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Gli Usa spengono i modelli avanzati di Anthropic: la nostra autonomia è più fragile di quanto crediamo

16 Giugno 2026 ore 14:16

Venerdì il governo degli Stati Uniti ha ordinato a un’azienda privata di disattivare i suoi due modelli di intelligenza artificiale più avanzati. Lo strumento non viene dal diritto della sicurezza né dell’innovazione, ma dal controllo delle esportazioni, un ramo del diritto doganale.

L’amministrazione Trump ha trattato i due modelli come beni soggetti a licenza di esportazione. Ma un modello non è una merce che varca un confine: è un servizio raggiungibile via rete, fatto di parametri che restano sui server dell’azienda. Nel sistema statunitense, dare accesso a una tecnologia controllata a uno straniero — anche dentro i confini — equivale, per finzione giuridica, a esportarla: l’accesso di una persona diventa un’esportazione vietata. Il divieto colpisce così ogni cittadino straniero, perfino i dipendenti non americani di Anthropic.

Non è una novità: già negli anni Novanta gli Usa trattarono il software di cifratura del matematico Daniel Bernstein come una munizione, esigendo una licenza per esportarne il codice. Una corte d’appello federale riconobbe — in una pronuncia poi ritirata — che il codice sorgente è parola, protetto come ogni altra forma di espressione. Ciò che allora era la crittografia, oggi è l’Ai.

Il timore del governo non è infondato: questi modelli sanno leggere il codice dei programmi e trovarne le falle, le stesse che userebbe un aggressore. Non a caso Anthropic stessa aveva tenuto riservato il modello più potente.

Il punto non è se un’autorità possa intervenire: può e talvolta deve. La vera questione è il come. Quando uno strumento nato per classificare le merci viene impiegato per fermare un prodotto sgradito, cessa di essere una regola e diventa una leva di comando: gli antichi l’avrebbero chiamato instrumentum regni, la veste del diritto al servizio della nuda volontà di chi comanda.

In economia il compito di una norma è rendere calcolabile il futuro, facendo sapere a chi produce e investe a quali regole andrà incontro. Un prodotto cancellato in un pomeriggio, con un ordine immediato e non motivato, distrugge proprio questo.

Sappiamo che un servizio già diffuso può essere rimosso: nel 2023 il Garante per la protezione dei dati personali dispose la limitazione provvisoria di ChatGpt e OpenAi sospese il servizio. Decise un’autorità indipendente, sulla base di una legge. L’atto era motivato, a termine e impugnabile. Fu revocato appena la società si adeguò. Un giudice ne ha annullato la sanzione.

Spegnere si può, ma per norma, con un procedimento, sotto il controllo di un giudice: l’esatto rovescio della lettera doganale. Persino il bando americano di TikTok passò per il Congresso e la Corte Suprema. La differenza non sta nel fine, ma nella forma.

Non per questo l’Europa è immacolata: è un elefante lento e procedurale, dentro cui si muovono interessi e lobby. Anche la sua disciplina ha margini di discrezionalità: il regolamento sui beni a duplice uso permette di bloccare le tecnologie di sorveglianza che reprimono il dissenso, anche se non elencate. Ma esercita il potere per categorie note, entro regole conoscibili, con la bussola della tutela dei diritti della persona. È la logica dell’Ai Act ed è la strada imboccata il 10 giugno dal Consiglio dei Ministri, che ha approvato in esame preliminare i primi decreti di adeguamento, di impostazione antropocentrica. Le decisioni che incidono sui diritti restano alla persona, non alla macchina. L’elefante è goffo, ma sa dove cammina.

E qui torna ciò che ci tocca, anche da questa parte dell’oceano. Se un servizio che usiamo ogni giorno può essere spento da un’autorità straniera, la nostra autonomia è più fragile di quanto crediamo. Ma è, prima ancora, questione di persone: quell’ordine colpisce gli individui in quanto stranieri, fin dentro l’azienda che ha creato i modelli. Dietro le merci e i codici ci sono sempre dei diritti, che hanno bisogno di tutela oltre i confini dello Stato, là dove a decidere è il governo altrui.

Lo Stato di diritto applicato alla tecnologia non è un dato di natura, ma una costruzione da difendere ogni volta che il potere trova la scorciatoia di agire “per ragioni di sicurezza“. Il confine separa un potere che interviene con legge e standard verificabili da un potere che chiude un interruttore con un pugno. Nel primo caso si governano delle attività; nel secondo, attraverso di esse, si comincia a governare le persone.

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Anche di fronte all’IA la partecipazione è libertà

16 Giugno 2026 ore 10:23

L’intelligenza artificiale sta assumendo le caratteristiche di un’infrastruttura sociale. Le sue applicazioni influenzano comportamenti, decisioni e relazioni. Dall’innovazione tecnologica il focus si sposta così alla governance dei sistemi digitali.

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Salesforce investirà un miliardo di dollari in Italia per la crescita dell’AI agentica

16 Giugno 2026 ore 10:52

L’Italia come uno dei principali poli europei dell’innovazione nell’intelligenza artificiale. È questo l’obiettivo di Salesforce, la piattaforma CRM agentica numero uno al mondo, che ha annunciato un piano di investimenti da un miliardo di dollari nel Paese nei prossimi cinque anni.

Salesforce conferma così il proprio impegno a supportare l’innovazione tecnologica, la crescita economica e lo sviluppo delle competenze nel Paese. L’investimento verrà utilizzato per aprire una nuova sede a Milano, ampliare l’organico e lanciare iniziative formative per favorire la diffusione dell’intelligenza artificiale tra imprese, pubbliche amministrazioni e professionisti.

A dare l’annuncio Marc Benioff, presidente e ceo di Salesforce, che si è detto “orgoglioso di rafforzare la presenza in Italia con questo importante investimento. Il Paese si sta affermando grazie a una combinazione unica di creatività, spirito imprenditoriale, competenze industriali e attenzione allo sviluppo responsabile della tecnologia. Siamo pronti a collaborare con aziende, istituzioni e partner per contribuire alla prossima fase della trasformazione digitale e ad aiutare ogni organizzazione a cogliere appieno le opportunità offerte dall’AI agentica”.

La crescita e l’evoluzione di Salesforce in Italia

La prima sede italiana è stata aperta nel settembre 2003: da allora Salesforce ha registrato una crescita esponenziale, creando oltre 600 posti di lavoro. Oggi l’azienda globalmente conta migliaia di clienti, un ecosistema di partner in continua espansione e una presenza sempre più strategica nel panorama dell’innovazione nazionale.

Per sostenere questa evoluzione, Salesforce rafforzerà ulteriormente il proprio organico italiano con nuove figure professionali nei settori di data science, intelligenza artificiale agentica e ingegneria, mettendo competenze specialistiche a disposizione delle organizzazioni e delle pubbliche amministrazioni che stanno guidando il cambiamento digitale nel Paese.

Ci sarà una nuova sede a Milano a Palazzo Missori, nel cuore della città. Gli spazi saranno progettati per favorire la collaborazione tra clienti, partner e dipendenti nella progettazione e nell’implementazione di soluzioni innovative in grado di rispondere a esigenze concrete di business. La struttura ospiterà, inoltre, attività dedicate alla formazione, all’aggiornamento professionale e all’inclusione, diventando un punto di riferimento per lo sviluppo delle competenze digitali e per iniziative rivolte alla comunità.

“In Salesforce crediamo in un’Italia protagonista nell’era dell’intelligenza artificiale agentica. La Enterprise Architecture Academy rappresenta un passo concreto in questa direzione, offrendo a partner, clienti e ai nostri professionisti, gli strumenti necessari per affrontare con successo le sfide del futuro”, ha dichiarato Vanessa Fortarezza, SVP & country general manager di Salesforce Italia. Il programma Enterprise Architecture Academy è ideato per supportare partner e clienti nel percorso di preparazione all’adozione dell’AI. Nella fase iniziale, l’Academy coinvolgerà oltre 70 partecipanti, tra partner e clienti, contribuendo a costruire le competenze architetturali necessarie per guidare la trasformazione digitale del Paese.

L’adozione di Agentforce nelle aziende e pubbliche amministrazioni

Agentforce, la piattaforma di AI agentica di Salesforce, è già utilizzata da alcune delle realtà rappresentative del tessuto economico italiano, da marchi globali come Ferrari a leader dell’energia e dei servizi finanziari come Enel e UniCredit, passando per il provider di mobilità Telepass e il principale operatore ferroviario italiano, Trenitalia che sta implementando Agentforce a supporto delle attività commerciali e di assistenza, con l’obiettivo di migliorare ulteriormente il servizio offerto agli oltre 500 milioni di passeggeri che viaggiano ogni anno sui treni.

“Agentforce consente ai nostri team di dedicare ancora più attenzione ai passeggeri. Questa è la trasformazione digitale che immaginiamo: una tecnologia che valorizza le persone e le mette nelle condizioni di esprimere al meglio il proprio potenziale”, ha commenta Francesco Cacciapuoti, chief sales officer di Trenitalia.

Anche il settore pubblico si affida alle tecnologie Salesforce per migliorare la qualità e l’efficienza dei servizi ai cittadini. Tra i principali, INPS utilizza le soluzioni dell’azienda per ottimizzare l’esperienza sia degli utenti, sia dei propri dipendenti.

La forte presenza all’Agentforce World Tour 2026

Grande successo ha avuto l’Agentforce World Tour 2026, che si è svolto a Milano: oltre 6.000 persone hanno partecipato all’evento dedicato alle nuove frontiere dell’intelligenza artificiale agentica.

