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Il nuovo disordine mondiale / 38 – Da un impero all’altro

10 Giugno 2026 ore 22:00

di Sandro Moiso

Amitav Acharya, Storia e futuro dell’ordine mondiale. Perché la civiltà globale sopravvivrà al declino dell’Occidente, con una prefazione di Franco Cardini, Fazi Editore, Roma 2026, pp. 552, euro 24.

L’America sta morendo: è solo un’idea sopravvissuta alla sua utilità. (The Handmaid’s Tale, stagione 5, episodio 8 – 2022)

Non vi può essere dubbio alcuno sul fatto che oggi ci si trovi, a livello planetario, in un’età di transizione, ovvero di passaggio da una globalizzazione che avrebbe dovuto rappresentare il coronamento dell’imperio politico, militare e economico dell’Occidente, sia estremo (Stati Uniti) che mediano (Europa e addentellati extra-europei) secondo la definizione che ne dà Franco Cardini, sul mercato e sulla ripartizione dei beni e delle risorse a livello mondiale ad una ripartizione di ricchezze e ruoli che vede tra i protagonisti anche altre realtà politiche, nazionali ed economiche non propriamente includibili nei valori e nelle forme da questi assunti in un Ovest che, pur mantenendo la sua posizione di riferimento orientativo sul piano geografico, è andato nel tempo sempre più restringendosi.

Un momento storico che se da un lato suscita le peggiori paure e forme di aggressività all’interno di formazioni sociali ed economiche un tempo soddisfatte dalla loro posizione di predominio, dall’altro agita le speranze non solo dei governi e delle classi dirigenti, ma anche dei popoli e delle classi sociali meno abbienti che si riconoscono negli interessi dei nuovi “competitor” scesi nel circo delle relazioni di potere internazionali. Nuovi protagonisti di giochi gladiatori di cui le varie forme di conflitto andate sviluppandosi sempre più rapidamente e su scala sempre più vasta negli ultimi anni sono la diretta emanazione. Indipendentemente dalle considerazioni su chi abbia aggredito l’altro o viceversa.

Per affrontare questo tema, che da tempo il presidente cinese Xi riassume nella “trappola di Tucidide”, facendo riferimento al rischi che l’attuale percorso di confronto economico, politico e sempre più frequentemente militare possa dare vita d una nuova guerra del Peloponneso su scala globale, in cui il ruolo di Sparta e Atene, l’una in decadenza e l’altra in ascesa, potrebbe essere rivestito dagli Stati Uniti e dalla Cina, Amitav Acharya, Distinguished Professor alla American University di Washington, D.C. ed ex presidente della International Studies Association, prova a tracciare un percorso, attraverso 5000 anni di storia, che delinea come tale passaggio di consegne, ma soprattutto di mantenimento di una pace e di un ordine internazionale, non abbia mai costituito soltanto una prerogativa della storia e degli imperi nati a Occidente. Come egli stesso afferma nella introduzione a Storia e futuro dell’ordine mondiale:

Un concetto comune ai singoli Stati e agli ordini mondiali nel corso dei secoli si riassume nell’espressione «caos versus ordine». Tale retorica ha rappresentato la principale giustificazione per il costituirsi dell’autorità politica che a sua volta deriva dal bisogno di uno Stato e di un capo forti e dal desiderio di uno Stato di conquistare o comunque controllare gli altri.
Così i faraoni egizi legittimavano la propria autorità presentandosi come forza di ma’at (ordine o armonia) che trionfava su isfet (caos o violenza). Negli antichi racconti sumeri, gli dei stessi ristabilivano l’ordine cosmico punendo i terrestri “chiassosi” e violenti e mandando loro inondazioni, malattie e morte. L’ideologia dell’Impero achemenide di Persia, fondato da Ciro il Grande, poggiava sulla dualità zoroastriana tra asha (ordine cosmico) e druj (caos e disordine). Uno dei miti cardine della civiltà indù contrappone i Deva (le forze divine dell’ordine) agli Asura (le forze demoniache del caos e dell’oscurità) in un’eterna lotta per la luce e la tranquillità. Pur evolutasi separatamente dal sistema di credenze indoeuropeo, la civiltà cinese, guidata dagli ideali confuciani e taoisti, ha estremizzato il bisogno di armonia sociale, equilibrio e stabilità per far fronte al disordine, e l’impatto di tale logica permane ancora oggi.
Pur non configurandosi strettamente come dualismo tra caos e stabilità, l’islam distingue tra Dãr al-Islam (casa o territorio dell’islam), strutturata su principi e modalità di governo islamici, e Dãr al-harb ( casa o territorio della guerra), la cui mancanza di principi islamici e di sicurezza per i musulmani autorizza a farne un bersaglio di aggressione e assimilazione. Gengis Khan e i suoi successori invocavano l’”eterno Cielo blu” (tengri), il concetto mongolo di Cielo, per legittimare la propria autorità di governo, che consisteva nell’imporre l’ordine sul caos.
In un continente sperduto e lontano, i governanti dell’impero Inca giustificavano la propria espansione spiegando ai loro vicini che la sottomissione avrebbe portato loro non solo stabilità, ma anche prosperità e giustizia. Più a nord, i sovrani aztechi sfruttavano il timore del caos e il bisogno di ordine, procurato dal dio del sole Huitzilopochtli, per giustificare il domino interno e le conquiste all’estero1

L’autore collabora con «The Washington Post», «Financial Times», «Foreign Affairs», CNN, BBC e Al Jazeera e ha vissuto e lavorato in India, Singapore, Canada, Regno Unito, Cina e Stati Uniti, mentre tra i suoi libri più noti va considerato The End of American World Order (2014), una sorta di preludio all’opera attuale uscita negli Stati Uniti nel 2025. Amitav Acharya è tra i maggiori studiosi di relazioni internazionali e da sempre cerca di farsi promotore di un approccio globale alle discipline storiche, in grado di mettere in discussione le narrazioni eurocentriche ancora oggi troppo diffuse.

A ricordarcelo è lo storico Franco Cardini che, nella sua Prefazione all’edizione italiana del testo in questione, sottolinea come abbia impressionato molti, nel dicembre 2025:

leggere nella traccia dei programmi per l’insegnamento della storia proposta dal Ministero dell’Istruzione della Repubblica Italiana, l’eco appena attutita dalla prudenza, ma netta nella sostanza, del pregiudizio inveterato secondo il quale “soltanto l’Occidente” conosce (o quantomeno “ha compreso”) la storia. Il che, peraltro, riguarderebbe non tutto l’Occidente, bensì quello “moderno”, successivo alla grande rivoluzione quattro-cinquecentesca che ha posto fine a un mondo fondato su un equilibrio tra tra civiltà che si ignoravano reciprocamente, ma tra le quali pure sussisteva una qualche comunicazione o contaminazione, come si verifica in un qualunque sistema di compartimenti stagni imperfettamente concepiti e realizzati2.

Una storia, quindi che non solo nasce con l’invenzione della scrittura, modalità narrata da secoli e già di per sé escludente per una infinità di società “altre” che della scrittura hanno potuto fare a meno, ma addirittura dalla reinvenzione occidentale del mondo. Possibilmente a sua immagina e somiglianza. Un’autentica, anche se solo pretesa, rifondazione del mondo che sembra assumere una funzione divina ancor prima che divinatoria nel concedere patenti di civiltà, o meno, ai popoli degli altri continenti.

Una rifondazione del mondo che si è avvalsa tanto delle figure di Cristo, Platone e Aristotele quanto di quelle di Cristoforo Colombo, Vasco da Gama e Ferdinando Magellano per fornire una lettura in cui i primi tre avrebbero, secoli addietro, fondato i valori etici e morali del mondo occidentale figlio della cultura greca e i secondi rappresentato gli scopritori, se non addirittura gli inventori, di un mondo che non avrebbe altrimenti avuto coscienza di sé. Così, come afferma ancora Cardini:

Approdo di tale processo – per quanto non sempre lucidamente inteso […]- è stato il razzismo genocida, del quale costituisce esempio e modello principale la storia degli Stati Uniti d’America, con le sue esperienze non casuali né episodiche, ancorché fatalmente […] entrambe imperfette, di genocidio perpetrato sia contro i native americans – basti il “caso” del nobilissimo popolo cheyenne, ingannato, combattuto e deportato fin dal 1830 dal Minnessota per mezzo di una sequenza di promesse non mantenute, di patti non osservati e di micidiali marce forzate, fino alla carneficina di Washita River del 1868 – sia contro le genti africane vittime dello slave trade3.

Ma, oggi, l’Occidente appare in declino e l’assertività del suo ordine e delle sue ipotesi e illusioni economiche, filosofiche, politiche e sociali viene sempre più messa in discussione non soltanto dai fatti (guerre, crisi economiche ricorrenti, instabilità politica e ascesa di nuove grandi potenze, come la Cina o l’India), ma anche da un’ondata di nuovi studi prodotti sia nelle sue università che in quelle dei paesi un tempo dipendenti dalle sue scelte.

I post-colonial studies, che sempre più spesso e con grande abbondanza di interventi e di ricerche rimettono in discussione il mondo e una storia narrata troppo spesso, se non sempre fino ad ora, a partire da quella dell’Occidente. Cosa che insieme alle contraddizioni ormai esplose e ad un ordine in via di implosione, fa temere a molti l’avvento di un’era di caos globale.

Ma è stata soltanto una men che pia illusione ritenere che l’Occidente potesse detenere all’infinito il monopolio dell’architettura politica che rende possibile la cooperazione e la pace tra le nazioni. Per questo motivo, ripercorrendo cinquemila anni di vicende umane, Amitav Acharya, mostra che un ordine mondiale esisteva ben prima dell’ascesa occidentale. Così, come si è già visto più sopra, passando dalla Sumeria e dall’Egitto all’India e fino alla Mesoamerica, passando per i califfati medievali, gli imperi eurasiatici e l’Africa, sembrano emergere valori politici, interdipendenze economiche e norme di condotta tra Stati affermatisi in diverse epoche e aree del pianeta.

Rivelando come l’ordine non coincida obbligatoriamente con il dominio di un solo polo. Da qui la tesi centrale del libro: anche se l’Occidente arretrerà, l’ordine potrebbe perdurare ancora a lungo. Il declino occidentale non preannuncerebbe la fine della civiltà globale, ma la possibilità di aprire la strada a più centri di potere e a un assetto più equo, in cui il “resto” del mondo abbia maggiore voce e responsabilità.

Così, invece di cedere ai timori apocalittici sulla fine della civiltà, Acharya invita l’Occidente a imparare dal passato e a cooperare con le nuove potenze per forgiare un ordine condiviso, capace di affrontare sfide comuni – guerre, sicurezza energetica, disuguaglianze – senza ricadere nelle contrapposizioni tra blocchi. Nel tentativo di andare oltre le interpretazioni geopolitiche convenzionali, Storia e futuro dell’ordine mondiale cerca di offrire una differente prospettiva storica per comprendere il presente e orientarsi nel mondo che viene. Rassicurando, in tal modo, sia le élite intellettuali che le borghesie delle potenze emergenti, oltre che di quelle declinanti, sulla possibile continuità del mantenimento, senza scosse troppo violente, degli attuali rapporti di produzione, di scambio e di valorizzazione.

«Fin qui tutto bene, come diceva l’uomo che cadeva dal trentesimo piano di un palazzo una volta giunto al ventesimo»4, ma anche se è sacrosanto e necessario smontare pezzo a pezzo l’autentica narrazione tossica su cui si è basata la giustificazione del predominio occidentale e del cosiddetto “fardello dell’uomo bianco”, che tanto ha contribuito ad avvelenare anche i principi del socialismo a cavallo tra XIX e XX secolo e poi ancora successivamente, è anche vero che la narrazione della storia per imperi, civiltà e popoli, siano essi asiatici, mesoamericani o africani, di religione mussulmana o altra ancora, rischia di riproporre gli stessi errori, le stesse illusioni e confermare i rapporti d classe già contenuti in ciò che, solo in apparenza, si vorrebbe cancellare definitivamente. Considerato che la continuità della pace dovrebbe basarsi sul mantenimento della pace sociale tra le classi, il cui sovvertimento rappresenta l’unico vero disordine e caos temuto dalle classi possidenti detentrici del potere e degli strumenti repressivi dello Stato.

Un ordine multipolare, pur essendo oggi inviso ai detentori dell’impero americano, non è di per sé garanzia di maggiore democrazia ed uguaglianza per la maggioranza dell’umanità e soprattutto delle classi lavoratrici. Mentre invece l’insistita richiesta del suo avvento da parte di molti stati interessati (BRICS, Turchia, stati del Golfo, Iran etc.) sembra preludere ad un più serrato confronto, anche e forse soprattutto militare, non soltanto con la Vecchia Europa e gli Stati Uniti, ma anche tra i vari protagonisti della rinnovata scena politica internazionale.

