Il ritorno che nessuno immaginava: dopo 10 anni, il gatto Charlie riappare nel giorno del compleanno della sua padrona







L’Europa si trova stretta in una morsa geopolitica senza precedenti, esposta a una pressione coordinata che spazia dalla guerra convenzionale alle minacce ibride. Tra sconfinamenti aerei ad Est, attacchi informatici, tensioni nel Mediterraneo e la riapertura del dossier artico con la Groenlandia, le frontiere dell’Unione Europea appaiono sempre più vulnerabili e prive di una visione strategica unitaria. Sullo sfondo restano i complessi equilibri con gli alleati statunitensi e l’incapacità di cogliere la reale pericolosità della guerra cognitiva in atto. Questo scenario di costante destabilizzazione apre interrogativi cruciali: l’Unione Europea possiede i mezzi e la coesione politica per difendersi da un accerchiamento così articolato o rischia il collasso strategico? E la spinta verso una difesa comune riuscirà a superare i parziali interessi dei singoli Stati membri?
A fare il punto per Affaritaliani è Arduino Paniccia, analista di strategia militare e geopolitica, fondatore e presidente della Scuola di Guerra Economica e Competizione Internazionale di Venezia (ASCE), secondo cui “l‘Unione Europea ha sottovalutato profondamente la portata delle guerre in corso, lasciando scoperte le dimensioni cognitiva e ibrida che ora stanno esplodendo in tutta la loro intensità”. Secondo Paniccia, infatti, la priorità risiede in “una politica estera davvero condivisa e una presenza più incisiva nella NATO, per evitare di essere schiacciati dalle pressioni delle grandi potenze”.
Di fronte a una pressione coordinata che va dalla guerra convenzionale alle minacce ibride (cyber e droni), l’Unione Europea ha i mezzi e la coesione politica per difendersi o rischia il collasso strategico?
“L’Unione Europea ha sottovalutato profondamente la portata delle guerre in corso, in particolare per quanto riguarda la minaccia ibrida. Se sul piano militare tradizionale l’UE ha mostrato maggiore attenzione e sulla guerra economica o cyber tenta di mantenere un controllo, ha invece del tutto trascurato la guerra cognitiva e la pericolosità delle strategie asimmetriche.
Oggi assistiamo a una morsa reale ai confini europei: un accerchiamento che non deriva soltanto dalla Federazione Russa, ma da un insieme di dinamiche globali in cui non sono estranei neppure gli Stati Uniti di Donald Trump. Storicamente guidata dall’asse franco-tedesco, l’Europa si è concentrata sugli aspetti difensivi classici e sulla stabilità interna via cyber, lasciando scoperte le dimensioni cognitiva e ibrida che ora stanno esplodendo in tutta la loro intensità alle nostre frontiere”.
Gli sconfinamenti aerei, gli attacchi informatici e la pressione migratoria sono azioni slegate o fanno parte di un’unica strategia asimmetrica per destabilizzare i paesi UE?
“Fanno parte di un’unica, precisa strategia. Questo conflitto, che ha la matrice di uno scontro tra Est e Ovest, si combatte in gran parte attraverso una guerra non dichiarata: sconfinamenti di droni, minacce aeree e scaramucce di confine che toccano una vasta frontiera, dai Paesi Baltici alla Polonia, fino a Romania e Bulgaria. Parallelamente, tendiamo a catalogare affrettatamente come “terrorismo individuale” o semplici incidenti i gravissimi attacchi portati alle infrastrutture dei Paesi UE.
L’ultimo grande sbarco a Ceuta ne è un esempio lampante: si trova a due ore da Gibilterra, uno dei due snodi fondamentali del Mediterraneo insieme a Suez. Non siamo di fronte a eventi isolati, ma a una pressione strategica costante che va dal Nord al Mar Nero, dal Mar Rosso – dove gli Houthi condizionano il traffico marittimo – fino alle coste occidentali. È la dimostrazione di una straordinaria capacità di guerra ibrida che non si combatte solo con i carri armati”.
Qual è l’anello più debole di questa catena di crisi (dall’Ucraina a Gibilterra) su cui la difesa europea dovrebbe concentrare subito le sue risorse?
“L’anello più debole è senza dubbio la mancanza di una visione strategica. Non possiamo pensare di riproporre il vecchio modello dell’asse franco-tedesco, che in nome del benessere ha finito per portarci la guerra alle porte. Dobbiamo poi aprire gli occhi su dossier apparentemente eccentrici, come l’interesse di Trump per la Groenlandia: non si tratta di semplice narcisismo, ma del controllo di un territorio chiave per la copertura radar e missilistica del Nord Europa.
Se osserviamo la mappa, l’Europa è stretta in una morsa da ogni lato: la Russia in Ucraina, la Turchia nel Mar Nero, il rischio chiusura a Suez, le pressioni migratorie a due ore da Gibilterra e la spinta americana sull’Artico. In un mondo dominato dalle grandi potenze, l’Europa rischia di non essere più funzionale né per gli avversari né per gli storici alleati. La vera urgenza è comprendere la natura della guerra cognitiva ed economica per difendere l’autonomia del nostro futuro”.
Questa morsa di crisi tra Est e Mediterraneo spingerà l’Europa a creare una vera difesa comune o la spaccherà sulle diverse priorità dei singoli Stati?
“Quanto accaduto a Ceuta dimostra che non possiamo più procedere in ordine sparso. Più che inseguire traguardi complessi come la creazione immediata di eserciti comuni, l’Europa deve investire con forza su due pilastri: una politica estera davvero condivisa e una presenza più incisiva nella NATO.
Gli alleati statunitensi ci chiedono di assumere un peso maggiore nella gestione della sicurezza continentale: per farlo dobbiamo convergere su obiettivi strategici alti, come l’ipotesi di un nucleare militare europeo e una NATO a trazione più europea. È fondamentale presidiare la nuova frontiera ad Est – dove probabilmente si arriverà a un accordo ‘alla coreana’ in Ucraina – ma anche stabilizzare i rapporti con la Turchia, garantire la sicurezza dell’area mediorientale attorno a Suez e dialogare da posizioni di forza con gli Stati Uniti. Solo così l’Europa eviterà di essere schiacciata dalle pressioni esterne”.
L'articolo Dai droni a Ceuta, l’Europa nella morsa della guerra ibrida. L’esperto: “Siamo accerchiati” proviene da Affaritaliani.it.


di Lucia Rotta
ROMA (ITALPRESS) – La fine dei 60 giorni di tregua tra Usa e Iran fa entrare la crisi “nella sua fase più pericolosa”, con una guerra “congelata, non finita” dove le armi restano pronte e la diplomazia si sposta sottotraccia. E’ l’opinione dell’Ambasciatore Ettore Sequi, già segretario generale della Farnesina, intervistato dall’agenzia Italpress.
“La crisi entra nella sua fase più pericolosa: la tregua è scaduta senza produrre un accordo e Teheran alza ulteriormente il livello dello scontro”, spiega Sequi. “La taglia sui militari americani è soprattutto un segnale politico: l’Iran vuole dimostrare che la presenza militare americana può diventare un costo diretto della guerra, per Washington e per i suoi alleati e che è in grado di trasformare la superiorità militare degli Stati Uniti in un grave problema di sicurezza per le sue forze armate”, osserva commentando l’annuncio di Teheran che ha fissato una taglia per ogni “militare americano catturato o ucciso”.
Per Sequi “siamo entrati ‘nell’ibernazione armata’: la guerra è congelata, non finita. Le armi restano pronte, la pressione continua e la diplomazia si sposta sottotraccia”. La diplomazia resta, pur nel difficile contesto, l’unica via praticabile per una soluzione. “Nel breve termine un negoziato pubblico è difficile, ma la diplomazia non è finita. Né Washington né Teheran hanno interesse a una guerra senza sbocco. Gli Stati Uniti possono colpire molto più duramente l’Iran; l’Iran può però aumentare enormemente il costo politico, militare ed economico della guerra. Si apre così un doppio registro: scontro nel Golfo e trattative indirette, soprattutto attraverso i mediatori regionali”, osserva l’Ambasciatore.
“L’obiettivo è impedire che un incidente tattico, soprattutto navale, trasformi la crisi in una guerra aperta. Mi aspetto quindi negoziati per tappe, con Hormuz al centro: sicurezza della navigazione, riapertura dello Stretto, blocco dei porti, sanzioni e poi i dossier strategici. La vera partita non è più soltanto chi può vincere la guerra. È chi riesce a imporre le condizioni della sua conclusione”, spiega ancora il diplomatico.
Commentando il recente intensificarsi degli attacchi Houthi, Sequi sottolinea che “il rischio più grave è la saldatura di due crisi marittime. Hormuz è una delle principali arterie energetiche mondiali; Bab el-Mandeb collega Oceano Indiano, Mar Rosso e Suez. La recrudescenza degli attacchi Houthi riapre così il fronte del Mar Rosso. La libertà di navigazione è diventata una posta della guerra: non occorre controllare una rotta mondiale; basta renderla insicura”.
Ed è qui che si manifesta la “democratizzazione della deterrenza”, secondo Sequi, ovvero il fatto che “anche un attore molto più debole” possa imporre costi elevati attraverso droni, missili, mine e attacchi alle infrastrutture. “La pressione simultanea su Hormuz e Bab el-Mandeb rende più difficile aggirare il blocco del Golfo e può trasformare il traffico marittimo in una guerra d’attrito fatta di rischi, assicurazioni più costose, rotte più lunghe e maggiori tempi di transito”, spiega ancora il diplomatico.
“Il sostegno iraniano agli Houthi consente così a Teheran di ampliare la pressione regionale senza dover combattere direttamente su ogni fronte”, conclude. Nella “guerra degli Stretti” si inserisce anche l’intesa tecnica tra Iran e Oman, in via di definizione, sulle rotte di navigazione.
Un’intesa che, secondo l’Ambasciatore, “indica che Teheran vuole avere un ruolo centrale nella gestione dello Stretto”, mentre Muscat può offrire un canale regionale per riaprire il traffico. “E qui emerge il problema americano: la saturazione strategica. Più Washington deve proteggere Hormuz e Bab el-Mandeb, meno può concentrare forze, mezzi e attenzione sulla Cina. La geografia del Medio Oriente diventa così parte della competizione nell’Indo-Pacifico e, quindi, della competizione globale”, osserva Sequi.
Per il momento, Washington si riserva di minacciare una reazione durissima, con il presidente Trump che suggerisce a Teheran di “alzare bandiera bianca e arrendersi”. Il segretario al Tesoro, Scott Bessent, ha annunciato nei giorni scorsi un pacchetto di sanzioni e restrizioni economiche “senza precedenti” e il segretario della Guerra Pete Hegseth ha sottolineato che le forze armate Usa hanno la capacità di bloccare “a tempo indefinito” l’accesso ai porti iraniani.
“Lo scenario delineato da Bessent e Hegseth trasformerebbe la pressione militare in una guerra di strangolamento economico, spingendo il sistema internazionale verso una frammentazione ancora più profonda“, commenta Sequi. “Per Teheran, blocco dei porti e sanzioni estreme significherebbero pressione su esportazioni, importazioni, valuta e capacità di finanziamento. Ma qui emerge un paradosso: più Washington cerca di strangolare economicamente l’Iran, più incentiva Teheran a usare Hormuz come leva di risposta. Se l’Iran non può esportare liberamente, può cercare di rendere più difficile anche l’export degli altri produttori del Golfo. Il costo può diventare globale”, prosegue il diplomatico, che ricorda come il traffico a Hormuz sia già fortemente ridotto. Un blocco prolungato potrebbe dunque produrre “uno shock energetico, alimentando inflazione, costi logistici e nuove tensioni sulle catene globali di approvvigionamento”, secondo l’Ambasciatore.
