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Ricevuto — 12 Ottobre 2026 ⏭ Sbilanciamoci – L’economia com’è e come può essere. Per un’Italia capace di futuro

Guida (incompleta) al voto di midterm

Il 3 novembre si vota per le elezioni di metà mandato. Si tratta di elezioni di enorme importanza, una frase che si usa spesso ma che stavolta mi pare avere senso per una serie piuttosto lunga di ragioni. La prima è quella di segnalare ai repubblicani che il loro seguire la presidenza Trump può costare loro caro. Qui provo a mettere in fila un numero di informazioni più alto possibile, per orientarsi, seguire, capire.

Per cosa si vota?

Per tutta la Camera dei rappresentanti, che oggi è a maggioranza repubblicana. Al momento siedono alla Camera 218 repubblicani, un indipendente e 214 democratici. I sondaggi fanno pensare a un cambio di maggioranza. Di quale entità? Questo si decide seggio per seggio e candidato per candidato: i collegi sono uninominali, si vince con un voto in più, per questo i sondaggi nazionali sul voto ai partiti non ci dicono nulla se non parlare di una tendenza.

Al Senato i seggi in palio sono 33, la maggioranza è 51 e ai democratici serve di tenere tutti i seggi che detengono che vanno al voto e strapparne quattro ai repubblicani. Difficile, ma i sondaggi dicono sia possibile.

Come a (quasi) ogni elezione di midterm il partito al potere arriva svantaggiato, hanno perso seggi e voti Bush jr, Obama, Trump al primo mandato, Biden. Negli Stati in cui si vota per il Senato e i seggi sono contesi, Bush era sgradito al 60% nel 2006, come Obama nel 2014, i partiti di entrambi i presidenti persero la maggioranza al Senato. Oggi, in quegli Stati, il gradimento di Trump è più basso di quelli di Bush jr. e Obama al momento del midterm.

Cosa potrebbe essere un vantaggio, un paracadute per i repubblicani? Il primo fattore è la mappa dei collegi senatoriali che vanno al voto. Il Senato si rinnova di un terzo ogni sei anni, per cui a ogni ciclo elettorale gli Stati che votano sono diversi; il 2026 favorisce in teoria il Grand Old Party: sono di più gli Stati dove si vota che eleggono più spesso (o praticamente sempre, come in Kansas) senatori del partito del presidente Trump.

Ci sono poi i seggi senatoriali di Michigan e Minnesota dove, i sondaggi ci dicono, i candidati democratici vanno peggio di come va il candidato governatore del loro partito. Del Michigan parlo più giù, in Minnesota la candidata è Peggy Flanagan, vice governatrice dello Stato e molto progressista. Non è una campaigner fenomenale e, nello Stato, non rappresenta il cambiamento in una tornata elettorale dove essere una novità sembra essere un fattore cruciale.

I vantaggi dei repubblicani si fermano qui. La mappa elettorale vantaggiosa del 2026 rischia infatti di trasformarsi in un disastro, nel senso che in diversi Stati dove il senatore uscente è repubblicano e in un clima politico normale, il Grand Old Party non avrebbe problemi a fare en plein. I sondaggi in Texas, Kansas, Alaska ci dicono il contrario. In Alaska i democratici hanno eletto un solo senatore per un solo mandato negli ultimi 45 anni, in Kansas l’ultimo eletto Dem risale all’anno di elezione di Franklin Delano Roosevelt (1932) quando il presidente Dem perse solo 6 Stati. Il Texas è meno rosso repubblicano di Kansas e Alaska ma anche qui l’ultima eletta democratica è la senatrice Ann Richards nel 1991.

Nel midterm si vota anche per 36 governatori e la cosa ci appassiona meno ma è molto importante: pensate alla risposta ai raid dell’ICE da parte di alcuni governatori, al diritto all’aborto, ai rischi per il processo elettorale se nel 2028 le cose fossero sul filo di lana o al gerrymandering, quel giochino per cui le assemblee legislative statali ridisegnano i distretti elettorali della Camera a loro favore – di solito in un anno elettorale questo non avviene, il 2026 fa eccezione, lo hanno fatto prima i repubblicani e i democratici hanno risposto. La figura politica che sembra emergere nella campagna per i governatorati è il candidato democratico in Iowa Rob Sand, che è una figura centrista, parla di tasse basse, di dare la caccia ai politici corrotti di entrambi i partiti, di caccia ed è un politico di talento. Sand sembra essere perfetto per l’Iowa rurale.

Importante: a ogni Stato, a ogni luogo del Paese con un tessuto sociale, un’economia diverse corrisponde una tipologia di candidato. In questo senso la candidatura del progressista El Sayed in Michigan è interessante perché se dovesse vincere romperebbe almeno in parte uno schema.

Quali sono gli scontri al Senato più importanti? Direi nove: Alaska, Georgia, Iowa, Kansas, Maine, Michigan, North Carolina, Ohio, Texas, di cui sette sono al momento in mano repubblicana. In generale, i democratici sembrano aver individuato quasi ovunque dei buoni candidati per il contesto locale o comunque per rappresentare una gamma ampia di idee e sensibilità.

I seggi democratici sono Georgia e Michigan, nel primo Jon Ossoff cerca la rielezione (quasi certa), nel secondo Abdul El Sayed, candidato progressista ha vinto le primarie con un’agenda piuttosto radicale. El Sayed è avanti nei sondaggi, ma rispetto al candidato governatore democratico nello Stato è qualche punto indietro. El Sayed sconta il nome, gli attacchi repubblicani sull’islamismo e forse anche l’agenda troppo a sinistra (o forse quella lo aiuterà a vincere?). El Sayed è un ottimo candidato in termini di capacità di rispondere a domande difficile, puntuale, molto americano nonostante le origini. Il suo è un seggio importante perché se vincesse sarebbe la prima volta di un progressista in uno Stato di quelli da vincere alle presidenziali. Se perdesse l’ala moderato del partito potrebbe dire: “Vedete? Con questi candidati si vince solo a New York e in California”.

