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Marco Pannella, un capitolo aperto: il libro a cura di Piero Ignazi

16 Giugno 2026 ore 20:30

1. C’è un modo di attraversare la politica come si attraversa un terreno inesplorato: senza sentieri tracciati, calpestando nuove aiuole. Marco Pannella lo ha fatto per sessant’anni, lasciando impronte originali, scomode perché irregolari, spesso incomprese, sempre visibili. A dieci anni dalla sua scomparsa (19 maggio 2016), il volume Marco Pannella. La passione della politica, curato da Piero Ignazi (Viella, 2026), offre una bussola imperfetta ma necessaria per comprenderne la parabola. Imperfetta perché non pretende di orientare in una sola direzione. Necessaria perché restituisce la complessità di una figura che sfugge alle semplificazioni. Il libro si inserisce nella preziosa collana che l’editore romano dedica ai protagonisti della “Prima Repubblica”, e già questo ne segnala l’ambizione: collocare Pannella dentro una storia comune, senza neutralizzarne l’eterodossia.

2. Non è un libro su Pannella, in senso lineare. È piuttosto un libro attorno a Pannella. E qui emerge il primo tratto distintivo: la coralità dei suoi autori. Studiosi di formazione accademica, diversi per statuto disciplinare, sensibilità, appartenenza generazionale, non sempre (o non più) riconducibili all’area radicale, compongono un coro che non cerca l’armonia, ma accetta la dissonanza. Un libro corale, dunque, ma anche plurale nei temi e negli sguardi: dalla stagione dei diritti civili (Simona Colarizi) alla leadership (Angelo Panebianco); dalle sfide sistemiche poste da Pannella (Ignazi, Carlo Radaelli) alle modalità della sua comunicazione politica (Edoardo Novelli); dalla formazione giovanile e universitaria (Gaetano Quagliariello) all’opzione nonviolenta e antimilitarista (Lucia Bonfreschi-Marco Labbate); dall’impegno nelle istituzioni europee (Bonfreschi) alla dimensione transnazionale (Lorenzo Strik Lievers), fino ai tentativi di sintesi complessiva (Maurizio Griffo) e alla testimonianza biografica e autobiografica (Massimo Teodori). Non un memoir, dunque, ma uno scavo analitico della vita politica del leader radicale. A tenere insieme queste tessere è un filo non rettilineo, ma tenace. È quello di una politica incarnata. Nel mio saggio introduttivo ho provato a dirlo così: Pannella non scrive libri, produce iniziative; non costruisce sistemi teorici, ma conflitti; non lascia trattati, ma tracce vive, disseminate tra radio, piazze, parlamenti, tribunali, carceri. La sua è una politica del σώμα e del λόγος, del corpo e della parola. Per questo, le sue battaglie sono sempre “abitate”: corpi gioiosi nelle lotte per la liberazione sessuale; corpi autodeterminati nelle campagne su divorzio e aborto; corpi scheletrici nel lungo impegno contro lo sterminio per fame; corpi reclusi, dimenticati, malati nelle battaglie per i diritti dei detenuti o per il fine vita e la libertà di ricerca scientifica. Non è una metafora, semmai la rappresentazione di una prassi capace di agire trasformando. D’altra parte, quelle radicali sono sempre state battaglie di scopo, condotte attraverso l’azione diretta, in prima persona: una politica da «marciapiede» che chiama ogni militante – a cominciare, esemplarmente, dal leader – a trasformare il proprio corpo in strumento di lotta nonviolenta.

3. Il volume ha il merito di non indulgere alla tentazione più facile: quella agiografica. Non restituisce un’immagine univoca e pacificata del leader radicale. Al contrario, ne scandaglia le contraddizioni. Le intuizioni e le innovazioni, certo: il referendum come «grimaldello» capace di scardinare il sistema politico; la disobbedienza civile come tecnica per attivare il controllo di costituzionalità; la centralità della nonviolenza come metodo non sacrificabile – machiavellicamente – al fine perseguito. Ma anche le tensioni interne: l’attrito tra una struttura di partito federale, libertaria, democratica e la sua leadership carismatica; un’organizzazione volutamente fluida, spesso incapace di consolidarsi; la conflittualità verso ogni forma di potere e il rapporto dialettico con le istituzioni e i suoi vertici; il titanismo pannelliano, misurabile nella sproporzione tra le forze su cui poteva contare e gli obiettivi che si proponeva. È soprattutto qui che il libro guadagna spessore, perché tiene insieme luci e ombre. Le vittorie sono note, ma non scontate: il divorzio e l’aborto, confermati dal voto popolare; la crescita dei diritti civili in un paese ancora segnato da culture confessionali; l’attivazione di strumenti di democrazia diretta che trasformano gli elettori in legislatori. A queste si aggiungono risultati meno immediatamente visibili, ma altrettanto incisivi: la lunga battaglia contro la pena di morte, culminata nella moratoria ONU; il contributo alla nascita della Corte penale internazionale; le campagne per il ripristino della legalità costituzionale nelle carceri e contro l’ergastolo (comune e ostativo). Accanto alle vittorie, le sconfitte. Alcune politiche, come il progetto di un Partito Radicale transnazionale e transpartitico, rimasto incompiuto. Altre strategiche: la scelta deliberata di non trasformare i successi referendari in una presenza organizzata e stabile nel sistema partitico; l’opzione per liste elettorali “personali” o tematiche, invariabilmente di breve durata. E poi le occasioni non colte, su cui più autori insistono criticamente: la mancata capitalizzazione del successo elettorale del 1979; la rinuncia, negli anni della crisi della Prima Repubblica, a guidare un’area laica e riformatrice nel passaggio cruciale di Tangentopoli. Scelte che rinviano a una cifra costante: la diffidenza verso gli apparati, la preferenza per il movimento rispetto alla forma, il favore per le aggregazioni trasversali miranti a un obiettivo comune.

4. Dentro questa traiettoria si collocano le specificità pannelliane. In primo luogo, un modo di fare politica che usa il diritto (law) per produrre diritti (rights). Il referendum e la questione di costituzionalità diventano strumenti di partecipazione, capaci di aprire spazi là dove la rappresentanza è chiusa. La disobbedienza civile non è rottura anarchica, ma leva ordinamentale: ci si oppone alla legge irragionevole per cambiarla, non per negarla. È una pedagogia della cittadinanza, prima ancora che una strategia politica. C’è poi il Pannella internazionale, spesso trascurato. Il libro lo restituisce nella sua dimensione più ambiziosa: quella di una nonviolenza “interventista”, fondata sulla difesa dei diritti umani e per l’affermazione dello Stato di diritto oltre i confini nazionali. Non un pacifismo remissivo, ma un’idea esigente di legalità globale. Da qui le campagne per Sarajevo, per la lotta contro lo sterminio per fame, per i popoli dimenticati, per una giustizia penale internazionale. Anche qui, tra intuizioni precoci e risultati parziali, ma sempre seminali.
C’è, infine, l’opzione nonviolenta che con Pannella irrompe e rompe con una tradizione politica – quella italiana – di segno opposto. Il suo è un rifiuto incondizionato della violenza, sia essa di massa o rivoluzionaria o – peggio ancora – delle istituzioni («i carnefici di Stato, tenutari di quel casino che chiamano “l’Ordine”»). Un’opzione che nega radicalmente la dialettica schmittiana amico/nemico, perché «ci sono troppe splendide cose che potremmo/potremo fare anche con il “nemico” per pensare di eliminarlo».

