Vista elenco

Siena, polemiche per il Drappellone del Palio: “il volto della Vergine è quello di un uomo”

14 Agosto 2026 ore 11:56
Siena, polemiche per il Drappellone del Palio: “il volto della Vergine è quello di un uomo”

Polemiche a Siena per il Drappellone del Palio dell’Assunta che si corre domenica. Nell’opera domina la figura della Vergine posta al vertice della composizione a protezione della Rosa d’Oro, prezioso dono che Papa Pio II offrì alla città di Siena, insieme con tutta una serie di rimandi simbolici molto potenti. Solo che per molti il volto della Madonna raffigurata sarebbe troppo androgino o lontano dalla tradizione.

Che il Drappellone faccia discutere non è una novità. Ma certamente quello dipinto per il Palio dell’Assunta da Teodora Axente passerà alla storia quantomeno per essere stato uno dei più chiacchierati . Solo che Axente , che appartiene alla celebre Scuola di Cluj, ed è una delle poche donne della sua generazione ad aver raggiunto un simile riconoscimento, per numerosi esperti ‘ortodossia senese, ha passato e di molto il segno del lecito. Come per l’ex sindaco ed ex vicepresidnete del parlamento Europeo, Roberto Barzanti, che parla esplicitamente del drappo come di “un cumulo di artificiose allusioni o ingenue allegorie scombinate” “disposte senza alcuna plausibile organicità “. Ma è soprattutto il volto della Vergine ad essere nell’occhio del ciclone. Se per Barzanti è “sbadato” e “ dipinto come una citazione fotografica, fuori scala” per altri il volto della Vergine sarebbe in realtà quello di un uomo. Un’accusa pesante che sa di blasfemia. Tanto che lo stesso cardinale Augusto Paolo Lojudice, arcivescovo di Siena-Colle di Val d’Elsa-Montalcino, è dovuto intervenire. E pur non negando “ll’androginia del volto” ha aggiunto che questa resta “in parte” legata alla sensibilità individuale. In parte, appunto. Al punto che il cardinale auspica per il futuro una maggiore collaborazione ed afferma di aver già affrontato l’argomento con la sindaca di Siena, Nicoletta Fabio, a cui spetta la scelta dell’artista”. L’obiettivo, ha sottolineato il cardinale, sarebbe evitare che la benedizione del Palio diventi ogni volta occasione di contrapposizione

Fabrizio Acanfora: «La società ci spinge alla competizione, ma l’interdipendenza è la natura umana»

13 Agosto 2026 ore 13:00

Superamento. È questa la parola che Fabrizio Acanfora, musicista, scrittore, attivista e formatore autistico vorrebbe cancellare quando si parla di disabilità. «È una retorica che ha a che fare con la narrazione produttivista della nostra società, che vede non solo le persone disabili, ma tutti gli individui come isolati e in competizione tra loro. Li spinge a dimostrare di essere migliori degli altri». Chi non riesce a essere performante in maniera conforme, rischia di venir lasciato indietro: «Questo immaginario dipinge le caratteristiche delle persone come limiti da superare», continua. «Mette in evidenza quello che nel modello sociale della disabilità si chiama impairment, imputandolo al singolo, senza dare risalto alle responsabilità dell’ambiente».

Secondo Acanfora, la società è intrinsecamente abilista perché, essendo costruita attorno a un unico modello ideale di corpo e di mente, impedisce a chi non è conforme di partecipare alla vita sociale, scolastica, lavorativa. Così come all’ozio e al tempo libero, anch’essi importanti per una vita piena. «Ormai si fa fatica a vederlo, perché l’abilismo è diventato la norma», riflette l’attivista. «E se cerchi di cambiare qualcosa, vieni considerato un rompiscatole».

