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Iraq-Norvegia 1-4, la sintesi della partita

17 Giugno 2026 ore 05:50
La Norvegia travolge l'Iraq per 4-1 nel segno di Erling Haaland: al suo esordio assoluto in un Mondiale, l'attaccante timbra subito una doppietta letale, intervallata dal momentaneo pareggio di Hussein

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Jon Ossoff, il giovane senatore democratico emerso dalla Georgia trumpiana

17 Giugno 2026 ore 04:45

Il giornalista televisivo Chris Matthews cerca disperatamente la frase giusta da far dire al suo ospite. Nell’altra metà dello schermo c’è un trentenne candidato democratico in un’elezione suppletiva della Georgia, che all’improvviso è diventato l’uomo più osservato della politica americana. Matthews, veterano della tv politica, vuole far dire al giovane qualcosa contro il presidente – una provocazione, magari una battuta da dare in pasto a spettatori e algoritmi dei social. Davanti al conduttore, Jon Ossoff non si piega alle logiche dell’intervista. La battuta al vetriolo non arriva mai. Ogni volta che Matthews prova a trascinarlo sul terreno dello scontro, Ossoff torna a parlare con la solita moderazione, l’espressione piatta e la voce ferma. Alla fine, dopo un po’ di domande, concede soltanto: «Non nutro una grande ammirazione personale per quell’uomo». È una risposta così prudente da risultare quasi frustrante in un’epoca di attacchi senza esclusione di colpi.

L’intervista alla Msnbc è del 2017, Donald Trump era arrivato alla Casa Bianca da pochi mesi e la resistenza democratica aveva bisogno di un nuovo volto. Il clima della politica americana era già quello incendiario a cui ormai siamo assuefatti. In questi nove anni il Partito Democratico ha fatto in tempo a vincere e perdere le elezioni presidenziali. Dalla disfatta di Kamala Harris nel 2024 è ancora alla ricerca di una nuova generazione di leader. Ossoff non è certo il democratico più famoso d’America, forse neanche il più carismatico. Da Gavin Newsom a James Talarico, da Alexandria Ocasio-Cortez fino a Rahm Emanuel ci sono molti nomi che vengono in mente prima di Ossoff. Ma lui è uno dei pochissimi che continuano a vincere nella Georgia infestata dal trumpismo. Per questo a Washington sempre più persone osservano la sua traiettoria con curiosità. È il più giovane senatore in carica e la sua elezione nel 2021 è stata – con quella del collega Raphael Warnock – la prima vittoria dei democratici in Georgia dalle elezioni del 2000.

Ossoff non si scompone mai, come nell’intervista con Matthews, ha sempre l’aria del professionista che sta solo facendo il suo lavoro, con una pacatezza rara. È ignifugo in un ecosistema altamente infiammabile. Una disciplina imparata andando a bottega da John Lewis, il gigante del movimento per i diritti civili che aveva marciato accanto a Martin Luther King a Selma, in Alabama. Ossoff è stato uno stagista nel suo ufficio. Per un giovane democratico di Atlanta, Lewis rappresentava un’autorità morale prima che un volto politico.

Dopo quell’esperienza però Ossoff ha cambiato strada e si è dato ai documentari investigativi. Per anni ha lavorato come produttore a inchieste sulla corruzione internazionale, sui traffici illeciti, sul terrorismo o sulle squadre della morte in Africa orientale. E è per questo che nei suoi discorsi e nelle interviste parla pesando tutte le parole, senza slogan, con tempi televisivi straordinari. Tre mesi fa è andato al Late Show di Stephen Colbert, dove ha dato sfoggio di un controllo professionale dei tempi e del linguaggio. Fa le pause giuste sugli applausi e riprende i concetti senza perdere il filo con grande disinvoltura. Nella capacità oratoria si intravede qualcosa dell’ex presidente Barack Obama, nella sua capacità di non andare mai fuori giri.