Ossoff vincerà in uno Stato tradizionalmente repubblicano, che ha votato Trump e con un governatore repubblicano. È bravo, giovane, fotogenico, e una vittoria schiacciante potrebbe proiettarlo sulla rampa delle primarie presidenziali del 2028. Ha un problema su Gaza, essendo ebreo ed avendo un po’ balbettato in passato. Qui mi pare che risponda bene (“se è genocidio lo decide la Corte internazionale, Israele ha violato le leggi di guerra, ho votato contro l’invio di armi”).

I sondaggi

Nella grafica qui sotto ho riportato le medie di uno dei diversi siti seri che fanno medie di sondaggi. Alcuni li includono tutti e spesso ci sono sondaggi poco seri, commissionati, appunto, per smuovere le medie. Per questo troverete medie diverse a seconda del sito dove andrete. I sondaggi sono aggiornati al 12 ottobre.

Il gradimento del presidente Trump (medie dei sondaggi)

  • NEW YORK TIMES Approve 37% Disapprove 60%
  • Real Clear Politics Approve 37.80% Disapprove 60%
  • Fifty Plus One Approve 34.60% Disapprove 61.90%
  • Nate Silver Approve 37.30% Disapprove 59.70%

Il Texas e gli altri

L’altro seggio importante è il Texas, dove il giovane James Talarico è in vantaggio sul Procuraotre generale dello Stato, sostenuto da Trump, Ken Paxton. Il rappresentante democratico ha un’aria per bene che difficilmente si può associare a un “comunista lunatico” e così lo si accusa di essere vegetariano (falso) e di avere poco testosterone (Tala freak’o lo chiama Trump). Il candidato Dem usa parabole religiose per proporre le sue idee e metterle in contrasto con quelle del nazionalismo religioso in voga nella destra americana contemporanea. “La giustizia economica è menzionata 3.000 volte nelle nostre Scritture. È un aspetto fondamentale della nostra tradizione, eppure è del tutto assente nel nazionalismo cristiano”. Talarico non è uno di quei candidati progressisti che correranno altrove nelle elezioni di metà mandato, ma non è neppure un moderato.

Ken Paxton è stato sostenuto da Trump alle primarie contro il senatore uscente John Cornyn. Un moderato il secondo, un procuratore generale statale messo sotto impeachment dal suo stesso partito il primo. Paxton è una figura divisiva, quasi tutti i sondaggisti sostengono che lo scontro Talarico-Cornyn, sarebbe stato molto più difficile per il democratico. Negli ultimi cicli elettorali il loro margine delle vittorie repubblicane è sceso in maniera costante. Qui il ritorno a casa democratica degli ispanici potrebbe fare la differenza: nel 2024 votarono in maggioranza Trump, oggi non sono per niente contenti (ICE e prezzi).

A oggi in tutto il paese hanno già votato più di due milioni di persone, gli ispanici stanno votando in anticipo molto più che nel 2022 e nel 2024 (alle presidenziali normalmente vota molta più gente).

Il Maine è il seggio forse più complicato: qui la senatrice eletta è la repubblicana Susan Collins, che spesso ha rotto con il suo partito ed è una formidabile procacciatrice di fondi federali per il suo Stato. Il candidato democratico è Troy Jackson, molto vicino ai sindacati e progressista, ma non un formidabile campaigner. In Maine le primarie Dem le aveva vinte Graham Planter che era il candidato perfetto, se non fosse che era uno che aveva molestato più di una donna in passato. Gli erano state perdonate molte cose (un tatuaggio, l’alcol) ma non (giustamente) questa. Jackson è in vantaggio, ma Collins ha sorpreso più di una volta.

In Alaska (ogni Stato ha bisogno di candidati diversi) la candidata Dem Mary Peltola parla quasi solo di difesa della pesca (e del costo del diesel che è un problema per i pescatori) ed è favorevole a nuove trivellazioni petrolifere. Anche lei è in vantaggio. In Alaska vivono 750mila persone, basta spostare pochi voti.

In Kansas il candidato democratico è un pastore di megachurch, difficile immaginare una figura meno imputabile di essere un estremista. Promette di lavorare anche con gli avversari. Qui c’è un tema che non riguarda necessariamente la moderazione sulle cose, ma sul modo di concepire la politica: Adam Hamilton (così si chiama), come altri in Stati tendenzialmente repubblicani, promette di superare il clima tossico e polarizzato di questi anni. Vedremo se, come e quanto il messaggio funzionerà.

In Ohio l’ex senatore Sherrod Brown spera di riprendersi il seggio perso, Brown è un progressista vecchia maniera che cerca il voto degli operai ed ex working class in uno Stato divenuto progressivamente più repubblicano a partire dal 2012. Qui Trump ha vinto tre volte su tre.

In ogni caso i democratici il giorno dopo il voto, dovessero vincere bene, si troveranno di fronte al dilemma su cosa debbano essere in vista del 2028. Sarà uno scontro durissimo, anche se c’è qualche figura forse in grado di tenere assieme mondi diversi.