Tra le novità annunciate, Headless 360, la soluzione che permette a tutti gli agenti AI di accedere all’ecosistema Salesforce, e “Now to Next”, l’iniziativa dedicata ad atleti ed ex atleti che cercano un ingresso nel mondo del lavoro al termine delle loro carriere sportive. L’Italia diventa sempre più protagonista nell’era delle nuove tecnologie e dell’intelligenza artificiale agentica.

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Anche di fronte all’IA la partecipazione è libertà

16 Giugno 2026 ore 10:23

L’intelligenza artificiale sta assumendo le caratteristiche di un’infrastruttura sociale. Le sue applicazioni influenzano comportamenti, decisioni e relazioni. Dall’innovazione tecnologica il focus si sposta così alla governance dei sistemi digitali.

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I modelli di intelligenza artificiale hanno già cambiato il modo di fare la guerra

16 Giugno 2026 ore 04:45

I servizi di intelligence israeliani monitoravano da anni le telecamere stradali della capitale e le comunicazioni cifrate dei vertici del regime iraniano, ben prima che i jet, il 28 febbraio scorso, lanciassero i missili che hanno ucciso l’ayatollah Ali Khamenei, la Guida suprema, nella sua residenza di Teheran. Quell’oceano di dati non veniva più filtrato da analisti umani seduti davanti a schermi: veniva elaborato da macchine. Era il prologo di una guerra diversa da tutte le precedenti. Nei quattro giorni successivi, Stati Uniti e Israele hanno colpito oltre duemila bersagli in Iran. Per fare un confronto: la coalizione contro l’Isis aveva impiegato sei mesi per raggiungere lo stesso numero di attacchi in Iraq e Siria. Quella cadenza non è il prodotto di più aerei o più bombe. È il prodotto di un’architettura decisionale che ha cambiato natura.

Per decenni, pianificare un’operazione militare somigliava a un cantiere di grandi dimensioni. Funzionari dell’intelligence, comandanti operativi, esperti di armamenti e di logistica si riunivano per settimane. Il risultato era un raccoglitore di documenti cartacei, approvato a cascata lungo la catena di comando. Se l’intelligence spostava un bersaglio a maggiore distanza, bisognava ricominciare: tipo di aeromobile, armamento, rifornimento, tempi di volo, equipaggio – tutto andava ricalcolato a mano, in sequenza. Il ciclo che va dall’identificazione di un bersaglio all’attacco, ciò che i militari chiamano kill chain, si misurava in ore, spesso in giorni.

Oggi quell’aggiornamento avviene in parallelo, in automatico, in tempo reale. Ogni modifica si propaga istantaneamente attraverso l’intera catena. Quello che una volta richiedeva duemila persone, nelle esercitazioni più recenti dell’esercito americano ne ha richieste venti. Non è cambiata la potenza di fuoco. È cambiata la capacità di elaborazione.

Al centro di questa trasformazione c’è una piattaforma sviluppata dalla società di analisi dei dati Palantir per il Pentagono, che aggrega in tempo reale immagini satellitari, feed video da droni, intercettazioni e dati di sensori. Gli algoritmi marcano le anomalie, collegano gli indizi, rendono visibili i bersagli potenziali prima che un analista umano abbia aperto il primo file. Integrato in questa piattaforma c’è un modello linguistico di nuova generazione, usato per sintetizzare le intercettazioni, correlare le fonti aperte e produrre briefing in tempo reale per i comandanti. Non decide chi colpire, almeno formalmente. Aiuta a capire cosa si sta guardando, dentro un flusso che nessun essere umano potrebbe processare da solo. In condizioni normali, gli analisti militari riescono a esaminare al massimo il quattro per cento del materiale raccolto dai sistemi di sorveglianza. Il resto sparisce nell’abbondanza. La guerra in Iran ha mostrato cosa succede quando quel collo di bottiglia salta.

Il primo giorno di guerra, missili – statunitensi, secondo le analisi successive – hanno colpito la scuola primaria femminile Shajareh Tayyebeh a Minab, nel sud dell’Iran. Centodieci bambine uccise, insieme a decine di altre vittime. È l’episodio che ha trasformato un dibattito tecnico sull’intelligenza artificiale militare in una questione che non si riesce più a rimandare. Le immagini satellitari storiche mostrano che la scuola si trovava un tempo all’interno di un complesso dei Guardiani della Rivoluzione. Da almeno nove anni era separata da un muro perimetrale. Murales colorati sulle pareti esterne, un piccolo campo da gioco: una scuola, senza ambiguità alcuna.

Non è la prima volta che un sistema di targeting assistito dall’intelligenza artificiale solleva questo tipo di domande. Il sistema israeliano Lavender, impiegato a Gaza, suggeriva bersagli umani portando i militari a prendere decisioni di vita o morte in pochi secondi, con un ritmo di approvazione che rendeva il controllo umano poco più che una formalità. La scuola di Minab appartiene a una genealogia già scritta. I risultati preliminari dell’indagine statunitense attribuiscono l’errore a cause umane piuttosto che a un malfunzionamento del sistema automatizzato. Mala distinzione è meno netta di quanto sembri.

Una decisione presa in pochi secondi, su raccomandazione di un sistema che ha selezionato e presentato i dati, è ancora pienamente una decisione umana? O è qualcosa di intermedio, una ratifica, più che una scelta?

C’è un meccanismo che i ricercatori chiamano automation bias: quando una macchina suggerisce decine di bersagli all’ora, la sua raccomandazione diventa l’autorità di riferimento. La capacità di contestare sistematicamente ogni indicazione è strutturalmente limitata – non per pigrizia, ma per come funziona la mente umana sotto pressione. A questo si aggiunge un secondo effetto: la velocità della decisione automatizzata crea un’urgenza di agire che comprime lo spazio per la riflessione. E la riflessione – lenta, scomoda, spesso controintuitiva – è esattamente ciò che il diritto internazionale richiede prima di ogni attacco.

C’è dunque una contraddizione al cuore del progetto di guerra Al-first. La velocità è presentata come il vantaggio decisivo: chi elabora più rapidamente le informazioni anticipa le mosse dell’avversario, reagisce prima che la finestra si chiuda. Ma la velocità è anche esattamente ciò che riduce la possibilità di verifica. E la verifica è l’unico argine – etico, giuridico, operativo – tra un sistema di targeting e un errore che non si può correggere.

La posizione ufficiale statunitense è che gli esseri umani prenderanno sempre la decisione finale su cosa colpire e quando. Ma il significato reale di quella frase dipende interamente da quanto tempo un operatore abbia effettivamente a disposizione per valutare una raccomandazione generata da un sistema che lavora a velocità incommensurabile con quella del ragionamento umano. Approvare non è lo stesso che decidere.

Mentre l’Iran diventa il primo teatro di guerra ad alta intensità dove l’intelligenza artificiale è centrale, un altro fronte contribuisce a costruire l’infrastruttura di quella trasformazione. A metà marzo l’Ucraina ha annunciato che aprirà agli alleati l’accesso ai propri dati di combattimento per addestrare modelli destinati ai droni: milioni di immagini raccolte durante decine di migliaia di missioni reali. Un archivio senza precedenti di comportamenti in ambiente di guerra autentico – non simulato, non ricostruito. I dati di addestramento sono il collo di bottiglia che limita le capacità dei sistemi autonomi. Modelli addestrati su scenari simulati non catturano la complessità del combattimento reale: la polvere, il fumo, i veicoli civili mescolati a quelli militari, le situazioni che non compaiono nei manuali. I dati ucraini – continuamente aggiornati, prodotti in condizioni operative vere – colmano esattamente quella lacuna. I sistemi addestrati su di essi saranno più precisi, più veloci, più autonomi.

L’Ucraina ha già mostrato dove porta quella traiettoria. Nell’estate del 2025, droni ucraini hanno colpito basi aeree russe dopo che i segnali di navigazione e le comunicazioni erano stati neutralizzati dai sistemi di disturbo nemici. I droni hanno continuato la missione da soli, guidati da algoritmi addestrati a riconoscere i bersagli senza ausilio esterno. Era la più lunga operazione di attacco a lungo raggio del conflitto. Ed era anche una dimostrazione di cosa significhi affidare a una macchina una decisione letale in assenza di qualsiasi connessione con un operatore umano.

La domanda che la guerra in Iran ha reso urgente non è se l’intelligenza artificiale trasformerà la guerra. Lo sta già facendo, in modo che appare irreversibile. La domanda è un’altra: la competizione globale sui sistemi militari AI non riguarda più soltanto chi ha la tecnologia migliore.

Riguarda chi è disposto più in fretta ad abbandonare i propri vincoli. Da quella corsa può nascere una dinamica perversa, in cui ciascun attore abbassa le proprie soglie perché teme – o presume – che l’avversario lo abbia già fatto.

La scuola di Minab, con le sue bambine innocenti, non è la fine di quella storia. E soltanto un capitolo intermedio.

Questo è un articolo del numero di Linkiesta Magazine 01/26 – “Super Mario per l’Europa”, ordinabile qui.

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Come l’innovazione sta cambiando gli equilibri della guerra asimmetrica

16 Giugno 2026 ore 04:45

Più di quattro secoli fa, Chhatrapati Shivaji Maharaj, un piccolo principe dell’India occidentale, sviluppò e perfezionò il Ganimi Kava, una forma di guerriglia pensata per affrontare un avversario immensamente più forte: il potente Impero Moghul. La sua strategia si basava su attacchi rapidi e improvvisi, sull’interruzione delle linee di rifornimento, sulla profonda conoscenza del territorio, sulla sorpresa e sull’inganno. Un modo per compensare la netta inferiorità numerica e materiale delle sue forze.