5. Lette le sue 244 pagine, ciò che risulta è un mosaico: non un ritratto unitario già dato, ma una serie di tessere diverse, che il lettore è chiamato a ricomporre. È forse questo il merito maggiore del volume. Non chiude Pannella in una formula. Lo riapre. Nel tempo corto della politica contemporanea, dove tutto tende a consumarsi in fretta, questa operazione ha un valore aggiunto. Restituire complessità è un gesto controcorrente. Significa riconoscere che alcune figure – come Pannella, in ragione di una vita politica clamorosa – non si lasciano archiviare né normalizzare. Restano non risolte. E, proprio per questo, continuano a interpellarci.

Arte, restaurata la Madonna della Pura  nella Basilica di Santa Maria Novella

16 Giugno 2026 ore 16:43
Arte, restaurata la Madonna della Pura  nella Basilica di Santa Maria Novella

La Madonna della Pura, una delle immagini devozionali più significative custodite all’interno della Basilica di Santa Maria Novella, tornato visibile dopo un restauro realizzato da Andrea Vigna di Habilis Srl, con la collaborazione di Paola Viviani e Stefania Franceschini, sotto l’Alta Sorveglianza della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Firenze e le province di Pistoia e Prato, grazie al generoso sostegno di Friends of Florence.

L’affresco della Madonna della Pura è strettamente legato alla diffusione del culto mariano promossa dall’Ordine Domenicano, che fin dalle proprie origini favorì la nascita di confraternite laicali dedicate alla Vergine e un rapporto diretto con la popolazione cittadina.

Secondo la tradizione, l’immagine si trovava originariamente sul fondo dell’avello della famiglia Della Luna, situato nel cimitero adiacente alla basilica. Alla fine del Trecento vi era raffigurata la Vergine con il Bambino accompagnati da Santa Caterina d’Alessandria e dal committente.

L’intervento si è reso utile per conservare l’opera, restituirle leggibilità e consentire di apprezzarne nuovamente i valori storici, artistici e devozionali che ne hanno fatto per secoli uno dei principali punti di riferimento della spiritualità mariana all’interno della Basilica di Santa Maria Novella. Il restauro è stata inoltre un’importante occasione per approfondire le metodiche operative del pittore e la tecnica esecutiva utilizzata sull’affresco.

La devozione popolare nacque in seguito a un episodio ritenuto miracoloso: alcuni bambini che giocavano nei pressi del sepolcro avrebbero assistito all’apparizione della Madonna, che avrebbe chiesto loro di liberare l’immagine da polvere e ragnatele. L’evento favorì una rapida diffusione del culto della cosiddetta “Vergine Maria del Cimitero”, dando origine a una venerazione sempre più intensa.

Già entro un anno dal presunto miracolo fu costruito un primo altare davanti all’immagine. Successivamente, intorno ai cosiddetti “fanciulli della purità”, si sviluppò una devozione tale da spingere i frati domenicani a concedere alla famiglia Ricasoli la realizzazione di una cappella destinata ad accogliere e valorizzare l’affresco.

La cappella fu completata nel 1476 e l’immagine fu inserita all’interno di una raffinata edicola architettonica progettata da Giovanni di Bertino, concepita secondo una sofisticata visione prospettica e ispirata ai modelli dell’antichità classica. Da allora la Madonna della Pura è rimasta uno dei più importanti simboli della devozione mariana all’interno di Santa Maria Novella.

“Siamo particolarmente felici di aver sostenuto il restauro della Madonna della Pura, un’immagine profondamente radicata nella storia devozionale di Santa Maria Novella e nella memoria della città di Firenze. – Sottolinea Simonetta Brandolini d’Adda Presidente di Friends of Florence – Questo intervento ha consentito di recuperare la leggibilità e la bellezza di un’opera che per secoli ha accompagnato la spiritualità di generazioni di fedeli e visitatori. Ringraziamo la Soprintendenza per l’Alta Sorveglianza, i Padri Domenicani per la disponibilità e i restauratori che hanno reso possibile questo importante progetto di conservazione. Il nostro ringraziamento più profondo va a i donatori William e Jeanne Bice  per il loro sostegno e la loro passione per l’arte di Firenze.

L’opera fu staccata negli anni Cinquanta del Novecento e successivamente fu applicata su un supporto rigido in masonite a triplice strato.

Prima del restauro, il supporto si presentava complessivamente stabile e non evidenziava criticità strutturali significative. Diversa era invece la situazione della superficie pittorica, interessata da depositi superficiali diffusi, sia incoerenti sia maggiormente aderenti, accumulatisi nel corso del tempo.

Erano inoltre presenti abrasioni e graffi che interrompevano localmente la continuità della pellicola pittorica. Particolarmente evidenti risultavano alcune ridipinture alterate sugli incarnati, realizzate con materiali organici che nel tempo avevano modificato il proprio aspetto cromatico, alterando la corretta lettura dell’immagine. A ciò si aggiungevano stuccature derivanti da precedenti interventi conservativi che, in diversi punti, debordavano oltre i margini delle lacune.

L’obiettivo principale dell’intervento è stato il recupero della leggibilità dell’opera e il miglioramento delle sue condizioni conservative, attraverso operazioni rispettose della materia originale e della storia conservativa dell’affresco.

L’intervento ha consentito di recuperare una lettura più autentica dell’opera, liberandola dalle alterazioni che nel tempo ne avevano compromesso la percezione. E ha consentito una migliore comprensione dell’immagine e della qualità esecutiva dell’opera, restituendo continuità alla lettura complessiva dell’affresco e valorizzandone la funzione storica e devozionale.

Non si canta per cantare. Note a margine di una polemica sull’arte “impegnata”

16 Giugno 2026 ore 14:00

“Provo sempre un certo imbarazzo quando leggo che un uomo di spettacolo, con una visibilità pubblica, vuole schierarsi in maniera netta e apodittica su questioni internazionali (guerre, ecc.) perché tutto il mondo che ci sta intorno va analizzato con cura. Il proclama buttato giù da un palco o anche scritto in un appello mi lascia abbastanza indifferente. Gli artisti che vogliono sensibilizzare il loro pubblico… ma perché? Non sono abbastanza sensibili per conto loro? C’è bisogno che Bruce Springsteen gli dica di essere contro l’amministrazione Trump? Non credo: è un ruolo che non mi sento di condividere”.

Sono parole pronunciate da Francesco De Gregori il 26 maggio scorso, nel corso di una conferenza stampa di presentazione di un ciclo di concerti. Il tono era, fino a quel momento, abbastanza disteso ma anche amareggiato: “saranno dieci anni che non sento più l’ispirazione ribollire dentro di me, la cosa mi dispiace ma non ne faccio un dramma”.
Un altro giornalista ha insistito sul tema dell’impegno, De Gregori piccato ha rincarato la dose: “Sensibilizzo mio malgrado attraverso le canzoni che scrivo, non con quello che dico. Non mi sento superiore a nessuno per poter insegnare che posizione prendere su Gaza o Israele o su l’Iran. Ho le idee confuse anche io (…) il mio pensiero non è totalitario, non voglio né dare né prendere lezioni da nessuno, soprattutto da un cantante o da un uomo di cinema: che titoli ha?”.

