Ransomware Attacks Have Swept Japan. A.I. May Be Making Them Easier.

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I titoli di oggi:
Russia-Cina, collaboratore di Putin in visita in Cina per rafforzare legami nella cantieristica navale
Ue-Cina, a dicembre nuove misure commerciali per ridurre le dipendenze strategiche
Cina, cresce il peso dei tecnocrati dell’energia nella leadership del Pcc
Trump ipotizza
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1968. Lima Site 44, 60 chilometri a nord di Vientiane, Laos: un elicottero si alza in volo. Sulla coda campeggia il marchio di Air America, ma c’è la CIA dietro l’operazione. Obiettivo: trasportare le truppe etniche Hmong, reclutate dagli americani contro le forze comuniste nel quadro della guerra del Vietnam. Sessant’anni dopo, Lima Site 44 ha un altro nome: si ...
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Un mercato del lavoro che respinge gli stranieri e continua a cercarli
Ufficialmente la Malaysia vuole meno lavoratori stranieri. Quelli regolari erano 2,13 milioni a fine 2025, le nuove quote sono bloccate dal marzo 2023 e il governo punta a farli scendere al 10 per cento della forza lavoro entro il 2030. Le imprese ad alta intensità di lavoro, però, continuano a chiedere manodopera, e a luglio Anwar Ibrahim ha dovuto ordinare di sbloccare entro un mese le domande della ristorazione. I rifugiati stanno dentro questa contraddizione. A maggio il ministro dell’Interno Saifuddin Nasution Ismail ha spiegato che il nuovo registro statale, il DPP (Dokumen Pendaftaran Pelarian), non dà diritto a restare: ogni pratica finirà con un rimpatrio, un reinsediamento in un paese terzo o un’espulsione. Ha aggiunto che la banca dati servirà a collocare i rifugiati tra i 20 e i 40 anni nei posti vacanti di cinque settori. Due mesi dopo il governo ha ordinato all’UNHCR di sospendere le nuove registrazioni. La Malaysia non ha mai firmato la Convenzione di Ginevra del 1951, e così decidere chi è rifugiato, e per fare quale lavoro, spetta soltanto all’amministrazione. Marx avrebbe parlato di sovrappopolazione relativa: una riserva di lavoro che lo Stato allarga o restringe con un atto amministrativo, secondo quello che chiedono le imprese. Chi sa di poter perdere il permesso da un giorno all’altro non cambia datore e difficilmente denuncia un abuso, perché l’alternativa concreta è un centro di detenzione. Per questo la deportabilità disciplina molte più persone di quante ne vengano poi espulse davvero. Quella fascia d’età rende esplicita una divisione che gli studiosi del sistema-mondo descrivono da decenni, quella dei costi di una vita tra due paesi: chi riceve paga gli anni produttivi, chi invia si fa carico dell’infanzia prima della partenza e della malattia o della vecchiaia dopo il rientro. La Malaysia regge la propria posizione semiperiferica grazie al lavoro a basso costo dei vicini più poveri, e applica questa divisione con una franchezza rara. Il rimpatrio ne è l’ultimo passaggio.
Chi decide chi torna?
A metà agosto nei centri di detenzione c’erano 10.388 cittadini birmani. Il governo ne ha indirizzati 4.008, quasi tutti rohingya, verso il DPP e 5.000 verso il rimpatrio. Kuala Lumpur ha poi mandato i 5.000 nomi all’ambasciata del Myanmar, che per la prima fase ne ha accettati 1.476. A scegliere chi poteva salire sulle navi, con i propri criteri di cittadinanza, è stato quindi un governo che rifiuta ancora l’identità rohingya. Gli scartati restano in Malaysia, schedati biometricamente e disponibili per il mercato del lavoro. Il governo assicura che tutti hanno firmato per tornare. Mi chiedo quanto valga una firma messa davanti a due sole possibilità, la detenzione senza termine o un paese in guerra. Nel febbraio 2021 la Malaysia rimpatriò 1.086 birmani su navi della giunta nonostante un ordine del tribunale, e tra loro c’erano persone registrate presso l’UNHCR.
