Recensione a cura di Daniele Burgio, Massimo Leoni, Roberto Sidoli
Il recente libro scritto da Alessandro Pascale, intitolato Ascesa e declino dell'impero statunitense. Vol. II La violenza occulta del totalitarismo americano, costituisce un’eccellente chiave di comprensione rispetto al lungo processo di sviluppo e decadenza dell'imperialismo statunitense, anche perché spesso esso focalizza la sua attenzione sulla costante priorità strategica selezionata da quest'ultimo negli ultimi otto decenni, consistente nella ricerca ossessiva e multilaterale dell'egemonia a stelle e strisce sull'intero pianeta.
A pagina 19 del suo libro Pascale ha evidenziato, in modo obiettivo e corretto, la genesi della stella polare e della costante geopolitica, strategica ed economica dell'imperialismo statunitense e della sua propensione a una guerra nucleare preventiva notando che, “ancora nel fatidico luglio del 1945, un consigliere sussurra all'orecchio di Truman" (divenuto da poco presidente americano) "il successo del primo esperimento atomico. L'escalation dei piani militari rimodula, stravolgendoli, i piani politici. Il 19 luglio il documento segreto JCS 1496 enuncia la politica del "primo colpo", precisata e adottata formalmente dai capi di Stato maggiore nel JCS 149/3:" nel passato, gli USA hanno potuto attenersi ad una tradizione di non colpire mai fino a che non fossero attaccati. Per il futuro, la nostra forza militare dovrà essere capace di sopraffare il nemico e di annientare la sua volontà e capacità di fare guerra prima che possa infliggerci un danno significativo".
Potrebbe anche sembrare l'inizio della trama di una serie televisiva a sfondo spionistico e geopolitico, ma invece stiamo analizzando un concretissimo piano di dominio globale statunitense, che si riproduce e protrae anche ai nostri giorni.
Arrivando infatti all'inizio del terzo millennio, non risulta fantapolitica il sanguinoso bombardamento USA contro l'eroico Venezuela bolivariano e il rapimento del legittimo presidente del paese, Nicolas Maduro, assieme a sua moglie.
Non è inoltre in un film comico-horror che Donald Trump, sempre all'inizio del 2026, abbia ancora una volta dichiarato che lo stato da lui diretto occuperà e si prenderà il controllo della Groenlandia dalla Danimarca con le buone o con le "solite" cattive: ossia con rivoluzioni colorate, bombardamenti, invasioni, ecc.
Non è stata un'invenzione di Dan Brown il fatto indiscutibile che nel solo 2025 gli Stati Uniti abbiano bombardato la Somalia per ben 43 volte, e quindi quasi una volta alla settimana.
Non risulta purtroppo il frutto della fantasia di Stephen King neanche il concretissimo è durevole appoggio che l'imperialismo a stelle e strisce ha fornito all'atroce genocidio commesso dallo stato sionista a Gaza, a partire dal 2023.