A livello internazionale, poi, secondo Sequi si aprirebbero almeno tre fronti. “Primo, lo shock energetico. Secondo, una maggiore cooperazione tra Cina, Russia e Iran per aggirare le sanzioni. Terzo, un indebolimento della sicurezza delle rotte commerciali, sempre più affidata alla capacità concreta di proteggerle sul mare, anziché soltanto alle regole che ne garantiscono la libertà”, spiega.
Il punto decisivo, però, resta quello politico. “Un blocco può essere militarmente sostenibile senza essere strategicamente conveniente. Più dura, più Washington deve impiegare potenza per mantenere la pressione e più il conflitto si propaga nell’economia mondiale. In altre parole: gli Stati Uniti possono rendere insostenibile la guerra per l’Iran; il rischio è che l’Iran renda insostenibile il costo della guerra per tutti gli altri”, conclude l’Ambasciatore Sequi.
-Foto Italpress-
(ITALPRESS).
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha ottenuto, durante il suo incontro a Gerusalemme con l’inviato statunitense Jared Kushner, l’autorizzazione a continuare attacchi mirati sulla Striscia di Gaza.
Lo ha riferito al quotidiano Haaretz una fonte a conoscenza dei colloqui. In precedenza l’ufficio di Netanyahu aveva annunciato in una nota che durante l’incontro era stata concordata l’istituzione di due gruppi di lavoro, uno per il disarmo e uno per avviare i lavori sulle infrastrutture igienico-sanitarie per prevenire focolai di malattie e la contaminazione delle falde acquifere e delle acque costiere.
Netanyahu ha affermato che i colloqui sono stati “profondi e costruttivi”, spiegando appunto che sono stati istituiti due “gruppi di lavoro”, uno dedicato al “disarmo e alla smilitarizzazione di Gaza” e un secondo incentrato su “servizi igienico-sanitari, acqua potabile e altre questioni di salute pubblica che riguardano anche la popolazione israeliana”. Il primo ministro israeliano ha anche dichiarato che sia Israele che il Board of Peace concordano sul fatto che il disarmo e la smilitarizzazione debbano avvenire prima di qualsiasi lavoro di ricostruzione a Gaza.
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A cinque anni dal ritorno al potere dei Talebani, l’Afghanistan si è trasformato in un laboratorio di segregazione di genere unico e agghiacciante. Se per la leadership di Kabul il tempo sembra essersi fermato a un’interpretazione oscurantista del passato, per milioni di donne e ragazze afghane la realtà quotidiana è diventata un incubo a occhi aperti. Le notizie descrivono una cancellazione pianificata della figura femminile da ogni spazio pubblico.
È vietato studiare oltre le elementari, esercitare quasi ogni professione, frequentare i parchi, fare sport o accedere alle cure mediche se non si è accompagnate da un uomo. I decreti più recenti impongono abiti volti a nascondere la persona e proibiscono persino di far sentire la propria voce in pubblico. Di fatto, le donne afghane oggi non sono soltanto prigioniere nelle loro case; sono state letteralmente cancellate dal punto di vista internazionale e della dignità umana.
Di fronte a questa deriva autocratica, l’Occidente non può permettersi il lusso dell’indifferenza. La nostra non è solo una scelta di politica estera, ma un profondo dovere morale e, per la radice profonda della nostra civiltà, un preciso imperativo cristiano di solidarietà e di protezione verso i più indifesi. Il Vangelo ci esorta a non restare inerti, a dar voce a chi non può gridare e a difendere la dignità di ogni essere umano quando questa viene calpestata dai moderni tiranni. Voltarsi dall’altra parte in questo momento storico significa rendersi complici di un’ingiustizia epocale.
La risposta a questo immenso dramma umanitario non deve però passare attraverso la forza militare, i cui fallimenti storici sul territorio afghano sono sotto gli occhi di tutti. La comunità internazionale ha invece il dovere di agire con assoluta fermezza utilizzando le armi legittime della diplomazia e delle relazioni commerciali.
È indispensabile che i governi occidentali mantengano una linea di totale chiusura: nessun riconoscimento ufficiale deve essere concesso alle autorità di Kabul senza il previo ripristino dei diritti civili fondamentali e dell’istruzione femminile. Occorre applicare sanzioni commerciali ed economiche mirate, capaci di colpire i flussi di denaro dei leader del regime, congelandole le risorse all’estero e bloccando i canali di finanziamento, senza però soffocare gli aiuti umanitari diretti e i beni di prima necessità destinati a una popolazione civile già stremata dalla povertà e dalla fame.
Gli strumenti diplomatici e le forti leve economiche rappresentano l’unico argine rimasto per forzare l’autocrazia a fare marcia indietro. Isolare politicamente un governo che sfida la legalità globale è un atto di giustizia urgente e dovuto a chi, ancora oggi a Kabul o a Herat rischia la vita gestendo scuole clandestine o intonando un semplice canto di libertà. Non possiamo permettere che il silenzio definitivo cada sulle donne afghane.
Sostenere la loro resistenza invisibile, premendo sui nostri rappresentanti affinché non normalizzino mai i rapporti con gli oppressori, è il primo passo per restituire speranza a un intero popolo. Significa dimostrare concretamente che i nostri valori di libertà non sono soltanto belle parole, ma impegni solenni e concreti di giustizia universale.
*Presidente dei Cristiano Riformisti
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BOGOTA’ (COLOMBIA) (ITALPRESS) – Anche se le squadre di soccorso continuano a lavorare giorno e notte, sono sempre più flebili le speranze di estrarre sopravvissuti dalle macerie a una settimana di distanza dal violento sisma che ha colpito la Colombia causando la morte di almeno 289 persone. “C’erano delle persone che stavano comprando delle cose nella panetteria dove mi trovavo – è il racconto di una sopravvissuta -. Per fortuna siamo stati abbastanza fortunati da riuscire a uscire prima che crollasse”.
fsc/gtr
(Fonte video: CCTV+)
PECHINO (CINA) (ITALPRESS) – Nel centenario della nascita, la Cina ha ricordato nel corso di una cerimonia a Pechino Jiang Zemin, a lungo presidente della Repubblica Popolare Cinese, scomparso nel 2022.
fsc/gtr
(Fonte video: CCTV+)
Gli attacchi tra Russia e Ucraina proseguono con una nuova ondata di raid dopo la notte tra sabato e domenica, quando Kyiv ha lanciato una delle più imponenti campagne di droni contro il territorio russo dall’inizio della guerra. Le nuove offensive mostrano come la spirale di attacchi aerei continui ad alimentarsi su entrambi i fronti, con obiettivi sempre più lontani dalla linea del fronte e un numero crescente di infrastrutture civili e industriali coinvolte. Secondo le autorità russe, nelle ultime 24 ore gli attacchi ucraini hanno provocato almeno nove morti e 23 feriti, tra cui un bambino. Otto persone sono state uccise nella regione di Belgorod, al confine con l’Ucraina, mentre una donna è morta nella regione di Astrakhan, nel sud della Russia.
Gli episodi arrivano poche ore dopo quella che Mosca ha definito la più grande offensiva ucraina con droni del 2026. L’attacco della notte tra sabato e domenica aveva infatti portato l’Ucraina a lanciare circa 822 droni contro obiettivi russi, secondo le autorità di Mosca. Di questi, circa 600 sarebbero stati diretti verso la capitale. Il sindaco di Mosca Sergei Sobyanin ha parlato di una delle più massicce incursioni mai subite dalla città negli ultimi anni. Il bilancio di quella notte è stato particolarmente pesante. Cinque persone erano morte nella regione di Rostov, mentre un uomo di 83 anni era stato ucciso da un drone precipitato su una casa nella regione di Mosca, e una donna era rimasta vittima in un attacco contro un autobus civile nella regione di Belgorod. I raid avevano provocato incendi e danni anche a un magazzino di Wildberries, il principale operatore russo dell’e-commerce diventato uno degli obiettivi della campagna ucraina in profondità. Kyiv sostiene che i centri di distribuzione dell’azienda non siano soltanto infrastrutture commerciali, ma possano essere utilizzati per trasferire equipaggiamenti e componenti destinati alle forze armate russe. Secondo il ministero della Difesa ucraino, sette dei dieci principali centri logistici di Wildberries sarebbero stati messi fuori uso dagli attacchi condotti dal mese di luglio.
A difendere la strategia ucraina è stato anche il generale Vadym Skibitski, vicecapo dell’intelligence militare di Kyiv, secondo cui le operazioni contro le infrastrutture logistiche russe sono destinate a proseguire. Skibitski ha sostenuto che la rete di distribuzione civile possa essere integrata nel sistema logistico utilizzato dalla Russia per sostenere lo sforzo bellico. Allo stesso tempo, ha negato che l’Ucraina prenda deliberatamente di mira i civili, sostenendo che parte delle vittime russe sia provocata dai sistemi di difesa aerea durante il tentativo di intercettare droni e missili.
Mentre Kyiv intensifica le operazioni contro la Russia, Mosca continua a colpire sistematicamente le infrastrutture ucraine. Nelle ultime ore due persone sono state uccise da attacchi russi nelle regioni di Donetsk e Sumy. A Sloviansk, nel Donetsk, gli attacchi hanno provocato un incendio che ha coinvolto 54 padiglioni di un mercato locale. A Kramatorsk è stata registrata un’altra vittima. Anche Odesa è stata colpita durante la notte da un attacco con droni che ha danneggiato una nave civile nel porto e provocato il ferimento di quattro persone. Il porto sul Mar Nero rappresenta uno degli snodi strategici dell’economia ucraina e da mesi è sottoposto a una crescente pressione da parte delle forze russe, nel tentativo di ostacolare le esportazioni e aumentare i costi delle attività commerciali internazionali legate all’Ucraina.
Con i droni continuano a dominare lo scontro tra Russia e Ucraina, anche Washington si prepara alla guerra unmanned. Pochi giorni fa il Central Command statunitense ha annunciato la creazione della Task Force Falcon Strike, una nuova unità multinazionale dedicata ai droni d’attacco multidominio. La struttura dovrebbe integrare sistemi senza pilota aerei, navali e subacquei e coinvolgere, oltre agli Stati Uniti, partner regionali del Medio Oriente. Il progetto nasce sulla scia della Task Force Scorpion Strike, istituita nel 2025, e punta a creare una capacità d’attacco con droni condivisa tra più Paesi.
Il senatore repubblicano Jim Banks chiede al segretario alla Difesa Pete Hegseth di inserire Weichai Holding Group nella Section 1260H list del Pentagono, l’elenco delle società cinesi considerate legate all’apparato militare della Repubblica Popolare. Una richiesta motivata dalla proprietà statale del gruppo, dai suoi rapporti con l’industria della difesa e dai collegamenti con la strategia cinese di fusione militare-civile.
Nel dossier presentato da Banks c’è un elemento particolarmente sensibile. I motori Weichai vengono utilizzati dalla China North Industries Corporation, meglio conosciuta come Norinco, in un sistema lanciarazzi multiplo fornito all’Esercito popolare di liberazione. Il senatore richiama inoltre la struttura proprietaria di Weichai, controllata dalla Shandong Heavy Industry Group, impresa statale riconducibile al governo provinciale dello Shandong, e la presenza all’interno del gruppo di un comitato del Partito comunista cinese.
La lettera cita anche i rapporti di Weichai con aziende straniere e cinesi collegate al settore della difesa, tra cui la bielorussa MAZ, la russa Kamaz e Hubei Sanjiang Space Wanshan Special Vehicle, controllata dalla China Aerospace Science and Industry Corporation, società già inserita nelle blacklist statunitensi.