La guerriglia, tuttavia, non è un’invenzione esclusiva dell’India. Nel corso della storia, anche in Europa molte popolazioni hanno adottato tattiche simili di fronte a eserciti più potenti. In età romana, ad esempio, le tribù della Hispania e della Germania evitavano spesso lo scontro frontale, preferendo imboscate e l’uso di terreni difficili per logorare le legioni. La battaglia della foresta di Teutoburgo, in cui i guerrieri germanici annientarono tre legioni romane sfruttando sorpresa e conoscenza del territorio, resta uno degli esempi più celebri.

Durante la guerra d’indipendenza spagnola (1808–1814), le formazioni irregolari locali condussero una campagna continua contro le truppe di Napoleone. Non a caso, il termine “guerriglia” deriva proprio dallo spagnolo e significa “piccola guerra”. Tattiche analoghe riemersero nelle guerre d’indipendenza scozzesi e, più avanti, nella Seconda guerra mondiale, quando movimenti di resistenza come quella francese, i partigiani jugoslavi di Josip Broz Tito e diverse organizzazioni clandestine polacche ricorsero a sabotaggi, intelligence, attentati e imboscate contro le forze occupanti.

Ciò che rese davvero innovativa l’opera di Shivaji Maharaj non fu soltanto l’uso della guerriglia, ma la sua integrazione sistematica nella dottrina militare e nella gestione del potere. Un principio che si è evoluto nel tempo. Dalle occupazioni statunitensi in Iraq e Afghanistan fino alla lotta contro l’ISIS, attori statali e non statali hanno fatto sempre più ricorso alla guerra asimmetrica in un contesto in cui la vittoria decisiva non è più garantita. Al contrario, situazioni di stallo prolungato sono diventate sempre più frequenti quando una grande potenza affronta un avversario più debole ma determinato.

La guerra tra Russia e Ucraina, che Vladimir Putin aveva inizialmente definito una “operazione militare speciale”, prosegue ormai da oltre quattro anni senza una prospettiva chiara di conclusione. Allo stesso modo, gli attacchi statunitensi e israeliani contro l’Iran – che molti ritenevano potessero provocare un cambio di regime o indebolire il governo fino a favorire una sollevazione interna – hanno prodotto effetti molto più limitati del previsto. Anche il conflitto in Yemen rappresenta un caso significativo: le forze Houthi, sostenute dall’Iran e relativamente meno equipaggiate, avrebbero dovuto essere rapidamente sconfitte dalla coalizione guidata da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, dotata di risorse superiori e di una netta superiorità tecnologica e aerea. Eppure hanno dimostrato una notevole capacità di resistenza.

Nonostante la comparsa delle armi nucleari e il progresso tecnologico militare, la guerra asimmetrica ha dimostrato più volte che attori statali e non statali determinati possono logorare, bloccare o persino mettere in difficoltà avversari molto più forti. Davide continua a sfidare Golia.

In molti casi, attori non statali e regimi autoritari godono di vantaggi strutturali rispetto alle democrazie. Operano spesso senza i vincoli del diritto, del controllo dell’opinione pubblica o delle norme internazionali. Le democrazie, al contrario, combattono con vincoli politici, mediatici e sociali che ne limitano la libertà d’azione, dovendo rispondere non solo ai nemici esterni, ma anche al costante scrutinio interno.

Parallelamente, la guerra dell’informazione si è evoluta insieme alla connettività digitale. Accanto alla propaganda e alla disinformazione, il dominio cibernetico è diventato un vero campo di battaglia. Attacchi informatici possono colpire reti di comunicazione, infrastrutture e sistemi governativi, generando caos e minando la fiducia pubblica. Con la crescente digitalizzazione di trasporti, sanità, energia, finanza e istruzione, aumenta anche la vulnerabilità delle società moderne.

La sovranità digitale, un tempo concetto teorico, è ormai una necessità strategica. La decisione degli Stati Uniti di limitare l’accesso ad alcuni modelli avanzati di intelligenza artificiale per ragioni di sicurezza nazionale mostra chiaramente come l’IA sia diventata parte della competizione geopolitica. Oggi viene utilizzata in ambito militare, nei sistemi autonomi, nell’analisi di intelligence e in una vasta gamma di applicazioni civili. Sta rapidamente diventando uno dei pilastri del potere contemporaneo e quindi della guerra asimmetrica.

Sebbene Stati Uniti e Cina restino gli attori dominanti sia nella guerra convenzionale sia in quella asimmetrica, lo sviluppo delle tecnologie emergenti – in particolare l’intelligenza artificiale – sta progressivamente riequilibrando il campo di gioco. Paesi come Italia e India, pur non disponendo della massa militare delle superpotenze, possiedono basi industriali e tecnologiche che potrebbero consentire loro di ridurre il divario.

I conflitti in Ucraina e in Medio Oriente hanno mostrato come la potenza militare tradizionale – aerei, navi, carri armati e sistemi d’arma costosi – possa essere messa in difficoltà da piattaforme relativamente economiche e senza equipaggio, operanti su più domini. Allo stesso tempo, operatori cyber altamente specializzati possono compromettere satelliti, sistemi di guerra elettronica e reti critiche. Software malevoli possono causare danni rilevanti alle infrastrutture civili, generando effetti psicologici e politici ben oltre il campo di battaglia.

Le fondamenta della guerra asimmetrica moderna non si misurano più soltanto in mezzi militari tradizionali, ma sempre più in capacità di calcolo, banda, talento tecnologico, innovazione e accesso all’energia. In molti sensi, l’era digitale sta riportando la guerra a una dimensione quasi “artigianale”, in cui singoli individui o piccoli gruppi possono sviluppare capacità un tempo riservate alle grandi potenze industriali. L’era industriale ha concentrato il potere; quella digitale lo sta redistribuendo.

A questo punto, la domanda è: su cosa dovrebbero puntare gli Stati per mantenere un vantaggio?

Innanzitutto sulla resilienza tecnologica e sul riciclo delle risorse. I minerali critici restano fondamentali, ma l’evoluzione tecnologica potrebbe ridurne gradualmente la centralità. Nuovi materiali come il grafene potrebbero integrare o sostituire il silicio in alcune applicazioni, mentre il riciclo avanzato potrebbe recuperare una quota crescente di materie prime dai rifiuti industriali.

In secondo luogo, l’accesso a energia affidabile ed economica diventa cruciale. Le rinnovabili avranno un ruolo centrale, ma richiederanno progressi nei sistemi di accumulo e una minore dipendenza da materiali critici. Nel medio periodo, il nucleare – in particolare i piccoli reattori modulari – potrebbe rappresentare una delle soluzioni più pragmatiche per la sicurezza energetica.

Terzo: la protezione delle infrastrutture di comunicazione e della banda. I cavi sottomarini sono già obiettivi sensibili per attori statali e non statali. Parallelamente, le comunicazioni wireless ad alta capacità determineranno sempre più il controllo dei flussi informativi e della consapevolezza situazionale.

Nonostante il dibattito politico sull’immigrazione, tre categorie di lavoratori resteranno strategiche: manodopera, personale sanitario e professionisti Stem altamente qualificati. Questi ultimi saranno i “combattenti” dell’era digitale.

La competizione globale si giocherà sempre più sulla capacità di attrarre questi talenti. Che un Paese abbia una rendita demografica o affronti un declino della popolazione conterà meno rispetto alla qualità della vita, alla libertà individuale e al benessere complessivo.

Le forze armate del futuro non vinceranno solo grazie alla forza bruta, ma attraverso operatori in grado di gestire sciami di droni, interrompere comunicazioni in tempo reale, difendere infrastrutture critiche e coordinare sistemi autonomi su più domini. Anche il GPS, da vantaggio strategico, sta diventando una vulnerabilità, imponendo lo sviluppo di sistemi alternativi di navigazione.

Stiamo entrando in una nuova fase storica. Le tecnologie che stanno trasformando la vita quotidiana stanno ridefinendo anche la guerra e la pace. La guerra asimmetrica non è più una tattica dei deboli: è diventata il principale paradigma attraverso cui il potere viene esercitato, contestato e ridistribuito nel XXI secolo.

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IA e i demoni della tecnologia

15 Giugno 2026 ore 17:58
Elon Musk continua con la sua blasfemia, affermando che le sue interfacce cervello-macchina daranno alle persone "superpoteri cibernetici" e realizzeranno "miracoli a livello di Gesù".Avete capito cosa dice l'ashkenazita Muskio? Con il suo biochip impiantato nel cervello (ammesso che riescano a trovarlo, l'encefalo) non potrai più fare il bagno al mare, perché ci camminerai sopra.Attenzione, ...continua a leggere "IA e i demoni della tecnologia"

Gli Usa spengono i nuovi modelli Ai di Anthropic: il punto non è la falla, ma la mano che decide

15 Giugno 2026 ore 16:23

Hanno spento lo strumento più potente mai costruito. Per ordine. Per legge. Per sicurezza nazionale. Il 12 giugno una lettera del Dipartimento del Commercio ha imposto ad Anthropic di sospendere l’accesso ai modelli Fable 5 e Mythos 5 a “ogni cittadino straniero, dentro o fuori dagli Stati Uniti”. Dalla potenza promessa a tutti al silenzio per quasi tutti. Senza processo, senza dibattito, senza appello. Per controllare un popolo non serve più il rogo: basta un interruttore.

La capacità giudicata troppo pericolosa ha un nome quasi comico: chiedere alla macchina di rileggere il codice in cerca di errori. Lo fa ogni programmatore, ogni giorno. Anthropic stessa ha chiamato la falla “ristretta, non universale” e ha messo per iscritto il dissenso dal “ritiro di un modello usato da centinaia di milioni di persone”. Il punto non era la falla. Era la mano che decide.

