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La Costituzione non affida la difesa della Patria alle sole armi

nell’ultimo numero di Sette (il settimanale di approfondimento del Corriere della Sera) Antonio Polito invita a leggere bene la Costituzione della Repubblica Italiana. È un buon consiglio: peccato che il suo editoriale ne offra una lettura piena di errori, con passaggi e sottolineature superficiali e fallaci già da tempo smentiti da eminenti giuristi (e dalle prese di posizione delle organizzazioni facendo parte del movimento per la Pace, in particolare la nostra Rete Italiana Pace e Disarmo). E, come spesso accade, senza alcun contraddittorio. Mi permetto dunque una replica, sperando possa trovare spazio.

Nel suo approccio, Polito sceglie di valorizzare la seconda parte dell’Articolo 11 della Costituzione, richiamando le «limitazioni di sovranità necessarie a un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni», per utilizzarlo come copertura di qualsiasi atto militare e di ogni tipo di presenza armata. È una lettura davvero superficiale e fuorviante. Perché quelle ipotetiche e previste limitazioni di sovranità di altri Stati (sempre e comunque da considerare un fallimento, perché limitano la libertà dei popoli) hanno certo bisogno anche della forza, ma non della violenza distruttrice della guerra. Che lo stesso Articolo 11 chiaramente ripudia poche righe sopra come strumento di offesa e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, dandoci quindi una prospettiva e una strada diversa per dirimere i conflitti e le tensioni politiche. Di più: tali limitazioni di sovranità vanno esercitate sempre di concerto fra tutti gli Stati, nell’ambito delle Nazioni Unite, e non si può quindi considerare quelle frasi come un “lasciapassare” utile ad per assecondare avventura belliche o militariste, e tantomeno per alimentare guerre in giro per il mondo. Mettere ONU, NATO e Unione Europea sullo stesso piano, come fa Polito, è già di per sé un salto logico che la Carta fondata della nostra Repubblica non prevede e autorizza.

Ma l’errore più marchiano, e più mistificatorio, riguarda l’Articolo 52. Polito si aggrappa all’aggettivo «sacro» e conclude che i militari che sfilano il 2 giugno «adempiono un dovere verso la Repubblica». Certo, ma non sono solo loro ad adempiere a quel dovere! Infatti Polito bellamente ignora (o non conosce, e non è un caso che lo faccia in assenza di confronto) ciò che quell’Articolo davvero dice: la difesa della Patria è di certo un sacro dovere del cittadino, ma in nessun punto si afferma che debba essere esercitata in forma militare e armata. Ciò che afferma Polito, credendo di prendere in fallo le organizzazioni per la Pace e il Disarmo, è invece esattamente il contrario di quanto la Corte costituzionale ha stabilito da quasi sessant’anni. Già con la sentenza n. 53 del 1967 infatti venne riconosciuto al concetto di difesa della Patria un significato più ampio della sola articolazione militare. E successivamente, con la storica sentenza n. 164 del 1985 (quella che la nostra campagna «Un’altra difesa è possibile» richiama come fondamento) la stessa Corte ha sancito la pari dignità tra servizio civile e servizio militare, affermando che il dovere di difendere la Patria può essere adempiuto anche attraverso «adeguati comportamenti di impegno sociale non armato», e che il Servizio sostitutivo Civile non costituisce affatto una deroga a quel dovere. Un punto chiaro e cruciale poi ribadito con le sentenze n. 228 del 2004 e n. 119 del 2015, con quest’ultima che ha esteso la difesa non armata della patria perfino agli stranieri regolarmente soggiornanti.

Da quelle pronunce, che sono state rese possibili dalle lotte nonviolente degli obiettori di coscienza, ha come già segnalato avuto origine il Servizio Civile alternativo a quello militare, riconosciuto come difesa della Patria a tutti gli effetti, il cui lascito è oggi quello del Servizio Civile universale. Non è dunque vero che l’Articolo 52 mette al centro le Forze Armate, che pure restano solo una parte di quanto previsto dai padri e dalle madri costituenti. Le stesse Forze Armate che non possono nemmeno essere considerate il fulcro delle celebrazioni della Repubblica che si svolgono il 2 giugno, esistendo già altre ricorrenze dedicate sia a loro nel complesso sia alle singole armi. 

Quanto ai droni ucraini evocati da Polito come prova che la Carta «prevede il caso di dover usare le armi», sono solo un provocatorio e infondato rovesciamento di quello che i Costituenti vollero scongiurare: usare la guerra altrui per normalizzare la guerra come strumento. 

Il problema vero, che Polito ignora e che i media non raccontano, è che oggi non esiste un luogo istituzionale dove assolvere in forma non armata al dovere costituzionale di difesa della patria. È ciò che chiediamo con la già citata campagna «Un’altra difesa è possibile» (promossa da Conferenza Nazionale Enti di Servizio Civile, Rete Italiana Pace e Disarmo e Sbilanciamoci!) che ha messo sul tavolo una proposta di legge di iniziativa popolare per un Dipartimento della Difesa Civile, non armata e nonviolenta. Perché la Patria si difende anche così: con i Corpi civili di pace, in sinergia con le strutture dello Stato che proteggono la vita delle persone… non costruendo armi né immaginando di rispondere con la forza a un fantomatico attacco esterno, ma proteggendo ogni giorno la vita, la dignità e i diritti di tutti. È la prospettiva di Pace positiva che i costituenti ci hanno lasciato in eredità, quando hanno deciso di ripudiare la guerra dopo le distruzioni del secondo conflitto mondiale. 