Il 13 gennaio del 1898 sul giornale francese Aurore apparve un lungo editoriale dal titolo J’Accuse…! Lo firmava uno scrittore considerato il più importante romanziere in attività, Émile Zola. Si apriva, con quell’articolo, uno dei più famosi casi della cultura moderna, volto a contestare violentemente la condanna ingiusta di un militare francese e, più in generale, un diffuso pregiudizio antisemita, un pregiudizio dal quale la stessa sinistra non era avulsa (a dirla tutta neppure i libertari). Ciò che però rendeva davvero memorabile ed esplosivo quell’articolo – oltre ovviamente alle argomentazioni ineccepibili ed al titolo geniale che rovesciava il concetto di accusa dal condannato ai suoi giudici – era proprio che fosse firmato da un artista e non da un giornalista, un avvocato, un uomo politico… insomma, non da uno specialista. C’erano stati certo notevoli precedenti, antichi come la società, di poeti, musicisti, pittori che avevano preso posizione in merito a questioni che non riguardavano strettamente il loro campo. Però in questo caso il mezzo di larga e rapida diffusione, la notorietà ed il carisma di Zola resero quella vicenda un punto di svolta: nasceva con quell’articolo la figura dell’intellettuale impegnato. Zola andò incontro a guai importanti: processo, condanna, esilio… e qualcuno sostiene che persino la sua tragica morte (avvelenato dal monossido di carbonio in una stanza chiusa) non sia né accidentale né slegata da quella vicenda.

La figura dell’artista impegnato, consapevole, del “compagno di strada” o dell’”utile idiota” (due definizioni invalse in ambito marxista-leninista) è senz’altro stata un asse portante di quella dicotomia che fa danzare assieme la politica della cultura con la cultura della politica. Nel novecento le forme di cultura di massa: letteratura popolare, fumetto, cinema e canzone hanno interagito sovente con la diffusione delle idee sociali, anzi a dirla tutta alcuni militanti si sono interessati di queste forme di comunicazione proprio perché particolarmente adatte a diffondere rapidamente dal basso idee e storie controcorrente. L’anarchismo, in particolare, è ben rappresentato dalle sue canzoni, al punto che uno degli organizzatori, militanti e rivoluzionari più famosi e amati della sua storia – Pietro Gori – è anche uno dei suoi massimi cantori: caso direi unico. La canzone è un mezzo di propaganda duttile e di immediato utilizzo, può essere improvvisata su un evento e cantata in poche ore, si impara rapidamente ed ogni ascoltatore può farsene a sua volta tramite. È particolarmente sfuggente alla censura: come fai ad imbavagliare tutta una folla che intona in coro un canto?

Figlia ibrida della scrittura poetica, della composizione musicale e del canto, la canzone – fra le forme della comunicazione popolare di larga diffusione – pur essendo stata protagonista dell’industria del disco e dell’intrattenimento di massa, ha conservato nel fondo una vocazione orale, trasmettendosi al di fuori di ogni controllo ed a dispetto di ogni commercio. Credo sia per queste ragioni che la canzone impegnata, la canzone di tematica sociale, la canzone politica sia la forma d’arte più legata alla storia del movimento operaio e rivoluzionario… anzi, potremmo dire che in molti casi taluni militanti si sono fatti cantori per propagare idee. Non ci vuole troppa preparazione o troppo talento per imparare quattro accordi di chitarra e raccontare in versi più o meno storti una rivolta… e non è affatto detto che questi quattro accordi e questa urgenza non generino una canzone bella altrettanto o ancor più di quelle scritte da professionisti del genere. La canzone sociale ha avuto anche i suoi eroi ed i suoi martiri come Joe Hill e Victor Jara.

Quando negli anni sessanta è sorto anche in Italia un fenomeno piuttosto diffuso di canzone d’autore, con musicisti-poeti che si facevano interpreti dei loro stessi canti, e quando negli anni settanta questo fenomeno è diventato preponderante, è stato del tutto ovvio che molti di essi – appartenendo ad una generazione per cui la partecipazione politica era centrale – portassero avanti, ognuno con la propria indole, questa fusione di poesia ed impegno. Talvolta magari anche schernendosi dal doversi assumere il peso del mondo e dei suoi disagi in ogni verso: non è un delitto di lesa coscienza di classe scrivere una canzone d’amore. Edoardo Bennato ha – potremmo dire – scritto il manifesto di questo chiamarsi fuori dall’obbligo dell’impegno con brani come Sono solo canzonette o Cantautore. Buffa contraddizione: più ci si vuol sottrarre alla strumentalizzazione, più si rischia di finire ostaggio del qualunquismo, che dei pensieri politici è uno dei più rigidi e reazionari. “A canzoni non si fan rivoluzioni” potrà sgolarsi a ripetere Guccini, ma si potrà anche notare come, dalla presa della Bastiglia in poi, non esiste grande rivoluzione e spesso anche piccola rivolta che non abbia prodotto i suoi canti. A mio gusto i più bei canti, i più necessari.

Francesco De Gregori è un cantautore di straordinario talento e longevità, nato artisticamente nel Folk studio, un locale romano fortemente caratterizzato dai simboli della sinistra rivoluzionaria (pare che lì ogni serata iniziasse al suono dell’Internazionale). Giovane chitarrista di quel monumento del canto sociale (ed anarchico in particolare) che fu Caterina Bueno, alla quale anni dopo ha dedicato la bellissima Caterina. Conoscitore ed amante del repertorio popolare e di lotta, al punto di essere tornato nella maturità su quel repertorio con un disco ed una tournée di grande successo Il fischio del vapore in duo con Giovanna Marini. Ha anche disseminato le sue canzoni di ogni tempo di riferimenti abbastanza trasparenti alle lotte sociali, all’emigrazione, alle guerre: L’abbigliamento di un fuochista, Generale, Pablo, L’impiccato… e quella frase di sapore quasi brechtiano: Tu da che parte stai? / stai dalla parte di chi ruba nei supermercati / o di chi li ha costruiti, rubando? scritta in un’epoca nella quale il disimpegno era diventato la norma.

D’altronde De Gregori è stato anche un propugnatore accanito del diritto all’ambiguità del linguaggio, alla sua scarsa trasparenza, ad una tetragona indipendenza dell’artista da ogni condizionamento. Questa convinzione lo ha portato ad essere la vittima di uno degli episodi più famigerati della storia della canzone italiana: il 2 aprile 1976, nel corso di un concerto a Milano, fu prelevato da un gruppo di militanti dell’autonomia operaia dal suo camerino e (pare anche sotto la minaccia di una pistola) costretto a subire un processo popolare sul palco, nel quale lo si accusava di essersi arricchito (il disco Rimmel dell’anno precedente era stato un enorme successo), di non scrivere canzoni abbastanza militanti e lo si invitava al suicidio (addirittura!). Quella fu senz’altro un’azione molto stupida e grezza, per fortuna finita senza drammi. Ma anche uno strano miscuglio di brutalità e di fiducia nelle possibilità dell’arte. Persone ingenuamente convinte che le canzoni potessero influenzare la storia, inceppare il potere, fermare le guerre, sospendere le condanne a morte. Oggi invece sappiamo che è tutto inutile e possiamo cantare tutto ciò che vogliamo, tanto nessuno ne sarà disturbato: anche le canzoni di rivolta più belle si perdono in un rumore di fondo inconsistente e caduco. Secondo me, in fondo in fondo, anche de Gregori, nonostante il processo, si divertiva più prima.

Alessio Lega

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Manuale minimo delle ossessioni obbligatorie del dibattito pubblico

16 Giugno 2026 ore 04:45

Elenco minimo di situazioni dalle quali sono passata nell’ultima settimana, di esponenti del paese reale (no quegli stronzi dei miei amici) con cui ho parlato, dei temi che essi hanno sollevato considerandoli in qualche misura rilevanti.

