Thanks to Trump, Chinese people have a more realistic view of America






© Norlys Perez/Reuters


© Cesar Rodriguez for The New York Times

Al Parlamento europeo c’è qualcuno che decisamente non li ama. I 29 deputati del Parlamento europeo espressi dal partito di Governo della Germania, l’Unione democratica cristiana (CDU) e l’Unione sociale cristiana (CSU), che aderiscono al Partito popolare europeo, hanno lanciato una campagna per instaurare un blocco totale alla concessione di visti turistici Schengen ai cittadini russi. All’insegna dello slogan “Una vacanza in Europa è un privilegio e non un diritto”, i deputati tedeschi si sono detti assolutamente indignati del fatto che circa 500 mila cittadini russi l’anno scorso abbiano ottenuto il visto per visitare l’Europa. A parer loro, nessun russo deve più entrare.
L’iniziativa dei 29 esponenti CDU/CSU, anche al di là delle questioni di principio e di coerenza (nessuno ha mai pensato di bloccare americani e britannici dopo l’invasione dell’Iraq…) ci pare una vera fesseria anche per altre e più concrete ragioni. Nel 2022, nei primi mesi dopo l’invasione russa dell’Ucraina, circa un milione e mezzo di russi lasciò il Paese. Molti verso Georgia e Armenia, ma molti anche verso l’Europa comunitaria. Si trattava in gran parte di giovani qualificati (informatici, ingegneri, quadri…) che non volevano andare in guerra o, comunque, non volevano essere coinvolti nelle politiche di Vladimir Putin. Poco dopo, proprio all’insegna del motto che tutti i russi sono comunque colpevoli, cominciò il giro di vite: visti più difficili, compressione per gli studenti russi della possibilità di accedere a università europee, controlli assai più stringenti sugli accessi al territorio Ue per ragioni di lavoro, cacciata degli atleti dalle competizioni internazionali e così via.
Quale fu il risultato di questa brillante politica? In altri pochi mesi almeno metà degli emigrati tornò in Russia. Al posto di continuare a togliere capitale umano a Putin, cominciammo a restituirglielo. C’è da stupirsi che l’Europa abbia dei problemi?
Inside Russia prova a raccontare la Russia e i Paesi coinvolti nelle sue politiche in un modo che non si limiti a seguire le versioni più diffuse o addirittura i luoghi comuni. Se quest’approccio ti convince, diventa uno di noi, abbonati a InsideOver! Riceverai ogni giovedì, puntualmente, la newsletter InsideRussia, una finestra aperta su una parte decisiva del mondo.
L'articolo Maledetti turisti russi! proviene da InsideOver.

© Reuters








© Khaled Desouki/Agence France-Presse — Getty Images

© David Guttenfelder/The New York Times




Non è un caso se nelle settimane in cui gli Stati Uniti si sono rimessi in pista per pressare l’Iran e spingere su concessioni maggiori nella trattativa, arrivando a due notti consecutive di raid nelle giornate del 9 e del 10 giugno, anche in Europa orientale tra Ucraina e Russia la conflittualità è rinfocolata e in Libano il cessate-il-fuoco mediato dagli Usa è stato fragilissimo e costantemente calpestato da Israele.
Washington vuole tenere in mano il boccino dell’ordine globale ma oggi più che mai il danno politico e d’immagine che le politiche dell’amministrazione di Donald Trump alla credibilità degli Stati Uniti rischia di compromettere, su molti fronti, la posizione della superpotenza. O forse hanno proprio l’obiettivo di ristabilire una logica di interventismo e uso della forza che l’amministrazione più interventista dalla fine della Guerra Fredda a oggi non manca di rivendicare ed esercitare fin dalla sua instaurazione. All’ombra della paura americana per la scalata cinese all’ordine globale, che agli occhi di Trump giustifica l’interventismo in ogni teatro dove si possa frenare questa dinamica, le azioni statunitensi concretizzano il cortocircuito americano danneggiando la credibilità della posizione americana.
In Ucraina, ad esempio, la guerra continua e la distensione russo-americana langue. Dopo la sterile passerella di Ferragosto ad Anchorage, teatro del vertice tra due leader che si illudevano di potersi dividere il mondo come in un nuovo 1945, Donald Trump e Vladimir Putin non si sono più incontrati. Il presidente russo ha maldigerito l’avventurismo militare di Trump, dal Venezuela all’Iran, e intende l’Ucraina come una parte più ampia di un confronto bilaterale in cui Mosca cerca garanzie securitarie al suo posto nel mondo. A gennaio, nel silenzio e nell’indifferenza, è scaduto il trattato New Start sull’ordine nucleare, ultimo retaggio di un’epoca di regole condivise. Volodymyr Zelensky sta alzando l’asticella degli attacchi ucraini in Russia e non sembra disposto a tornare a Canossa da Trump, non citando quasi più il presidente Usa come un potenziale risolutore della guerra. L’ipotesi di un conflitto prolungato fino al 2027 è tutt’altro che remota, e la mediazione americana semplicemente inefficace.
Qualcosa di simile si può dire del Libano, che con Israele ha negoziato un cessate il fuoco che impegna il guscio vuoto delle istituzioni di Beirut e che la stessa Tel Aviv, che Trump rivendica di aver frenato in passato sull’Iran prima di procedere egli stesso a ordinare nuovi raid, calpesta dal primo giorno usando la leva della guerra con Hezbollah. Non va meglio a Gaza, dove il Board of Peace ha cristallizzato quella che suIl Sole 24 Ore Giuliano Noci, prorettore del Politecnico di Milano, ha definito “una diplomazia da talent show“, che coltiva l’illusione della “formalizzazione di un’idea tanto semplice quanto brutale: le regole comuni sono lente, meglio sostituirle con un tavolo selezionato, convocato e presieduto da chi detiene il potere”. Risultato: in Ucraina si continua a morire, in Libano Israele bombarda, a Gaza la situazione non è migliorata.
Trump ha mediato la tregua di Gaza assieme a Paesi, come Qatar, Egitto e Turchia, che con l’Arabia Saudita e, soprattutto, il mediatore Pakistan hanno sostenuto l’ipotesi di un grande accordo con l’Iran ed erano a un passo, settimane fa, dal definirlo prima che Washington entrasse a gamba tesa, rispolverando su iniziativa dei falchi neoconservatori e interventisti l’adesione dei Paesi arabi agli Accordi di Abramo, vera e propria alleanza antiraniana con Israele al centro, come contropartita della fine della guerra. Rendendo la proposta irricevibile per l’Iran stesso.
Chissà come tutto questo sarà letto a Cuba, Paese sotto assedio americano da gennaio che vive una fase incrementata dello storico embargo e ora si trova a dover fare i conti con una superpotenza che con una mano stringe l’isola, le ferma le forniture di petrolio e ne sanziona leader e colossi economici, e con l’altra prova a trattare, chiedendo concessioni sull’apertura politica e svolte interne potenzialmente foriere di un cambio della guardia a L’Avana. “Siamo i migliori a negoziare con le bombe”, ha detto riferito a Cuba il capo del Pentagono, Pete Hegseth, dopo gli attacchi rinnovati in Iran. Un monito importante e notevole, che rivendica come Washington voglia essere protagonista di una nuova fase di interventismo unilaterale che sta destabilizzando dal vertice l’ordine globale. Portandolo in un territorio inesplorato di competizione e conflittualità sulla scorta delle mosse di una fragile superpotenza desiderosa di mostrare forza per celare le sue vulnerabilità interne intrinseche. Nella sua brutalità, Hegseth è forse quantomeno onesto sugli obiettivi americani. Del resto, chi si potrà più fidare a negoziare con gli Usa dopo un consolidato trend di precedenti tale da rendere poco credibile ogni iniziativa della diplomazia a stelle e strisce?
Nella nuova “era dei predatori”, in cui tendenze conflittuali crescenti su scala globale, rivalità tra potenze e ambizioni imperiali ridisegnano l’ordine mondiale, InsideOver prova a tracciare una bussola per un’informazione equilibrata e orientata ad analizzare i grandi trend, senza ansie o preclusioni ideologiche. Se vuoi sostenere la missione di questa testata dinamica e ambiziosa, abbonati e diventa uno di noi!
L'articolo Golfo, Libano, Ucraina: dove gli Usa trattano si muore di più proviene da InsideOver.
Da Aosta a Palermo, una settimana in Italia raccontata da Alessandro Gilioli Leggi