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E qui cade l’argomento più polemico e fallace di Polito, secondo cui l’alternativa alle Forze Armate e al non uso delle armi sarebbe restare imbelli a subire. È falso. Le organizzazioni della società civile e le proposte di Corpi civili di pace che avanziamo vogliono proprio entrare nei conflitti e in azione di protezione delle persone (come già facciamo in tanti luoghi di guerra). Ma in maniera trasformativa e di protezione vera, non distruttiva di altre vite. Non è inerzia: è un’altra forma di intervento, attiva e coraggiosa, che protegge senza uccidere. Non pè colpa nostra se qualcuno ha ancora un approccio retrogrado, incapace addirittura di immaginarla…

Sconcerta che Sette e il Corriere della Sera ospitino una posizione tanto rozza e disinformata addirittura su fatti e sentenze vecchie di decenni. Sarebbe opportuno dare spazio anche alle prospettive di Pace e nonviolenza, che sono letture fedeli di ciò che la Costituzione dice, come conferma la stessa giurisprudenza costituzionale. Leggiamola bene davvero, la Carta: scopriremo che la difesa della Patria non coincide affatto con le sole armi e che gli unici ad “avere paura” sono coloro che ancora non accettano di dare spazio concreto alle alternative di intervento nonviolento nei conflitti (perché ciò metterebbe in dubbio quella strumentale giustificazione del riarmo come “unica opzione possibile e naturale” che tanto avvantaggia gli interessi del complesso militare-industriale-finanziario. E che, lo dimostrano gli ultimi decenni di aumento di guerre parallelo ad aumento delle spese militari, non sono in grado di garantirci nemmeno la sicurezza, figuriamoci la Pace…

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Il patto segreto nel Golfo: gli Emirati pagano miliardi all'Iran per salvare il Paese dai bombardamenti

 

Un clamoroso retroscena diplomatico e finanziario sta ridisegnando i rapporti di forza nel Golfo Persico. Gli Emirati Arabi Uniti hanno versato miliardi di dollari all'Iran per mettere in sicurezza il proprio territorio e scongiurare potenziali attacchi nemici. La rivelazione, diffusa dall'agenzia Reuters, evidenzia una radicale inversione di marcia per Abu Dhabi, che fino a poco tempo fa aveva mantenuto la linea più intransigente contro Teheran, spingendo persino la Casa Bianca a prolungare le operazioni militari contro la Repubblica Islamica.

Secondo fonti regionali, le finanze emiratine hanno già erogato 3 miliardi di dollari nelle casse di Teheran, ma la cifra complessiva dell'accordo potrebbe salire a 10 miliardi, con alcune proiezioni che ipotizzano un tetto finale di ben 20 miliardi di dollari.

Questo scenario certifica non solo il pragmatico cambio di rotta degli Emirati, ma anche la posizione di forza con cui l'Iran sta uscendo dalla recente crisi bellica.

Dalla linea dura ai canali segreti: il dietrofront di Abu Dhabi

Durante le fasi calde del conflitto, gli Emirati Arabi Uniti si erano schierati attivamente al fianco di Stati Uniti e Israele, partecipando a decine di raid aerei contro obiettivi iraniani. Non solo: Abu Dhabi aveva tentato di ostacolare la mediazione del Pakistan per la fine delle ostilità, arrivando a esigere da Islamabad l'immediato saldo dei debiti contratti come ritorsione per aver ospitato i colloqui di pace (costringendo l'Arabia Saudita a intervenire con un prestito d'emergenza a favore del governo pakistano).

In parallelo, il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu si era recato in visita ufficiale negli Emirati in pieno periodo di guerra. Un viaggio culminato, come rivelato da Middle East Eye (MEE), nella creazione di un fondo d'investimento congiunto per lo sviluppo e l'acquisto di armamenti avanzati.

Tuttavia, la diplomazia sotterranea ha rapidamente cambiato binario:

  • Incontri ad alto livello: La scorsa settimana, lo sceicco Tahnoun bin Zayed al-Nahyan (consigliere per la sicurezza nazionale emiratino e vice governatore di Abu Dhabi) ha ospitato nella sua residenza privata una delegazione dei Pasdaran (il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche), nonostante questi ufficiali siano colpiti da severe sanzioni statunitensi.

  • Missioni diplomatiche: Secondo Bloomberg, delegati emiratini hanno avviato colloqui diretti a Teheran nel corso della settimana per disinnescare la tensione ed evitare il coinvolgimento del Paese in una nuova ondata di raid.

La strategia della sicurezza: perché Abu Dhabi ha pagato

Mentre Stati minori o economicamente più fragili della regione – come Bahrein, Kuwait e Giordania – sono stati pesantemente colpiti dalle rappresaglie iraniane in risposta alle offensive americane, gli Emirati Arabi Uniti sono riusciti a rimanere indenni negli ultimi giorni, preservando la propria stabilità economica e un fragile cessate il fuoco.

"Il governo emiratino ha cercato una garanzia assoluta per blindare i propri confini e i propri asset strategici dalle piogge di missili" ha confermato una fonte diplomatica a MEE.

Non è ancora del tutto chiaro se i miliardi finora versati provengano dai fondi sovrani di Abu Dhabi o dallo sblocco di asset finanziari iraniani che gli Emirati avevano minacciato di congelare all'inizio della guerra (senza mai dare seguito pubblico all'ultimatum).

L'interdipendenza economica e il fattore Washington

Gli Emirati Arabi Uniti rappresentano da decenni il polmone finanziario e commerciale della Repubblica Islamica, un legame economico che ha sempre superato le storiche rivalità geopolitiche, alimentato anche dai massicci investimenti iraniani nel settore immobiliare di Dubai e Abu Dhabi.

Esfandyar Batmanghelidj, CEO della Fondazione Borsa e Bazar, ha commentato su X la valenza strategica di questa mossa:

"Bisogna ricordare che gli Emirati sono il partner commerciale più importante dell'Iran. 'Sbloccando' o trasferendo questi fondi, Abu Dhabi si assicura implicitamente che una fetta importante di quel denaro tornerà a essere spesa all'interno dell'economia emiratina, accelerando l'interdipendenza commerciale bilaterale."

L'accordo di fatto permette all'Iran di incassare i proventi richiesti per interrompere le ostilità, consentendo contemporaneamente all'amministrazione Trump di sostenere pubblicamente di non aver sborsato un solo dollaro dei contribuenti americani per il cessate il fuoco. Un ex funzionario dell'intelligence statunitense ha inoltre sottolineato a MEE come, data la pervasiva rete di monitoraggio americana nel Golfo, sia di fatto impossibile che Washington fosse all'oscuro dei summit segreti nella foresteria dello sceicco Tahnoun.