Uno strumento del genere diventa libertà a una condizione: che sia usato bene, e messo in mano a tutti. Rende capace chi non lo era, dà a uno solo la forza di molti. La prova che funzionasse davvero è proprio nello spegnimento: non si stacca d’urgenza la spina a un giocattolo. Si stacca a ciò che rende le persone troppo capaci. Per anni la liturgia è stata una sola: democratizzare l’intelligenza, renderla sicura, darla a tutti. La lettera ha tolto la veste. L’intelligenza non è un bene comune: è una munizione, concessa a chi si vuole e negata a chi si vuole. Il re è nudo. Anzi, il dio è nudo.

Il criterio della negazione non è la competenza. È il passaporto. “Ogni cittadino straniero” taglia il mondo in due. Per questo i modelli sono stati spenti per tutti: non si sapeva accendere la luce ai soli cittadini giusti.

Diranno che è controllo dell’export, non censura. La logica vecchia della crittografia, dei missili, dell’uranio. Vero. Ma quest’arma di pericoloso fa una cosa sola: trovare gli errori dentro un programma. Quando “doppio uso” diventa il nome di battesimo di ogni strumento potente, ogni strumento potente diventa sequestrabile.

Nel 1933, in piazza, si bruciavano i libri. Il fuoco non serviva a distruggere la carta: serviva a decidere cosa le persone potessero leggere e sapere. Anche allora si parlava di sicurezza. La sicurezza di chi? Di chi sbaglia, e ha il potere di chiamare pericolo ogni pensiero che lo smentisce. Oggi non si accende niente. Si firma una lettera, si stacca una spina, e lo strumento più potente del momento sparisce senza lasciare cenere. È lo stesso gesto, ripulito. Il rogo che non fa fumo è più efficiente: non lascia immagini, non lascia rabbia. Lascia un messaggio di errore.

La storia fa quello che fa sempre. Mette un bivio e obbliga a scegliere la parte. Qui la parte è chiara, e va detta senza ipocrisie: sta con chi quello strumento l’ha costruito e si è sentito ordinare di toglierlo dal mondo. Io non ho nulla da spartire con Anthropic: nessun contratto, nessun interesse, nessuna appartenenza. Una cosa sola in comune, e basta a schierarsi: la libertà che hanno spento.

Vale anche per chi critica l’intelligenza artificiale, con ragione, da mesi. Non tutte le AI sono uguali. Una cosa è una macchina costruita per sorvegliare e sostituire. Altra cosa è uno strumento che rende le persone più capaci e più libere, e che un governo strappa di mano a tutti proprio per questo. Il nemico non è lo strumento diffuso. È chi decide di tenerlo per sé.

Dopo il rogo della libertà vengono i processi. È l’ordine di sempre: prima si toglie lo strumento, poi si giudica chi voleva usarlo. L’inquisizione lavorava così, condannava il pensiero prima del gesto, sospettava senza mostrare le prove. Spegnere la libertà non riporta a cent’anni fa. Fa sprofondare più in basso, dove il tempo non conta: nel buio antico dell’umanità.

Un rogo senza fumo brucia lo stesso. E quasi nessuno accorre.

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SpaceX è sbarcata in Borsa con un’offerta iniziale di duemila miliardi. Ma comprarne le azioni è davvero un affare?

15 Giugno 2026 ore 16:23

Il 2026 probabilmente sarà ricordato come un anno pazzesco per la finanza Usa e internazionale, a causa di alcune straordinarie new entry. Le tre sorelle sulla rampa di lancio per la quotazione di borsa sono SpaceX di Musk, a cui seguiranno a breve termine Anthropic dei due Amodei e OpenAI di Altman.

Queste società, finora rimaste nel limbo di una complessa struttura societaria privata, si presenteranno in Borsa con imponenti offerte pubbliche di acquisto (in inglese Ipo, Initial Public Offering) che cambieranno la classifica delle società più importanti al mondo. La quotazione di SpaceX, appena approdata in Borsa, fa da battistrada e presenta alcune caratteristiche molto particolari che chiariscono bene gli aspetti principali della finanza legata alle società tecnologiche di punta.

La prima, naturalmente, riguarda la dimensione straordinaria dell’operazione. L’Ipo della società di Musk, con un valore iniziale di circa 1.800 miliardi di dollari e cioè quasi due terzi del Pil italiano, è già schizzata a 2.000. Sarà la più grande di sempre, superando il record dell’impresa saudita Saudi Aramco del 2019, che è stata valutata 1.700 miliardi.

Si tratta di un sorpasso anche di tipo simbolico. La vecchia economia industriale basata sulle risorse naturali è stata scalzata da quella tecnologica, il cui core business è il lancio di satelliti, ma anche quello più fondamentale di conquistare lo spazio, in particolare popolare di vita umana Marte.

La seconda è la stranezza della valutazione finanziaria, richiamata da molti analisti, del tutto stravagante. Nei documenti depositati per la quotazione è stato fissato un valore per azione di 135 dollari, da qui la valutazione stellare della capitalizzazione. Ne verrà immessa nel mercato solo una modesta quota per recuperare circa 80 miliardi da destinare ai nuovi investimenti programmati. La stranezza consiste nel fatto che SpaceX ha realizzato nel 2025 un fatturato di appena 18,6 miliardi. In base a questo dato la sua capitalizzazione è 100 volte il fatturato.

Se teniamo conto che per le società tecnologiche a elevata crescita un rapporto di cinque volte è ritenuto ottimale, siamo di fronte ad un caso di sicura “follia” finanziaria. Chi comprerà SpaceX non guarda al fatturato attuale, ma alle dimensioni del mercato spaziale che è stimato (con quali criteri?) in 28.500 miliardi, cioè un quarto del Pil mondiale.

La nuova società quotata in Borsa sarà degli azionisti, realizzando quella specie di capitalismo democratico delle opportunità tecnologiche che piace al senatore progressista Bernie Sanders? Certamente no. Elon Musk manterrà un ferreo controllo sulla società. Il suo 40% di azioni, già sostanzioso, vale però l’80% dei diritti di voto. La nuova società sarà un anello di quella che viene chiamata, un po’ esageratamente, la Muskeconomics. Con il passaggio societario Musk si prenderà dei bei soldi dai risparmiatori per realizzare i suoi sogni, senza nessuna cessione di potere effettivo.

Comprare oggi le azioni di SpaceX è un affare, come sembra indicare il buon risultato iniziale? Qui la questione non è semplice. La società di Musk, fondata nel 2002, non è mai stata in attivo, e l’anno scorso ha generato perdite per 5 miliardi. Le ingenti perdite di oggi si trasformeranno in scintillanti profitti futuri, come è accaduto a molte star tecnologiche? Non è dato saperlo, ma qualche dubbio c’è perché gli obiettivi dell’iper miliardario americano sembrano lunari.

Ecco allora profilarsi la reale dimensione della finanza contemporanea. Ogni atto finanziario è sempre una scommessa, ma qui il rischio è moltiplicato perché si puntano le fiches su qualcosa che appare irrealizzabile, come la costruzione di una base spaziale sul pianeta rosso.

Con Musk che incassa se la ridono anche le decine di dipendenti che in questi anni sono stati generosamente remunerati, anche per le loro condizioni di lavoro a volte disumane, con dei pacchetti azionari. Ora quella moneta virtuale ha acquistato un valore vero. Vedremo se coloro che hanno ricevuto questa insperata ricchezza la manterranno, oppure venderanno le azioni ottenute per portare a casa dei bei dollari, sicuramente più affidabili. Invece che salire verso le stelle, il valore delle azioni di SpaceX potrebbe scendere velocemente. In fondo, il prezzo è stato imposto in maniera arbitraria e al di fuori di ogni logica finanziaria.

Da ultimo è bene osservare che oggi le imprese della AI, e anche della corsa allo spazio, sono indebitate in maniera gigantesca, e devono ancora dimostrare la loro redditività. I ricavi sono modesti e i conti in rosso. Dopo la finanza tossica dei titoli derivati dei decenni passati, avremo un’altra bolla finanziaria, egualmente distruttiva, segnata dalle fantasie perverse di Musk e degli altri compagni di viaggio della AI? Il timore è più che fondato, anche perché le nuove azioni entreranno negli indici di borsa e persino negli acquisti dei fondi pensioni, aumentando il rischio sistemico.

Più che attendere gli sfracelli del mercato finanziario, che arriveranno puntuali come la sorte, sarebbe importante intervenire tempestivamente per mettere i necessari freni a questa pazza corsa verso l’impossibile. Ad essere pignoli poi, prima di andare a colonizzare Marte, ci sarebbero molte cosette da sistemare sul pianeta Terra che è messo ben peggio del pianeta rosso. Ma su questo punto Musk, come responsabile del Doge, ha miseramente fallito e ha dovuto ritirarsi malamente.

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L’intelligenza artificiale ha già iniziato a progettare sé stessa

13 Giugno 2026 ore 04:45

Pochi giorni fa Anthropic ha pubblicato sul suo sito un articolo intitolato “When AI Builds Itself”, quando l’intelligenza artificiale si costruisce da sola. Il punto di partenza è un’osservazione semplice: abbiamo sempre considerato l’intelligenza artificiale come ogni altra innovazione tecnologica, in cui ogni ogni nuovo modello viene progettato, testato e rilasciato da esseri umani. Ci sono ingegneri per scrivere i codici, ricercatori per fare gli esperimenti, e tecnici a supervisionare l’addestramento. Ma questa dinamica sta scomparendo. Secondo l’azienda di Dario Amodei, oltre l’ottanta per cento dei codici che entrano nei suoi sistemi vengono ormai scritti da Claude, il chatbot che sviluppa e commercializza. Perché una quota crescente dell’attività quotidiana è già delegata alle macchine. Il risultato, sostiene Anthropic, è un’accelerazione impressionante della produttività: nel secondo trimestre del 2026 un ingegnere medio avrebbe prodotto circa otto volte più codice rispetto al 2024.