In cui un apparente moto di rivolta anti o post-coloniale può nascondere il tentativo di coinvolger negli interessi del capitale nazionale o di quello transnazionale le moltitudini degli oppressi. Così, pur apprezzando sinceramente l’enorme sforzo condotto da Amitav Acharya per ricostruire una storia millenaria di rapporti politici diversi e più complessi tra stati, regni e imperi del passato (Egitto, Sumeria, Persia, Cina, Kanato mongolo, India come già detto più sopra), occorre cogliere come oggi una grande quantità di studi post-coloniali sia prodotta proprio da studiosi originari del Sub-continente indiano, in cui il nazionalismo del premier Modi e del suo partito dimostra come non solo non vi siano grandi interessi comuni tra proletariato e borghesia di quella vasta area prossima ormai ai due miliardi abitanti che, grazie anche al frutto avvelenato lasciato in dono dal colonialismo inglese nel 1947 con la ripartizione tra India (induista) e Pakistan (mussulmano), rischia di dover affrontare conflitti spietati per il controllo della regione oggi e, domani, con la Cina per il controllo del mercato mondiale.

Troppo spesso, infatti, le strade per l’Inferno sono lastricate di buone intenzioni (almeno apparentemente). Considerato che gli imperi, i regni e gli stati sono sempre e solo la manifestazione del dominio di classe da parte di una ristretta élite, sia questa economica, militare, religiosa o peggio ancora etnica, sulla maggioranza della popolazione e dei meno abbienti. Uomini o donne che siano.


  1. A. Acharya, Introduzione a Storia e futuro dell’ordine mondiale, Fazi Editore, Roma 2026, pp. 18-19.  

  2. F. Cardini, Prefazione a A. Acharya, Storia e futuro dell’ordine mondiale, op.cit., p. XIV  

  3. F. Cardini, op. cit., pp. XIV-XV  

  4. La citazione è tratta da La haine (L’odio), film realizzato da Mathieu Kassovitz nel 1995, vincitore del premio per la miglior regia al Festival del cinema di Cannes e prima, serratissima narrazione dello scontro nelle banlieue parigine tra i giovani di seconda o terza generazione e il potere, la violenza e il razzismo dello stato francese. Si veda in proposito: G. Toni, P. Lago, Spazi contesi. Cinema e banlieue: L’odio, I miserabili, Athena, Milieu Edizioni, 2024.  

“La guerra è alle porte, chiudiamogliele in faccia!” Rivendicazione del sabotaggio della linea ferroviaria sulla tratta Verona-Brennero (30 maggio 2026)

10 Giugno 2026 ore 19:06
“La guerra è alle porte, chiudiamogliele in faccia!” Rivendicazione del sabotaggio della linea ferroviaria sulla tratta Verona-Brennero (30 maggio 2026) La guerra è alle porte, chiudiamogliele in faccia! Nella notte…

La “Doctrina Dahiya” y el uso desproporcionado de la fuerza por parte de Israel en Beirut – Por Alfredo Jalife Rahme

10 Giugno 2026 ore 20:09

Por Alfredo Jalife Rahme

El Institute for Middle East Understanding (IMEU) explaya la “Doctrina Dahiya” y el Uso por Israel de la Fuerza Desproporcionada (https://bit.ly/4anQKQd): aboga por “el uso desproporcionado de la fuerza masiva y el objetivo deliberado de civiles e infraestructura civil”.

Su nombre proviene del suburbio Dahiya de Beirut, “donde tiene su sede el grupo paramilitar libanés Hezbollah, que el ejército israelí arrasó durante su ofensiva contra Líbano en el verano de 2006 (sic), en la que murieron cerca de mil civiles –un tercio de niños– y causaron enormes daños a la infraestructura civil, incluidas centrales eléctricas, plantas depuradoras, puentes e instalaciones portuarias”.

El general Gadi Eisenkot (GE), ex jefe del Comando Norte en 2008 (sic), alardeó la tónica de una “guerra futura en Líbano, como en el barrio Dahiya en 2006, que sucederá en cada ciudad desde donde se ataca a Israel”. Sin rubor, el general Eisenkot comenta que “no existen ciudades civiles, todas son bases militares”, y agrega que “no se trata de una recomendación. Es un plan” que “ha sido aprobado”.

El IMEU expone que la “Doctrina Dahiya” fue instaurada como “doctrina militar oficial de Israel después de su ataque a Líbano en 2006”. ¡Nada nuevo!

¡Adiós a la “guerra justa” de San Agustín de Hipona ( Réplica a Fausto el Maniqueo, año 400 d.C): uno de los fundamentos más importantes de la ética cristiana sobre la guerra! La “guerra justa” constituye el sustento de la genuina civilización occidental –“La guerra misma no se hace para que no exista, sino para que se alcance una paz sin injusticia”– así como del desarrollo por Hugo Grocio (1625) del Derecho Internacional Humanitario: organizados más tarde por el aristotélico Santo Tomas de Aquino ( Suma Teológica, 1274).

A propósito, a partir de la creación de la “Doctrina Dahiya” en 2006, Israel ha exacerbado su aplicación desde el año pasado en Gaza, hasta ahora en el suburbio chiíta de Beirut y en la región Bekaa/Baalbek, donde se asienta la numerosa comunidad chiíta árabe vinculada teológicamente con sus correligionarios persas (https://bit.ly/4v2N3bd).

El ex diplomático británico Alastair Crooke (AC) aduce en forma persuasiva que “es probable que esta fase del conflicto iraní sólo termine cuando Occidente caiga por el precipicio económico que se avecina” (https://bit.ly/4xldV7H).

Tanto Crooke como Robert Pape se refieren a las finanzas “visibles”, pero no abordan la parte explosivamente ominosa de los insanos “derivados financieros” que han alcanzado en forma “invisible” ¡ocho veces el conspicuo monto del PIB global (https://bit.ly/43Xy85V) que asciende a 126 billones de dólares (trillones en anglosajón)!: esto representa la yugular financiera que descubrió Irán en su contraofensiva al cerrar el estrecho de Ormuz, lo cual desencadenó su secuencia militar/geoeconómica (alza de hidrocarburos, fertilizantes, alimentos, helio, etc.)/geofinanzas (https://bit.ly/4ojl0BG), que puede intensificar la “guerra regional” en curso y, quizá, desembocar en una tercera guerra mundial nuclear.

El ex agente de la CIA Larry Johnson comenta que la “nueva política de Irán puede constituir un game changer (giro paradigmático)” en Medio-Oriente (https://bit.ly/4e0eWdV) y refiere que el prominente clérigo chiíta iraní Sadeq Larijani (hermano del martirizado Ali, asesor de Seguridad Nacional) “anunció que la intervención de Teherán en apoyo de Líbano constituye una declaración formal de una nueva doctrina estratégica” (https://bit.ly/43q8tCU): “ataques en cualquier componente del Eje de la Resistencia (Hezbollah y los palestinos) desencadenarán una respuesta que va más allá de los límites geográficos y reconfigura las ecuaciones regionales”.

Irán pasó de la defensa de su existencia, debido a la doble agresión de Israel/EEUU, a una contraofensiva en defensa del Eje de la Resistencia de los chiítas en Líbano, de los palestinos en Gaza/Cisjordania y de Ansaralá en Yemen: el triángulo superestratégico estrecho de Ormuz/estrecho Bab Al Mandab/Mar Mediterráneo Oriental.

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Trump: "Oggi attaccheremo di nuovo l'Iran con forza"

Donald Trump ha annunciato che le forze statunitensi lanceranno oggi una nuova ondata di attacchi contro l'Iran, proseguendo l'offensiva iniziata nella giornata di ieri.

"Vedremo cosa succederà, ma ieri li abbiamo attaccati duramente e oggi li attaccheremo di nuovo duramente", ha dichiarato.

Inoltre, il presidente ha ribadito che i nuovi attacchi contro la nazione persiana sono una risposta all'abbattimento, avvenuto lunedì, di un elicottero d'attacco statunitense AH-64 Apache vicino alle coste dell'Oman da parte delle forze iraniane.

"Credo che ne abbiamo il diritto. Sapete, hanno abbattuto una macchina davvero incredibile, anzi, incredibile, e all'inizio hanno detto di non essere stati loro, poi hanno ammesso di averlo fatto", ha aggiunto.

Bolivia: il governo di Paz sequestra un’ex senatrice indigena (VIDEO)

Non bastavano le riforme selvagge che svendono i diritti e le risorse del paese. Ora il governo neoliberista di Rodrigo Paz, un esecutivo decisamente allineato con Washington, passa alla repressione aperta: sequestro e scomparsa temporanea per chi osa opporsi.

Le immagini sono chiare. Simona Quispe, ex senatrice del MAS e leader indigena, viene afferrata e caricata su un furgone mentre passeggiava con la famiglia nel “Parque de las Cholas”. La polizia non mostra alcun ordine giudiziario. La figlia denuncia: “Sembrava un rapimento, li hanno visti trascinarla mentre il furgone era in movimento. Nessun documento”.

Secondo le prime ricostruzioni, Quispe sarebbe indagata per il suo ruolo nelle recenti proteste che chiedono le dimissioni del presidente Paz. Un'accusa generica, ideale per coprire quella che appare come una persecuzione politica ai danni delle voci indigene e critiche del vecchio MAS.

Mentre le forze dell’ordine agiscono senza mandato, dagli Stati Uniti arriva la benedizione delle azioni repressive. Il Segretario di Stato Marco Rubio, fervente sostenitore dell’amministrazione Paz, definisce le stesse manifestazioni “tentativi di rovesciare il governo legittimo del presidente”. Parole che rappresentano un via libera ai metodi autoritari del “pupazzo di Washington”.

La Bolivia di Paz si rivela per quello che è: un laboratorio di riforme anti-popolari difeso con la violenza di Stato, dove reprimere un’ex senatrice indigena diventa normale amministrazione. E dove il diritto alla protesta viene ribattezzato “colpo di Stato” per giustificare l’ingiustizia.

Perù: ambasciatore USA accusato di interferenze elettorali

Il governo del presidente peruviano José María Balcázar ha ricevuto una petizione contro l'ambasciatore degli Stati Uniti a Lima, Bernie Navarro, per dichiararlo persona non grata per presunte interferenze negli affari interni del paese sudamericano.

L'azione legale è stata avviata a seguito delle dichiarazioni pubbliche del diplomatico in merito al processo elettorale peruviano. La denuncia è stata presentata ufficialmente martedì da Javier Idelfonso Carreño, avvocato dell'ex presidente Pedro Castillo, il quale ha anche richiesto l'espulsione dell'ambasciatore dal Paese, concedendogli "24 ore per lasciare il Paese, pena l'espulsione", secondo quanto riportato nel documento depositato presso le autorità.

La denuncia sostiene che Navarro abbia violato la sovranità nazionale affermando che avrebbe continuato a "monitorare il processo elettorale fino all'annuncio dei risultati ufficiali", pur non essendo cittadino peruviano né un funzionario autorizzato a intervenire nei processi interni. Secondo il querelante, tali dichiarazioni costituiscono un'ingerenza incompatibile con la legge peruviana.

L'ambasciatore gringo ha scritto su X: "Ieri è stata una giornata intensa per noi osservatori elettorali. E il lavoro continua", un messaggio che ha sollevato interrogativi sulla portata della sua partecipazione al contesto elettorale.

La questione si inserisce in un contesto in cui la presenza di attori statunitensi è stata oggetto di critiche. Nel frattempo, l'intervento dell'analista statunitense Carlos Díaz Rosillo nella campagna elettorale peruviana ha suscitato indignazione dopo che si è presentato come specialista indipendente, nonostante la successiva rivelazione dei suoi legami con la candidata di destra Keiko Fujimori.

Secondo diverse personalità politiche, Rosillo avrebbe partecipato ad attività di promozione della candidatura di Fujimori durante la campagna elettorale, un fatto definito "una mancanza di rispetto per il Perù" dall'ex candidato presidenziale Mesías Guevara, che ha messo in discussione il coinvolgimento di uno straniero in un processo elettorale nazionale.

Le critiche si sono intensificate in seguito alle dichiarazioni dello stesso Rosillo, il quale ha affermato che il Perù avrebbe avuto più vantaggi con gli Stati Uniti se Fujimori fosse stata eletta, mentre si è riferito a Sánchez con un epiteto già utilizzato in precedenza dalla candidata, definendolo poco uomo. Queste affermazioni hanno rafforzato le accuse di ingerenza esterna nella contesa elettorale.

Cuba denuncia il grave impatto del blocco USA sul sistema sanitario

Il blocco imposto dagli Stati Uniti sta avendo un impatto devastante sul sistema sanitario cubano, con conseguenze dirette sulla vita quotidiana della popolazione, ha dichiarato la viceministra della Salute Carilda Peña García in una trasmissione televisiva.

