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Ultime farneticazioni di Trump:”Dichiarerò lo Stretto di Hormuz territorio degli Stati Uniti.”

15 Agosto 2026 ore 07:12

Il presidente ha dichiarato che effettuerà la nomina una volta terminata l’aggressione militare contro l’Iran.

Venerdì il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha avvertito di voler dichiarare quale territorio statunitense l’area dello Stretto di Hormuz, attualmente sotto la giurisdizione della Repubblica islamica dell’Iran .

“E dopo aver sconfitto l’Iran, che sta subendo una sonora sconfitta , molto presto dichiarerò lo Stretto di Hormuz territorio statunitense”, ha affermato Trump durante un discorso all’Accademia di polizia della contea di Nassau, nello Stato di New York.

Il presidente ha aggiunto che ora gli Stati Uniti controllano lo stretto. “In sostanza, è così. Abbiamo il blocco. Nessuna nave può passare a meno che non lo permettiamo noi “, ha affermato.

Nel corso del suo discorso, Trump ha anche difeso l’ aumento dei prezzi del carburante derivante dall’intervento militare statunitense in Iran e dal blocco dello Stretto di Hormuz. ” Se dovrete pagare un po’ di più per la benzina, non mi scuserò mai . Ho fatto la cosa giusta”, ha affermato il presidente, sostenendo che l’Iran è, a suo dire, “il principale Stato sponsor del terrorismo al mondo”.

Il presidente ha insistito sull’affermazione che l’Iran è “un paese malvagio” e “non può possedere armi nucleari”. “Quello che stiamo facendo è un grande servizio al mondo , non solo a noi, ma al mondo intero”, ha sostenuto.

Trump si è anche vantato dell’aggressione statunitense contro l’Iran , affermando che gli Stati Uniti stanno ottenendo una “grande vittoria” in questo conflitto . Ha aggiunto che sono gli iraniani a saperlo “meglio di tutti” quanto bene stiano “facendo” le truppe americane.

Fonte: RT Actualidad

Traduzione: Luciano Lago

Come possono finire le guerre nel Golfo e in Ucraina?

Come si esce dalle guerre? Come si trovano soluzioni a tensioni che possono far riaccendere i conflitti? In Iran come in Ucraina è questo il nodo che nessuno finora scioglie. Una lezione utile viene dal dopoguerra europeo, all’indomani di due guerre mondiali con radici nelle tensioni tra Francia e Germania. Nel 1950 il ministro degli Esteri francese Robert Schumann propose di non vietare alla Germania lo sfruttamento delle sue risorse di carbone e acciaio, fondamentali per lo sforzo bellico, ma di organizzarne la gestione congiuntamente alla Francia, in un quadro istituzionale aperto anche ad altri Stati europei. Schumann intuì che la produzione comune di carbone e acciaio avrebbe reso la guerra nel cuore dell’Europa non solo impensabile, ma anche materialmente irrealizzabile. Da questa Comunità europea del carbone e dell’acciaio si è poi sviluppata la Comunità economica europea, e in seguito l’Unione. Gestire insieme le risorse che erano alla base del riarmo ha consentito di impedire nuovi conflitti. 

La Fondazione Bourse&Bazaar – un think tank con sede a Londra specializzato in diplomazia economica – ha proposto il 10 luglio scorso un’iniziativa simile per il conflitto nel Golfo persico. L’idea è quella di non escludere l’Iran dal controllo dello Stretto di Hormuz, bensì di coinvolgerlo attraverso un’istituzione già esistente: la «Regional Organization for the Protection of the Marine Environment» (ROPME), attiva dal 1978 e di cui fanno parte tutti gli otto Stati che si affacciano sul Golfo Persico. L’estensione del mandato di questa organizzazione dalla tutela ambientale alla sicurezza regionale potrebbe essere finanziata attraverso la tassa sul transito delle petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz, proprio come richiesto ora dall’Iran.L’idea mette insieme la richiesta di Teheran di un rinnovato riconoscimento della sovranità del Paese e l’esigenza dei sei paesi filo-occidentali membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG) di garantire un passaggio sicuro attraverso lo stretto. Dare a quest’organizzazione regionale – la ROPME – l’autorità di gestire il flusso di navi nel Golfo potrebbe consolidare gli elementi di cooperazione già esistenti e ridurre le tensioni che hanno portato alla ripresa della guerra. Per legrandi petroliere si tratterebbe di una tassa di entità limitata, che consentirebbe di consolidare un’istituzione regionale che diventerebbe una sede di confronto e dialogo tra le parti in conflitto. E i paesi avversari dell’Iran hanno la loro organizzazione – il Consiglio di Cooperazione del Golfo – in cui possono sviluppare le proposte da discutere poi con Teheran all’interno della ROPME.