Mentre il Messico si appresta a dare il via alla Coppa del Mondo FIFA 2026, migliaia di persone, soprattutto donne, stanno organizzando una marcia fuori dallo stadio, nella capitale del Paese. “Non giocate con il nostro dolore” è il loro slogan, un grido che dà voce a oltre 134.000 persone scomparse che lo Stato sembra voler dimenticare.
A partire dall’11 giugno, la capienza complessiva per i singoli match nei tre impianti messicani scelti per il torneo FIFA sarà di oltre 184mila posti: lo Stadio Azteca di Città del Messico ospita fino a 83mila spettatori, il Monterrey nel Nuevo León 53.500 e l’Akron a Jalisco, 48mila. Nello stesso momento, secondo gli ultimi dati ufficiali del Registro Nazionale, le persone svanite nel nulla in Messico sono 134.845 (dal 1952 ad oggi). Significa che l’esercito dei desaparecidos messicani potrebbe riempire da solo l’intero Stadio Azteca durante la partita inaugurale lasciando fuori ancora una folla immensa, o che da solo supererebbe di gran lunga il numero di spettatori di una partita a Monterrey riempiendo quell’impianto per due volte e mezzo.
“In Messico ci sono più persone scomparse di quante assisteranno alla partita inaugurale di questi Mondiali”, ha confermato Edith Olivares Ferreto, direttrice esecutiva di Amnesty International Messico. L’organizzazione supporta da anni le associazioni dei familiari degli scomparsi che, proprio in occasione dei Mondiali, hanno deciso di sfruttare i riflettori globali e l’arrivo dei turisti per rompere il silenzio su un grave problema di cui si sta occupando anche l’ONU. Per farsi ascoltare da spettatori vicini e lontani, i collettivi hanno messo in campo una serie di iniziative nelle città che ospiteranno le partite.
I collettivi impegnati nella ricerca dei desaparecidos stanno organizzando una protesta pacifica in concomitanza con il match inaugurale all’Azteca (lo stadio che consacrò l’Argentina di Maradona nel 1986). “Non giocate con il nostro dolore” è il loro slogan, un grido che trasforma i numeri dei seggiolini degli stadi nei volti di chi non c’è più. Si prevede la partecipazione di migliaia di familiari che manifesteranno in onore dei propri cari, molti dei quali reclutati con la forza dai cartelli della droga o uccisi per aver opposto resistenza. In Messico, le sparizioni avvengono per molteplici ragioni, spesso legate alla criminalità organizzata. I gruppi criminali utilizzano frequentemente le sparizioni come strumento di controllo e intimidazione.
Nelle scorse settimane, sempre fuori dallo stadio di Città del Messico, sono stati affissi i manifesti con le foto degli scomparsi ed è stata avvistata anche una bizzarra mascotte, l’Ajolote Buscador (l’Axolotl cercatore), che è anche il simbolo della città in occasione dei Mondiali di calcio. Si tratta di una salamandra in grado di rigenerare quasi tutto il suo corpo se ferita e, per tale motivo, simbolo della resistenza delle famiglie che continuano a cercare i propri cari. Per rafforzare il concetto, la mascotte ha in mano una pala, attrezzo usato dai familiari per cercare i corpi.
Nello Stato di Jalisco, il collettivo di Luz de Esperanza ha trasformato i classici avvisi di ricerca in figurine simili a quelle del celebre album ufficiale dei Mondiali, dove a indossare la maglia della nazionale messicana non sono più i calciatori, ma gli scomparsi. I manifesti sono stati affissi nei pressi del FIFA Fan Festival e nei luoghi più turistici della città di Guadalajara.
Il gruppo non è contro l’evento sportivo ma contesta apertamente il fatto che il governo locale abbia investito milioni di pesos nei preparativi per le quattro partite della fase a gironi, ignorando la crisi umanitaria di Jalisco, epicentro del crimine organizzato messicano e, secondo la Comisión Interamericana de Derechos Humanos, detentrice del record nazionale di sparizioni forzate: circa 16mila in appena dieci anni. “L’errore sta nello smettere di nominare coloro che devono essere nominati e nello smettere di cercare”, ha dichiarato all’agenzia EFE Héctor Flores, membro dell’organizzazione.
Oltre ai fiumi di denaro stanziati a livello locale, a finire al centro delle polemiche è l’intera filosofia del piano di sicurezza nazionale, concepito per blindare il torneo ma non i cittadini. La strategia, battezzata piano “Kukulkán”, è nata per contenere i timori di un’escalation della violenza dei cartelli dopo la recente uccisione del leader del cartello Jalisco Nueva Generación, Nemesio Oseguera Cervantes, alias El Mencio. Il piano prevede il dispiegamento massiccio di 100mila uomini tra agenti di polizia, truppe dell’esercito e sicurezza privata per la sorveglianza dello spazio aereo, marittimo, terrestre e del cyberspazio, supportata da sistemi di monitoraggio continuo e di allerta precoce.
Un dispiegamento di forze e tecnologie senza precedenti che stride con la realtà del territorio: proprio nello Stato di Jalisco, lo scorso gennaio, sono stati trovati centinaia di resti umani in fosse comuni. Il ritrovamento non si deve all’efficienza dei reparti speciali o del monitoraggio statale, ma al lavoro autogestito dei collettivi di ricerca costituiti dalle famiglie delle persone scomparse.
Anche l’associazione United Forces for Our Disappeared in Nuevo León (FUNDENL) ha presentato la sua “nazionale messicana”: una squadra di 21 “giocatori desaparecidos”, ognuno con il proprio nome, numero e la data dell’ultimo avvistamento sulla maglia. Solo nel 2026, in questo stato sono scomparse 367 persone, di cui 262 risultano ancora disperse.
I membri dell’associazione hanno di recente denunciato un fatto increscioso, riportato anche dalla testata messicana La Jornada: il tentativo del governo dello stato di Nuevo León di coprire i volti e le foto degli scomparsi nella Plaza de las y los Desaparecidos a Monterrey, nascondendoli dietro a dei grandi vasi di fiori ornamentali. Il collettivo ha definito l’azione un’offesa alla società e ha risposto affiggendo i manifesti direttamente sui vasi, mostrando un simbolico “cartellino rosso” alle autorità locali per le sistematiche omissioni nelle indagini.
Nonostante l’introduzione di meccanismi giuridici internazionali, le sparizioni forzate rimangono una ferita aperta. I collettivi sottolineano come le riforme legislative promesse non siano mai state attuate. “Otto anni dopo la creazione della Commissione locale di ricerca mancano ancora piani concreti, come l’istituzione di programmi di medicina legale presso l’Universidad Ciudadana di Nuevo León”, attacca FUNDENL. Al momento sarebbero oltre 70mila i corpi non identificati in custodia dello Stato.
Il dramma messicano è da tempo uscito dai confini nazionali per diventare un caso internazionale. Lo scorso aprile, il comitato dell’ONU che si occupa di sparizioni (CED) ha attivato una procedura d’emergenza (l’articolo 34) e ha chiesto di portare il caso del Messico davanti all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Per la CED le sparizioni in Messico non sarebbero casi isolati, ma così diffusi e sistematici da essere definiti “crimini contro l’umanità”.
La presidente messicana Claudia Sheinbaum ha negato tali accuse sostenendo che per parlare di crimini contro l’umanità servirebbe una politica deliberata di attacco ai civili da parte dello Stato, mentre la colpa delle sparizioni sarebbe da imputare esclusivamente ai cartelli della droga e alla criminalità organizzata.
Secondo la CED, tuttavia, ci sono prove che in molti casi i funzionari pubblici e la polizia avrebbero favorito i criminali attraverso l’omertà e la complicità. Di fronte a una crisi che le autorità locali non riescono più a gestire, l’ONU ha chiesto alla comunità internazionale di inviare in Messico aiuti finanziari e specialisti. Si vogliono mappare le fosse comuni, analizzare i resti umani non ancora identificati e indagare sui legami corrotti tra politica e narcotraffico; ma si vuole anche garantire protezione ai familiari che rischiano la vita per cercare i loro cari.
Nonostante la presidente del Messico abbia difeso l’operato del governo, ha comunque dovuto riconoscere i gravi ritardi delle procure locali: “È meglio che il fascicolo venga aperto dall’inizio, perché questo garantisce la ricerca”, ha dichiarato, lasciando aperta la porta a un cambio di rotta istituzionale che le famiglie degli scomparsi aspettano da anni.
Le donne, le cosìdette madres buscadoras, sono la vera forza trainante di questa battaglia. Si organizzano, battono le strade, scavano sotto terra, visitano gli obitori e si spingono fino alle zone controllate dai cartelli per cercare le persone scomparse. Una dedizione che pagano a carissimo prezzo.
Secondo un rapporto di Amnesty International relativo al 2025, il 97% delle donne impegnate nelle ricerche ha riferito di aver subito violenze. I rischi includono: minacce (45%) ed estorsioni (39%); aggressioni fisiche (27%) e sfollamento forzato (27%); torture (10%), rapimenti (6%), violenze sessuali, ma anche omicidi.
Tra il 2019 e il 2024, ben 16 attivisti impegnati nelle ricerche sono stati assassinati. Tredici di loro erano donne. Madri che hanno pagato con la vita la colpa di aver cercato una verità che spesso si nasconde sotto terra, a pochi passi dagli stadi di questi Mondiali.
A tutto questo si aggiunge lo stigma sociale. Una donna su due viene colpevolizzata o isolata dalle autorità e persino dalle proprie comunità. Il logorio è anche economico: “Essere ricchi o poveri non è la stessa cosa”, denunciano molte madri nel report. “Se scompare un ricco la procura si muove subito; per mio figlio non riesco nemmeno a fissare un appuntamento”. Ma è anche sanitario: il 70% dichiara gravi problemi di salute fisica e mentale. Araceli Rodríguez, che cerca suo figlio da 15 anni, racconta di aver avuto difficoltà a respirare e di aver perso i denti per lo stress.
Nonostante ciò, solo il 17% delle donne denuncia le aggressioni subite durante le ricerche, a causa della totale sfiducia nelle istituzioni e della percezione di una forte collusione tra funzionari pubblici e criminalità organizzata. Anche gli investigatori e i tecnici forensi molto spesso non dispongono della formazione e delle risorse necessarie per svolgere il loro lavoro, mentre testimoni e vittime sono spesso terrorizzati da ritorsioni per aver collaborato alle indagini e le autorità non sono in grado o non sono disposte a proteggerli. Sebbene l’emittente KYMA abbia recentemente riportato l’ennesima direttiva per eliminare formalmente ogni attesa, molte procure locali continuano illegalmente a chiedere alle famiglie di aspettare 72 ore prima di avviare le ricerche.
Ora, mentre i riflettori del mondo si accendono sugli stadi, i familiari degli scomparsi chiedono che il governo accetti l’aiuto e le tecnologie di altri Paesi. “Mentre decine di milioni di persone in tutto il mondo si preparano a seguire quella che la FIFA definisce ‘la più grande cerimonia di apertura del mondo’, migliaia di donne coraggiose in Messico coglieranno l’occasione per scendere in piazza e ricordare che le ricerche continuano”, conclude Edith Olivares Ferreto, di Amnesty International.
L'articolo Messico: il mondiale parallelo delle famiglie dei 135 mila desaparecidos proviene da InsideOver.







Altra notte di fuoco incrociato tra Iran e Stati Uniti. Ma, nonostante le apparenze ancora non è guerra: ad oggi non si registrano vittime né dall’una né dall’altra parte. I duellanti, a quanto pare, nonostante le minacce reciproche stanno calibrando i colpi. Per ora.
Significativo, ad esempio, l’attacco a due serbatoi idrici sulla costa iraniana: nel riferire la verità della denuncia iraniana, riscontrata attraverso satelliti, il New York Times vi associa il comunicato dell’esercito americano nel quale è specificato che l’attacco è stato condotto “con munizioni di precisione”. Quindi è stato colpito di proposito, un crimine di guerra che ha lasciato senza acqua potabile 20mila persone. Ma, allo stesso tempo, si è voluto evitare che le bombe facessero strame di civili.

Tra l’altro, l’Iran si è guardato bene, per ora, di attaccare Israele, che gli avrebbe attirato repliche non altrettanto mirate, con conseguente e inevitabile ampliamento del conflitto.
Insomma, ancora il conflitto è vigilato, come scrive Karen DeYong sul Washington Post: “Al momento, un ritorno a una guerra su vasta scala sembra ancora improbabile […] ed entrambe le parti desiderano chiaramente la fine della guerra, pur se sembrano bloccate in uno stallo diplomatico”.
Tanto che il Wall Street Journal, media consegnato alla religione delle guerre infinite, pur accogliendo con sollievo i nuovi bombardamenti, rileva con disappunto il fatto che Trump non abbia ancora varcato il Rubicone e non si decida per operazioni più incisive.