Per Naypyidaw la contropartita è politica. Min Aung Hlaing, che guidò il golpe del 2021, ha giurato come presidente ad aprile e da allora cerca governi disposti a riceverlo. A settembre Anwar gli ha offerto una visita ufficiale a patto che il Myanmar si riprendesse i propri cittadini; il 30 settembre Kuala Lumpur ha annunciato che la visita avverrà entro ottobre. La Malaysia sarà il quinto paese ASEAN ad accoglierlo. Naypyidaw offre l’unica cosa che la Malaysia non può ottenere da sola, il riconoscimento di queste persone come cittadini birmani, e riceve la normalità dei rapporti tra governi. Anwar dice di aver ottenuto anche lo stop ai bombardamenti in Rakhine e cure mediche per chi rientra. Sono promesse verbali di una parte in guerra, che nessuno fuori dai due governi può verificare. Il memorandum Italia-Libia del 2017 e l’intesa UE-Tunisia del 2023 hanno affidato il contenimento della mobilità a governi fragili o apertamente autoritari, pagandolo in denaro e legittimazione. Kuala Lumpur paga in riconoscimento, con la stessa logica di riammissione. Pesa anche la politica interna: a giugno una petizione per espellere i rohingya ha superato le 424.000 firme, e le elezioni generali vanno tenute entro febbraio 2028. L’ostilità verso i rifugiati dà copertura elettorale a una politica che fa comodo anche ai datori di lavoro.
Un regionalismo che si auto-blocca da solo
L’Indonesia ci arriva dalla parte opposta. La Perpres 125/2016 non prevede né lavoro né istruzione per i rifugiati; il ministro dell’Immigrazione Agus Andrianto ne ha chiesto la revisione nel novembre 2024, e l’assistenza resta a UNHCR e OIM. La Malaysia apre il mercato del lavoro con permessi revocabili, Giacarta lo tiene chiuso. In nessuno dei due lo status di rifugiato diventa un diritto di residenza. L’ASEAN non ha riconosciuto le elezioni birmane e dal 2021 tiene i leader birmani fuori dai vertici, richiamandosi a un Consenso in cinque punti che Naypyidaw non ha mai attuato. Il 10 agosto il ministro degli Esteri malese Mohamad Hasan ha chiesto al Myanmar di rispettarlo prima di qualsiasi rimpatrio. Diciassette giorni dopo Kuala Lumpur ha annunciato la data delle partenze. Consenso e non ingerenza proteggono gli affari interni dei membri dallo scrutinio collettivo, e in questo funzionano ancora. Una crisi che esce dai confini nazionali ne rimanda le conseguenze a ogni Stato preso singolarmente, e ne viene fuori una catena di accordi bilaterali che nessuna sede comune discute. L’intesa tra Anwar e Min Aung Hlaing occupa lo spazio che questa paralisi regionale lascia libera e intanto svuota, visita dopo visita, la sanzione collettiva contro Naypyidaw. Per capire se il programma è davvero volontario basterebbero due cose: lasciare entrare l’UNHCR nei centri di detenzione a parlare con i candidati, e dare a chi rifiuta il rimpatrio un permesso di soggiorno con diritto al lavoro. Finché rifiutare vorrà dire restare in cella, la seconda fase somiglierà molto alla prima.
Il 6 settembre scorso Alternative für Deutschland aveva conseguito una vittoria schiacciante in Sachsen-Anhalt, raggiungendo il 39% dei consensi. Traducendosi con una rappresentanza di 39 seggi al parlamento regionale (Landtag), il risultato non consente ad AfD di raggiungere, da solo, la maggioranza assoluta per governare – rappresentata da 42 seggi su 82. Secondo la regola del “muro tagliafuoco” (Brandmauer), inoltre, gli altri partiti avevano escluso alleanze con l’estrema destra. Tutti tranne uno: il Bündnis Sarah Wagnknecht aveva infatti dichiarato la disponibilità di cooperare con AfD, come è successo martedì mattina. Tuttavia, oltre al BSW, sembra che anche la CDU abbia appoggiato Rausch.
Il Brandmauer è crollato
La mattina del 6 ottobre il nuovo Landtag della Sachsen-Anhalt ha espresso il suo Presidente. Martin Rausch, AfD, ha ottenuto 48 voti su 82. Assieme a lui sono stati votati anche i vice-presidenti Tillschneider (AfD) con 44 voti, e Carsten Borchert (CDU) con 64 voti. Le voci di protesta si sono subito fatte sentire. Durante la prima seduta di martedì, circa 400 persone si sono riunite fuori dal parlamento regionale di Magdeburgo. Fra gli slogan: “no a cooperazioni con l’estrema destra”.