La questione interessa direttamente anche l’Italia. Mentre a Washington si discute se Weichai debba essere formalmente ricondotta al perimetro militare-industriale cinese, lo stesso gruppo sta infatti consolidando il proprio controllo su Ferretti Group, uno dei più conosciuti produttori italiani di yacht, dotato però anche di capacità industriali nel settore navale e di tecnologie potenzialmente dual use.
Weichai è entrata nel capitale di Ferretti nel 2012 e oggi ne possiede il 39,5%. La sua influenza sulla società, tuttavia, è ormai molto più ampia della partecipazione azionaria. Dopo un voto particolarmente combattuto degli azionisti a maggio, che secondo quanto riportato è stato vinto da Weichai con il 52% dei voti, i candidati sostenuti dall’azionista cinese hanno ottenuto otto dei nove posti nel consiglio di amministrazione.
Il risultato consegna a Weichai il controllo effettivo di uno dei marchi italiani più conosciuti nella nautica di lusso pur senza possedere la maggioranza del capitale. Un’eventuale ulteriore crescita della partecipazione, che in prospettiva potrebbe condurre anche alla piena proprietà del gruppo, renderebbe la questione ancora più sensibile.
Ferretti, del resto, non è soltanto un produttore di yacht di lusso. Le sue capacità industriali comprendono scafi ad alte prestazioni, sensori e sistemi di navigazione. La società produce inoltre unità da pattugliamento, un elemento che attribuisce ad almeno una parte delle sue tecnologie e del suo know-how industriale potenziali applicazioni che vanno oltre il mercato civile.
In passato, media cinesi hanno riferito del trasferimento di tecnologie avanzate di Ferretti verso un polo industriale nautico sviluppato da Weichai a Qingdao. La città ospita anche importanti infrastrutture della Flotta del Nord cinese. Questo, da solo, non dimostra che tecnologie Ferretti siano state trasferite alla Marina dell’Esercito popolare di liberazione. Ma un controllo cinese più esteso sull’azienda italiana aumenta il rischio potenziale che competenze navali con applicazioni dual use possano, in futuro, muoversi in quella direzione.
Al dossier industriale si aggiunge poi una questione diversa: quella dei dati. I sistemi digitali installati sugli yacht più sofisticati possono raccogliere informazioni sulla posizione delle imbarcazioni, sulle rotte percorse e sul loro utilizzo. La clientela di Ferretti comprende alcune delle persone più ricche e influenti del mondo occidentale. La possibilità che informazioni di questo tipo possano diventare accessibili attraverso una società controllata, in ultima istanza, da un gruppo statale cinese introduce quindi un’ulteriore dimensione di sicurezza.
Il caso emerge inoltre in un momento nel quale Washington sta attribuendo nuovo peso strategico alla capacità cantieristica. L’amministrazione Trump sta cercando di recuperare il terreno perduto nella costruzione navale e di rafforzare la base industriale che sostiene la potenza marittima americana. Non esiste un collegamento diretto tra questa politica e Ferretti, ma il contesto è significativo: mentre gli Stati Uniti considerano sempre più la capacità industriale marittima come un asset strategico, aumenta anche l’attenzione verso i collegamenti tra l’industria civile cinese e l’apparato della difesa di Pechino.
Per Roma, di conseguenza, diventa più difficile considerare l’identità del soggetto che sta acquisendo il controllo effettivo di Ferretti come una semplice questione di corporate governance.
Il dossier è già arrivato anche sul terreno giudiziario. KKCG Maritime, secondo maggiore azionista di Ferretti, ha contestato davanti al Tribunale di Bologna il voto di maggio, sostenendo che Weichai non avrebbe effettuato tutte le comunicazioni previste dalla normativa italiana sul Golden Power.
Il Golden Power consente al governo di imporre condizioni o intervenire sulle operazioni straniere che coinvolgono asset ritenuti rilevanti per la sicurezza nazionale. La controversia, quindi, va oltre la composizione del consiglio di amministrazione di Ferretti. Pone al governo italiano una questione più sostanziale: stabilire se un’azienda associata soprattutto alla nautica di lusso debba essere considerata e protetta anche come asset industriale e tecnologico per le capacità navali, il know-how e i dati che detiene.
La tempistica rende la domanda ancora più difficile da ignorare. Un eventuale inserimento di Weichai nella Section 1260H list non comporterebbe automaticamente sanzioni contro il gruppo né impedirebbe alle aziende americane di fare affari con esso. Impedirebbe però al Pentagono di assegnargli contratti e potrebbe aumentare la possibilità di ulteriori misure da parte del Tesoro statunitense, con potenziali conseguenze anche per gli investimenti americani nella quotata Weichai Power.
Roma non deve necessariamente condividere la valutazione di Banks su Weichai per prendere sul serio la sua iniziativa. Il punto per l’Italia è che l’atteggiamento di Washington verso il gruppo cinese potrebbe diventare sensibilmente più duro proprio mentre Weichai controlla ormai quasi interamente il consiglio di amministrazione di Ferretti e potrebbe cercare di aumentare ulteriormente la propria partecipazione.
I rischi relativi a un futuro trasferimento di know-how navale sensibile o all’accesso ai dati privati degli yacht restano potenziali, non accertati. Ma è precisamente in questa fase che il Golden Power acquista rilevanza: come strumento pensato per tutelare gli interessi di sicurezza nazionale prima che cambiamenti societari e industriali diventino difficili da invertire.
La questione per Roma è quindi capire se utilizzare lo spazio di intervento che ancora possiede, prima che eventuali decisioni prese a Washington contribuiscano a restringerlo.
Mentre l’India celebra il suo 80° Giorno dell’Indipendenza, i due principali discorsi alla nazione hanno trasmesso un messaggio largamente convergente. La presidente Droupadi Murmu, intervenuta alla vigilia dell’Indipendenza, e il primo ministro Narendra Modi, rivolgendosi al Paese sabato mattina dal Forte Rosso, hanno posto l’autosufficienza, la sicurezza, la tecnologia e lo sviluppo inclusivo al centro delle ambizioni indiane per i prossimi due decenni.
Per Modi, tuttavia, l’anniversario è stato anche l’occasione per chiedere all’India di alzare il livello delle proprie ambizioni. Parlando dopo aver issato il Tricolore al Forte Rosso, ha sostenuto che le grandi nazioni si costruiscono quando una società è capace di pensare in grande. “L’India deve sognare in grande e andare avanti” è stato uno dei messaggi centrali di un discorso fortemente concentrato sul percorso verso un’India sviluppata entro il 2047.
Il primo ministro è tornato più volte sul concetto di Atmanirbhar Bharat, presentando l’autosufficienza non semplicemente come un programma economico, ma sempre più come uno strumento di sovranità strategica. Negli ultimi dodici anni, ha ricordato, l’India ha ampliato la produzione nazionale nella difesa, nell’elettronica, nella telefonia mobile, nel settore ferroviario e in numerosi altri comparti. Nella visione delineata da Modi, la fase successiva richiederà di rafforzare ulteriormente le capacità nazionali nelle tecnologie critiche e ridurre le vulnerabilità create dalla dipendenza dall’estero.
La tecnologia e la giovane popolazione indiana hanno occupato un posto particolarmente importante nel discorso. Modi ha annunciato un’iniziativa per fornire competenze nell’intelligenza artificiale a un crore, dieci milioni, di giovani indiani nell’arco di un anno. Ha inoltre affrontato le preoccupazioni relative agli esami competitivi e al sistema del coaching, promettendo misure che comprendono corsi online gratuiti per i giovani che si preparano agli esami. Il punto sottostante è che il vantaggio demografico dell’India potrà tradursi in un vantaggio economico soltanto se i giovani saranno preparati ad affrontare un’economia in rapida trasformazione.
Semiconduttori, tecnologia digitale e innovazione nazionale costituiscono un altro elemento dello stesso ragionamento. Modi ha sottolineato i progressi dell’India nelle transazioni digitali, nei brevetti, nella diffusione di Internet e nella manifattura, indicando lo sviluppo di una capacità nazionale nel settore dei semiconduttori come parte del prossimo salto tecnologico del Paese. Dal Forte Rosso è emersa così una lettura sempre più integrata di crescita economica, autonomia tecnologica e sicurezza nazionale.
Lo stesso principio è emerso nell’enfasi posta sulla difesa e sull’autonomia strategica. Modi ha reso omaggio alle Forze Armate indiane e inserito lo sviluppo delle capacità militari nazionali nel più ampio progetto di Atmanirbhar Bharat. In una fase di forte instabilità internazionale, la linea indicata dal primo ministro è che l’India debba disporre della capacità economica, tecnologica e militare necessaria per proteggere i propri interessi riducendo le dipendenze considerate strategicamente più vulnerabili.
La presidente Murmu aveva posto molte delle basi concettuali di questo messaggio già la sera precedente.
“Il vero significato della libertà consiste nel garantire che tutti i cittadini possano utilizzare le opportunità disponibili per realizzare le proprie aspirazioni”, ha dichiarato, collegando l’indipendenza non soltanto alla sovranità nazionale, ma anche alla possibilità per ogni indiano di partecipare al progresso del Paese. L’obiettivo è altrettanto esplicito: “Stiamo avanzando verso la costruzione di Viksit Bharat entro il centenario della nostra Indipendenza nel 2047”.
Il discorso di Murmu ha posto un’enfasi molto maggiore sull’inclusione. Richiamando il principio dell’Antyodaya, la presidente ha affermato che i benefici dello sviluppo devono raggiungere ogni individuo. Citando i risultati ottenuti negli ultimi anni, ha ricordato che oltre 25 crore di persone, 250 milioni, sono uscite dalla povertà, che sono stati aperti quasi 59 crore di conti Jan Dhan e che oltre 80 crore di persone beneficiano del sostegno alimentare. Ha inoltre richiamato l’espansione della copertura sanitaria attraverso Ayushman Bharat.
Murmu ha sottolineato anche il crescente ruolo economico delle donne, ricordando il raggiungimento dell’obiettivo di tre crore di Lakhpati Didi, donne capaci di raggiungere un reddito annuo di almeno un lakh di rupie, e la nuova ambizione di crearne altri tre crore.
La presidente ha poi richiamato una delle trasformazioni più significative dell’India contemporanea: la rapida espansione della sua economia digitale. Oltre la metà delle transazioni digitali in tempo reale del mondo, ha affermato, avviene oggi in India. Infrastrutture digitali, sistemi di welfare e nuove infrastrutture fisiche hanno contribuito, secondo la lettura presentata da Murmu, ad ampliare le opportunità economiche e la fiducia degli investitori. Nonostante guerre e instabilità internazionale, ha aggiunto, l’India rimane la grande economia con la crescita più rapida al mondo, con un tasso previsto superiore a più del doppio della media globale.
Alcuni dei passaggi politicamente più significativi del discorso della presidente hanno però riguardato la sicurezza nazionale.
Murmu ha citato l’Operazione Sindoor come dimostrazione, nella lettura del governo indiano, della capacità del Paese di colpire con precisione le reti terroristiche. L’operazione, ha dichiarato, ha inviato un “messaggio chiaro e fermo” ai terroristi e a chi li sostiene: ovunque si nascondano, “dovranno affrontare le conseguenze delle loro azioni”. Ha inoltre definito la sospensione del Trattato delle Acque dell’Indo con il Pakistan una misura adottata nell’interesse nazionale dell’India, collegandola in particolare alla tutela degli agricoltori indiani.