Che il conflitto sia controllato lo annotava anche Axios, che spiegava: “Martedì, intorno alle 17:00 (ora della costa orientale degli Stati Uniti), mentre i caccia statunitensi erano in viaggio, la Casa Bianca ha inviato messaggi agli iraniani avvertendoli che avrebbero preso di mira solo installazioni militari”. ‘Abbiamo detto agli iraniani che se i piloti fossero stati uccisi, oggi ci troveremmo in una situazione completamente diversa’, ha affermato un funzionario statunitense”.
Axios spiega che a far precipitare gli eventi è stato il fatto che Teheran non ha ancora risposto alla proposta di accordo inviata due settimane fa da Trump, il quale è diventato “sempre più frustrato dalla copertura mediatica negativa, persino derisoria, delle sue promesse non mantenute sull’accordo, nonché dalle critiche dei falchi che lo accusano di essere troppo morbido con l’Iran”.
Probabile che la ritrosia dell’Iran, più che sulla questione nucleare, sulla quale si sta trattando seriamente, si concentri su due punti. Anzitutto, la richiesta del libero transito attraverso lo Stretto di Hormuz, sulla quale Trump insiste non solo per le pressioni in tal senso, ma anche perché il regime dei pedaggi che Teheran intende imporre – in realtà una banale tassazione – gli attirerebbe critiche alle quali non potrebbe replicare perché non esisteva prima della sua guerra. Una sconfitta secca. In secondo luogo, l’America fa orecchie da mercante sulla legittima richiesta iraniana di sbloccare i propri beni congelati dall’antagonista (nel codice penale si chiama furto).
L’ondata di attacchi americani ha accompagnato l’arrivo a Teheran di una delegazione qatariota che dovrebbe rilanciare il negoziato. Secondo la Reuters è ripartita da Teheran stamane, dal momento che i colloqui con la controparte sono durati fino al mattino. L’esito è tutto da verificare.
Se porterà con sé una risposta accettabile dagli States quanto avvenuto in questi giorni potrebbe essere ricordato come la fiammata finale, che Trump potrà rivendicare come una vittoria, dal momento che sarebbe riuscito a piegare Teheran.
Ma al momento è arduo credere in tale possibilità e c’è il rischio che la tensione attuale faccia degenerare il conflitto in una guerra su larga scala. L’Iran, intanto ha comunicato la chiusura totale dello Stretto di Hormuz, sviluppo che non promette nulla di buono. Allo stesso tempo, però, va notato che finora gli Houti sono rimasti silenti: se la situazione fosse già giunta a un punto di non ritorno avrebbero già chiuso, o minacciato di chiudere, anche lo Stretto di Bab al-Mandab…
Per quanto riguarda l’inizio di questa fiammata, ieri avevamo accennato alla possibilità che si trattasse di una replica dell’incidente del Tonchino, cioè che l’elicottero americano non fosse stato abbattuto da un drone, ma si fosse trattato semplicemente di un disastro aereo strumentalizzato ad arte per dar fuoco alle polveri.
Nel leggere il comunicato del Centcom, tale sensazione è diventata certezza. Così il comunicato: “TAMPA, Florida — Alle 19:33 (ora locale) dell’8 giugno, due membri dell’equipaggio di un elicottero AH-64 Apache dell’esercito statunitense sono stati tratti in salvo dalle forze americane dopo che il loro elicottero era precipitato vicino alla costa dell’Oman durante una missione di pattugliamento nelle acque regionali. I soldati sono stati tratti in salvo nel giro di circa due ore e sono in condizioni stabili. Le cause dell’incidente sono oggetto di indagine”.
Il comunicato, quindi è stato fatto oltre due ore dopo “l’incidente”, come tale definito nel testo. Trump ha raccontato che gli era stato riferito che un drone si era incastrato nel velivolo ma non era esploso. Se vero, il drone doveva essere ben visibile, eppure due ore dopo, il Centcom non ne fa menzione…
Inoltre, possibile che i piloti, sani e salvi e che quindi potevano comunicare, non abbiano avuto contezza dell’impatto con un drone? Nessuno strumento di bordo lo ha segnalato? Ed è possibile che i radar statunitensi, che monitorano palmo a palmo l’area, la più vigilata del pianeta, non abbiano registrato un drone in avvicinamento? Si tenga presente che per nascondere un attacco similare normalmente si usano sciami di droni per sovraccaricare i sistemi di rilevamento; non esistono al momento droni del tutto invisibili…

Infine, il resoconto di Axios: “Gli Stati Uniti non avevano ancora stabilito se l’Iran avesse abbattuto intenzionalmente l’elicottero quando Trump ha deciso di ordinare una risposta militare”. Nessun attacco, nessun drone, solo la decisione di ricominciare a bombardare. Il drone si è materializzato dopo, d’incanto, per giustificare l’ingiustificabile.
Ora non resta che attendere e sperare che Trump non abbia dato inizio a un processo non più controllabile quanto catastrofico.

L'articolo Iran: per ora conflitto limitato, iniziato da un drone che non c’è proviene da InsideOver.
Google introduce in Italia le "Fonti preferite". Aggiungi Limes alle testate che segui per trovare più facilmente analisi, mappe e approfondimenti geopolitici nei tuoi risultati di ricerca. Scopri anche come seguire Limes su Google Discover per ricevere i nostri contenuti consigliati nel tuo feed.




A Punta Molentis, una tra le spiagge più famose della Sardegna, l’estate comincia con una regola che sta facendo assai polemica: il Comune di Villasimius ha deciso di rendere l’accesso a pagamento e contingentato, con prenotazione obbligatoria e un “biglietto d’ingresso” di 10 euro al giorno. La misura riguarda una delle spiagge colpite lo scorso anno da un incendio doloso che aveva minacciato l’arenile, gli habitat e la biodiversità della zona. Secondo il Comune, l’obiettivo è limitare la pressione turistica su un ecosistema fragile e ridurre il numero di presenze sulla spiaggia.
La decisione più contestata riguarda l’ombra. Dal 6 giugno al 31 ottobre sarà vietato installare ombrelloni, gazebo, tende e altri sistemi di ombreggio. L’eccezione vale soltanto per le famiglie con bambini sotto i 10 anni e per le persone dai 65 anni in su. Anche in questi casi sarà consentito un solo ombrellone per nucleo familiare che “rispetta le condizioni”.
Sui social c’è chi ha commentato con ironia, chiedendo: “Per aprire un ombrellone devo noleggiare un bambino?”. Un altro utente ha scritto: “Per venire in spiaggia con un ombrellone devo portare mio nonno o mettere al mondo un bambino da qui a domani?”. Altri hanno sollevato il tema della sicurezza sotto il sole estivo: “Si rischia un’insolazione, un colpo di calore!”.
Il Comune di Villasimius difende la scelta richiamando le condizioni ambientali dell’area. “L’ecosistema di Punta Molentis è tra i più preziosi del nostro territorio, ma anche tra i più fragili”, ha scritto l’amministrazione, ricordando che gli incendi e gli eventi meteomarini eccezionali hanno “ridotto la capacità dell’arenile e messo a dura prova habitat e biodiversità“. Per questo, secondo il Comune, è diventato “necessario limitare l’impatto antropico e garantire la tutela di questo patrimonio per le future generazioni”.
Le nuove regole prevedono anche limiti molto rigidi agli accessi. Via terra potranno entrare al massimo 70 veicoli al giorno e non più di 150 persone contemporaneamente sull’arenile. Gli ingressi saranno sospesi una volta raggiunta la capienza massima. Via mare potranno arrivare solo operatori autorizzati, con un massimo di 100 persone contemporaneamente e permanenza limitata a un’ora, al costo di 5 euro a persona. Sarà vietato sbarcare con zaini, borse termiche e attrezzature “non compatibili con la tutela ambientale del sito”.
L’accesso sarà consentito dalle 8 alle 20.30, con uscita obbligatoria entro le 21. Le persone con disabilità potranno accedere gratuitamente, fino a un massimo di tre persone contemporaneamente presenti oltre ai limiti ordinari di capienza, con accompagnatore.
Il caso Punta Molentis riapre una questione sempre più evidente sulle spiagge italiane, il diritto dei cittadini a vivere il mare pubblico con libertà come è giusto che sia. Si può chiedere alle persone di pagare per entrare in una spiaggia pubblica e poi impedire loro di ripararsi dal sole?
L'articolo Ombrelloni vietati a Villasimius proviene da Il Blog di Beppe Grillo.