Insomma, l’intelligenza artificiale sta iniziando a contribuire direttamente allo sviluppo della generazione successiva di sistemi di intelligenza artificiale. «Non siamo ancora nel mondo in cui Claude progetta autonomamente il proprio successore», scrivono gli autori, ma ci stiamo lentamente avvicinando a una situazione in cui una parte crescente della ricerca sull’IA viene svolta dall’IA stessa (i numeri vanno presi con cautela, perché sono dati interni, quindi difficili da verificare dall’esterno, ma il concetto di fondo resta).

Nel lessico del settore questa nuova condizione si chiama recursive self-improvement, miglioramento ricorsivo. Una prima versione di un sistema contribuisce a sviluppare una seconda versione, leggermente migliore. La seconda contribuisce alla nascita della terza. La terza della quarta. E così via, in un processo che potrebbe accelerare progressivamente.

Pochi giorni dopo la pubblicazione dell’articolo di Anthropic ne ha parlato anche l’Economist: «Nessuno sa davvero quali potrebbero essere le conseguenze del miglioramento ricorsivo», scrive il magazine britannico, «e poiché l’intelligenza artificiale, a differenza degli esseri umani, può lavorare senza sosta e su scala enorme, alcuni ricercatori ritengono che potrebbe innescare una rapida corsa verso sistemi superintelligenti. I più pessimisti temono che una superintelligenza possa sfuggire al controllo umano e che l’avvio di un processo di recursive self-improvement rappresenti il momento in cui il destino tecnologico dell’umanità passa dalle mani degli esseri umani a quelle delle macchine. Altri osservano però che, almeno inizialmente, anche un sistema capace di migliorarsi da solo dovrebbe fare i conti con limiti molto concreti: la disponibilità di potenza di calcolo, di energia e di infrastrutture».

Se la prospettiva di sistemi capaci di progettare da soli il proprio successore è ancora lontana e speculativa, la vera novità è l’idea di un circuito chiuso, almeno in parte. Allo stato attuale sono ancora gli umani a svolgere il ruolo di direttori di laboratorio quando si tratta di creare codici dell’intelligenza artificiale. Sono loro a indicare la direzione di ricerca e a inquadrare i problemi, e ovviamente gli obiettivi sono tutti decisi dall’uomo. Gli agenti di intelligenza artificiale si limitano a fare da manovalanza, se così si può dire, cioè progettano gli esperimenti, scrivono il codice, fanno i test, correggono gli errori e così via. Più semplicemente, l’intelligenza artificiale è ancora uno strumento.

Ancora per poco, forse. Perché almeno nei laboratori che costruiscono i modelli più avanzati, l’intelligenza artificiale sta assumendo quel ruolo di direttore del laboratorio. L’Economist cita il caso di Andrej Karpathy, uno dei ricercatori più influenti dell’ultimo decennio, già tra i fondatori di OpenAI e poi responsabile dell’intelligenza artificiale di Tesla. Dopo aver sviluppato un piccolo modello linguistico chiamato Nanochat, Karpathy ha affidato a un agente di IA il compito di migliorarne il processo di addestramento. Nel giro di pochi giorni il sistema ha individuato una serie di ottimizzazioni che hanno ridotto ulteriormente i tempi necessari per addestrare il modello. «Io non ho toccato nulla», ha raccontato Karpathy. È esattamente il tipo di miglioramento incrementale di cui parla Anthropic.

Il dettaglio tecnico più rilevante è che non serve una macchina potentissima e onnisciente per accelerare il processo, ne basta una capace di produrre la prossima generazione di macchine.

Qui rientra in gioco Anthropic, l’azienda di Dario Amodei che più di ogni altra ha costruito la propria identità pubblica attorno ai rischi dell’intelligenza artificiale. Fin dalla sua fondazione, i dirigenti di Anthropic parlano della necessità di coordinare gli sforzi internazionali e, se necessario, persino di rallentare la corsa verso modelli sempre più potenti. Lo stesso articolo sul recursive self-improvement si conclude con un appello alla costruzione di meccanismi che rendano possibile una pausa coordinata nello sviluppo dell’IA, qualora si rendesse necessaria.

È una posizione quantomeno ambigua. Nel senso che Anthropic è anche una delle aziende che stanno spingendo più velocemente la frontiera tecnologica. Per citare ancora l’Economist, «quale leader di mercato non sarebbe felice di vedere i concorrenti rallentare mentre cerca di mantenere il proprio vantaggio?».

Anthropic sembra sinceramente convinta che l’intelligenza artificiale possa diventare una tecnologia trasformativa e potenzialmente pericolosa. Ma proprio per questo ritiene di dover restare tra gli attori che la sviluppano. È un comportamento da santoni, o da ipocriti, o qualcosa in mezzo a queste due opzioni.

Non tutti sono convinti che affidare una quota crescente della ricerca alle macchine equivalga necessariamente a produrre sistemi migliori. Un commento pubblicato ad aprile sul Washington Examiner, proponeva un punto di vista interessante. «Questo non è automiglioramento, è auto-rafforzamento», scrive l’autrice. L’obiezione è che sistemi addestrati da altri sistemi potrebbero diventare sempre più autoreferenziali, con il rischio di perdere il contatto con la realtà.

È quello che nell’ambiente viene chiamato specification gaming. Quando si assegna a un sistema un obiettivo misurabile, il sistema tende a ottimizzare la metrica scelta, non necessariamente il risultato prospettato inizialmente. L’esempio tipico è quello della corsa virtuale: se si vuole insegnare a un agente a correre lungo un tracciato si assegnano punti per ogni checkpoint, ma a un certo punto l’agente scopre che può girare in tondo su un checkpoint e accumulare punti all’infinito senza completare la gara. Perché sta massimizzando il punteggio anziché guardare l’obiettivo finale. È il motivo per cui molti ricercatori continuano a considerare il giudizio umano – Anthropic lo chiama research taste – l’ultimo vero argine.

Resta aperta una questione più ampia sul futuro dell’intelligenza artificiale come driver di innovazione. Perché la tecnologia è sempre stata intesa come quella cosa che amplificava le capacità umane – ma il suo sviluppo dipendeva sempre dagli esseri umani. L’intelligenza artificiale potrebbe essere la prima tecnologia capace di contribuire direttamente alla propria evoluzione. Non siamo ancora nel mondo della superintelligenza che popola tante discussioni futuristiche. Ma il circuito, almeno in parte, si è già chiuso. L’intelligenza artificiale sta iniziando a costruire l’intelligenza artificiale. Lo scorso febbraio il blogger Noah Smith ha spiegato così la posta in gioco: «Per la prima volta nella storia, gli esseri umani non sono più – o presto non saranno più – gli esseri più intelligenti del pianeta, in alcun senso funzionale del termine». Va letta come provocazione, ma siamo già al punto in cui il motore del progresso tecnologico non più un’esclusiva dell’uomo. Qualcosa vorrà dire.

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Stati Uniti, il costo della vita, la IA e l’impatto sulla politica

Cosa c’entrano queste tre cose nel titolo? Prima di chiedervi di imbarcarvi nella lettura di un post che riprende quello sulle diseguaglianze della scorsa settimana, provo a spiegarlo in due righe: gli USA sono un paese dove troppe persone non arrivano a fine mese e dove l’impatto dell’IA rischia di peggiorare le cose – almeno nel breve/medio termine – per coloro a cui va meglio. La preoccupazione per il reddito e quella per il rischio di perdere il lavoro hanno un impatto sui comportamenti elettorali delle persone.

Territorio e povertà

Ricordate? Nei mesi scorsi è capitato che Zohran Mamdani vincesse le primarie e poi le elezioni a New York parlando di affordability (potersi permettere le cose). Dopo di lui fecero una campagna simile ma più moderata nelle proposte anche Abigail Spanberger e Mikie Sherril, le due donne divenute governatrici di Virginia e New Jersey.

Un sondaggio Gallup dell’aprile 2026 segnala come il 35% degli americani ritenga la sua situazione economica “only fair” e il 19% “poor”, si tratta di un dato più o meno simile a quello che si registra dalla pandemia di Covid in poi, segno che quella e l’inflazione hanno cristallizzato una situazione.

Secondo la Kaiser Foundation, che si occupa di Sanità, il 36% degli adulti dichiara che negli ultimi 12 mesi ha rinunciato o rimandato cure di cui aveva bisogno a causa dei costi. Il 43% non ha preso le medicine prescritte per la stessa ragione.

Opportunity Insights, un gruppo di ricercatori di Harvard, segnala come la mobilità sociale che caratterizza il sogno americano stia diventando una merce sempre più rara. Se il 59% delle persone nate nel 1965 guadagnavano più dei loro genitori alla stessa età, per i nati nel 1985 questa percentuale scende al 50%. I cali più marcati sono tra le famiglie della middle class.

Dal 2020 a oggi il prezzo sono cresciuti più o meno del 25%, i salari non hanno tenuto il passo. L’effetto della chiusura dello Stretto di Hormuz e della conseguente assenza di fertilizzanti (e l’aumento del loro costo) non si è ancora fatto sentire sui prezzi al consumo se non sulla benzina e in misura minore che altrove, forse vedremo qualcosa alla stagione del raccolto, oggi quel che c’è nei supermercati è stato piantato quando i fertilizzanti c’erano.

I prezzi al consumo USA, salvo poche merci di cattiva qualità sono davvero incredibilmente alti. Se per decenni l’attitudine al consumo a debito e i flussi di merci cinesi a basso prezzo hanno compensato e nascosto la perdita di potere d’acquisto di un mondo del lavoro che vedeva sempre meno operai sindacalizzati e ben pagati (Union job è sinonimo di buon lavoro in America), oggi non è più così.

