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Cisgiordania, coloni mascherati assaltano i diplomatici europei alla raccolta delle olive: picchiato un sindaco francese di 78 anni

17 Ottobre 2026 ore 20:15

TAYBEH — Bernard Baudoux, 78 anni, sindaco di Aulnoye-Aymeries, nel nord della Francia, è seduto a terra con la schiena contro la portiera di un’auto, la fascia tricolore ancora addosso. Intorno, sassi sull’asfalto e il finestrino di una vettura del consolato belga mandato in frantumi. Il video che lo mostra così, diffuso sabato dall’AFP, arriva da Taybeh, villaggio a nord-est di Ramallah, nella Cisgiordania occupata, dove una delegazione di diplomatici europei era venuta ad assistere alla raccolta delle olive.

Sette coloni a volto coperto, armati di mazze e arrivati sui quad, hanno circondato le auto con le targhe delle missioni di Francia, Belgio e Polonia, hanno chiesto i documenti e poi colpito i veicoli con le pietre. Nel convoglio c’erano il console generale del Belgio, diplomatici francesi e polacchi e rappresentanti cattolici. Baudoux è stato picchiato, ma non ha avuto bisogno del ricovero. Poche ore dopo il Belgio ha chiesto nuove sanzioni europee contro Israele.

Con la delegazione c’era Amit Orfali, attivista dell’organizzazione israeliana Torat Tzedek, che accompagna i contadini palestinesi nei campi. «Sette coloni mascherati armati di mazze hanno circondato i nostri veicoli, li hanno colpiti e hanno minacciato di ucciderci», ha raccontato ad Haaretz. «Abbiamo avvisato l’esercito in tempo reale, non sono venuti né hanno risposto». I proprietari palestinesi, fuggiti dagli uliveti, dicono che i coloni hanno portato via anche le olive già raccolte. Taybeh, considerato l’ultimo villaggio interamente cristiano della Cisgiordania, è in Area B: amministrazione civile palestinese, sicurezza israeliana.

Il ministro degli Esteri israeliano Gideon Saar ha condannato «con forza i gravi atti di violenza di facinorosi israeliani nell’area di Taybeh» e ha detto di essere in contatto con gli ambasciatori dei Paesi coinvolti. Nello stesso messaggio ha però accusato i consolati di non aver coordinato la visita. L’esercito ha parlato di «grave atto di violenza», ha precisato che nessun soldato era sul posto perché la delegazione non aveva avvisato e ha aggiunto che «questi coordinamenti sono importanti per prevenire incidenti del genere». La polizia ha aperto un’indagine. L’ufficio di Benjamin Netanyahu, più tardi, ha messo in guardia da «conclusioni premature» e ha denunciato «una campagna coordinata per infangare Israele».

Da Bruxelles il ministro degli Esteri belga Maxime Prévot ha legato l’assalto alla «politica illegale di insediamenti» di Israele. «Le autorità israeliane devono proteggere i palestinesi in quanto potenza occupante», ha scritto su X. «L’impunità per i coloni violenti deve finire». E ancora: «Raccogliere olive, fare informazione o svolgere compiti diplomatici non dovrebbe mai esporre al rischio di un’aggressione».

Il giorno prima, ad Abu Falah

Venerdì, ad Abu Falah, altro villaggio a nord-est di Ramallah, una ottantina di coloni mascherati con bombole di gas e fionde avevano incendiato gli uliveti e aggredito i raccoglitori. Tra loro Heidi Levine, fotoreporter americana del Washington Post: una costola rotta, una vertebra fratturata, un dito da operare, l’attrezzatura rubata. «Mi hanno attaccata, spinta a terra, almeno 50 uomini mascherati», ha detto dall’ospedale di Ramallah. Netanyahu aveva adombrato una corresponsabilità di palestinesi o di attivisti «dell’estrema sinistra»; l’associazione della stampa estera ha chiesto al comando militare di «smettere di cercare scuse».

Nello stesso giorno i coloni avevano attaccato almeno otto villaggi nel nord della Cisgiordania. Dall’inizio della raccolta il ministero della Sanità palestinese conta almeno 4 morti e oltre 100 feriti; nel 2025 l’Onu aveva registrato 178 attacchi di coloni legati alle olive.

Tutto questo accade a meno di due settimane dalle elezioni israeliane, in una campagna in cui Netanyahu ha corteggiato apertamente il voto dei coloni e alcuni ministri del suo governo sono essi stessi residenti degli insediamenti. Gadi Eisenkot, ex capo di Stato maggiore e principale rivale del premier, ha parlato di «terrorismo ebraico»: «un pugno di criminali sta bruciando gli ultimi brandelli di legittimità rimasti allo Stato di Israele».

Gli investigatori della polizia sono arrivati a Taybeh nel pomeriggio, scortati dai soldati che al mattino non c’erano.