Mentre l’attenzione dell’opinione pubblica è focalizzata sull’escalation nel Golfo Persico tra Usa e Iran, il governo di Benjamin Netanyahu si prepara a varare una delle mosse più significative degli ultimi decenni nei territori occupati della Cisgiordania. Secondo una bozza di decisione governativa ottenuta da Barak Ravid, giornalista di Axios ed ex ufficiale delle Forze di Difesa israeliane noto per la sua vicinanza agli ambienti del governo di Tel Aviv, giovedì prossimo l’esecutivo dovrebbe approvare un piano per finanziare la creazione di fatto di 61 nuovi insediamenti illegali in Cisgiordania.
Non si tratta di una semplice ratifica formale. Il progetto prevede uno stanziamento superiore a 350 milioni di dollari distribuiti su più anni, destinati a trasformare sulla carta decine di comunità in realtà operative. «Il governo – spiega una fonte a conoscenza della proposta, riportata da Ravid su X – finanzierà compound residenziali temporanei, edifici pubblici e infrastrutture, anche prima del completamento delle procedure formali di pianificazione».
🚨🇮🇱🇵🇸 While the Trump administration – along with governments across Europe and the Middle East – is focused on the escalating crisis with Iran, the Israeli cabinet is expected to approve on Thursday a plan to fund the de facto establishment of 61 new settlements in the occupied…
— Barak Ravid (@BarakRavid) June 11, 2026
L’artefice del piano è il ministro delle Finanze di estrema destra Bezalel Smotrich, da sempre sostenitore dell’espansione dei coloni. Il tempismo non è casuale: l’esecutivo cerca di blindare il budget prima di un’eventuale votazione per lo scioglimento della Knesset e l’indizione di nuove elezioni. Un passaggio che renderebbe molto più complesso approvare stanziamenti di questa portata.
Gran parte degli insediamenti inclusi nella bozza si trovano in zone altamente sensibili: lungo l’autostrada 90 nella Valle del Giordano, nelle colline di Hebron sud e in località progettate per creare una continuità territoriale tra insediamenti esistenti. Secondo gli analisti, una simile operazione mina ulteriormente qualsiasi prospettiva futura di uno Stato palestinese.
La novità più importante, sottolinea Ravid, è che il governo non si limita a riconoscere ufficialmente i nuovi insediamenti, ma inizia subito a finanziarli concretamente. In pratica, per decine di comunità verranno allestiti dei siti temporanei con case mobili, strutture comuni e allacciamenti per acqua, luce e servizi, anche mentre le pratiche burocratiche e i piani urbanistici sono ancora in corso. Si tratta del metodo classico usato per creare «fatti compiuti sul territorio», come spiega il giornalista: si costruisce sul posto in modo che, una volta fatte le cose, sia molto difficile tornare indietro e quegli insediamenti diventino permanenti.
Il provvedimento segue un’altra decisione del gabinetto della scorsa settimana, che aveva già stanziato circa 35 milioni di dollari per lavori di pianificazione e regolamentazione sugli stessi siti. Ora si passa alla fase esecutiva.
L’iniziativa del governo di Tel Aviv rientra in uno sforzo più ampio del governo per rafforzare il controllo sull’Area C della Cisgiordania – la zona sotto piena giurisdizione militare e civile di Israele – e accelerare l’espansione coloniale. Negli ultimi dodici mesi, il gabinetto ha autorizzato decine di nuovi insediamenti.
Come riportato lo scorso marzo da Human Rights Watch, mentre l’attenzione del mondo è concentrata sul conflitto tra Israele, gli Stati Uniti e l’Iran, nella Cisgiordania occupata la violenza, gli sfollamenti e la pulizia etnica stanno subendo un’allarmante escalation. Ogni giorno, come documentato proprio da Human Rights Watch, coloni israeliani armati invadono le comunità palestinesi, sparano munizioni vere, incendiano case e automobili e attaccano le famiglie direttamente nelle loro abitazioni. Sebbene queste atrocità non siano un fenomeno nuovo, la loro portata e frequenza sono inedite.
L’organizzazione israeliana per i diritti umani Yesh Din ha documentato, lo scorso marzo, 170 distinti episodi di violenza da parte dei coloni contro i palestinesi in Cisgiordania. Il 2026 è già sulla buona strada per superare il 2025, un anno che aveva già visto la violenza dei coloni israeliani raggiungere il suo punto più alto in due decenni. Human Rights Watch sottolinea come questa violenza non sia da attribuire ad una manciata di «mele marce», ma sia anzi sistematica, agevolata e resa possibile dallo stesso governo israeliano, che omette sistematicamente di perseguire penalmente i responsabili. Parallelamente, «Israele continua ad approvare e finanziare la crescita di insediamenti illegali», in un tentativo esplicito di «frammentare ulteriormente le comunità palestinesi e portare avanti la loro progressiva espropriazione».
Noi di InsideOver ci mettiamo cuore, esperienza e curiosità per raccontare un mondo complesso e in continua evoluzione. Per farlo al meglio, però, abbiamo bisogno di te: dei tuoi suggerimenti, delle tue idee e del tuo supporto. Unisciti a noi, abbonati oggi!
L'articolo Cisgiordania, il governo israeliano finanzia 61 nuovi insediamenti illegali: pronti 350 milioni di dollari proviene da InsideOver.



L’arresto del metropolita Hilarion (al secolo Grigorij Alfeyev) nella città termale ceca di Karlovy Vary rischia di essere ricordato come uno degli episodi più singolari nella storia recente dell’Ortodossia russa. Fermato dalla polizia il 24 maggio dopo il ritrovamento di alcuni contenitori con una sostanza proibita nel bagagliaio dell’automobile su cui viaggiava, il prelato è stato rilasciato dopo due giorni senza incriminazioni. Mosca ha denunciato una provocazione politica, il Patriarcato di Mosca ha parlato di una montatura e il ministero degli Esteri russo ha convocato il rappresentante diplomatico ceco per protestare formalmente.
Al di là delle circostanze ancora controverse del caso, l’episodio assume rilievo soprattutto per la personalità coinvolta. Hilarion non è infatti un semplice vescovo di provincia. Per oltre un decennio è stato il principale artefice della politica estera ecclesiastica del Patriarcato di Mosca, una figura che per influenza, visibilità e rete di relazioni internazionali può essere descritta senza eccessive forzature come il vero “ministro degli Esteri” della Chiesa ortodossa russa.
Dal 2009 al 2022, alla guida del Dipartimento per le relazioni ecclesiastiche esterne, Hilarion è stato il volto internazionale dell’Ortodossia russa. Ha dialogato con il Vaticano, con le Chiese protestanti, con i patriarchi ortodossi e con numerosi governi europei. Contemporaneamente però consolidava anche i legami con i settori più conservatori del mondo ortodosso, in particolare in Grecia, Cipro e nella diaspora ortodossa in Occidente. In un’epoca in cui la Federazione Russa cercava ancora di presentarsi in Europa come una potenza civile e culturale oltre che militare, il metropolita rappresentava uno degli strumenti più efficaci del soft power russo.
La sua missione non consisteva semplicemente nel difendere gli interessi della Chiesa. Hilarion cercava di accreditare Mosca come il principale centro dell’Ortodossia mondiale, contrapponendola progressivamente al Patriarcato di Costantinopoli. Nella sua visione, il primato storico rivendicato dal patriarca Bartolomeo non poteva più bastare in un mondo nel quale la Chiesa russa raccoglieva la maggioranza dei fedeli ortodossi, disponeva di risorse economiche incomparabilmente superiori e godeva dell’appoggio di uno Stato tornato a considerare la religione un elemento fondamentale della propria identità strategica.
In questa strategia va collocata anche la vicenda dell’Institut Saint-Serge di Parigi, uno dei più prestigiosi centri della teologia ortodossa mondiale. Nato dall’esperienza dell’emigrazione russa successiva alla rivoluzione del 1917 e legato per decenni all’arcivescovado delle parrocchie russe in Europa occidentale sotto la giurisdizione di Costantinopoli, l’istituto rappresentava il principale lascito intellettuale della diaspora anticomunista. Le opere di teologi come Sergij Bulgakov, Georges Florovsky e Vladimir Lossky hanno segnato profondamente la riflessione ortodossa contemporanea ben oltre i confini del mondo russo. Il progressivo ritorno dell’arcivescovado russo-occidentale sotto l’obbedienza del Patriarcato di Mosca e l’acquisizione del controllo di Saint-Serge hanno assunto quindi un valore che andava oltre la semplice questione amministrativa. Per uomini come Hilarion, il recupero di quel patrimonio rappresentava la ricomposizione simbolica della frattura aperta dalla rivoluzione bolscevica e il ricongiungimento tra la Russia ecclesiastica e quella parte della sua élite teologica costretta all’esilio dopo il 1917. Una vittoria culturale prima ancora che canonica, destinata a rafforzare la pretesa di Mosca di proporsi come centro dell’Ortodossia mondiale
Fu proprio Hilarion a diventare il principale interprete della battaglia ecclesiastica contro Costantinopoli culminata nella crisi ucraina del 2018-2019. Quando Bartolomeo riconobbe l’autocefalia della nuova Chiesa ortodossa d’Ucraina, il metropolita guidò la risposta di Mosca, accusando il Patriarcato ecumenico di avere provocato uno scisma nel mondo ortodosso. Le sue critiche nei confronti dell’ex metropolita Filarete Denisenko, scomparso di recente furono altrettanto severe. In quella fase Hilarion appariva come il principale stratega di una Chiesa russa intenzionata a contendere a Costantinopoli la leadership dell’Ortodossia mondiale.
Paradossalmente, proprio mentre la sua influenza sembrava raggiungere l’apice, la sua parabola iniziò a declinare. Il 7 giugno 2022, pochi mesi dopo l’invasione russa dell’Ucraina, il Sinodo lo rimosse improvvisamente dalla guida del Dipartimento per le relazioni esterne e lo trasferì alla piccola diocesi di Budapest e Ungheria. Per molti osservatori la decisione non fu casuale.
A differenza di altre personalità ecclesiastiche russi, Hilarion non sostenne mai pubblicamente la guerra con l’enfasi ideologica adottata dal patriarca Kirill e da altri esponenti della gerarchia ecclesiastica. Continuò a difendere le posizioni canoniche di Mosca sulla questione ucraina, ma evitò di trasformare il conflitto in una guerra religiosa. Già prima dell’invasione aveva affermato che la guerra non rappresentava uno strumento per risolvere le controversie politiche e, una volta iniziato il conflitto, mantenne un profilo più prudente rispetto a quello dominante nel Patriarcato di Mosca.
In realtà la guerra colpiva al cuore il progetto che aveva perseguito per oltre dieci anni. L’intera strategia di Hilarion presupponeva infatti l’esistenza di un ponte tra Russia e Occidente. Il suo lavoro diplomatico, i rapporti costruiti con il Vaticano, il dialogo ecumenico, le relazioni con il mondo accademico europeo e nordamericano si fondavano sull’idea che Mosca potesse esercitare influenza internazionale attraverso il prestigio culturale e religioso. L’invasione dell’Ucraina ha compromesso gran parte di questo capitale politico e simbolico.
Per comprendere il ruolo di Hilarion è però necessario guardare oltre la diplomazia. A differenza di molti gerarchi contemporanei, egli si è affermato anche come teologo di primo piano. Le sue opere sono state tradotte in numerose lingue e hanno contribuito a diffondere la tradizione ortodossa ben oltre i confini del mondo slavo.
Il suo libro più celebre, “Il mistero della fede”, pubblicato negli anni Novanta, è considerato ancora oggi una delle migliori introduzioni contemporanee alla spiritualità e alla teologia ortodossa. L’opera riuscì a rendere accessibile a un pubblico ampio il patrimonio della tradizione patristica orientale in una fase in cui la Russia usciva da decenni di ateismo di Stato.
Accanto a questo testo, Hilarion ha dedicato studi approfonditi a figure fondamentali della spiritualità cristiana come Isacco il Siro e Simeone il Nuovo Teologo, contribuendo in modo significativo alla riscoperta della tradizione ascetica orientale. Ancora più ambiziosa è stata la monumentale serie “Gesù Cristo. Vita e insegnamento”, nella quale ha tentato di coniugare l’esegesi moderna con la lettura patristica dei Vangeli. L’opera ha ricevuto apprezzamenti da studiosi ortodossi, cattolici e protestanti, un riconoscimento raro in un panorama spesso segnato da forti divisioni confessionali.
Questa dimensione intellettuale spiega perché, fino al 2022, il suo nome fosse frequentemente indicato tra quelli dei possibili successori del patriarca Kirill. Non si trattò mai di una candidatura ufficiale né di una prospettiva imminente, ma l’ipotesi circolava con insistenza negli ambienti ecclesiastici e diplomatici. Hilarion possedeva una discreta autorevolezza teologica, esperienza internazionale, capacità comunicativa e una rete di contatti costruita in decenni di attività.
Anche alcune sue prese di posizione mostrano una personalità più complessa degli stereotipi spesso associati all’attuale gerarchia russa. Nel 2020 si oppose pubblicamente all’idea di inserire un mosaico raffigurante Stalin nel nuovo tempio delle Forze Armate russe. Definì il dittatore sovietico un persecutore della Chiesa e ricordò il sangue versato da milioni di vittime del regime. In altre occasioni arrivò persino a descrivere Stalin come un “mostro spirituale” e a paragonare la natura repressiva del sistema staliniano a quella del nazismo.
Ciò non significava rinnegare il ruolo patriottico della Chiesa durante la Seconda guerra mondiale. Al contrario, Hilarion sottolineò ripetutamente il contributo fornito dal clero e dai fedeli alla difesa della patria contro l’invasione tedesca. Ma proprio questa distinzione tra il sacrificio del popolo russo e le responsabilità del regime staliniano rivela un tratto significativo della sua visione storica e politica probabilmente anche per favorire la visione russa in occidente.
L’arresto di Karlovy Vary potrebbe alla fine rivelarsi un episodio marginale, destinato a scomparire dalle cronache nel giro di poche settimane. Più duratura appare invece la sua valenza simbolica. Coinvolge infatti l’uomo che per oltre un decennio ha incarnato la diplomazia religiosa della Russia post-sovietica e il tentativo di Mosca di estendere la propria influenza attraverso la fede, la cultura e il dialogo internazionale.
La parabola di Hilarion racconta in fondo la storia di una stagione in parte conclusa. Se il patriarca Kirill rappresenta oggi l’Ortodossia mobilitata attorno alla potenza statale russa, Hilarion aveva cercato di costruire una diversa forma di influenza, fondata sul prestigio teologico e sul soft power religioso. L’invasione dell’Ucraina non ha soltanto ridimensionato la sua carriera personale. Ha probabilmente segnato il tramonto dell’intero progetto che egli aveva contribuito a edificare.
L'articolo Hilarion e il tramonto del soft power religioso russo proviene da InsideOver.