Lo scacchiere regionale verso la tregua

Questo travaso di liquidità si inserisce in un quadro temporale cruciale: Stati Uniti e Iran sono infatti in procinto di siglare un memorandum d'intesa di 60 giorni per avviare i negoziati ufficiali sulla gestione dello Stretto di Hormuz e sul programma nucleare.

Il pragmatismo emiratino non è isolato. Nei giorni scorsi, indiscrezioni del Washington Post avevano segnalato la temporanea chiusura della raffineria di Ras Laffan in Qatar, interpretata come un compromesso con Teheran per evitare attacchi alle infrastrutture energetiche (sebbene Doha abbia formalmente smentito ogni coordinamento diretto con il governo iraniano).

Sabotarono fabbrica dei droni usati da Israele a Gaza: stangata da oltre 20 anni di carcere per quattro attivisti nel Regno Unito

 

Il 12 giugno , quattro attivisti antigenocidi di Palestine Action sono stati condannati a pene detentive complessive di oltre 20 anni per aver sabotato un impianto israeliano per droni nel Regno Unito nel 2024.

Il giudice Jeremy Johnson ha affermato che un "fattore aggravante" nella sua decisione di incarcerare gli attivisti è stato il loro "legame con il terrorismo".

Nell'agosto del 2024, i quattro attivisti hanno fatto irruzione nel centro di ricerca e sviluppo di Elbit Systems a Filton, vicino a Bristol, causando danni per oltre 1 milione di sterline (1.342.000 dollari) nel tentativo di chiuderlo.

La struttura svolge attività di ricerca e sviluppo per droni quadricotteri tattici multirotore prodotti per le forze armate britanniche e la NATO. Elbit produce gli stessi droni in Israele per l'impiego a Gaza. 

Le truppe israeliane spesso utilizzano i droni per uccidere uomini, donne e bambini palestinesi con colpi diretti alla testa e al petto.

Elbit produce anche i droni Hermes per Israele, utilizzati per la sorveglianza e per condurre attacchi aerei contro i civili a Gaza e in Libano.

Durante l'irruzione nella struttura di Filton, gli attivisti hanno utilizzato un furgone penitenziario riadattato come ariete per sfondare i cancelli di sicurezza dell'edificio. 

Utilizzando mazze e piedi di porco, hanno distrutto spazi interni, computer e componenti di droni militari. Durante lo scontro, gli attivisti si sono scontrati con il personale di sicurezza del sito e con la polizia intervenuta per sedare l'irruzione.

Il giudice ha condannato Samuel Corner, 23 anni, a un totale di sette anni e otto mesi di reclusione per i due reati, affermando che si è reso protagonista di un comportamento "estremo e gratuito" colpendo un agente di polizia con una mazza.

Leona Kamio, 30 anni, e Charlotte Head, 30 anni, sono state condannate a cinque anni di reclusione, mentre Fatema Zainab Rajwani, 21 anni, è stata condannata a quattro anni e otto mesi. Dopo il rilascio, tutte e tre trascorreranno un altro anno in libertà vigilata.

La sentenza di venerdì è arrivata un mese dopo che tutti e quattro erano stati condannati per danneggiamento doloso presso la Woolwich Crown Court. Il gruppo era stato precedentemente assolto dall'accusa di furto con scasso aggravato.

Gli attivisti erano spinti dal genocidio in corso da parte di Israele contro i palestinesi a Gaza, che andava avanti da 10 mesi prima del loro raid e che ha causato almeno 72.600 morti palestinesi, secondo quanto riportato dal Ministero della Salute di Gaza.

Alcune stime indipendenti del numero delle vittime sono di gran lunga superiori.

In seguito, Palestine Action è stata messa al bando in base alla legge antiterrorismo del Regno Unito. Tuttavia, l'Alta Corte di Londra ha dichiarato illegittima la decisione. Il gruppo rimane fuorilegge in attesa dell'appello del governo, previsto per lunedì.

L'affermazione del giudice riguardo a un "collegamento terroristico" tra gli attivisti ha suscitato condanna e derisione da parte di gruppi per i diritti umani e sostenitori di alto profilo.

Un gruppo di 100 personalità pubbliche, tra cui la scrittrice Sally Rooney, l'attivista Greta Thunberg e l'attore Steve Coogan, ha firmato una lettera aperta a sostegno degli attivisti contro il genocidio.

"I danni dolosi non sono mai stati trattati come atti di terrorismo all'interno del sistema giudiziario del Regno Unito, ed è pericoloso considerarli la stessa cosa", ha affermato Kerry Moscogiuri, amministratore delegato di Amnesty International UK.

"È del tutto sproporzionato punire i manifestanti per danni arrecati a terzi come se fossero terroristi, una condanna che li segnerà per il resto della loro vita."

Mentre era in corso la lettura della sentenza, la polizia ha arrestato oltre 100 persone che si erano radunate all'esterno nell'ambito di una più ampia manifestazione a sostegno di Palestine Action e dei quattro attivisti incarcerati.

Accordo USA-Iran dopo 100 Giorni di Guerra. Cosa Sappiamo?

 

L’Iran e gli Stati Uniti hanno siglato un'intesa cruciale per la sottoscrizione di un memorandum d’intesa, ponendo fine a un conflitto devastante che si protraeva da oltre cento giorni. Secondo le prime dichiarazioni rilasciate da Teheran, l'accordo estende i suoi effetti anche al Libano, teatro dal 2 marzo scorso di una violenta campagna di bombardamenti da parte delle forze israeliane.

Il compromesso, frutto della mediazione diplomatica condotta da Pakistan e Qatar, riceverà il sigillo dell'ufficialità venerdì prossimo a Ginevra, in Svizzera.

L’impatto sui mercati e sulla sicurezza globale è immediato. Il presidente statunitense Donald Trump ha annunciato la riapertura a tutti i mercantili dello Stretto di Hormuz – nevralgico snodo energetico finora di fatto bloccato dall'Iran – a partire da venerdì. Parallelamente, Teheran ha comunicato l'immediata revoca dell'assedio navale statunitense sui propri scali portuali. Le ostilità erano divampate il 28 febbraio scorso a seguito di raid condotti da Stati Uniti e Israele contro il territorio iraniano, nel pieno delle trattative sul dossier nucleare, innescando una severa crisi energetica su scala mondiale.