L'imperialismo statunitense ha via via creato un "orrore senza fine" (Lenin) di super-riarmo atomico, di guerre e di sfruttamento su scala planetaria che deve essere finalmente fermato, innanzitutto e in via preliminare smettendo di credere anche a sinistra alle favolette raccontate senza sosta dai massmedia occidentali sul presunto "imperialismo cinese" e su quello russo, ricordandosi invece che:
- la Cina possiede una sola ed unica base militare all'estero, mentre gli USA hanno ben 642 insediamenti bellici in 70 nazioni, senza contare quelli NATO;
- è stato l'imperialismo statunitense, e non certo la Cina, a scatenare (e a perdere clamorosamente) due guerre dei dazi contro Pechino, nel 2018-2019 e nel 2025;
- secondo l'insospettabile istituto di ricerca SIPRI, nel 2024 gli USA hanno speso il 37% del totale mondiale delle somme erogate per le forze armate, più di tre volte rispetto a quelle cinesi;
- il solo bombardamento finora condotto contro impianti nucleari è stato compiuto in Iran dai soliti Stati Uniti, il 22 giugno del 2025;
- i sequestri pirateschi di denaro pubblico, impianti di raffinazioni statali e petroliere venezuelane sono state compiute da Washington, non certo da Pechino;
- Echelon costituisce l'unico sistema di controllo globale sulle più diverse comunicazioni, con siti collocati in Gran Bretagna, Australia, Giappone e nell'isola di Ascensione nell'Atlantico;
- sono principalmente di matrice statunitense i tentativi di destabilizzazione dei governi ritenuti ostili (contro Cuba, Iran, Nicaragua, Venezuela, Bielorussia, ecc.) compiuti in giro per il mondo, mai invece dovuti e imputabili all'azione anche indiretta della Cina Popolare;
- un discorso analogo vale anche per i boicottaggi economici, tecnologici e finanziari promossi dalle diverse reti dell'imperialismo statunitense contro Cuba, Venezuela, Iran e numerose altre nazioni.
Nell'ottimo e brillante scritto di Alessandro Pascale il lettore potrà trovare una miriade di dati di fatto, evidenti e indiscutibili, rispetto alle molteplici azioni compiute dopo il 1945 per il dominio mondiale dalla principale potenza imperialista, gli Stati Uniti.
"Il libro, di fatto autoprodotto, è acquistabile direttamente dall’Autore Alessandro Pascale a prezzo scontato (25 euro comprensivi di spese di spedizione) scrivendo alla mail info@intellettualecollettivo.it, oppure su tutte le piattaforme web (Amazon, IBS, Feltrinelli, Hoepli, Libraccio, Youcanprint, ecc.), o ordinandolo in libreria."
L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità
Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.
LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA
Pasquale Liguori
Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.
Anche se il quadro del conflitto in Medio Oriente si presenta estremamente articolato e complesso, nonché foriero di pericolose escalation, è impossibile non osservare come l’Asse della Resistenza – ed in particolar modo l’Iran ed Hezbollah – abbia sinora mostrato una grande capacità di gestione strategica e tattica del conflitto, calibrando con grande attenzione ogni mossa. Ragion per cui ha destato non poco stupore il molteplice attacco iraniano dell’altro giorno, proprio perché sembra essere una rottura di quella capacità di equilibrio sinora manifestata. Ma è davvero così?
Consideriamo innanzi tutto gli aspetti principali dell’attacco. Ad essere stati colpiti sono obiettivi ostili in Siria (ISIS) ed Iraq (Mossad), due paesi più che amici, e Pakistan (Jaish Ul-Adl), un paese con cui Teheran ha buoni rapporti – in questi giorni, era addirittura programmata una esercitazione navale congiunta. Di là dal fatto che l’Iraq, e soprattutto il Pakistan, abbiano protestato in modo significativo, cosa peraltro quasi obbligata sotto il profilo politico-diplomatico, resta il fatto che questi attacchi sono stati portati a termine senza che vi fosse un tentativo di reazione; infatti in alcun caso è stato attivato il sistema di difesa anti-missile. Ciò significa che, certamente per quanto riguarda la Siria (e quindi la Russia) ed il Pakistan, i paesi sul cui territorio si trovavano i bersagli sono stati preavvertiti. Per quanto riguarda l’Iraq, il cui governo sicuramente era stato allertato, c’è da aggiungere una ulteriore considerazione: i missili balistici utilizzati hanno compiuto un volo di oltre 1200 km, poiché sono stati volutamente lanciati da una posizione lontana, nel sud dell’Iran, laddove trovandosi il bersaglio nel kurdistan iracheno sarebbe stato assai più semplice colpire a partire dall’omologa regione iraniana. Questa scelta ha avuto un doppio valore, politico e militare, ovvero dimostrare la capacità iraniana di colpire con grande precisione ed a grande distanza (messaggio rivolto soprattutto ad Israele), ma anche che i sistemi di intercettazione e difesa anti-missile statunitensi, largamente presenti sia in Iraq che in Siria, sono stati colti di sorpresa/bypassati.