Il documento in questione fu stilato dall’attuale ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich, esponente di punta di Sionismo religioso, partito radicale dell’estrema destra: si tratta del cosiddetto «piano decisivo per Israele», intitolato Una speranza, reso pubblico nel 2017. Quella che proponiamo è una lettura critica, che potrebbe risultare utile per comprendere come nella filosofia portata avanti da diversi esponenti dell’attuale esecutivo, alcuni punti fermi – dal diniego verso qualunque prospettiva di autodeterminazione della popolazione araba, sino al corollario dell’annessione dell’intera Cisgiordania, chiamata Giudea e Samaria – non sono mai cambiati. E non finisce qui, visto che nei contenuti si evoca esplicitamente una sorta di gerarchia su base etnica – istituzionalizzata con la legge sulla patria ebraica del 2018 – e un regime giuridico differenziato, ovviamente a danno della componente araba.
Il punto di partenza, e qui citiamo testualmente, è l’affermazione secondo la quale “in questa terra non sorgerà mai uno Stato arabo”, visto che a Ovest del fiume Giordano l’unica autodeterminazione ammissibile è quella ebraica. Per garantire questo risultato si parla esplicitamente del “trasferimento” di centinaia di migliaia di coloni, così da renderne irreversibile il controllo israeliano. Solo questo passaggio si esporrebbe a innumerevoli critiche, che il documento ignora totalmente: dalla patente violazione del diritto internazionale e delle risoluzioni delle Nazioni Unite, a un modello chiaramente ispirato a garantire diritti e libertà esclusivamente su base etnica.
In questo scenario, agli arabi non resterebbe che rinunciare per sempre a qualunque aspirazione nazionale, per poi operare una scelta secca: accettare di restare in una posizione di sostanziale subordinazione, o emigrare, magari con qualche incentivo di tipo economico (chiamato “contributo di separazione”). In sostanza, si tratterebbe di una sorta di emigrazione forzata – a voler essere generosi indotta – che andrebbe contro ogni principio giuridico, a cominciare da quello della libera autodeterminazione dei popoli, sancito dalla Carta delle Nazioni Unite.
Per coloro che “scegliessero” di restare, il piano immaginava sei circoscrizioni municipali arabe – Hebron, Betlemme, Ramallah, Gerico, Nablus, Jenin – alle quali sarebbero conferite funzioni amministrative, ma nessuna reale sovranità. Il diritto di voto in una prima fase – difficile ipotizzarne tempi ed evoluzione, si parlava di dieci anni – sarebbe escluso per le elezioni politiche per la Knesset. A chi contestasse che in tal modo si violerebbero i principi della democrazia rappresentativa, basata sul suffragio universale, non veniva opposta alcuna solida argomentazione.
Per Smotrich cancellando la possibilità di uno stato palestinese si rimuoverebbe per sempre il pericolo del terrorismo, perché a suo dire sarebbe proprio questa “speranza” a dare vita al fenomeno, dimostrando così una totale ignoranza circa alcune delle cause strutturali, come il regime di occupazione e la privazione dei diritti per gli abitanti della Cisgiordania.
A giustificare la sovranità ebraica basterebbe la legittimazione su base biblica, alla quale dovrebbe essere indotta a cedere la comunità internazionale. E pure su questo punto la violazione del diritto internazionale è talmente plateale da non richiedere ulteriori commenti.
In ultima analisi un piano ammantato di giustificazioni inconsistenti sotto il profilo giuridico e del diritto umanitario, che lungi dal determinare una maggiore sicurezza per tutti, finirebbe per acutizzare quei fenomeni terroristici che si vorrebbero prevenire, oltre che accrescere l’isolamento e il danno all’immagine dello stato ebraico, che i fatti di Gaza hanno già compromesso in modo forse irreparabile. A non voler dire che l’adozione di un approccio di tipo radicale non farebbe che rafforzare le analoghe fazioni dall’altro lato della barricata.
Per la verità, per quanto suoni paradossale, forse esiste un punto sul quale Smotrich potrebbe aver avuto ragione: quando sostiene l’impossibilità della costituzione di uno Stato arabo alla luce delle circostanze storiche. Quello che il ministro trascura è che le ragioni alla base di questa conclusione sono molto diverse, per non dire opposte, a quelle proposte nel documento.
In tal senso sorprende sentire ripetere incessantemente la formula “due popoli per due stati”. Delle due l’una: o c’è mala fede, o c’è ignoranza, ed è difficile dire quale delle due opzioni sia la peggiore. E il documento che abbiamo sommariamente illustrato sta lì a dimostrarlo.
L'articolo Gli arabi via o privi di ogni diritto: così il ministro Bezalel Smotrich immaginava la Palestina già nel 2017 proviene da InsideOver.


