di tutto, che qua sono presenti in tono minore”. In sintesi, conclude Giorgetti, ci troviamo in “un mondo in cerca di equilibrio in cui gli Usa giocano una partita d’isolamento”.

VPN senza limiti per 10 dispositivi, ecco perché NordVPN è la migliore

16 Ottobre 2026 ore 12:15

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Con NordVPN è possibile accedere alla migliore VPN da attivare per unna connessione veloce e illimitata da 10 dispositivi in contemporanea.

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Bruxelles apre alle piccole imprese per innovare più in fretta nella difesa

16 Ottobre 2026 ore 04:45

L’Unione europea vuole accelerare l’innovazione militare puntando sulle imprese più piccole. Lunedì il Consiglio Ue ha approvato definitivamente il Programma per un’innovazione agile e rapida nel settore della difesa (Agile), un piano da 115 milioni di euro pensato per portare più rapidamente le nuove tecnologie alle forze armate. I primi bandi sono attesi all’inizio dell’anno prossimo.

L’iniziativa nasce da un problema concreto: nel settore della difesa, sviluppare una tecnologia non significa necessariamente riuscire a impiegarla. Tra prototipi, test, finanziamenti e procedure di acquisto possono passare anni. Nel frattempo, le esigenze operative cambiano e le innovazioni diventano rapidamente obsolete. La guerra in Ucraina ha reso evidente quanto conti la velocità con cui si sperimentano e si aggiornano le capacità militari, dai droni ai software. Agile punta a ridurre questi tempi, sostenendo soprattutto startup, piccole e medie imprese e scale-up, anche provenienti da settori civili.

La principale novità riguarda le procedure. Il programma prevede che la valutazione delle domande si concluda entro quattro mesi dalla scadenza del bando. L’obiettivo è portare le tecnologie finanziate alle forze armate entro uno-tre anni. I contributi potranno coprire fino al 100 per cento dei costi ammissibili, secondo le condizioni stabilite dal regolamento. È previsto inoltre un accesso facilitato alle strutture di prova e sperimentazione, per consentire alle aziende di verificare le prestazioni dei propri prodotti e correggerne rapidamente i difetti. Le aree interessate comprendono le tecnologie emergenti e dirompenti applicabili alla difesa. Tra i possibili ambiti figurano intelligenza artificiale, robotica, sistemi senza equipaggio, sensori avanzati e altre soluzioni innovative. Le tecnologie effettivamente finanziabili e le priorità specifiche saranno definite attraverso i bandi: non esiste quindi, al momento, un elenco definitivo dei prodotti che riceveranno sostegno.

Un altro obiettivo è avvicinare le imprese innovative ai grandi gruppi industriali e agli utilizzatori militari. Le aziende più piccole possono sviluppare soluzioni promettenti, ma spesso non dispongono delle risorse necessarie per certificarle, integrarle in sistemi complessi e raggiungere il mercato della difesa. Il programma intende favorire questi collegamenti e orientare i finanziamenti verso esigenze operative individuate dagli Stati membri.

Agile si affianca agli strumenti europei già esistenti, a partire dal Fondo europeo per la difesa (Edf), che dispone di 7,3 miliardi di euro per il periodo 2021-2027 e sostiene soprattutto progetti collaborativi di ricerca e sviluppo. La differenza è nell’approccio: mentre il Fondo finanzia anche programmi di ricerca complessi e di lungo periodo, Agile punta su procedure accelerate e sul passaggio più rapido allo sviluppo di capacità utilizzabili.

I 115 milioni di euro rappresentano una dotazione limitata rispetto alle esigenze dell’industria europea della difesa. Il programma va quindi considerato soprattutto come un tentativo di sperimentare un modello più Agile, non come uno strumento in grado da solo di colmare il divario tecnologico con gli altri grandi attori internazionali.

Il risultato dipenderà dalla capacità delle amministrazioni militari di individuare le proprie necessità, mettere le aziende nelle condizioni di testare i prodotti e acquistare le soluzioni che dimostrano di funzionare. Procedure più rapide possono ridurre gli ostacoli, ma non bastano se le forze armate non sono pronte a integrare tecnologie sviluppate al di fuori dei circuiti industriali tradizionali. I primi bandi, attesi nel 2027, mostreranno se Agile riuscirà a mantenere la promessa. La questione non è soltanto finanziare nuove idee, ma fare in modo che arrivino in tempo a chi deve utilizzarle.

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Sicurezza, è colpa delle amministrazioni del Pd

15 Ottobre 2026 ore 17:12

Livorno. 15 ottobre 2026 – Dopo la recente classifica del Sole 24 Ore sulla sicurezza leche vede la nostra città tra le più pericolose d’Italia si registra l’intervento del consigliere di Fratelli d’Italia Alessandro Perini, tra le tre più pericolose città della Toscana c’è Livorno, insieme a Prato e Firenze, tutte e tre sono governate dal Pd. E per Perini non è un caso, le politiche amministrative dei comuni infatti sono determinanti, in più “a Livorno da 20 anni mandano Prefetti incapaci”. Ecco il suo intervento completo.

D’altra parte Livorno non è che brilla, mi permetta, lo sa, oggi è uscito il nuovo report del Sole 24 Ore e ci ribadisce che anche quest’anno Livorno è nelle top ten, sì top ten delle realtà più pericolose d’Italia, siamo sempre al decimo posto. Nel 2018 Pisa era all’undicesimo posto, oggi è al ventiquattresimo posto. Un trend che è esattamente il contrario di quello del Comune di Livorno che in questi anni è sempre stato tra l’ottavo e il decimo posto. C’è un problema a sicurezza perché non è normale che Livorno, sempre governata dalla sinistra, è una delle realtà più pericolose della Toscana, insieme e davanti a Firenze e Prato che sono altre realtà governate, guarda caso dal PD, come mai Pisa fa meglio di Prato e di Livorno, come mai Grosseto fa meglio di Livorno, perché Siena fa meglio di Prato, come mai ci sarà una differenza, o qui mandano i questori incapaci e invece a Pisa quelli capaci, non credo che ci sia una differenziazione di questo tipo. Se in Italia i reati calano ma Livorno rimane lì, granitica, nella top ten, questa è una certezza, forse c’è un problema a sicurezza, forse mi viene da dire se Livorno rimane lì se in realtà scendono in classifica perché migliorano forse le politiche di un’amministrazione comunale, una differenza, allora la faranno o è un complotto, da 20 anni mandano i questori incapaci a Livorno, così voi fate brutta figura.

Nuova VPN? Surfshark anticipa il Black Friday e offre uno sconto dell’85%

15 Ottobre 2026 ore 10:30

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Con Surfshark VPN è possibile accedere a un servizio completo e illimitato a meno di 2,5 euro al mese grazie alla promo Black Friday.

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I cyber-attacchi ai supermercati, e i timori per la destabilizzazione dell’Europa

15 Ottobre 2026 ore 04:45

L’insicurezza può cominciare anche da un frigorifero. In Francia, un attacco informatico ha alterato i sistemi di refrigerazione di circa 700 supermercati, compromettendo le scorte di alimenti freschi e surgelati. Il ministro dell’Economia Roland Lescure ha escluso rischi per gli approvvigionamenti alimentari del Paese, ma ha definito l’episodio un campanello d’allarme per la sicurezza alimentare. Il bersaglio non è una rete militare o un ministero, ma un’infrastruttura ordinaria da cui dipende il funzionamento della vita quotidiana.

L’attacco è stato rilevato nella notte tra domenica e lunedì. Sono stati coinvolti punti vendita di Intermarché, Netto, Coopérative U, Carrefour e Monoprix. Secondo le ricostruzioni diffuse dai media francesi, gli hacker avrebbero forzato i sistemi a entrare in un ciclo continuo di sbrinamento e impostato temperature fino a 50 gradi, rendendo inutilizzabili parte delle scorte. La procura di Parigi ha aperto un’indagine per ricostruire la dinamica e quantificare i danni.

La pista tecnica conduce a sistemi di controllo vulnerabili. L’agenzia francese per la cybersicurezza ha segnalato numerose compromissioni di moduli per il controllo remoto prodotti da Danfoss e Copeland. Danfoss ha dichiarato che la maggior parte dei sistemi coinvolti apparteneva a generazioni più vecchie, che non ricevevano più aggiornamenti software o di sicurezza. Copeland ha fatto riferimento a una generazione di controllori fuori produzione e fuori supporto.

Il problema non era del tutto sconosciuto. In un rapporto pubblicato ad agosto, la società di cybersicurezza Claroty aveva individuato vulnerabilità in piattaforme impiegate per gestire impianti di refrigerazione di supermercati, magazzini e altre strutture. Alcuni controllori risultavano direttamente accessibili da Internet. Secondo un esperto citato dall’Associated Press, lasciare questi sistemi esposti alla rete rende relativamente semplice attaccarli. La possibilità tecnica, tuttavia, non identifica chi abbia condotto l’operazione né ne chiarisce il movente.

Nessun gruppo aveva rivendicato pubblicamente l’attacco e non era stata avanzata alcuna richiesta di riscatto. È un elemento insolito, ma non sufficiente per attribuire l’azione a uno Stato. L’operazione potrebbe essere criminale, dimostrativa o avere finalità ancora sconosciute. Non ci sono prove pubbliche che indichino una responsabilità russa, né che consentano di classificare l’episodio come un’operazione di destabilizzazione.

Nelle stesse ore, Ahold Delhaize, gruppo olandese presente in Europa e negli Stati Uniti, ha sospeso alcuni sistemi dopo un distinto incidente informatico. I siti dei suoi marchi, tra cui Albert Heijn, Delhaize e Stop & Shop, sono rimasti offline, mentre i negozi hanno continuato a operare. L’azienda ha dichiarato di non avere prove di furti di dati di clienti o dipendenti. Le autorità olandesi non hanno trovato elementi per collegare l’incidente a quello francese. Due episodi ravvicinati, dunque, ma non una campagna coordinata accertata.

Il caso francese resta comunque rilevante per la sicurezza europea. La grande distribuzione dipende da una rete di sistemi digitali che controllano processi fisici: refrigerazione, logistica, magazzini e trasporti. La loro compromissione può generare perdite economiche e disservizi senza bisogno di distruggere un impianto o interrompere un’intera rete nazionale. È questo uno dei tratti delle minacce ibride: lo sfruttamento delle vulnerabilità civili per ottenere effetti che possono andare oltre il danno immediato, quando esiste una strategia più ampia.

Il Parlamento europeo ha richiamato il rischio di operazioni capaci di sfruttare debolezze sistemiche, apparire come episodi isolati e restare sotto la soglia del conflitto armato. La Russia è indicata come il principale attore statale che minaccia l’Unione su questo fronte. Ma il contesto geopolitico non basta a dimostrare che l’attacco ai supermercati francesi rientri in una simile strategia.

È qui che si apre anche la questione della cognitive warfare. Non ogni attacco informatico che crea allarme è guerra cognitiva: occorre un tentativo di influenzare percezioni, fiducia e decisioni. Un sabotaggio può però essere sfruttato per diffondere l’idea che le istituzioni non siano in grado di proteggere i cittadini, soprattutto se accompagnato da disinformazione o inserito in una sequenza più ampia di incidenti.