Sono a un tavolino di un bar di Firenze. I camerieri parlano dei turisti, e noialtre stronze al tavolo ci chiediamo: come abbiamo costruito delle città la cui economia dipende in così larga misura dai turisti e che i turisti rendono così invivibili per i residenti? Se odi quelli che ti danno da mangiare, come se ne esce?

Sono da un parrucchiere a Bologna. Quello che mi asciuga i capelli mi mostra incredulo un video in cui una tizia, che scopro essere assessore, dice che il problema dei graffiti sui muri è che i ricchi proprietari dei palazzi non li fanno ripulire. Il parrucchiere ha i capelli verdi, ed è più incredulo di me che all’amministrazione locale non venga in mente che il problema è chi scempia, non chi non si sbriga a ripulire.

Sono a un tavolo d’un ristorante di Ragusa. I residenti parlano del ponte sullo stretto, qualcuno racconta una barzelletta secondo cui un ponte che unisca la Sicilia all’Italia sì, ma uno che unisca la Sicilia alla Calabria è inaccettabile, finché parte l’elenco delle priorità. Sì però ad andare all’aeroporto di Catania ci si mettono due ore perché ci sono da chissà quanto i lavori che restringono l’autostrada a una corsia. Sì però qui non funziona l’aria condizionata. Sì però in albergo non funziona il wifi.

Sono in macchina a Bologna. L’autista mi dice che il giorno dopo sciopereranno gli autobus. Un passeggero esasperato da non so bene cosa è salito a bordo e ha morso l’orecchio all’autista. Ah, scioperano contro i morsi?

Questa è una di quelle circostanze in cui in genere gli autisti – gli esponenti del paese reale con cui più di frequente interagisco – borbottano qualcosa sugli immigrati, e io dico che il problema non è lo spostamento da un paese a un altro, ma il sovraffollamento complessivo: siamo otto miliardi, sullo stesso pianeta sul quale non trecento anni fa, ma quando io andavo a scuola, eravamo quattro miliardi. Per forza ci diamo fastidio, ma continuate pure a dire che bisogna fare più figli così possono pagarvi la pensione fino a centotré anni.

Stavolta non finiamo a parlare d’immigrati perché i giornali, che ormai se qualcuno coinvolto in un caso di cronaca nera è straniero omettono l’informazione per il terrore che poi i picchiatelli social diano loro dei razzisti, specificano sette volte in ogni articolo che il Mike Tyson di piazza Minghetti è italiano. Quindi non di immigrazione parliamo, ma dei matti che sempre più numerosi affollano le città.

Eccetera. Ho avuto, per ampliare l’elenco ma lasciandolo comunque incompleto per non dilungarmi, anche conversazioni su: che truffa sia il congelamento degli ovuli in cui le trentenni investono stipendi; se abbia fatto più danni la riforma dell’università, la regionalizzazione della sanità, la legge sull’autocertificazione (la tavolata non ha raggiunto un accordo, il personale del ristorante neppure, però avevano aneddoti strepitosi sugli effetti della regionalizzazione della sanità); come sia possibile che passiamo il tempo a differenziare e chiunque non viva a Milano vive comunque in posti pieni di spazzatura.

Poi ci sono quegli stronzi dei miei amici, quegli orrendi privilegiati, quel ceto medio con complesso al contempo di superiorità e d’inferiorità, quel paese irreale con le case al mare e le opinioni sui romanzi e come principale problema il fatto che la granita di gelso sia finita.

Ho avuto diverse conversazioni anche con loro, naturalmente, e anche qui possiamo stilare un piccolo elenco, tutto fatto di temi di cui probabilmente parla una minoranza della popolazione.

Temi che vanno da come è cambiato il commercio dei libri da quando Romano Montroni, morto la settimana scorsa, era a capo delle librerie Feltrinelli, al timore che si finisca, come in certi posti in California, coi taxi guidati dall’intelligenza artificiale, e insomma io non mi fido di stare su un veicolo guidato da un umano e non pensi anche tu che la robottizzazione del mondo porterà solo guai?

Discorsi che vanno dalla transessualità come trucco per aggirare la legge sulla fecondazione assistita – se invece che due lesbiche siete una rimasta ufficialmente donna e una che s’è fatta cambiare i documenti facendocisi scrivere che è uomo senza bisogno di scempiarsi con ormoni o chirurgia, tanto ormai si può, allora avete diritto alla vostra brava fecondazione senza espatrio – all’impossibilità di sapere le cose che bisogna sapere una volta venuta meno l’istituzione che erano i giornali: come faccio a essere sicura di non essermi persa niente, magari c’è una notizia importantissima che gira in un angolo d’algoritmo che non vedo.

Sapete di cosa non mi ha parlato nessuno in una settimana, ma neanche in un mese, ma neanche in un anno, ma proprio in questo secolo? Sapete di cosa non si parla in nessuna conversazione, a tavola o al telefono, tra intellettuali o tra analfabeti (due insiemi con un’ampia intersezione), in spiaggia e in libreria, tra elettori d’una parte politica o dell’altra (di nuovo: insiemi con intersezione non certo vuota) – sapete di cosa, nel mondo fuori dai social, non parla nessuno?

Di fascismo e antifascismo, l’ossessione più imbecille a sinistra e a destra, ma una destra e una sinistra che esistono solo in quella camera dell’eco che sono ormai i giornali (vabbè, insomma: quel che ne resta) e quella parte di social non abitata da gente che passa di lì, scrolla due cose, mette like ai matrimoni degli amici e alle cresime dei nipoti e poi torna alla propria vita, no, non nei social dei normodotati: in quella parte abitata da un’umanità abbastanza stolida e psicotica da pensare di cambiare il mondo dal telefono, di influire sulla qualità della vita pubblica spolliciando.

Solo lì, in quei posti che dopo vent’anni ancora non avete imparato a frequentare non con la sovreccitazione dei bambini cui hanno dato troppi zuccheri, solo lì, nel 2026, ci si accanisce a considerare importantissima la posizione che qualcuno tiene o non tiene rispetto a una dittatura di cent’anni prima. Lì, e su giornali che ormai da Vongola75 e Brocco81 si fanno dettare la linea, tentando disperatamente d’esistere.

Persino i taxi guidati dall’intelligenza artificiale sono considerati un tema cogente da una parte della popolazione maggiore di quella che considera fascismo e antifascismo temi di attualità.

Sei abbastanza privo di senso del ridicolo da fare il saluto romano? Non ne sono lieta, il senso del ridicolo mi pare importante, ma non ce l’ha più nessuno, se ce l’avessero non si tatuerebbero o non s’accenderebbero la telecamera del telefono in faccia; mi sembra però più importante sapere come intendi risolvere il fatto che un ospedale di Roma non veda il fascicolo sanitario d’un paziente residente a Milano, o il fatto che i ragazzini escano da scuola senza sapere la grammatica, o il fatto che le città siano ormai devastate dal turismo, dai graffiti, dagli ubriachi che pisciano per strada.

Meno rilevanti del fascismo e dell’antifascismo ci sono solo le fiere di libri, un’altra nicchia che interessa solo a gente priva di vita interiore e pure di vita esteriore, e potevano i social in questi giorni essere monopolizzati da altro che dall’intersezione tra queste due psicosi, il fascismo e le fiere di libri? Non potevano, perché se c’è una scemenza nascosta in un angolo i social si precipiteranno a scovarla e renderla centrale nelle loro vuote giornate, e quindi eccoli lì, politici adeguati ai social, intellettuali adeguati ai social, dibattito al ribasso che parla solo e sempre di cose di cui non importa a nessuno se non ai dibattenti.