I soldi

A oggi le donazioni ai partiti sono più di un miliardo e 700 milioni di dollari, più di un miliardo per i repubblicani e 250 milioni da gruppi di interesse che donano a chi promette di difendere quello che sta loro a cuore (le cryptocurrencies, la lobby filo israeliana Aipac, ecc.). La politica è sempre più cara e uno degli argomenti dei democratici è farla finita con le norme che regolano le donazioni. La cosa è complicata perché ci sono diverse sentenze della Corte Suprema che hanno consentito questa degenerazione del costo delle campagne elettorali.

La maggior parte del denaro è stata donata ai Super PAC (political action committees) che possono legalmente accettare somme illimitate, mentre le campagne hanno regole molto più severe specie su quanto il singolo individuo possa donare. Tra i grandi donatori Soros (ai Dem), Musk, la vedova del magnate di casinò Adelson, i fratelli Winklevoss che guadagnano miliardi con le crypto. Il Texas è per adesso lo Stato dove si è speso di più e questo è un pessimo segnale per i repubblicani, che in uno Stato così, normalmente non devono investire. Le corse più costose a oggi sono texas, Georgia, Ohio, Michigan. I repubblicani hanno un vantaggio netto in termini finanziari, ma quanto peserà alla fine? I soldi servono per la pubblicità radio, Tv e sul Web, per organizzare la campagna, pagare il personale e così via. Ma contenuti che riescono a divenire virale e i volontari possono aiutare a ovviare allo svantaggio finanziario. Non solo: il costo di uno spot Tv per le campagne è regolato dalla legge ed è quindi molto più basso del costo di uno spot comprato da un Political Action Committee.

(questo è un post da American Diner su Substack)

Ricevuto — 9 Ottobre 2026 ⏭ Sbilanciamoci – L’economia com’è e come può essere. Per un’Italia capace di futuro

Il disordine mondiale e la classe media impoverita

Cosa succede quando il centro del mondo si sposta? E chi guadagna e chi perde da questo cambiamento? Nel suo Il disordine mondiale (Laterza), Branko Milanovic prova a rispondere a queste domande mettendo in relazione l’ascesa della Cina e gli effetti della globalizzazione, l’impoverimento delle classi medie occidentali e il potere delle élite. 

Nell’analisi di Milanovic – economista di origini jugoslave, da decenni al lavoro alle Nazioni Unite e nelle università americane, tra i maggiori esperti di disuguaglianze mondiali – la globalizzazione non ha soltanto redistribuito reddito e ricchezza tra paesi, ma ha modificato gli equilibri di potere, con l’ascesa economica e politica della Cina e dell’Asia orientale. Questo cambiamento degli equilibri mondiali produce nuove élite, l’1% più ricco che concentra buona parte degli incrementi di reddito. La classe media impoverita, i “perdenti” della globalizzazione, subisce maggiori disuguaglianze e reagisce con la spinta reazionaria che ha portato per due volte Donald Trump alla presidenza.

Il libro ripercorre la situazione mondiale negli anni Settanta: la diffusa espansione di redditi e salari, poi le crisi, l’aumento dei prezzi del petrolio del 1973, la caduta dei profitti. La risposta negli anni Ottanta è il modello neoliberale introdotto da Thatcher e Reagan: il contenimento dell’inflazione, l’espansione della finanza, la flessibilizzazione e la sconfitta del lavoro. E poi la globalizzazione della produzione, che consente all’Asia di ritrovare un peso economico perduto da due secoli. I super-ricchi di tutti i paesi ne escono vincitori: più profitti, più rendite finanziarie, quotazioni di borsa più alte con capitali sempre più mobili. Ma la classe media occidentale perde posizioni relative a favore delle nuove classi medie asiatiche. 

In un grafico di grande interesse, Milanovic mostra come si sono distribuiti negli Stati Uniti i guadagni di lungo periodo nei diversi decili della distribuzione dei redditi. Nel periodo 1964-1979 erano gli strati più poveri della popolazione ad avere gli incrementi di reddito più elevati; dal 1979 al 2019, questa dinamica si rovescia: il 50% più povero della popolazione ha una crescita quasi nulla dei redditi, mentre gli incrementi maggiori sono quelli del 5% di super-ricchi.

In questo contesto, Milanovic sottolinea la rilevanza della teoria della competizione imperialista di Hobson-Lenin-Luxemburg per descrivere la concorrenza tra Usa e Cina, evidenziando come siano le tensioni interne a guidare la proiezione esterna delle maggiori potenze: alti profitti da reinvestire in investimenti esteri dove i rendimenti sono maggiori. Il parallelo con la situazione delle potenze europee prima della Grande Guerra è inquietante.
Milanovic approfondisce poi l’analisi delle nuove élite, che percepiscono redditi elevati sia da lavoro – i bonus dei manager – che da capitale – rendite finanziarie, stock option e profitti. Negli Usa questa nuova élite ha elevati titoli di studio, arriva alle posizioni di vertice nel mercato del lavoro e ha una quota elevata della propria ricchezza investita nei mercati azionari. Nel caso cinese, il vantaggio si ottiene tramite l’appartenenza al Partito, che l’autore mostra avere ripercussioni positive nelle fasce di reddito più alte dei capitalisti. Questi due tipi di élite sono più difficili da attaccare di un tempo, perché hanno diversificato i propri guadagni e si trovano protetti da un sistema che li legittima e ne perpetua i privilegi.