L’isola di Saseno sorge all’imbocco del Canale d’Otranto, di fronte alla costa pugliese, nel punto in cui l’Adriatico si restringe a stretto. Per quasi trent’anni territorio sovrano italiano e poi, per l’intera Guerra fredda, base sottomarina interdetta, è oggi destinata a un uso opposto: il governo di Tirana ne ha affidato lo sviluppo a un fondo statunitense legato a Jared Kushner per un resort di lusso da 1,4 miliardi di euro.
La vicenda è stata letta soprattutto in chiave ambientale e come caso di nepotismo politico. Dal punto di vista italiano, però, il problema rilevante è diverso: l’ingresso di capitale privato americano e del Golfo in un punto che la dottrina navale nazionale ha sempre ritenuto vitale, e l’assenza di qualsiasi reazione da parte di Roma. È su questa assenza, più che sul progetto in sé, che occorre ragionare per valutare il peso effettivo dell’Italia nell’Adriatico orientale.
Da poligono militare a concessione privata
Il rilievo di Saseno è funzione della posizione, non delle dimensioni. L’isola presidia l’ingresso orientale dello stretto, largo circa settantadue chilometri, che costituisce l’unico accesso ai porti dell’alto Adriatico; chi ne controlla le alture dispone, in linea di principio, di una capacità di sorveglianza e di interdizione sul traffico tra Mediterraneo e Adriatico. È una rendita di posizione indipendente dai regimi che si sono succeduti sull’isola, e spiega perché Saseno sia stata storicamente oggetto di competizione tra le potenze affacciate sul canale.
Per l’Italia quella posizione è stata a lungo una questione di sicurezza. Occupata nel 1914 e mantenuta come possedimento sovrano dal 1920 al 1947, l’isola fu il perno dello sbarramento d’Otranto, il dispositivo navale con cui la Regia Marina chiudeva l’Adriatico alla flotta austro-ungarica; la sovranità italiana cessò con il trattato di pace del 1947, dopo di che Saseno servì come base sommergibilistica del blocco comunista. Il richiamo storico fissa il termine di paragone dell’analisi, cioè il grado di rilevanza che l’isola ha avuto per la sicurezza italiana, rispetto al quale va misurato il disinteresse odierno.
Il progetto attuale è di natura esclusivamente commerciale: nulla autorizza a ipotizzare un riuso militare dell’isola da parte statunitense o dei finanziatori del Golfo. Il dato rilevante è il mutamento di giurisdizione. Con decreto del 2 dicembre 2024 il presidente Bajram Begaj ha sottratto l’isola al piano di dispiegamento delle forze armate, e poiché i fondali restano disseminati di ordigni inesplosi, il Comitato per gli investimenti strategici ha posto la bonifica a carico della Difesa albanese come condizione per rendere agibile il resort. L’impiego di un apparato militare statale per garantire la redditività di un investimento privato estero indica la gerarchia in atto: la sicurezza nazionale viene subordinata alla logica del capitale, e lo Stato europeo storicamente competente su quel tratto di mare resta estraneo al processo.
Un investimento opaco
La cornice giuridica è quella dell’investitore strategico, concessa il 30 dicembre 2024 alla Atlantic Incubation Partners, veicolo riconducibile al fondo Affinity Partners di Kushner, con licenze accelerate e accesso diretto ai terreni demaniali. Vanno tenute distinte due cifre che la stampa tende a confondere: il progetto sull’isola riguarda 45 ettari, circa l’otto per cento della superficie, per 1,4 miliardi di euro, mentre il piano costiero di Zvërnec, sulla terraferma protetta tra la laguna di Narta e l’Adriatico, è un’urbanizzazione ben più estesa, di millequattrocento ettari e diecimila stanze, valutata 4,7 miliardi. I mille posti di lavoro e la durata decennale spesso citati sono per ora proiezioni del promotore e non obblighi sottoscritti.
La struttura proprietaria è opaca. Lo Stato albanese rivendica una partecipazione diretta in una entità giuridica congiunta e nega che vi sia privatizzazione, ma la quota effettivamente in suo possesso non è mai stata resa pubblica. Il capitale privato proviene in larga parte da fondi sovrani del Golfo, sauditi, qatarioti ed emiratini, convogliati da Affinity, mentre la componente continentale è gestita attraverso una catena di società schermo che termina in un trust olandese e ne occulta i soci albanesi. In un’operazione che cede in concessione un bene demaniale, l’elemento meno verificabile resta così la misura stessa di quella cessione.
L’operazione è ora oggetto di un’inchiesta giudiziaria. Lo SPAK, la procura speciale anticorruzione, ha aperto il 2 giugno 2026 un procedimento sulle modifiche del 2024 alla legge sulle aree protette, che hanno ridotto di oltre cinquemila ettari la tutela dell’ecosistema di Narta, e sul trasferimento ai privati dei titoli di proprietà di Zvërnec. L’indagine coinvolge soci locali con precedenti per appropriazione di terreni e falso documentale, ma non ha finora prodotto incriminazioni formali contro i vertici di Affinity o l’esecutivo albanese, né sequestri sul perimetro del progetto; allo stato, qualsiasi conclusione sulla corruzione sarebbe prematura.
Belgrado e l’arbitro europeo
Il principale fattore di rischio per l’operazione è di natura giudiziaria, come mostra il precedente serbo. A Belgrado Affinity aveva concordato con il governo la trasformazione dell’ex Stato maggiore jugoslavo, edificio vincolato e simbolo dei bombardamenti NATO del 1999, in un albergo a marchio Trump, previa rimozione del vincolo; per quella rimozione il ministro della Cultura Nikola Selaković è finito sotto processo il 4 febbraio 2026, e il fondo si è ritirato dal progetto poche ore dopo l’incriminazione del dicembre precedente.
La reazione di Affinity nei due casi è opposta, e la differenza è informativa. A Belgrado il fondo si è ritirato di fronte a un’incriminazione; a Saseno resta, benché l’inchiesta riguardi un espediente identico. La spiegazione plausibile è il diverso grado di copertura offerto dall’esecutivo: a fronte di proteste estese a più città e dell’indagine dello SPAK, il premier Edi Rama ha escluso ogni sospensione del progetto, mentre il presidente serbo Vučić aveva dovuto cedere. La permanenza del fondo a Saseno funziona quindi come indicatore della fiducia degli investitori nella capacità del governo albanese di proteggere l’operazione dalla magistratura e dalla pressione popolare.
Il secondo vincolo esterno è europeo. La Commissione ha collegato Saseno e Narta al percorso di adesione, avvertendo che il progetto può pregiudicare la chiusura del Capitolo 27 su ambiente e clima; la delegazione dell’Unione a Tirana ha promosso una campagna a tutela della natura albanese e ha chiesto l’abrogazione sia delle modifiche del 2024 sia della legge del 2015 sugli investimenti strategici. A porre condizioni a Tirana sul futuro dello stretto è quindi la Commissione, non l’Italia: la leva regolatoria nell’Adriatico si è spostata a Bruxelles, mentre Roma, storicamente la potenza di riferimento di quel mare, non esercita un ruolo equivalente.
Da guarnigione a comprimario: la postura italiana
La posizione italiana si caratterizza per l’assenza di posizione. Nessuna dichiarazione della Farnesina, della Difesa, della Marina o atto di sindacato ispettivo parlamentare risulta riferito all’ingresso di capitale americano e del Golfo a Saseno. L’assenza non costituisce di per sé prova di una linea, dato che ogni inferenza resta tale; ma in un Paese tanto esposto su quel mare un silenzio così completo è esso stesso un dato politico.
L’interpretazione corrente attribuisce il silenzio a un calcolo: Roma non si oppone perché controllerebbe già le infrastrutture funzionali dello stretto. L’esame di quelle infrastrutture, però, ne ridimensiona la portata. Nell’interconnessione elettrica sottomarina tra Valona e la Puglia, firmata nel gennaio 2025 e valutata circa un miliardo di euro, capitale e tecnologia sono emiratini, affidati a Masdar e Taqa, la generazione è ospitata dalle utility albanesi e a Terna spetta la sola integrazione di rete sul versante pugliese, con Eni nel ruolo di acquirente. L’Italia vi occupa quindi la posizione di mercato di destinazione e nodo di transito, non di proprietario dell’infrastruttura, in coerenza con un Piano Mattei che la candida a hub fra Africa, Balcani ed Europa pur appoggiandosi spesso a capitale estero.
Il secondo pilastro, il protocollo migranti con i centri di Shengjin e Gjadër gestiti da personale italiano in territorio albanese, è anch’esso condizionato dalle scelte di Tirana. Rama ne assicura la continuità finché lo vorrà l’Italia, ma la diplomazia albanese ne ha già fissato il termine: l’intesa non sarà prorogata oltre l’adesione all’Unione prevista per il 2030, data oltre la quale quel territorio cesserebbe di essere extraterritoriale. La durata dello strumento dipende perciò dal calendario dell’allargamento europeo, deciso a Bruxelles e a Tirana, non dalla programmazione italiana.Tre elementi convergono in una sola lettura: il silenzio sull’isola, il ruolo marginale nell’architettura energetica e la dipendenza del dispositivo migratorio dal calendario altrui. L’Italia, che un secolo fa controllava Saseno come questione di sicurezza, non partecipa oggi alla ridefinizione del controllo sullo stretto, condotta dal capitale privato americano e del Golfo, regolata da Bruxelles e condizionata dalla sovranità albanese. Non si tratta di costrizione: Roma sceglie l’accomodamento perché opporsi a capitali alleati avrebbe un costo superiore alla perdita simbolica, e perché le sue priorità dipendono dallo stesso sistema di relazioni atlantiche e mediorientali. La posizione di comprimario, però, comporta che i benefici acquisiti restino subordinati a decisioni prese altrove: l’arresto del progetto per via giudiziaria o europea, come a Belgrado, o la chiusura dei centri migranti nel 2030 lascerebbero l’Italia priva del bene simbolico e con un controllo solo parziale sulle infrastrutture che considerava proprie. È la condizione di un attore che nell’Adriatico orientale ha smesso da tempo di fissare le regole.


Carissime lettrici, cari lettori,
Benvenuti a una nuova edizione di #InsideUsa, la vostra guida settimanale per esplorare i retroscena politici e culturali che stanno plasmando il presente e il futuro degli Stati Uniti. Io sono Roberto Vivaldelli e, come ogni giovedì, vi porto direttamente nel cuore delle dinamiche della superpotenza americana. Pronti? Partiamo!
Questa settimana vi parliamo di un possibile e imminente terremoto mediatico. Secondo alcune indiscrezioni riportate da Axios e dal New York Post, Bari Weiss – ex editorialista del New York Times e attuale capo di Cbs News – potrebbe estendere la sua supervisione editoriale anche alla Cnn se l’acquisizione di Warner Bros. Discovery da parte di Paramount Skydance andrà in porto (prevista per il terzo trimestre del 2026).
Weiss, nota per le sue posizioni marcatamente filo-israeliane e anti-woke, imprimerebbe alla celebre rete via cavo una linea ancora più radicale a favore di Israele, dopo che la sua gestione di Cbs News è già stata caratterizzata da licenziamenti controversi e critiche. Qualora andasse in porto, l’operazione farebbe confluire due dei maggiori network americani sotto un unico ombrello editoriale, vedrebbe Weiss affiancata da un manager operativo e di business, mentre crescono i legami tra la giornalista e David Ellison (CEO di Paramount Skydance), figlio di Larry Ellison, noto donatore pro-Israele e amico di Benjamin Netanyahu.
Per questa settimana, è tutto, abbonatevi e alla prossima con #InsideUsa
L'articolo InsideUsa – Cnn, in pole per la direzione c’è Bari Weiss: un terremoto mediatico proviene da InsideOver.

Il Parlamento britannico inizia a fare pressione sul governo laburista di Keir Starmer circa la presenza di Palantir nel sistema pubblico britannico, in particolar modo nella gestione dei dati del National Health Service, il sistema di sanità pubblica del Regno Unito.
Il report “Rewiring the state: Delivering digital government” della Commissione per la Scienza, l’Innovazione e la Tecnologia di Westminster, come il resto del Parlamento emanazione della maggioranza laburista che sostiene il premier, ha posto dei dubbi sull’effettivo vantaggio che sarebbe garantito al Regno Unito dall’affidare la banca dati dell’Nhs all’azienda co-fondata da Peter Thiel e Alex Karp, sottolineando che non ci sarebbe alcun vantaggio tecnologico garantito nell’affidarsi a Palantir mentre, al contempo, sarebbero molti i dubbi emergenti.
“La dipendenza da fornitori esteri è una debolezza sfruttabile” e rappresenta “una ‘inaccettabile fonte di debolezza”, commentano i parlamentari, che criticano un’influenza pressoché eccessiva data a Palantir dai tempi del Covid-19. Sotto attacco anche il fatto che l’azienda avrebbe una reputazione controversa per il suo utilizzo bellico da parte del Pentagono e il ruolo che gli algoritmi del gruppo di Karp svolgono nei programmi di identificazione dei migranti irregolari negli Usa. Il Parlamento britannico chiede dunque a Starmer di sfruttare la finestra d’uscita del 2027 per non rinnovare l’accesso alla Federated Data Platform, il sistema di accumulazione dei dati sanitari nazionali, a Palantir perché li gestisca e ordini.
“La mancata definizione e attuazione di una chiara strategia di sovranità non solo rappresenta un ostacolo al successo dell’implementazione tecnologica, ma lascia il Regno Unito alla mercé di attori commerciali e statali stranieri che non condividono i nostri interessi strategici”, scrivono i deputati nel report, segnando peraltro un solco profondo tra interessi americani e britannici, almeno nella percezione. “Il governo dovrebbe conservare la facoltà di scegliere i singoli fornitori e di tutelarsi dal rischio di dipendenza da un unico fornitore e da situazioni che ne compromettono la stabilità”, aggiungono. Del resto, il problema-Palantir si somma a un’analoga tensione sul fronte del cloud dati, dove Amazon Web Services ha vinto un’importante gara pubblica da 420 milioni di sterline a marzo presentandosi senza avversari.
Il Regno Unito ha i dati sanitari in mano a Palantir e quelli cloud gestiti o da Aws o da Microsoft. La raccomandazione è quella di un superamento della dipendenza tecnologica dagli Usa, un fatto che nel Paese che un tempo faceva della “relazione speciale” il suo pivot geopolitico ha quantomeno del clamoroso. Vedere il Parlamento del Regno Unito temere la pervasività delle tecnologie Usa è segno di una frattura transatlantica che nell’era di Donald Trump e delle tecno-oligarchie americane rischia di consolidarsi e inasprirsi. La sfiducia sulla tenuta di un fronte comune, insomma, spaventa i legislatori britannici. Cosa farà Starmer? La mossa sembra l’ennesimo tentativo di mettere sotto pressione un premier indebolito e che all’interno del suo partito ha sempre più franchi tiratori. Mancare di chiarezza anche su questo dossier caro a molti membri del Partito Laburista potrebbe accelerare la fine di un esecutivo che sempre più appare a tempo e difficilmente dopo l’estate potrà sfuggire al redde rationem.
L'articolo Palantir e giganti del cloud, Londra inizia a temere la dipendenza dai colossi Usa proviene da InsideOver.