La presidente ha descritto anche i progressi verso l’obiettivo dichiarato di un’India libera dal Naxalismo, contrapponendo decenni di insurrezione allo sviluppo e alla crescente attività culturale e sportiva in aree un tempo gravemente colpite, come il Bastar. Anche in questo caso, il tema della sicurezza è stato inserito in una più ampia narrazione di sviluppo e integrazione delle aree periferiche.
In politica estera, Murmu ha offerto una definizione sintetica della posizione indiana in un ordine internazionale sempre più frammentato. “L’interesse nazionale è il fondamento della nostra politica estera”, ha affermato, indicando allo stesso tempo pace, cooperazione, dialogo e Vasudhaiva Kutumbakam come suoi pilastri. L’India, ha aggiunto, sostiene un ordine internazionale basato sulle regole, chiede una maggiore rappresentanza per il Sud Globale e continua a promuovere la riforma delle Nazioni Unite e delle altre istituzioni multilaterali.
La presidente ha dedicato particolare attenzione anche ai giovani. Con il 65 per cento della popolazione sotto i 35 anni, ha definito la gioventù “la risorsa più preziosa” dell’India. Ha elogiato l’ecosistema delle start-up e i giovani innovatori del Paese, affrontando però anche le polemiche relative agli esami pubblici. Secondo Murmu, il sistema degli esami deve diventare più trasparente, sicuro e affidabile e ogni pratica scorretta deve essere eliminata.
Considerati insieme, i due discorsi mostrano come la leadership indiana intenda impostare politicamente i prossimi ventuno anni.
Il vocabolario dello sviluppo indiano si è progressivamente ampliato. La riduzione della povertà e il welfare rimangono centrali, ma sono ormai affiancati da semiconduttori, intelligenza artificiale, produzione nazionale nel settore della difesa, infrastrutture digitali, sicurezza energetica e autonomia strategica. Atmanirbhar Bharat viene quindi presentato dalla leadership indiana non come isolamento dal resto del mondo, ma come il rafforzamento della base interna dalla quale il Paese può rapportarsi all’economia e alla competizione internazionale con maggiore autonomia.
Murmu ha espresso questo obiettivo in termini sociali: “Una nazione non è soltanto il suo territorio, una nazione è tutto il suo popolo”. Modi ha tradotto un’ambizione simile in un appello alla grandezza delle aspirazioni, alla fiducia e alla capacità nazionale.
A ottant’anni dall’Indipendenza, i due discorsi hanno quindi utilizzato la commemorazione del 1947 soprattutto per proiettare il Paese verso il 2047. Viksit Bharat costituisce la cornice politica entro cui la leadership indiana cerca di tenere insieme crescita e inclusione, ambizione tecnologica e autosufficienza, apertura internazionale e capacità di difendere autonomamente gli interessi nazionali. Resta naturalmente da vedere quanto queste diverse ambizioni potranno essere tradotte in risultati nell’arco dei prossimi due decenni. Ma i discorsi di Modi e Murmu indicano con una certa chiarezza il modello di sviluppo e di potenza attraverso cui Nuova Delhi intende definire il proprio percorso verso il centenario dell’Indipendenza.


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Gli Stati Uniti si preparano a dire a decine di Paesi partner che la competizione sull’intelligenza artificiale con la Cina potrebbe lasciare sempre meno spazio a chi cerca di tenere un piede in entrambi i campi.
Secondo una bozza interna del dipartimento di Stato visionata da Reuters, Washington intende avvertire i Paesi allineati alle sue iniziative sull’AI che la partecipazione a framework concorrenti guidati dalla Cina potrebbe comportarne l’esclusione dalla coalizione americana. Il documento è indirizzato ai 35 firmatari del Joint Statement on AI Opportunity, gruppo che comprende membri di Pax Silica e altri Paesi che hanno espresso l’intenzione di allineare la cooperazione sull’intelligenza artificiale con Washington. Tra questi c’è anche l’Italia.
“Essere parte di tutto significa non essere parte di nulla”, si legge nella bozza. L’adesione alla dichiarazione di Pax Silica, aggiunge il documento, “non è semplicemente un’iscrizione, ma un impegno”.
Il testo potrebbe ancora essere modificato e Reuters non è stata in grado di stabilire quando verrà inviato. La direzione politica, tuttavia, appare difficile da ignorare. Washington sembra passare dalla costruzione di un ecosistema tecnologico concorrente a quello cinese alla definizione delle condizioni necessarie per farne parte.
Al centro della questione c’è il Kazakhstan. Washington aveva accolto con favore il suo ingresso in Pax Silica a giugno, anche per le significative riserve di minerali critici del Paese. Astana ha però successivamente aderito anche alla World Artificial Intelligence Cooperation Organization lanciata a luglio dal presidente cinese Xi Jinping.
Il Kazakhstan è finora l’unico Paese noto ad aver aderito a entrambe le iniziative. Per Washington sembra così essere diventato il primo test di una questione molto più ampia: un Paese può essere considerato un partner affidabile all’interno di un ecosistema tecnologico e, contemporaneamente, partecipare a un’iniziativa concepita per promuoverne uno concorrente? La risposta che emerge dal dipartimento di Stato è sempre più vicina a un “no”.
Il punto conta perché Pax Silica va ben oltre i modelli di intelligenza artificiale. Lanciata da Washington lo scorso anno, l’iniziativa lega semiconduttori, minerali critici, AI, investimenti e sicurezza delle catene di approvvigionamento. Alla base c’è l’idea che la sovranità tecnologica non richieda a ogni Paese di replicare sul proprio territorio l’intero stack dell’intelligenza artificiale. I partner considerati affidabili possono invece contribuire con capacità complementari a un’architettura comune.
La Cina sta sviluppando una proposta alternativa. Alla World Artificial Intelligence Conference di Shanghai, a luglio, Pechino ha lanciato la World AI Cooperation Organization, sostenuta da 29 Paesi, insieme a un’offerta costruita attorno a tecnologie open-weight, capacity-building, standard tecnici e accesso per le economie in via di sviluppo.
La competizione, quindi, si sta spostando oltre la corsa a chi produce il modello più avanzato. Riguarda sempre più chi riuscirà a definire le reti attraverso cui circolano capacità di calcolo, minerali, semiconduttori, standard, investimenti e sistemi di intelligenza artificiale.
E queste reti si fondano sulla fiducia. Le implicazioni erano già visibili prima che emergesse l’ultima bozza americana. Interpellata da Decode39 sul progressivo restringimento dello spazio per l’ambiguità nella governance dell’AI, Zineb Riboua, Research Fellow dell’Hudson Institute, aveva sostenuto che il margine che i governi ritenevano di conservare tra gli ecosistemi americano e cinese fosse in larga misura illusorio. “Lo spazio che i governi credono di avere è un’illusione sostenuta dall’intervallo tra l’acquisto e le sue conseguenze, e quell’intervallo si sta chiudendo”, aveva spiegato.
Il suo ragionamento era che decisioni apparentemente commerciali o tecniche finiscano per condizionare le scelte strategiche quando le tecnologie vengono integrate nelle infrastrutture, nelle regole per gli appalti e nelle istituzioni. I framework di governance possono rivelarsi persino più duraturi di un vantaggio temporaneo nella capacità di calcolo, perché stabiliscono come i sistemi interagiscono, come vengono valutati i modelli e secondo quali criteri le amministrazioni pubbliche acquistano e utilizzano tecnologie.
La bozza riportata da Reuters suggerisce che Washington possa ora prepararsi a trasformare questa logica strategica in un requisito diplomatico più esplicito.
Per l’Italia, la distinzione conta. Roma non deve più decidere a quale architettura aderire. Il 30 luglio l’Italia è entrata formalmente in Pax Silica, dopo aver già firmato il Joint Statement on AI Opportunity. La decisione si affianca alla partecipazione italiana alla Call to Action for 6G Leadership and Security guidata dagli Stati Uniti, all’impegno con Washington sui minerali critici e al dialogo bilaterale sulle Trusted Technologies.
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha descritto l’adesione a Pax Silica come la conferma della “volontà politica di lavorare con gli Stati Uniti e con gli altri partner” sullo sviluppo delle tecnologie produttive, rafforzando al tempo stesso la sicurezza e “l’unità dell’Occidente”.
La direzione strategica è dunque relativamente chiara. Più complessa è la questione dell’implementazione. Il tema era già emerso dopo la presenza dell’Agenzia per l’Italia Digitale, AgID, alla World Artificial Intelligence Conference di Shanghai, poco dopo l’adesione di Roma al Joint Statement on AI Opportunity promosso dagli Stati Uniti. L’episodio non ha impedito il successivo ingresso dell’Italia in Pax Silica. Il messaggio che arriva ora da Washington suggerisce però che ambiguità simili potrebbero diventare più difficili da sostenere con il consolidarsi delle due architetture dell’AI.
La distinzione resta importante. Partecipare alla conferenza di Shanghai non equivale ad aderire alla nuova organizzazione cinese e l’Italia non si trova nella posizione del Kazakhstan. Ma la direzione della politica americana conta proprio perché potrebbe progressivamente aumentare il peso politico di interazioni che i governi hanno finora considerato tecniche, commerciali o parte della normale attività istituzionale.
Martijn Rasser, vicepresident for Tech Leadership dello Special Competitive Studies Project, aveva già indicato nell’implementazione la prossima sfida al momento dell’ingresso dell’Italia in Pax Silica. “Il test sarà capire se i suoi membri riusciranno a tradurre l’allineamento politico in un’azione coordinata”, aveva spiegato a Decode39, sostenendo che l’Italia si stesse muovendo nella direzione giusta ma dovesse ancora fare di più per individuare le dipendenze inaccettabili, proteggere tecnologie critiche e diversificare le catene di approvvigionamento.
La rivelazione di Reuters aggiunge una nuova dimensione a quel test. L’Italia ha scelto da che parte stare nell’architettura emergente dell’intelligenza artificiale. Se Washington darà seguito all’impostazione contenuta nella bozza, per Roma la questione sarà sempre più assicurarsi che quella scelta trovi un riflesso coerente nelle diverse articolazioni dello Stato.
L’era dell’hedging sull’AI potrebbe non essere ancora finita. Ma Washington sta rendendo sempre più chiaro che, per chi fa parte della sua coalizione tecnologica, lo spazio per praticarlo si sta chiudendo.
Per i brasiliani quella di ieri è stata una domenica importante. È ufficialmente partita la campagna elettorale per le elezioni presidenziali previste per il 4 ottobre. In caso di pareggio, il secondo turno ci sarà pochi giorni dopo, il 25 ottobre.
Il candidato della sinistra, attuale presidente Luiz Inácio Lula Da Silva, cerca il suo quarto mandato nonostante abbia 80 anni. Il suo comizio di inaugurazione della campagna è stato nello Stadio Municipale Primero de Mayo, a São Bernardo do Campo, poco distante dalla città di São Paulo, dove si è formato come personaggio politico, leader dei sindacati e giovane oppositore della dittatura militare degli anni ’60, ’70 e ’80. Il capo del Partito dei Lavoratori ha centrato l’inizio della campagna elettorale sull’importante di combattere la criminalità e garantire la sicurezza dei brasiliani.
Stella linea per il progetto politico di Flávio Bolsonaro, primo figlio dell’ex presidente di estrema destra, Jair Bolsonaro, che ha scelto però lo scenario delle spiagge di Copacabana a Rio de Janeiro per iniziare la sua campagna.
“Finché sarò vivo, non mi lascerò governare, non permetterò che la destra governi di nuovo”, ha detto Lula da Silva secondo il resoconto del comizio dell’agenzia Efe. Il socialista ha promesso una vera e propria battaglia contro i femminicidi in Brasile e lo smantellamento delle organizzazioni criminali e le loro finanze. Il Brasile è diventato il bastione di due delle principali organizzazioni criminali del Sudamericana: Primeiro Comando da Capital (PCC) e Comando Vermelho (CV).