La risposta, quindi, non consiste soltanto nell’individuare i responsabili. Occorre aggiornare i dispositivi, limitare l’esposizione dei sistemi connessi e controllare gli accessi remoti. La direttiva europea NIS2 rafforza gli obblighi di cybersicurezza per determinate imprese del settore alimentare, ma la resilienza dipende anche dall’attuazione concreta delle misure.

L’indagine dovrà chiarire se dietro l’attacco ci sia un movente economico, politico o altro. Nel frattempo, la vicenda mostra una vulnerabilità più immediata: sistemi essenziali possono restare esposti per anni, fino a quando qualcuno decide di sfruttarli. La sicurezza europea passa anche dalla capacità di proteggere ciò che, proprio perché ordinario, tende a essere dato per scontato.

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L’esercito americano vuole usare l’IA contro le minacce biologiche

15 Ottobre 2026 ore 04:45

L’esercitazione “Toxic Swell 25” presso l’area di addestramento del Corpo dei Marines di Bellows, alle Hawaii, il 20 agosto 2025 (Defense.gov)

L’esercito americano vuole usare l’intelligenza artificiale per individuare le minacce biologiche prima che si trasformino in un’emergenza. L’obiettivo è incrociare informazioni ambientali, cliniche, logistiche e d’intelligence per riconoscere segnali che, presi singolarmente, potrebbero passare inosservati. La nuova strategia di biodefense dell’Esercito degli Stati Uniti trasforma così una competenza tradizionalmente legata alla medicina militare e alla protezione dalle armi di distruzione di massa in una priorità operativa per l’intera forza armata.

I dettagli sono stati illustrati il 12 ottobre da alcuni dagli autori del documento durante un incontro con la stampa a margine della conferenza annuale dell’Association of the United States Army. «Stiamo guardando con grande attenzione a come sfruttare l’intelligenza artificiale per integrare e selezionare questi dati», ha spiegato a DefenseScoop Alison Tamasi, responsabile della divisione per l’analisi della sopravvivenza e degli effetti presso l’agenzia della forza armata che si occupa di armi nucleari e di distruzione di massa.

Il problema è soprattutto la velocità. I dati utili alla sorveglianza biologica arrivano da fonti diverse: monitoraggio ambientale, strutture sanitarie, analisi cliniche, rapporti d’intelligence e altri sistemi di rilevamento. Integrarli può aiutare a identificare un focolaio nelle sue fasi iniziali e a capire come potrebbe evolvere. «C’è uno sforzo per riunire i diversi flussi di dati e usare l’intelligenza artificiale e l’apprendimento automatico per le analisi predittive, così da accelerare la valutazione iniziale, mantenendo sempre una persona nel processo decisionale», ha detto il tenente colonnello David Kingery, che ha guidato lo sviluppo della strategia.

L’intelligenza artificiale non è però soltanto una risorsa per la difesa. Secondo il documento, la convergenza tra biotecnologie avanzate, biologia sintetica e intelligenza artificiale potrebbe abbassare le barriere allo sviluppo di nuove armi biologiche. È un rischio che l’esercito considera parte di un quadro tecnologico in rapida evoluzione, nel quale strumenti capaci di accelerare la ricerca biomedica possono essere impiegati anche per scopi ostili. Questo non significa che siano già state dimostrate nuove armi biologiche progettate con l’intelligenza artificiale: la strategia individua una possibilità di rischio e la necessità di prepararsi.

La novità, tuttavia, non riguarda soltanto la tecnologia. Il piano vuole abituare le forze armate a operare anche quando un incidente biologico non può essere prevenuto o contenuto subito. «Possiamo proteggere ogni soldato da ogni possibile minaccia biologica? Probabilmente no», ha riconosciuto Tamasi citata da Fox News. «Non possiamo metterli in una bolla».

Per questo gli scenari biologici dovranno entrare nelle normali esercitazioni militari. Un esempio citato è quello di un focolaio di norovirus in un porto militare: mentre il personale sanitario lavora per contenere il contagio, chi si occupa della logistica deve trovare il modo di mantenere in movimento i rifornimenti essenziali. Il problema, in questo caso, non è soltanto curare i malati, ma impedire che l’emergenza paralizzi le operazioni.

La strategia individua cinque linee d’azione: ampliare le conoscenze sulle minacce, migliorare la consapevolezza della situazione, gestire informazioni e comunicazione, aumentare la preparazione e modernizzare le capacità di biodefense. Quest’ultimo obiettivo comprende anche il coordinamento tra le diverse componenti delle forze armate e l’interoperabilità dei sistemi di raccolta e condivisione dei dati.

C’è infine una dimensione informativa. Le autorità militari considerano la disinformazione un possibile fattore di aggravamento di una crisi biologica, soprattutto quando riguarda vaccini, misure protettive e comunicazioni ufficiali. Per questo la strategia prevede di integrare la gestione delle informazioni nella preparazione operativa.

Il traguardo dichiarato è il 2035: essere in grado di dispiegare le forze, operare e combattere anche in un ambiente segnato da minacce biologiche. La logica è rendere più difficile per un avversario ottenere un vantaggio militare provocando un’epidemia o sfruttando un incidente. Non ogni minaccia potrà essere fermata in anticipo. L’obiettivo è riconoscerla prima possibile e impedire che blocchi la capacità di combattere.

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TARANTO NON PUÒ PIÙ ASPETTARE. AL FIANCO DI LAVORATORI E CITTADINI

Il Partito Comunista è vicino ai cittadini, ai lavoratori e alle realtà sociali e associative di Taranto che sabato 17 ottobre scenderanno in piazza per chiedere salute, lavoro, sicurezza e un futuro senza inquinamento.

Da troppo tempo Taranto paga un prezzo altissimo: vite umane, salute pubblica, ambiente devastato, prospettive tolte. E da troppo tempo si finge che il lavoro e la salute siano due diritti in conflitto, come se chi lavora e le sue famiglie dovessero scegliere tra il pane e la vita.

L’ex ILVA è il simbolo più crudo di un modello industriale che per decenni ha messo il profitto davanti ai lavoratori, alla popolazione e al territorio. Ci ha lasciato in eredità una crisi ambientale, sanitaria e occupazionale che è ancora lì, aperta.

La salute non si sacrifica sull’altare della produzione, e difendere l’ambiente non può voler dire abbandonare chi lavora. Servono risposte concrete: investimenti pubblici, garanzie per l’occupazione, bonifiche vere e un piano di sviluppo che restituisca un orizzonte a tutto il territorio.

Crediamo che a decidere del futuro di Taranto debbano essere le tarantine e i tarantini, i suoi lavoratori, senza più scelte calate dall’alto e senza che le loro richieste vengano piegate a interessi che con quelli della collettività non c’entrano nulla.

Il 17 ottobre è un’occasione importante per riportare al centro del dibattito nazionale una questione che non riguarda solo Taranto, ma il diritto di ogni comunità a vivere e lavorare con dignità e in sicurezza.

Sosteniamo questa mobilitazione rispettando l’autonomia di chi l’ha promossa, e riconosciamo il valore di una lotta che nasce dal territorio e dai bisogni concreti di chi ci vive.

Invitiamo iscritti, simpatizzanti e tutti coloro che condividono queste rivendicazioni a partecipare alla manifestazione di sabato 17 ottobre 2026: ritrovo alle 16:00 in Piazzale Democrate, partenza del corteo alle 17:00.

Taranto ha diritto a un futuro. E a decidere quale, devono essere i suoi cittadini e i suoi lavoratori.

Non servono passerelle o promesse di circostanza.
La vita di un intera popolazione non deve essere sacrificata agli interessi del profitto.

 

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L’Italia non protegge gli hacker etici

14 Ottobre 2026 ore 11:00

Immagine in evidenza rielaborata con l’intelligenza artificiale

Il 7 ottobre 2026, l’Agenzia Nazionale per la Cybersicurezza (ACN) ha adottato la Politica nazionale di divulgazione coordinata delle vulnerabilità (CVD: Coordinated Vulnerability Disclosure) e ha invitato la comunità digitale italiana a segnalare tutte le vulnerabilità zero-day, quindi ancora sconosciute, scoperte su sistemi di soggetti pubblici e privati.

Un passo in avanti, senza dubbio. Peccato che il passo in avanti fosse già previsto per legge dall’articolo 12 della Direttiva NIS2 (la normativa europea che punta rafforzare la sicurezza informatica di aziende, enti pubblici e servizi considerati critici), pubblicata in Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea nel dicembre 2022. Quattro anni di attesa per adempiere a un obbligo già scritto nero su bianco. È probabilmente il ritmo fisiologico della macchina pubblica italiana quando si tratta di tecnologia: la direttiva arriva, viene recepita con il decreto legislativo nel 2024, poi si aspetta un altro anno prima che qualcuno adotti gli strumenti operativi che quella norma richiedeva. Nel frattempo, però, le vulnerabilità informatiche esistono lo stesso.

La politica in sé ha una struttura ragionevole: il ricercatore segnala una vulnerabilità al CSIRT Italia (Computer Security Incident Response Team: la squadra nazionale che si occupa di gestire e coordinare la risposta agli incidenti informatici), il CSIRT si coordina con il fabbricante o il gestore del sistema vulnerabile, si trova una patch, poi si divulga. 

È possibile segnalare anche in forma anonima tramite una piattaforma dedicata sul sito ACN, che però al momento non risulta ancora essere attiva. Il messaggio pubblico di ACN è persino entusiasta: la community è invitata a collaborare, gli hacker etici sono benvenuti, insieme si costruisce un ecosistema digitale più sicuro. I problemi, come spesso avviene, sono nella nota in calce, quella che nessuno commenta nei comunicati ufficiali.

I rischi penali

La Politica CVD di ACN contiene infatti una clausola che vale la pena citare quasi alla lettera: le attività di ricerca delle vulnerabilità vanno condotte nel rispetto della legge e non devono integrare fattispecie di reato. Traduzione: segnalateci pure tutto quello che trovate, ma non aspettarti protezione se hai violato la legge.

Il punto è che in Italia la legge in questione è l’articolo 615-ter del Codice Penale, che punisce chiunque acceda abusivamente a un sistema informatico protetto da misure di sicurezza. La norma non distingue tra chi entra per rubare dati e chi entra per trovare una falla e segnalarla. I motivi del ricercatore sono, sul piano tecnico-giuridico, sostanzialmente irrilevanti: lo ha chiarito la Cassazione a Sezioni Unite nel 2012, che ha spostato il focus sulla qualità dell’accesso rispetto all’autorizzazione ricevuta. Chi accede a un sistema informatico protetto senza autorizzazione rischia di commettere un reato, indipendentemente dalle sue intenzioni.

ACN non è un’autorità giudiziaria e non può quindi garantire immunità penale a nessuno. Al massimo può impegnarsi a non sporgere querela come soggetto offeso, ma il Pubblico Ministero può comunque procedere d’ufficio. E se il sistema vulnerabile appartiene a un ente terzo, ACN non ha alcun potere su quel soggetto. L’anonimato garantito dalla piattaforma protegge l’identità del segnalante durante il processo, ma non sana retroattivamente l’accesso abusivo che ha permesso di trovare la vulnerabilità. L’unico modo per fare security research su sistemi altrui senza rischiare un procedimento penale resta quello di sempre: farsi dare l’autorizzazione. Che è un penetration test. Non una CVD.