Peña García ha spiegato che, nella situazione attuale, l'accesso alle forniture mediche rappresenta una delle principali carenze del sistema sanitario, che ha reso necessaria l'attuazione di misure preventive per garantire i servizi essenziali.

Attualmente, 95.555 persone sono in lista d'attesa per interventi chirurgici nel Paese. Di queste, 5.152 necessitano di interventi per tumore e 2.888 pazienti in emodialisi incontrano difficoltà nei loro trattamenti a causa di interruzioni nella fornitura di acqua ed elettricità.

I problemi derivanti dal blocco stanno avendo ripercussioni anche sulle infrastrutture ospedaliere, con ascensori fuori servizio, limitazioni nei servizi di lavanderia, deterioramento strutturale degli edifici e difficoltà di trasporto che ostacolano sia la consegna di forniture sia la mobilità di medici e infermieri.

Nonostante queste limitazioni, il viceministro ha sottolineato che la politica del settore è "cercare di mantenere i servizi il più possibile e di utilizzare al meglio le risorse esistenti", evitando la chiusura delle strutture sanitarie.

Un'altra sfida evidenziata è la proliferazione di epidemie, legata alla carenza di carburante per la raccolta dei rifiuti. L'accumulo di immondizia e le perdite d'acqua aggravano la situazione ambientale e sanitaria in diverse aree del Paese.

Il Ministero della Salute ha avvertito che queste condizioni aumentano la vulnerabilità della popolazione e richiedono un intervento urgente per garantire l'igiene e il controllo epidemiologico, in un contesto segnato dalla crisi energetica.

La dichiarazione ufficiale ha sottolineato che le misure coercitive di Washington non solo colpiscono l'economia nazionale, ma promuovono anche violazioni dei diritti umani limitando l'accesso dei cittadini ai servizi medici essenziali.

Raffica di missili iraniani contro basi Usa in Giordania, distrutto un hangar di F-35

Il ministero degli Esteri della Repubblica Islamica dell'Iran, Abbas Aragchi, ha annunciato che le sue forze armate hanno colpito duro contro basi e obiettivi militari degli STati Uniti nella regione. Secondo Teheran, quelle basi erano il punto di partenza delle aggressioni degli Stati Uniti contro il Paese.

La nuova escalation ha avuto inizio nelle prime ore della giornata di mercoledì. Gli Stati Uniti, scrive il ministero degli Esteri iraniano, hanno condotto attacchi selvaggi contro alcune zone nel sud dell’Iran. Il pretesto? Un elicottero Apache USA precipitato la notte prima sullo Stretto di Hormuz. Un attacco, secondo Washington. Un pretesto bello e buono, per Teheran.

Nella nota ufficiale si legge che queste azioni violano la Carta delle Nazioni Unite. Viene citato l'articolo 2, quello che vieta l'uso della forza tra Stati. E si aggiunge che l'amministrazione statunitense ha dimostrato ancora una volta la sua natura criminale e guerrafondaia.

A quel punto è partita la reazione. I Guardiani della Rivoluzione hanno annunciato di aver lanciato missili contro quattro obiettivi statunitensi in Giordania. Dicono di aver distrutto un hangar dove c'erano caccia F-35. Il ministero degli Esteri ha parlato di autodifesa, di diritto naturale a rispondere.

Poi c'è un passaggio interessante. L'Iran si rivolge a tutti i Paesi della regione, soprattutto a quelli sulla sponda sud del Golfo Persico. Dice che hanno una responsabilità, legale e morale. Devono impedire che il loro territorio venga usato da statunitensi e israeliani (coalizione Epstein) per organizzare attacchi contro l'Iran. 

In the early days of the war, the U.S. Air Force positioned its F-35A Lightning II fighters on this tarmac at Muwaffaq al-Salti Air Base in Jordan.

It’s unclear whether they’re still there, but if they are, a strike on that site would likely cause significant damage. https://t.co/GXAPH5lwrf pic.twitter.com/vkVxCZynqX

— Egypt's Intel Observer (@EGYOSINT) June 10, 2026

E l'avvertimento finale è secco. L'Iran non esiterà a difendersi. Colpirà l'origine degli attacchi, le basi, le strutture logistiche. Qualsiasi cosa venga usata per sostenere operazioni aggressive contro di loro.

Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha passato la notte al telefono. Ha parlato con il collega turco Hakan Fidan e con quello saudita Faisal bin Farhan. Ha raccontato la sua versione: aggressione USA, sovranità violata, risposta inevitabile. I due ministri hanno ascoltato, hanno discusso. Per ora non hanno rilasciato dichiarazioni.

Infine l'appello all'Onu, al Consiglio di Sicurezza, al Segretario generale. L'Iran dice: fate il vostro lavoro, proteggere la pace. Individuate i responsabili di questa escalation.

Nonviolenza da ri-fare. Una raccolta fondi necessaria

10 Giugno 2026 ore 15:20

Nel giro di alcune settimane una serie di eventi ha messo a rischio il proseguimento delle attività della Casa per la nonviolenza di Verona, sede nazionale del Movimento Nonviolento. EMERGENZA TETTO: Un violentissimo temporale lo ha danneggiato, rompendo i lucernai e spostando tutte le tegole; EMERGENZA PC: uno dopo l’altro tre dei nostri computer e la fotocopiatrice hanno terminato [...]

L'articolo Nonviolenza da ri-fare. Una raccolta fondi necessaria proviene da Movimento Nonviolento.

Il messaggio di Trump dopo gli attacchi all'Iran

Donald Trump è intervenuto in seguito alla nuova escalation tra Stati Uniti e Iran, affermando che le forze iraniane sono un "disastro totale" e che "non esistono più".

"L'esercito iraniano è un disastro completo. Gran parte di esso, come la Marina e l'Aeronautica, non esiste più; è stato completamente sconfitto. L'Iran parla ma non agisce. Il prepotente del Medio Oriente è morto! Ci hanno messo troppo tempo a negoziare un accordo che li avrebbe avvantaggiati enormemente, ora dovranno pagarne il prezzo! Presidente Donald J. Trump", ha dichiarato il presidente degli Stati Uniti sui suoi profili social.

 

Perché la Cina e il Grande Sud ci stanno salvando da una crisi mondiale


di Pino Arlacchi

Avvistato dalle fonti più autorevoli, il fantasma di un greggio a 150 dollari al barile si aggira nei corridoi delle borse occidentali. Se i modelli predittivi delle maggiori compagnie petrolifere e delle banche di investimento dovessero materializzarsi, lo shock energetico indotto dal blocco prolungato dello Stretto di Hormuz – in cui transita ogni giorno circa un quinto del fabbisogno mondiale di petrolio – rischierebbe di infliggere il colpo di grazia a un’economia atlantica già strutturalmente fragile.

Nella logica del secolo passato, un simile scenario assumerebbe un solo significato: una recessione globale profonda, immediata e inevitabile. Ma la logica del XXI secolo è cambiata. Se la fiammata energetica non si tradurrà nel collasso economico del pianeta, non sarà per merito delle manovre della Federal Reserve o di tardivi accordi diplomatici in Medioriente. Sarà perché, per la prima volta nella storia contemporanea, esiste un subsistema economico alternativo e parallelo a quello occidentale, dominato dall’economia reale e dallo Stato regista dello sviluppo (il cosiddetto Developmental State). Questo insieme è guidato dall'asse tra la Cina e il Grande Sud, ed è capace di agire da possente ammortizzatore universale.
Non è facile comprendere questa svolta epocale, e se sono in grado di delinearne caratteri e dinamiche lo devo al fatto di non essere accecato dall’illusione eurocentrica e atlantista che affligge l’intera narrativa sulla crisi attuale che prevale in Occidente.

Il capitale finanziario che schiavizza l’Occidente tende a proiettare le proprie vulnerabilità sul resto del mondo. In Europa e negli Stati Uniti, un petrolio a 150 dollari innesca una reazione a catena: aumento dei prezzi alla pompa di carburante, impennata dell'inflazione da costi, reazione forte delle banche centrali tramite il rialzo dei tassi di interesse e conseguente contrazione del credito, dei consumi e degli investimenti. È il cortocircuito di un sistema che vive di leva finanziaria, dove i prezzi dei beni fisici sono determinati da azzardate scommesse sul futuro chiamate contratti derivati, e da simili marchingegni che infestano le piazze di scambio occidentali. Il risultato è l’esposizione del PIL delle nazioni del G7 a una volatilità drogata dalla speculazione e dai capitali “caldi” e senza patria, pronti a fuggire dall’altra parte del pianeta alla minima variazione di un dato economico e di una circostanza geopolitica.

Ma la storia, oggi, non finisce più qui. Fuori da questo perimetro respira un’altra economia-mondo. Un subsistema guidato dai paesi BRICS+ che produce ormai oltre il 60% del PIL globale se calcolato a parità di potere d'acquisto, e che supera nettamente il misero 29% detenuto dalle nazioni del G7. È il mondo dell’economia reale, dell’anti-finanza radicata nella materialità della produzione, delle infrastrutture e degli scambi di beni e servizi. È il mondo del Grande Sud, diventato il baricentro dell’economia globale. Quando il barile tocca cifre astronomiche nei mercati euroamericani, una quota mastodontica di quel petrolio continua a circolare nel resto del mondo a prezzi radicalmente diversi.

Non troverete traccia, nei media occidentali e nelle pontificazioni dei guru neoliberal, del semplice fatto che Pechino, Teheran, Nuova Delhi e Mosca hanno da tempo strutturato un circuito protetto. La Russia e l'Iran non vendono il loro greggio seguendo i benchmark dell'ICE di Londra; lo scambiano attraverso contratti a lungo termine, spesso blindati da forti sconti geopolitici. Questi flussi, inoltre, sono oggi quasi totalmente de-dollarizzati: la quota di scambi commerciali transfrontalieri della Cina regolati in Renminbi ha superato la soglia record del 50%, surclassando il biglietto verde. Per il colosso manifatturiero cinese, il petrolio non costa "150 dollari". Costa l'equivalente pre-concordato in beni industriali, tecnologie o valuta sovrana nazionale. Questo circuito chiuso neutralizza lo shock valutario alla radice, impedendo la distruzione della domanda nei paesi emergenti e garantendo la continuità operativa delle catene del valore fisiche.

Ma la linea definitiva di difesa contro una crisi globale risiede nel superamento della dipendenza del Grande Sud dai consumi occidentali. Per decenni, l'ortodossia economica ha sostenuto che se l'Occidente starnutisce, l'Asia si ammala, a causa della sua natura di pura esportatrice verso i mercati ricchi del Nord del mondo. Questa fotografia è obsoleta. Il punto di non ritorno è già stato superato: il volume degli scambi commerciali Sud-Sud (l'interscambio tra economie emergenti) ha storicamente sorpassato il valore delle rotte Nord-Sud, superando la barriera dei 5.300 miliardi di dollari annui. I paesi emergenti non sono più la periferia che lavora per soddisfare il centro atlantico; sono diventati il centro rispetto a se stessi.

La Cina è la guida di questo scacchiere, e gode di un’economia pianificata che ha operato una sterzata strategica con la dottrina della "Doppia Circolazione" varata nel 2020. Consapevole delle crescenti sanzioni, tariffe e dazi del protezionismo occidentale, Pechino ha progressivamente spostato il fulcro del proprio sviluppo economico verso l'interno, puntando sulla crescita dei consumi domestici che oggi pesano per oltre il 50% sul suo PIL, e sull’espansione della produttività legata all'automazione e all'intelligenza artificiale.
Laddove il subsistema occidentale risponde all'innovazione tecnologica con la "distruzione creativa" di Schumpeter – generando disoccupazione, precarizzazione e conseguente calo dei consumi – il governo cinese trasferisce i lavoratori dislocati in settori ad altissima qualificazione e nei servizi, mantenendo intatta la tenuta sociale e il potere d'acquisto interno con un tasso di disoccupazione urbana rigidamente controllato sotto il 5,5%.

Al contempo, la diversificazione delle esportazioni cinesi ha ridisegnato la geografia del consumo globale. Pechino non esporta più chincaglieria, ma infrastrutture strategiche, reti di telecomunicazione, vettori energetici puliti e mobilità elettrica. I destinatari non sono più i consumatori stanchi e impoveriti di Roma, Parigi o Washington, ma la galassia dei paesi della Belt and Road Initiative, dell'America Latina, dell'Africa e del Sud-Est Asiatico. Quest’ultimo è composto da 11 paesi associati nell’ASEAN: 700 milioni di abitanti che animano la quinta economia del mondo. L’ASEAN ha consolidato il suo ruolo di primo partner commerciale di Pechino, scavalcando sia l'Unione Europea che gli Stati Uniti.