D’altronde non è per tutti trasformare una corsa locale della Georgia nell’evento politico più osservato d’America. Nel 2017 Ossoff era un pressoché sconosciuto all’elettorato quando decise di candidarsi nel sesto distretto della Georgia. Un territorio rappresentato da Newt Gingrich per vent’anni tra il 1979 e il 1999, e Trump l’aveva appena vinto alle elezioni presidenziali nel 2016. Mentre i Democratici cercavano disperatamente un modo per reagire alla vittoria di Trump, il giovane documentarista di Atlanta divenne un parafulmine per il partito: arrivarono milioni di dollari da ogni angolo del Paese, arrivarono volontari che non avevano mai messo piede in Georgia. E poi tutto il carrozzone di giornalisti, troupe televisive e celebrità. Benjamin Wallace-Wells scrisse sul New Yorker che Ossoff era diventato «il vascello delle speranze dei democratici». Una crescita talmente verticale che gli elettori facevano fatica ad assimilarla: alcuni non erano sicuri di saper pronunciare il suo nome correttamente.

Alla fine, però, Ossoff perse. Dopo mesi di copertura mediatica e una raccolta fondi senza precedenti per una corsa alla Camera, i Repubblicani mantennero il seggio.

L’impressione era che il personaggio mediatico stesse crescendo più rapidamente del politico e la storia fosse destinata a spegnersi. Ossoff contribuiva involontariamente a questa sensazione. Più aumentava l’attenzione nazionale, più lui sembrava rifugiarsi nella propria prudenza: quando i giornalisti gli chiedevano se fosse un progressista o un moderato, rifiutava entrambe le etichette. Una volta, messo alle strette, rispose con una sola parola: «Pragmatico».

AP/Lapresse

Nei tre anni successivi Ossoff è scomparso quasi del tutto dal dibattito nazionale. Quando è tornato sulla scena nel 2020, per sfidare il senatore repubblicano David Perdue, è parso subito un candidato diverso.

Da quando è arrivato al Senato, nel gennaio del 2021, si è ritagliato una figura più matura, accompagnato anche da qualche capello bianco che si affaccia timidamente sulla testa. Ha lavorato a leggi bipartisan sulla riduzione del costo dell’insulina per gli anziani e sulla protezione dei minori online, ad esempio. Il suo lavoro paziente, sempre sotto traccia, ha portato nel 2024 all’approvazione del Federal Prison Oversight Act, la più importante riforma dei meccanismi di controllo delle prigioni federali degli ultimi decenni. Presentando la legge, Ossoff ha citato una «crisi dei diritti umani dietro le sbarre». Per Ossoff il suo lavoro è una questione di «accountability», cioè responsabilità verso i cittadini: l’idea che chi esercita il potere debba continuamente rendere conto delle proprie azioni.

Negli ultimi anni, i repubblicani hanno iniziato a considerarlo un avversario pericoloso. Il Washington Post ha raccontato che, dietro le quinte, diversi dirigenti repubblicani guardano con preoccupazione alla sua capacità di raccogliere fondi, evitare errori grossolani e parlare contemporaneamente alla base democratica e agli elettori moderati della Georgia.

Ultimamente Ossoff è tornato nelle conversazioni sul futuro del Partito Democratico. E non perché abbia lanciato una campagna presidenziale. Anzi, quando The Hill gli ha chiesto direttamente se stesse pensando al 2028, la risposta è stata: «Non correrò per la presidenza nel 2028 e non ho alcun interesse a correre per la presidenza nel 2028». Certo, le dichiarazioni di circostanza valgono il giusto – nel gennaio 2006, Barack Obama promise pubblicamente che avrebbe completato il proprio mandato al Senato e non si sarebbe candidato alla Casa Bianca: sarebbe stato eletto nel 2008 – ma è significativo che sempre più persone stiano ipotizzando un suo futuro da presidente, o aspirante tale. «Guardandolo durante una campagna elettorale ha una certa energia e una certa freschezza», ha detto il consulente democratico Anthony Coley a The Hill. «Sta difendendo i propri valori in uno Stato in bilico e questo è ciò che la gente apprezza».