Nella parte finale del libro, Milanovic discute i processi che emergono in risposta a questi cambiamenti. Xi Jinping e Trump sono i due leader più importanti, che tentano di orientare le trasformazioni e, al tempo stesso, di legittimarsi con politiche che prendono le distanze dalla globalizzazione nella versione neoliberale. Con il tramonto della globalizzazione fondata sull’apertura dei mercati, reso evidente dai dazi imposti da Trump a tutti i paesi, quello che emerge secondo Milanovic è un “liberalismo di mercato nazionale”, uno dei concetti più significativi del libro. Si tratta, in sostanza, di politiche liberiste limitate al contesto nazionale – ancora con privatizzazioni e deregolamentazioni – affiancate da politiche mercantiliste sul piano internazionale. Il concetto permette di interpretare l’emergere dei partiti populisti di destra in Occidente e, allo stesso tempo, di comprendere l’operato di Xi Jinping in Cina e il suo ruolo di guida morale all’interno del Partito. Trump porta avanti queste politiche all’insegna del ritorno al potere mondiale degli Stati Uniti e apre dure trattative su commercio e investimenti con tutti i paesi. In Cina abbiamo la visione di lungo periodo di Xi, orientata verso un “governo della virtù”, in cui grande attenzione viene riservata ai valori morali, utilizzati anche per fornire una legittimazione ideologica alle politiche cinesi e alle campagne contro la corruzione dei nouveau riches cinesi.

Dove sta andando, allora, il nuovo ordine mondiale? Con l’ascesa dei BRICS stiamo assistendo alla formazione di un mondo multipolare, nel quale le vecchie regole di voto dell’ONU, del FMI e della Banca Mondiale, così come la pretesa egemonica americana, appaiono sempre meno capaci di rispecchiare gli attuali rapporti di forza. In un mondo in cui la Cina è tornata a essere una superpotenza, l’incapacità del vecchio ordine a guida occidentale di integrare i Paesi che hanno acquisito maggiore peso demografico ed economico negli ultimi vent’anni richiede un cambiamento strutturale degli equilibri tra le potenze. Per citare Raymond Aron, stiamo transitando da un mondo eterogeneo bipolare a un mondo omogeneo multipolare, nel quale nessun Paese è abbastanza forte da spostare radicalmente gli equilibri.

Una delle grandi capacità dell’autore è quella di trattare separatamente temi interconnessi, per poi ricomporli nella parte conclusiva del libro. Il disordine mondiale non offre una risposta unica alle turbolenze che attraversano il sistema internazionale, e forse è proprio questo uno dei suoi meriti. Il mondo che Milanovic descrive è troppo complesso per essere ricondotto a un’unica dinamica: crescita economica, disuguaglianze, trasformazione delle élite, nazionalismo e competizione geopolitica si alimentano reciprocamente.
Il valore del libro sta quindi nel fornire una lettura flessibile, che permette una comprensione trasversale del sistema americano e di quello cinese. Più che prevedere quale sarà il nuovo ordine mondiale, Milanovic aiuta a capire perché quello precedente non è più capace di trainare il mondo in cui viviamo. Dietro l’apparente irrazionalità di politici e lo sviluppo diseguale, ci sono forze costantemente in atto che plasmano la realtà circostante. È necessaria una conoscenza delle dinamiche strutturali in atto per poter dare un senso alla realtà circostante e agire di conseguenza e il libro di Milanovic ci offre un grande strumento per affinare questo lavoro che, come cittadini ed esseri umani, siamo chiamati a fare.

Ricevuto — 8 Ottobre 2026 ⏭ Sbilanciamoci – L’economia com’è e come può essere. Per un’Italia capace di futuro

Maricarmen, Sánchez e le elezioni

Non c’erano riusciti Trump e Netanyahu, né Putin e l’ultradestra, né tantomeno l’inondazione di Valencia o la crisi migratoria a Ceuta. C’è riuscita Maricarmen, invece, a far cadere il terzo governo Sánchez. Non è normale che un esecutivo cada in seguito a una protesta di piazza, nell’Europa occidentale del XXI secolo, e del resto non è proprio andata così, come vedremo. Però un fatto è certo: se, intorno al caso della pensionata ottantasettenne disabile di Madrid sfrattata dall’azienda immobiliare che ha acquisito l’appartamento dove Maricarmen abitava in affitto dal 1956, non fosse scoppiata la scorsa settimana la più grande ondata di protesta dell’ultimo decennio, il governo sarebbe ancora in piedi.

La scelta di sciogliere le camere e andare a elezioni anticipate, secondo l’art. 115 della Costituzione spagnola, appartiene al presidente del consiglio. È stato Pedro Sánchez, capo del governo da ormai otto anni (il secondo primo ministro più longevo della democrazia spagnola), a decidere di cogliere l’attimo e convocare le elezioni per il prossimo 29 novembre. Ma l’occasione gliel’hanno fornita sicuramente Maricarmen e la piazza: il terzo governo Sánchez, privo di una maggioranza parlamentare dalle elezioni del luglio 2023, è sempre stato un esecutivo dimezzato, assediato dalla crescita dell’estrema destra nei sondaggi e nell’opinione pubblica, ricattato dai partiti di centro-destra basco e soprattutto catalano sul cui appoggio esterno si reggeva in parlamento, privo della forza necessaria a incidere profondamente nella società spagnola, ma allo stesso tempo costretto a rimanere in piedi dalla minaccia della vittoria dell’estrema destra, in attesa di uno scontro finale sempre rimandato. Le mobilitazioni per il diritto alla casa hanno dato a Sánchez l’opportunità di scegliere il terreno di questo scontro, e il leader socialista ne ha approfittato, con l’audacia tattica che anche i peggiori detrattori devono riconoscergli.