Il problema non è la disabilità. Il problema è un mondo progettato come se le persone con disabilità non esistessero. Parte da qui l’inchiesta di VITA magazine di giugno, un numero che scardina il principio dell’inclusione alla ricerca di una convivenza possibile.
DISABILITÀ, L’INCLUSIONE NON BASTA

La parola più appropriata per parlare di disabilità invece è interdipendenza. «L’etica della cura riconosce il bisogno come condizione universale, opponendosi all’idea di autonomia. In realtà, la società nasce come una rete di mutuo-aiuto e solo in tempi recenti c’è stata una deriva verso l’individualismo e l’autonomia». Viviamo nel mito dell’indipendenza, senza pensare che nasciamo dipendenti e invecchiando lo diventiamo di nuovo. «Ci sono persone che hanno semplicemente più bisogno di supporto», dice lo scrittore. «A causa dell’idea di efficienza e produttività invece le etichettiamo come un peso, come se non fossero “abbastanza”. In realtà essere interdipendenti fa parte della cura dell’altro, dell’idea di collettività». Secondo il modello sociale, la disabilità non è una caratteristica intrinseca di un individuo, ma nasce dalla relazione tra una persona e l’ambiente in cui vive, che spesso non è adatto alle esigenze di tutti. Da questo punto di vista chi è nello spettro rientra appieno tra i soggetti “disabilitati”: «Le persone autistiche incontrano difficoltà e barriere quando si interfacciano con la società», spiega Acanfora. «Il concetto di neurodivergenza è stato sviluppato proprio a partire dal modello sociale della disabilità».

Le persone autistiche incontrano difficoltà e barriere quando si interfacciano con la società. Il concetto di neurodivergenza è stato sviluppato proprio a partire dal modello sociale della disabilità

Fabrizio Acanfora

Vale in qualunque punto dello spettro ci si trovi, che l’autismo sia di livello uno, due o tre, volendo citare la terminologia dei manuali medici. «La diagnosi viene fatta quando la persona ha caratteristiche che fanno sì che abbia bisogno di un supporto», conclude Acanfora. «Se nel mondo della disabilità c’è qualcuno che lo nega è perché le risorse sono ridotte all’osso: chi ha maggiori necessità di supporto, teme che quel poco che c’è venga distribuito in maniera disuguale. Ma il punto è aumentare gli aiuti, non toglierli a qualcuno: anche chi non ha compromissioni a livello cognitivo può avere necessità che vanno riconosciute».

In apertura, Fabrizio Acanfora

L'articolo Fabrizio Acanfora: «La società ci spinge alla competizione, ma l’interdipendenza è la natura umana» proviene da Vita.it.

Nadia Terranova: «Torre Faro, dove i mari s’incontrano e la letteratura dialoga con loro»

13 Agosto 2026 ore 07:00

Su VITA magazine ne abbiamo elencati cento, ma ognuno di noi ne conserva almeno uno nell’anima. Li abbiamo chiamati “paesi-persona”, sono quei luoghi che mettono al centro l’umano e nelle relazioni custodiscono il loro bene più prezioso. Abbiamo chiesto a una serie di interlocutori di raccontarci ognuno il proprio posto del cuore: ne è uscito un itinerario sentimentale fatto di ecosistemi da proteggere, in cui vivere incontri indelebili e a cui riservare la versione più autentica di sé.

Ritornare lì dove la scrittura chiama, trattiene, riconduce. Nadia Terranova è nata in Sicilia, sullo Stretto di Messina, «in quell’estrema punta nord-orientale in cui s’incontrano il Mar Ionio e il Mar Tirreno». Poi la vita, gli incontri, le parole l’hanno portata a Roma. Oggi si appresta a tornare in quello che definisce il suo «posto letterario del cuore».

«La mia scrittura ha sempre scelto lo Stretto»

«Quando ho iniziato a scrivere i miei libri non avevo immaginato che il paesaggio, il mio paesaggio, avrebbe avuto un ruolo così importante», dice. «All’inizio lo scenario sembrava quasi uno sfondo, qualcosa di neutro. Poi, lentamente, mi sono accorta che la costa siciliana, con lo Stretto di Messina e tutte le vicende mitiche legate al mare, entravano nella storia, diventavano parte della narrazione, fino a intrecciarsi profondamente con i personaggi. Quel paesaggio non era più soltanto un’ambientazione: aveva una voce propria, custodiva memorie, leggende e un senso del tempo. A un certo punto ho avuto la sensazione che non fossi stata io a scegliere quel luogo, ma che fosse stata la scrittura stessa a sceglierlo. Come se fosse inseparabile dai miei libri e dal mio modo di osservare il mondo».

Sullo Stretto, l’autrice de Gli anni al contrarioQuello che so di te e Trema la notte ha vissuto fino ai 25 anni. «L’ho amato come si amano le cose che si danno per scontate. Il mio posto, le mie persone, la mia terra e i miei mari. Era lo spazio in cui mi era capitato di vivere, lo amavo e criticavo, lo lodavo ma non lo sceglievo».