Possiamo promuovere in Europa un’iniziativa analoga per far finire la guerra in Ucraina? Al centro del conflitto in Ucraina c’è la contesa sulla regione del Donbass, per cui si dovrà immaginare, almeno temporaneamente, uno status di neutralità. Dopo quattro anni di guerra aperta e dieci di tensioni, è arrivato il momento di aprire un dialogo. Chi potrebbe negoziare e gestire sul piano istituzionale una soluzione del conflitto?Anche in Europa esiste da anni un’organizzazione di cui fanno parte tutti gli Stati europei, compresa la Russia: l’OSCE, l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa, con sede a Vienna. L’OSCE prende decisioni all’unanimità, anche la Russia deve quindi approvarle. E analogamente al CCG per il Golfo persico, anche in Europa esiste una organismo i cui i paesi occidentali possono concordare le posizioni da portare poi in sede di OSCE: la Comunità Politica Europea, istituita da Macron nel 2022, che si è già riunita quattro volte e in cui Russia e Bielorussia non sono rappresentate. Dal punto di vista politico, la Comunità Politica Europea non rappresenta una novità. Tra il1970 al 1992 i paesi dell’Europa occidentale si riunivano nella Cooperazione Politica Europea per coordinare la propria politica estera. Erano i tempi del processo di Helsinki della Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa (CSCE), che ha reso possibile la distensione nell’ultima fase del confronto tra i blocchi, e la Cooperazione Politica Europea è stata uno strumento di rilievo i quel percorso.

Per di più, sulla questione ucraina, nel periodo 2014-2015 l’OSCE ha svolto un ruolo importante nella definizione degli accordi di Minsk I e II per la soluzione del conflitto nel Donbass; gli aspetti di sicurezza, tuttavia, non sono stati integrati da accordi più ampi di cooperazione politica ed economica; le parti in conflitto non hanno rispettato gli accordi e le tensioni si sono ulteriormente inasprite, sfociando nell’invasione russa del 2022.

Come per il carbone e l’acciaio del dopoguerra europeo, la soluzione ai conflitti per lo stretto di Hormuz e il Donbass può passare per un’istituzione in cui tutte le parti siano coinvolte. Ammesso però che ci sia la volontà politica e pressioni diplomatiche internazionali, anche da parte dell’Unione Europea e dell’Italia. Una richiesta in questa direzione era venuta dalla Lettera aperta all’Europa di un gruppo di intellettuali del maggio 2024 – tra cui Luciana Castellina, Peter Brandt, Carlo Rovelli, Wolfgang Streeck – che chiedeva alla Ue di impegnarsi per negoziati di pace tra Russia e Ucraina. Il testo era stato pubblicato dal Corriere della Sera e da giornali di molti paesi (https://sbilanciamoci.info/ucraina-russia-negoziare-adesso/). Di fronte alla prospettiva di altri anni – nel Golfo persico come in Ucraina – di attacchi devastanti con droni e missili, questa può essere una via per la pace.

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Chi vuole allargare la guerra in Medio Oriente (e perché)

4 Gennaio 2024 ore 10:19

Per tutta la prima fase del rinnovato conflitto palestinese, a partire dall’attacco della Resistenza del 7 ottobre, la stampa israeliana ha martellato sul pericolo costituito da Hezbollah; del resto, quando Israele tentò di invadere (nuovamente) il Libano, nel 2006, prese una bella batosta proprio dalla milizia sciita, che all’epoca era assai meno potente. Non a caso, oltre 230.000 israeliani sono stati fatti sfollare dal nord del paese, proprio per timore degli attacchi dal Libano, e l’IDF mantiene lì gran parte dei suoi sistemi antimissile Iron Dome.

Il governo israeliano è ben consapevole che un confronto con Hezbollah è potenzialmente devastante, anche perché mobiliterebbe immediatamente, ad un livello ben maggiore dell’attuale, tutte le formazioni dell’Asse della Resistenza; non solo in Libano, ma anche in Iraq, in Yemen ed in Siria. Già ora si ritiene che nel paese dei cedri vi siano alcune migliaia di combattenti iracheni. E chiaramente il supporto americano – che certamente non mancherebbe – non potrebbe andare molto oltre un appoggio aereo-navale: le poche migliaia di militari statunitensi presenti nell’area sono praticamente quasi ovunque circondati da forze ostili.

Di fondo, quindi, per quanto potrebbe piacergli, a Tel Aviv sanno bene che una guerra con Hezbollah avrebbe un costo assai elevato; ma, oltre al desiderio di eliminare quella che considerano una spina nel fianco, l’ambizione maggiore è riuscire a colpire l’Iran, almeno in modo tale da rinviare il più possibile la possibilità di costruire un ordigno nucleare, e di effettuare un first-strike contro Israele. Ma anche l’Iran non è più quello di qualche anno fa, ed un conflitto con Teheran avrebbe costi enormi per Israele. A meno, ovviamente, di trascinarvi dentro anche gli USA. O meglio, il calcolo israeliano prevede comunque di subire grossi danni, ma grazie all’intervento americano – ritiene – il potenziale bellico (nucleare e non) iraniano verrebbe annientato, e quindi il gioco varrebbe la candela.