Cosa succede nel resto d’Europa

Il Belgio ha risolto il problema nel 2022 con una norma specifica e nel 2024 l’ha consolidata nella propria legge di recepimento NIS2: chi rispetta le condizioni del safe harbor – ovvero nessun intento fraudolento, azioni proporzionate, segnalazione tempestiva al CCB (l’autorità belga competente per la cybersicurezza) e al titolare del sistema – non risponde penalmente dei reati informatici commessi nel corso della ricerca. È un’esenzione espressa, scritta nella legge, non una promessa procedurale di qualche autorità. I Paesi Bassi ci sono arrivati in modo diverso, più pragmatico: dal 2013 esiste una direttiva della Procura che orienta l’esercizio dell’azione penale verso la non-perseguibilità dei ricercatori in buona fede. Non è un’immunità formale, ma crea un livello di prevedibilità che in Italia non esiste nemmeno in forma embrionale.

La Germania nel 2024 aveva elaborato una bozza di riforma del paragrafo 202a del Codice Penale – il loro equivalente del nostro 615-ter – per escludere dalla fattispecie le attività di ricerca finalizzate alla segnalazione. La bozza è decaduta con la crisi della coalizione. Il contratto di governo CDU/CSU-SPD del 2025 l’ha ripresa con un impegno esplicito a creare certezza giuridica per la ricerca in sicurezza informatica. Non è ancora legge, ma è in agenda. La Francia ha invece una protezione debole e solo procedurale, ma almeno esiste: l’ANSSI (agenzia per la cybersicurezza francese) non è obbligata a denunciare chi segnala in buona fede. L’Italia, con la sua nuova Politica CVD, si colloca nell’unica categoria rimasta: quella dei Paesi che hanno un canale di segnalazione e nessuna tutela sostanziale.

Se l’Italia inasprisce le pene

Mentre il Belgio costruiva un safe harbor e la Germania ci provava, l’Italia approvava la Legge 90/2024 sulla cybersicurezza nazionale. Non è una legge che protegge i ricercatori: è una legge che alza le pene. Per i sistemi di interesse pubblico – sanitario, militare, di ordine pubblico, infrastrutture critiche – le pene per accesso abusivo sono passate da un massimo di cinque anni a un massimo di dieci, con aggravanti che arrivano a dodici. In questi casi, inoltre, si procede d’ufficio, senza che sia necessaria una querela. Il legislatore ha quindi deciso, nell’anno in cui si recepiva NIS2, di rendere più pericoloso fare security research proprio sui sistemi più critici: quelli dove le vulnerabilità hanno le conseguenze più gravi.

Oggi ACN invita la community a segnalare zero-day sui sistemi informatici della pubblica amministrazione o di interesse pubblico. La normativa vigente, però, continua a esporre chi individua queste vulnerabilità attraverso accessi non autorizzati al rischio di procedimenti penali, con pene che, nei casi più gravi, possono arrivare fino a dodici anni. Non c’è nessun safe harbor, nessuna proposta di legge in discussione in Parlamento, nessun indirizzo del Ministero della Giustizia che riduca anche solo l’incertezza. C’è un DDL presentato in Senato nell’aprile 2025 dal senatore Lorenzo Basso che contiene una delega generica per un safe harbor, che però non è mai  stato esaminato in commissione.

Le cautele necessarie

La Politica CVD di ACN è un passo necessario, ma tardivo. Crea un canale, introduce l’anonimato, formalizza un processo che prima non esisteva. Per chi trova vulnerabilità senza accedere a sistemi altrui – analisi passiva, firmware acquistato, software proprio – è uno strumento utile. Per chi fa ricerca sul campo, su sistemi in produzione, nell’unico modo in cui certi bug si trovano davvero, il quadro giuridico è identico a quello di ieri: un accesso non autorizzato è un accesso non autorizzato, indipendentemente da cosa si fa dopo.

A Malta, nel 2022, quattro ricercatori hanno trovato una falla critica in un’app, l’hanno segnalata responsabilmente, e si sono ritrovati imputati. Tre anni di processo, poi la grazia presidenziale. Il premier maltese ha detto che lo Stato deve assumersi la responsabilità quando le leggi non riflettono la realtà tecnologica. In Italia stiamo ancora aspettando che qualcuno arrivi a quella conclusione. Nel frattempo, se trovate qualcosa, la domanda non è se segnalarlo. La domanda è se potete permettervi di averlo trovato.

Che cos’è il CSIRT e quali sono le sue funzioni

CSIRT è l’acronimo di Computer Security Incident Response Team, ovvero una squadra specializzata nella prevenzione e nella gestione degli incidenti informatici. In Italia, il CSIRT nazionale opera all’interno dell’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (ACN).

Il suo compito è monitorare le minacce informatiche, individuare possibili rischi, raccogliere le segnalazioni degli attacchi e assistere le organizzazioni colpite nella gestione delle emergenze. Il CSIRT diffonde inoltre allerte e informazioni sulle vulnerabilità individuate allo scopo di prevenire nuovi incidenti.

Collabora con le autorità e con gli organismi analoghi degli altri Paesi, soprattutto europei, per condividere informazioni e coordinare le risposte alle minacce.

Con la nuova politica nazionale di divulgazione coordinata delle vulnerabilità (CVD), il CSIRT Italia svolge anche il ruolo di intermediario tra chi scopre una falla informatica e chi è responsabile del sistema vulnerabile, facilitando la segnalazione e la successiva correzione.

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Chi protegge i nostri pagamenti?

9 Ottobre 2026 ore 11:00

Immagine in evidenza da Unsplash

Nel breve lasso di tempo tra la strisciata di una carta di credito – oggi, più frequentemente, un tap – e l’approvazione di ogni pagamento, che si tratti di un caffè o di un’automobile, accadono molte cose, tutte piuttosto complesse. In un istante le informazioni viaggiano tra il POS, la banca e i circuiti di pagamento. I dati provenienti dalle carte vengono sottoposti a controlli incrociati, geolocalizzazione, analisi dei profili di rischio, rilevazione di eventuali blocchi. 

Frodi, truffe, ingegneria sociale: il menù delle minacce è ricco. E se una volta i cracker erano semplicemente un prodotto da forno, oggi il termine fa riferimento anche agli hacker malevoli, che si annidano ovunque. E di cui l’intelligenza artificiale ha moltiplicato i mezzi. 

La sede di Mastercard in Europa si trova a Waterloo, periferia verde di Bruxelles. Quando chi scrive l’ha visitata, nel marzo scorso, è bastata una manciata di minuti per rendersi conto che una parola sola domina le menti e le giornate di chi ci lavora: cybersecurity. Un’ossessione così pervasiva che, quando ci avviciniamo al tavolo in cui lavorano, i dipendenti si affrettano ad applicare una pellicola di sicurezza sugli schermi dei propri computer, di quelle che consentono di leggere solo a chi si trova in asse col monitor. Non si sa mai.

Anche fare foto non è particolarmente apprezzato nella centrale di comando della sicurezza informatica della società americana, dove un grande schermo mostra il planisfero illuminato da LED che si accendono e spengono. Rossi, verdi, blu: il pericolo può arrivare da uno qualsiasi dei Paesi del globo. 

“Alla fine, quello che cerchiamo di fare è rendere l’ecosistema in cui operiamo sicuro e degno di fiducia”, spiegava ai cronisti il vicepresidente per le soluzioni di cybersecurity della Mastercard Rigo van den Broek. E con 174 miliardi di transazioni gestite nel 2025, lo sguardo della società, il cui quartier generale è a Purchase (nomen omen) nello stato di New York, deve per forza di cose mantenersi su scala mondiale.

Per questo, aggiunge van den Broek, alcuni dei migliori crittografi del mondo lavorano nel quartier generale europeo, che si trova nella città dove fu sconfitto Napoleone.

Cosa accade quando si fa un acquisto con carta

Ma cosa accade quando si fa un acquisto con  una carta di credito? Tutto accade nel giro di un paio di secondi. Ma lo scambio di informazioni collega tra di loro data center che si trovano a migliaia di chilometri di distanza. 

Quando l’esercente ha finito di digitare l’importo sul terminale e il cliente avvicina la carta al lettore, in quel momento si avvia un processo di comunicazione che trova origine nella tecnologia bellica: come tante innovazioni, infatti, anche quella che sta alla base del contactless è nata in ambito militare. 

Siamo negli anni che precedono la Seconda guerra mondiale. Il radar era già stato sviluppato negli anni Trenta dallo scozzese R.A. Watson-Watt, ma il dispositivo risolveva il problema dell’avvistamento e non quello dell’identificazione. Gli operatori a terra avevano però la necessità di capire se i velivoli che apparivano sullo schermo erano nemici o colleghi di rientro da una missione, differenza che il radar non era in grado di cogliere.

Così, alla fine degli anni Trenta, i britannici svilupparono un dispositivo di identificazione automatica chiamato IFF (Identification friend or foe, identificazione amici o nemici). Fu uno degli antecedenti delle successive tecnologie di identificazione a radiofrequenza, che poi – una volta perfezionate – diedero vita a innumerevoli altre applicazioni, spesso molto distanti dall’ambito bellico. Tra queste, le linguette antitaccheggio dei grandi magazzini e, molto più tardi, l’NFC (Near-field communication, comunicazione a breve distanza), cioè la tecnologia che comunemente utilizziamo con le carte contactless, nata nei primi anni Duemila.

Semplificando, ecco quindi ciò che avviene ogni volta che facciamo un acquisto. Una volta arrivati alla cassa e inserita la cifra sul terminale, il dispositivo POS (Point of sale, punto vendita) dell’esercente emette un segnale a radiofrequenza, e il campo elettromagnetico attiva il chip presente sulla vostra carta una volta che questa entra nel suo raggio d’azione. È come se la tessera si svegliasse grazie a questa energia, e iniziasse a comunicare e scambiare i dati necessari a identificare la carta e autorizzare la transazione. Può essere pensato come un badge di ingresso nell’area protetta di un edificio. Le informazioni sono, ovviamente, protette da sistemi crittografici, per evitare che malintenzionati dotati di strumenti relativamente semplici possano intercettarle e riutilizzarle.

A questo punto, acquisiti i dati necessari, il POS comunica con la banca acquirente, cioè l’istituto che gestisce i pagamenti dell’esercente nel cui negozio vi trovate. La banca acquirente inoltra una richiesta al circuito di pagamento, per esempio Visa, Mastercard o American Express, che, a propria volta, la inoltra all’istituto che ha emesso la carta, cioè il vostro: sarà quest’ultimo a verificare, tra le altre cose, che ci siano fondi o credito disponibili e, alla fine del processo, ad addebitare l’acquisto.

È in questa fase che avvengono le verifiche: si controlla innanzitutto che la carta sia autentica, ma anche che ci siano fondi o credito disponibili e che non siano presenti blocchi o restrizioni. Tra queste ultime possono rientrare anche quelle dovute ai regimi sanzionatori internazionali. A questo proposito, è noto (e triste) il caso della relatrice speciale dell’ONU Francesca Albanese, colpita dagli effetti delle sanzioni imposte dall’amministrazione statunitense di Donald Trump.