Storicamente, infatti, i partiti tradizionali tedeschi hanno seguito la regola del “cordone sanitario”, o “muro tagliafuoco”, per escludere i partiti estremisti dalle cariche istituzionali più importanti. Ora però, il cordone sanitario non ha retto e per la prima volta un candidato di un partito di estrema destra è arrivato a ricoprire una posizione di tanto rilevante. Fra i compiti di Rausch – che ora detiene la carica più alta all’interno del Parlamento regionale – quello di rappresentare il Landtag, condurre le sedute plenarie, vigilare sul rispetto del regolamento interno. Potrà inoltre rivolgere richiami ai deputati ed escluderli dalle sedute, e si occuperà delle questioni organizzative e del personale, compresa la nomina dei vertici della Corte dei Conti regionale e la composizione delle commissioni.
I calcoli non tornano
Che quella di martedì sia stata quindi una votazione storica, lo ha sottolineato lo stesso Rausch nel suo discorso inaugurale quando, invitando i deputati a cooperare con AfD, ha aggiunto: “i giorni del muro tagliafuoco dovrebbero appartenere al passato”.
La sua nomina era comunque prevista: il BSW, infatti, aveva già annunciato di volerne sostenere l’elezione. Questo partito, inoltre, fondato da Sarah Wagenknecht nel 2024, è anch’esso portatore di alcune istanze considerate estremiste dall’opinione pubblica – pur non essendo ufficialmente definito tale, come il caso di AfD. Così, la questione che si è aperta dopo il voto è piuttosto sui 4 voti giunti “in eccesso” al candidato AfD. BSW a AfD assieme ne avrebbero infatti garantiti solo 44, non 48. Dinamica simile anche per i 44 voti del vicepresidente AfD Tillschneider: il capogruppo della BSW ha infatti dichiarato che il suo partito non lo ha sostenuto, in quanto le sue posizioni sono troppo radicali. L’accaduto solleva quindi forti tensioni nella politica tedesca, e anche a livello federale c’è la richiesta di chiarimenti sulla provenienza dei voti – infatti non nota, data la modalità segreta con cui si è svolta l’elezione.
Le reazioni
In particolare, secondo quanto emerge da Die Zeit, l’appoggio ulteriore a Rausch sarebbe arrivato dalla CDU. A dichiararlo, è stato proprio il neoeletto presidente del Land, che ha inoltre anticipato che lo stesso è stato accordato anche per l’elezione in dicembre di Ulrich Siegmund (AfD) a governatore del Land.
Da parte dei vertici della CDU, l’indicazione ai suoi 14 deputati era stata quella di astenersi. Tuttavia, le astensioni finali sono state solo 5. SPD, la Sinistra e i Verdi, che avevano dichiarato il loro voto contrario, vogliono ora chiarezza sulla dinamica del voto segreto: “non deve esserci alcuna forma di collaborazione, né ufficiale né sottobanco”, si è affermato dall’SPD, mentre i Verdi chiedono una spiegazione “cristallina e inequivocabile”.
Merz, che precedentemente aveva minacciato l’espulsione dal partito per chi avesse votato AfD, ha infine espresso sgomento e disapprovazione: “chi elegge un deputato di un partito di estrema destra a presidente del Landtag deve fare i conti con la propria coscienza”. E mentre ha sottolineato l’impossibilità, in una votazione segreta, di stabilire con esattezza i sostenitori di AfD, condanna il possibile coinvolgimento dei deputati del suo partito. Tale atteggiamento non è infatti compatibile con i valori dei cristianodemocratici: “chi vota per l’AfD distrugge la credibilità della CDU”.
La politica estera
Le prime iniziative di Rausch mostrano come le implicazioni vadano oltre le discussioni sul cordone sanitario. Già nella giornata di mercoledì, AfD ha richiesto la convocazione di una seduta straordinaria del Landtag. Il tema: Russia, guerra in Ucraina e forniture di gas alla Germania. AfD, con il sostegno del BSW, ha infatti presentato una mozione perché la Germania sospenda immediatamente il sostegno finanziario e militare all’Ucraina, per la revoca immediata delle sanzioni economiche alla Russia e per la normalizzazione delle relazioni economiche tra Germania e Russia.