(L’analisi di Lorenzo Zamponi sui movimenti, Sanchez e la politica spagnola continua su Jacobin)

Per cambiare c’è bisogno di idee e dei movimenti

Benvenuti sul nostro nuovo sito. Si rinnova la forma, perché di quando in quando è utile risistemare gli armadi, ma non cambia la missione che ci siamo dati: informare, approfondire, utilizzare i saperi di accademici, esperti e persone che lavorano in associazioni, ONG, sindacati per indagare l’economia, le politiche pubbliche, la spesa militare e le alternative di pace, le grandi questioni internazionali. Sbilanciamoci.info è naturalmente anche uno dei veicoli attraverso i quali diffondiamo le iniziative e i materiali della Campagna da cui prendiamo il nome e che ogni anno propone delle idee alternative alla manovra economica del governo. Assieme a decine di associazioni produciamo ogni anno una contromanovra rigorosa nei numeri ma diversa da quelle governative nei contenuti, lo facciamo da un quarto di secolo e lo abbiamo fatto con governi di destra come quello in carica, con i tecnici e con quelli di centrosinistra che rincorrevano, cercando di moderarne l’impatto sociale, un modello economico che ha fatto crescere le disuguaglianze, ridimensionato il welfare, precarizzato il lavoro. Con lo stesso spirito lavoriamo assieme al sindacato e a diverse realtà del mondo ambientalista nell’Alleanza Clima Lavoro.

Per inaugurare il nuovo sito e in vista del voto politico del prossimo anno, abbiamo chiesto una serie di articoli sul (pessimo) operato del primo governo di destra-destra della storia della Repubblica. Accademici e attivisti ci daranno il loro contributo sulle materie che conoscono meglio e di cui si occupano, partendo da un provvedimento o da un gruppo di misure. Il quadro che ne esce è sconfortante: politiche che non affrontano i nodi cruciali per la società e l’economia italiane, misure utilizzate per individuare nemici immaginari (i temibili ravers, i maranza) contro cui dirottare il disagio crescente dei milioni i cui salari hanno perso potere d’acquisto; la promozione di qualsiasi cosa si mangi e sia anche italianissimo; l’importazione e “traduzione” nel contesto italiano di guerre culturali prese di peso dall’armamentario della politica dell’Internazionale nera di cui Washington è divenuta una delle capitali. A partire dal 22 ottobre, giorno del quarto anniversario del giuramento del governo Meloni, troverete gli articoli in homepage e in una sezione dedicata. Speriamo li leggano in molti e possano essere utili a smontare la propaganda elettorale che ci aspetta nei prossimi mesi.

Con il sito vogliamo continuare a fornire strumenti di analisi a chi vuole sapere, capire, informarsi, contribuire a formare un punto di vista e proporre alternative praticabili a uno stato delle cose preoccupante. Per contrastare l’individuazione di capri espiatori a cui la destra di governo e internazionale ci hanno abituato, i mancati interventi in materia di contrasto e adattamento al cambiamento climatico, l’assenza di politiche che affrontino il tema della casa, dei salari bassi, delle lunghe attese per la sanità (per fare tre esempi), serve di più. Negli ultimi anni abbiamo assistito a imponenti ondate di partecipazione politica, dall’indignazione contro la carneficina a Gaza, alla protesta spagnola per la casa (o la mobilitazione romana per Spin Time) o quella degli studenti francesi. Ossia critica dell’ordine internazionale, dignità e welfare per tutti. Come molti anni fa Occupy Wall Street, la spinta dei movimenti ha messo in agenda temi, costretto la politica ad occuparsene. Perché quella voglia di partecipazione si traduca in politiche servono la spinta dal basso, l’organizzazione e la capacità di elaborazione. Sbilanciamoci! non è un’organizzazione di massa, ci assegniamo il compito di far circolare idee, la speranza e ciò per cui lavoriamo è che la società e la politica immaginino slogan e forme di partecipazione capaci di far uscire l’Italia e l’Europa dalla palude nella quale si sono infilate anche e molto a causa di politiche pubbliche sbagliate.

Stop al conflitto e al riarmo: quattro proposte al «campo largo»

Armare l’Ucraina o no? La discussione nel “campo largo” si è incagliata, ma che la questione non si ponga in questi termini lo sta chiarendo il dibattito aperto sul manifesto dall’articolo di Francesco Strazzari, con Francesco Vignarca e l’intervista a Pasquale Tridico.

Il problema vero è come mettere fine alla guerra tra Russia e Ucraina, offrendo una soluzione di lungo periodo per la pace e la stabilità in tutta Europa. Un’esigenza tanto più urgente di fronte agli attacchi russi e ucraini sulle città e le infrastrutture civili, con l’illusione di entrambe le parti che qualche drone (o Patriot) in più possa piegare l’avversario. Quello che l’escalation produce è invece l’estensione della guerra, anche in quelle forme ibride che rischiano di coinvolgere direttamente altri paesi europei. Un grave pericolo che va fermato al più presto, non con le armi ma con la politica. Ad esempio, quella del centrosinistra: il “campo largo” potrebbe convenire su quattro punti.

LA GUERRA VA FERMATA AL PIÙ PRESTO. Ha causato morti e distruzioni terribili in Ucraina e in Russia, ed è stata il pretesto per una militarizzazione dell’Europa che ne stravolge la natura, fa arretrare la democrazia e moltiplica l’instabilità. Entrambe le parti hanno esaurito le risorse per alimentare la guerra. L’Ucraina dipende interamente dal sostegno finanziario esterno sia per le azioni militari che per il funzionamento del paese, sette milioni di ucraini sono rifugiati all’estero, anche per sfuggire al servizio militare. La Russia concentra le risorse sullo sforzo bellico, mettendo in crisi il resto dell’economia, e deve trovare soldati in Corea del nord o in Africa. Entrambi i paesi sono divisi al loro interno; le voci contro la guerra sono soppresse, ma esistono; è la continuazione della guerra che rinsalda Putin e Zelensky.