La nascita di una sterminata classe media nel Grande Sud, stimata in oltre 2 miliardi di persone, sta assorbendo la produzione industriale dell’Asia orientale e della Cina a una velocità tale da poter compensare qualsiasi calo della domanda indotto dalla stagflazione occidentale. È una simbiosi che funziona: il Grande Sud fornisce le materie prime fisiche e l'energia, l’Asia le trasforma in beni tecnologici e infrastrutture di sviluppo, e il tutto avviene al di fuori del controllo del dollaro e del sistema SWIFT.

Ciò a cui assisteremo, nel caso in cui la crisi di Hormuz dovesse avvitarsi, non sarà dunque una crisi globale generalizzata, bensì un aumento della biforcazione dell'economia-mondo. Da un lato avremo l'Occidente finanziarizzato, con le sue riserve valutarie in dollari scese sotto il 58%, intrappolato nei suoi dogmi liberisti, costretto a subire i colpi della crisi energetica e della recessione. Dall'altro lato, il subsistema dell'economia reale, protetto dalla programmazione statale e dall'interscambio Sud-Sud, che continuerà a produrre, scambiare e crescere.

La Cina e il Grande Sud non interromperanno il cupio dissolvi dell'Occidente, né cureranno le magagne del tecnocapitalismo finanziario americano. Faranno qualcosa di più limitato ma comunque cruciale. Impediranno che le tossine di quel sistema avvelenino l'intero pianeta. Dimostreranno che l'autonomia della produzione fisica, l’indipendenza dal dollaro e la solidità delle rotte commerciali terrestri ed eurasiatiche sono un'ancora di salvezza dalle crisi molto più affidabile di qualsiasi diavoleria di Wall Street e di qualsiasi politica di emergenza delle banche centrali e dei governi dell’Occidente.

Dal Classico alle Scienze Umane: come la classe sociale dei genitori sceglie la scuola dei figli

 

di Michele Blanco

Nel 2009 solo quattro studenti su dieci iscritti al liceo classico avevano genitori laureati; secondo i dati del 2025, la quota è salita a tre su quattro. Questo balzo di 33 punti percentuali fotografa una crescente "esclusività" e svela una realtà preoccupante della nostra società: una costante diseguaglianza di provenienza sociale che si riflette sulla formazione.

Eppure, secondo i dati ISTAT e le storiche ricerche di Almadiploma, nello stesso periodo l’Italia è diventata un Paese complessivamente più istruito. I laureati tra la popolazione adulta sono quasi raddoppiati, passando dal 7,5% del 2001 al 16,8% del 2024. Oggi, una famiglia su sei ha almeno un genitore laureato, contro l'una su tredici di inizio millennio. Malgrado questa trasformazione strutturale, i meccanismi di selezione scolastica sono rimasti invariati, tanto che per i ragazzi provenienti dalle classi sociali meno abbienti è più corretto parlare di "segregazione" anziché di selezione.

I nuovi laureati tendono a iscrivere i propri figli al liceo classico o allo scientifico tradizionale, mentre i ragazzi che provengono da famiglie meno istruite restano confinati nei medesimi percorsi del passato. Se nel 2009 il gap assoluto tra la quota di figli di laureati al classico e la media del sistema era di 22,5 punti percentuali, nel 2025 il divario ha toccato i 36,5 punti. In termini relativi la segregazione appare stabile, ma in termini assoluti si è allargata drasticamente. Le scelte scolastiche continuano così a riprodurre l’origine sociale con una precisione chirurgica. L'ascensore sociale italiano è fermo, immobile, mentre tutto il resto intorno è cambiato.

La mappa dei licei: il classico resta l'infinito feudo d'élite

La scuola secondaria superiore oggi è un mondo variegato, che continua però a distribuire gli studenti secondo la professione o il titolo di studio dei genitori:

  • Liceo Classico: Rimane l'indirizzo socialmente più selettivo d’Italia. Ben il 74,7% degli iscritti ha almeno un genitore laureato.

  • Scientifico Internazionale ed Europeo: Segue a ruota con il 66,7% di genitori laureati, configurandosi come una nuova via d’élite all'interno dell'area scientifica.

  • Scientifico Tradizionale: Si attesta al 62,4%, un valore stabile rispetto al 2009 e ben al di sopra della media nazionale.

  • Liceo Linguistico: Mostra un profilo più eterogeneo e aperto, con il 39,3% di genitori laureati. È il percorso scelto da chi cerca una formazione internazionale ma proviene da background più vari.

  • Scienze Umane: È la vera sorpresa sociologica. Erede del vecchio istituto magistrale, vanta il 33,5% di genitori laureati ma anche un 22,7% di studenti provenienti da famiglie di lavoratori esecutivi. È, a tutti gli effetti, il liceo più "popolare".

Istituti Tecnici: la metamorfosi di Informatica e Agraria

Tra i tecnici, il confronto tra il 2009 e il 2025 evidenzia trend inattesi, legati soprattutto alla percezione del mercato del lavoro:

  • Economico (ITE): I genitori laureati sono passati dal 9,2% al 22,6%, una crescita che riflette l'aumento generale dei titoli di studio nella popolazione, mantenendo un forte radicamento nel ceto medio impiegatizio.

  • Tecnologico (ITT) - Informatica e Telecomunicazioni: Attira sempre più il ceto medio-alto (25,6% di genitori laureati), complice il valore economico e sociale attribuito alle competenze digitali.

  • Elettronica, Edilizia (CAT) e Meccanica: Restano scuole a forte vocazione operaia, dove la quota di genitori impiegati nel lavoro esecutivo sfiora il 28% e i laureati faticano a salire.

  • Agraria: Rappresenta il caso più curioso. Se nel 2009 era l’archetipo della scuola per figli di coltivatori diretti, nel 2025 registra il 26,8% di genitori laureati e una presenza di classi abbienti al 21%. È il segno evidente di come la rivoluzione del biologico, della sostenibilità e dell'agroalimentare d'eccellenza abbia cambiato lo status di questa professione.

Professionali spaccati in due: tra creatività e vecchi modelli

Gli istituti professionali conservano il primato di scuole meno frequentate dai figli dei laureati, ma il vecchio blocco monolitico del 2009 (dove in qualsiasi indirizzo i genitori laureati erano una rarità statistica attorno al 4%) si è frantumato. Oggi assistiamo a una divisione interna tra indirizzi considerati "creativi" e percorsi tradizionali:

  • Cultura, Spettacolo e Filiere Creative: Hanno rinnovato la propria immagine intercettando il ceto medio, con la quota di figli di laureati balzata a quasi uno studente su cinque (20%). Un trend simile, seppur più contenuto, si registra nel settore dell'Enogastronomia e Ospitalità alberghiera.

  • Manutenzione, Assistenza e Servizi Commerciali: Restano ancorati al passato. La presenza di genitori laureati è minima e questi indirizzi rimangono, purtroppo, il principale approdo quasi obbligato per i ragazzi che partono dalle condizioni sociali e culturali più svantaggiate.

Comunicato della Redazione di Byoblu

Riceviamo e pubblichiamo dagli amici della redazione di Byoblu questo comunicato

 

La redazione ritiene doveroso aggiornare il pubblico sulla situazione che sta interessando la società Media Pluralisti Europei S.p.A., editrice della testata.

Lo scorso 25 aprile, su iniziativa dell’editore Claudio Messora, è stata organizzata una giornata di festa trasmessa in diretta televisiva nazionale per celebrare i cinque anni di presenza di Byoblu sul digitale terrestre. Nei minuti conclusivi della trasmissione Claudio Messora dichiarava: Siamo stati capaci di realizzare nella storia ciò che nessuno ha mai realizzato prima. Sono felicissimo di essere qui con il nuovo Byoblu, il vecchio Byoblu e il Byoblu che verrà perché questa storia non finisce mai”. Si trattava di un messaggio positivo rivolto ai dipendenti, ai soci, agli abbonati e ai telespettatori, nel quale veniva espressa una prospettiva di continuità del progetto editoriale.

Il 28 aprile 2026 il Consiglio di Amministrazione di Media Pluralisti Europei S.p.A., preso atto della necessità di procedere agli adempimenti previsti dalla legge, ha deliberato all’unanimità la convocazione dell’assemblea dei soci, chiamata a valutare e deliberare le misure necessarie, inclusa l’eventuale ricapitalizzazione, per affrontare la situazione emersa e tutelare la continuità della società e del progetto editoriale. In quella sede il Presidente del Consiglio di Amministrazione Claudio Messora aveva assunto l’incarico di procedere alla convocazione dell’assemblea.

Il 5 maggio 2026 Claudio Messora, azionista di maggioranza della società, Presidente del Consiglio di Amministrazione, Consigliere ed editore, rassegnava le dimissioni da tutte le cariche ricoperte, mantenendo solo la propria partecipazione azionaria di maggioranza. Le dimissioni hanno determinato una situazione di discontinuità nella gestione della società e nel percorso di convocazione dell’assemblea dei soci.

Il giorno dopo le sue dimissioni, 6 maggio 2026, Messora ha inviato alla società una diffida con richiesta di corresponsione delle royalties relative all’utilizzo del marchio Byoblu entro trenta giorni. Tale richiesta ha portato all'attenzione del Consiglio di Amministrazione rapporti contrattuali relativi all'utilizzo del marchio Byoblu che non risultavano essere stati oggetto di deliberazione consiliare.

Nella medesima giornata, a seguito delle dimissioni e delle numerose richieste di chiarimento pervenute alla redazione dal pubblico, quest’ultima ha diffuso un comunicato sindacale con il quale ribadiva il proprio impegno a proseguire l’attività giornalistica e informativa.

Successivamente, in data 11 maggio 2026, Claudio Messora ha inviato a Media Pluralisti Europei, al direttore responsabile e al comitato di redazione una diffida con richiesta di pubblicazione di una propria replica al comunicato della testata. Nelle settimane successive il Consiglio di Amministrazione, pur dimissionario e operante in regime di prorogatio, ha continuato a svolgere le attività consentite dalla legge e dallo statuto al fine di garantire, per quanto possibile, la continuità operativa della società.

Il 5 giugno 2026 il sito byoblu.com è divenuto inaccessibile sia agli utenti sia al personale che vi operava quotidianamente.

Sul canale Telegram Byoblu, fino a quel momento utilizzato dalla redazione come canale ufficiale di comunicazione con il pubblico, è comparso un messaggio a firma dello stesso Messora nel quale si affermava, tra l’altro, che è necessario aprire nuovi punti di riferimento e ridefinire quelli attuali

preservando la continuità di Byoblu e accompagnando una transizione ordinata, distinta dalla situazione di Media Pluralisti Europei”.

Nel frattempo è stato impedito l'accesso alla redazione ai canali social associati alla testata Byoblu, tra cui Telegram, Instagram, WhatsApp e X.

Ma non solo.

Negli stessi giorni la redazione ha appreso dell’esistenza del sito news.byoblu.com, denominato "Byoblu 3.0", descritto come sito di informazione libera e indipendente a cura di Claudio Messora”.

Un sito web che descrive la nostra attività e i circa 3.200 soci di Media Pluralisti europei come "qualcosa di simile a uno spin-off"e che a detta dello stesso Messora fa un uso estensivo e allo stato dell'arte delle nuove tecnologie”. La redazione sottolinea di essere totalmente estranea alla realizzazione e alla gestione del sito, che sembra abbracciare l’impiego dell'intelligenza artificiale in sostituzione dei dipendenti.

Ad aggravare la situazione, il sito con dominio www.byoblu.com, che conteneva tutto il lavoro svolto dalla redazione negli ultimi sei anni, risulta essere stato sostituito dal nuovo sito web Byoblu 3.0.

Denunciamo quindi la perdita di migliaia di articoli, inchieste, documentari di cui rivendichiamo la paternità.

Ricordiamo che la testata giornalistica Byoblu risulta regolarmente registrata presso il Tribunale di Milano dal 2020 e che le responsabilità editoriali e giornalistiche restano disciplinate dalle norme vigenti. Ad oggi non sono state inviate ulteriori comunicazioni di un eventuale cancellazione dal registro del tribunale.

Alla luce degli eventi descritti, la redazione ritiene doveroso garantire la massima trasparenza nei confronti dei soci, degli abbonati, dei sostenitori e di tutti coloro che hanno seguito e sostenuto il progetto negli anni. Ci riserviamo ogni iniziativa ritenuta opportuna a tutela del lavoro svolto, della nostra professionalità e dei nostri diritti. Nel frattempo continueremo a svolgere il lavoro di informazione attraverso l’unico canale operativo e nella nostra disponibilità: il canale YouTube “Media Pluralisti”.


La redazione

2 giugno Festa della Repubblica che ripudia la guerra – una riflessione

3 Giugno 2026 ore 14:11

Come Movimento Nonviolento - Roma rilanciamo questa riflessione dell'amica Maria Grazia Cotugno per continuare a riflettere sull'insensatezza della parata militare che prepara le prossime guerre. Festa della Repubblica, 2 giugno 2025. Festa di pace e democrazia . Pronti per la sfilata di uomini e carri e frecce? Io no. Una sensazione di impotenza e di [...]