Albanese si è così trovata esclusa da numerosi servizi finanziari e digitali forniti da società statunitensi: la giurista è tornata giocoforza all’era del contante e non può semplicemente rivolgersi a un altro grande operatore americano per aggirare il problema. Sulla base delle sanzioni statunitensi, infatti, una società americana che le fornisse determinati servizi rischierebbe a propria volta conseguenze. Da qui il cortocircuito. Lo stesso meccanismo ha colpito, tra gli altri, Karim Khan, già procuratore capo della Corte penale internazionale, e numerosi giudici e funzionari della Corte.

Al di là di questi casi particolari, i controlli comprendono il riconoscimento di pattern noti, cioè delle abitudini personali del titolare della carta. I sistemi usano sofisticati modelli che studiano la storia del cliente e la confrontano con la transazione effettuata al momento, a partire dalla posizione geografica in cui l’acquisto avviene (ed è per questo che ancora oggi è a volte richiesto di comunicare alla banca quando ci si trova all’estero), ma il sistema può essere allertato anche da transazioni che avvengono in negozi fisici molto distanti fra loro in un lasso di tempo giudicato troppo breve. Per transazioni di una certa entità viene inoltre chiesto un codice PIN (personal identification number, ennesimo acronimo), mentre anche per acquisti di piccolo importo può essere periodicamente richiesta una nuova autenticazione del titolare.

Se i controlli vanno a buon fine, l’autorizzazione torna indietro risalendo lo stesso percorso, fino al POS del negozio in cui state effettuando l’acquisto. In realtà il denaro non è ancora stato trasferito, ma si è avviato un processo che condurrà, nei giorni successivi, al pagamento. 

“La sicurezza del processo è garantita da uno standard chiamato PCI/DSS, creato dall’organizzazione omonima fondata nel 2006 dai principali circuiti internazionali: Mastercard, Visa, American Express, Discover Global Network, JCB”, spiega a Guerre di Rete Alessio Pennasilico, membro del comitato scientifico della Clusit, una delle principali associazioni italiane che si occupano di sicurezza informatica. 

Questi circuiti internazionali impongono ai soggetti che elaborano, trasmettono e gestiscono dati relativi alle carte di pagamento l’aderenza a una serie di requisiti di sicurezza. “Esistono figure che si occupano periodicamente di controllare il rispetto dei requisiti”, prosegue Pennasilico. In questo modo viene rafforzata la sicurezza del sistema, da cui dipende direttamente il grado di fiducia, essenziale per mantenere legati i clienti.

Cosa succede se la transazione è rifiutata?

I sistemi di rilevamento delle frodi hanno l’obiettivo di bloccare la transazione prima che venga completata e diventi difficile – quasi impossibile, se finisce in certe giurisdizioni – recuperarla. Ma cosa succede se la transazione viene rifiutata? Va ricordata innanzitutto una cosa: declined è un semplice messaggio, e non costituisce una spiegazione. 

Ci possono essere almeno quattro ordini di motivi per cui l’acquisto viene rifiutato: il primo riguarda il vostro conto corrente (per esempio, la mancanza di fondi, ma anche un conto non più attivo); il secondo ha a che fare con i fattori di rischio (il sistema pensa di riconoscere una frode in atto); il terzo riguarda le credenziali (un problema fisico con la carta, che non riesce a fornire le informazioni necessarie per l’identificazione); il quarto motivo potrebbe risiedere in un problema di rete. 

Nell’ultimo caso, ripetendo l’operazione è possibile che il problema si risolva, e che la luce verde, finalmente, appaia. Negli altri, la questione è più complicata ed è peggiorata dal fatto che non c’è modo di sapere, seduta stante, quale sia il problema. Un’incognita motivata con la privacy: si vuole infatti evitare che il commerciante venga a conoscenza di informazioni personali. A questo punto è necessario mettersi in contatto con la società che ha emesso la carta di credito. E non è sempre agevole, soprattutto quando ci si trova all’estero o si ha fretta. Per questo è importantissimo ridurre il numero di “falsi positivi”. 

Non tutto si può fare internamente. Mastercard, per esempio, si è assicurata una società specializzata, Recorded Future, nel dicembre 2024. Acquistata per la cifra considerevole di 2,65 miliardi di dollari, Recorded Future è specializzata in threat intelligence: cerca – cioè – segnali provenienti da fonti aperte, dark web e ambienti ad alta criticità (anche criminali) per anticipare le minacce. A Waterloo assicurano che le informazioni individuate sono condivise anche con la concorrenza, con l’obiettivo di mantenere alta la fiducia generale nel sistema. 

“L’esposizione dei dati è il carburante che alimenta le frodi su larga scala”, scrive Recorded Future nel rapporto Annual payment fraud intelligence report uscito nel 2025. Solo in quell’anno, i dati di 142 milioni di carte di credito sono stati postati nel dark web (34 milioni meno che nel 2019, -19%). “Ma non tutti i dati esposti presentano lo stesso livello di rischio”.

Tra le frodi principali che gli esperti di cybersicurezza tengono d’occhio troviamo le cosiddette MageCart (crasi tra il  nome del sistema di content management per negozi online Magento, e cart, la parola inglese che sta per “carrello”): si tratta di script difficili da rilevare che rubano i dati dei clienti mentre fanno acquisti online. Recorded Future si spinge a parlare di “malware as-a-service”, per spiegare quanto sia facile oggi per gli attori malevoli procurarsi a pagamento i ferri del mestiere. 

Anche per questo gli investimenti in tecnologia e sicurezza sono molto alti, nell’ordine di miliardi di dollari. “D’altra parte, sono successe più cose negli ultimi cinque che nei precedenti cinquanta”, chiosava a marzo scorso Luca Gagliardi, a capo della sezione consulting & analytics per Visa in Italia. “L’innovazione nei pagamenti è stata velocissima, ma ancora di più lo è stata l’innovazione nelle frodi, che sono globali”.

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Spectre non muore mai: la nuova variante BTR torna a colpire Linux e le CPU moderne

7 Ottobre 2026 ore 11:45
Pensavamo di esserci lasciati #Spectre alle spalle. E invece no: una nuova tecnica chiamata #BranchTargetReuse dimostra che le #CPU possono continuare a “ricordare” vecchie previsioni anche dopo che il codice è stato sostituito, fino a permettere a un processo senza privilegi di leggere la memoria del #Kernel e arrivare, in pochi minuti, all’hash della password di #root.

Il fronte cyber del porto

17 Settembre 2026 ore 11:00

Immagine in evidenza rielaborata con Intelligenza Artificiale

Una nave portacontainer arriva in porto e si ferma sotto una fila di gru portuali alte quanto un palazzo. Le loro braccia si allungano sopra il ponte, agganciano uno dei container impilati a bordo e lo spostano a terra. È una coreografia che si ripete migliaia di volte al giorno in ogni grande porto del mondo, con una precisione crescente e tempi sempre più ridotti. Da operazioni simili dipende buona parte del commercio mondiale e del suo ritmo.

A prima vista, una gru portuale (in gergo: ship-to-shore) sembra soprattutto una grande struttura meccanica, quasi un residuato industriale: acciaio, motori, cavi e carrucole costruiti per sollevare decine di tonnellate. La verità è che le gru installate nei grandi porti contemporanei sono ormai inserite all’interno di ecosistemi digitali molto complessi, piene come sono di sensori che controllano posizione, velocità e oscillazione dei container; software che coordinano i movimenti; strumenti per comunicare con gli altri dispositivi del porto e delle navi, ecc.

La trasformazione di strumenti meccanici in dispositivi digitali non riguarda peraltro solo le gru, ma i porti nel loro complesso. Negli ultimi decenni i terminal si sono riempiti di sistemi informatici che assegnano gli spazi ai container, coordinano camion e treni, gestiscono gli ingressi in banchina, registrano i movimenti delle merci e stabiliscono in quale ordine una nave debba essere caricata o scaricata. Nei terminal più automatizzati, parte delle operazioni che un tempo richiedevano centinaia di persone viene oggi eseguita o coordinata da software, sensori e veicoli autonomi. E i progressi di intelligenza artificiale – in termini soprattutto di computer vision, IoT/sensori, digital twin e veicoli autonomi – promettono di rendere la tendenza ancora più evidente in futuro.

Tanta efficienza è necessaria perché nei porti il tempo costa più che altrove. Una nave ferma anziché in viaggio consuma enormi risorse finanziarie. Una colonna di tir in coda perché c’è stato un errore nell’assegnazione di uno slot di carico è un danno che si ripercuote a cascata su migliaia di altri trasporti. Per questo conoscere con precisione e rapidità dove si trova un container, quanto spazio rimane su un cargo, in quale ordine vanno caricate o scaricate le stive è un fattore fondamentale per ridurre tempi e costi e aumentare l’efficienza logistica.

Più efficiente diventa la logistica, più facile ed economico risulta l’organizzazione di catene produttive distribuite su migliaia di chilometri, ovvero la struttura industriale alla base del sistema produttivo contemporaneo. La digitalizzazione dei porti è, in altre parole, uno degli sviluppi tecnologici che hanno permesso alla globalizzazione di funzionare con l’enorme fluidità ed efficienza raggiunta negli ultimi decenni.

Questa stessa trasformazione ha però prodotto altre conseguenze: un porto più digitalizzato è efficiente, ma è anche più vulnerabile ad attacchi informatici e ad altri generi di sabotaggio tecnologico. Ed è così che, di recente, anche i macchinari portuali hanno iniziato a diventare una questione cyber e geopolitica.

Il problematico dominio di ZPMC

Il caso più evidente è quello delle gru prodotte da Shanghai Zhenhua Heavy Industries Company, meglio nota come ZPMC. L’azienda cinese è diventata negli ultimi trent’anni il principale produttore mondiale di gru portuali e le sue macchine sono oggi presenti nei terminal di decine di paesi. Negli Stati Uniti, in particolare, ZPMC è arrivata a occupare una posizione dominante tra le gru portuali installate nei porti commerciali.

Per molto tempo questo dato ha interessato solo gli addetti ai lavori. ZPMC era semplicemente un’azienda che vendeva macchinari grandi, costosi e difficili da produrre a clienti che avevano bisogno di movimentare un numero crescente di carichi nel minor tempo possibile. La sua espansione era, prima di tutto, una storia industriale: quella di un’azienda che, come molte altre realtà cinesi, era riuscita a conquistare un settore altamente specializzato grazie alla capacità produttiva, ai prezzi competitivi e alla possibilità (pure questa logistica) di consegnare in tutto il mondo delle gru già quasi completamente assemblate.

Poi sono arrivati gli anni Venti ed è mutato il contesto politico. Negli Stati Uniti del post-Covid la crescente competizione con la Cina ha trasformato progressivamente alcune dipendenze industriali in problemi di sicurezza nazionale. È accaduto con i semiconduttori, con le apparecchiature per le telecomunicazioni, con le batterie, con una lunga serie di tecnologie e materie prime considerate critiche.

E alla fine è arrivato anche il turno delle gru. Macchinari che fino a pochi anni prima venivano raccontati soprattutto come moltiplicatori di efficienza hanno cominciato a essere descritti col vocabolario del rischio. Ci si è iniziati per esempio a domandare come fosse possibile che un componente industriale prodotto da un’azienda cinese, contenente hardware e software provenienti da una filiera internazionale, non solo fosse finito in ogni molo d’America (quelle ZPMC rappresentano quasi l’80% delle gru portuali presenti negli Stati Uniti), ma avesse libero accesso ad alcune delle reti infrastrutturali più importanti dell’economia USA.

Normali gru o spie cyber?