Per Lula è anche importante frenare l’ingerenza degli Stati Uniti nei processi elettorali e bloccare qualsiasi tentativo di sfruttamento delle risorse naturali del Paese. Non ha mai nominato il rivale Bolsonaro (né padre, né figlio).
Flávio Bolsonaro, invece, ha scelto di attaccare durante tutto il discorso Lula. Ha anche parlato della violenza di genere e del crimine organizzato e delle reti di narcotraffico che regnano in Brasile. Il candidato del Partito Liberal ha anche promesso programmi sociali a favore dei più svantaggiati, la castrazione chimica per i pedofili e le condanne di “minimo otto anni” per chi ruba un cellulare. Come l’alleato americano Donald Trump, vuole considerare “terroristi” i narcotrafficanti. Secondo il primogenito di Bolsonaro, è lui l’unico capace di sedersi a negoziare accordi commerciali sia con la Cina, sia con gli Usa.
E cosa dicono i sondaggi? Ad oggi, tutti i sondaggi indicano che la corsa finale sarà tra Lula e Flávio Bolsonaro con uno stretto margine di differenza. L’ultimo report pubblicato venerdì da Quaest, sostiene che ci sarà un pareggio tecnico in un eventuale ballottaggio, ma che Lula gode del 43 % e Flávio il 40 %. Circa 4 % di brasiliani è ancora indeciso su chi votare.


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Sette migranti sono morti durante una traversata partita dalla Libia. La Life Support di Emergency ha soccorso 50 persone nelle acque internazionali della zona Sar libica. Due sono in gravi condizioni e tra i superstiti ci sono 29 minori non accompagnati.
La Life Support di Emergency ha soccorso questa mattina 50 persone a bordo di un’imbarcazione nelle acque internazionali della zona Sar libica. Sette migranti sono morti durante la traversata, mentre altri due sono in gravi condizioni per “soffocamento”.
Il gruppo aveva lasciato Zuwara, in Libia, all’alba del 16 agosto. Emergency ha ricostruito provenienza e composizione delle persone recuperate: “I naufraghi – spiega Emergency – hanno riferito di essere partiti all’alba del 16 agosto da Zuwara, e sono originari della Somalia e dell’Egitto. Le persone soccorse in totale sono 50, di cui 45 uomini e 5 donne. Ci sono 29 minori stranieri non accompagnati, di cui 26 maschi e 3 donne”. Tra i superstiti ci sono quindi 45 uomini e 5 donne, mentre i minori stranieri non accompagnati sono 29.
Dopo il soccorso, Emergency ha chiesto “alle autorità competenti l’assegnazione di un Pos vicino”. Il porto assegnato alla Life Support è Bari.
L'articolo Migranti, dramma in mare: nave di Emergency soccorre 50 persone al largo della Libia, 29 sono minori non accompagnati. Sette morti proviene da Affaritaliani.it.


MILANO (ITALPRESS) – Alle 8:07 di oggi si è concluso il soccorso di 57 persone portate in salvo dalla Life Support, la nave di ricerca e soccorso di Emergency. La barca di legno a doppio ponte, avvistata alle 6:00 di questa mattina, è stata soccorsa nelle acque internazionali della zona SAR libica.
“Alle 6 del mattino abbiamo identificato due imbarcazioni dal radar e poi dal ponte con i binocoli. Quando ci siamo avvicinati abbiamo visto una barca di legno sovraffollata e una motovedetta libica che si stava avvicinando e ha iniziato a dirigersi verso la nostra nave. A un miglio di distanza li abbiamo contattati per avvisare che l’operazione di soccorso era già in corso: l’imbarcazione libica è rimasta a sorvegliare l’operazione per tutta la sua durata”, spiega Jonathan Nanì La Terra, capomissione della Life Support di Emergency. “A metà soccorso il nostro team si è accorto della presenza di 9 persone sdraiate sul ponte, dove erano state trasportate dagli altri naufraghi che le avevano recuperate dalla stiva dove avevano trascorso tutto il viaggio. Per 7 di loro non c’è stato niente da fare; 2 di loro sono in condizioni critiche per soffocamento”.
I naufraghi hanno riferito di essere partiti all’alba del 16 agosto da Zuwara, e sono originari della Somalia e dell’Egitto. Le persone soccorse in totale sono 50, di cui 45 uomini e 5 donne. Ci sono 29 minori stranieri non accompagnati, di cui 26 maschi e 3 donne. Tra i naufraghi 9 persone hanno bisogno di assistenza medica.
Per 2 di questi, in condizioni critiche per soffocamento, il personale a bordo della Life Support ha richiesto un MedEvac urgente alle autorità competenti, che è in arrivo. A causa delle condizioni dei naufraghi già provati da un viaggio drammatico, Emergency chiede alle autorità competenti l’assegnazione di un POS vicino per evitare altre sofferenze ai sopravvissuti. Il POS assegnato è Bari.
– Foto di repertorio Ipa Agency –
(ITALPRESS).

KIEV (UCRAINA) (ITALPRESS) – Pesanti attacchi con droni hanno colpito l’Ucraina nella notte, in particolare nei distretti di Kryvyi Rih, Zaporizhzhia e Sumy, provocando morti tra i civili. Vittime fra i civili si segnalano anche a Belgorod, in Russia, a seguito degli attacchi condotti dalle forze ucraine nelle ultime ore. Il ministero della Difesa russo ha reso noto che sono stati abbattuti 822 droni in tutto il Paese nel corso della notte.
Intanto l’Alta rappresentante per la politica estera e di sicurezza dll’Ue, Kaja Kallas, ha dichiarato in un’intervista al quotidiano tedesco Die Welt che sono in fase di messa a punto delle nuove sanzioni contro Mosca. Kallas ha annunciato che in autunno presenterà “la più ampia lista di sanzioni dall’inizio della guerra” e, se approvata, questa lista aumenterebbe di un terzo il numero di persone, aziende e organizzazioni russe sottoposte a misure restrittive.
“Le sanzioni Ue sono costate finora molto alla Russia e hanno già sottratto alla sua macchina da guerra oltre mille miliardi di euro”, ha osservato Kallas, aggiungendo che “la pressione deve essere aumentata finché la Russia non porrà fine alla guerra”. La responsabile della diplomazia europea ha definito “terrorismo sistematico” gli attacchi contro civili e infrastrutture ucraine e ha denunciato una crescente attività ibrida russa: “Sabotaggi, spionaggio e attacchi informatici sono nella maggior parte dei casi riconducibili a Mosca”. Per Kallas, anche le recenti violazioni dello spazio aereo sul fianco orientale mostrano una crescente propensione russa al rischio: “Se reagiremo in modo troppo debole, vedremo ancora più incidenti di questo tipo”.
Alla dimensione securitaria si accompagna una riflessione sull’architettura diplomatica europea: “Il mondo sta cambiando più rapidamente e l’Ue deve cambiare con esso”, ha osservato, chiedendo decisioni più rapide, meno duplicazioni istituzionali e maggiore coordinamento tra diplomazia, commercio, cooperazione e missioni europee. Sul Medio Oriente, Kallas ha indicato infine nella riapertura dello Stretto di Hormuz una priorità strategica: “Il mondo sta pagando un prezzo elevato per la chiusura dello stretto. La libertà di navigazione deve restare garantita e non deve essere gravata da tasse”.
– Foto Ipa Agency –
(ITALPRESS).
Nelle ultime ore è emersa la decisione del presidente statunitense Donald Trump di chiedere al Pentagono una riduzione “sostanziale” della scala delle esercitazioni militari con la Corea del Sud, una decisione che tocca uno dei dossier più delicati del sistema di alleanze americana in Asia e introduce nuove incognite nella strategia statunitense verso la penisola coreana. L’ordine è arrivato alla vigilia dell’avvio delle annuali esercitazioni Ulchi Freedom Shield, che coinvolgono circa 18mila militari sudcoreani e che, nonostante le dichiarazioni di Trump, sono iniziate regolarmente lunedì e dovrebbero proseguire fino al 27 agosto.
Trump ha motivato la scelta con il costo delle esercitazioni e con il comportamento di Seul, accusata dal presidente americano di non aver voluto partecipare alle operazioni statunitensi contro l’Iran. In un messaggio pubblicato su Truth Social, Trump ha definito queste esercitazioni “costose”, sostenendo al contempo che esse trasmettano alla Corea del Nord un segnale “inappropriato e ostile”. Parole che gli analisti hanno interpretato come uno strumento per creare le condizioni per una nuova apertura diplomatica. Dal canto suo Seul ha reagito con cautela, facendo sapere di essere al lavoro sulla questione e di auspicare che il rapporto tra Trump e il leader nordcoreano Kim Jong Un possa portare a un dialogo significativo, con l’obiettivo di favorire pace e stabilità nella penisola. Allo stesso tempo, il governo sudcoreano ha ribadito che i due alleati continueranno a coordinare la propria postura di difesa e le attività militari congiunte.
La mossa di Trump si inserisce in una relazione da tempo caratterizzata da oscillazioni. Già durante il suo primo mandato il presidente americano aveva manifestato l’intenzione di ridurre o cancellare le esercitazioni congiunte, mentre Washington e Seul si erano scontrate sulla ripartizione dei costi per il mantenimento delle circa 28.500 truppe americane presenti in Corea del Sud. Il problema è che qualsiasi riduzione delle esercitazioni arriva in un momento particolarmente delicato sul piano della sicurezza. Pyongyang continua a considerare le attività militari americane e sudcoreane come una preparazione a un’invasione e, nelle ultime settimane, ha effettuato nuovi lanci di missili balistici. Secondo Reuters, la Corea del Nord ha lanciato due missili dall’inizio di agosto, mentre un alto ufficiale del Northern Command americano ha recentemente avvertito che Pyongyang ha testato missili balistici intercontinentali capaci di trasportare una testata nucleare fino a qualsiasi punto del Nord America. Allo stesso tempo, i due Paesi hanno accelerato al cooperazione in temi sensibili, come ad esempio quello dei sottomarini nucleari (uno sviluppo che, volendo, si può inquadrare nella stessa lente di spending review usata da Trump).
Ma dietro la decisione americana potrebbe esserci anche un calcolo più ampio. Secondo Victor Cha del Center for Strategic and International Studies, Trump potrebbe voler aumentare la propria capacità di influenza su Kim anche alla luce del crescente rapporto tra Corea del Nord e Russia. Pyongyang ha infatti fornito sostegno militare a Mosca nella guerra contro l’Ucraina, mentre militari nordcoreani hanno acquisito esperienza sul campo combattendo al fianco delle forze russe. In quest’ottica il tentativo di riaprire un canale con Kim potrebbe avere la doppia finalità di rilanciare la diplomazia sulla questione nucleare e di cercare di limitare l’avvicinamento strategico tra Mosca e Pyongyang. È una scommessa che richiama la politica del primo mandato di Trump, quando i due leader arrivarono a incontrarsi in tre vertici senza però ottenere risultati concreti sul programma nucleare e missilistico nordcoreano.
La decisione sulle esercitazioni, dunque, non sembra essere soltanto una questione militare, e non è solo limitata ai rapporti tra Washington e Seul, ma pare riferirsi invece agli equilibri strategici nell’intera penisola coreana e oltre. Guardando anche alla concezione di grand strategy seguita da The Donald.