Il commento di Alice Weidel è arrivato subito: “il gruppo parlamentare dell’AfD porta senza indugio i temi davvero importanti all’ordine del giorno. Il presidente del Landtag Tobias Rausch conferma la seduta straordinaria sulla Russia e sulle forniture di gas. Agiamo fin dal primo giorno nell’interesse dei cittadini!”. A sua volta, dal BSW Thomas Schulze ha dichiarato che già prima delle elezioni il suo partito aveva promesso una mozione per la pace: “ora manteniamo questa promessa elettorale. Magdeburgo manda a Berlino un segnale a favore della pace”. La sua vice, Claudia Wittig ha affermato: “la Germania è il finanziatore n. 1 della guerra”, che però il Pease non può più permettersi, ha aggiunto.
Fra BSW e AfD ci sono inoltre posizioni simili, pur non coincidenti, anche sul riarmo, con il primo partito che si oppone all’incremento delle spese militari, mentre il leader AfD in Sachsen-Anhalt Ulrich Siegmund si era mostrato favorevole al riarmo, ma solo per scopi di sicurezza interna e per la remigrazione di massa. Infine, sia nell’AfD che nel BSW si è segnalata la presenza di politici che intrattengono rapporti con persone e organizzazioni russe.
La seduta straordinaria del Parlamento regionale di Magdeburgo dedicata alla mozione si terrà il 14 ottobre. Tuttavia, questa proposta rimane un segnale politico per esercitare pressioni sul governo: le decisioni fondamentali sulle sanzioni e sugli aiuti tedeschi all’Ucraina non vengono prese a livello regionale, bensì a quello federale o europeo.
E dopo?
Il supporto del BSW finora mostrato ad AfD, tuttavia, non significa automaticamente una cooperazione stabile o il supporto per l’elezione di Siegmund a dicembre – per cui il partito ha infatti già dichiarato la sua astensione. Un governo guidato da AfD, quindi, se si escludono colpi di scena, dovrà essere un governo di minoranza, soggetto di volta in volta al supporto esterno di BSW. Rispetto a tale opzione, però, Siegmund si era già precedentemente mostrato contrario, fino a prospettare la possibilità di nuove elezioni.
Tuttavia, quanto successo con l’elezione di Rausch fa salire le preoccupazioni. E non solo per la situazione in Sachsen-Anhalt. “L’estremismo di destra e di sinistra sta entrando con tutta la sua forza nei nostri parlamenti» ha ammonito Merz commentando l’elezione di Rausch, ma con lo sguardo anche a Berlino. Nella capitale tedesca, infatti, la Sinistra – sotto osservazione dall’intelligence di alcuni Länder per la presenza di orientamenti di estrema sinistra all’interno del partito – ha vinto le elezioni del 20 settembre con il 25,7% dei voti, ed è ora in trattativa con SPD e i Verdi per una coalizione di governo.
Tornando in Sachen-Anhalt, c’è ora da capire se gli ammonimenti di Merz saranno sufficienti ad evitare ripetizioni simili per le elezioni del governatore il 5 dicembre e quali saranno, nel lungo periodo, le ricadute sul governo federale. Le elezioni regionali hanno peggiorato la leadership del cancelliere, già fortemente in crisi, tanto che all’interno del suo stesso partito si è discussa l’ipotesi di un Kanzlertausch– una sostituzione. L’opzione è poi stata accantonata in quanto troppo rischiosa: con AfD primo partito nei sondaggi, la nomina non preceduta da elezioni democratiche un nuovo cancelliere CDU sarebbe considerata illegittima.
Nel frattempo, crescono le tensioni anche con l’alleato di governo. Mentre l’ SPD ha infatti confermato che continuerà a governare con la CDU, le critiche rispetto al riforme intraprese da Merz – che includono l’aumento dell’età pensionabile e tagli all’assistenza sanitaria – crescono. Inoltre, nonostante gli economisti considerino le riforme come essenziali per rilanciare la competitività tedesca, l’austerità che esse impongono crea forte malcontento fra la popolazione, che a sua volta viene sfruttato dai partiti estremisti a loro favore.
A questo si aggiunge la diversa opinione dell’SPD su come contrastare l’estrema destra. Rispetto alla CDU, che già in Turingia aveva cooperato con AfD e che in larga parte predilige combattere gli estremisti sul piano della battaglia politica, piuttosto che con il divieto del partito, i socialdemocratici mostrano infatti posizioni più nette, fra cui anche l’avvio della procedura per il divieto. Mercoledì sera, intanto, il gruppo parlamentare dell’SPD al Bundestag ha marciato a Berlino in protesta per l’esito della votazione di Rausch. Resta ora da vedere cosa succederà a dicembre con il voto del governatore del Land. C’è infatti da chiedersi, qualora si ripeteranno dinamiche analoghe a quanto avvenuto questa settimana, quale sarà il futuro della coalizione di governo.