Quand’ero giovane andava di moda dire che non bisognava abbassare il livello perché, abbassandolo acciocché nessuno si sentisse escluso, si finiva per fare il “Maurizio Costanzo Show”. Non c’è giorno che non ci pensi e che non senta di dover chiedere postumamente scusa a Costanzo, adesso che, in confronto al dibattito pubblico di veementi stronzate da cui siamo quotidianamente afflitti, un programma che aveva sì i suoi bravi casi umani, ma pure Carmelo Bene e Valerio Mastandrea, sembra Bloomsbury. Adesso che quell’epoca lì pare il secolo dei lumi, in confronto a questi invasati noiosissimi e perentori.

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I fondamentali del fine dining secondo Andrea Menichetti

16 Giugno 2026 ore 04:45

Il dossier che Gastronomika dedica al mondo della sala e dell’accoglienza accoglie il pensiero di Andrea Menichetti, figlio dei fondatori di Da Caino, Valeria Piccini e Maurizio Menichetti. Anni di esperienza all’estero e in ristoranti stellati prima di tornare nel ristorante di famiglia hanno forgiato uno sguardo maturo e consapevole sullo stato della ristorazione.

Il mio pensiero su cosa significhi fare alta ristorazione è piuttosto semplice, anche se oggi sembra quasi controcorrente: bisogna fare le cose per bene. Lavorare con professionalità, scegliere materie prime di livello, accompagnare l’esperienza con un servizio all’altezza, in un ambiente piacevole. Questo è sempre stato per la mia famiglia il significato della ristorazione.

Da Caino, che è un ristorante familiare nel senso letterale del termine, le persone non vanno semplicemente al ristorante: vengono a casa. L’ospite non è un cliente, ma qualcuno che accogliamo alla nostra tavola. E questa idea di accoglienza non si ferma a chi si siede in sala: cerchiamo di trasmetterla quotidianamente anche a chi lavora con noi.

Fare parte della brigata di Caino significa entrare in una famiglia dove, anche se esistono ruoli e gerarchie, ciascuno agisce per il bene dell’intero sistema. Anche alla chef (Valeria Piccini, ndr) capita di occuparsi di cose che esulano dal proprio compito. È questo il senso della gestione familiare: condividere il lavoro, la responsabilità e anche i sacrifici.

I sacrifici, però, hanno un limite, e una famiglia che funziona sa riconoscere quel limite. Per questo abbiamo scelto di chiudere a pranzo e di garantire ai nostri collaboratori due giorni di riposo: crediamo che chi lavora con noi debba avere anche uno spazio personale. Dopo il Covid è diventato evidente a tutti che questo equilibrio è necessario. Un modello che prevede il giusto tempo per sé stessi è più sostenibile per il futuro del settore: una dimensione familiare che sa essere umana, senza esigere sacrifici illimitati.

Ristorante Da Caino

Con oltre trent’anni di esperienza nei ristoranti stellati, posso affermare che tutto è diventato più complesso, soprattutto sul piano burocratico. E la fatica che c’è dietro la ricerca della qualità e l’impegno del servizio viene difficilmente riconosciuta. In Italia manca ancora una vera cultura gastronomica diffusa: non sempre chi mangia è in grado di cogliere la differenza tra chi compra la pasta pronta e chi la fa in casa.

Questo si riflette anche su come i giovani si avvicinano alla professione. Troppo spesso si parte con la stella Michelin già in testa, senza la consapevolezza che per raggiungere un traguardo di questo tipo è necessario un percorso molto impegnativo, che spesso dura anni e comporta molti sacrifici. I giovani sono guidati più dall’aspettativa che dalla passione. Ma l’amore per la cucina deve venire da dentro, non dall’idea di costruirsi un’immagine. Bisogna lavorare bene e con pazienza: il riconoscimento, se meritato, arriva.

Per quanto riguarda il rapporto delle persone con il cibo quando escono a cena, credo che si sia persa l’attenzione verso quello che si mangia, come se nutrirsi fosse un atto automatico. Chi va al ristorante sceglie spesso in base all’estetica, ai rating, all’instagrammabilità – più per quello che trova attorno al piatto che per quello che c’è dentro. Ma il cibo non è questo: è cultura, identità, cura di sé. E se questa consapevolezza si perde, si perde tutto il resto.

Andrea Menichetti

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La firma della ristorazione si (ri)scrive in sala

16 Giugno 2026 ore 04:45

Il piatto tecnicamente più perfetto, portato in tavola nel modo sbagliato, non diventa un’esperienza. È un’evidenza che chiunque abbia mangiato fuori conosce per istinto, e che il racconto della ristorazione italiana ha però rimosso per vent’anni, occupato a incoronare gli chef e a dimenticare chi quel piatto lo accompagna fino a chi lo mangerà. L’edizione 2026 del Gastronomika Festival – «È ora. L’ottimismo e la ragione» – ha dedicato un tavolo del proprio hackathon a questa rimozione: giovani professionisti della sala, tutti under quaranta, riuniti attorno a un tema che è insieme una constatazione e una rivendicazione. La sala serve.

«Ogni tavolo è una partita», ha detto Enrico Gori, socio del ristorante stellato Da Lucio a Rimini, e nella frase c’è già il capovolgimento: servire non è una sequenza di gesti – portare, versare, sparecchiare – ma una lettura, la capacità di capire chi si ha davanti e di regolarsi di conseguenza.

Per anni la sala è stata il reparto di cui tutti dicevano di volersi occupare, salvo lasciarlo ai margini: nei siti dei ristoranti, dove il nome del cuoco si trova quasi sempre e quello del maître quasi mai; nella narrazione pubblica, costruita attorno a programmi come MasterChef; nell’immaginario di chi sceglie un lavoro, attratto da chi cucina più che da una professione percepita come faticosa e provvisoria. Un errore di prospettiva, non solo un’ingiustizia, perchédà per scontato che la riuscita di una cena si decida tra i fuochi, quando invece si compie anche altrove.

Foto di Gaia Menchicchi
Foto di Gaia Menchicchi

Un ingrediente, per quanto raro, non parla da solo. Un territorio non si spiega da sé. La filiera, la stagionalità, il gesto di un produttore restano parole stampate su un menu finché qualcuno non le traduce in qualcosa che chi è seduto possa capire e desiderare. Quel qualcuno sta in sala. La cucina genera valore; il servizio lo rende leggibile al cliente. E ciò che nessuno riesce a cogliere, semplicemente, non esiste per chi paga il conto.

C’è, in questo, qualcosa che precede la ristorazione stessa. Accogliere chi arriva, dargli da mangiare, farlo sentire atteso e al sicuro è uno dei gesti più antichi della cultura umana, molto prima che diventasse un mestiere con un contratto e un turno. La sala ne è l’erede diretta, e quando funziona tocca un aspetto che ha poco a che vedere con il cibo: far sentire una persona riconosciuta. Chi si prende cura degli altri per professione lo sa bene, che il modo conta quanto il contenuto, e che un’accoglienza autentica lascia un benessere reale, quasi fisico, di cui chi esce non sempre sa rendere conto a parole. Sa solo che tornerà.