Le immagini riprese da un drone mostrano dall’alto la devastazione provocata dal terremoto di magnitudo 7,7 che ha colpito l’isola di Flores, nell’Indonesia orientale. Strade spaccate, edifici crollati e infrastrutture danneggiate restituiscono la dimensione dei danni provocati dal sisma, che ha causato anche numerose frane. Il bilancio è nel frattempo salito ad almeno 54 morti, mentre migliaia di persone hanno lasciato le proprie abitazioni e le operazioni di soccorso proseguono nelle aree più difficili da raggiungere. Video LaPresse.
L'articolo Indonesia, terremoto di magnitudo 7,7: strade spaccate e case crollate viste dal drone – VIDEO proviene da Affaritaliani.it.

Una delle più grandi ondate di droni ucraini contro la Russia dall’inizio della guerra ha interessato anche la regione di Mosca. Il ministero della Difesa russo ha dichiarato di aver abbattuto 822 droni in diverse zone del Paese, mentre nella regione della capitale un attacco ha colpito anche un grande magazzino di Wildberries a Koledino, circa 45 chilometri a sud di Mosca. Le immagini mostrano esplosioni e una densa colonna di fumo nero alzarsi dalla struttura colpita. Nella sola regione di Mosca un uomo di 83 anni è morto nell’attacco, secondo le autorità locali. Video Astra/Corriere TV.
L'articolo Russia, maxi attacco di droni ucraini: esplosioni e una colonna di fumo nella regione di Mosca – VIDEO proviene da Affaritaliani.it.

Una 20enne ha rischiato di annegare mentre tentava di attraversare in bicicletta un ponte allagato al Sabino Canyon, in Arizona. La forza della corrente l’ha trascinata sott’acqua e dentro un tunnel, facendola riemergere circa 30 metri più avanti. I soccorritori sono riusciti a raggiungerla, tirarla fuori dall’acqua e praticarle la rianimazione cardiopolmonare fino a quando la giovane ha ripreso conoscenza. La polizia ha poi ricordato i rischi legati all’attraversamento di strade e corsi d’acqua durante le piene. Video Corriere TV.
L'articolo Arizona, attraversa in bici un ponte allagato: la corrente la trascina sott’acqua per 30 metri – VIDEO proviene da Affaritaliani.it.



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ROMA (ITALPRESS) – Papa Leone XIV “è profondamente rattristato della devastazione causata dal terremoto nella regione di Nusa Tenggara Orientale e offre la sua solidarietà spirituale e la sua vicinanza a quanti continuano a subire le conseguenze di questo disastro, in particolare ai numerosi sfollati e feriti”. È quanto si legge in un un telegramma a firma del cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin, inviato a monsignor Paulus Budi Kleden, arcivescovo metropolita di Ende, per le vittime del terremoto in Indonesia. “Sua Santità incoraggia le autorità ecclesiastiche e civili mentre continua a fornire assistenza umanitaria e prega per il personale di emergenza impegnato nelle operazioni di soccorso. Affidando i defunti alla misericordia amorevole di Dio Onnipotente, il Santo Padre invoca le benedizioni divine di consolazione e di forza”, conclude il telegramma.
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ROMA (ITALPRESS) – Questa mattina due droni carichi di esplosivo lanciati dall’Iran hanno preso di mira l’ufficio del primo ministro della Regione del Kurdistan, Masrour Barzani, e la residenza del capo dell’agenzia di sicurezza della Regione del Kurdistan nel distretto di Pirmam, nella provincia di Erbil. Lo rende noto Direzione Generale Antiterrorismo (Ctd), affiliata al Consiglio di Sicurezza della Regione del Kurdistan (Krsc).
“Due droni esplosivi del tipo Hadid-110 sono stati lanciati dal lato iraniano del confine verso la sede dell’ufficio privato del primo ministro della Regione del Kurdistan e la residenza del direttore del Consiglio di Sicurezza nel distretto di Pirmam, nella provincia di Erbil. Fortunatamente, l’attacco non ha causato vittime”, fa sapere la Ctd. La Ctd ha condannato l’attacco notturno, definendolo “completamente inaccettabile”. Ha inoltre avvertito che “i responsabili dell’attacco ne risponderanno pienamente delle conseguenze”.
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Non sappiamo ancora che cosa abbia provocato l’esplosione che giovedì scorso ha pesantemente danneggiato lo stabilimento di munizioni di Colleferro, una trentina di chilometri a sud-est di Roma. Saranno le indagini a stabilire se si sia trattato di un incidente industriale o se dietro l’incendio e la successiva deflagrazione vi sia altro. Sappiamo però un’altra cosa con certezza: nelle ore successive all’esplosione, la galassia online filorussa ha rapidamente trasformato quanto accaduto in materiale propagandistico.
D’altronde, un impianto europeo che produce munizioni, inserito nella catena industriale della difesa italiana – occidentale, Nato – e legato allo sforzo europeo a sostegno dell’Ucraina, andato in fiamme è un’occasione ghiotta per la propaganda (automatica o semi-automatica) e la disinformazione.
La distinzione è essenziale. Celebrare o sfruttare propagandisticamente un’esplosione non significa averla provocata. Ma la velocità con cui episodi di questo tipo vengono assorbiti dall’ecosistema informativo favorevole al Cremlino racconta qualcosa di più ampio sul modo in cui Mosca e le reti che ne amplificano le narrative guardano oggi alla vulnerabilità europea.
L’esplosione è avvenuta nello stabilimento dell’ex Simmel Difesa, oggi KNDS Ammo Italy, nell’area industriale tra Colleferro e Artena. L’impianto produce munizionamento di medio e grosso calibro per sistemi terrestri e navali e propellenti solidi destinati anche al settore aerospaziale. Secondo le ricostruzioni disponibili, l’incendio sarebbe partito dal reparto di pressatura delle polveri prima della violenta esplosione, avvertita a chilometri di distanza. Non ci sono state vittime: i lavoratori presenti hanno raggiunto le aree di sicurezza e le autorità hanno aperto un’indagine sulle cause.
Non si tratta, tuttavia, di uno stabilimento qualsiasi. Colleferro è parte di una filiera europea delle munizioni che negli ultimi anni ha assunto un’importanza strategica crescente. KNDS ha aumentato la capacità produttiva europea di munizionamento d’artiglieria, e nello stabilimento italiano vengono prodotte anche cariche modulari per proiettili da 155 millimetri: esattamente il tipo di capacità industriale che la guerra in Ucraina ha trasformato da questione prevalentemente commerciale a elemento della sicurezza europea.
Come dovrebbe essere interpretato un incidente che colpisce un nodo della produzione militare europea in un continente nel quale sabotaggio, ricognizione clandestina, cyberattacchi, manipolazione informativa e operazioni ibride condotte attraverso intermediari sono ormai parte del panorama della sicurezza?
Colleferro, infatti, non arriva nel vuoto. Solo tre giorni prima, il 10 agosto, un incendio seguito da esplosioni aveva colpito un impianto di stoccaggio e lavorazione di munizioni e materiali esplosivi della società bulgara EMCO a Belitsa, provocando l’evacuazione di circa 300 persone. Le autorità bulgare hanno indicato come origine dell’incendio un veicolo che aveva preso fuoco durante una consegna di carburante, con le fiamme poi propagate verso un deposito di munizioni. Anche in questo caso non risultano vittime.
La coincidenza temporale, da sola, non dimostra nulla. Ma il nome EMCO rende il caso inevitabilmente sensibile: l’azienda appartiene all’imprenditore bulgaro Emilian Gebrev, vittima nel 2015 di un tentativo di avvelenamento che le autorità e le indagini europee hanno collegato ad agenti dell’intelligence militare russa.
Ancora più significativo è quanto accaduto pochi giorni prima in Germania. All’aeroporto di Lipsia/Halle — un importante hub logistico utilizzato anche dagli Antonov ucraini e inserito nelle capacità di trasporto strategico della Nato — è stato trovato un drone dotato di esplosivo e detonatore. La procura federale tedesca sta indagando sul caso come possibile attacco alla sicurezza nazionale. Il ministro dell’Interno Alexander Dobrindt lo ha inserito esplicitamente nello scenario delle minacce ibride; secondo informazioni dell’intelligence statunitense riportate dalla stampa internazionale, esiste inoltre il sospetto di un coinvolgimento russo, che Berlino non ha finora formalmente attribuito.
Yes but… Tre episodi non fanno automaticamente una campagna. E sarebbe metodologicamente sbagliato tracciare una linea retta tra Lipsia, Belitsa e Colleferro. Ma sarebbe altrettanto sbagliato osservare ciascuno di questi episodi come se avvenisse in un ambiente strategico sterile.
Da anni i servizi europei avvertono che il confronto con Mosca non si esaurisce sul campo di battaglia ucraino. La cosiddetta guerra ibrida prospera precisamente nell’ambiguità: combina strumenti militari e non militari, azioni manifeste e clandestine, cyberattacchi, sabotaggi, disinformazione, coercizione economica e operazioni attraverso proxy, mantenendo quando possibile il livello dello scontro al di sotto della soglia che imporrebbe una risposta militare convenzionale. È quella zona grigia tra pace e guerra nella quale stabilire non soltanto chi abbia agito, ma persino se vi sia stato un attacco, può richiedere settimane o mesi.
L’Italia non è estranea a questo problema. Negli ultimi anni l’attenzione delle autorità si è concentrata non soltanto sulla protezione (anche cyber) delle infrastrutture critiche, ma sull’intersezione tra intelligence, sabotaggio, influenza e guerra cognitiva. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha già avviato il percorso per la creazione di una struttura civile-militare di circa 5.000 persone specificamente dedicata al contrasto delle minacce ibride, indicando energia, aeroporti, infrastrutture critiche, disinformazione e cognitive warfare tra i fronti sui quali rafforzare le capacità dello Stato. Il tema è stato discusso anche nell’ultimo Consiglio Supremo di Difesa, che ha definito la minaccia ibrida proveniente dalla Russia e da altri attori ostili una sfida alla sicurezza dell’Italia e dell’Europa e all’integrità dei processi democratici. L’Italia sta formulando una modifica del comparti Difesa e Sicurezza che avrà nella gestione delle minacce ibride uno dei fulcri operativi.
Una parte particolarmente delicata riguarda la raccolta di informazioni su infrastrutture militari e dual-use attraverso fonti aperte. Negli anni tra il 2024 e il 2025 il movimento italiano “No Nato“ ha per esempio elaborato e diffuso un dossier intitolato “Mettere nel mirino i presidi bellici”, contenente una mappatura di installazioni, aziende, università e infrastrutture considerate collegate alla Nato o alla filiera della difesa in Emilia-Romagna.
Il documento è pubblico, e proprio per questo il caso è interessante. Gli stessi ambienti che lo hanno promosso hanno presentato la mappatura come uno strumento attraverso il quale identificare la presenza militare sul territorio e organizzare una ”risposta concreta e strutturata”. Altri materiali collegati hanno incoraggiato la ricostruzione attraverso fonti aperte di infrastrutture sensibili, compreso il tracciato dell’oleodotto Nato NIPS (North Italian Pipeline System) nel Nord Italia, descrivendo le tecniche utilizzate come relativamente semplici e replicabili.
Nulla di questo dimostra una catena di comando verso Mosca. Né l’attivismo anti-Nato può essere automaticamente assimilato a intelligence. Ma non sarebbe nemmeno corretto escludere che attività di osservazione su infrastrutture sensibili possano essere sfruttate da servizi stranieri. In Europa esistono precedenti giudiziari. In Polonia, membri di reti legate all’intelligence russa sono stati condannati per aver monitorato basi, porti, stazioni, aeroporti e linee ferroviarie usate per i trasferimenti verso l’Ucraina, anche con telecamere installate sulle infrastrutture. L’Italia ha un caso diverso ma significativo: Walter Biot, ufficiale di Marina condannato per aver trasmesso documenti classificati a un funzionario dell’ambasciata russa.