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Nelle immense distese della Patagonia argentina, tra montagne, steppe battute dal vento e fattorie separate da centinaia di chilometri, esiste un social network che funziona da decenni, molto prima della nascita di Facebook, Instagram e WhatsApp. Per utilizzarlo bastano una radio AM e qualcuno disposto ad ascoltare. Ogni giorno, attraverso le onde radio, gli abitanti delle zone più isolate dell’Argentina ricevono notizie dei familiari, comunicano emergenze, annunciano nascite, matrimoni, problemi di salute o semplicemente fanno sapere a qualcuno che stanno bene. È un sistema di comunicazione collettiva che ha attraversato generazioni e che continua a mantenere un ruolo importante anche nell’epoca di Internet e dei satelliti.
Si chiama Mensajes al Poblador Rural, letteralmente Messaggi all’abitante rurale, ed è una tradizione profondamente radicata nella storia della Patagonia. Chi desidera comunicare con una persona che vive in una zona remota invia un messaggio a un’emittente radiofonica, attraverso una telefonata, un biglietto scritto a mano oppure, oggi, anche tramite WhatsApp. Il conduttore lo legge in diretta durante una delle trasmissioni dedicate agli abitanti delle campagne. Dall’altra parte, nelle case e negli allevamenti sparsi su un territorio immenso, qualcuno ascolta in attesa di ricevere notizie. Il 21 dicembre 1995, per esempio, una comunicazione indirizzata ad Adela Muñoz e Carolina Morales, residenti nella località di Pichi Leufu, annunciava che il giorno successivo sarebbe arrivato Carlos e chiedeva alle due donne di aspettarlo al fiume con la cavalla della sorella. Un altro messaggio invitava il musicista Irineo Aguilera, ovunque si trovasse, a presentarsi alle otto di sera a Las Plumas senza dimenticare la chitarra. Altri ancora riguardavano animali dispersi, ricoveri ospedalieri, problemi economici o semplici oggetti da restituire. Sono piccoli frammenti di vita quotidiana che raccontano una realtà lontana dai grandi centri urbani, dove anche una comunicazione apparentemente banale può diventare essenziale. Nel febbraio 2020 il quotidiano argentino Infobae ha dedicato un ampio reportage a questa tradizione, documentando come 22 emittenti patagoniche di Radio Nacional riservassero spazi della propria programmazione ai messaggi per gli abitanti delle campagne. Le trasmissioni potevano durare dieci, quindici o venti minuti e, a seconda della stazione, andare in onda fino a cinque volte al giorno.
Il servizio assume nomi diversi secondo le località. A Zapala è conosciuto come Boletín comunitario y radio clasificados, a Ingeniero Jacobacci come Avisos y mensajes al poblador de la zona rural, mentre a Comodoro Rivadavia prende il nome di Gauchaditas. Cambiano gli orari, le frequenze e i conduttori, ma il principio rimane lo stesso, quello di utilizzare la radio per collegare persone che vivono a grandi distanze e che spesso dispongono di infrastrutture di comunicazione limitate.
Per comprenderne l’importanza bisogna considerare la geografia della Patagonia, una regione vasta oltre un milione di chilometri quadrati, caratterizzata da una densità abitativa molto bassa, condizioni climatiche difficili e insediamenti spesso lontanissimi tra loro. In alcune località raggiungere il centro abitato più vicino richiede ore di viaggio, mentre la copertura telefonica e Internet rimangono problematiche nelle aree più remote. Le trasmissioni in onde medie, capaci di raggiungere grandi distanze, hanno permesso di mantenere una rete di collegamenti che altrimenti sarebbe stata estremamente fragile.