La competenza che tutto questo richiede è tra le più sottovalutate e difficili in assoluto, e insieme tra le meno visibili. Sapere dove va il bicchiere si impara in poche settimane; molto più arduo è sapere perché quel vino è in tavola, da quale terra arriva, che cosa la cucina italiana ha preso dalla Francia e dalla Spagna, e intuire nel frattempo, in pochi secondi, se chi si ha davanti ha voglia di ascoltarlo o solo di essere lasciato in pace. Cogliere al volo l’umore di un cliente – la timidezza, la fretta, l’arroganza, l’imbarazzo di chi non sa che cosa ordinare – è una forma di intelligenza che nessuna scuola alberghiera misura con un voto. «Insegnare sala è insegnare, prima delle regole base, la cultura», ha detto Luca Torsani, che forma i ragazzi del servizio ad Alma: prima della tecnica viene il sapere, e prima del sapere la capacità di leggere l’altro. È una dote relazionale, fatta di attenzione e di misura, che ha più a che vedere con l’ascolto che con l’esecuzione.

Foto di Gaia Menchicchi
Foto di Gaia Menchicchi

Lo conferma un cambiamento in corso nei locali migliori: l’eleganza, che per troppo tempo ha coinciso con la distanza e con un servizio impeccabile ma ingessato, sta cedendo il passo a un’accoglienza più sciolta. Da Lucio, la trattoria di pesce di Gori, arrivata alla stella Michelin con i tavoli condivisi e i camerieri che chiacchierano con i clienti senza recitare una parte, ne è la dimostrazione. «Già lì hai rotto una regola», osserva Elia Toni, oste e contitolare dell’Osteria Fondo a Cesena. «E ti viene voglia di tornarci anche solo per un caffè».

Sarebbe però un errore scambiare quella leggerezza per facilità: improvvisare con naturalezza, fuori da ogni copione, chiede più maestria che seguirne uno. La spontaneità, quando è autentica, è la forma più alta del mestiere: richiede di conoscere le regole così a fondo da poterle piegare, e abbastanza sicurezza da non nascondersi dietro un cerimoniale.

Foto di Gaia Menchicchi

Proprio adesso che la cucina torna all’essenziale – ai prodotti, alle trattorie, ai classici reinterpretati – il bisogno di qualcuno che sappia tradurre tutto questo al cliente non cala, cresce. La figura che al tavolo torna come modello è quella dell’oste: «Bisogna far nascere gli osti», la sintetizza Davide Cozzolino, che lavora in sala al 177 Toledo di Napoli. «La vera innovazione della ristorazione, paradossalmente, potrebbe non essere più tra i fornelli». Toni lo riporta a un esempio concreto: un formaggio, una storia, una differenza apparentemente minima che, raccontata nel modo giusto, cambia il modo in cui il cliente vive quello che sta assaggiando. «L’oste lo deve sapere», dice. «Non per fare il sapientino, ma per cogliere il cliente interessato e dargli qualcosa in più».

Resta il rapporto con la cucina, frattura antica e mai del tutto risolta. «Ci si dovrebbe fidare di più», aggiunge Cozzolino. La cucina pensa e costruisce il piatto, la sala vede il cliente – ne intercetta l’attesa, l’umore, il disagio. Quando queste due letture non si parlano, il ristorante perde ritmo.

Foto di Gaia Menchicchi
Foto di Gaia Menchicchi

Perché tutto questo accada, però, la sala deve smettere di essere un mestiere di passaggio, e l’ottimismo – quello del Festival, congiunto alla ragione – deve diventare organizzazione. Da titolare trentunenne, Toni ha raccontato il suo tentativo di alzare l’asticella: domenica chiusa, mance condivise con la cucina, welfare aziendale aggiunto allo stipendio. «Non è che il welfare deve sostituire una paga», ha precisato, «deve essere un di più». Poi una frase che pesa più di molte analisi: «Dobbiamo essere più azienda e meno ristorante di famiglia».

Dentro c’è un passaggio generazionale enorme. Il ristorante-famiglia è stato a lungo un mito italiano: tutti coinvolti, tutti disponibili, tutti sacrificabili in nome della casa. Ma la famiglia, quando diventa modello organizzativo, può proteggere e può divorare. L’azienda sana, al contrario, dà al lavoro regole, turni, diritti, responsabilità.

È il segno che una generazione ha smesso di considerare il sacrificio un alibi per giustificare la precarietà, e pretende che alla passione si affianchino una paga e un calendario. I ragazzi che oggi a un colloquio chiedono quanto vale lo stipendio e come funzionano le ferie non hanno meno passione di chi li ha preceduti: considerano quel lavoro un lavoro vero. Alice Paglia, in sala all’Albufera a Milano, lo conferma con il pragmatismo di chi ci è dentro: «Per questo è stato fatto il tavolo degli under quaranta. Perché c’è ancora almeno un altro ventennio di speranza».

Foto di Gaia Menchicchi

E proprio dopo aver parlato di stipendi, fatica e riconoscimento, Giorgio Bortolotto, in sala alle Due Colombe in Franciacorta, lo ha chiamato «il lavoro più bello del mondo». È la frase di chi conosce abbastanza quel mestiere da non lasciarlo definire solo dai suoi problemi.

La sala è faticosa perché è viva. Chi la ama davvero ne parla con una specie di ostinazione luminosa – non perché non ne veda la fatica, ma perché sa che dentro quella fatica c’è una possibilità rara: far sentire qualcuno nel posto giusto, nel momento giusto. In una ristorazione che si riscrive ogni giorno, resta la firma più difficile da imitare. Ma è forse anche la ragione più concreta per essere ottimisti.

Foto di Gaia Menchicchi
Foto di Gaia Menchicchi

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Trump e Putin, per capire chiedi di Manafort, Deripaska e i suoi troll

16 Giugno 2026 ore 04:45

Paul Manafort, appena entrato nello staff di Trump, s’era fatto portare i sondaggi. I sondaggi segreti commissionati dai candidati alla Casa Bianca dicono molte più cose di quelle che gli istituti fanno poi uscire sui giornali. Dopo aver studiato i sondaggi, Manafort aveva telefonato al suo vecchio socio Konstantin Kilimnik, detto “Kostia”. Kilimnik, che era ucraino, aveva aiutato Manafort a far eleggere presidente in Ucraina il putiniano Janukovich (2010). Appuntamento con Manafort al 666 della Quinta strada, Grand Havana Room, un circolo per fumatori di sigaro. Il palazzo era della famiglia Kushner. Era presente anche Rick Gates. Qui Manafort consegnò a Kilimnik i sondaggi relativi a Michigan, Wisconsin e Pennsylvania. Erano tre Stati dove i democratici avevano sempre vinto. Il cosiddetto “Muro Blu”. I sondaggi mostravano che, stavolta, il vantaggio della Clinton in questi tre Stati era minimo.

Kilimnik era uomo del Gru, il servizio di spionaggio militare russo. I dati relativi a Michigan, Wisconsin e Pennsylvania, arrivati a Deripaska, furono girati da Deripaska a via Savushkina 55.