Il punto è che a Washington non sono affatto dell’idea di farsi coinvolgere in un conflitto del genere, adesso. Intanto, perché paralizzerebbe le rotte commerciali e farebbe salire alle stelle il prezzo del petrolio: Bab el Mandeeb ed Hormuz verrebbero immediatamente chiusi totalmente al traffico marittimo. Poi perché stanno ancora cercando come uscire dal pantano ucraino, e Israele dipende al 100% dai rifornimenti statunitensi. Per non parlare del fatto che in quell’area gli USA hanno moltissime basi militari, che si trasformerebbero in un attimo in altrettanti obiettivi. E non per i razzetti con cui le punzecchiano le milizie irachene, ma con gli ipersonici iraniani. E non solo le basi in Iraq e Siria, ma quelle strategiche a Gibuti ed in Qatar. Gli USA vogliono distruggere il regime degli ayatollah almeno quanto gli israeliani, ma non adesso.

Il problema è che Israele è in un cul-de-sac. La campagna genocida nella Striscia di Gaza ha chiaramente fallito l’obiettivo di provocare un esodo dei palestinesi verso l’Egitto o altrove, non solo perché non se ne vanno, ma anche perché il progetto di una nuova Nakba appare inaccettabile persino ai migliori amici di Israele. La guerra contro la Resistenza poi è un fallimento totale. A quasi tre mesi dal 7 ottobre, l’IDF non è riuscita né a prendere il controllo della Striscia, né a distruggere la rete infrastrutturale di Hamas e degli altri gruppi armati, né tanto meno a liberare anche un solo prigioniero. Al contrario, le perdite – per quanto cerchino di nasconderle – sono elevatissime, sia in termini di uomini che di mezzi. Nei primi tre giorni dell’anno, l’IDF ha ammesso la perdita di oltre 70 militari ed ufficiali. Un disastro, preludio alla sconfitta conclamata.

Da qui, l’urgenza spostare non solo l’attenzione, ma l’intero asse del conflitto. Tutta la banda di fanatici estremisti che governa il paese sa bene di avere i giorni contati, e che la fine della guerra significa anche la loro fine politica; tanto più se dovesse finire appunto con una sconfitta. Uno shock per l’intera Israele, che all’inizio si scaricherebbe proprio sui vertici politici e militari.
Dunque, mentre gli Stati Uniti ritirano dal Mediterraneo orientale la squadra navale guidata dalla portaerei G. Ford, e balbettano alle porte del mar Rosso con la fallimentare ‘missione navale internazionale’, ecco che vengono messi a segno in brevissimo tempo tre attacchi miratissimi (anche e soprattutto in senso politico): un attacco aereo in Siria uccide un alto generale dei Guardiani della Rivoluzione iraniani, poi l’uccisione del numero due di Hamas a Beirut, nel cuore di un quartiere controllato da Hezbollah, ed infine il devastante attentato terroristico in Iran (oltre 100 morti) a pochi passi dalla tomba del generale Soleimani e nel giorno dell’anniversario dell’attentato in cui fu ucciso. L’intento di provocare una reazione è smaccatamente evidente, e lo scopo è proprio quello di rilanciare per coprire il fatto che Israele sta perdendo.

Una mossa azzardatissima, che rischia di scatenare un conflitto potenzialmente devastante bel oltre l’ambito regionale, e che darebbe fuoco alle polveri in un’area di interesse strategico mondiale, in cui tra l’altro militari russi e americani si trovano a pochi chilometri gli uni dagli altri (in Siria). Senza dimenticare che, se per gli USA è inimmaginabile lasciar distruggere Israele, per la Russia (ma anche per la Cina) è inaccettabile lasciar distruggere l’Iran; che, non va dimenticato, è non solo un importante partner militare – soprattutto per Mosca – ed un membro dei BRICS+, ma anche uno snodo fondamentale nelle rotte commerciali euroasiatiche che Russia e Cina stanno sviluppando.

Scatenare un conflitto in quell’area, in cui si intrecciano molteplici interessi strategici, sarebbe una vera e propria follia. Ma Israele ha sempre mostrato di essere totalmente disinteressata al resto del mondo, e di considerare solo e soltanto quello che crede il proprio interesse. Per di più, in questa fase lo stato ebraico si trova in una congiuntura particolare, con un governo fanatico ma fragile, con le forze armate che hanno perso in 48 ore l’aura di invincibilità e che annaspano in palese difficoltà, e con un paese stordito e spaventato, che si rifugia nel fanatismo religioso e nel razzismo esasperato come antidoto alla paura.

Siamo insomma ad un passaggio in cui le possibilità di evitare un disastro epocale sono quasi esclusivamente in carico a coloro che consideriamo barbari, autocrati e terroristi, poiché è dalla loro lungimiranza, dalla loro capacità di non cadere nelle gravissime provocazioni, che dipende l’esplosione o meno del conflitto più prossimo ad una guerra mondiale.
Fortunatamente per noi, Khamenei, Nasrallah, Haniyeh, Jibril e gli altri, hanno sinora dimostrato di possedere questa capacità. Resta da vedere sin dove si spingerà Israele, se questo non dovesse bastare, e quanto loro sapranno e potranno non prestare il fianco al nemico.

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