Di seguito, la mappatura completa dell'intesa e le reazioni dei principali attori geopolitici.

Le dichiarazioni ufficiali di Washington e Teheran

Il segretariato del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano ha confermato la cessazione immediata delle attività belliche su ogni teatro operativo:

"In virtù delle intese raggiunte, i combattimenti e le manovre militari su tutti i fronti, Libano incluso, si fermano in modo definitivo e immediato a partire da questa notte. Contestualmente, decade il blocco navale ai danni dell'Iran."

La nota precisa che la firma formale del Memorandum d'intesa (MOU) avverrà venerdì 19 giugno, specificando che "i negoziati per un trattato definitivo saranno congelati fino a quando la controparte non avrà adempiuto pienamente agli obblighi preliminari".

Sul fronte americano, il presidente Donald Trump ha affidato a un post sulla propria piattaforma Truth Social il suo commento trionfale, focalizzandosi sulla distensione economica:

“L’accordo con la Repubblica Islamica dell’Iran è concluso. Congratulazioni a tutti! Autorizzo la libera navigazione e l’apertura dello Stretto di Hormuz e, simultaneamente, la rimozione del blocco navale statunitense. Navi di tutto il mondo, accendete i motori. Che il petrolio scorra!”

A fargli eco, il vicepresidente JD Vance ha parlato ai microfoni di Fox News descrivendo l'inizio di una "nuova era" per la regione, ascrivendo il successo alla strategia diplomatica di Trump con le monarchie del Golfo. Vance ha comunque ribadito la linea rossa di Washington: "Possiamo affermare con assoluta certezza che l'Iran non disporrà mai di un arsenale nucleare".

A Teheran, il viceministro degli Esteri per gli affari legali e internazionali, Kazem Gharibabadi, ha spiegato all'agenzia Tasnim che la transizione verso l'accordo definitivo richiederà un percorso di 60 giorni. Questo lasso di tempo servirà all'Iran per verificare il reale adempimento degli impegni statunitensi: lo stop alle ostilità, lo sblocco dei beni finanziari iraniani congelati e la fine delle restrizioni marittime.

La genesi diplomatica: chi ha sbloccato lo stallo?

Il primo annuncio ufficiale della distensione è giunto domenica tramite la piattaforma X da parte del premier pakistano Shehbaz Sharif, il quale ha coordinato i colloqui indiretti tra le diplomazie di Washington e Teheran. Sharif ha confermato la formula del "cessate il fuoco definitivo su tutti i fronti", Libano compreso.

Anche il ministero degli Affari Esteri del Qatar ha espresso profonda soddisfazione, definendo lo sblocco dello Stretto di Hormuz un pilastro fondamentale per la stabilità e la ripresa economica globale. Il primo ministro qatariota, lo sceicco Mohammed bin Abdulrahman bin Jassim Al Thani, ha espresso gratitudine a Islamabad e ai partner regionali. Tra questi, il premier pakistano ha rivolto un ringraziamento speciale ai leader di Arabia Saudita e Turchia per il loro rilevante contributo strategico dietro le quinte.

Nel frattempo, un segnale simbolico è arrivato dall'ambasciata iraniana in Turchia, che ha pubblicato su X la foto della bandiera nazionale issata su un promontorio dello Stretto di Hormuz, accompagnata dalla didascalia: "Benvenuti nella nuova era del Medio Oriente".

I dettagli dell'intesa: cosa prevede la bozza

Secondo i dettagli trapelati tramite l'agenzia di stampa iraniana Mehr, il testo preliminare si articola in 14 punti chiave. Le clausole principali includono:

  • Cessazione immediata e permanente dei combattimenti (inclusi i fronti libanesi).

  • Revoca totale del blocco navale entro un termine massimo di 30 giorni.

  • Ritiro progressivo delle forze militari statunitensi dislocate nelle aree limitrofe ai confini iraniani.

  • Sospensione delle sanzioni sull'esportazione di greggio iraniano.

  • Sblocco di 24 miliardi di dollari di asset finanziari iraniani congelati all'estero (metà dei quali dovrà essere svincolata come prerequisito prima dell'avvio dei tavoli tecnici).

  • Finestra di 60 giorni per negoziare i dettagli definitivi sul dossier nucleare.

Fonti diplomatiche sottolineano inoltre un cruciale compromesso politico: i capitoli relativi al programma missilistico di Teheran e al supporto iraniano ai network di resistenza regionali sono stati completamente espunti dall'agenda dei negoziati per facilitare il consenso. Al momento, i network internazionali (tra cui Al Jazeera) specificano di non aver ancora verificato in modo indipendente l'interezza dei 14 punti diffusi dai media iraniani.

Cosa succederà adesso?

La macchina diplomatica è già operativa. Nel corso di questa settimana sono calendarizzati diversi tavoli tecnici bilaterali per definire i dettagli applicativi del memorandum. La data chiave da monitorare è venerdì 19 giugno, quando le delegazioni ufficiali si riuniranno a Ginevra per la formale cerimonia di firma, dando ufficialmente il via ai 60 giorni di verifica e transizione verso la pace definitiva.

È ora che il G7 si svegli dalla sua «illusione di leadership» | Editoriale del Global Times

 

 

Editoriale del Global Times - 15 giugno 2026*

 

Il vertice del Gruppo dei Sette (G7) si terrà dal 15 al 17 giugno a Évian-les-Bains, ai piedi delle Alpi francesi, nota anche come la città di Évian. Ancor prima della sua apertura, il vertice ha già suscitato una valanga di polemiche e critiche, rivelando profonde divisioni e un innegabile declino all’interno del blocco occidentale. Anche tra i cittadini dei paesi del G7, il G7 viene spesso descritto come un club di nazioni ricche “ipocrita”, ‘egoista’ e “distaccato dal mondo”. Sullo sfondo di profondi cambiamenti nel panorama globale e della tendenza accelerata verso la multipolarità, il G7 ha sempre più messo in luce i suoi problemi cronici di posizionamento errato, distorsione cognitiva ed erosione funzionale.