La consapevolezza nei propri mezzi è un dispositivo psicologico potentissimo per un giovane politico. Prima Ossoff sembrava quasi monocorde nei suoi discorsi, adesso è un comunicatore estremamente raffinato. È sempre composto, sempre pacato come prima, ma non lascia nulla di intentato. Negli ultimi mesi alcuni suoi discorsi contro Trump sono diventati virali. Durante un evento ad Atlanta ha accusato il presidente di voler costruire un monumento a se stesso, di usare il potere pubblico per il proprio tornaconto personale, lo ha definito «una disgrazia nazionale».

È difficile dire se Ossoff sia davvero un potenziale leader per il suo partito. Negli ultimi anni molti pezzi grossi tra i democratici hanno interpretato la politica come una battaglia identitaria a ciclo continuo (quasi tutti i Repubblicani hanno fatto lo stesso). Ossoff invece ha costruito la propria immagine attorno a concetti e argomenti che non parlano alla pancia degli elettori.

Se Ossoff rappresenta davvero una parte del futuro democratico, allora potrebbe essere il segnale che il partito sta forse cercando di uscire dalla logica della politica come spettacolo permanente. Se invece si cercheranno ancora leader più teatrali, o conflittuali, allora Ossoff potrebbe restare ciò che è oggi: uno dei senatori più talentuosi della sua generazione, ma non necessariamente il leader di una nuova era. Per il momento è candida per rinnovare il seggio in Senato e si vota a novembre. Una prima indicazione arriverà da lì.

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L’intesa con l’Iran è un fallimento di Trump e un tradimento americano di Israele

17 Giugno 2026 ore 04:45

Il contenuto dell’accordo che sta per essere firmato dagli Stati Uniti e l’Iran non è affatto chiaro, e le indiscrezioni che filtrano da Washington e ancor più quelle che arrivano da Teheran non aiutano a capirne i contenuti. È però molto indicativo il giudizio che ne dà Israel Hayom, perché, oltre al fatto che è il principale quotidiano israeliano, è di proprietà della miliardaria Miriam Adelson, cittadina americana e israeliana, che è tanto amica e sostenitrice di Donald Trump da essere la sua principale donatrice di fondi, con ben duecentocinquanta milioni di dollari versati per la sua campagna elettorale. Dunque, è una testata generalmente considerata vicina agli ambienti trumpiani e il titolo del suo articolo sull’intesa voluta da Donald Trump è inequivocabile: «L’accordo con l’Iran è un fallimento americano che mette in pericolo Israele». Ancora più critico è il giudizio di fondo: «Non c’è altro modo per descrivere l’accordo che sarà firmato se non come un clamoroso fallimento americano che influenzerà la posizione degli Stati Uniti nel mondo e l’immagine dello stesso Trump. Le implicazioni per Israele sono estremamente problematiche».

Non basta. In un altro articolo, il quotidiano rileva tra i fattori negativi di questa firma il fatto che, «nonostante i suoi dubbi rapporti con Hamas, questo accordo fa sì che il Qatar appaia come il vero vincitore della crisi». Dunque, agli occhi del quotidiano israeliano si tratterebbe di un esito fortemente negativo anche per gli equilibri regionali.

Si vedranno a giorni i contenuti esatti dell’intesa che molto probabilmente saranno volutamente ambigui e indefiniti, ma le voci riportate da molte testate israeliane come americane sui profondi dissidi interni alla stessa amministrazione americana circa l’opportunità di chiudere in questo modo la crisi fanno presagire che ancora una volta Trump ha privilegiato una soluzione immediata rispetto alle preoccupazioni degli alleati regionali.

Pare ormai probabile, infatti, che Trump abbia accettato di escludere dall’accordo due punti invece fondamentali e cruciali: sia la limitazione all’arsenale missilistico dei Pasdaran sia i rapporti con i proxy – Hamas, Hezbollah, Kataeb Hezbollah e Houthi – ripetendo quello che molti critici considerarono l’errore dell’accordo negoziato da Barack Obama nel 2015, col risultato di alimentare in ampi settori dell’opinione pubblica israeliana la sensazione di essere stati abbandonati dall’alleato americano.