Rubén Lagrás, per 38 anni lavoratore di Radio Nacional Bariloche, ha raccontato a Infobae un episodio che descrive il rapporto tra gli abitanti della Patagonia e questo servizio. Durante una visita a un allevatore, mentre si trovava nella sua abitazione, l’uomo interruppe la conversazione per ascoltare i messaggi radiofonici. Sistemò il ricevitore sul tavolo, si sedette e rimase in silenzio, seguendo con grande attenzione ogni comunicazione. Per quelle comunità, spiegava Lagrás, l’appuntamento radiofonico rappresenta un momento particolarmente importante della giornata. La radio permette infatti di conoscere anche ciò che accade agli altri abitanti della zona, di sapere se una famiglia ha bisogno di aiuto, se qualcuno è malato oppure se un vicino sta attraversando una difficoltà. È una forma di comunicazione pubblica che contribuisce a mantenere vive le relazioni sociali tra persone che possono incontrarsi soltanto poche volte durante l’anno. Un po’ quello che avveniva prima dell’avvento della tv.
Il fotografo argentino Jorge Piccini ha dedicato circa quindici anni a documentare questo mondo. Dopo aver scoperto casualmente le trasmissioni durante un viaggio in Patagonia, ha iniziato a visitare gli abitanti delle campagne, fotografandoli nelle loro abitazioni e raccogliendo i messaggi conservati negli archivi radiofonici e nelle case degli ex dipendenti delle emittenti. Nel corso della ricerca ha recuperato oltre 400 comunicazioni, selezionandone una sessantina per il libro Mensajes al Poblador Rural, pubblicato nel 2019. Il documento più antico recuperato dal fotografo risale al 15 aprile 1972. Si tratta di un messaggio urgente firmato da un sottocommissario di polizia, che chiedeva di avvisare un uomo dell’impossibilità di effettuare una visita a causa di un problema intestinale. Altri messaggi parlano di animali scomparsi durante l’inverno, figli di cui si sono perse le tracce, appuntamenti saltati o oggetti dimenticati. Uno chiedeva addirittura la restituzione di una dentiera lasciata su una credenza.
Con l’arrivo dei telefoni cellulari, delle applicazioni di messaggistica e delle connessioni satellitari, anche questa tradizione si è progressivamente trasformata. I messaggi scritti a mano sono diventati meno frequenti e vengono spesso sostituiti da comunicazioni inviate tramite telefono, posta elettronica o WhatsApp. Paradossalmente, uno degli avvisi ricorrenti è proprio quello di chiedere a qualcuno di accendere il cellulare oppure di raggiungere un punto in cui sia possibile trovare copertura. Nelle campagne patagoniche esiste persino un’espressione per indicare questa necessità: ir a la señal, andare al segnale. Significa spostarsi verso un’altura, un albero o un punto preciso del territorio dove il telefono riesce finalmente a collegarsi alla rete. Gabriela Salamida, giornalista e ricercatrice di Radio Nacional Bariloche, ha raccontato di persone che sollevano il cellulare sopra la testa o lo lanciano leggermente in aria nel tentativo di intercettare il segnale e inviare un messaggio.
Questa evoluzione dimostra come le nuove tecnologie si siano affiancate alla radio senza cancellarne necessariamente la funzione sociale. Il sistema continua a essere utilizzato perché risponde a un bisogno concreto, quello di mantenere i rapporti tra persone che vivono lontane e che condividono un territorio.
A ben guardare, i Mensajes al Poblador Rural possiedono molte delle caratteristiche che oggi associamo ai social network, permettono di condividere informazioni personali, mantenere relazioni e diffondere comunicazioni pubbliche. Ogni messaggio può raggiungere contemporaneamente numerosi ascoltatori e contribuire a una conversazione collettiva, proprio come accade sulle piattaforme digitali.
Mentre nel mondo miliardi di persone utilizzano piattaforme che trasformano le relazioni sociali in dati, attenzione e opportunità commerciali, nelle campagne della Patagonia sopravvive un modello di comunicazione collettiva nato da esigenze completamente diverse: ridurre le distanze, far circolare informazioni e mantenere unite comunità disperse su territori immensi.
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Bastano quindici minuti all’interno di un’abitazione per lasciare nell’aria tracce genetiche che possono rivelare la nostra presenza anche dopo che ce ne siamo andati. Un nuovo studio pubblicato sulla rivista scientifica Forensic Science International Genetics ha dimostrato che il DNA umano disperso nell’ambiente può essere raccolto e analizzato per identificare le persone che hanno occupato una stanza, aprendo nuove possibilità per le indagini della polizia scientifica.