Nel febbraio del 2024, l’amministrazione Biden è così intervenuta sulla cybersecurity dei porti statunitensi, dedicando particolare attenzione proprio alle gru ship-to-shore prodotte in Cina. Il timore era che sistemi di comunicazione, accessi remoti o altre componenti digitali potessero essere sfruttati per raccogliere informazioni o, in uno scenario più grave, interferire con le operazioni portuali. Nacque così sui media l’espressione “gru-spia”, che evocava l’immagine di queste enormi mantidi d’acciaio cinesi affacciate sui porti americani, le quali, oltre a spostare container, avrebbero potuto rappresentare una specie di cavallo di Troia digitale.

Era un’immagine potente, ma anche una semplificazione della realtà politica dietro il fenomeno. Il problema delle gru ZPMC non si limita alla eventuale, presunta, e tutta da dimostrare, volontà cinese di sabotare la logistica americana o mondiale. Il problema delle gru ZPMC ha a che fare con il difficilissimo ripensamento di un sistema industriale internazionale che per decenni ha ricercato l’efficienza estrema, ma che, negli ultimi anni, è diventato politicamente sempre più spaventato da se stesso. E questo genera alcuni paradossi.

Il primo paradosso è che una gru ZPMC non è, in realtà, interamente cinese. Come molti oggetti industriali complessi del nostro tempo, è il risultato di una catena di fornitura internazionale. Al suo interno contiene motori, sensori e componenti prodotti da aziende europee, giapponesi o americane, assemblati in Cina e infine installati in un porto dall’altra parte del mondo. Una filiera così stratificata è una caratteristica normale dell’industria contemporanea, ma rende molto difficile stabilire dove cominci e dove finisca il rischio associato a una determinata tecnologia.

Eliminare una gru cinese da un porto americano, per esempio, non significa necessariamente eliminare tutti i componenti critici cinesi dall’infrastruttura del porto. Allo stesso modo, sostituire una gru cinese con una macchina europea o giapponese non solo costa di più, ma non garantisce necessariamente che questa non utilizzi a sua volta componenti o subfornitori cinesi in qualche punto della sua supply chain (che è la ragione per cui la burocrazia del protezionismo è una delle questioni tecnicamente più complesse al mondo).

Nel caso di una gru portuale, poi, la questione si complica ulteriormente perché il prodotto non termina ai confini della macchina. Una volta installata, la gru viene collegata all’ecosistema digitale del terminal. Deve comunicare con altri sistemi, essere aggiornata, diagnosticata, riparata. Le configurazioni variano da porto a porto e alcune macchine possono essere controllate, programmate o assistite da remoto.

Nel corso delle indagini condotte nel 2023 e nel 2024 dal Congresso USA furono trovati modem cellulari installati su alcune gru ZPMC o all’interno delle infrastrutture di rete che le servivano. In alcuni casi, secondo le commissioni parlamentari che condussero l’indagine, quegli apparati non erano esplicitamente previsti dai contratti stipulati dai porti. ZPMC aveva inoltre richiesto in diverse occasioni accesso remoto alle proprie gru, ufficialmente per attività di diagnostica e manutenzione.

Nessuna di queste caratteristiche, presa isolatamente, è la cosiddetta “smoking gun”. D’altra parte, un modem può avere una funzione perfettamente legittima e l’accesso da remoto, quando possibile, è comune nella manutenzione delle apparecchiature industriali, visti i grossi risparmi che permette. Il problema è che la stessa funzione che permette a un ingegnere di diagnosticare un guasto a distanza può, se progettata o configurata (magari intenzionalmente) male, trasformarsi in un punto di accesso per qualcun altro.

Le indagini statunitensi hanno quindi mostrato vulnerabilità e possibilità di accesso, ma non hanno dimostrato che Pechino abbia effettivamente utilizzato le gru ZPMC per spiare o sabotare i porti statunitensi. Nel rapporto sulle minacce informatiche al sistema marittimo pubblicato nel 2025, la Coast Guard precisava che i propri specialisti non avevano osservato attività malevole sulle o attraverso le gru, pur ritenendo che le vulnerabilità individuate le rendessero possibili.

È una distinzione importante: una vulnerabilità informatica può essere una falla tecnica, ma non indica inequivocabilmente la volontà di arrecare un danno. Una backdoor deliberatamente inserita da un produttore è invece qualcosa di diverso, perché implica intenzionalità. Dimostrare infine che l’eventuale backdoor individuata sia stata effettivamente utilizzata da uno Stato per attività di spionaggio richiede un ulteriore salto probatorio.

Il paradosso della globalizzazione

Ed è qui che rischio informatico effettivo e percezione del rischio geopolitico (con tutti i pregiudizi che essa comporta) finiscono per sovrapporsi. Un governo che si occupa della sicurezza di infrastrutture essenziali non può soltanto domandarsi se qualcuno abbia già sfruttato una vulnerabilità o se esista per errore o per dolo, ma deve soprattutto chiedersi, e a maggior ragione nel caso di un porto, se qualcuno potrebbe usarla in futuro e con quali effetti. Bloccare un grande terminal significa infatti rallentare l’arrivo di generi alimentari, di farmaci, di componenti industriale e, in caso di conflitti, di materiale destinato alle forze armate. La vulnerabilità di un porto può avere conseguenze che si propagano nell’entroterra per migliaia di chilometri.

Ma proprio perché il ragionamento riguarda non ciò che accade o è accaduto ma ciò che potrebbe accadere, diventa difficile stabilire quale sia un livello di rischio accettabile. Se fosse necessario eliminare da qualunque infrastruttura critica ogni tecnologia potenzialmente vulnerabile, o riconducibile a un avversario politico, bisognerebbe ricostruire interamente le catene di fornitura mondiali.

Il problema è che le dipendenze tecnologiche – nei porti o nei data center – non nascono per caso e soprattutto non scompaiono rapidamente. ZPMC ha conquistato il mercato perché per decenni ha fatto esattamente ciò che il sistema economico globale chiedeva ai suoi fornitori: produrre su larga scala, contenere i costi, aumentare l’efficienza e consegnare in tutto il mondo.

ZPMC ha conquistato e dominato il settore per anni perché era un produttore capace non soltanto di costruire enormi gru, ma anche di assemblarle, trasportarle via mare e installarle direttamente nei terminal, offrendo ai propri clienti un vantaggio economico e di efficienza molto concreto. Per un porto che deve aumentare rapidamente la propria capacità, la provenienza geografica dei macchinari è stata per molto tempo una questione secondaria rispetto al prezzo, ai tempi di consegna e alle prestazioni.

Per trent’anni aziende e governi hanno costruito le loro supply chain partendo dall’idea che contasse solo l’efficienza: se un’azienda era in grado di produrre una gru migliore o più economica, aveva senso acquistarla. Se assemblare un prodotto dall’altra parte del mondo consentiva di abbassarne il prezzo, era razionale organizzare la produzione in quel modo. E la possibilità di spostare merci rapidamente, e con costi relativamente bassi, rendeva tutto questo molto conveniente. La posizione di quasi monopolio del settore raggiunta da ZPMC non è dunque un’anomalia della globalizzazione. Al contrario, è la dimostrazione del suo successo.

La vicenda delle “gru-spia” cinesi ci mostra quindi cosa succede quando la stessa logica che si è esaltata per anni viene filtrata attraverso un paradigma politico diverso e un clima di scarsa fiducia internazionale.  La globalizzazione aveva entusiasticamente costruito la propria efficienza sulla convinzione che l’interdipendenza fosse soprattutto una risorsa. La competizione geopolitica contemporanea dà invece priorità all’ipotesi opposta: che ogni interdipendenza sia anche, almeno potenzialmente, una vulnerabilità. E così facendo non sta mettendo in discussione soltanto gli effetti della globalizzazione (chi dipende da chi, dove vengono prodotti i beni o chi controlla determinate tecnologie), ma anche gli strumenti materiali con cui la globalizzazione stessa funziona.

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Il fragile patto di fiducia della cybersecurity

9 Settembre 2026 ore 11:05

Immagine in evidenza rielaborata con ausilio dell’intelligenza artificiale

Il 3 aprile 2026, un utente registrato sotto il nome di Nightmare Eclipse pubblica sulla piattaforma GitHub – di proprietà di Microsoft – uno strumento chiamato BlueHammer: un archivio contenente il codice necessario a sfruttare una vulnerabilità di Defender, l’antivirus integrato in Microsoft Windows.

Il messaggio di accompagnamento alla pubblicazione di BlueHammer suona come un’accusa alla stessa azienda, che secondo l’autore “avrebbe saputo cosa sarebbe successo”. Nei giorni seguenti, sullo stesso account vengono pubblicate informazioni su due vulnerabilità zero-day che prendono ancora di mira lo stesso antivirus, battezzate RedSun e UnDefend. 

Tra il 10 e il 16 aprile 2026, i ricercatori di Huntress hanno osservato l’impiego delle tre vulnerabilità pubblicate da Nightmare Eclipse nel corso di un’intrusione ai danni di un’azienda. RedSun e UnDefend erano inoltre ancora zero-day, perché Microsoft non aveva ancora distribuito la relativa patch. Nessuno dei tre exploit sembra aver avuto successo durante l’attacco: la vicenda ha però riacceso i riflettori sul sistema che regola la pubblicazione delle vulnerabilità nel mondo della cybersecurity.

L'incubo zero-day

Scoprire una falla di sicurezza ancora sconosciuta rappresenta il Santo Graal dei cyber criminali. Uno zero-day può infatti consentire di colpire anche sistemi ben protetti, sfruttando una vulnerabilità per la quale non esiste ancora una correzione. 

Scovare uno zero-day non è però qualcosa alla portata di tutti. E i casi in cui i gruppi criminali sono riusciti a individuare indipendentemente vulnerabilità di questo tipo sono rarissimi. Nelle cronache, l’uso di strumenti di attacco che fanno leva su falle di sicurezza di questo tipo è stato storicamente associato a organizzazioni dotate di risorse notevoli – tra cui i cosiddetti gruppi APT (Advanced Persistent Threat) – e che spesso agiscono direttamente sotto il controllo statale.

Normalmente, le nuove vulnerabilità software vengono invece individuate da società di cybersecurity e ricercatori indipendenti, che passano al setaccio il codice dei software più diffusi secondo la logica di “trovare la falla prima che lo facciano i cattivi”. Le scoperte sono gestite in modo che la loro pubblicazione avvenga solo dopo che il problema è già stato segnalato allo sviluppatore, in modo che abbia il tempo di predisporre e distribuire l’aggiornamento che lo corregge e – possibilmente – che la maggior parte degli utenti abbia il tempo di installare l’update.

Il difficile concetto di “responsible disclosure”

Definire le modalità con cui vengono pubblicati i dettagli delle vulnerabilità individuate dai ricercatori non è semplice come potrebbe sembrare a prima vista. La prassi di segnalare prima la vulnerabilità allo sviluppatore del software e di attendere il rilascio di un aggiornamento prima di renderne pubblici i dettagli – la cosiddetta “responsible disclosure” – si basa infatti su convenzioni, più che su regole vincolanti: norme di buon senso pensate per evitare che una falla di sicurezza venga esposta prima che sia disponibile una correzione, com’è accaduto nel caso delle vulnerabilità pubblicate da Nightmare Eclipse.