Cisgiordania, la fotografa del Washington Post pestata dai coloni ha 4 vertebre rotte. Netanyahu: «fatti poco chiari»

17 Ottobre 2026 ore 11:43

Aggiornato alle 11:43

RAMALLAH — Heidi Levine, 64 anni, fotoreporter americana del Washington Post, è stata trasferita dall’ospedale governativo di Ramallah al Beilinson di Petah Tikva, alle porte di Tel Aviv, con quattro vertebre rotte, una costola fratturata, lacerazioni su tutto il corpo e un dito aperto fino all’osso che ha richiesto un intervento alla mano. È il bilancio, aggiornato stamattina, del pestaggio subito ieri negli uliveti di Abu Falah, villaggio palestinese a nord-est di Ramallah, da parte di un gruppo di coloni israeliani.

Mentre il bollettino medico si aggravava, l’ufficio del premier Benjamin Netanyahu ha definito «poco chiari» i fatti e ha parlato di uno «scontro» durante il quale la fotografa «sarebbe stata aggredita». Il direttore esecutivo del Washington Post, Matt Murray, ha risposto che «alcuni fatti non sono né in discussione né poco chiari» e il giornale ha inviato una lettera formale al governo israeliano. Il Dipartimento di Stato americano chiede «indagini, arresti e condanne». Nessun arresto è stato annunciato.

L’aggressione è cominciata venerdì verso le 8:30 (le 7:30 in Italia). Circa 80 uomini vestiti di nero, molti col volto coperto, sono scesi da una collina sopra i terrazzamenti dove gli abitanti raccoglievano le olive; alcuni portavano taniche di carburante, altri fionde per le pietre, e almeno uno, armato, ha sparato, riferisce Reuters, che aveva una propria inviata sul posto. Olivi e automobili sono stati incendiati. Levine indossava elmetto e giubbotto antiproiettile con la scritta Press davanti e dietro.

«Mi hanno attaccata, buttata a terra. Per fortuna avevo giubbotto ed elmetto, altrimenti probabilmente non sarei qui, perché continuavano a prendermi a calci», ha raccontato dal letto d’ospedale. I calci, stima, sono stati una cinquantina in dieci minuti. Le hanno strappato le macchine fotografiche, la borsa e il telefono. «Non ho visto nessuno che provasse a fermarli», ha aggiunto. E sui responsabili: «Non saranno processati, ne sono sicura». In un video girato sul posto da un giornalista americano indipendente la si sente ripetere a terra: «Morirò», «hanno preso tutto».

Lo stesso giornalista ha detto alla Cnn: «Temevo che l’avrebbero uccisa»; a farle scudo, secondo lui, sono stati alcuni giovani palestinesi. Un videoblogger israeliano presente ad Abu Falah descrive i colpi di bastone e sostiene che i soldati arrivati poco prima «stavano spalla a spalla con i coloni», venuti dall’avamposto di Meshulash. Il figlio della fotografa ha parlato al Jerusalem Post di lacerazioni a gambe, fianco e glutei e di un taglio profondo alla mano sinistra.

La versione di Netanyahu

Il comunicato del premier, diffuso venerdì sera, afferma che «Israele condanna senza riserve la violenza contro chiunque, ebrei, arabi, cristiani o giornalisti» e che «i responsabili saranno chiamati a rispondere». Su X lo stesso ufficio parla però di «domande serie ancora aperte»: 200 palestinesi contro una quarantina di coloni, oggetti lanciati «da entrambe le parti», fuochi d’artificio contro «giovani ebrei». L’esercito dice di aver disperso lo scontro con mezzi antisommossa, di aver sparato colpi in aria e poi contro un sospetto che correva verso i soldati con «un oggetto affilato». Polizia e forze armate hanno aperto indagini e promettono di trattare il caso «con la massima serietà».

Il contrasto tra le due versioni è diventato una questione tra Washington e Gerusalemme a dieci giorni dalle elezioni israeliane del 27 ottobre, e la partita si gioca anche nel Congresso americano. Il deputato democratico Jamie Raskin ha definito l’attacco «inconcepibile» e ha ricordato che Donald Trump ha revocato le sanzioni ai coloni violenti decise da Joe Biden; il senatore Andy Kim cita «notizie di un attacco coordinato» e del mancato intervento dei soldati; Ro Khanna chiede lo stop agli aiuti usati per le attività degli insediamenti. La Foreign Press Association, che riunisce i corrispondenti stranieri in Israele, invita il comandante militare della Cisgiordania a «smettere di cercare scuse e fare il proprio lavoro».

Il pestaggio di Levine è uno dei circa 24 attacchi ai raccoglitori di olive registrati venerdì dalla Mezzaluna Rossa palestinese, con 20 feriti in almeno otto villaggi del nord della Cisgiordania. Dieci giorni prima il fotografo dell’Afp Jaafar Ashtiyeh era stato picchiato col calcio dei fucili ad Aqraba, episodio che Levine aveva raccontato in un articolo per il Post. A Turmus Ayya, dove l’esercito dice che gli aggressori erano fuggiti prima dell’arrivo delle truppe, il sindaco riferisce auto bruciate tra gli ulivi: «Non è rimasto nulla di intatto».

L’ufficio Onu per gli affari umanitari ha contato oltre 1.600 attacchi di coloni da gennaio ad agosto; dall’inizio della stagione delle olive un palestinese è stato ucciso e più di 2.500 ulivi o piantine sono stati danneggiati. Per nessuno di questi episodi, come per quello di Abu Falah, è stato finora annunciato un arresto.

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