La ricerca, condotta da un gruppo internazionale di scienziati norvegesi e australiani, ha esaminato 22 abitazioni, raccogliendo complessivamente 391 campioni di DNA dall’aria, dalla polvere e dalle superfici. Per verificare l’efficacia della tecnica, i ricercatori hanno organizzato una serie di furti simulati, durante i quali alcuni volontari sono entrati nelle case per quindici minuti, comportandosi come potenziali intrusi. Trascorsa mezz’ora dalla loro uscita, sono stati prelevati campioni d’aria per verificare se fosse ancora possibile individuare le loro tracce genetiche.
I risultati hanno mostrato che il DNA degli intrusi era rilevabile nell’82% dei casi analizzati da uno dei due laboratori coinvolti e nel 36% dei casi esaminati dall’altro. Una differenza significativa, che evidenzia quanto questa tecnologia sia ancora influenzata dalle condizioni ambientali e dalle procedure di raccolta e analisi, ma che conferma la possibilità di ricavare informazioni genetiche utili anche dall’aria di una stanza apparentemente vuota.
Il principio alla base della scoperta riguarda il cosiddetto DNA ambientale, o eDNA, ovvero il materiale genetico che gli organismi rilasciano continuamente nell’ambiente circostante. Nel caso degli esseri umani, questo materiale può provenire da minuscole particelle di pelle, capelli e altre tracce biologiche che si disperdono nell’aria durante le normali attività quotidiane. Le moderne tecniche di analisi genetica hanno raggiunto una sensibilità tale da consentire il recupero di profili genetici anche a partire da quantità estremamente ridotte di materiale biologico.
Finora le indagini forensi si sono concentrate soprattutto sulle tracce di DNA raccolte attraverso il contatto diretto con oggetti e superfici, oppure attraverso campioni di sangue, saliva e altri fluidi biologici. La possibilità di analizzare il materiale genetico sospeso nell’aria aggiunge una nuova fonte di informazioni, particolarmente utile nei casi in cui le prove tradizionali siano scarse o assenti. Lo studio ha inoltre dimostrato che la combinazione di campioni provenienti dall’aria, dalla polvere e dalle superfici può contribuire a ricostruire la presenza di diverse persone all’interno di un’abitazione. I ricercatori sono riusciti a rilevare tracce genetiche riconducibili agli occupanti abituali e, in alcune circostanze, anche a visitatori precedenti. Questo aspetto suggerisce la possibilità di utilizzare il DNA ambientale per ottenere informazioni sulla frequentazione di un luogo, pur senza poter stabilire automaticamente quando una determinata persona vi sia stata presente.
Un’altra ricerca, pubblicata sulla stessa rivista, ha approfondito il comportamento del DNA disperso nell’aria e le modalità con cui può essere raccolto. Gli scienziati hanno osservato che il movimento dell’aria e il disturbo delle particelle depositate sulle superfici possono aumentare la quantità di materiale genetico rilevabile. Dopo circa trenta minuti, una parte significativa del DNA sospeso tende a depositarsi, mentre nell’arco di un’ora i livelli possono avvicinarsi a quelli precedenti al disturbo. Lo studio ha inoltre rilevato tracce genetiche attraverso dispositivi di raccolta passiva, senza la necessità di un contatto diretto con le superfici. Questi risultati indicano che il momento del prelievo potrebbe diventare un fattore determinante nelle future indagini. La possibilità di raccogliere DNA dall’aria poco dopo un evento potrebbe fornire elementi aggiuntivi per ricostruire chi abbia frequentato un determinato ambiente, affiancando le tecniche investigative già utilizzate dalla polizia scientifica.
Restano tuttavia numerose variabili da approfondire: la quantità di DNA rilasciata cambia da individuo a individuo, mentre ventilazione, pulizia degli ambienti, movimenti delle persone e condizioni delle stanze possono modificare sensibilmente il materiale genetico disponibile. La presenza di tracce nell’aria richiede inoltre un’interpretazione particolarmente attenta, perché il DNA può essere trasferito anche indirettamente e la sua individuazione, da sola, non permette di stabilire le circostanze esatte in cui una persona è entrata in contatto con un ambiente.
La ricerca apre anche interrogativi relativi alla privacy e alla protezione dei dati genetici. Se questa tecnologia dovesse diventare sufficientemente affidabile da essere impiegata su larga scala, la raccolta di campioni d’aria potrebbe consentire di ottenere informazioni sull’identità delle persone senza prelevare direttamente materiale biologico dal loro corpo. Si tratterebbe di una capacità con possibili applicazioni investigative, ma anche con implicazioni giuridiche ed etiche legate al consenso, alla conservazione dei dati e ai limiti del loro utilizzo.
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