Se ci si fermasse a questo, però, si correrebbe il rischio che le segnalazioni vengano semplicemente ignorate. Nel corso degli anni, nel settore della cybersecurity si è spesso citata la frase – ormai quasi un clichè e attribuito prevalentemente a Microsoft – “it’s not a bug, it’s a feature” (non è una falla, è una funzionalità), che molti ricercatori avrebbero incassato come risposta per sminuire l’impatto delle vulnerabilità individuate.

A complicare ulteriormente le cose c’è l’aspetto economico legato al sistema di segnalazione delle falle di sicurezza. I programmi di bug bounty implementati da tutte le maggiori aziende software prevedono, infatti, ricompense economiche per i ricercatori che segnalano un problema di sicurezza. Insomma: nella gestione del processo pesa anche il rischio che qualcuno possa ignorare la segnalazione per non sborsare il compenso dovuto.

Segnalazioni con la scadenza

Per evitare che l’inerzia (o la malafede) dello sviluppatore possa lasciare esposti i sistemi dei suoi utenti a una vulnerabilità, è stata introdotta una consuetudine basata sul concetto di scadenza. Ogni team che lavora sulla ricerca di vulnerabilità impone un termine (solitamente 30, 60 o 90 giorni) entro il quale la società deve rilasciare l’aggiornamento che corregge la vulnerabilità. Trascorso il termine, è considerato lecito pubblicare i dettagli del bug per consentire agli utilizzatori di implementare le misure di mitigazione più opportune. 

Tutto bene, quindi? Non proprio. Alcune vulnerabilità, infatti, non sono semplicissime da correggere e i casi in cui il mancato rispetto dei termini si è scontrato con una rigida intransigenza da parte di chi li ha segnalati non sono mancati. I più celebri attriti hanno interessato il team Google Project Zero, Microsoft e Apple. In almeno un paio di occasioni (i dettagli qui e qui), infatti, gli esperti di Google hanno rilasciato i dettagli su bug che non erano stati tempestivamente corretti.

Quando le regole saltano

Il caso di Nightmare Eclipse, che da qualche mese sta appassionando il ristretto settore dei commentatori della cybersecurity, si colloca al di fuori di quanto finora illustrato. Dopo le prime tre vulnerabilità, il fantomatico ricercatore di sicurezza ha infatti sparato a raffica una serie di ulteriori bug. Alla fine, l’elenco completo comprende: YellowKey, GreenPlasma, MiniPlasma, GreenPlanet, GreatXML, LegacyHive e ShieldBreak. In tutto, Nightmare Eclipse ha pubblicato i dettagli di ben dieci vulnerabilità che interessano diversi prodotti Microsoft.

Non solo: la scelta dei tempi di pubblicazione sembra essere stata accuratamente pianificata per rendere particolarmente difficile a Microsoft distribuire con puntualità gli aggiornamenti di sicurezza ai propri clienti. Per Windows, infatti, l’azienda di Satya Nadella concentra normalmente il rilascio degli aggiornamenti di sicurezza nel secondo martedì di ogni mese, il cosiddetto Patch Tuesday. Una modalità che consente di raggruppare le correzioni e che, soprattutto per le aziende, offre il vantaggio di poter pianificare gli aggiornamenti con un certo grado di prevedibilità.

Tra aprile e agosto, Nightmare Eclipse ha pubblicato le vulnerabilità con una tempistica apparentemente studiata per mettere Microsoft in difficoltà: almeno quattro sono state rese pubbliche il giorno stesso o immediatamente dopo il Patch Tuesday. In questo modo, se Microsoft avesse mantenuto la normale cadenza mensile degli aggiornamenti, i sistemi Windows sarebbero potuti rimanere esposti per quasi un mese. Un modus operandi diabolico, orientato a provocare il massimo disagio possibile e che, in alcuni casi, ha spinto Microsoft a distribuire correzioni al di fuori del normale ciclo mensile.

A contribuire a massimizzare il danno reputazionale subito dall’azienda, per la verità, ha contribuito anche la sorte. La pubblicazione di BlueHammer, la prima vulnerabilità di Windows Defender, è quasi coincisa con l’improvvida pubblicazione di un articolo sul sito ufficiale di Microsoft (poi apparentemente rimosso) che promuoveva il suo antivirus dicendo esplicitamente che per la maggior parte degli utenti “non serve un antivirus di terze parti”, pubblicizzandone quindi l’affidabilità proprio mentre finiva nel mirino di Nightmare Eclipse.

L’ingestibile vendetta dell’ex

Il vero problema nell’intera vicenda di Nigthmare Eclipse è che Microsoft si è scoperta estremamente vulnerabile nei confronti di quella che potrebbe essere stata soltanto la vendetta di un ex collaboratore che non ha gradito il trattamento che ha ricevuto da parte dell’azienda.

Una ricostruzione puntuale e verificabile di quanto sia accaduto precedentemente alle comunicazioni pubbliche è pressoché impossibile. Anche perché il protagonista della vicenda ha dimostrato più volte di essere piuttosto  “ondivago”, inviando messaggi contraddittori sui suoi canali social. Le rivendicazioni più esplicite riguardano il fatto che Microsoft avrebbe cancellato il suo account sul Microsoft Security Response Center (MSRC), il portale che permette ai ricercatori di sottoporre le segnalazioni di nuove vulnerabilità e attiva i processi di bug bounty.  

Nel corso di una conversazione su Discord riportata da uno dei partecipanti, Nightmare Eclipse avrebbe affermato di essere addirittura un ex dipendente della filiale tedesca di Microsoft. Un’ipotesi che era già circolata nel settore, ma che l’azienda non ha mai confermato. 

Una certa familiarità con i processi di sicurezza adottati da Microsoft e l’evidente buona conoscenza dell’antivirus di Windows (la metà delle vulnerabilità pubblicate interessavano proprio Defender) sono indizi che confermerebbero questa pista. Tanto più che, in alcuni casi, Nightmare Eclipse ha dimostrato una discreta abilità nell’aggirare gli aggiornamenti messi a punto da Microsoft per mitigare le falle di sicurezza. Insomma, il ricercatore aderisce piuttosto bene al profilo di un “insider” che sta sfruttando tutte le sue conoscenze per massimizzare il danno.

Botta e risposta

Le reazioni di Microsoft non contribuiscono particolarmente a fare chiarezza sulla vicenda. Il 23 maggio ha sospeso l’account di Nightmare Eclipse su GitHub rimuovendo in seguito i contenuti. In un comunicato ufficiale del 27 maggio, l’azienda ha poi usato toni piuttosto duri, criticando senza mezzi termini il rilascio “non coordinato” delle vulnerabilità, pur senza minacciare direttamente azioni legali contro il ricercatore. 

Le contromisure adottate da Microsoft non hanno portato a grandi risultati. Nightmare Eclipse ha infatti prima aperto un repository autogestito per continuare la sua opera di pubblicazione e poi – a metà giugno, quando ormai la vicenda stava facendo parecchio rumore nell’ambiente – ha abbandonato il suo blog ufficiale su Blogspot, sostenendo che Google, proprietaria della piattaforma, avrebbe censurato ingiustamente i suoi contenuti e creandone uno nuovo sulla sua piattaforma personale.

Al di là delle speculazioni su come si sia arrivati a questa sorta di “duello rusticano” e a quali siano i reali retroscena di tutta la vicenda Nightmare Eclipse, quello che emerge è il quadro terribilmente fragile di un sistema pieno di contraddizioni. Il comportamento dell’ormai famigerato ricercatore di sicurezza, infatti, non viola direttamente nessuna legge. 

Il concetto di responsible disclosure è basato su consuetudini e le normative presenti negli Stati Uniti e in Europa, pur avendo progressivamente introdotto regole e procedure per la divulgazione coordinata delle vulnerabilità, non disciplinano in maniera puntuale tutti gli aspetti del rapporto tra ricercatori e aziende. Una parte importante del sistema continua quindi a fare riferimento alle “buone pratiche” sviluppatesi negli anni sulla base dei principi dell’hacking etico e a una visione un po’ romantica di una community che collabora per un bene comune superiore. 

Insomma: tutto il sistema si basa sostanzialmente su un rapporto basato su fiducia, etica e correttezza di tutte le parti coinvolte. In un settore in cui si intrecciano giganteschi interessi economici, crescenti tensioni geopolitiche e la variabile impazzita rappresentata dall’impatto dell’intelligenza artificiale, gli scricchiolii sono sempre più evidenti.

P.S: Nel corso della stesura di questo articolo, sul repository di Nightmare Eclipse sono state rilasciate nuove vulnerabilità zero-day. L’elenco delle “vittime” comprende anche Nvidia, Kaspersky, Crowdstrike e Avast.

La sequenza delle vulnerabilità di Nightmare Eclipse ad oggi
#DataExploitBersaglioImpatto
13 aprileBlueHammerMicrosoft DefenderOttenimento di privilegi di amministratore sul sistema
212 aprileRedSunMicrosoft DefenderOttenimento di privilegi di amministratore sul sistema
315 aprileUnDefendMicrosoft DefenderDisabilitazione/blocco degli aggiornamenti Defender
412 maggioYellowKeyBitLocker / WinREAccesso a dati cifrati con Bitlocker
512 mag.GreenPlasmaCTFMON / CTFOttenimento di privilegi di amministratore sul sistema
615 mag.MiniPlasmaCloud Files Mini Filter DriverOttenimento di privilegi di amministratore sul sistema
79 giugnoRoguePlanetMicrosoft DefenderOttenimento di privilegi di amministratore sul sistema
810 giugnoGreatXMLBitLocker / WinREAccesso a dati cifrati con Bitlocker
914 luglioLegacyHiveWindows User Profile ServiceLPE / manipolazione degli hive di altri utenti
1011 agostoShieldBreakMicrosoft DefenderBypass della patch di RoguePlanet. Ottenimento di privilegi di amministratore sul sistema
1126 agostoHardBreacherKaspersky Endpoint SecurityOttenimento di privilegi di amministratore sul sistema
1230 agostoGreenSectionNVIDIA Vulkan driverCrash
1330 agostoPrettyPragueAVAST AntivirusOttenimento di privilegi di amministratore sul sistema
143 settembreFalconFlankCrowdstrike Falcon EDROttenimento di privilegi di amministratore sul sistema
159 settembreShieldCrashMicrosoft DefenderBypass della patch di ShieldBreak. Ottenimento di privilegi di amministratore sul sistema

L'articolo Il fragile patto di fiducia della cybersecurity proviene da Guerre di Rete.

AI, il nuovo fronte della sicurezza: il red teaming diventa indispensabile

6 Luglio 2026 ore 16:08

L’intelligenza artificiale sta entrando nelle aziende con una velocità che non ha precedenti, ma la sua diffusione sta facendo emergere una realtà che molti responsabili della sicurezza stanno iniziando a sperimentare direttamente: i tradizionali strumenti di difesa non sono stati progettati per proteggere sistemi che ragionano attraverso il linguaggio naturale. Firewall, Web Application Firewall e […]

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Matrix e Whatsapp: un confronto

di: Ca Gi
23 Aprile 2019 ore 09:45

Una domanda necessaria: perchè, tra tutte le piattaforme di comunicazioni disponibili, qualcuno dovrebbe sceglierne una piuttosto banale, fornita da un’azienda di data mining (ossia raccolta, elaborazione e vendita di informazioni personali) potente e pericolosa come Facebook?