Una guerra alimentata dall’esterno, può essere fermata dall’esterno. Per quattro anni e mezzo l’Europa non è stata capace di una proposta di pace. Forniamo supporto bellico senza alcuna trasparenza: non sappiamo quali armi l’Italia fornisce a Kiev, che presenza militare c’è, che accordi ci sono. L’imprevedibilità di Trump – che offre armi a Kiev, promette accordi, fa affari con la Russia – è una ragione in più per un’iniziativa europea. Il segretario generale della Nato Rutte non potrà far nulla contro le priorità degli Stati uniti: il cancelliere tedesco Merz è stato l’ultimo leader europeo a riconoscere questa scomoda verità.

VA PRESENTATA UNA PROPOSTA EUROPEA DI NEGOZIATO TRA RUSSIA E UCRAINA. Ogni aiuto – finanziario o militare – all’Ucraina dovrà essere condizionato all’accettazione da parte di Kiev della proposta europea. La coalizione di centrosinistra italiana può avanzare questa proposta, confrontarsi con i partiti e la società civile di altri paesi, discuterla al parlamento europeo. Il progetto potrà tener conto degli accordi Minsk I e II che erano stati sviluppati con l’Osce – l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, con sede a Vienna – per evitare la guerra prima del 2022. Il negoziato potrà svolgersi sotto l’egida dell’Osce e potrà utilizzare la possibile mediazione di autorità neutrali, come il Vaticano. Stati uniti e i governi europei non dovranno sedere al tavolo delle trattative. Le Nazioni unite e la Cina potrebbero essere coinvolte per sostenere il progetto di trattative.

In queste condizioni la Russia avrebbe rassicurazioni sulle possibilità di un negoziato costruttivo; la riduzione delle tensioni fermerebbe la spirale tra attacchi e ritorsioni, lo scambio di prigionieri porterebbe a un miglioramento della fiducia, una tregua potrebbe essere raggiunta. Se rifiutasse di prendere questa strada, Mosca si troverebbe di fronte l’insostenibilità interna e una pressione internazionale molto più ampia, questa volta anche dalla Cina.

Chi pensa – in Italia e in Europa – che la spesa per il riarmo dell’Occidente sia sufficiente per scoraggiare l’aggressività russa è già stato smentito. Un’Europa militarista ma frammentata, con strategie divergenti tra i paesi maggiori, aggressiva ma dipendente dagli Stati uniti, non può costruire una deterrenza sul piano puramente militare; è la strada della politica che può garantire una sicurezza comune, come ricordava su queste pagine Fabrizio Coticchia, e come argomentiamo nelle nostre conclusioni al volume Se l’Europa va alla guerra (Feltrinelli).

L’ITALIA CONGELA L’AUMENTO DELLA SPESA MILITARE. Come segno di distensione, rifiuta l’impegno chiesto dalla Nato di aumentare fino al 5% del Pil la spesa militare – su questo il campo largo è già d’accordo – e rifiuta di chiedere a Bruxelles i prestiti per gli acquisti di armi previsti dal programma Safe di debito comune europeo. Per il periodo di svolgimento dei negoziati, il centrosinistra potrebbe chiedere un congelamento dei programmi di riarmo dell’Unione europea. La corsa a spendere per armi 800 miliardi di euro nei paesi europei e 130 miliardi del bilancio Ue potrebbe avere una pausa, la spesa sociale e ambientale potrebbero risollevarsi, un’Europa diversa dal militarismo potrebbe risvegliarsi.

L’ITALIA PROPONE ALLA UE NUOVE FORME DI ASSOCIAZIONE PER L’UCRAINA E ALTRI PAESI. Nonché la riapertura dei rapporti economici con la Russia. Sono contributi alla ricerca di una pace stabile. Questo esito può rappresentare l’obiettivo che più può incoraggiare le parti a raggiungere un accordo. L’Ucraina si troverebbe legata alla Ue – ma non alla Nato – e sostenuta nella sua ricostruzione, senza tuttavia le rigidità dell’adesione formale. La Russia, senza le sanzioni, potrebbe tornare a esportare gas e petrolio in Europa, ritrovare il proprio ruolo, rilanciare la crescita, stabilizzare la situazione sociale.

Un’agenda di questo tipo per il campo largo avrebbe effetti rilevanti per tutta l’Europa. Una proposta di pace darebbe uno sbocco politico ai sentimenti contro la guerra che sono largamente diffusi, anche – ad esempio – tra le spinte populiste che in Germania hanno contribuito al voto per l’estrema destra. Con una proposta politica di pace e sicurezza comune, le forze progressiste in Europa potrebbero recuperare una parte dei consensi perduti in questi anni di sostegno alla guerra. Ma non solo, di fronte alla possibilità di governi di estrema destra dopo le elezioni in Spagna, Francia e Italia dei prossimi dodici mesi, un accordo di pace in Ucraina e uno stop al riarmo europeo eviterebbe che il dito sul grilletto di una guerra europea sia quello di leader reazionari.

Questo articolo è comparso su il Manifesto del 7 ottobre 2026

Ricevuto — 7 Ottobre 2026 ⏭ Sbilanciamoci – L’economia com’è e come può essere. Per un’Italia capace di futuro

Aumentano inflazione, tasse, spese militari e debito. Documento di finanza pubblica da bocciare

Nel Documento programmatico di finanza pubblica (Dpfp) trasmesso alle Camere venerdì scorso aumentano inflazione, tasse, spese militari e debito.