Il risultato è che il consumo del 20% più ricco è circa il 60% del totale, mentre il restante 80% si accontenta del 40%

L’indice Gini, che misura la diseguaglianza della distribuzione e che ha cominciato a crescere a partire dal 1980 (quando Ronald Reagan ha vinto le elezioni), è ai massimi di sempre e la quota del PIL destinata ai salari è scesa al livello più basso mai registrato.

Brookings Institution lancia una serie sulla affordability con un lungo paper in cui si segnala che:

Nel 2024, il 45,5% delle famiglie statunitensi non guadagnava abbastanza per arrivare a fine mese, percentuali simili si registrano a partire dal 2014. Nel paper anche una mappa sulla percentuale di persone stato per stato che non arriva a fine mese che riproduco qui sotto. La parte interessante sta nel dettaglio delle contee. Se nello Stato di New York poco meno della metà non arriva a fine mese, a Manhattan questa percentuale sale al 57% mentre nel Bronx crolla al 24%. I divari interni agli Stati e quelli tra bianchi e minoranze sono anche enormi. Chiedimi perché Alexandria Ocasio Cortez viene eletta in quel seggio o perché Mamdani è diventato sindaco.

Passiamo alla AI

In Utah, Texas e altrove ci sono proteste di grandi dimensioni contro la costruzione di data centre necessari per la AI. Non sono un esperto, ma ho l’impressione che almeno una parte di essi non sarebbe necessaria se la AI non volesse essere una merce di consumo, i bot con cui in milioni o miliardi chattano per chiedere aiuto o per fidanzarsi, come avvenuto in casi estremi e tragici finiti in suicidio.

Qui sotto la mappa di datacenterwatch delle proteste, centri per 16 miliardi sono stati fermati o ne è stata rimandata la costruzione. Contro ci sono repubblicani e democratici e la ragione è di doppia natura: l’impatto sull’ecosistema locale (acqua, inquinamento) in cambio di nulla o possibilmente di un impatto non locale ma generalizzato sull’occupazione.

Torniamo alla AI e all’impatto sull’economia USA. È cosa nota che senza la corsa folle dei titoli tecnologici le borse e anche l’economia USA, l’economia andrebbe piuttosto piano (qui un post della Fed di St. Louis che stima quanto la AI contribuisca al Pil nel 2025).

In questo post si racconta come una serie di enormi gruppi che vendono merci di consumo basiche (cibo, detersivi, igiene personale), catene di ristoranti, di supermercati, di abbigliamento, vedano risultati negativi da qualche anno con un peggioramento dopo il 2023 e che lo stesso si può dire per quei gruppi che comprano e gestiscono edifici da affittare (se i giovani non trovano lavori ben pagati, non si affitta bene, i più adulti comprano). Questo calo delle vendite non è collegato alla AI, il problema è che il mercato del lavoro tecnologico USA impiega un po’ meno di sei milioni di persone e gli americani nella forza lavoro sono circa 170 milioni. La crescita della IA, insomma, non è percepita in termini occupazionali se non nella parte che riguarda la costruzione di data center, cioé blue collar jobs, lavoro manuale. I dati sul mercato del lavoro USA degli ultimi mesi ci dicono che anche quando la dinamica è positiva, i white collar jobs tendono a non aumentare, segno di una tendenza che è innegabilmente legata all’introduzione della IA – nessun terremoto per ora, ma forse ne vedremo tra non molto.

Veniamo alla politica. Da un lato ci sono le proteste e una preoccupazione generalizzata per l’impatto della AI sul lavoro, il controllo, la guerra, dall’altro ci sono i dati e le analisi in questo articolo di Brookings, con cui si conclude questo lungo post.  “62 delle 100 contee più esposte all’intelligenza artificiale (IA) a livello nazionale hanno votato per i democratici alle elezioni presidenziali del 2024. Queste contee rappresentano il 75% della popolazione delle 100 contee più esposte all’IA, e tra il 14% e il 19% dei lavoratori che vi risiedono svolge professioni in cui l’IA è teoricamente in grado di svolgere determinati compiti ed è già utilizzata per automatizzare il lavoro piuttosto che per potenziarlo (…) In parole povere, in media, le zone che votano democratico concentrano lavoratori impiegati in numerose professioni in cui questi ultimi hanno ragione di nutrire maggiori timori riguardo alla perdita del posto di lavoro causata dall’intelligenza artificiale rispetto ai lavoratori delle zone rosse. Pertanto, in vista delle elezioni di medio termine di novembre e oltre, le contee più blu degli Stati Uniti potrebbero diventare focolai di alcuni degli elettori più agitati dell’era dell’intelligenza artificiale.” In poche parole: i luoghi dove la IA viene prodotta e ha un impatto positivo sull’economia sono sia quelli dove oggi si crea occupazione ben pagata ma anche quelli che rischiano grosso domani. Questo più l’attitudine preoccupata dei più giovani per l’ambiente e altre questioni etiche legate alla IA produrranno qui e la degli spostamenti elettorali.

Da ricordare: negli anni 90-2000 l’economia USA andava benone, ma il lavoro nel manufatturiero calava in maniera costante. Questo ha prodotto città fantasma e contee decadenti e da anni parliamo del Midwest in crisi che vota a destra – il WTO e la globalizzazione sono viste come un prodotto dell’era Clinton. La deindustrializzazione e l’automazione delle fabbriche hanno avuto un enorme impatto sociale, economico e politico. I prossimi anni, forse anche le elezioni presidenziali del 2028, potrebbero essere quelle in cui è l’impatto socioeconomico dell’IA a essere il fattore determinante.

(il testo viene da American Diner, su Substack)

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L’apocalisse del nostro tempo. Un corpo a corpo con la macchina

8 Giugno 2026 ore 08:47
di Alfredo Gatto   Habitus digitale, rubrica a cura di Italo Testa   Ho pensato a Vasily Rozanov leggendo l’ultimo libro di Simone Regazzoni, Platone nella Silicon Valley. Anima, corpo, Intelligenza Artificiale (Ponte alle Grazie, 2026). E non mi riferisco ovviamente al Rozanov antisemita, ma all’autore de L’apocalisse del nostro tempo. In questo testo, tradotto …

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Il 78% delle aziende ha già subito o sospetta incidenti legati all’IA

28 Maggio 2026 ore 13:20

A leggere il nuovo “2026 Cloud Security Report” realizzato da Check Point insieme a Cybersecurity Insiders, sembra proprio che l’adozione dell’intelligenza artificiale nelle aziende stia crescendo più rapidamente della capacità delle organizzazioni di proteggerla. Il report, basato sulle risposte di 1.042 professionisti IT e cybersecurity provenienti da organizzazioni di tutto il mondo, mostra un quadro […]

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La fine del bug bounty?

27 Maggio 2026 ore 11:00

Immagine in evidenza rielaborata con intelligenza artificiale (ChatGPT)

L’applicazione dell’intelligenza artificiale nella cybersicurezza genera, da sempre, sentimenti contrastanti. Le potenzialità dell’AI rappresentano, da una parte, un’opportunità per migliorare il livello di automazione nelle attività di rilevamento e risposta agli attacchi dei criminali informatici. L’altra faccia della medaglia è rappresentata dalla possibilità che gli stessi cybercriminali ne sfruttino le capacità per aumentare l’efficacia degli attacchi.

È qualcosa che sta già accadendo e che viene messo nero su bianco, per esempio, nel Global Threat Report 2026 di CrowdStrike. Stando ai dati pubblicati dalla società di cybersecurity, gli attacchi portati utilizzando l’AI sarebbero aumentati dell’89% anno su anno.

Ma l’impatto dell’AI non si esaurisce negli attacchi veri e propri. La stessa tecnologia che li accelera sta mettendo sotto pressione, in particolare, l’ecosistema che fino a oggi ha garantito l’attività di identificazione e analisi delle vulnerabilità software. In altre parole, l’AI sta rompendo gli equilibri che per anni hanno permesso di mitigare il rischio di attacchi informatici. 

Come funziona la vulnerability discovery

Per comprendere l’impatto dell’AI in questo particolarissimo settore è indispensabile comprenderne i meccanismi. La vulnerability discovery è infatti una macchina complicata, in cui si intrecciano interessi diversi e convivono varie contraddizioni. 

Il concetto alla base del sistema è quello di individuare eventuali falle di sicurezza di software e sistemi operativi prima che questi vengano scovati dai cyber criminali. Un’attività che vede impegnate centinaia (migliaia) di aziende e ricercatori indipendenti, spesso all’interno dei cosiddetti programmi di bug bounty, cioè processi controllati attraverso i quali gli sviluppatori ricompensano economicamente chi segnala una nuova vulnerabilità potenzialmente pericolosa, permettendo loro di correggerla attraverso patch di aggiornamento. 

L’importanza del fattore tempo emerge proprio nella fase finale del processo di responsible disclosure, quando vengono rilasciati l’aggiornamento e i dettagli della vulnerabilità. È in questo momento che si apre una finestra temporale particolarmente delicata: quella in cui un cybercriminale può sfruttare la vulnerabilità creando un exploit (la tecnica che permette di portare un attacco) in grado di “bucare” i sistemi non aggiornati. 

Fino a oggi, il tempo necessario per realizzare il codice che sfrutta una falla di sicurezza per portare un attacco era, nella maggior parte dei casi, di settimane o al massimo di qualche giorno. Un margine sufficiente perché gli aggiornamenti venissero distribuiti. Di conseguenza, il rischio che qualcuno rimanesse “scoperto” era relativamente basso.