Il collasso del progetto franco-tedesco Fcas (Future Combat Air System) da 100 miliardi di euro per un caccia di sesta generazione congiunto tra Parigi e Berlino rappresenta un crocevia importante per l’industria della Difesa europea e mentre prova ad analizzare i cambi di paradigma che questo comporta per i suoi piani di riarmo la Germania, Paese che maggiormente puntava sul piano per un salto di qualità delle sue forze armate, valuta le alternative.
La cooperazione industriale franco-tedesca non è decollata per questioni legate alla volontà di spartizione degli appalti, che la Francia intendeva mantenere pesantemente a proprio favore, e per una minore spinta comune per il progetto rispetto a quello del Global Combat Air Program (Gcap) italo-anglo-giapponese. Ora Berlino si trova nella condizione di dover ripartire da capo e di studiare alternative. Essenzialmente, ci sono tre opzioni sul tavolo per il cancelliere Friedrich Merz, autore di un ambizioso piano di rafforzamento militare assieme al ministro della Difesa Boris Pistorius.
La prima idea, segnalata dal Financial Times, sarebbe quella di consolidare un pool di aziende con al centro la divisione aerospaziale di Airbus, che ha sede operativa in Germania, per guidare dal suolo tedesco una corsa autonoma al nuovo caccia. All’imminente Salone Aeronautico di Berlino, secondo il Ft, i dirigenti di questi gruppi, tra cui Mbda, specializzata in campo balistico e missilistico, e Hensoldt, player nei radar, potrebbero ricevere una spinta dalla volontà di Merz di mettere a terra il piano di riarmo passando anche per una via autonoma agli aerei di combattimento di nuova generazione.
La seconda strada porta proprio nella direzione del Gcap e lascia presagire la prospettiva che Berlino finisca per convergere come partner nell’ambizioso piano oggi egemone su scala mondiale per i velivoli di sesta generazione. Il peso industriale della Germania e la capacità di spesa di Berlino darebbe indubbiamente un peso geostrategico notevole all’accordo e ne amplierebbe la portata, ma al contempo è tutto da valutare l’impatto che ciò avrebbe su filiere industriali, appalti e divisione del lavoro, in un contesto ove già oggi Italia, Regno Unito e Giappone prevedono stanziamenti per decine di miliardi di euro volti a sviluppare con i loro apparati militari-industriali il nuovo caccia.
Una terza via, invece, accarezzata in passato, passa da un altro attore strategico nel mercato aeronautico: la Svezia. Stoccolma prevede di sostituire il veterano della sua flotta aerea, il Jas-39 Gripen, entro il 2035 e ha incaricato Saab di studiare un progetto per realizzare un velivolo di sesta generazione in ottemperanza alla storica e gelosamente custodita indipendenza del Paese nordico nelle filiere militari, un retaggio dell’era di stretta neutralità conclusa con l’ingresso nella Nato nel 2024. Ora è aperta una nuova era, e i rumors di una cooperazione tedesco-svedese sono consolidati da tempo sulla scorta della presenza attiva di Saab in diversi dossier del piano di riarmo tedesco. Rispetto al Gcap il progetto svedese è ancora in via di sviluppo e dunque la Germania, sempre tramite Airbus, potrebbe giocare un ruolo.
Chiaramente l’opzione di un consorzio per il caccia di sesta generazione si potrebbe anche sposare con l’apertura a una delle due filiere già attive. La Chatham House, del resto, nota che il tramonto del Fcas franco-tedesco potrebbe contribuire a fare chiarezza sul futuro del riarmo aeronautico europeo, aggiungendo peraltro che “I Paesi europei devono affrontare una realtà urgente: se non saranno in grado di sviluppare un’alternativa europea al programma statunitense F-35, si troveranno costretti a dipendere da un’America sempre meno affidabile per una componente cruciale del loro equipaggiamento di difesa, una piattaforma su cui potrebbero dover fare affidamento fino al 2040 inoltrato”.
La Germania produce l’F-35 nei suoi stabilimenti del sistmea industriale-militare ma intende guardare oltre. E dalla sua scelta potrebbe dipendere molto del futuro della corsa europea (e globale) al caccia di sesta generazione, in cui l’Europa è capofila. Ma rischia di avere proprio dalla sua divisione un fattore di ridimensionamento.
Noi di InsideOver mettiamo passione nel nostro lavoro. Ma siamo anche convinti che la passione senza una seria documentazione rischi di essere inutile. Se ti convince questo approccio, puoi sostenerlo e farne parte abbonandoti al nostro giornale. Aiutando così noi ma anche l’informazione indipendente.
L'articolo Addio al Fcas, la Germania studia le alternative: dalla Svezia al progetto Airbus proviene da InsideOver.

Gli Stati Uniti hanno inserito quattro importanti aziende cinesi in lista contenente oltre 100 società d’oltre Muraglia ritenute avere legami più o meno diretti con l’apparato militare di Pechino.
L’elenco, che adesso ha raggiunto quota 188 entità, comprende anche il gigante dell’e-commerce Alibaba, il fornitore di servizi di ricerca su interner Baidu, nonché le insospettabili case automobilistiche Byd e Nio. Chi fa parte di questo gruppo, a detta del Pentagono, giocherebbe un ruolo rilevante nella modernizzazione dell’Esercito Popolare di Liberazione (Pla) cinese.
La mossa di Washington arriva a meno di un mese dall’incontro tra Donald Trump e Xi Jinping, al termine del quale i presidenti di Usa e Cina avevano stabilito di porre una tregua alle loro diatribe commerciali. Quasi come un fulmine a ciel sereno, il Dipartimento della Difesa americano ha pubblicato una versione aggiornata della “1260H list”, il citato elenco di aziende che il Pentagono considera essere affiliate alla base industriale militare del Dragone.
L’inserimento di queste società nella lista non impone esplicitamente sanzioni. Significa tuttavia che gli Stati Uniti non potranno stipulare contratti con le suddette entità a partire dalla fine di questo mese, né potranno acquistare i loro prodotti o servizi tramite terzi a partire da giugno 2027.

La mossa degli Usa non è affatto piaciuta alla Cina. Il ministero degli Esteri di Pechino ha dichiarato che la lista statunitense è discriminatoria e che “danneggia ingiustificatamente” le aziende cinesi, esortando Washington a “correggere le proprie pratiche errate”.
La situazione è quasi paradossale, perché se da un lato è vero che Trump ha dato l’impressione di voler dialogare con Xi, dall’altro la sua amministrazione ha inserito nella 1260H list alcune tra le principali aziende hi-tech cinesi. Nel frattempo, sottolineano i media Usa, le American Depositary Receipts (Adr) di Baidu sono calate del 2,1%, quelle di Alibaba dello 0,8% e quelle di Byd dello 0,8%.
Nella lista sono finite anche Cxmt e Ymtc, ossia due tra i principali produttori di chip di memoria del Dragone, l’azienda biotecnologica WuXi AppTec, la società di robotica basata sull’intelligenza artificiale RoboSense Technology e il produttore di robot umanoidi e quadrupedi Unitree.
Ymtc ha dichiarato a Reuters di essere delusa da questa mossa, soprattutto dopo “anni di collaborazione con le autorità statunitensi, sforzi per affrontare le problematiche e un impegno dimostrato per la conformità”. Ancora più assurda la situazione di Unitree, visto che soltanto pochi giorni fa Nvidia aveva dichiarato di voler collaborare con lei per costruire robot destinati ai ricercatori.
La sensazione, spiegano diversi funzionari delle big-tech del Dragone, è che la decisione degli Stati Uniti sia più motivata da intenti anti concorrenziali che non da serie preoccupazioni per la sicurezza nazionale.

La reazione delle aziende cinesi colpite non è mancata. Byd, il più grande produttore mondiale di veicoli elettrici, ha fatto sapere in un comunicato di opporsi all’essere etichettato come azienda militare e che utilizzerà tutti i “mezzi amministrativi e legali possibili” per tutelare i propri diritti e interessi, aggiungendo che la mossa di Washington ha danneggiato “i suoi successi nello sviluppo negli Stati Uniti”.
Sulla stessa lunghezza d’onda le altre Big Tech d’oltre Muraglia, con Alibaba in testa, che a sua volta ha dichiarato in un comunicato che non vi è “alcun fondamento” per la sua inclusione nella lista. “Alibaba non è un’azienda militare cinese né fa parte di alcuna strategia di fusione civile-militare. Intraprenderemo tutte le azioni legali disponibili contro i tentativi di travisare la nostra azienda”, ha affermato il conglomerato di e-commerce e tecnologia.
Considerando tutte queste società, otteniamo un fatturato complessivo di oltre 2,6 miliardi di yuan (quasi 388 miliardi di dollari) e una capitalizzazione aggregata di otre 5 trilioni di yuan (750 miliardi di dollari).
Chiara l’intenzione degli Usa, ormai convinti che le aziende tecnologiche civili cinesi siano legate a doppia mandata alle priorità militari del Partito Comunista Cinese, ma presumibilmente ancor più preoccupati che i loro continui exploit internazionali possano offrire a Pechino un vantaggio decisivo nello scontro tecnologico tra grandi potenze. Potrebbe però ormai essere troppo tardi per intervenire in maniera efficace.

L'articolo Perché gli Usa muovono guerra alle Big Tech cinesi? proviene da InsideOver.

I titoli di oggi: Conflitto su Taiwan, l’Europa rischia perdite per 2.000 miliardi di dollari Gli Usa chiudono domini sospettati di essere usati dalla Cina per reclutare agenti Taiwan testa i sistemi HIMARS in esercitazione militare nello Stretto Per i neozelandesi gli Usa rappresentano una minaccia maggiore della Cina L’Afghanistan accusa il Pakistan per le vittime dei raid lungo il ...
L'articolo In Cina e Asia – Conflitto su Taiwan, l’Europa rischia perdite per 2.000 miliardi di dollari proviene da China Files.