Nel Dpfp del governo si certificano i dati drammatici dell’economia italiana: un rapporto deficit-Pil al 3,1%, come dice l’Istat; un debito pubblico che supera il 138,5% del Pil nel 2027; una crescita tendenziale del Pil ferma, il prossimo anno, a un misero +0,6%; un’inflazione (dati di agosto) che arriva al 4,2%; tasse che nel 2025 sono aumentate dello 0,7%, con un aggravio tutto sulle spalle dei lavoratori.

La campagna Sbilanciamoci denuncia come lo scostamento di bilancio, di quasi 29 miliardi di euro in due anni, venga destinato per metà alle spese militari: più di 14 miliardi di euro per sistemi d’arma e missioni all’estero. Intanto la spesa per la sanità cala da anni in rapporto al Pil (il governo prevede un aumento nominale dell’1,8% a fronte di un’inflazione del 4,2%) e quella per l’istruzione è ferma al 4% del Pil. L’altra metà dello scostamento è dedicata all’energia, dove confluiranno le spese fallimentari del blocco delle accise, di fronte all’aumento del prezzo della benzina alla pompa, e la misura propagandistica della sospensione del bollo auto. Queste misure rischiano di mangiarsi le risorse vagamente promesse per la decarbonizzazione e le energie rinnovabili.

Sbilanciamoci! critica un Dpfp che, mentre indebita il Paese per le spese militari, non mette in campo una politica economica espansiva e non dà risposte ai salari falcidiati dall’inflazione, alla sanità in ginocchio senza medici e infermieri, all’emergenza energetica e ambientale, alla scuola senza risorse e con metà degli istituti che non rispettano le norme di sicurezza, a un welfare sempre più ridotto a misure parziali e insufficienti.

Dal 15 al 22 novembre Sbilanciamoci! e Rete Italiana Pace e Disarmo lanciano una settimana di mobilitazione per un’economia di pace, e il 2 dicembre Sbilanciamoci presenterà la Controfinanziaria in Parlamento.

Con la Via Maestra, per un’economia di pace

Saremo in piazza per portare avanti le ragioni dell’appello di convocazione della manifestazione e per ribadire la nostra opposizione ai piani di riarmo del nostro governo, che stanno togliendo risorse alla scuola e all’università, alla sanità, al lavoro, all’ambiente, al welfare.

Diciamo no all’aumento delle spese militari, a un’economia di guerra e a una politica estera aggressiva; no alle guerre che stanno devastando il pianeta, no all’oppressione del popolo palestinese e di tutti i popoli i cui diritti sono violati.

Saremo in piazza per chiedere la riduzione delle spese militari, politiche di pace in grado di arginare i conflitti, la riforma e il rafforzamento delle Nazioni Unite, il potenziamento delle politiche di cooperazione allo sviluppo, la realizzazione della difesa non armata e nonviolenta, come chiedono i 57mila firmatari della proposta di legge d’iniziativa popolare.

Saremo in piazza per batterci contro la militarizzazione della società, della democrazia, della scuola e dell’università, per il superamento dell’energia fossile – che è causa di guerre e conflitti violenti, oltre che dell’emergenza climatica – e a favore delle energie pulite e rinnovabili. Saremo in piazza contro chi vuole irreggimentare l’informazione e limitare la libertà di manifestare e il dissenso.

Saremo in piazza contro l’economia di guerra, a favore di un’economia di pace fondata su un modello di sviluppo che abbia al centro la lotta ai cambiamenti climatici, i diritti, il lavoro, l’istruzione, la salute, il welfare, fondata sull’interesse di tutti e non di pochi.

Il momento di “svuotare gli arsenali e riempire i granai” è adesso!

Scarica il volantino

La grande illusione del riarmo europeo

Nel 2024 le spese militari dei paesi UE membri della NATO hanno raggiunto i 317 miliardi di euro, con un aumento dell’86% in termini reali tra il 2014 e il 2024. I piani del bilancio pluriennale della UE per il 2028-2034 prevedono una spesa di 131 miliardi di euro per la difesa, sei volte superiore al bilancio precedente. Il Libro bianco White Paper for European Defence – Readiness 2030 della UE del 2025 sostiene che «gli investimenti nella difesa potrebbero raggiungere almeno 800 miliardi di euro nei prossimi quattro anni».

Tali politiche non possono essere interpretate come un classico caso di militarizzazione incentrata sullo stato. Piuttosto, in Europa si manifestano quattro fattori trainanti distinti – e spesso contraddittori. La “militarizzazione federalista” è il modello perseguito dalla Commissione europea, con i seri limiti imposti dai Trattati europei e dalla sovranità degli stati in materia di difesa. La “militarizzazione a geometria variabile” è guidata dagli interessi e dalle strategie divergenti degli stati ed è la forma più forte di intervento in vari ambiti delle politiche e nelle aree di conflitti e tensioni internazionali. La “militarizzazione della proiezione esterna” è la modalità con cui l’Europa interviene, in misura crescente, per la protezione dei propri interessi nelle aree vicine. Infine, la “militarizzazione delle Big Tech” suscita gravi preoccupazioni, perché è guidata dal potere tecnologico delle grandi imprese americane che dominano le tecnologie digitali, i sistemi di sorveglianza e spaziali e le applicazioni militari dell’intelligenza artificiale. Le nuove strategie di sicurezza e le modalità di guerra sono sempre più condizionate dalle loro capacità – private – piuttosto che dalle scelte delle autorità politiche e militari. L’attuale riarmo dell’Europa affonda le sue radici in tutti questi processi. Accanto alle dinamiche politiche, ci sono le dimensioni economiche e tecnologiche della militarizzazione.