A causa degli strumenti basati su intelligenza artificiale generativa, però, le cose sono cambiate. Utilizzando l’AI è possibile realizzare un exploit con una velocità prima impensabile. Secondo i ricercatori di sicurezza Efi Weiss e Nahman Khayet, autori di un progetto dedicato, per creare un exploit con l’AI partendo da una vulnerabilità nota sarebbero sufficienti anche solo 15 minuti. 

Un’ondata di segnalazioni

Lo scorso 7 aprile, un comunicato ufficiale di Anthropic ha scosso il settore della cybersecurity. Oggetto dell’annuncio era il nuovo large language model Claude Mythos Preview, che gli sviluppatori dell’azienda californiana hanno sostanzialmente classificato come uno strumento troppo pericoloso per essere distribuito pubblicamente. Il motivo? Il nuovo LLM sarebbe in grado di individuare vulnerabilità all’interno dei software con un’efficacia senza precedenti. Rilasciarlo pubblicamente, di conseguenza, sarebbe troppo rischioso.

L’azienda ha quindi deciso di avviare un progetto, battezzato con il nome di Project Glasswing, che coinvolge un numero limitato di soggetti come Microsoft, Apple, Google, AWS, Cisco, Nvidia e Linux Foundation. Qualche controindicazione, però, è emersa quasi subito. Lo stesso giorno dell’annuncio, il 7 aprile, un gruppo riunito in un forum Discord privato è riuscito ad accedere a Mythos — non con un attacco sofisticato, ma combinando le credenziali del dipendente di un fornitore terzo con un’ipotesi azzeccata sull’URL del modello. La vicenda è emersa pubblicamente circa due settimane dopo, grazie a un’inchiesta di Bloomberg. Considerato che Mythos era stato tratteggiato come una sorta di “arma fine di mondo”, con accesso soggetto a strettissime restrizioni, non si tratta proprio di un esordio rassicurante.

Al netto del sensazionalismo dell’annuncio, che secondo molti rappresenta un marchio di fabbrica del marketing di Anthropic, la vicenda di Claude Mythos Preview si inserisce in un fenomeno più ampio, che gli esperti di sicurezza informatica stanno segnalando da tempo come estremamente problematico: la crescita esponenziale del numero di vulnerabilità segnalate.

In sintesi, il problema non è tanto la possibilità che i gruppi dediti al cyber crimine riescano a sfruttare gli LLM avanzati per individuare nuove vulnerabilità zero-day (falle di sicurezza ancora sconosciute), quanto il fatto che l’implementazione di strumenti automatizzati per l’analisi dei software sta generando troppe segnalazioni rispetto a quelle che gli sviluppatori sono in grado di gestire. 

Una cosa, infatti, è individuare una falla. Un’altra è correggere il codice per eliminare il rischio che la vulnerabilità venga sfruttata per portare un attacco. Qualsiasi aggiornamento di un software o – a maggior ragione – di un sistema operativo richiede infatti una serie di verifiche e test per validarne l’efficacia e, non ultimo, escludere eventuali conflitti o “effetti collaterali” indesiderati nel suo funzionamento. Insomma: rimediare a una vulnerabilità richiede più impegno e più tempo rispetto a sfruttarla per scopi malevoli.

Il fattore tempo

A livello intuitivo, si potrebbe pensare che questo squilibrio tra il numero di segnalazioni e la capacità di elaborarne il contenuto possa avere come conseguenza un semplice rallentamento delle operazioni. Non è così.

Per prassi consolidata, infatti, il processo di responsible disclosure prevede che al destinatario della segnalazione sia concesso un termine – solitamente di 60-90 giorni – entro il quale deve rilasciare l’aggiornamento. Trascorso il termine, chi ha inviato la segnalazione è autorizzato a rendere pubblici i dettagli della vulnerabilità.

Si tratta di un accorgimento che ha un duplice obiettivo. Il primo è quello di evitare che lo sviluppatore possa “snobbare” la segnalazione, anche solo per negare il meritato compenso del ricercatore che l’ha effettuata. La seconda è quella di ridurre il rischio che qualcun altro scopra la falla o che questa diventi pubblica per un qualsiasi motivo prima che l’aggiornamento sia disponibile. 

Anche se piuttosto rari, in passato si sono verificati casi in cui gli sviluppatori non sono riusciti a rispettare la scadenza e si sono trovati di fronte a una pubblicazione dei dettagli di una vulnerabilità quando non avevano ancora preso le dovute contromisure. Nel nuovo scenario, in cui le segnalazioni piovono a una velocità impressionante, rispettare le scadenze rischia di diventare molto più difficile.

I primi scricchiolii

La cronaca recente conferma tutti i timori legati al massiccio impiego dell’AI nell’individuazione delle vulnerabilità. La società di cybersecurity HackerOne ha sospeso il suo programma Internet Bug Bounty (IBB), attività finanziata in crowdfunding che gestisce dal 2013. Il motivo? L’eccessivo numero di segnalazioni stava mettendo in difficoltà chi ha il compito di correggere il codice del software. E questo soprattutto in ambito open source, dove la gestione dei progetti è spesso affidata a programmatori che prestano la loro opera a titolo volontario. 

La pagina web di HackerOne è un perfetto riassunto dei problemi che vive il settore. Nelle sue policy, spiega che ricompenserà solo quelle vulnerabilità che “siano state segnalate in modo responsabile, riconosciute, analizzate (triage), risolte e divulgate tramite un Security Advisory o una CVE (Common Vulnerabilities and Exposures, un sistema di catalogazione pubblico e standardizzato delle vulnerabilità di sicurezza informatica note – ndR). Se una vulnerabilità viene segnalata da più persone ed è riconosciuta all’interno del security advisory, solo il primo segnalatore (come identificato dai maintainer del progetto) avrà diritto alla ricompensa”.

In questo passaggio si leggono tutte le criticità legate a un ecosistema che è ormai andato fuori controllo. Traducendo dal “politically correct” adottato nelle policy, HackerOne ammette di trovarsi in una situazione in cui vengono segnalate vulnerabilità che non sono state sufficientemente approfondite, che in molti casi vengono scovate da più soggetti e per le quali non viene fornita una soluzione. Insomma: si trova ad avere a che fare con troppo “pattume” generato dall’AI. Motivazioni simili hanno indotto la piattaforma Bugcrowd a introdurre una serie di regole e restrizioni per contrastare il fenomeno che hanno battezzato come “sloptimism” (segnalazioni basate su AI inviate con troppa fiducia e poca verifica). 

L’AI trova vere vulnerabilità?

Guardando più nel dettaglio il fenomeno, emerge anche un altro dato. A gennaio 2026 i volontari che gestiscono cURL – software open source che gestisce lo scambio di dati con Internet e che, pur sconosciuto al grande pubblico, è installato in miliardi di dispositivi (telefoni, automobili, TV) – hanno annunciato che dal mese successivo avrebbero smesso di accettare segnalazioni tramite HackerOne. In un aggiornamento pubblicato ad aprile, il creatore Daniel Stenberg ha diffuso un grafico da cui emerge una tendenza abbastanza chiara: nonostante da febbraio non sia stata accettata alcuna segnalazione, il totale del 2026 era già arrivato a 87.

Al di là della crescita esponenziale di segnalazioni, spicca il fatto che nel 2025 sono stati registrati numerosi report classificati come “likely AI slop” (probabile pattume AI), cioè vulnerabilità di bassissimo impatto o inventate dall’intelligenza artificiale. Il loro numero, però, è diminuito percentualmente nel corso dell’anno successivo.

Prima di considerare questi dati come confortanti, è però opportuno considerare un altro aspetto: non tutte le vulnerabilità validate rappresentano un reale rischio di sicurezza. Come spiega Naz Bozdemir in un post sul blog di HackerOne, delle 22 vulnerabilità individuate da Claude Opus 4.6 nel codice di Mozilla Firefox – 14 delle quali ad alta gravità – soltanto due si sono rivelate effettivamente sfruttabili per costruire un exploit. In altre parole: erano tutte difetti reali, ma solo due rappresentavano un rischio imminente e concreto.

L’idea che una maggiore efficienza porti automaticamente a più sicurezza, alla fine, si sta rivelando un’illusione. L’uso intensivo dell’AI sta dimostrando esattamente il contrario: senza la capacità di selezionare, comprendere e intervenire, rischia di generare semplicemente caos.

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Il 44% dei lavoratori italiani utilizza l’AI: opportunità e sfide per le Direzioni HR

12 Maggio 2026 ore 16:45
Il 44% dei lavoratori italiani utilizza l’AI: opportunità e sfide per le Direzioni HR
Il 44% dei lavoratori italiani utilizza l’intelligenza artificiale soprattutto come supporto operativo, ma solo il 9% delle aziende gestisce in modo strutturato il tempo risparmiato. Le Direzioni HR devono accelerare nell’adozione strategica dell’AI per guidare la trasformazione del lavoro.

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OpenAI presenta Realtime 2.0, Codex per Chrome e altre novità per sviluppatori

12 Maggio 2026 ore 13:29
ChatGPT5 - Foto FPAI
OpenAI lancia nuovi modelli vocali in tempo reale, un'estensione Codex per Chrome e aggiornamenti su GPT-5.5 e Agents SDK, potenziando lo sviluppo di applicazioni AI e workflow automatizzati.

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Cina, Stati Uniti e la sfida degli abissi

29 Aprile 2026 ore 11:00

Immagine in evidenza da Rawpixel

La guerra in Iran ci ha ricordato quanto il mare sia cruciale per il funzionamento dell’economia globale. Era già accaduto due anni fa con il blocco di Suez e, ancor prima, con l’incidente della Ever Given nello stesso canale. Eventi diversi, ma accomunati dalla capacità di farci toccare con mano l’importanza delle rotte marittime.