L'articolo 2 giugno Festa della Repubblica che ripudia la guerra – una riflessione proviene da Movimento Nonviolento.

Il tacito “piano Marshall” che ha preparato il voto in Armenia


di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

E così, con il voto del 7 giugno, il partito “Accordo civile” del primo ministro armeno Nikol Pašinjan ha ottenuto il 49,8% dei voti, conservando la maggioranza parlamentare. Dicono che l'europeistico arresto, alla vigilia delle elezioni, di moltissimi aderenti ai partiti di opposizione, non abbia influito sul risultato. Prendiamo atto di questo assunto; come anche delle esultanze di tutti quei media di casa nostra che hanno parlato del risultato elettorale come di una “sconfitta per Putin”; l'ennesimo, a detta dei torquemadisti liberal-pannelliani de Linkiesta, secondo i quali «l’elenco dei rovesci politici e militari subiti da Putin negli ultimi quattro anni si è fatto ormai talmente lungo», tanto che nel momento in cui «anche l’Armenia scarica Putin, ora gli resta solo la tv italiana». Piena zeppa di tribune “kabuliste”, par dii capire e dunque da chiuder, per la salute mentale europeista.

Dunque, tra le formazioni che hanno preso parte alla tornata elettorale, "Armenia forte" di Samvel Karapetjan ha raccolto il 23,29% dei consensi, mentre "Alleanza armena" dell'ex presidente Robert Kocharjan si è posizionata al terzo posto, con il 9,94%. “Armenia prospera” di Gagik Tsarukjan, col 3,99% non ha superato la soglia minima del 4% ed è rimasta fuori del parlamento. In definitiva, ad “Accordo civile” dovrebbero andare 64 seggi, 29 ad "Armenia forte" e 12 ad "Alleanza armena".

In base alla legislazione armena, la forza politica che detiene il 52% dei seggi in parlamento, in questo caso “Accordo civile”, è in grado di formare autonomamente il governo, eleggere il primo ministro e approvare leggi costituzionali. Dato però che non ha raggiunto la maggioranza costituzionale necessaria per emendare la costituzione, difficilmente potrà apportare quelle modifiche richieste, ad esempio, per concludere una serie di accordi con l'Azerbajdžan, cui da tempo mira Nikol Pašinjan, il quale d'altra parte si è affrettato a confermare che il suo governo proseguirà il percorso di riavvicinamento con l'Occidente, senza con ciò rinunciare alla partecipazione all'Unione Economica Eurasiatica (UEE). Pašinjan ha anche detto che l'Armenia non è pronta per l'adesione alla UE, ma continuerà nelle riforme democratiche per raggiungerne tutti gli standard.

Tra questi “standard”, par rientrare anche la qualifica di «rappresentanti del sistema criminale-oligarchico» che non dovrebbero avere alcun margine di azione in Armenia, affibbiata da Pašinjan ai leader di "Armenia forte", Samvel Karapetjan e "Alleanza armena" di Robert Kocharjan; il «partito dello spionaggio a tre teste deve essere sradicato dall'Armenia», ha detto Pašinjan. Da parte sua, Karapetjan, in un'intervista alle Izvestija, ha detto che le elezioni non possono essere considerate democratiche, dato che la campagna elettorale si è svolta in un clima di pressione senza precedenti e il processo di conteggio dei voti, così come la reazione delle autorità, sollevano legittimi dubbi. Karapetjan ha affermato che circa 700 membri del suo partito sono stati arrestati durante la campagna elettorale e considera altamente sospetta la decisione della Commissione Elettorale Centrale di interrompere lo spoglio dei voti e di annunciare i risultati definitivi solo successivamente. 

“Armenia prospera”, che si è vista esclusa dal parlamento per poche frazioni di punto percentuale, intende chiedere il riconteggio dei voti. 

In definitiva, nonostante le ingenti risorse amministrative impiegate nella campagna elettorale e l'aperto sostegno di Bruxelles, Pašinjan non è riuscito a ottenere la maggioranza costituzionale desiderata e questo complica la realizzazione di una serie di iniziative programmate, a partire, come detto, dagli emendamenti costituzionali in vista della firma di un trattato di pace con Baku. Il preambolo della Costituzione armena, osserva infatti Tat'jana Stojanovic su Ukraina.ru, fa riferimento alla dichiarazione di indipendenza del paese del 1990, che sanciva l'obiettivo della riunificazione con il Nagorno-Karabakh, o Artsakh, secondo gli armeni. Ma Baku considera questa una rivendicazione giuridica su un territorio azero e, finché tale formulazione rimarrà nella Costituzione armena, non sarà possibile firmare un trattato di pace.

La Costituzione potrebbe essere modificata con referendum, ma questa è un'opzione più rischiosa per Pašinjan, che dunque avrebbe preferito un voto parlamentare, per il quale non è però riuscito a ottenere un numero sufficiente di seggi. Ormai da anni, la promozione della cosiddetta “agenda di pace” è una priorità per la politica di Pašinjan, più importante del riavvicinamento con la UE o del futuro dell'adesione alla UEE, la Unione Economica Eurasiatica. Pertanto, conclude Stojanovic, la vittoria alle elezioni parlamentari rappresenta, in un certo senso, una sconfitta per Pašinjan, che dovrà trovare soluzioni alternative per emendare la costituzione.

Ma, ghignano europeisticamente i torquemadisti de Linkiesta, Putin «ormai si è dimostrato incapace di tenere le posizioni persino in quello che considera il suo cortile di casa. La riconferma di Nikol Pašinjan alle elezioni in Armenia ne è l’ultima clamorosa conferma», come testimoniato dal Verbo ecclesiale della signora Nona Mikhelidze, secondo la quale, in Armenia, «una parte significativa degli elettori ha scelto di valutare non soltanto il passato, ma la traiettoria futura proposta dal primo ministro – il progressivo distacco dalla dipendenza russa, l’avvicinamento all’Europa, l’apertura delle frontiere con Turchia e Azerbaigian, una maggiore integrazione economica regionale». Accordo sul TRIPP trumpiano, firma di documenti sulla "cooperazione strategica", sottoscritti alla vigilia del voto col precipitoso viaggio a Erevan del Segretario di Stato americano Marco Rubio: è questa la «traiettoria futura» su cui avrebbero basato la loro scelta gli elettori armeni? O non sono piuttosto le premesse che hanno procacciato “consensi” al premier europeista, secondo una tradizione liberale che, a ritroso nel tempo, rimanda agli affari del piano Marshall e alle “cure” dell'ambasciatrice Clare Boothe Luce, mentre, sul presente, riflette le necessità belliche occidentali nella regione mediorientale? Ora, scrivono i lestofanti pannelliani, «anche in Armenia alla fine ha vinto il richiamo dell’Europa, cioè la promessa della libertà individuale, della dignità umana, dello stato di diritto e di una vita migliore». O non ha piuttosto vinto «il richiamo», quello sì molto concreto, dei capitali, alla ricerca di nuovi mercati in cui subentrare al posto dei precedenti, il tutto mascherato dalle eucaristiche geremiadi liberal-truffaldine su «libertà individuale, dignità umana, stato di diritto e una vita migliore», confacenti ai bisogni di profitto del capitale e propagandati dai filistei degli interessi borghesi? Basti dire che i farabutti de Linkiesta, tanto per confermare la propria spudorata genuflessione ai piani bellicisti delle cancellerie europee, guaiscono al «richiamo dell'Europa» per l'Armenia, spargendo lacrime stizzose per un presunto “favoleggiare”, dicono loro, da parte dei media italiani, «per la centesima volta sulla centomillesima pseudo-apertura negoziale di Putin, prontamente smascherata dalla lettera di Zelensky con la proposta di un incontro per chiudere il conflitto, ovviamente subito respinta da Mosca». Lezzose lamentele di grezzi portaborse dei nazigolpisti di Kiev, che contrabbandano il pizzino mafioso di Vladimir Zelenskij per una «proposta» di accordo «respinta da Mosca». D'altronde, sono quelle le “proposte” che si è soliti fare in tali ambienti, in cui «dignità umana, stato di diritto» vengono presentati quali vertici della libertà e del paradiso borghese che, mentre decreta la supremazia dell'oppressione capitalista, prepara anche per l'Armenia un percorso che, nell'Ucraina nazigolpista e terrorista, viene presentato quale modello della “democrazia europea”.

Ma, appunto, tornando all'Armenia e alla vittoria di “Accordo civile”, su Moskovskij Komsomolets Mikhail Rostovskij afferma che la Russia dispone di tutte le risorse per dare una lezione a Nikol Pašinjan in campo economico e affibbiargli uno "scacco matto politico in tre mosse". Per farlo, Moskva dovrebbe imparare qualcosa dal primo ministro armeno e dalla sua capacità di rimanere ostinatamente fermo sulle sue posizioni senza compiere mosse avventate o sbattere la porta. In altre parole: guardare a Bruxelles, lasciando nell'indeterminatezza l'adesione alla UEE. A una società armena stanca di decenni di guerra e blocco economico, dice Rostovskij, Pašinjan parla di un “futuro dell'Armenia”, mentre i suoi oppositori, «più allineati con la visione di Mosca, non sono riusciti a offrire alla popolazione una visione alternativa del futuro». Chiaro come, nell'analisi di Moskovskij Komsomoltes, manchi qualsiasi riferimento di classe e di analisi sugli interessi di quali classi e settori abbia lavorato Pašinjan che, al di là della retorica, vuol fare dell'Armenia il "fratello minore" di Azerbajdžan e Turchia, i due nemici storici del paese. Così, per evitare di dipendere completamente da Baku e Ankara, Pašinjan progetta di creare un ulteriore baluardo sotto forma di una stretta alleanza con l'Europa e con l'Occidente in generale. A lungo termine, ciò significa un'inevitabile rottura con Moskva. Ma, in concreto, Erevan potrebbe privarsi del suo unico sostegno politico ed economico, la Russia, e invece di un'alternativa europeista a tutti gli effetti, potrebbe ottenere qualcosa del tipo di ulteriori spinte a orientarsi contro la Russia, in cambio di risorse che stringerebbero il cappio attorno al collo della popolazione armena. 

Il fatto è che, a parere di Aleksej Bobrovskij, l'Armenia dovrà affrontare uno di questi tre possibili scenari: Georgia, Ucraina o Moldavia e il fatto che Erevan continui ad aderire alla UEE non cambia nulla. Anzi, in nessun caso l'Armenia entrerà in UE e anche ipotizzando l'inverosimile possibilità che la UE voglia includere Erevan, il “reich” crollerà prima che l'Armenia riesca ad adottare tutti gli standard “europei”. In ogni caso, sostiene Bobrovskij, la Russia dovrà pensare a una modernizzazione della UEE e ciò richiederà stretti legami con la SCO, l'Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai. Dovrà anche tornare a parlare del progetto per una moneta unica della UEE; prevedere il congelamento (non il ritiro) della partecipazione di un paese alla UEE e regolamentare i flussi di capitali al suo interno.

Insomma: per mesi a Bruxelles e nelle diverse cancellerie europee hanno gridato alle “ingerenze russe” in vista del voto armeno, mentre – e non c'era da dubitarne – preparavano uno scenario di tipo ucraino, mascherato da “voto europeista”.

Accordo USA-Iran frenato: ecco perché Israele è il vero ostacolo

 

Gli sforzi diplomatici volti a finalizzare un accordo di pace tra gli Stati Uniti e l'Iran hanno subito significativi ritardi a causa delle violazioni israeliane in tutta l'Asia occidentale, secondo quanto rivelato il 9 giugno dai mediatori del governo pakistano all'agenzia Anadolu.

Lunedì a New York, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato ai giornalisti che si potrebbe raggiungere un accordo in "due o tre giorni"; tuttavia, i mediatori pakistani affermano che una svolta così immediata sia "improbabile". Mentre Trump continua a sostenere l'imminenza di un accordo di pace, i funzionari di Islamabad sottolineano che la situazione è complessa ed è entrata in una fase delicata, complice la persistente aggressione militare israeliana nel Libano meridionale.

Secondo fonti vicine alla mediazione, le due nazioni si trovavano a un passo dalla conclusione di una tregua temporanea alla fine di maggio, ma lo slancio è stato interrotto dall'incursione su vasta scala di Israele e dall'annessione di territorio libanese. Nonostante il 17 aprile sia stato stabilito un cessate il fuoco temporaneo in Libano — successivamente prorogato fino all'inizio di luglio — Israele ha continuato a violarlo quotidianamente attraverso attacchi aerei e incursioni di terra.