I software di chat esistono da prima che Whatsapp esistesse ed hanno offerto praticamente gli stessi servizi se non addirittura di più, ma quest’ultimo si é imposto grazie a due soli motivi: una fortissima campagna promozionale (già nei primi cinque anni e soprattutto dopo che é stato acquistato da Facebook nel 2014) ed il fatto che fosse utilizzabile immediatamente senza dover creare alcun account, cosa che ne ha permesso l’adozione da parte di chiunque senza dover pensare a cose come nome utente, password, ecc.

Non solo esistono decine di strumenti di chat che offrono infinitamente più sicurezza di Whatsapp e che non diffondono le tue informazioni in modo da poter alterare più efficacemente l’opinione pubblica, ma negli ultimi tempi é stata pure sviluppata Matrix, una piattaforma che presenta caratteristiche notevoli sotto diversi punti di vista e si presta perfettamente a diventare il software di riferimento tra quelli alternativi a Whatsapp.

Ma Matrix non si limita a possedere delle caratteristiche diverse da Whatsapp: é strutturalmente tutta un’altra cosa! La natura stessa della piattaforma Matrix, come si vedrà in questo post, é talmente diversa da Whatsapp, Telegram, Signal, Wire o qualsiasi altra piattaforma commerciale centralizzata da far sì che nessuna di queste potrà mai fornire tutto ciò che Matrix permette (e promette) di fare (e anche NON fare). In questo post vengono descritte per sommi capi proprio queste caratteristiche di Matrix con cui Whatsapp non potrà mai, per sua natura, competere.

 

Software F.L.O.S.S.

 

1. SOFTWARE APERTO E VERIFICABILE

Il software utilizzato dai server Matrix é F.L.O.S.S. ossia aperto, libero e verificabile da chiunque. Qualsiasi persona capace di programmare può verificare ciò che il software Matrix fa, esattamente come un meccanico che può aprire un cofano, vedere il motore, trovarne i difetti, metterci le mani e migliorarlo. Whatsapp al contrario usa software proprietario e ciò che avviene sui suoi server é un segreto industriale.

 

 

 

2. NON VENDE LE MIE INFORMAZIONI PERSONALI

Il software Matrix non monitora tutto quel genere di informazioni che invece vengono registrare da Whatsapp o da piattaforme sociali correlate come Instagram o Facebook: non calcola chi secondo lui potrebbe diventar mio amico/a. Non registra i millisecondi su cui mi soffermo su un’immagine, gli errori di battitura, i like, il tasso di engagement o il tipo di relazione che intercorre tra me ed un altro utente, quale sia il mio lavoro, i luoghi che visito o i miei spostamenti. Sappiamo che non monitora nulla di tutto ciò proprio perché é software F.L.O.S.S. Come vedremo, Matrix manco mi chiede come mi chiamo e non mi obbliga nemmanco a comunicargli tutti i numeri nella mia Rubrica. Inoltre, come vedremo, puoi far sì che non sia in grado di leggere quel che tu scrivi. Il software Matrix, insomma, raccoglie giusto le informazioni tecniche necessarie a funzionare. [*A FINE ARTICOLO C’É UNA NOTA IMPORTANTE SU QUESTO PUNTO!]. Whatsapp é parte di Facebook, il cui modello di business ruota intorno a profilazione degli utenti e commercializzazione dei loro dati a fini di propaganda commerciale e/o politica. La quantità di informazioni che vengono trasmesse ai server di Facebook per essere analizzate é eccezionalmente superiore a ciò che gli utenti medi solitamente concepiscono.

 

 

 

3. POSSO CAMBIARE SERVER

Se creo un account Matrix sul server “A” e poi scoprissi che é inaffidabile, applica delle policy con cui non mi trovo d’accordo o sospettassi che vende informazioni a terzi, posso tranquillamente passare al server “B” senza perdere alcuno dei miei contatti. E’un pò come mollare hotmail o gmail per passare a Protonmail. Whatsapp invece é una bolla chiusa e se esci da Whatsapp perdi tutti i tuoi contatti Whatsapp.

 

 

4. POSSO ADDIRITTURA FARMI IL MIO SERVER MATRIX PERSONALE

Chi ha un server proprio può installarci Matrix ed avere così il proprio server chat personale, un pò come si può avere una mail aziendale, in modo da avere il controllo totale sui propri dati. Non ti fidi di nessun server pubblico che non sia gestito da te? Basta un server da qualche centinaio d’euro per essere totalmente indipendente! Whatsapp é invece utilizzabile solo attraverso i server di Facebook.

 

 

5. POSSO CAMBIARE APP

Attualmente per usare la propria chat Matrix da smartphone si usa quasi esclusivamente l’app Riot.im. Alcuni provider Matrix tuttavia hanno realizzato la propria versione dell’app Riot personalizzandone alcune caratteristiche. Alcuni esempi sono l’app Librem (per i possessori di un device Purism), SMIchat o Tchap (la piattaforma Matrix realizzata dal governo francese per il dialogo interno tra personale amministrativo). Su computer fisso invece oltre ad utilizzare Riot da browser o l’app Riot, si possono già utilizzare Wheechat, o Quaternion, Nheko o Fractal. Applicazioni diverse con caratteristiche, funzioni, vantaggi e svantaggi diversi applicati allo stesso servizio. Un pò come scegliere se usare Thunderbird o Outlook per la propria casella email. Al momento Riot é l’applicazione standard migliore per l’utente comune, essendo le altre più “specialistiche”. Tuttavia nulla impedisce che possano essere realizzate nuove versioni alternative di Riot o app del tutto diverse per utilizzare Matrix. Al contrario per usare Whatsapp sono obbligato ad utilizzare il software ufficiale di Whatsapp che, ovviamente, é sempre software chiuso. Qualche applicazione “alternativa” per Whatsapp esiste, ma data la natura chiusa del software di Whatsapp e la limitatezza delle sue funzioni, queste app alternative non potranno mai offrire granché di diverso rispetto a quella ufficiale.

 

 

6. POSSO AVERE PIÙ ACCOUNT CONTEMPORANEAMENTE

Su Matrix nulla t’impedisce di avere account multipli. Puoi dunque differenziarli, ad esempio usare un account pubblico, uno per pochi intimi ed un’altro solo per lavoro, magari pure registrandoli su server diversi. Al momento attuale la versione per smartphone di Riot.im non supporta ancora gli account multipli, ma si tratta di una funzionalità che si prevede di rendere disponibile a breve. Su browser invece puoi già usare diversi account Matrix contemporaneamente. Whatsapp invece ti obbliga ad avere un unico account legato al tuo telefono ed alla tua persona.

 

 

 

7. POSSO USARLO ANCHE SENZA TELEFONO

Matrix non é legato a doppio filo al tuo telefono, per cui puoi accederci anche se il telefono l’avessi perso o distrutto. In effetti si può benissimo usare Matrix senza nemmeno averlo mai avuto un telefono. No telefono = no Whatsapp.

 

 

 

8. NON SONO OBBLIGATO A DARE IN GIRO IL MIO NUMERO DI TELEFONO PRIVATO

Il fatto che Matrix non sia legato alla tua identità, al tuo device o al tuo telefono fa sì che tu possa avere un account Matrix pubblico senza dover necessariamente comunicare il numero di telefono dello smartphone da cui lo utilizzi. Puoi dunque usare un account Matrix aziendale anche sul telefono privato, oppure fare l’esatto contrario. Puoi continuare ad accedere al tuo account anche se avessi perso o distrutto tutti i tuoi device. É dunque possibile fare conversazioni audio o videochiamate con qualcuno tramite Riot/Matrix senza essere obbligati a fornirgli il proprio numero personale. Whatsapp invece non permette di avere un account scollegato dal proprio numero di telefono.

 

 

 

9. DIALOGO TRA PIATTAFORME

Matrix é pensato per poter interagire con altre piattaforme e seppur si tratti di un qualcosa ancora in via di sviluppo, già é possibile con qualche sforzo chattare tra Matrix, IRC, Slack, Gitter, Discord, Telegram ed altre piattaforme ancora. La cosa non funziona ancora del tutto ma il progetto é quello di permettere ad ogni utente di dialogare con Matrix restando sulla piattaforma che preferisce. Con un pò di sforzo é già possibile un’unica stanza chat in cui possono interagire utenti che stanno su diverse piattaforme: Scrive Marta da Telegram, gli rispondono Sara da Slack e Luigi da Matrix; poi intervengono Anna da IRC e Michele da Rocketchat mentre Nicoletta  posta una domanda da Discord e Bruno le risponde da XMPP e Riccardo fa altrettanto da Mastodon. Una volta reso più immediato e funzionale il dialogo tra Matrix e Mastodon si potrà inoltre avere un’unica, grande meta-rete federata in cui decine di piattaforme social potranno dialogare tra loro e con Matrix. Seguono invece una filosofia del tutto opposta sia Whatsapp che tutti i software di comunicazione commerciali, che tendono a far di tutto perché tu non utilizzi software diverso dal proprio.

 

 

10. POSSO USARE MATRIX… SENZA AVERE MATRIX

É una conseguenza del punto precedente: il fatto che Matrix dialoghi con altre piattaforme fa sì che, ad esempio, io possa accedere ad una chat Matrix ed interagire con i suoi membri utilizzando le App per IRC, XMPP, Telegram, Discord ecc. Volendo é possibile anche far interagire Matrix con l’email e gli sms. Di conseguenza tutto il “parco macchine” delle piattaforme che dialogano con Matrix (i diversi client/app, ecc) possono essere utilizzati per interagire con utenti Matrix. Non é cosa da poco! Hai una email? Puoi comunicare con Matrix. Hai un account XMPP? Puoi comunicare con Matrix. Sul telefono hai un’app per IRC? Puoi comunicare con Matrix! É pure possibile creare stanze Matrix pubbliche leggibili online da chi non utilizza nemmeno una sola delle piattaforme che interagiscono con Matrix. Come detto sopra, invece, Whatsapp non fa che obbligare gli utenti a legarsi ai propri servizi e solo a quelli.

 

 

 

La stanza resta viva fintanto che almeno un server attivo ne ospiti una copia su di sé.

11. FUNZIONA SEMPRE

Essendo Matrix una rete decentralizzata di server indipendenti e non un’unica piattaforma centralizzata, se il server a cui mi appoggio avesse dei problemi io potrei accedere alla chat semplicemente scegliendo un server diverso. Perché ciò sia possibile é necessaria una minima accortezza da parte di almeno un utente della chat ma é piuttosto banale e realizzabile da chiunque. Il fatto é che il contenuto é slegato dal singolo server e può dunque essere replicato all’infinito, rimanendo eterno. Quando c’é un #WhatsAppDown invece non puoi far altro che aspettare che venga ripristinato. Se Whatsapp avesse un problema al server e perdesse i tuoi dati, non avresti modo di recuperarli.

 

 

12. POSSO CRIPTARE I MIEI MESSAGGI PER DAVVERO

Con Matrix posso criptare i miei messaggi in modo tale che siano leggibili solo da me e dalla persona con cui mi scrivo, usando un sistema di cifratura End-to-End molto potente ed efficace che scavalca lo stesso server ospitante. I software commerciali invece di solito non permettono una vera cifratura e quando lo fanno… considerano sé stessi come destinatari, perché devono leggere quel che scrivi, a chi ecc.