C’è un’Italia che resiste allo spopolamento, rigenera i territori e trasforma il turismo in occasione di incontro. È l’Italia dei “paesi-persona”. Nel nuovo numero di VITA magazine raccontiamo 100 esperienze da conoscere e da visitare.
NELL’ITALIA DEI PAESI-PERSONA

Ora si rende conto di non aver mai tagliato le radici da quel lembo di terra. «Sono tornata spesso in Sicilia per i miei libri: festival, incontri con i lettori, presentazioni. Ma non mi sono mai sentita come chi rientra ogni tanto, in modo provvisorio e intermittente. Il legame con lo Stretto è rimasto vivo perché è lì che si è formata la mia identità adulta, personale e professionale. In fondo, tutto quello che sono diventata è nato da quel paesaggio». Dopo quasi 20 anni a Roma, tornerà a viverci: «È stata una scelta condivisa con la mia famiglia: nostra figlia è ancora piccola, mio marito (che è palermitano, nda) ha scelto insieme a me lo Stretto, e anche il lavoro ci ha accompagnati in questa direzione».

Libertà e felicità

Una città come Messina si può definire “paese-persona”? «È una città a misura d’uomo, il mare è a dieci minuti a piedi dal centro storico, una normalità che altrove è molto più difficile da trovare. Palermo resta vicina, ci si può andare quando serve, ma il nostro baricentro lo abbiamo scelto qui, sullo Stretto. Sento che sto scegliendo per la prima volta il luogo che da sempre mi ha scelta».

Quello a cui Terranova pensa è un posto molto più piccino di una città intera: «È Torre Faro, il borgo all’estremità nord-orientale di Messina. Qui la Sicilia sembra assottigliarsi fino quasi a toccare la Calabria. È il punto in cui la costa ionica si ricongiunge con quella tirrenica e dove i due mari si incontrano nello Stretto. Davanti c’è Capo Peloro, l’ultimo lembo di terra dell’isola: un panorama che cambia continuamente con le correnti, con la luce e con il vento. È questo il mio posto».

Torre Faro è il borgo all’estremità nord-orientale di Messina. Qui la Sicilia sembra assottigliarsi fino quasi a toccare la Calabria. Davanti c’è Capo Peloro, l’ultimo lembo di terra dell’isola: un panorama che cambia continuamente con le correnti, con la luce e con il vento. È questo il mio posto

Nadia Terranova, scrittrice

A rendere ancora più speciale questo angolo di Sicilia è la sua forza letteraria. «Qui è ambientato il mondo raccontato da Stefano D’Arrigo in Horcynus Orca, uno dei grandi romanzi del Novecento. Non ho mai conosciuto l’autore, ma quel libro mi ha accompagnato a lungo. L’ho letto all’università e ha cambiato il mio modo di guardare il mare. Oggi, su quella spiaggia, esiste un parco letterario dedicato a D’Arrigo: ogni volta che ci torno ho la sensazione che letteratura e paesaggio continuino a dialogare».

Che cosa si aspetta la scrittrice da questo ritorno è racchiuso in due parole: libertà e felicità. «Vorrei costruire una vita più lenta, più creativa, meno inghiottita dai ritmi delle grandi città».

Leggi anche:

Andrea Minetto: «Codera, nella valle degli scout ribelli. Una bellezza che devi guadagnarti»

In apertura, Nadia Terranova a Torre Faro (fotografia di Sandro Messina)

L'articolo Nadia Terranova: «Torre Faro, dove i mari s’incontrano e la letteratura dialoga con loro» proviene da Vita.it.

Riccardo Luna e il feed della paura: «Così gli algoritmi riscrivono la realtà»

12 Agosto 2026 ore 17:00

Sua mamma ha paura di uscire di casa, perché il cellulare le dice che la città in cui vive non è sicura. Il figlio al contrario la informa che i dati mostrano che nella città in questione si registra un calo dei reati. Ma le notifiche di Facebook sono più credibili. Perché «gli algoritmi basati sull’engagement hanno scoperto presto che a una certa età l’emozione più forte che provi è la paura, causata da una mancanza di sicurezza». Lui – il figlio – lo sa bene, dato che è uno dei migliori giornalisti italiani, specializzato in innovazione tecnologica. Per esempio è stato il primo direttore dell’edizione italiana di Wired, nonché promotore della candidatura di Internet al Premio Nobel per la Pace nel 2009 e pure “Digital Champion” del governo italiano dal 2014 al 2016. Riccardo Luna oggi è editorialista del Corriere della Sera; oltre a leggerlo possiamo anche ascoltarlo in Fly Me to the Moon, il podcast che racconta le idee sul futuro degli innovatori italiani.