I paesi del G7 stanno affrontando una crescita economica stagnante, livelli di debito in aumento, una competitività industriale in calo, una frammentazione sociale sempre più profonda e pressioni crescenti dovute all’invecchiamento della popolazione. Curare la “malattia del G7” richiederebbe un rimedio potente. Tuttavia, persistono attriti tra i suoi Stati membri, con la fiducia nei confronti degli Stati Uniti tra i paesi europei che scende a un minimo storico. Di conseguenza, gli stessi membri del G7 faticano a raggiungere un consenso condiviso, figuriamoci a prescrivere rimedi adeguati.

Si prevede che il vertice di quest’anno non solo fallirà, per il secondo anno consecutivo, nel rilasciare un comunicato congiunto, ma diventerà anche uno dei vertici con il “minimo comune denominatore” della sua storia.

In un momento in cui sia la loro forza che la loro coesione sono in declino, il G7 non solo non riflette sulle proprie carenze, ma cerca invece di prescrivere rimedi agli altri. Secondo quanto riportato dai media europei, il vertice ha già informalmente stabilito di “dare la colpa alla Cina” come minimo comune denominatore, inserendo al contempo nell’agenda questioni quali i cosiddetti squilibri commerciali, la ‘sovraccapacità’, le alleanze sui minerali critici e la “riduzione dei rischi”.

Senza dubbio, affrontare le sfide che il mondo si trova ad affrontare oggi – che si tratti della ristrutturazione delle catene industriali, della sicurezza energetica o della stabilità finanziaria globale e della governance climatica – non può avvenire senza la partecipazione della Cina e degli altri paesi del Sud del mondo. Pertanto, la piattaforma di discussione non dovrebbe essere una ristretta cerchia dominata da una manciata di paesi sviluppati, ma piuttosto un meccanismo di cooperazione multilaterale più equo e rappresentativo.

Dall’inizio di questo secolo, il panorama globale ha subito cambiamenti storici irreversibili. La Cina è rimasta la seconda economia mondiale ed è da tempo un motore della crescita economica globale. Potenze emergenti come India, Brasile e Indonesia sono cresciute rapidamente, e l’ascesa collettiva delle economie emergenti rappresentate dai paesi BRICS ha fondamentalmente infranto il vecchio ordine del dominio occidentale sul mondo.

Oggi, i paesi del Sud del mondo, con le loro vaste popolazioni, i mercati in espansione e il forte potenziale di sviluppo, sono diventati una forza portante nella promozione della crescita globale. In questo contesto, un gruppo che rappresenta meno del 10% della popolazione mondiale e la cui quota del PIL globale continua a diminuire cerca ancora di posizionarsi come “leader mondiale”, tentando persino di presentare i propri interessi come “regole internazionali”. Questo è ovviamente difficile da adattare alle esigenze attuali.

Da un lato, il G7 ha una “illusione di leadership”; dall'altro, il gruppo sta affrontando un senso di ansia e impotenza sempre più profondo. Sotto la doppia pressione di entrambi, il G7 ha scelto di scaricare la colpa sulla Cina per sviare le tensioni interne, sottrarsi alle proprie responsabilità e radunare gli alleati in cricche esclusive.

Ogni membro nutre la propria agenda: alcuni cercano di monopolizzare il discorso sugli affari internazionali, mentre altri mirano a trarre vantaggi geopolitici in acque agitate.

In realtà, molti dei problemi del G7 derivano dalla sua percezione errata della Cina e dalle sue politiche nei suoi confronti. È come essere malati e prescrivere medicine agli altri: il risultato è prevedibile. Le sfide globali che il mondo deve affrontare oggi hanno da tempo superato la capacità di qualsiasi singolo blocco o “meccanismo a cerchio ristretto”. La Cina ha già offerto la sua ricetta per affrontare le carenze in materia di pace, sviluppo, sicurezza e governance: promuovere un mondo multipolare equo e ordinato e una globalizzazione economica inclusiva e universalmente vantaggiosa.

Speriamo che il G7 possa risvegliarsi dalla sua “illusione di leadership” – abbracciando una maggiore apertura e inclusività invece dell’isolamento autoimposto; perseguendo una cooperazione più vantaggiosa per tutti piuttosto che una rivalità a somma zero; e rafforzando la collaborazione multilaterale invece di ricorrere al dominio unilaterale – in modo da svolgere un ruolo costruttivo nella salvaguardia della pace e nella promozione dello sviluppo. Detto questo, siamo anche consapevoli che svegliare qualcuno che finge di dormire non è un compito facile.

 

* Fonte originale: https://www.globaltimes.cn/page/202606/1363540.shtml

(traduzione de l'AntiDiplomatico)

Lo “spirito di Shanghai” continua a risuonare dopo 25 anni

 

Il 15 giugno 2001, i leader di Cina, Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan si sono riuniti a Shanghai per annunciare la fondazione di una nuova organizzazione regionale nell'area eurasiatica. Lo scrive oggi ZHAO JIA sul China Daily.

Un quarto di secolo dopo, l'Organizzazione di Cooperazione di Shanghai — l'unica organizzazione internazionale che prende il nome da una città cinese — è cresciuta ben oltre il suo iniziale focus sulla sicurezza, diventando la più grande organizzazione regionale del mondo. Oggi, la SCO conta 10 Stati membri, due Stati osservatori e 15 partner di dialogo, riunendo paesi che rappresentano quasi la metà della popolazione mondiale e circa un quarto dell’economia globale.

Descrivendo la SCO come una “grande famiglia”, il presidente Xi Jinping ha sempre attribuito grande importanza allo sviluppo dell’organizzazione. Ha partecipato a ogni vertice della SCO da quando è entrato in carica, condividendo visioni, proponendo iniziative chiave e promuovendo sforzi congiunti per portare avanti lo Spirito di Shanghai. «Una causa giusta trova grande sostegno, e un viaggio con molti compagni arriva lontano», ha detto Xi, citando un antico proverbio cinese, al vertice della SCO del 2023, sottolineando che lo sviluppo dell’organizzazione è in linea con la tendenza dei tempi e va nella direzione del progresso umano.

Lo Spirito di Shanghai, prosegue il China Daily, caratterizzato da fiducia reciproca, vantaggio reciproco, uguaglianza, consultazione, rispetto per le diverse civiltà e ricerca dello sviluppo comune, è rimasto al centro delle osservazioni di Xi sulla SCO.