Nella guerra ibrida la distinzione tra propaganda, open source, ricognizione e attività operativa è sempre meno netta, e una catena di comando tradizionale non è sempre necessaria perché gli interessi di uno Stato vengano favoriti. Mosca combina agenti, intermediari e ambienti ideologicamente affini. Questi ultimi non devono ricevere ordini per produrre informazioni, individuare vulnerabilità o amplificare narrative utili al Cremlino. La compresenza di attività dirette, proxy e convergenze spontanee — e la difficoltà di distinguerle dall’esterno — rende l’attribuzione e la deterrenza uno dei nodi centrali della guerra nella zona grigia.
Colleferro offre un esempio quasi perfetto dell’altro lato dello stesso meccanismo. Qualunque sia stata la causa dell’esplosione, il risultato può essere immediatamente utilizzato nello spazio informativo. Un incidente industriale può diventare una dimostrazione della vulnerabilità occidentale. Un incendio può essere trasformato in una vittoria simbolica. L’incertezza stessa diventa materia prima: insinuazioni, celebrazioni, teorie concorrenti e sospetti possono circolare molto più rapidamente di quanto un’indagine tecnica possa stabilire che cosa sia realmente accaduto. È una caratteristica della guerra nella zona grigia.
È anche per questo che Roma non è sola nel ripensare il proprio apparato di sicurezza. La Germania ha appena approvato un progetto che rafforza i poteri di Bnd e BfV, per far fronte a minacce cyber e ibride. Il tutto mentre Berlino indaga sul caso del drone di Lipsia e su altri episodi sospetti vicino a infrastrutture sensibili.
Il cambiamento è più profondo del semplice rafforzamento della sicurezza attorno alle fabbriche di armi. Negli ultimi decenni, l’Europa ha tenuto separati ambiti che oggi tendono a sovrapporsi: terrorismo, criminalità, controspionaggio, cyber e difesa militare. La guerra ibrida lavora proprio su queste zone grigie.
Un drone su un aeroporto è un caso di polizia, finché non diventa intelligence. Un profilo social è espressione individuale, finché non entra in una campagna coordinata di influenza. Una foto di un sito militare è informazione pubblica, finché non diventa parte di una ricognizione sistematica. Un’esplosione in una fabbrica di munizioni è un incidente, finché non emergono elementi contrari.
La difficoltà per le democrazie è non ribaltare questo principio: il contesto deve alzare l’attenzione, non abbassare la soglia della prova. Il punto non è che ogni incendio sia automaticamente un sabotaggio. È che l’Italia e l’Europa non possono più permettersi di escluderlo a priori.

LA VALLETTA (MALTA) (ITALPRESS/MNA) – Il ministro dell’Interno maltese Glenn Bedingfield ha dichiarato che le restrizioni imposte a un ragazzo italiano di 15 anni, detenuto in una struttura per minori, sono necessarie e proporzionate, mentre emergono preoccupazioni per i suoi presunti legami con una rete internazionale accusata di adescare minori e indurli all’autolesionismo, alla violenza e allo sfruttamento sessuale.
Il ragazzo, cittadino italiano, è comparso davanti ai giudici a maggio. Un’ordinanza del tribunale vieta la pubblicazione dei dettagli relativi alle accuse e della sua identità. Secondo fonti vicine all’inchiesta, il giovane è stato posto in isolamento presso il Centro di Servizi Residenziali Riabilitativi(CoRRS) di Mtahleb dopo che gli investigatori avrebbero trovato, su dispositivi elettronici, alcuni video che lo collegherebbero alla rete 764. Le autorità temono che, qualora i presunti legami fossero confermati, il ragazzo possa rappresentare un rischio per gli altri minori ospitati nella struttura.
I genitori hanno criticato pubblicamente il trattamento riservato al figlio, sostenendo che nei primi 35 giorni di detenzione abbia trascorso fino a 22 ore al giorno da solo nella cella. Hanno inoltre denunciato il malfunzionamento dell’aria condizionata e periodi durante i quali, secondo quanto riferito, il ragazzo sarebbe stato costretto a mangiare in piedi e senza posate.
Un ricorso di habeas corpus per ottenere la revoca dell’isolamento è stato respinto a giugno per una questione procedurale, senza che il tribunale si pronunciasse nel merito delle denunce della famiglia. Il ministero dell’Interno ha affermato che le restrizioni sono finalizzate a proteggere il ragazzo e gli altri detenuti e che il suo regime quotidiano è stato progressivamente ampliato. Le misure attuali comprendono l’accesso a una sala comune, alla televisione, a una cyclette e a una sessione settimanale di gruppo, sotto supervisione, con gli altri giovani detenuti.
Un rapporto di Europol, pubblicato lo scorso novembre, descrive la 764 come una rete online decentralizzata coinvolta nello sfruttamento dei minori, nelle estorsioni informatiche e in attività legate al terrorismo. Secondo il rapporto, i membri della rete adescano giovani vulnerabili inducendoli a produrre materiale esplicito e video di atti autolesionistici, che possono poi essere utilizzati per ricattarli e sottoporli a ulteriori abusi.
Il rapporto riferisce inoltre di episodi di violenza sessuale, maltrattamenti di animali, uso forzato di droghe e altre forme di sfruttamento, sottolineando che la rete prende di mira giovani vulnerabili, tra cui persone LGBTIQ+, appartenenti a minoranze e persone alle prese con problemi di salute mentale. Europol ha avvertito che la 764 è difficile da smantellare a causa della sua struttura decentralizzata e dell’attività condotta su numerose piattaforme online. Alla rete sono stati inoltre attribuiti legami ideologici con l’Order of Nine Angels, gruppo occultista neonazista che promuove la violenza e il crollo della società moderna.
– Foto Net News –
(ITALPRESS).

TEL AVIV (ISRAELE) (ITALPRESS) – Una fonte israeliana ha riferito alla Cnn che l’inviato del presidente americano Donald Trump, Jared Kushner avrebbe detto al premier israeliano Benjamin Netanyahu di “non creare ostacoli” al piano del presidente statunitense per Gaza. Netanyahu, dal canto suo, ha affermato che i progressi sul piano erano “problematici” a causa delle imminenti elezioni in Israele. Lo riporta l’emittente pubblica israeliana Kan, al termine dell’incontro di circa quattro ore fra Kushner, Netanyahu e l’Alto rappresentante del Consiglio per la Pace a Gaza, Nickolay Mladenov.
Secondo quanto riportato da Sky News, l’incontro si è concentrato sul processo di disarmo di Hamas sotto la supervisione americana. È stato inoltre riferito che Netanyahu si è opposto a un eventuale ritiro dalla Linea Gialla in questo momento e ha espresso il desiderio di mantenere la libertà d’azione militare contro Hamas. Il principale punto di disaccordo tra Israele e gli Stati Uniti sulla questione risiede nella volontà americana di un ritiro graduale delle Forze di difesa israeliane (Idf) da Gaza, in parallelo con il disarmo dell’organizzazione terroristica. Questa posizione si contrappone a quella israeliana, che richiede il disarmo di Hamas prima di qualsiasi ritiro significativo.
“È stato un incontro molto lungo”, ha affermato una fonte politica citata dall’emittente israeliana Channel 12. “Nonostante le grandi divergenze riguardo al Consiglio di Pace, la parte americana si è mostrata più moderata. Questo ha creato dei confini chiari per la conversazione”, ha aggiunto la fonte. Kushner è atterrato in Israele ieri sera, dopo un insolito incontro in Egitto con alti funzionari del movimento islamista palestinese al potere a Gaza Hamas. Secondo fonti politiche, prosegue Channel 12, durante l’incontro sono stati raggiunti diversi accordi. È stato concordato che non si procederà alla ricostruzione della Striscia di Gaza senza il completo disarmo di Hamas.Il primo passo per il disarmo della Striscia è la consegna da parte di Hamas di tutte le armi, che verranno distrutte sotto la supervisione di un generale Usa. In altre parole, evidenzia Channel 12, Israele e gli Stati Uniti concordano su un vero e proprio processo di disarmo, sia pesante che leggero.
Secondo le fonti, sono stati raggiunti accordi sulla salvaguardia della libertà d’azione delle Forze di difesa israeliane (Idf) e sulla prosecuzione della politica degli omicidi mirati. “Il primo ministro ha chiarito: se la situazione della sicurezza non lo consentirà, Israele non si ritirerà dalla Linea Gialla. Allo stesso modo, le Idf non smetteranno di assassinare i terroristi che hanno partecipato al massacro del 7 ottobre”, hanno proseguito le fonti. Inoltre, è stato accordato di condurre operazioni di risanamento a Gaza al fine di prevenire la diffusione di epidemie.
Tuttavia, secondo la fonte israeliana, “a livello ufficiale, Israele non crede che Hamas si disarmerà”, mentre “gli americani dicono di credere che possa accadere. Kushner ha ripetuto la frase ‘non c’è nulla da ricostruire finché la Striscia non sarà smilitarizzata’”. Infine, conclude la fonte, “abbiamo mostrato a Kushner quanto, durante questo periodo, non ci sia stato un vero e proprio processo di smantellamento di Hamas. Abbiamo mostrato prove del finanziamento della Turchia ad Hamas”.
“Il primo ministro e il Consiglio per la Pace hanno avuto discussioni approfondite e costruttive”. Lo rende noto l’ufficio del premier israeliano, Benjamin Netanyahu, al termine dell’incontro con l’inviato del presidente Usa Donald Trump, Jared Kushner, e con l‘Alto rappresentante del Board of Peace per Gaza, Nickolay Mladenov. “È stato concordato di istituire due gruppi di lavoro: uno sul disarmo e la smilitarizzazione di Gaza, che sia Israele che il Consiglio per la Pace ritengono debba essere completato rapidamente prima di qualsiasi intervento di ricostruzione a Gaza. Un secondo gruppo di lavoro si concentrerà sui servizi igienico-sanitari, sull’acqua potabile e su altre questioni di salute pubblica per la popolazione di Gaza, che hanno un impatto anche sulla popolazione israeliana”, afferma l’ufficio di Netanyahu.
– Foto Ipa Agency –
(ITALPRESS).

WASHINGTON (STATI UNITI) (ITALPRESS) – Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha confermato in un’intervista a Fox News l’esistenza di “un canale informale” per i colloqui di pace con il corpo delle Guardie rivoluzionarie islamiche (pasdaran). “Dovrebbero alzare bandiera bianca e arrendersi”, ha inoltre dichiarato. Trump ha poi osservato che c’è “ancora tempo per la pace” e che l’Iran potrebbe cedere alla sua principale richiesta: “L’obiettivo numero uno è, e sarà sempre, che l’Iran non possa possedere, in alcun modo, forma o maniera, un’arma nucleare”. “Non ho una scadenza precisa – ha aggiunto – Non ho fretta”.
Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, ha affermato che la scadenza di 60 giorni, stabilita in seguito al memorandum del 17 giugno tra Teheran e Washington, non ha più alcuna rilevanza, in quanto gli Stati Uniti hanno violato l’accordo poche settimane dopo la sua firma. “Non esiste alcuna disposizione nel memorandum d’intesa che faccia riferimento a una ‘scadenza di 60 giorni’, e la Repubblica Islamica dell’Iran non formula mai le proprie politiche sotto pressione, ultimatum o scadenze”, ha dichiarato Baghaei.