Non sappiamo se sua mamma abbia letto l’ultimo libro Qualcosa è andato storto. Come i social network e l’intelligenza artificiale ci hanno rubato il futuro (Solferino, 2025). Noi lo abbiamo fatto, perché Luna racconta la storia dei social network, analizzando quando e perché hanno smesso di connettere le persone e come sono diventati strumenti delle big tech per massimizzare il profitto, speculando sulle emozioni degli utenti.

Cosa è andato storto da quando il web era una grande comunità fino ad arrivare alle paure infondate di sua madre?

In due parole: il modello di business. È stata una sete di profitto senza limiti da parte delle grandi aziende che gestiscono i social ad aver corrotto quella che resta una formidabile invenzione: Internet resta, come disse Rita Levi Montalcini, la più grande invenzione del Novecento. E il web è stato il dono di un singolo, Tim Berners Lee, a tutti noi, affinché il mondo fosse migliore. Poi, quando qualche miliardo di persone si è ritrovata nei social, in Silicon Valley è stato deciso di affidare quello che vediamo ogni giorno ad algoritmi che non si preoccupano di premiare la verità, la serietà, il rispetto reciproco, ma che incentivano i nostri lati peggiori, le nostre paure, la nostra rabbia, il narcisismo. E lo fanno per una ragione semplice e persino banale: perché in questo modo le big tech guadagnano di più. E noi tutti perdiamo qualcosa di fondamentale. Direi la felicità. Un certo modo di stare al mondo.

Può approfondire il tema degli anziani online? Si parla sempre dei rischi per i giovani, ma una categoria generazionale, peraltro molto ampia, è ugualmente esposta.

Gli anziani sono diventati utenti dei social in massa in un momento storico preciso: durante il Covid. Prima di allora gli utenti over65 erano pochissimi. Con la pandemia e il lockdown tutti hanno scoperto le meraviglie della rete e hanno capito che, tramite i social, potevano combattere uno dei mali del nostro tempo: la solitudine. Solo che gli algoritmi basati sull’engagement hanno scoperto presto che a una certa età l’emozione più forte che provi è la paura causata da una mancanza di sicurezza. Il feed dei contenuti degli anziani è spaventoso: ci sono solo omicidi, furti, rapine e immigrazione incontrollata. Tutto esagerato e spesso falso, ma verosimile. Questo fatto ha cambiato il modo di vedere il mondo di milioni di persone anziane, il loro modo di vivere, il loro modo di votare. E alla fine ha cambiato il mondo in peggio. L’allarme sicurezza, sebbene tutti gli indicatori dicano che non siamo mai stati tanto sicuri, ha innescato una serie di chiusure che stanno rendendo la convivenza nelle nostre città sempre meno facile.

Adesso cosa deve andare nella giusta direzione? E come?

La risposta è complessa, perché complessa è la situazione in cui ci troviamo. C’è un tema di tenuta della democrazia proprio nel Paese, gli Stati Uniti, che vantano la più antica democrazia del mondo. Senza l’amplificazione della rabbia, operata dai social, il populismo non avrebbe mai raggiunto queste dimensioni. Sarà possibile tornare indietro? Le elezioni di midterm sono il primo banco di prova. C’è un tema di sovranità tecnologica europea senza la quale non c’è nessuna sovranità: oggi gli Stati Uniti possono spegnere a piacimento una delle loro tecnologie e lasciarci al buio. È perciò urgente che l’Unione Europea costruisca una filiera industriale digitale, dal cloud all’intelligenza artificiale. E c’è infine un tema che riguarda la scuola e le famiglie.

Quale?

La pandemia di ansia e insicurezze che vivono gli adolescenti va affrontata, partendo da un presupposto indiscutibile: per quanto a volte i loro comportamenti ci appaiano sbagliati e ingiustificabili, non è colpa loro quello che è accaduto. Siamo noi ad aver dato loro troppo presto uno smartphone e degli account social. Se ci dimentichiamo questo peccato originale non troveremo alcuna soluzione.