Per quanto riguarda l’attacco alla base del Mossad ad Erbil, va aggiunto che (nonostante la regione del kurdistan iracheno sia una enclave largamente autonoma, e fortemente legata sia agli USA che ad Israele) è evidente che ha mostrato anche la capacità di penetrazione dell’intelligence di Teheran. La questione dell’attacco sul Belucistan pakistano, alla luce della forte reazione di Islamabad, appare più complessa, ma anche qui – oltre alla mancata attivazione delle difese anti-missile – va tenuto conto della particolare natura dello stato pakistano, al cui interno sicuramente agiscono poteri (interni ed esterni) anche assai diversi e conflittuali. Le forze armate, ed i servizi segreti (ISI), sono molto ben collegati con gli Stati Uniti, sin dai tempi della guerriglia anti-sovietica in Afghanistan, ma anche abbastanza permeati da influenza fondamentaliste islamiche, mentre il governo (anche in funzione anti-indiana, storicamente filo russa) ci tiene a mantenere un rapporto privilegiato con Washington. Vale appena la pena di ricordare come, proprio su mandato statunitense, sia stato liquidato il presidente scomodo Imran Khan… È assai probabile, quindi, che alcune delle forze interne non abbiano gradito la mossa iraniana, ed abbiano imposto una reazione adeguata. È di oggi la notizia che il Pakistan ha effettuato una serie di attacchi mirati contro i “nascondigli terroristici” in Iran; specularmente a Teheran, Islamabad ha dichiarato che rispetta la sovranità dell’Iran, e la sua è una azione esclusivamente antiterroristica. Ed anche in questo caso, le difese iraniane non sono state attivate…
Tornando quindi alla questione iniziale, se siamo di fronte o no ad un venir meno della moderazione iraniana, aggiungendo al quadro la rivendicazione dell’attacco a due navi israeliane nell’Oceano Indiano, ma anche l’assenza di mosse dirette contro gli USA, credo si possa affermare che siamo di fronte a qualcos’altro. L’Iran ha davanti a sé grandi prospettive, derivanti non solo dagli stretti rapporti con la Russia e la Cina, entrambe capofila della spinta al multipolarismo, ma anche dai grandi vantaggi che la sua posizione geografica strategica offre nella prospettiva dei corridoi euroasiatici. Non ha pertanto interesse ad arrivare allo scontro con gli Stati Uniti, e preferisce di gran lunga esercitare – come sta efficacemente facendo – una forte pressione finalizzata ad espellerne le basi militari dalla regione, senza arrivare al conflitto aperto. Ma, al tempo stesso, e proprio nella prospettiva di cui prima, avverte sia la necessità di affermare il proprio ruolo di potenza regionale di primo piano, sia che sono maturate le condizioni interne ed internazionali perché ciò avvenga. In questo senso, la mossa iraniana va letta come un segnale alle altre potenze regionali – Arabia saudita e Turchia innanzi tutto – nonché allo storico nemico israeliano, perché comincino a misurarsi con l’idea che l’Iran (a più di quarant’anni dalla rivoluzione khomeinista), non solo non è liquidabile né emarginabile, ma è un soggetto geopolitico con cui devono fare i conti, e con cui è meglio cercare una pacifica convivenza piuttosto che inseguire il sogno di rovesciarne il governo. Vedremo chi e come recepirà il messaggio.
Subito dopo la Seconda guerra mondiale c’era voglia di dimenticare, voltare pagina, chiudere con il passato, guardare avanti. I nazisti, fuggendo, avevano cercato di cancellare, bruciare le prove dei campi di sterminio, far sparire le tracce. Era meglio, per tutti, fare finta di non sapere. Se oggi abbiamo memoria di ciò che fu, è solo […]