I funzionari pakistani hanno informato Washington che le azioni condotte da Israele sia in Libano sia a Gaza rappresentano il principale ostacolo al raggiungimento di una soluzione definitiva alla guerra. Dal canto suo, la leadership iraniana ha ribadito, attraverso i canali diplomatici, che non tornerà al tavolo dei negoziati finché persisteranno gli attacchi israeliani.

La scorsa settimana, il ministro degli Interni pakistano Mohsin Naqvi si è recato a Teheran per la quarta volta dal 28 febbraio, al fine di consegnare un messaggio speciale alla Guida Suprema Mojtaba Khamenei da parte del capo dell'esercito pakistano, il feldmaresciallo Asim Munir. Il Pakistan, insieme a partner regionali come il Qatar, sta attualmente cercando di convincere Trump a esercitare la massima pressione su Israele affinché fermi la sua offensiva.

Islamabad ha riferito di aver ricevuto una risposta positiva dalla Casa Bianca riguardo alla situazione in Libano, nonostante la mancanza di una cessazione immediata delle ostilità. Fonti pakistane hanno inoltre riferito all'agenzia Anadolu di prevedere una svolta negli sforzi per fermare gli attacchi militari israeliani entro pochi giorni.

Se si riuscisse a porre fine ai combattimenti e a ripristinare le comunicazioni dirette tra Washington e Teheran, i mediatori ritengono che vi siano alte possibilità di raggiungere un accordo in tempi brevi, sottolineando come la maggior parte delle questioni controverse sia già stata risolta. Tuttavia, i funzionari hanno ribadito che questo processo non può essere completato nello spazio di due o tre giorni.

Nel frattempo, Israele ha continuato a colpire su più fronti. Martedì mattina ha emesso un ordine di sfollamento forzato di massa contro la città di Tiro (Sur), nel sud del Libano, per la seconda volta in meno di un mese. Successivamente, almeno 15 raid aerei hanno colpito Tiro, causando nove morti e oltre venti feriti. Migliaia di civili sono stati costretti a fuggire verso nord, unendosi al milione e più di sfollati già presenti in tutto il Libano. Dall'inizio dell'invasione israeliana del Libano, avvenuta a marzo, gli attacchi hanno provocato la morte di almeno 3.666 persone e il ferimento di oltre 11.000.

Lunedì, inoltre, Israele ha riacceso una brutale campagna di punizioni collettive contro Gaza, chiudendo tutti i punti di ingresso dedicati agli aiuti umanitari. Questa misura è giunta in risposta agli attacchi di rappresaglia iraniani, scatenati a loro volta dalle violazioni notturne israeliane nella capitale libanese Beirut. L'Iran aveva ripetutamente affermato che un attacco alla capitale libanese avrebbe rappresentato una linea rossa inaccettabile che non doveva in alcun modo essere oltrepassata.

Scontri USA-Iran, la reazione di Russia e Cina: "Massima moderazione, l'escalation va fermata"

 

La Russia si dice "estremamente preoccupata" a seguito degli ultimi scontri tra Stati Uniti e Iran. Mosca ha esortato alla "moderazione" nel conflitto che vede contrapposti gli USA e Israele a Teheran, esploso dopo un violento scambio di colpi che rappresenta la peggiore escalation dal cessate il fuoco dell'8 aprile.

"Siamo estremamente preoccupati per la nuova ondata di scontri armati tra Stati Uniti e Iran, iniziata con l'aggressione non provocata da parte di USA e Israele contro la Repubblica Islamica", ha dichiarato alla stampa Maria Zakharova, portavoce del Ministero degli Esteri russo. "Esortiamo entrambe le parti a esercitare la massima moderazione e a cessare immediatamente le ostilità".

Russia e Iran sono storicamente unite da una profonda diffidenza nei confronti delle politiche statunitensi nelle rispettive aree d'influenza, dall'Asia Centrale all'Afghanistan, fino all'Iraq. Non a caso, il Presidente russo Vladimir Putin ha ribadito che le relazioni con Teheran costituiscono una priorità strategica per Mosca.

Anche Pechino si schiera sul fronte della diplomazia, chiedendo l'immediato stop alle armi. La Cina si è dichiarata "profondamente preoccupata" per le operazioni militari condotte da Stati Uniti e Israele contro l'Iran, invitando i governi a non alimentare la spirale di violenza.

"Tutte le parti coinvolte dovrebbero mantenere la calma, esercitare il self-control e smettere di esacerbare il conflitto. È fondamentale adottare misure concrete per allentare le tensioni", ha affermato il portavoce del Ministero degli Esteri cinese, Lin Jian, durante un briefing con la stampa.

Queste prese di posizione arrivano dopo i duri raid aerei condotti dagli Stati Uniti in territorio iraniano, scattati in risposta all'abbattimento di un elicottero Apache americano nello Stretto di Hormuz.

In attesa di una nuova Yalta digitale: tra l’impero dell’algoritmo e il destino dell’umanità

 

 

di Glauco Benigni

Essere oggi un cittadino occidentale, un “civile abitante di nazioni alleate”,  comporta un carico di responsabilità intellettuale e morale non indifferente. Significa trovarsi nel baricentro di una transizione d’Epoca dove i concetti di sovranità, democrazia, verità e identità vengono riscritti da algoritmi e flussi di capitale immateriale. In questo mosaico, l’azione politica e filosofica non è più rimandabile: esistono delle priorità sistemiche, e la scelta di privilegiare l’una o l’altra non è un semplice esercizio di stile, ma una decisione che “connota” radicalmente chi la compie, definendone la postura etica e la visione del futuro.

La Dittatura della Velocità e l’Asse del Transumanesimo

Il primo grande tema, quello che oggi domina l’agenda tecnocratica, nasce da una constatazione biologica: la strutturale “lentezza” dell’essere umano nei confronti della spaventosa e geometrica potenza di calcolo delle macchine. Questa asimmetria temporale e cognitiva ha spinto una parte delle élite globali a ritenere che l’unico approccio al futuro sia privilegiare il feudalesimo digitale, facendo accettare in progress ogni logica derivante e ogni drammatica conseguenza.

Assistiamo così al dilagare incontrollato dell’Intelligenza Artificiale in ogni ganglio della vita sociale, alla penetrazione pervasiva dei microchips nell’economia e nei corpi, e a un transumanesimo rampante che non si nasconde più nei laboratori, ma si fa manifesto ideologico. Questo processo viene spettacolarizzato in continuazione da reti tv e social media  unificati: è il teatro globale della coppia Elon Musk e Peter Thiel, “prime donne” della PayPal Mafia che ballano il tip-tap sul palco della rete, collezionando miliardi di visualizzazioni. Un intrattenimento ipnotico, un’azione occulta che serve a rendere seducente   l’ibridazione uomo-macchina e a legittimare una Webcracy tecnologica dove l’1% degli Umani, oltre a controllare gli asset economici, controllano anche tutti i dati e i codici sorgenti dell’esistenza altrui.

L’Antico Tema: La Giusta Distribuzione e la Pace

Dall’altra parte della barricata resiste l’antico, ma urgentissimo, tema che riguarda l’Umanità Profonda: la distribuzione onesta delle risorse e tutto ciò che storicamente ne consegue. Parliamo della ricerca della pace non come assenza di guerra, ma come presenza di giustizia; del dialogo interreligioso sincero e del confronto diplomatico tra Governi che siano reale espressione e rappresentanza dei loro popoli, e non semplici comitati d’affari che fanno capo a fondi d'investimento transnazionali.

Questo approccio esige onestà politica, commercio equo e, da subito, un’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) totalmente svincolata dalle logiche del mercato, affinché la salute pubblica non sia mai più considerata un asset finanziario o uno strumento di controllo biopolitico.

Il raggiungimento di questo equilibrio richiede una nuova Yalta, un nuovo assetto geopolitico globale. Tuttavia, la storia non si ripete mai identica: la nuova Yalta non potrà limitarsi a tracciare confini sulle mappe geografiche, ma sarà inevitabilmente (anche) una Yalta dei territori digitali e delle risorse immateriali. I dati, gli algoritmi di deep learning e le frequenze sono oggi i beni strategici primari, esattamente come lo furono il carbone e l’acciaio al debutto dell’era industriale.

Questa “Yalta digitale” sposta pesantemente il baricentro decisionale e condiziona l’Agenda del Potere Mondiale.  Mette al centro dell’area delle “priorità” la rivoluzione digitale, e lo fa infarcendola di AI predittiva e di digital currencies (sia stablecoin che CBDC), strumenti capaci di tracciare, programmare e limitare da remoto la libertà umana con un clic.

Ognuno di questi effetti però genera il suo contrappasso, di conseguenza, l’antico tema della giustizia sociale non scompare, ma piuttosto si arricchisce e si complica: tant’è che oggi parlare di equità significa pretendere una distribuzione onesta delle risorse anche digitali, significa strappare  il monopolio dei dati ai colossi della Silicon Valley e della tecnopoli cinese per restituirli alla sfera del bene comune.

Le Vie d’Uscita e l’Inconsapevolezza dei Popoli

Di fronte a questo bivio epocale, le strade percorribili dai futuri “architetti globali”  appaiono limitate e ben precise:

  • Il G3 Globale: La via del pragmatismo cinico, iperrealista ma stabile, ovvero un accordo diretto e tripartito tra Washington, Pechino e Mosca per spartirsi le sfere d’influenza e i territori sia digitali e che fisici, congelando in tal modo il conflitto globale.
  • Il Multilateralismo: Il ripristino della legalità internazionale, che ha svolto un ruolo essenziale nella seconda metà del 1900, attraverso il ritorno ai tavoli delle Istituzioni Internazionali, a patto che queste vengano rifondate e liberate dalle influenze dei potentati commerciali privati.
  • La Dottrina Sociale: Una via ispirata alla profonda visione della Dottrina Sociale della Chiesa di Roma e di ogni altra Grande Tradizione Spirituale del mondo, capace di rimettere il lavoro, la dignità della persona e la solidarietà al di sopra della finanza speculativa e dell’idolatria tecnologica.

L’alternativa a queste soluzioni è il baratro. Se fallisce la via diplomatica ed etica, il potere rimarrà nelle mani di oligarchie tecnocratiche e di qualche guerriero psicopatico in posizioni di comando, che pur di mantenere l’egemonia o di accelerare il processo di transizione antropologica, ci trascinerà dentro guerre infinite, conflitti ibridi e permanenti in cui la distinzione tra stato di pace e stato di guerra viene definitivamente cancellata.

Di fronte a una tale complessità, la grande maggioranza dei Popoli si trova in una condizione di tragica alienazione. I “civili di nazioni alleate” non leggono più né libri né giornali, gli anziani guardano la televisione e i giovani consumano freneticamente ogni contenuto offerto dai social media, quasi tutti sono anestetizzati dal flusso continuo di informazioni e intrattenimento, mentre i loro Capi Politici, spesso non eletti o privi di reale mandato popolare, giocano a “fare  la Guerra”  e stringono segreti patti sulla pelle dei cittadini ignari.

Ma … sebbene i Popoli si trovino in uno stato di scarsa consapevolezza, manipolati da una propaganda sofisticata e pervasiva, resta in loro un istinto primordiale ineliminabile: la stragrande maggioranza della popolazione mondiale rimane, comunque e sempre, contro la Guerra. È in questa resistenza silenziosa, in questo rifiuto viscerale della distruzione, che risiede l'ultimo baluardo di resistenza e umanità da cui ripartire per rivendicare il primato della coscienza sulla potenza di calcolo.

 

 

Cannabis terapeutica e fibromialgia: riduce il dolore nel 70% dei pazienti secondo un nuovo studio

10 Giugno 2026 ore 12:25
Sette pazienti su dieci hanno ottenuto una riduzione del dolore clinicamente significativa. È il risultato più rilevante di un trial randomizzato in doppio cieco condotto in Australia su adulti con fibromialgia, a cui è stato somministrato per dodici settimane un olio a base di THC e CBD in proporzioni uguali. Lo studio, pubblicato su Pain …

Antico Caffè Greco, vittoria al Tar: riconosciuto il valore storico-unitario del locale

 

di Luca Busca

L’Antico Caffè Greco, una delle più celebri istituzioni culturali e cittadine di Roma, è oggi chiuso. Dopo 265 anni di storia ininterrotta, il locale di via dei Condotti, simbolo della vita artistica e intellettuale della capitale, è stato costretto ad abbassare le serrande in seguito all’esecuzione dello sfratto. Una vicenda che continua a suscitare interrogativi e polemiche, mentre si susseguono i contenziosi giudiziari legati alla tutela del bene storico e alla proprietà dell’immobile.

In questo contesto arriva una nuova e significativa pronuncia del Tar del Lazio. Con la sentenza n. 10536, depositata l’8 giugno 2026, i giudici amministrativi hanno respinto il ricorso presentato dall’Ospedale Israelitico, proprietario delle mura dell’immobile e attualmente impegnato nella procedura di concordato preventivo, contro i provvedimenti ministeriali che hanno rafforzato la tutela del Caffè Greco.