Era inutile darsi da fare per Stati come il Texas, sicuramente di Trump, o la California, sicuramente di Hillary. Valeva la pena invece lavorare sugli Stati in bilico, come Michigan, Wisconsin e Pennsylvania. Al terzo e quarto piano di via Savushkina 55, a San Pietroburgo, palazzone anonimo, lavoravano per ottocento euro al mese quattrocento giovani. Turni di dodici ore, in modo da coprire per intero i fusi orari americani. I ragazzi erano detti “troll”. Ogni troll doveva pubblicare ogni giorno almeno dieci post originali. Doveva scrivere ogni giorno centoventisei commenti sotto i post di qualcun altro. Doveva gestire tre account Facebook o Twitter contemporaneamente. I supervisori passavano a controllare la qualità dell’inglese e l’uso delle parole chiave. I destinatari di post, commenti e account erano gli utenti americani di Facebook o Twitter. Questi utenti, in vari modi, erano incoraggiati a votare per Trump. Qualche volta direttamente. Qualche altra con finti dialoghi tra finti utenti di Facebook o Twitter. Lo stesso troll interpretava tutte le parti. Faceva dire, per esempio, a un personaggio di sua invenzione: «Hillary Clinton è una criminale». Un altro personaggio di sua invenzione rispondeva: «Sono sempre stato di sinistra, ma dopo quello che ho saputo non posso più votarla. Resterò a casa». Un terzo personaggio inventato entrava in gioco e si metteva a litigare con gli altri due. Il litigio faceva alzare il livello di attenzione del dialogo. La rissa era costruita in modo che la Clinton a un certo punto fosse completamente sputtanata. Riuscire a non mandare a votare un democratico era un risultato molto desiderabile. Per ognuno che restava a casa il piccolo margine di vantaggio di Hillary si riduceva. Questi video personalizzati erano detti “dark post”.

L’ordine era di caricare i dark post al mattino. Di usare connessioni Vpn che facessero credere a quelli che leggevano che si stava digitando da Detroit, o da Milwaukee, o da Pittsburgh. Ogni profilo era corredato da una foto rubata di qualcuno che aveva messo la sua immagine in rete e magari viveva in Spagna o in Egitto.

Quelli che lavoravano su Cambridge Analytica, intanto, spedivano video, guidati dai profili rubati degli ottantasette milioni di americani. Di ognuno di questi ottantasette milioni, Cambridge Analytica aveva preparato un ritratto psicologico. Il pauroso, lo spavaldo, quello che odiava gli immigrati, quello che andava in chiesa, quello che non sapeva che fare, i mariti e le mogli, i depressi e gli entusiasti, i timidi e gli aggressivi, l’intellettuale, e il commerciante, e il contadino, e il medico. A ognuno di questi Cambridge Analytica mandava un video in forma di spot. In questi video in forma di spot, che venivano visti solo dalla vittima prescelta, video costruiti sul profilo della vittima prescelta, si mostrava, per esempio, Trump che difendeva il diritto di possedere armi, mentre su un altro video spedito a un’altra vittima si vedeva invece Trump che diceva l’esatto opposto, la legge e l’ordine e basta con la violenza. Cioè Trump, in questi video personalizzati, poteva sostenere una tesi e il suo contrario. Nessuno infatti avrebbe visto i due video, tranne i due a cui erano stati spediti. Così, implacabilmente, dalla fine di agosto fino ai primi di novembre, per ottantasette milioni di americani e i loro pregiudizi.

Trump disse di Hillary: «Corrotta». Hillary disse di Trump: «Burattino». Trump disse di Hillary: «Arrestatela». Hillary disse di Trump: «Inadatto». Trump disse di Hillary: «Schifosa». Hillary disse di Trump: «Mina vagante». Trump disse di Hillary: «Demonia». Così, implacabilmente, dalla fine di agosto fino ai primi di novembre, in televisione e ovunque.

Il 7 ottobre, intorno alle quattro del pomeriggio, il “Washington Post” pubblica un video in cui si vede Trump scendere da un autobus in compagnia di Billy Bush. Trump dice a Billy Bush: «I don’t even wait. And when you’re a star they let you do it. You can do anything… Grab ’em by the pussy». Traduzione: «Io mica aspetto. Quando sei una star, ti lasciano fare. Puoi fare quello che ti pare. Basta prenderle per la fica». Il video risale al 2005. Tutti pensano: è andata, Trump è finito. Trent’anni prima, per molto meno, Gary Hart era stato costretto a ritirarsi.

Mezz’ora dopo però WikiLeaks pubblica un primo gruppo di email di John Podesta, capo dello staff di Hillary. È da mesi che Trump denuncia il fatto che Hillary, fregandosene della legge che lo vieta, abbia comunicato col mondo attraverso un server privato piazzato nella cantina della sua casa a Chappaqua. Adesso le mail di Podesta mostrano che Hillary dice una cosa in pubblico e un’altra in privato, tratta con i banchieri e si fa dare la linea dai banchieri, è miliardaria, si fa mandare in anticipo le domande che le faranno in televisione, ha bassamente manovrato per sputtanare il suo compagno di partito Bernie Sanders, ecc. Trump e le donne sono dimenticati, svetta sulle prime pagine e nelle aperture dei tg del mondo lo scandalo Hillary.

In quegli stessi giorni, l’avvocato Michael Cohen, legale di Trump, fece firmare a Trump una lettera d’intenti in cui si chiedeva il permesso di costruire a Mosca una Trump Tower in vetro di cento piani, con la parola “Trump” stampata bene in vista sulla facciata. L’ultimo piano – valore cinquanta milioni di dollari – sarebbe stato regalato a Putin. In Russia, per far prima, se la sarebbero vista con i burocrati il portavoce di Putin, Dmitrij Peskov, e il pregiudicato (per frode) Felix Sater. Sater scrisse all’avvocato Cohen: «Amico, il nostro ragazzo [Trump] può diventare Presidente degli Stati Uniti e noi possiamo progettarlo. Porterò tutta la squadra di Putin a bordo, gestirò io il processo». Diventato Presidente degli Stati Uniti, Trump fu costretto a rinunciare. Trump andava in giro dicendo: «Non ho affari in Russia, non ho prestiti in Russia, non ho nulla a che fare con la Russia».

I sondaggi dicevano che la maggioranza degli americani non sopportava né Hillary né Trump. Gli americani andarono a votare l’8 novembre, primo martedì dopo il primo lunedì del mese. Bella giornata, cielo terso, faceva caldo. Hillary era in piedi già alle sei. Uova strapazzate, mezzo pompelmo, un peperoncino crudo (Hillary mastica un peperoncino crudo ogni mattina, tiene sempre in borsetta della salsa piccante). Prima di uscire, un’occhiata ai sondaggi. La davano tutti vincente, senza problemi. Alle otto in punto andò a votare. Scuola elementare Douglas Graffin. Tailleur pantalone beige di Ralph Lauren, soprabito coordinato di pelle scamosciata. Alle donne, tramite l’hashtag “#WearWhiteToVote”, aveva consigliato di presentarsi al seggio vestite di bianco. Molte donne, in effetti, si presentarono al seggio vestite di bianco.

Trump si sveglia tardi. Televisori tutti accesi. Notiziari, sondaggi, suoni. Lo dànno tutti perdente. Nessuna meraviglia. Non mangia niente. Alle undici è in strada con Melania. Va a votare alla scuola pubblica 59 di Manhattan. Indossa il solito abito blu largo con la solita cravatta rossa lunga oltre la cintura. Sul bavero, la spilla che rappresenta la bandiera americana. Melania – grandi occhiali scuri, tacchi a spillo – in bianco avorio di Michael Kors e sulle spalle, a mo’ di mantella, un cappotto di cachemire color cammello da quattromila dollari disegnato da Balmain. Si sente qualche fischio.

Hillary adesso è al Javits Center, un centro congressi sull’Undicesima, tutto in vetro e affacciato sull’Hudson. Sono le quattro del pomeriggio. Gli exit poll sono trionfali. Hillary ha intenzione di restar qui fino alla fine. S’immagina una serata storica. Si trucca, comincia a lavorare al discorso della vittoria. Cena al Peninsula, sulla Quinta. Salmone, carote arrosto, pizza vegana, patatine fritte. Hillary e suo marito Bill piluccano, stanno finendo di scrivere il discorso della vittoria. Con i fedelissimi si discute di chi mettere al governo.