Magnifica Humanitas è un documento formidabile, lo dico da laico. Ancora una volta la Chiesa cattolica si dimostra il migliore think tank del mondo

Riccardo Luna

Paolo Benanti nella postfazione del suo libro parla di «cambio di paradigma antropologico» e Luca Sofri nella prefazione scrive: «Ogni cambiamento porta con sé una perdita». Dunque a cosa non possiamo rinunciare per restare umani?

Io non vorrei rinunciare a Internet, al web e neppure ai social, sebbene pretenda algoritmi più responsabili e attenti al benessere delle persone. Ma non rinuncio nemmeno all’intelligenza artificiale che si sta rivelando uno strumento straordinario per amplificare le nostre capacità. Resta però un tema di regole: il controllo finale di queste tecnologie non può restare nelle mani di tre o quattro individui privati sulla faccia della Terra. Regole, trasparenza ed etica sono fondamentali.

Qual è allora il confine tra l’Ai che serve le persone e l’Ai che le manipola?

L’Ai sta entrando nel mondo del lavoro più velocemente di quanto venga detto e l’impatto sarà enorme. Si tratta di gestire le conseguenze che in qualche caso saranno positive in altri no. Il primo problema che vedo è sull’ingresso nel mondo del lavoro dei più giovani. Oggi per moltissime professioni intellettuali i chatbot svolgono tutte quelle mansioni che prima venivano affidate ai neo-assunti. Ma i chatbot le fanno prima e meglio. Ci saranno ancora neo assunti? Per fare cosa? D’altro canto l’Ai usata bene è un moltiplicatore di conoscenza ed efficienza che non ha eguali: ci si attendono grandi cose sul fronte della ricerca scientifica e per la creazione di nuovi farmaci.

Quale tipo di informazione può ancora essere un bene pubblico o comunque un servizio nell’era degli algoritmi e dell’Ai?

Io penso che la crisi che stiamo vivendo non debba farci perdere la necessaria passione per l’innovazione, per la capacità di noi esseri umani di immaginare un cambiamento che migliorerà la vita di milioni di persone. Abbiamo bisogno di storie così: storie di persone che hanno a cuore una innovazione che fa bene a tutti, non solo al conto in banca di qualcuno.

C’è stato il primo caso in Italia di dipendenza da Ai. Come inquadra questo fenomeno?

Anche qui: è una conseguenza della malafede di certe aziende, del loro voler mettere il profitto davanti a tutto. Non era necessario progettare questi chatbot in modo che assomigliassero a degli esseri umani, che parlassero come noi, simulando emozioni e compiacendoci a ogni passo. E stato fatto per aumentare la nostra dipendenza da questi strumenti, per tenerci agganciati più a lungo. Anche se questo in alcuni casi, nei casi dei soggetti più fragili, genera una dipendenza patologica.

Papa Francesco nel 2014 ha definito Internet «un dono di Dio». Negli ultimi anni del suo pontificato ha invece denunciato la «distorsione collettiva della realtà» prodotta dai social e la «dissolvenza dei volti» quando l’altro viene ridotto a nemico. E oggi il nuovo Papa ci ha scritto una enciclica. L’ha letta? Cosa ne pensa?

Magnifica Humanitas è un documento formidabile, lo dico da laico. Ancora una volta la Chiesa cattolica si dimostra il migliore think tank del mondo. Nel 2015 Papa Francesco racchiuse il senso della sfida del cambiamento climatico con la Laudato Si; adesso Papa Leone spiega i rischi e le opportunità dell’intelligenza artificiale con una chiarezza e una profondità che fin qui non aveva avuto nessuno. Come tutti i documenti della Chiesa, l’impatto di questa enciclica non si misurerà in giorni o mesi, ma in anni: ci vorrà del tempo per vedere se e come Papa Leone sarà riuscito a rimettere al centro delle nostre strategie la magnifica umanità invece del mero profitto di pochi. Ma nel frattempo è importante che quel documento ci sia. Consente ai tanti che hanno capito che qualcosa è andato storto di dire: “Lo dice anche il Papa, dobbiamo cambiare qualcosa”.

Nella fotografia in apertura, Riccardo Luna. (La fotografia è stata fornita dall’intervistato)

L'articolo Riccardo Luna e il feed della paura: «Così gli algoritmi riscrivono la realtà» proviene da Vita.it.

❌