Al centro della controversia vi era il decreto emanato dal Ministero della Cultura che ha riconosciuto il valore culturale degli arredi storici del locale. Resta da decidere il ricorso del proprietario delle mura sulla dimensione identitaria e immateriale. Impostazione, quest’ultima, che trova fondamento nella Convenzione di Faro e che considera il Caffè Greco come un bene culturale unitario, composto non solo dall’immobile e dagli oggetti che contiene, ma anche dalla storia, dalle relazioni e dalle attività che vi si sono sviluppate nel corso dei secoli.

Secondo il Tar, questa interpretazione è perfettamente coerente con i precedenti vincoli imposti già negli anni Cinquanta e con una precedente sentenza del 2011, che aveva riconosciuto il particolare valore assunto dal locale come luogo di incontro di artisti, letterati e intellettuali italiani e stranieri. Il Caffè Greco, sottolineano i giudici, non può essere ridotto alla sola dimensione materiale dell’edificio o degli arredi, poiché il suo significato storico deriva proprio dalla continuità della funzione svolta nel tempo e dal ruolo culturale che ha esercitato ben oltre i confini nazionali.

La sentenza affronta anche la questione della futura commercializzazione dell’immobile insieme ai beni mobili presenti all’interno. Per il Tar si tratta di una contestazione non più proponibile in questa sede, poiché sarebbe dovuto essere avanzata contro i decreti ministeriali del 1953 e del 1954, oggi divenuti definitivi e non più impugnabili.

Nonostante alcune indiscrezioni giornalistiche abbiano ipotizzato una prossima riapertura del locale, la situazione appare tutt’altro che definita. Restano infatti aperte numerose questioni legali riguardanti la titolarità dell’attività storica, della licenza di esercizio, dei segni distintivi e degli arredi. Proseguono inoltre le iniziative giudiziarie finalizzate a chiarire l’esatta estensione della porzione dell’immobile sottoposta a vincolo e a garantire la tutela di un patrimonio considerato parte integrante dell’identità culturale della città.

Sul futuro del Caffè Greco pesa anche il timore che possano prevalere logiche speculative incompatibili con la natura del bene. Per questo viene ribadita la necessità che le istituzioni competenti assicurino la piena applicazione delle norme poste a tutela delle botteghe storiche e dei luoghi che rappresentano un patrimonio collettivo costruito nel corso delle generazioni.

Resta infine aperto il tema della trasparenza nelle operazioni che hanno interessato la proprietà dell’immobile nel corso degli anni. Su questo punto si concentra una parte crescente dell’attenzione pubblica e giudiziaria. Sorge una domanda spontanea: questa scarsa trasparenza sarà per caso dovuta al fatto che l'attuale proprietà delle mura fa capo all'Ospedale Israelitico attualmente impegnato nella procedura di concordato preventivo?

Mondiali 2026: Iran e Messico non sono mai stati così vicini: ecco cosa succederà a Tijuana

 

Secondo quanto scritto da Mohammad Reza Gilani, l'Iran e il Messico sembrano appartenere a mondi diversi. Uno si trova nel cuore dell'Asia occidentale, l'altro in Nord America. Parlano lingue diverse, hanno tradizioni distinte e hanno seguito percorsi storici differenti. Tuttavia, c'è qualcosa in grado di superare qualsiasi distanza: la forza del loro popolo e il loro amore per lo sport più popolare del pianeta.

La designazione di Tijuana come campo base della nazionale iraniana per i Mondiali del 2026 ha aperto un'opportunità senza precedenti per unire due società che, sebbene geograficamente distanti, condividono valori profondamente umani.

Le bandiere dell'Iran e del Messico condividono gli stessi colori: verde, bianco e rosso. Può sembrare una coincidenza. Ma dietro quei colori si celano valori universali che entrambi i popoli riconoscono e rispettano. Il verde rappresenta la speranza e il futuro; il bianco simboleggia la pace e la convivenza; il rosso esprime sacrificio, dignità e amore per la patria.

Forse è per questo che esiste un legame naturale tra messicani e iraniani.

I messicani comprendono perfettamente cosa significhi vivere il calcio con il cuore. Sanno cosa significhi cantare l'inno nazionale prima di una partita, festeggiare una vittoria con la famiglia o mantenere la speranza fino all'ultimo minuto. Gli iraniani provano esattamente la stessa cosa.

Per milioni di iraniani, il calcio è più di un semplice sport. È espressione di identità nazionale, fonte di orgoglio collettivo e linguaggio comune tra generazioni. Allo stesso modo, per milioni di messicani, il calcio è parte integrante della vita quotidiana e della cultura popolare.

Pertanto, la presenza dell'Iran in Messico durante i Mondiali trascende l'aspetto sportivo. È un'opportunità per i tifosi messicani di conoscere l'Iran da vicino, in modo più umano. Un'occasione per scoprire una cultura antica, una società orgogliosa della sua storia e un popolo che attribuisce grande valore all'ospitalità, alla famiglia e all'amicizia.

Sarà anche un'opportunità per gli iraniani di conoscere meglio il Messico, la sua ricchezza culturale, il calore della sua gente e l'incomparabile passione con cui vivono il calcio.

In un'epoca in cui il mondo sembra segnato da divisioni e conflitti, eventi come i Mondiali ci ricordano che esistono spazi in cui le differenze possono trasformarsi in incontro e rispetto reciproco. Il calcio non elimina i confini, ma costruisce ponti.

E nel 2026, uno di quei ponti avrà un nome proprio: Tijuana.

Lì, tifosi, giornalisti, famiglie e giovani di diverse nazionalità si incontreranno. Lì, bandiere diverse sventoleranno sotto lo stesso vessillo. Lì, migliaia di messicani avranno l'opportunità di conoscere meglio l'Iran, al di là dei titoli dei giornali e degli stereotipi.

Il messaggio che l'Iran desidera trasmettere al popolo messicano è semplice e sincero: Grazie per averci aperto le porte del vostro Paese. Grazie per aver accolto il nostro team. Grazie per aver permesso al calcio di diventare uno spazio di amicizia tra le nostre nazioni.

Perché, in fin dei conti, al di là delle lingue, dei confini o delle differenze culturali, c'è qualcosa che unisce messicani e iraniani: l'orgoglio per le nostre radici, l'amore per la nostra patria e l'emozione di vedere una palla rotolare.

Che i Mondiali del 2026 siano una celebrazione dello sport, dell'amicizia e dell'unione dei nostri popoli. Il Messico e l'Iran hanno molto più in comune di quanto immaginino. E forse Tijuana è il luogo in cui questa storia comincia a svelarsi.

Araghchi avverte Washington: "Nessun attacco resterà impunito. Americani via dal Golfo"

 

Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha lanciato un durissimo avvertimento agli Stati Uniti, dichiarando che nessuna azione militare contro il territorio iraniano passerà sotto silenzio. La dura presa di posizione arriva dopo i bombardamenti effettuati dalle forze statunitensi, scattati come rappresaglia per l'abbattimento di un elicottero Apache.

Il messaggio su X: "Forze armate pronte a colpire"

Affidando la sua replica ai canali social, l'alto funzionario di Teheran ha voluto rimarcare la prontezza militare del Paese:

"Nonostante le sconfitte sul campo di battaglia, gli Stati Uniti hanno deciso di mettere alla prova la nostra determinazione. Le nostre potenti Forze Armate non lasceranno impunito alcun attacco o minaccia."

L'ultimatum alle truppe USA: "Lasciate la regione"

Araghchi ha poi esortato apertamente i militari americani ad abbandonare il Medio Oriente per la propria sicurezza, evocando una dura minaccia storica:

  • Il monito: "Gli americani abbandonino la regione se vogliono essere al sicuro".

  • Il richiamo storico: Il ministro ha ricordato che "la storia del Golfo Persico è costellata di capitoli che narrano le tragiche sorti degli intrusi stranieri".

Nel frattempo, il CENTCOM statunitense ha confermato che gli "attacchi di autodifesa" sono stati avviati su ordine diretto del presidente Donald Trump, in quella che la Casa Bianca continua a definire "una risposta proporzionata all'ingiustificata aggressione iraniana".

Scontri a fuoco e raid tra USA e Iran: cosa sappiamo finora?

 

Nelle ultime ore la tensione in Asia occidnetale ha raggiunto livelli critici dopo un violento scambio di attacchi tra Stati Uniti e Iran. La crisi è scoppiata a seguito dell'abbattimento di un elicottero militare statunitense, (Cosa ci faceva un elicottero statuntense in acque iraniane? ndr) a cui è seguita un'immediata rappresaglia di Washington e la successiva controrisposta di Teheran.

L'avvio delle operazioni USA: "Risposta proporzionata"

Il Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) ha annunciato l'inizio di "attacchi di autodifesa" contro l'Iran. L'operazione, ordinata direttamente dal comandante in capo, è stata definita da Washington come "una risposta proporzionata all'aggressione ingiustificata dell'Iran".

Il presidente Donald Trump ha ribadito la fermezza della linea americana:

"È molto importante rispondere all'Iran. Questa è una risposta a quello che hanno fatto al nostro elicottero la scorsa notte. Penso che la reazione debba essere molto forte e decisa, ed è esattamente ciò che questo attacco rappresenta."

L'incidente all'origine del conflitto

Il Pentagono ha confermato la dinamica che ha innescato l'escalation:

  • Il mezzo coinvolto: Un elicottero AH-64 Apache.

  • I fatti: L'8 giugno alle 23:33 UTC, il velivolo è precipitato in mare vicino alla costa dell'Oman durante un pattugliamento.

  • L'equipaggio: I militari sono stati tratti in salvo dopo circa due ore e si trovano in condizioni stabili.

La dura controrisposta di Teheran

La reazione iraniana non si è fatta attendere. Il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) e il Comando Centrale Khatam al Anbiya (il massimo organo operativo militare persiano) hanno coordinato una serie di attacchi contro gli assetti statunitensi nella regione.

  • Attacchi alle basi USA: Le forze iraniane hanno preso di mira diverse basi statunitensi in Medio Oriente con quello che è stato definito "un potente attacco". Secondo l'agenzia Tasnim, l'azione è una risposta all'aggressione delle forze americane (definite "terroristiche") nel sud del Paese, avvenuta "con il falso pretesto dell'abbattimento di un elicottero".

  • Raid contro la Quinta Flotta: Le forze navali dell'IRGC hanno lanciato un attacco con droni contro la Quinta Flotta statunitense di stanza in Bahrein. "Gli scontri continuano e le coraggiose guardie della nazione iraniana stanno rispondendo all'aggressione del nemico", si legge nel comunicato ufficiale.

Il monito dell'Iran

Teheran ha lanciato un severo avvertimento formale: se gli Stati Uniti ripeteranno i loro attacchi contro la nazione persiana, verranno condotti "attacchi ancora più gravi e diffusi contro tutti gli obiettivi individuati nella regione".

L'Iran diffida l'ONU e avverte il Medio Oriente sulle basi USA

 

Il Ministero degli Esteri di Teheran ha lanciato un duro monito formale ai Paesi del Medio Oriente, con particolare fermezza verso gli Stati che si affacciano sulla costa meridionale del Golfo Persico. L'Iran richiama i vicini regionali alla loro "responsabilità legale e morale", intimando loro di impedire che i rispettivi territori vengano utilizzati dagli Stati Uniti e da Israele per l'avvio di offensive contro la nazione persiana.

La minaccia di Teheran: pronti a colpire i Paesi ospitanti

Nel comunicato, il governo iraniano ha chiarito che non esiterà a esercitare il proprio intrinseco diritto all'autodifesa. Questa strategia di risposta prevede il coinvolgimento diretto di chiunque offra supporto logistico alle forze nemiche:

  • Obiettivi dichiarati: Saranno presi di mira i punti esatti da cui partono i raid, incluse le basi militari e le infrastrutture logistiche utilizzate per condurre o supportare le operazioni aggressive contro l'Iran.

L'appello alle Nazioni Unite

Teheran ha chiamato in causa anche la comunità internazionale, ribadendo le precise responsabilità dell'ONU, del Consiglio di Sicurezza e del Segretario Generale António Guterres. Secondo il Ministero degli Esteri iraniano, gli organi delle Nazioni Unite hanno il dovere di preservare la pace globale e di ritenere formalmente responsabili gli Stati Uniti e Israele per l'escalation in corso.