Viviamo nel mondo più ricco della storia, eppure miliardi di persone faticano ancora a mangiare, curarsi e avere un tetto sopra la testa. La povertà viene spesso raccontata come una disgrazia, un incidente, una conseguenza inevitabile della scarsità. Un collettivo di quasi 400 personalità internazionali, tra cui Olivier De Schutter, Thomas Piketty, Kate Raworth e Joseph Stiglitz, dice invece una cosa molto diversa: la povertà è una costruzione politica, nasce dalle regole con cui organizziamo il lavoro, la fiscalità, il debito, i servizi pubblici, il potere delle grandi ricchezze e il rapporto tra Nord e Sud del mondo.
La lettera che segue è la traduzione della tribuna-manifesto pubblicata su Le Monde. Il testo accompagna la “Roadmap for Eradicating Poverty Beyond Growth”, promossa nell’ambito dell’iniziativa New Economies for Eradicating Poverty, guidata da Olivier De Schutter, ex Relatore speciale delle Nazioni Unite sulla povertà estrema e i diritti umani.
Viviamo nell’era della scarsità artificiale. In un mondo più ricco che mai, oltre un decimo della popolazione mondiale vive ancora in condizioni di estrema povertà. Milioni di persone non hanno i mezzi per nutrirsi, abitare o curarsi adeguatamente, mentre una minuscola minoranza accumula una ricchezza e un potere senza precedenti. Intanto siccità, mega-incendi, inondazioni e ondate di calore ci ricordano che le nostre economie stanno spingendo il pianeta oltre i suoi limiti.
Queste due crisi non sono separate. Entrambe sono sintomi di un modello economico ormai esaurito. La povertà e le disuguaglianze sono le conseguenze prevedibili di scelte politiche. Derivano dal modo in cui concepiamo i sistemi fiscali, regolamentiamo il mercato del lavoro, attribuiamo valore al lavoro di cura e organizziamo i servizi pubblici. Dipendono dal modo in cui il potere politico è distribuito e dall’importanza che accordiamo ai diversi interessi. Quando le persone vengono private dei mezzi per vivere con dignità e partecipare pienamente alla vita della propria società, i loro diritti fondamentali vengono violati.
Se i governi possono produrre la povertà, possono anche eliminarla. Per decenni la ricetta è stata semplice. Bastava far crescere l’economia e la povertà sarebbe gradualmente scomparsa. La promessa di una crescita economica a beneficio di tutti non è stata mantenuta. Mentre i redditi nazionali aumentavano, i salari reali ristagnavano, i posti di lavoro diventavano più precari e i servizi pubblici venivano ridotti. Mentre i più ricchi si arricchivano in modo spettacolare, i più poveri si rivolgevano sempre più numerosi alle mense e ai banchi alimentari.
La crescita non si traduce più in una prosperità condivisa ed è diventata ecologicamente insostenibile. Gli scienziati mettono in guardia dal rischio che la Terra si trasformi in una fornace, nella quale l’aumento delle emissioni di gas serra e la distruzione della biodiversità destabilizzano le condizioni necessarie alla vita umana. Circa il 90% delle emissioni mondiali di carbonio in eccesso è attribuibile ai paesi del Nord e il 10% degli individui più ricchi è responsabile di quasi la metà delle emissioni mondiali, secondo l’economista Lucas Chancel in Nature nel 2022, mentre le popolazioni che vivono in povertà sono le prime a subire le conseguenze dei cattivi raccolti e dell’aumento dei prezzi alimentari. Un modello economico fondato su un’espansione senza fine su un pianeta dalle risorse limitate è ingiusto e pericoloso.
I paesi a basso reddito hanno ancora bisogno di crescita per costruire strade, ospedali e scuole, sviluppare le energie rinnovabili e creare posti di lavoro dignitosi. Il modello dominante di crescita si basa però sull’estrazione delle risorse, sullo sfruttamento di una manodopera a basso costo, sulla dipendenza dalle esportazioni e su un indebitamento crescente. Questo modello ha aggravato le disuguaglianze e accelerato il collasso degli ecosistemi. La vera questione oggi riguarda il tipo di economie che stiamo costruendo, chi ne trae beneficio e se permettono a tutti di vivere con dignità nel rispetto dei limiti planetari.
Per questo abbiamo elaborato una Roadmap per l’eradicazione della povertà oltre la crescita, recentemente presentata a Ginevra, in Svizzera, presso l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, sotto l’egida della Coalizione Globale per la Giustizia Sociale. Essa propone alternative per andare oltre l’approccio crescita, tasse e redistribuzione, attraverso il quale la lotta alla povertà è stata definita per decenni.
Per diciotto mesi, oltre 400 persone, tra agenzie delle Nazioni Unite, governi nazionali, esperti accademici, organizzazioni della società civile, sindacati, attori dell’economia sociale e solidale, movimenti cittadini del Nord e del Sud del mondo, hanno lavorato per rispondere a una domanda semplice. Come porre fine alla povertà e ridurre le disuguaglianze senza fare della crescita del prodotto interno lordo la condizione principale del progresso?
I diritti umani forniscono il principio guida per misurare i progressi, definire le priorità e trovare compromessi tra obiettivi concorrenti. Garantire una protezione sociale universale fondata sui diritti e un accesso universale a servizi pubblici di qualità è una priorità assoluta. In molti paesi rimane l’urgenza più grande. Un’economia rispettosa dei diritti umani va però oltre la semplice redistribuzione e la compensazione successiva al mercato. La protezione sociale e i servizi pubblici sono essenziali, ma non possono costituire indefinitamente la stampella di economie che, per loro natura, generano salari da miseria, lavori precari e alloggi inaccessibili.
È necessario modificare le regole a monte. Questo significa proteggere il lavoro dignitoso, creare sistemi di garanzia dell’occupazione, rafforzare i sindacati e la democrazia sul luogo di lavoro, combattere le discriminazioni e valorizzare il lavoro di cura, retribuito o meno, dal quale dipendono le società. Significa investire nella prima infanzia, nell’edilizia abitativa, nella sanità, nell’istruzione e nei trasporti, elevandoli a servizi pubblici universali, per spezzare i circoli viziosi che perpetuano la povertà di generazione in generazione. Significa anche esercitare un controllo pubblico sugli asset strategici, orientare il credito verso priorità sociali ed ecologiche e sostenere lo sviluppo dell’economia sociale e solidale.
Realizzare questo programma implica anche trasformare le regole di un’economia mondiale che, ancora oggi, orienta le capacità produttive dei paesi a reddito basso e medio verso il consumo dei paesi del Nord, a scapito della soddisfazione dei bisogni locali. Oggi i governi dei paesi del Sud vengono criticati per la loro inattività di fronte alla povertà, mentre subiscono la pressione di sanzioni unilaterali, di accordi commerciali che li privano dei margini politici indispensabili e perpetuano uno scambio ineguale, insieme a un indebitamento ereditato da secoli di spoliazione coloniale. Così 3,4 miliardi di persone vivono in paesi che destinano più risorse al servizio del debito che alla sanità o all’istruzione.
I paesi fortemente indebitati sono costretti dalle istituzioni finanziarie internazionali a ridurre la spesa sociale e a indebolire la tutela dei lavoratori in nome della competitività. Parallelamente, le catene globali di approvvigionamento consentono un trasferimento netto di lavoro e risorse dal Sud verso il Nord, su una scala tale che i redditi perduti dai paesi poveri sarebbero più che sufficienti a eliminare la povertà estrema in tutto il pianeta.
La solidarietà internazionale è un obbligo giuridico e morale che deriva da un dato storico. Molti paesi ricchi hanno costruito la propria ricchezza impoverendo i paesi del Sud attraverso modelli estrattivi che oggi continuano sotto nuove forme. Una transizione giusta, oltre la crescita, deve includere la giustizia sul debito, una maggiore cooperazione Sud-Sud, un finanziamento più robusto dell’azione climatica e un sostegno più consistente alla creazione di sistemi di protezione sociale di base, fondati sui principi di non dominazione e autodeterminazione. I paesi del Sud potrebbero così definire il proprio futuro economico in condizioni che rispettino la loro sovranità.
È altrettanto cruciale sapere chi avrà il potere di contribuire a questa transizione. Troppo spesso le politiche che riguardano le persone che vivono in povertà vengono concepite senza di loro, o addirittura contro di loro. Quando i sistemi di protezione sociale si basano sul sospetto, sulla minaccia di sanzioni e sull’imposizione di condizioni umilianti, rafforzano la stigmatizzazione e scoraggiano le persone dal rivendicare i propri diritti. Quando le riforme agrarie o i programmi di edilizia sociale sono segnati da corruzione e favoritismi, oppure escludono gli abitanti delle baraccopoli, non vanno a beneficio di coloro che hanno il bisogno più urgente di tali sostegni. Le persone che vivono in povertà sanno meglio di chiunque altro come i dispositivi pensati per aiutarle possano fallire nella pratica. La loro esperienza deve guidare la progettazione, l’attuazione e il monitoraggio delle strategie di lotta alla povertà, dalle collettività locali ai parlamenti fino alle istituzioni internazionali.
Non partiamo da zero. In tutto il mondo, le lotte indigene, i movimenti femministi, i sindacati e i movimenti per la giustizia climatica difendono e costruiscono futuri alternativi fondati sulla solidarietà e sui diritti territoriali. Nuove coalizioni di Stati propongono altre visioni della governance economica globale e i governi sperimentano strategie di lotta alla povertà basate sui diritti, assemblee cittadine e modelli di creazione di ricchezza comunitaria.
La nostra roadmap si fonda su questi sforzi, li collega tra loro e li amplifica. La proponiamo ora come punto di riferimento comune per tutti coloro che rifiutano di accettare che la povertà e il collasso ecologico siano il prezzo da pagare per la nostra attuale definizione di successo economico.
In vista del vertice sugli Obiettivi di sviluppo sostenibile del 2027, i governi e le istituzioni multilaterali devono scegliere. Possono perseverare in un modello di crescita fallimentare oppure impegnarsi a eliminare la povertà trasformando le regole economiche che la producono. La povertà è una costruzione. Ciò che è stato costruito può essere smantellato. Il sistema che la perpetua può essere sostituito da qualcos’altro. Grazie alla Roadmap per l’eradicazione della povertà oltre la crescita, proponiamo soluzioni concrete.
Tra i primi firmatari figurano Olivier De Schutter, ex Relatore speciale dell’ONU sulla povertà estrema e i diritti umani, Jayati Ghosh, professoressa di economia all’Università del Massachusetts Amherst, Jason Hickel, antropologo e professore presso l’Università Autonoma di Barcellona, Thomas Piketty, professore di economia alla Scuola di Economia di Parigi, Kate Raworth, economista presso l’Institute for Environmental Change dell’Università di Oxford, e Joseph Stiglitz, economista e premio Nobel per l’economia.
L'articolo La povertà è una scelta politica proviene da Il Blog di Beppe Grillo.