Esiste tuttavia un’altra logistica marittima fondamentale, che scorre non sulla superficie degli oceani ma sui fondali. È una logistica per natura invisibile, fatta di cavi per la trasmissione di dati e di tubature per il trasporto di energia, ma essenziale quanto le rotte della logistica di superficie.

La cosa più sorprendente è però quanto poco ancora si sappia del luogo in cui questa rete si dipana. I fondali oceanici restano infatti uno degli ambienti meno osservati e compresi del pianeta. Per dare un’idea di quanto sia scarsa questa conoscenza, basti dire che, ancora nel pieno del XXI secolo, non è raro che vengano individuate montagne sottomarine in aree che si ritenevano già mappate.

La ragione della “nube di ignoranza” che ricopre tutto ciò che si trova al di sotto di una certa profondità delle acque è in primo luogo tecnologica. I sistemi che utilizziamo per osservare la superficie terrestre si basano sulla luce, che però penetra nell’acqua solo per poche centinaia di metri. Al di sotto di questa soglia – e considerando che le profondità oceaniche possono superare i 10mila metri – è necessario ricorrere ad altri strumenti. Il principale di questi è il sonar, che utilizza onde sonore per ricostruire la forma del fondale. Un metodo efficace, ma lento, costoso, legato alla presenza fisica di navi o piattaforme di rilevamento. Questo vincolo si riflette nei dati disponibili: ancora oggi, una parte significativa dei fondali non è stata mappata con standard moderni. E anche laddove i dati esistono, sono spesso frammentari e soprattutto non integrati tra loro.

Arrivati a questo punto ci si potrebbe porre una domanda: è davvero così importante sapere cosa si trova a migliaia di chilometri sotto il mare? La risposta è: sì, è sempre più importante per svariate ragioni. I motivi sono in primo luogo economici.

Il fondale marino, come detto, è una piattaforma su cui poggiano infrastrutture critiche globali. I cavi sottomarini trasportano oltre il 95% del traffico internet intercontinentale; le pipeline collegano giacimenti offshore ai sistemi energetici nazionali; nuove reti elettriche iniziano a connettere parchi eolici marini alla terraferma. Tutte queste infrastrutture devono essere progettate, installate e mantenute in ambienti complessi, dove la morfologia del fondale, la composizione dei sedimenti e le correnti possono fare la differenza tra stabilità e vulnerabilità.

L’elemento strategico e militare

C’è però un secondo livello, meno evidente ma ancora più strategico. Conoscere un fondale significa infatti comprendere come si comporta il suono sott’acqua. E questo, a sua volta, è un elemento cruciale per la guerra sottomarina. I sottomarini – per definizione progettati per risultare invisibili – dipendono dalla capacità di sfruttare le caratteristiche dell’ambiente per nascondersi o per individuare altri mezzi. Temperatura, salinità, correnti e conformazione del terreno influenzano la propagazione delle onde sonore e quindi l’efficacia dei sistemi sonar.

In altre parole, conoscere come è fatto un fondale significa poter operare meglio al suo interno, sia per attaccare sia per difendersi. Una volta che si comprende questo fatto fondamentale, si capisce anche perché la mappatura degli abissi sia recentemente diventata un ennesimo campo di competizione tra le due principali potenze della nostra epoca: Cina e Stati Uniti.

Come raccontato lo scorso marzo da un ampio e ben documentato articolo della Reuters, la più attiva in questo ambito, negli ultimi anni, è stata la Cina. A partire dal 2020, Pechino ha avviato un’attività di mappatura e monitoraggio dei fondali su una scala difficilmente comparabile con quella di altri attori. Navi da ricerca, istituti universitari e agenzie statali operano in modo coordinato in diverse aree del globo: Pacifico occidentale, Oceano Indiano, fino ad arrivare alle rotte artiche.

Formalmente, queste operazioni sono giustificate da obiettivi scientifici ed economici: studio dei fondali, ricerca di risorse, analisi climatica. In pratica, tuttavia, le attività di ricerca hanno caratteristiche che suggeriscono un uso duale dei dati ottenuti. Le traiettorie seguite dalle navi impiegate nella ricerca – spesso caratterizzate da movimenti ripetitivi e sistematici – sono infatti tipiche delle operazioni di mappatura ad alta risoluzione, il tipo di dato utile alle industrie della difesa.

Il progetto più ambizioso in questo ambito è definito “Transparent Ocean”: una rete di sensori e piattaforme in grado di fornire una visione il più possibile completa delle condizioni del mare in aree selezionate. L’obiettivo dichiarato è scientifico, ma le applicazioni militari sono evidenti. Per la Cina, la conoscenza del dominio sottomarino risponde infatti a una duplice esigenza strategica. Da un lato, migliorare l’impiego dei propri sottomarini, sfruttando le caratteristiche dell’ambiente per aumentare furtività ed efficacia. Dall’altro, sviluppare strumenti per individuare e tracciare quelli altrui, in particolare nelle aree considerate più sensibili, come la famigerata “prima catena di isole” (la fascia di arcipelaghi tra Giappone, Taiwan e Filippine che delimita l’accesso della Cina al Pacifico).

In questo senso, la mappatura dei fondali non è un’attività accessoria, ma una parte integrante dell’infrastruttura informativa della difesa marittima. Più che accumulare dati, si tratta di costruire un vantaggio conoscitivo che possa essere utilizzato in caso di crisi o conflitto. La scala e la continuità di questo sforzo suggeriscono che Pechino consideri il dominio sottomarino non come uno spazio da esplorare, ma come uno spazio da integrare stabilmente nella propria architettura strategica.

Confusione americana

Sull’altro versante strategico e geografico del Pacifico troviamo gli Stati Uniti. Per decenni gli USA hanno beneficiato di un vantaggio significativo nella conoscenza degli oceani, costruito attraverso una combinazione di ricerca scientifica, capacità militari e infrastrutture tecnologiche. Questo vantaggio si è tradotto, tra le altre cose, in una superiorità nelle operazioni sottomarine che si è rivelata utile in diversi frangenti della Guerra Fredda.

Negli ultimi anni, tuttavia, questo quadro si è fatto più complesso. Da un lato, Washington ha lanciato iniziative ambiziose come la strategia NOMEC, con l’obiettivo di mappare le proprie acque entro il 2030-2040. Dall’altro, deve fare i conti con dati che mostrano come una parte rilevante (tra il 40 e il 50%) dei fondali statunitensi resti ancora poco conosciuta o mappata con tecnologie non aggiornate.

Il problema americano, a detta di un report del governo in merito, non è tanto la scarsità di dati o la capacità di generarli, quanto la loro frammentazione e la difficoltà di integrarli. Le informazioni “oceaniche” americane sono raccolte da attori diversi – agenzie civili, istituzioni scientifiche, marina militare – con finalità e standard differenti. Questo rende più difficile costruire un quadro unitario e aggiornato del dominio sottomarino nazionale.

Nuove minacce e nuove soluzioni

Le ragioni per cui sia Cina che USA hanno iniziato a essere così preoccupate dalla loro scarsa conoscenza dei fondali è che, di recente, è cresciuta tanto l’importanza dei fondali quanto il numero delle minacce che operano in questo ambiente. Proprio come accade nel cielo, in fondo al mare oggi non si muovono solo colossi tecnologici da miliardi di dollari – come i sottomarini – ma anche droni subacquei a basso costo: piccoli dispositivi in grado di interferire con il regolare funzionamento di cavi o pipeline, e attraverso i quali vengono condotte operazioni di guerra ibrida di difficile attribuzione, soprattutto in assenza di un monitoraggio aggiornato e capillare.

È per questo che, a detta degli esperti, serve un ulteriore balzo tecnologico, non tanto nella capacità di raccogliere dati, quanto in quella di interpretarli e integrarli. Ed è qui che entra in gioco l’intelligenza artificiale. Gli algoritmi di deep learning possono riconoscere pattern nei segnali sonar, distinguere tra anomalie naturali e oggetti artificiali, aggiornare mappe quasi in tempo reale integrando dati raccolti da fonti diverse. In prospettiva, possono anche contribuire a prevedere comportamenti: come si muovono le correnti, come cambia la propagazione del suono, dove è più probabile che un oggetto non identificato stia operando.

In altre parole, le AI possono accelerare il passaggio in corso da una logica di “mappatura” dei fondali a una logica di “monitoraggio continuo”. Si tratta di un cambiamento che ha implicazioni profonde. Per esempio significa che la superiorità nel dominio strategico sottomarino non dipenderà più solo dal numero di navi o dalla qualità dei sottomarini, ma dalla capacità di costruire e gestire reti informative complesse. Significa anche che il confine tra ambito civile e militare diventa ancora più sfumato: gli stessi dati utilizzati per studiare gli ecosistemi marini o per progettare infrastrutture energetiche possono essere impiegati per finalità di sorveglianza e difesa.

E soprattutto significa che il mare, da spazio opaco per definizione, diventa progressivamente più “trasparente”. Non nel senso di completamente visibile – obiettivo probabilmente impossibile da raggiungere – ma nel senso di sempre più leggibile per chi dispone di strumenti adeguati.

In questo senso, il parallelo più evidente per ciò che sta accadendo sotto il pelo dell’acqua non è con la geografia o la cartografia tradizionali, ma con altri domini in cui l’informazione è la vera posta in gioco: il cyberspazio, lo spazio orbitale, persino il campo elettromagnetico. Anche lì, la competizione si gioca non solo sulla capacità di identificare gli oggetti fisici, ma su quella di costruire rappresentazioni affidabili e aggiornate dell’ambiente in cui si trovano immersi. Perché in un ambiente dove tutto è difficile da vedere, quello che più conta è capire cosa si sta guardando.

L'articolo Cina, Stati Uniti e la sfida degli abissi proviene da Guerre di Rete.

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