Trump era rimasto nella Trump Tower. Atmosfera cupa. Gli exit poll li vedeva anche lui. Gli hanno portato un polpettone. Sono con lui: Melania, Ivanka, Donald jr, Eric, il bambino Barron, Steve Bannon, Kellyanne Conway. Nessuno si illude. Però Steve Bannon, a un certo punto, va di là e vede i dati sull’affluenza. Torna e dice: «C’è un sacco di agricoltori che stanno andando a votare».

Intorno alle ventidue si comincia a intravedere la verità. Le televisioni non dànno più gli exit poll. Adesso si tratta di dati veri. Quando arriva il Wisconsin, Hillary – pallida, tremante – si chiude in una stanza. Il marito Bill passeggia su e giù. Gli altri, tutti zitti. A mezzanotte, la Trump Tower è piena di gente. Trump, senza giacca, cravatta allentata, rosso in faccia, passa in rassegna sui televisori della casa gli Stati. Gli Stati rossi sono sempre di più. Il colore di Trump, e dei repubblicani, è il rosso.

Alle due e mezza del mattino la Conway riceve una telefonata da Huma Abedin. Huma Abedin è l’assistente di Hillary, diventata a un tratto famosissima perché il marito Anthony Weiner mandava in giro foto del pisello. Per tutta l’estate s’era insinuato sui rapporti tra Huma Abedin e Hillary, vale a dire Hillary è lesbica, si porta a letto Huma, ecc. Adesso Huma dice alla Conway che Hillary vuole parlare con Trump e riconoscere la vittoria di Trump. Così si usa, da sempre. Huma passa il telefono a Hillary, Conway passa il telefono a Trump. Hillary dice: «Congratulazioni, Donald. Sarai il nostro Presidente». Trump dice: «Sei stata una degna avversaria. Sei forte». Anche il discorso della vittoria di Trump sarà pieno di lodi per Hillary.

Hillary aveva preso più voti di Trump. Quasi tre milioni di voti in più. Ma, con il sistema americano, è inutile vincere con una marea di voti negli Stati in cui vinci. Trump aveva preso meno voti, in totale, ma aveva vinto in più Stati e aveva dalla sua, perciò, più Grandi Elettori. Una cosa simile – più voti al perdente – era accaduta altre quattro volte nella storia degli Stati Uniti. Nessuno, dopo nessuna di queste quattro volte, aveva pensato di cambiare il sistema elettorale.

Erano risultati decisivi proprio gli Stati in cui Trump aveva battuto Hillary di un niente. Michigan, un vantaggio per Trump di appena lo 0,2 per cento, pari a diecimilasettecentoquattro voti. Wisconsin, zero virgola sette per cento, ventiduemilasettecentoquarantotto voti. Pennsylvania, zero virgola sette per cento, quarantaquattromiladuecentonovantadue voti. Erano gli Stati su cui avevano martellato quelli di Cambridge Analytica e soprattutto quelli di via Savushkina 55.

La Duma, il parlamento russo, salutò la vittoria di Trump con un lunghissimo applauso. Titoli dei giornali in festa. Margarita Simonyan, direttrice di RT (la tv del Cremlino), twittò che avrebbe girato per Mosca con la bandiera americana fuori dal finestrino della macchina.

Michael Wolff c’era. Vide Melania piangere disperata in un angolo. Pensò, e poi scrisse: «L’America è finita».

Tratto da “America nuda e cruda. Come si arriva dai Padri Pellegrini a Donald Trump”, di Giorgio Dell’Arti, Garzanti, pp. 576, 22,00 €

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La storia del panino con la milza

16 Giugno 2026 ore 04:45

Il pani câ mèusa, il cibo di strada amatissimo a Palermo, al punto da diventarne un simbolo gastronomico, non appartiene storicamente alla cucina siciliana, o almeno non ai due principali filoni da cui discendono la maggior parte delle sue ricette: la tradizione araba e quella normanna.

La sua origine è nella Giudecca o Aljama, il quartiere ebraico di Palermo, e racconta una storia di sopravvivenza e resilienza. Nel Medioevo, infatti, la comunità ebraica cittadina, a cui molti mestieri erano preclusi, gestiva i mattatoi della città nell’area di via Calderai, vicino al fiume Kemonia, che oggi scorre interrato. Gli animali venivano trattati secondo le regole rituali della kasherut, che vietavano tuttavia di ricevere un compenso per questo; quindi, si consolidò l’usanza di ricompensare i macellai, gli scuoiatori e gli addetti alla lavorazione delle carni con le parti di scarto, o di poco valore, come milza, polmone, cuore trachea. Le frattaglie venivano tagliate, soffritte nel grasso e vendute per strada accompagnate da un pezzo di pane. Il panino con la milza nacque così, dalla cucina povera, che sapeva fare di necessità virtù.

Nel 1492 i re cattolici, Ferdinando II d’Aragona e Isabella di Castiglia, con l’Editto di Granada decretarono l’espulsione di tutti gli ebrei dai territori della corona e quindi non solo dalla Spagna, ma anche dal regno di Sicilia, che ne faceva parte, e quindi da Palermo. Decine di migliaia di persone furono costrette ad abbandonare l’isola in pochi mesi, e la Giudecca di Palermo si svuotò.

Oggi ne restano poche tracce, appena leggibili nel tessuto urbano del centro storico: i confini dell’antico quartiere ebraico si estendono tra via Maqueda e via Roma. È possibile scoprirne la storia visitando l’area del vicolo della Meschita e l’ipogeo di Palazzo Marchesi, in piazza Santi Quaranta Martiri, considerato da molti storici il sito del miqweh, il bagno di purificazione. Gli ebrei se ne andarono, ma la ricetta rimase. I caciuttari locali, venditori di panini che lavoravano con cacio e ricotta, la raccolsero, la fecero propria e la tramandarono, generazione dopo generazione, fino ai banchi di oggi al Mercato del Capo, alla Vucciria, alla Focacceria San Francesco.

Oggi il pani câ mèusa è il protagonista dello street food palermitano e viene venduto in molti chioschetti, o rivendite, o ristorantini del centro, tutti validi anche se ciascuno ha il suo preferito. Le frattaglie – pare che la combinazione migliore preveda il sessanta per cento di milza, il trenta per cento di polmone e il dieci per cento di trachea – bollite e poi fritte nello strutto, vengono servite nella vastedda, un panino morbido e ricoperto di sesamo che assorbe e trattiene il grasso e il profumo della carne. A seconda delle preferenze, può essere schietto, con una spruzzata di succo di limone, o maritato con l’aggiunta di formaggio caciocavallo grattugiato o ricotta fresca.

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Marcel, poliziotto che affronta deragliamenti esistenziali

16 Giugno 2026 ore 00:04

«Brutta faccenda la morte di Couchon». Almeno per Marcel Bollini, commissario di polizia parigino, ma di origine italiana, nelle campagne nebbiose del Nord, tra Lodi e la provincia di Bologna. […]

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Pochi buoni amici: voci resistenti da Cantadora

16 Giugno 2026 ore 00:02

«El futuro lo construye el trabajo colectivo» («Il futuro lo costruisce il lavoro collettivo») è lo striscione posto davanti all’ingresso della mostra: un sipario accoglie il visitatore e lo introduce […]

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