“Lo Spirito di Shanghai, superando concetti obsoleti come lo scontro di civiltà, la Guerra Fredda e la mentalità a somma zero, ha aperto una nuova pagina nella storia delle relazioni internazionali e ha ottenuto un crescente sostegno da parte della comunità internazionale”, ha affermato Xi.

Yermek Kosherbayev, ministro degli Esteri del Kazakistan, ha affermato in un articolo firmato in occasione del 25° anniversario della SCO che “la risorsa più grande dell'organizzazione rimane il suo approccio costruttivo e pragmatico alla cooperazione, fondato sui principi universali di uguaglianza e reciproco vantaggio, senza il predominio di alcuna ideologia”.

Questo approccio, noto come Spirito di Shanghai, ha dimostrato la resilienza, l'efficacia e il valore duraturo dei meccanismi multilaterali sviluppati nell'ambito della SCO, ha affermato.

Yang Jin, ricercatore associato presso l’Accademia cinese delle scienze sociali, ha affermato che lo Spirito di Shanghai non è uno slogan astratto, ma un insieme di principi collaudati nella pratica della SCO. In un momento in cui persistono l’unilateralismo e il pensiero egemonico, la fiducia politica tra i paesi della SCO ha fornito una base importante per la cooperazione a lungo termine dell’organizzazione, ha affermato.

L’SCO è stata inizialmente istituita per affrontare sfide comuni in materia di sicurezza. Nel corso del tempo, è rimasta salda nel suo impegno a promuovere un ambiente pacifico e stabile che sostenga lo sviluppo di tutti i suoi Stati membri.

Xi ha sempre sottolineato la necessità di rafforzare il collegamento tra la cooperazione di alta qualità nell’ambito della Belt and Road e le strategie di sviluppo dei paesi dell’SCO e le iniziative di cooperazione regionale, nonché gli sforzi per facilitare il commercio e gli investimenti e mantenere stabili e fluide le catene industriali e di approvvigionamento.

Tale cooperazione ha prodotto risultati tangibili. I dati ufficiali hanno mostrato che la Cina ha raggiunto, in anticipo rispetto al previsto, l’obiettivo di portare il proprio commercio cumulativo con gli altri paesi della SCO a oltre 2,3 trilioni di dollari, mentre sono stati messi in funzione quasi 14.000 chilometri di rotte di trasporto terrestre internazionali tra gli Stati membri.

Al di là della cooperazione regionale, il ruolo della SCO si è esteso anche alla governance globale.

In occasione della riunione “SCO Plus” tenutasi a Tianjin lo scorso anno, Xi ha affermato che la SCO, guidata dallo Spirito di Shanghai, è diventata sempre più un catalizzatore per lo sviluppo e la riforma del sistema di governance globale.

Durante la riunione ha presentato l’Iniziativa sulla governance globale, invitando l’organizzazione a dare l’esempio nella sua attuazione, a contribuire con la forza della SCO alla pace e alla stabilità mondiali e a dimostrare la responsabilità della SCO nel promuovere l’apertura e la cooperazione globali.

La crescente influenza dell'organizzazione ha attirato l'attenzione anche al di fuori della regione. Un rapporto pubblicato a marzo dall'ISEAS-Yusof Ishak Institute di Singapore ha affermato che il vertice di Tianjin ha segnato un rafforzamento delle relazioni tra il Sud-Est asiatico e la SCO, con alcuni paesi della regione che considerano l'organizzazione come una rete economica utile in un contesto di turbolenze geopolitiche.

Il segretario generale della SCO Nurlan Yermekbayev è stato citato dai media kazaki mentre affermava che altri 20 paesi hanno espresso interesse a cooperare con l'organizzazione, un altro segno del suo crescente appeal.

Wang Wen, decano del Chongyang Institute for Financial Studies presso l'Università Renmin della Cina, ha affermato che il ruolo della Cina nella SCO riflette il suo approccio più ampio alla governance globale: sostenere la riforma del sistema internazionale attraverso il dialogo e aiutare la SCO a fungere da piattaforma basata sul consenso che dia ai paesi, specialmente a quelli di piccole e medie dimensioni, più spazio per la cooperazione senza costringerli a schierarsi.

FONTE: https://www.chinadaily.com.cn/a/202606/15/WS6a2f319ba310986e2b45fd81.html

"Pride in genocide": no al Pinkwashing di Israele

 

di Tawfiq Al-Ghussein e Rania Hammad

 

Da decenni Israele vende al mondo un’immagine di sé che è falsa. Lo Stato che occupa, espropria e oggi stermina un popolo si è presentato come un avamposto di civiltà: liberale, tollerante, moderno. Non è un’operazione recente: nasce con lo Stato stesso. Fin dalla sua fondazione in Palestina, come progetto di colonialismo di insediamento di stampo occidentale, la narrazione dominante è stata quella di pionieri che costruivano un paese nel deserto e lo rendevano un giardino, mentre la Palestina era già una nazione prospera e sviluppata sul piano politico, economico e culturale. La storia reale è stata soppressa, nascosta e poi riscritta per fabbricare una narrazione falsa.

L’affermazione secondo cui i coloni sionisti avrebbero “fatto fiorire il deserto” è uno dei cliché israeliani più riconoscibili, forse secondo solo allo slogan “una terra senza popolo per un popolo senza terra”. Secondo questo mito, la Palestina era una distesa desolata e trascurata, redenta solo dall’ingegno dei coloni. È un topos coloniale e orientalista: le terre non europee dipinte come vuote e abbandonate, che solo i “civilizzatori” bianchi sarebbero capaci di trasformare in un paradiso fertile. Lo stesso stereotipo ha alimentato per secoli il colonialismo europeo, legittimando la “scoperta” di terre presunte vuote e la violenza contro i popoli indigeni e le loro terre. Eppure basta uno sguardo alla geografia per smentirlo: gran parte della Palestina faceva parte di quella che è conosciuta come la Mezzaluna Fertile.