Un modello economico sbagliato. Per raggiungere gli 800 miliardi di euro di spesa per nuove armi, la UE ha sospeso i vincoli di bilancio per la spesa pubblica in campo militare degli stati membri e ha creato uno strumento di finanziamento del debito da 150 miliardi di euro – SAFE – per finanziare i prestiti degli stati destinati all’acquisto di armi. Allo stesso tempo, nel 2025 i paesi UE membri della NATO si sono impegnati ad aumentare la spesa militare fino al 5% del PIL. 

In termini macroeconomici la stagnazione economica, le restrizioni fiscali e monetarie della UE, l’elevato debito pubblico e il sistema di governance economica dell’Unione fanno sì che il riarmo non possa essere finanziato senza gravi tagli alla spesa pubblica civile, in particolare quella sociale e ambientale. Tuttavia, un’economia militarizzata contribuisce in misura molto ridotta alla crescita e all’occupazione in Europa. Se guardiamo alle traiettorie dei paesi che spendono di più in armamenti – Stati Uniti, Regno Unito e Francia – troviamo che sono stati quelli più colpiti dal declino industriale. Politiche alternative – maggiori spese per l’ambiente, l’istruzione e la sanità – sulla base delle simulazioni economiche, avrebbero effetti molto maggiori crescita e occupazione.

Quanto alle imprese militari europee, esse producono sulla base di commesse nazionali frammentate, dipendono fortemente dalle aziende Usa per armi e sistemi digitali, e sono in parte di proprietà di fondi di investimento con sede negli Stati Uniti. L’espansione degli ordini e dei profitti delle aziende non sta portando né a un consolidamento del settore a livello UE, né a un serio miglioramento della sovranità tecnologica dell’Europa – l’obiettivo politico dichiarato di queste politiche. 

Considerando le dinamiche tecnologiche, si registra una nuova convergenza tra percorsi civili e militari nelle tecnologie digitali e nell’intelligenza artificiale, con il ruolo dominante svolto dalle grandi imprese tecnologiche statunitensi, le Big Tech. I paesi europei sono da tempo in ritardo rispetto agli Stati Uniti nelle tecnologie digitali e dispongono di poche aziende con attività significative in tali settori. L’emergere di un complesso militare-digitale dominato dagli Stati Uniti rischia di influenzare gli sviluppi economici e di sicurezza in Europa.

Di fronte a tali squilibri, la UE ha moltiplicato i programmi di ricerca e tecnologia che hanno finanziato le grandi imprese militari europee, ma senza mettere in discussione il potere delle grandi aziende tecnologiche statunitensi. Nel contesto della scarsa capacità innovativa dell’Europa, specialmente nel settore digitale, lo spostamento verso attività militari mantiene la dipendenza dell’Europa dal potere degli Stati Uniti e riduce le capacità europee nei settori civili in cui l’Europa ha vantaggi consolidati – dalle tecnologie ambientali ai sistemi sanitari. Le politiche realizzate dalla UE contribuiscono ben poco alla ricerca della sovranità tecnologica – un aspetto chiave dell’autonomia strategica. Siamo di fronte a un progetto politico illusorio.

Possiamo concludere che il riarmo dell’Europa non è una traiettoria di sviluppo sostenibile a lungo termine, non contribuisce a una crescita significativa né alla creazione di posti di lavoro, non conduce alla sovranità tecnologica e rende impossibile la transizione verde e la tutela dello stato sociale. In sintesi, il riarmo dell’Europa è un modello economico sbagliato.

Una politica illusoria. Il riarmo dell’Europa è stato lanciato in risposta alle tensioni internazionali, ma senza un dibattito serio sulle esigenze di sicurezza dell’Europa, senza una visione politica sull’architettura di un ordine internazionale che garantisca pace e stabilità. La corsa al riarmo europeo non ha risposte alle domande su che cosa significhi per gli scenari militari  – nucleari e convenzionali – e su come i nuovi armamenti – sviluppati in gran parte al di fuori del controllo dei governi della UE – cambiano le strategie e le modalità della guerra. L’obiettivo dell’autonomia strategica non fornisce risposte sul suo significato effettivo in termini di poteri decisionali, risorse economiche e modalità operative nei compiti di sicurezza e difesa.

Il riarmo dell’Europa non riesce nemmeno a portare a una maggiore integrazione politica e istituzionale europea. Nonostante le crisi e le guerre alle porte della UE, vi è scarsa convergenza degli interessi di sicurezza tra gli stati membri della UE. Aumenta l’incertezza sul futuro della NATO, c’è un progressivo ritiro delle forze militari statunitensi, non vi è alcun accordo sulle prospettive di una difesa comune europea. L’Europa ha da tempo abbandonato la sua immagine di “unione di pace”, e sta scoprendo che la corsa al riarmo non la sta affatto portando verso un’“unione sempre più stretta”. Alla mancanza di una visione politica europea in materia di sicurezza, stabilità e integrazione si affianca una mancanza di visione per il suo futuro economico. Il riarmo sta sostituendo le politiche della UE per la transizione ecologica – il Green Deal – e per la transizione digitale – il recupero del ritardo rispetto al predominio di Stati Uniti e Cina. Sta mettendo in pericolo il welfare state e il modello sociale europeo. 

La politica di riarmo non è coerente con le esigenze di sicurezza e non porta a una maggiore integrazione. Non è in grado di raggiungere in modo significativo gli obiettivi ufficiali di autonomia strategica e sovranità tecnologica. Manca di una visione per un futuro di stabilità, pace e ordine internazionale. In sintesi, il riarmo dell’Europa è una politica illusoria.

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