Le ONG in Italia tra spinta ideale e logica manageriale 

 

A che punto è la cooperazione internazionale italiana? E quale è stata l’evoluzione politica ed economica di organizzazioni nate negli anni Sessanta e Settanta in stretta relazione con i movimenti di base e con una cultura di solidarietà internazionale? A queste domande prova a rispondere un libro di agile lettura che unisce ricostruzione storica e indagine sullo stato delle cose. ONG in Italia. Storia, organizzazione, prospettive (Carocci, 2025) di Fiorenzo Polito, che porta a maturazione anni di studio sulle ONG italiane, trasformando una ricerca di dottorato in un libro che, affronta una questione complessa: il dibattersi delle ONG tra missioni e visioni originarie che ne hanno animato il lavoro e i dettami di un sempre più diffuso managerialismo. È infatti con il consolidarsi del neoliberismo, dagli anni Ottanta in avanti, che si diffonde e afferma l’idea che anche le organizzazioni non profit debbano essere guidate da logiche manageriali: professionalizzazione, misurazione dei risultati, omogeneizzazione delle pratiche.

La forza del volume sta proprio nell’accogliere la complessità, senza proporre una spiegazione semplicistica o di mero giudizio morale. Polito non descrive genericamente l’“istituzionalizzazione” del settore, ma la colloca dentro una cornice più ampia in cui mutano le logiche della cooperazione e degli aiuti, i rapporti tra donatori e beneficiari, la politica degli ultimi trent’anni e, infine, la configurazione stessa della società civile organizzata. La sua analisi mostra come l’incontro-scontro tra un ethos movimentista e i requisiti di efficienza, misurabilità e professionalizzazione (quest’ultima mai rinnegata da chi lavora nell’ambito o vissuta come una perdita, piuttosto identificata come un guadagno), abbia portato verso logiche aziendali che, nel contesto italiano, danno vita a un “managerialismo incompleto”, popolato da attori piccoli, plurali, radicati e difficilmente riconducibili ai modelli organizzativi dei colossi della cooperazione anglosassoni.  Quel che emerge dal volume è un settore trasformato, attraversato da tensioni verticali — tra grandi ONG internazionali e realtà minori — e da divisioni interne, in cui la spinta verso l’omogeneizzazione gestionale ha prodotto riflessioni, frammentazioni ed esclusioni. Ma anche un settore che continua a resistere strenuamente e che, nonostante gli standard imposti da governi, donatori e dalla logica competitiva, racconta di molte ONG italiane, soprattutto quelle di piccole e medie dimensioni, che vogliono e riescono a mantenere un’identità radicata nel lavoro di prossimità nei territori e nei legami con il resto della società civile.

Dopo una quanto mai necessaria ricostruzione storica, Polito si concentra sull’ambiente organizzativo delle ONG italiane. Il libro va letto ovviamente nella sua interezza ma ci soffermeremo sulle tre dimensioni individuate dall’autore — identitaria, economica, relazionale — che permettono di cogliere la complessità di un settore collocato dentro una policrisi mondiale e segnato da fratture, ambivalenze e forme di resistenza. 

Nel paragrafo dedicato all’identità organizzativa, viene mostrato con chiarezza il paradosso che attraversa oggi la cooperazione internazionale non governativa: mai come ora — in un mondo segnato da instabilità geopolitica, devastazione climatica, guerre prolungate e crisi finanziarie — i valori fondativi delle ONG appaiono necessari; eppure proprio questi sono sempre più difficili da sostenere nella pratica quotidiana. Dalle interviste riportate emerge una consapevolezza diffusa, ovvero che il tradizionale “modello italiano” — associazioni piccole, radicate, con pochi dipendenti, progetti limitati territorialmente e una forte dipendenza da fondi istituzionali — non è facilmente sostenibile nel lungo periodo. La vitalità storica dell’associazionismo, frutto di spontaneità e capillarità, diventa oggi un elemento complicato che per alcune realtà è un pluralismo da difendere; per altre un fattore di frammentazione, destinato prima o poi a produrre un processo di “selezione naturale” in cui le realtà minori verranno assorbite dalle maggiori. È qui che Polito intercetta il nodo cruciale della trasformazione: la crescente pressione ad assumere forme e logiche quasi aziendali — ampliamento, specializzazione, centralizzazione — come unica via per la sopravvivenza. Una traiettoria che rischia di scardinare proprio la natura relazionale, politica e solidaristica che ha storicamente caratterizzato la cooperazione dal basso in Italia. 

La seconda dimensione analizzata riguarda il terreno più scivoloso e meno discusso della sostenibilità economica. La natura non profit delle ONG non le mette al riparo dalle logiche di mercato, ma al contrario, le espone a una precarietà strutturale che condiziona scelte strategiche, priorità operative e perfino identità organizzative. La dipendenza quasi totale da finanziamenti esterni costringe le ONG a impostare il lavoro seguendo criteri economici e burocratici sempre più stringenti di cui le lavoratrici e i lavoratori sono consapevoli e dalle quali si sentono spesso soffocare. Come ricorda un’intervistata, i progetti si realizzano grazie alle persone ma, ad esempio, proprio le spese legate al personale sono sempre più difficili da giustificare nei budget di progetto, rendendo insostenibili molte attività cardine e prospettive desiderate.

Infine, la terza dimensione, quella relazionale, è uno dei contributi cruciali del libro. Polito ricostruisce la fitta rete di rapporti che le ONG intrattengono lungo la “catena della cooperazione” — con attori politici, istituzioni, enti finanziatori, media, opinione pubblica — mostrando come tali relazioni abbiano un peso notevole nell’ambiente operativo del settore. Il quadro che emerge è caratterizzato da un evidente arretramento della sfera politica.
Molte persone intervistate sottolineano la perdita di centralità dei temi della cooperazione internazionale nel dibattito pubblico, il disinteresse dei partiti, anche di centrosinistra e, quindi, la dissoluzione dei legami politici storici che per decenni avevano sostenuto le ONG. Oggi gli interlocutori principali sono i governi e i ministeri. Anche sul fronte dell’opinione pubblica, il quadro non è meno critico. Un mondo sempre meno propenso ai valori della solidarietà, che spesso viene criminalizzata, nonché un’evidente messa in discussione, soprattutto e paradossalmente dall’alto, dei principi democratici, vede la società civile organizzata indebolita. A questo si aggiunge, nel nostro paese, una delegittimazione politica e mediatica aggressiva, culminata nella campagna contro le ONG impegnate nei soccorsi in mare, dal 2017 in poi, fino alla retorica dei “porti chiusi” e dei “taxi del mare”. In questo contesto, diverse voci riportate nel volume rivendicano la necessità di tornare a una postura più attivista, capace di ricollocare le ONG non solo come erogatrici di progetti, bisognose di fondi ma pur sempre come soggetti capaci di incidere sui cambiamenti sociali, culturali e politici.

Le conclusioni del volume mettono quindi in evidenza un contesto complesso e contraddittorio, in cui la pressione del managerialismo si intreccia con le aspirazioni originarie. Il modello manageriale, a cui alcune organizzazioni si adeguano e altre resistono, esercita una forza costante, obbligando le ONG a trovare un delicato equilibrio tra l’adesione ai requisiti dei donatori e la conservazione della propria identità. L’innovazione che sembra sempre più necessaria, non è un semplice strumento di crescita, ma diventa una condizione necessaria per garantire la sostenibilità dei progetti e degli ideali di cambiamento e trasformazione, che permetterebbe alle ONG di mantenere rilevanza e incisività in un contesto globale sempre più conservatore, frammentato e competitivo. Ma Polito mette in luce anche le risorse e le strategie di resilienza del settore. Le ONG italiane, pur consapevoli dei vincoli economici, burocratici e politici, mostrano una capacità significativa di adattamento, cercando di coniugare l’urgenza dell’azione con l’attenzione ai principi etici della cooperazione. Questo equilibrio tra pragmatismo e idealità, seppur infragilito, costituisce uno degli elementi più interessanti evidenziati, perché suggerisce che la società civile organizzata può continuare a esercitare un ruolo trasformativo, anche in contesti e condizioni difficili. Polito, evocando Gramsci, sottolinea come «affinché si verifichi una trasformazione reale, è necessario sviluppare un senso di autocoscienza condiviso e creare alleanze tra le diverse organizzazioni della società civile, cosa che la competizione e le gerarchie interne spesso ostacolano». ONG in Italia. Storia, organizzazione, prospettive si configura così come un contributo prezioso per chi voglia comprendere le tensioni strutturali del settore della cooperazione non governativa italiana. Ma lo è anche per ampliare, come sarebbe necessario, lo sguardo su un attacco alla democrazia che vede nella delegittimazione della società civile la possibilità concreta di restringere gli spazi di azione, neutralizzare il dissenso e ridefinire la politica come mera gestione del potere. 

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Cento giorni di guerra, l'Iran resiste e Trump rilancia l'escalation

A cento giorni dall'inizio della campagna militare condotta da Stati Uniti e Israele contro l'Iran, il quadro che emerge è molto diverso da quello prospettato nelle prime fasi del conflitto. Nonostante i pesanti attacchi subiti, la Repubblica Islamica ha mantenuto intatta la propria struttura politica e militare, dimostrando una capacità di adattamento e resistenza che ha finora impedito il raggiungimento degli obiettivi strategici dichiarati da Washington e Tel Aviv.

Secondo numerose valutazioni, i bombardamenti hanno provocato danni significativi alle infrastrutture e alle capacità difensive iraniane, senza però determinare il collasso del sistema statale né la paralisi delle forze armate. Anche sul fronte interno, le aspettative di una rapida destabilizzazione politica non si sono concretizzate. Al contrario, la pressione esterna ha contribuito a rafforzare la coesione nazionale e a consolidare il sostegno alla difesa del Paese. In questo contesto già estremamente teso, il presidente statunitense Donald Trump ha annunciato una possibile risposta militare dopo l'abbattimento di un elicottero AH-64 Apache statunitense nelle acque vicine all'Oman.

In un messaggio pubblicato su Truth Social, il capo della Casa Bianca ha attribuito la responsabilità dell'incidente a Teheran e ha affermato che gli Stati Uniti “devono rispondere” all'accaduto. L'episodio si inserisce in una spirale di escalation che continua ad alimentare l'instabilità regionale. Mentre la Quinta Flotta nordamericana mantiene una massiccia presenza navale nel Mar Arabico, l'Iran prosegue le proprie operazioni nello Stretto di Hormuz, uno dei punti strategici più importanti per il commercio energetico mondiale. Le nuove minacce di Washington arrivano in un momento in cui la strategia della pressione militare non sembra aver prodotto i risultati sperati.

Lungi dall'essere piegato, l'Iran continua a conservare la capacità di reagire sul piano militare, di influenzare gli equilibri regionali e di incidere sui mercati energetici globali. Invece di avvicinare una soluzione del conflitto, le continue promesse di ritorsione da parte dell'amministrazione Trump rischiano così di spingere la crisi verso una fase ancora più pericolosa e imprevedibile.


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FCAS: naufraga il progetto simbolo della difesa europea

Si chiude con un fallimento uno dei più ambiziosi programmi industriali e militari dell'Unione Europea. Francia e Germania hanno deciso di abbandonare il progetto FCAS (Future Combat Air System), il sistema aereo da combattimento di nuova generazione che avrebbe dovuto rappresentare il pilastro della futura autonomia strategica europea. L'iniziativa, lanciata nel 2017 dal presidente francese Emmanuel Macron e dall'allora cancelliera tedesca Angela Merkel, prevedeva la realizzazione di un caccia avanzato supportato da droni e collegato a una sofisticata rete digitale di combattimento. Il valore complessivo del programma era stimato in circa 100 miliardi di euro e coinvolgeva anche la Spagna. Fin dall'inizio, tuttavia, il progetto è stato ostacolato da profonde divergenze industriali e strategiche.

Da un lato la francese Dassault Aviation rivendicava il controllo della progettazione del velivolo per proteggere il proprio know-how tecnologico; dall'altro Airbus, che rappresentava gli interessi tedeschi e spagnoli, chiedeva una gestione più equilibrata e una maggiore condivisione delle tecnologie. Alle rivalità industriali si sono aggiunte differenze politiche e operative. Parigi puntava a un velivolo in grado di trasportare armamento nucleare e operare dalle portaerei francesi, mentre Berlino era interessata principalmente a un caccia convenzionale destinato alla difesa aerea europea. Dopo mesi di stallo, i tentativi di rilancio promossi da Macron e dal cancelliere tedesco Friedrich Merz non hanno prodotto risultati.

Nel corso dell'ultimo vertice tra Unione Europea e Balcani occidentali in Montenegro, i due leader hanno preso atto dell'impossibilità di superare le divergenze e hanno deciso di interrompere definitivamente il programma. Il collasso del FCAS rappresenta un duro colpo per le ambizioni europee di integrazione nel settore della difesa.

In un contesto segnato dalla guerra in Ucraina e dall'incertezza sul futuro impegno degli Stati Uniti nella sicurezza del continente, il fallimento del progetto evidenzia quanto sia ancora difficile trasformare le dichiarazioni sull'autonomia strategica europea in una reale cooperazione industriale e militare.



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