Sensazione rilevata e denunciata dai principali leader dell’opposizione israeliana – Naftali Bennett, Yair Lapid, Gadi Eisenkot, Avigdor Lieberman e Yair Golan – che accusano Bibi Netanyahu di fallimento pieno nel compito fondamentale di garantire la sicurezza dello Stato ebraico, dopo tre anni di guerra e dopo il 7 ottobre. Secondo questa lettura, Donald Trump avrebbe accettato la posizione iraniana di estendere il cessate il fuoco al Libano, senza però affrontare il problema del fatto che Hezbollah continua a essere percepito come una grave minaccia per il mezzo milione di israeliani che vivono nel nord del Paese.

Vista da Israele, dunque, la conclusione della crisi del Golfo, voluta o subita che sia da Donald Trump, appare disastrosa, secondo una valutazione molto diffusa, con un conseguente calo dei consensi registrato dai sondaggi per un Benjamin Netanyahu già impegnato in una campagna elettorale che sarà decisiva per la sua stessa sopravvivenza politica.

Più difficile invece comprendere gli effetti di questo accordo sulla situazione interna all’Iran. Sicuramente sul breve periodo il regime ne esce rafforzato, come tutte le guerre in cui l’avversario ha paura della propria forza e non mena il colpo decisivo quando è indispensabile farlo, errore che per molti osservatori confermerebbe l’inadeguatezza di Donald Trump nella gestione delle crisi internazionali.

È però difficile negare che già siano operativi gli effetti radicalmente destabilizzanti della mazzata subita dal regime stesso nelle prime settimane della guerra iniziata il 28 febbraio con l’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei e i gravissimi danni subiti da molti siti militari. L’uccisione di Khamenei infatti ha eliminato l’unico leader in grado di tenere in equilibrio le varie componenti del regime. Ora il figlio, che ne ha preso il posto, non sembra godere dello stesso prestigio del padre, e per di più è eccessivamente schierato a favore del partito oltranzista dei Pasdaran, con conseguenze potenzialmente rilevanti.

La prima è il trauma provocato dalle grandi manifestazioni organizzate dai Pasdaran non solo a Mashhad, in cui si è gridato: «Marg bar Araghchi!», «Morte ad Araghchi!», il ministro degli Esteri simbolo della mediazione e della trattativa con l’America. Dunque, gli oltranzisti, i Pasdaran, potrebbero farla pagare nel medio periodo, quantomeno sul piano politico, agli esponenti del «partito della trattativa».

Non solo: l’economia iraniana, gravata da enormi investimenti militari imposti dal regime, attraversava già una gravissima crisi nel gennaio di quest’anno, prima della guerra, e aveva provocato quelle enormi manifestazioni di protesta che abbiamo visto e che sono state soffocate nel sangue con decine di migliaia di vittime.

Ora, i tre mesi di guerra hanno fatto superare ogni limite di crisi alle strutture economiche del Paese che, nonostante la disponibilità al compromesso di Donald Trump, non potranno riequilibrarsi con l’iniezione di qualche decina di miliardi di dollari promessi dal Qatar. Questo perché i Pasdaran, che non sembrano uscire significativamente indeboliti da questo conflitto, imporranno che una quota ancora maggiore delle poche risorse disponibili venga innanzitutto impiegata per riempire di nuovo gli arsenali missilistici e per finanziare ancora di più Hezbollah, Hamas, gli Houthi e Kataeb Hezbollah.

Dunque verranno sottratte risorse fondamentali e strategiche per comprare e sostenere il consenso. Da qui a qualche mese è probabile una ripresa del grande movimento di protesta a fronte di ristrettezze economiche formidabili che – novità decisiva – si troverà di fronte un vertice del regime profondamente diviso, come sembrano suggerire le ultime settimane. Gli esiti della crisi interna incombente, sociale e politica, sono quindi aperti.

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Petroliere iraniane varcano zona di blocco. Coloni israeliani incendiano due moschee in Cisgiordania

17 Giugno 2026 ore 11:53
Al Arabiya English pubblica il memorandum in 14 punti. Teheran potrebbe esportare petrolio dopo la firma, ricevendo 300 miliardi di dollari dagli Usa. Il Papa: "Soddisfazione per l'accordo". Israele, polizia usa granate stordenti sugli Haredi

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