Il portavoce ha aggiunto che il memorandum prevedeva un periodo di 60 giorni per i colloqui su due questioni: “la revoca delle sanzioni” e “la questione nucleare”, precisando che il periodo avrebbe potuto essere prorogato in caso di mancato raggiungimento di un accordo. “A causa della grave e diffusa violazione del memorandum da parte degli Stati Uniti poche settimane dopo la sua firma, non sono stati avviati colloqui”, ha concluso. “Di conseguenza, la questione di un termine di 60 giorni è diventata del tutto irrilevante”, ha aggiunto Baghaei.
I colloqui tra Iran e Oman su una rotta di transito marittimo lungo lo Stretto di Hormuz sono in corso, in un contesto caratterizzato da quelle che Teheran ha definito complesse problematiche di sicurezza. Lo ha affermato il portavoce della diplomazia di Teheran, Esmail Baghaei, in dichiarazioni riprese da Al-Jazeera. “L’elaborazione del piano per la rotta di transito marittimo con l’Oman si è rivelata lunga a causa delle complessità di sicurezza derivanti dalle azioni degli Stati Uniti e del regime israeliano, dal numero di attori coinvolti e dall’ostruzionismo di elementi destabilizzanti”, ha dichiarato Baghaei. “La questione è intrinsecamente complessa”, ha aggiunto.
“L’insicurezza imposta allo Stretto di Hormuz, alla regione e al mondo è il risultato dell’azione militare illegale degli Stati Uniti e del regime israeliano”, ha proseguito. Baghaei ha affermato che il meccanismo proposto mirerebbe a proteggere gli interessi sia dell’Iran che dell’Oman, garantendo al contempo la navigazione commerciale. “È la prima volta che si sta sviluppando un meccanismo per salvaguardare simultaneamente i diritti sovrani dei due Stati rivieraschi e garantire il passaggio sicuro delle navi commerciali”, ha affermato. “Nonostante i precedenti disaccordi degli Stati Uniti sui propri impegni, i colloqui intensivi tra Iran e Oman per finalizzare una dichiarazione congiunta e istituire un meccanismo sicuro che tuteli gli interessi reciproci proseguono con impegno”, ha aggiunto Baghaei.
L’Iran avrebbe impiegato i due mesi successivi alla firma del memorandum d’intesa con gli Stati Uniti per prepararsi a un’escalation dei combattimenti, piuttosto che per la diplomazia. Lo scrive il Wall Street Journal, citando funzionari iraniani e arabi, secondo cui Teheran ha ritenuto che gli Stati Uniti stessero solo prendendo tempo per un futuro attacco.
Pertanto, negli ultimi 60 giorni, l’Iran avrebbe intensificato la produzione di missili e droni e nominato figure intransigenti in posizioni chiave, secondo le fonti. Il periodo di 60 giorni previsto dal memorandum d’intesa scade oggi.
L’articolo del WSJ afferma che funzionari dell’intelligence araba hanno segnalato un “cambiamento strategico” nella leadership iraniana, volto a “preparare le forze a estendere il conflitto”.
– Foto Ipa Agency –
(ITALPRESS).
I 60 giorni fissati dal memorandum di Islamabad arrivano alla scadenza con Iran e Stati Uniti ancora lontani da un accordo. Teheran ha rafforzato missili e droni e offre 30mila dollari per la cattura o l’uccisione di militari americani, mentre continua lo scontro sul controllo di Hormuz.
L’Iran ha trascorso gli ultimi due mesi preparandosi anche alla possibilità di un nuovo allargamento dei combattimenti. Funzionari iraniani e arabi riferiscono che Teheran ha aumentato la produzione di missili e droni e affidato incarichi chiave a esponenti della linea dura, convinta che gli Stati Uniti stessero utilizzando la pausa per preparare un futuro attacco. Funzionari dell’intelligence araba parlano di un “cambiamento strategico” con l’obiettivo di “preparare le proprie forze ad ampliare la guerra”.
Mohammad Hassan Sangtarash, analista della difesa con sede a Teheran, ha sintetizzato il clima nel Paese: “in Iran e’ diffusa l’opinione che la guerra vera e propria non sia ancora iniziata”.
Nelle stesse ore il comandante dell’esercito iraniano Amir Hatami ha definito i militari statunitensi “aggressori” e annunciato una ricompensa sintetizzata così: “30mila dollari a chi ne uccide o cattura uno”. La somma, pari a 30.000 dollari, verrebbe versata a chi cattura o uccide un soldato americano.
Lo scontro più immediato riguarda lo Stretto di Hormuz, passaggio strategico per circa un quinto del petrolio e del gas mondiale. L’Iran continua a bloccarne il transito per fare pressione sugli Stati Uniti e sull’economia internazionale, mentre Washington mantiene un blocco navale militare contro i porti iraniani.
Donald Trump ha alzato ulteriormente i toni annunciando venerdì che agirà “molto presto” e dichiarando: “Dichiarerò Hormuz territorio Usa”. Teheran ha definito le affermazioni del presidente americano “fuori luogo” e “un’assurdità”.
Il viceministro degli Esteri iraniano Kazem Gharibabadi ha replicato: “Lo Stretto di Hormuz non può essere conquistato con un tweet, né con una portaerei, né con un ordine, né con un discorso elettorale: è stato, è e rimarrà iraniano”. Ha aggiunto che lo stretto “sarà chiuso e riaperto solo su comando dell’Iran, e finché non accetterete la realtà della sconfitta l’Iran continuerà a imporre il blocco”.
Il Parlamento iraniano si prepara intanto a votare un disegno di legge con misure per “garantire una sicurezza duratura e lo sviluppo dello Stretto di Hormuz e del Golfo Persico”. Un secondo provvedimento riguarda il “contrasto alle ingerenze straniere” e prevede il divieto di transito “a qualsiasi imbarcazione che trasporti equipaggiamenti e carichi di proprietà degli Usa, di Israele e dei Paesi ostili all’Iran”.
Anche Washington prepara nuove mosse. Il segretario al Tesoro Scott Bessent dovrebbe annunciare in settimana misure economiche “mai viste prima” contro l’Iran, con l’obiettivo dichiarato di isolarlo dal resto del mondo.
Il 17 agosto termina il periodo di 60 giorni previsto dal memorandum firmato a Islamabad. I mediatori continuano a lavorare a un accordo dell’ultimo minuto, ma una proroga appare difficile. I contatti sono complicati anche dalle divisioni interne iraniane. A metà maggio l’amministrazione Trump aveva cercato un canale diretto con Ahmad Vahidi, comandante della Guardia Rivoluzionaria, attraverso il presidente del Kurdistan iracheno Nechirvan Barzani.
Un alto funzionario della Casa Bianca ha descritto i rapporti tra Washington e Teheran come fermi: “Non conta quanto siamo vicini o lontani all’obiettivo – ha affermato – Ciò che conta è se l’Iran voglia sedersi al tavolo e raggiungere un accordo. Al momento, non lo ha fatto”.
Negli Stati Uniti la guerra resta impopolare mentre Trump e i repubblicani si preparano alle elezioni di midterm di novembre per difendere il controllo del Congresso. Diverse testate americane segnalano inoltre carenze di munizioni, compresi gli intercettori antimissile Patriot. Il prezzo della benzina ha superato i 4 dollari al gallone, aggiungendo un problema economico interno alla pressione militare e diplomatica sull’amministrazione.
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La guerra russo-ucraina del 2026 si combatte sempre più lontano dalla linea di contatto. Non perché il fronte terrestre abbia perso centralità, ma perché la difficoltà di ottenere sfondamenti rapidi ha spinto Mosca e Kyjiv a cercare nella profondità economica dell’avversario un moltiplicatore di pressione. Raffinerie, depositi, porti, ferrovie, reti elettriche e carburanti sono diventati parte della stessa equazione: quanto costa mantenere in funzione lo Stato mentre continua la guerra? Gli ultimi giorni lo rendono evidente. Il 13 agosto un attacco russo ha danneggiato infrastrutture del porto di Izmail, sul Danubio, interrompendo anche l’elettricità. Pochi giorni prima Odesa era stata colpita, mentre Kyjiv ha intensificato gli attacchi contro l’industria energetica russa.
Non è una semplice guerra contro la «società civile». Questa formula è politicamente comprensibile, ma analiticamente insufficiente. Un’infrastruttura può essere civile, militare o dual-use a seconda dell’impiego concreto. Il diritto internazionale umanitario consente di qualificare come obiettivo militare soltanto ciò che contribuisce effettivamente all’azione militare e la cui neutralizzazione offre, nelle circostanze specifiche, un vantaggio militare definito. Il solo valore economico di un bene non basta.
È una distinzione decisiva perché la guerra dei sistemi produce effetti economici anche quando l’obiettivo immediato è militare. Un porto colpito significa ritardi, assicurazioni più costose e merci deviate. Una raffineria danneggiata significa meno carburante, ma anche maggiore pressione sui prezzi e sulla logistica. Una rete elettrica degradata obbliga lo Stato a scegliere dove destinare generatori, trasformatori, difesa aerea e squadre di riparazione.
Odesa è il caso più importante. L’Ucraina dipende dal sistema portuale del Mar Nero per trasformare il proprio raccolto in valuta, entrate fiscali e continuità economica. A luglio i porti del Mar Nero avevano già perso circa un terzo della capacità di esportazione cerealicola, secondo associazioni agricole citate da Reuters. Ad agosto la situazione si è ulteriormente deteriorata: il blocco e gli attacchi hanno spinto Kyjiv e Moldova a valutare maggiori trasferimenti ferroviari attraverso il territorio moldavo.
La vulnerabilità ucraina, tuttavia, non coincide con la dipendenza. Kyjiv ha costruito ridondanze verso il Danubio, la ferrovia e l’Europa. Il problema è il costo: ogni tonnellata esportata attraverso una rotta alternativa può richiedere più tempo, capitale e coordinamento. La guerra diventa così una competizione sulla velocità con cui un sistema riesce a sostituire ciò che l’altro distrugge.
La stessa logica sta colpendo la Russia. Gli attacchi ucraini alle raffinerie hanno cominciato a trasformare una superiorità energetica strutturale in un problema di raffinazione, distribuzione e prezzi. L’Iea ha rilevato a luglio che l’intensificazione degli attacchi contro raffinerie e infrastrutture di esportazione russe aveva stretto il mercato dei prodotti petroliferi, incidendo sia sulle esportazioni sia sulle consegne interne. Il 13 agosto Reuters ha riferito che l’attacco alla raffineria di Orsk potrebbe provocare uno stop di mesi, anche per la difficoltà di reperire apparecchiature sostitutive.
È qui che cade l’idea secondo cui la guerra infrastrutturale favorisca automaticamente Mosca. La Russia possiede più territorio, materie prime e capacità industriale. Ma la massa non equivale all’invulnerabilità. Le raffinerie sono nodi concentrati; la logistica dipende dal carburante; il carburante dipende dalla raffinazione. Gli attacchi stanno già aumentando i costi del trasporto stradale russo e contribuendo alle tensioni sui prezzi.
L’Ucraina resta però il sistema più esposto. La Banca mondiale stima oltre 195 miliardi di dollari di danni diretti e quasi 588 miliardi di fabbisogni di ricostruzione. La differenza rispetto alla Russia è che una quota crescente della resilienza ucraina viene finanziata e organizzata dall’esterno: Unione europea, istituzioni finanziarie internazionali, partner occidentali. La vera partita, dunque, non è chi distrugge di più. È chi ripara più rapidamente, dispone di maggiore ridondanza e riesce a trasformare capitale in capacità operativa. Mosca parte con una profondità maggiore; Kyjiv con una rete esterna più ampia.
La seconda linea del fronte è questa: non il collasso immediato dell’economia, ma l’aumento progressivo del costo della normalità. Quando riparare diventa più lento del distruggere, la guerra economica smette di essere una conseguenza del conflitto e diventa essa stessa una strategia di coercizione.
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