Il pinkwashing è l’ultima versione di questa stessa operazione. Tra le strategie più utili a Israele negli ultimi decenni vi è stata quella di spacciarsi per un paese moderno e simil-occidentale, e i diritti gay sono diventati lo strumento per farlo: Israele come unico rifugio dei diritti LGBTQ+ e della società aperta in Medio Oriente. Quell’immagine non è mai stata innocente, neutrale o oggettiva. Né vera. È sempre stata un’arma, costruita sui più vecchi stereotipi orientalisti, che dipinge gli israeliani come occidentali illuminati e gli arabi e i musulmani come arretrati, violenti e irrimediabilmente intolleranti. Ha alimentato l’islamofobia per disegno politico e fabbricato uno scontro di civiltà che non è mai esistito, cosicché ogni critica ai crimini israeliani potesse essere ribaltata in un attacco alla civiltà stessa, e ogni gesto di solidarietà con i palestinesi in un tradimento del progresso. È questa la trappola in cui la questione del Pride e della Palestina è stata deliberatamente collocata: una contraddizione fabbricata, in cui si dovrebbe scegliere tra i diritti LGBTQ+ e un popolo sotto occupazione. Le organizzazioni queer palestinesi rifiutano da anni questa impostazione, sostenendo che la scelta sia falsa dalle fondamenta: la liberazione queer e quella palestinese sono inseparabili, procedono mano nella mano. Un paese non può mostrarsi faro di progresso mentre viola i diritti di un popolo che esso stesso occupa, opprime e massacra.

Due organizzazioni palestinesi, Aswat e Al-Qaws, sono state centrali nello sviluppo e nell’avanzamento della comprensione della politica del pinkwashing: una critica ben concepita e strutturata, elaborata sia a livello locale che globale, nelle strade come nei forum internazionali, fino a diventare un linguaggio adottato dalle realtà queer di tutto il mondo. Questa critica non è nata all’esterno della politica queer ma al suo interno, da attivisti e attiviste che hanno rifiutato la scelta artificiale tra la propria identità e il proprio popolo. Ed è una critica che, occorre dirlo con chiarezza, non ha nulla a che vedere con i diritti LGBTQ+ in quanto tali. Ciò che le organizzazioni queer palestinesi denunciano quando parlano di pinkwashing non è l’esistenza di quei diritti, né il loro valore, ma il modo in cui vengono strumentalizzati: branditi da Israele per apparire ciò che non è, una società libera, aperta e civile, e per occultare la realtà di un popolo a cui ogni diritto viene negato. La contraddizione è proprio questa: uno Stato che si proclama paladino dei diritti di alcuni mentre occupa, opprime e massacra un intero popolo. La critica non è dunque affatto rivolta contro i diritti LGBTQ+, ma contro l’uso dei diritti LGBTQ+ come alibi politico per la violenza di Stato: contro l’uso di alcuni diritti come bandiera per coprire la negazione di tutti i diritti di un altro popolo.

Come spiega Ghadir Shafie, cofondatrice di Aswat, il Centro Femminista Palestinese per le Libertà Sessuali e di Genere: “La liberazione queer e la liberazione palestinese non sono lotte parallele che procedono l’una accanto all’altra, ma la stessa lotta: inseparabile, indivisibile e impossibile da mettere in sequenza”.

Shafie descrive la condizione concreta da cui questa critica è nata: “Le persone queer e LGBTQIA+ palestinesi sono tra le minoranze emarginate più discriminate al mondo, e affrontano molteplici livelli di oppressione: come palestinesi che vivono sotto l’apartheid israeliano, il colonialismo di insediamento e l’occupazione; come donne e persone trans che vivono in società sessiste, violente, militariste e patriarcali; e come queer nel contesto del pinkwashing e dell’omofobia”.

Questa distinzione è essenziale. Il dibattito non riguarda il fatto che le minoranze sessuali e di genere meritino diritti, riconoscimento e protezione. Riguarda piuttosto la possibilità che tali diritti vengano mobilitati e sfruttati per prevenire e ostacolare una legittima critica di uno Stato in ambiti diversi, più ampi e molto più gravi. In altre parole, la controversia riguarda la legittimità, la fondatezza stessa di questa immagine. È una contraddizione insostenibile rappresentare due cose opposte allo stesso tempo: i diritti LGBTQ+ per gli ebrei israeliani e, simultaneamente, l’annientamento del popolo palestinese attraverso la pulizia etnica e il genocidio.

Il termine pinkwashing descrive l’uso dell’inclusione LGBTQ+ come fonte di legittimità politica in discussioni che riguardano in realtà occupazione, guerra e violenza, esclusione e potere. Non nega l’importanza dei diritti LGBTQ+, ma si interroga su ciò che accade quando tali conquiste vengono separate dal contesto politico più ampio nel quale operano. E il contesto è un’occupazione che perdura da 78 anni e un genocidio in corso.

“L’intera narrazione del pinkwashing è profondamente radicata nel colonialismo e nell’apartheid israeliani”, osserva Shafie. “Una delle sfide principali del nostro lavoro di organizzazione, oltre alla frammentazione politica, sociale e geografica, è costruire una narrazione capace di parlare a tutti i palestinesi, di trovare ciò che abbiamo in comune, e di non separarci ulteriormente dalla lotta per la giustizia e per la pace”. Per le organizzazioni queer palestinesi, il problema non è la visibilità LGBTQ+ in sé, ma il modo in cui tale visibilità può essere utilizzata per separare i diritti di una comunità dalla realtà politica vissuta da un’altra: la realtà di un popolo oppresso sotto un regime di apartheid, di fronte a una società che commette i crimini più efferati e gode dei privilegi dello Stato che quel sistema razzista impone. Come sarebbe possibile separare le due società, quella del colonizzato e quella del colonizzatore, quando la prima è privata dei diritti fondamentali mentre la seconda si vanta di goderli tutti?

Gli Stati cercano sempre più la propria legittimità non solo attraverso la forza militare o la forza economica, ma anche attraverso il soft power e il riconoscimento morale. I diritti umani, l’uguaglianza di genere, gli impegni ambientali e l’inclusione LGBTQ+ sono diventati importanti fonti di prestigio internazionale, e una cartina di tornasole per giudicare il livello di progresso e di civiltà.