 

13. NESSUNA PUBBLICITA’

Per come é stata realizzata, Matrix é una piattaforma del tutto inadatta all’uso pubblicitario. Questo a causa della sua struttura decentrata, della mancata raccolta di informazioni sugli utenti, del software aperto e delle capacità di cifratura. Se invece Facebook decidesse di introdurre pubblicità in Whatsapp, i suoi utenti non potrebbero far altro che subirla.

 

 

14. IMPOSTAZIONI DETTAGLIATE

Accedendo a Matrix da un client desktop si ha modo di impostare tutta una serie di settaggi e preferenze molto minuziose. É ad esempio possibile far si che un certo membro della stanza possa solo leggere senza intervenire o nominare diversi “amministratori” ma con livelli di potere e compiti assai differenziati fra loro. Si possono aggiungere Widget alle stanze, bot ed altre funzioni. Matrix dunque può essere personalizzato in modo molto specifico. Whatsapp invece, puntando ad un utilizzo ipersemplificato, ingabbia l’utente in una serie assai limitata di opzioni.

 

 

 

15. NON SONO OBBLIGATO A FORNIRE LA MIA IDENTITÀ

Quando crei un account Matrix non c’é alcun obbligo a collegarlo al proprio nome, alla propria email o al proprio numero di telefono. Gli account Whatsapp invece sono legati a dei numeri di telefono. Siccome quando ti iscrivi a Whatsapp gli consegni tutta la tua rubrica, Facebook sa con che nome, cognome e soprannome hanno registrato in rubrica il tuo numero i tuoi conoscenti ed essendo tutto integrato nei database di Facebook la tua identità gli é nota anche se tu non gliel’hai mai fornita direttamente. In sostanza: se sei su Whatsapp regali a Facebook informazioni non solo su di te, ma anche sui contatti che hai salvato.

 

 

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16. ESTENSIONI, MODIFICHE, MIGLIORAMENTI

Essendo software F.L.O.S.S. qualsiasi programmatore può facilmente sviluppare estensioni, strumenti aggiuntivi, bot, modifiche e miglioramenti alle app esistenti. Questo fa si che attorno a Matrix si sviluppi un intero ecosistema con numerosi elementi aggiuntivi capaci di personalizzare ulteriormente la chat alle tue esigenze. Già esistono dei widget capaci di inserire in una stanza matrix funzionalità di Wikipedia, pad di scrittura collaborativa, grafici, immagini stock, feed RSS e non é difficile immaginare per il futuro personalizzazioni di skin, applicazioni per backup selettivi, bot di ogni genere, traduttori automatici. Anche attorno a Whatsapp in effetti si é sviluppato un ecosistema di applicazioni di supporto, ma data la natura chiusa del software usato e la non-volontà di Facebook di cedere troppo facilmente le informazioni che ha raccolto sui suoi utenti, le app aggiuntive sono ben poca cosa: perlopiù addon di gif e sticker.

 

___________________________________

 

 

NOTA FINALE: POCHISSIMI CAPISCONO DAVVERO LE IMPLICAZIONI DEL NON CEDERE I PROPRI DATI PERSONALI

Quando si parla di privacy e vendita di dati, di solito il pensiero comune va a due soli scenari: la commercializzazione pubblicitaria e l’indagine poliziesca mirata su di sé. Nel primo caso viene ritenuta tuttalpiù un fastidio mentre la seconda, dato i sempre più onnipresenti dispositivi di monitoraggio e controllo, viene ritenuta come scontatamente inevitabile.

In realtà sfugge che gli utilizzi dei propri dati personali sono molto più variegati di questi due scenari estremi. Estremi perché il primo rappresenta il grado minimo mentre il secondo il grado massimo di utilizzo dati personali, tralasciando la profilazione politica a fini propagandistici.

Facebook, Google, Youtube ed Instagram ad esempio insistono nel mostrarti con più frequenza certi profili, certe notizie, certi video e lo fanno in modo nient’affatto casuale. Se la profilazione social su di te ha mostrato paura o debolezza emotiva verso certi tipi di notizie, questo dato può essere usato da chi vuole propagandare determinate politiche affinché tu, e solo tu tra tutta la tua cerchia di amici, legga un certo tipo di articoli.

Se utilizzi le piattaforme sociali commerciali sappi che quel che ti passa davanti agli occhi é stato personalizzato su di te, per colpirti maggiormente e “venderti” meglio una certa idea da parte di chi ha comprato i servizi di profilazione. E ciò é possibile perché sei proprio tu a fornire informazioni utili a profilarti e targhetizzarti meglio.

Sei un pò razzista? Facebook può essere usato (e viene usato!) per consolidare il tuo razzismo. Sei più moderato? Facebook é in grado di selezionare un mix di fonti ambigue per alimentare dubbi sugli stranieri e virare i tuoi riferimenti sempre più a destra attraverso una selezione mirata di post adatti a colpire le tue paure più accentuate.

Sei sensibile alle violenze sugli animali? Ti verranno messi sotto gli occhi diversi articoli con stranieri che fanno male ad animali. Hai paura delle malattie? Vedrai post sui migranti che portano la peste medievale.

Sei sgrammaticato e non metti alcun like a fonti culturali? Vuol dire che hai una bassa istruzione e nella tue Timeline verranno fatti scorrere contenuti falsi ma dal linguaggio semplice.

Hai una preparazione scolastica media-buona ma non sei quel che si chiama un “divoratore di libri”? Ti piacciono il calcio ed i film di supereroi? Non vedrai molti post ignoranti ma invece tanta roba giustificazionista e qualunquista del tipo “eh, ma in fondo Salvini non ha tutti i torti”.

I noti avvenimenti di Facebook nello scandalo Cambrydge Analytica; l’influenza di Facebook nella Brexit e nell’elezione di Trump hanno reso evidente che le campagne politiche mirate e targhetizzate al singolo utente sono una realtà molto più pervasiva e difficile da monitorare di quanto il grosso della popolazione sospetti. Il ruolo di Facebook nella Brexit, per esempio, é stato tutt’altro che secondario e questo é stato possibile perché chi ha voluto diffondere sul social network delle informazioni false l’ha potuto fare in modo estremamente mirato.

“Se uno vuole monitorarti può farlo anche su Matrix”. A parte il fatto che non é affatto così immediato come spiare un profilo Facebook (basta che la persona su cui indagare abbia un account segreto diverso da quello conosciuto e delle stanze matrix criptate per rendere quasi impossibile ogni ricerca); quel che va ribadito é che nell’utilizzare una piattaforma libera non si cerca solo e soltanto uno strumento di comunicazione sicura, ma anche uno strumento che permetta all’utente di non alimentare quei meccanismi che influenzano con più efficienza l’utente stesso.

Basta fare un breve esperimento ed osservare come grazie all’utilizzo di reti sociali libere, metamotori di ricerca indipendenti, ed un paio d’accortezze nel browser come l’utilizzo di alcuni Ad-Blocker e plugin, fa sì che la propria esperienza online ed i contenuti-fuffa propagandistici possano ridursi drasticamente.

Nel momento in cui Facebook e Google non sanno più chi sei e cosa pensare di te, non sono più in grado di personalizzare il loro contenuto e la qualità dell’informazione a cui sei esposto aumenta molto velocemente.

Detto in altro modo:

 

Più sono le informazioni personali che fornisci ai big del data mining, più sono le chiavi che gli consegni affinché possano modificare la tua percezione del mondo.

 

 

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VUOI SAPERNE DI PIÙ?

Se l’articolo ha attirato la tua curiosità, é possibile saperne maggiormente leggendo anche altri articoli di questo blog:

Cos’é Matrix. (Il post espone in dettaglio cos’é la piattaforma Matrix e la sua enorme differenza da tutte le altre piattaforme di comunicazione esistenti)

Matrix – Chattare anche se il server é esploso. (Le chat Matrix non sono necessariamente legate ad un solo server e quindi se anche uno smettesse di funzionare… basta usarne un’altro senza perdere contatti e messaggi)

Matrix bridge: connettersi a tutti i social da una sola App. (Sono in via di sviluppo dei bridge Matrix che permettono di avere un’unica chat in cui può dialogare contemporaneamente gente da Matrix, Telegram, IRC ed  altre piattaforme ancora)

Primi passi con Riot/Matrix. (Una semplice guida passo-passo su come creare un account Matrix da Riot ed iniziare ad usarlo)

 

 

Schermata 2019-02-26 alle 18.08.34

VUOI GIÀ CREARTI UN ACCOUNT MATRIX?

Per creare un account Matrix é necessario scegliere un server Matrix pubblico (o crearsene uno proprio, ma in quel caso si presume tu ne capisca già di informatica/programmazione/sistemistica).

Scegliere il server Matrix é come scegliere se farsi l’email su Gmail, Hotmail o Protonmail: son tutti più o meno simili ma hanno a loro volta delle caratteristiche un pò diverse.

Il server più utilizzato é matrix.org, che é quello dei creatori originali della piattaforma Matrix. Tuttavia é preferibile che gli utenti non si appoggino tutti solo e soltanto su quell’unico, grosso server perché se questo avvenisse, verrebbe meno proprio il senso della decentralizzazione della rete.

Alcuni server che possono essere utilizzati sono i seguenti:

 

LUSSEMBURGO (Admin e molti utenti sono italiani)
https://riot.opencloud.lu

FINLANDIA
https://chat.feneas.org/
GERMANIA
https://riot.privacytools.io
https://chat.tchncs.de/
https://riot.allmende.io

FRANCIA
https://riot.tedomum.net/
https://riot.tcit.fr
OLANDA
https://webchat.weho.st
https://chat.disroot.org
AUSTRALIA
https://perthchat.org/

 

Schermata 2019-02-20 alle 13.59.28

Differenze tra Deep Web e Dark Web: cosa dobbiamo sapere

29 Ottobre 2021 ore 19:29
Se ci riflettiamo un attimo troviamo una similitudine tra Internet e l’oceano: entrambi hanno uno strato superficiale maggiormente noto ed uno strato profondo ed oscuro, per la maggior parte inesplorato. In questo articolo daremo un’occhiata al Surface Web, al Deep Web ed al Dark Web e descriveremo brevemente le differenze tra loro. Cos’è il Surface… Leggi tutto »Differenze tra Deep Web e Dark Web: cosa dobbiamo sapere

Deep Web – Gli 11 migliori motori di ricerca per trovare quello che Google non può

26 Ottobre 2021 ore 15:13
Per la maggior parte degli utenti di Internet il mondo online inizia e finisce con Google.com. Tuttavia Google non è in grado di trovare proprio tutto sulla rete perché esiste un Web profondo (“deep“), invisibile (“invisible“) ed oscuro (“dark“) non accessibile da Google. Per questo motivo è necessario utilizzare motori di ricerca ad hoc, che… Leggi tutto »Deep Web – Gli 11 migliori motori di ricerca per trovare quello che Google non può

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L’invio di credenziali di accesso, di informazioni sugli account, di numeri di carta di credito o di altre informazioni sensibili via Internet, e-mail o un’applicazione di messaggistica spesso non sarebbe l’idea migliore, ma a volte può essere l’unico modo di procedere. In questi casi ci viene in aiuto la crittografia su cui si basano i… Leggi tutto »Come inviare informazioni sensibili su Internet in modo sicuro
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