Uno Stato non può proteggere i diritti di una popolazione mentre nega diritti fondamentali a un’altra. Non può celebrare la diversità mantenendo altrove sistemi di esclusione e commettendo i crimini più atroci. Non può essere conosciuto per la propria tolleranza mentre esercita forme di dominio, oppressione e violenza contro altri. Come può uno Stato come Israele essere celebrato? Non può. E non deve esserlo.

Il pinkwashing rappresenta una politica della sostituzione morale. Un ambito di progresso diventa uno scudo contro l’esame critico in un altro. E nulla di tutto questo esiste per caso.

Questa strategia ha una storia ben documentata. Nel 2005 il Ministero degli Esteri israeliano, l’Ufficio del Primo Ministro e il Ministero delle Finanze, in consultazione con dirigenti del marketing americani, lanciarono Brand Israel, una campagna governativa concepita per ridefinire l’immagine del paese, da Stato militarista ed etno-religioso che occupa una nazione e viola il diritto internazionale, a società moderna, cosmopolita e progressista. Già nel 2010 la promozione di Tel Aviv come destinazione globale del turismo gay era diventata un pilastro centrale di quella strategia, sostenuta da un investimento dedicato di circa 88 milioni di dollari. La reputazione di Tel Aviv come rifugio queer del Medio Oriente, in altre parole, non è nata spontaneamente: è stata progettata, finanziata e amministrata come strumento di politica estera e come arma propagandistica. Hasbara.

Il caso più recente rende questa architettura visibile con una franchezza quasi inedita. Per il giugno 2026 è in programma sulle rive del Mar Morto il festival Pride Land, presentato dagli organizzatori come il più grande festival LGBTQ+ mai realizzato in Medio Oriente: quattro giorni, quindici alberghi, una “Pride City” temporanea di palchi, spiagge attrezzate e intrattenimento continuo, promosso direttamente dal Ministero degli Esteri israeliano. Gli stessi organizzatori descrivono il progetto come un “sionismo attivo” volto a rafforzare lo status di Israele come centro liberale attraverso l’industria del turismo. Il Mar Morto si trova in Cisgiordania, territorio palestinese occupato secondo il diritto internazionale, e le infrastrutture turistiche offerte come sede del festival sono state costruite attraverso decenni di insediamento ed espropriazione. Un festival dei diritti, promosso da uno Stato, su terra occupata, mentre a Gaza il genocidio continua: è la politica della sostituzione morale resa letterale. È un mondo distopico, una cacotopia: il peggior luogo possibile, post-apocalittico. È difficile concepire qualcosa di più mostruoso: una “città dell’orgoglio” eretta su terra espropriata, sui corpi e sui villaggi palestinesi, una pista da ballo a poche decine di chilometri da un popolo affamato e sterminato nel più grande campo di concentramento a cielo aperto, in diretta mondiale. Non è soltanto ipocrisia, la più grande delle ipocrisie. È l’oscenità di una celebrazione costruita sopra un genocidio, un’assurdità che nessun linguaggio promozionale può normalizzare.

Come ha scritto Shafie su Mondoweiss: “Durante il mese del Pride, le persone queer palestinesi guardano le bandiere arcobaleno israeliane innalzarsi su città costruite sulle rovine del nostro popolo, e si sentono dire che questo è progresso. Ma questo pinkwashing serve soltanto a ripulire l’immagine di Israele mentre il genocidio infuria. Non lasciatevi ingannare”.

La questione non riguarda dunque l’esistenza della legislazione israeliana in materia di diritti LGBTQ+. Riguarda il motivo per cui tali conquiste compaiono ripetutamente in discussioni che riguardano occupazione, espansione degli insediamenti, blocco, violenza militare, la distruzione di Gaza e il genocidio. I critici del movimento anti-pinkwashing lo descrivono spesso come ostile alle comunità ebraiche; i sostenitori replicano che la critica alle politiche dello Stato israeliano non dovrebbe essere confusa con l’ostilità verso gli ebrei. Queste accuse di antisemitismo vengono usate come arma per silenziare chi dissente e chi condanna il crimine dei crimini, il genocidio. E non funzionano più.

La distruzione di Gaza ha reso queste domande inaggirabili. Il genocidio è visibile: documentato, trasmesso in diretta streaming, sotto gli occhi di tutti, innegabile. Non si può permettere che venga mascherato dal pinkwashing, e il mondo sta iniziando a rifiutarlo categoricamente. Molte organizzazioni LGBTQ+ europee che in passato consideravano la Palestina una questione periferica hanno iniziato a vedere la neutralità stessa come una scelta politica. L’International Lesbian, Gay, Bisexual, Trans and Intersex Association ha respinto la candidatura dell’Aguda, l’organizzazione ombrello della comunità LGBTQ israeliana, a ospitare il proprio congresso mondiale a Tel Aviv, e l’ha sospesa dalla propria organizzazione. Migliaia di artisti queer si sono impegnati a non esibirsi in Israele, e numerose organizzazioni Pride in Europa e Nord America hanno escluso gli sponsor complici dei crimini commessi a Gaza e nel resto della Palestina. “No Pride in Genocide”, come ha dichiarato il coordinatore della Campagna Palestinese per il Boicottaggio Accademico e Culturale di Israele, è diventato lo slogan queer globale.

La risposta più visibile a Pride Land porta proprio questo nome. Mentre il Ministero degli Esteri israeliano promuove la sua città dell’orgoglio sulle rive del Mar Morto, Queer Cinema for Palestine, un movimento globale di solidarietà nato dal rifiuto di separare l’orgoglio dalla giustizia, coordina quest’anno quasi trecento proiezioni in sessanta paesi e cinque continenti sotto lo slogan No Pride in Genocide. Due geografie dello stesso mese di giugno: da una parte un festival di Stato su terra occupata, dall’altra una comunità queer mondiale che sceglie di guardare verso Gaza e di non distogliere lo sguardo. È la stessa scelta che le organizzazioni queer palestinesi compiono da decenni, rifiutando di lasciare che la libertà di alcuni venga costruita sull’annientamento di altri. No Pride in Genocide non è soltanto uno slogan: è il rifiuto di dividere la giustizia in compartimenti separati.

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