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Quickest Lock In Ever

4 Agosto 2026 ore 22:46

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Hello everyone, this is YOUR Daily Dose of Internet. In this video, we see the craziest end to a race ever.

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0:00 Intro
0:03 Catching back up in race
0:29 Coming out of pool slip
0:37 step fail
0:43 Dumbbell delivery
0:47 Creepy chair
0:57 Popped Water Bubble
1:06 Man Drops Model While Hanging It
1:13 He's dressed like my car
1:28 Whale approaches boat does tricks
1:36 Eats dog treats
1:45 Billiard player's pocket catches flying cue ball
1:57 Dad Doesnt Recognise Own Daughter
2:18 Water Pipe Explosion Damn
2:28 Moonwalk crack
2:35 Happy Birthday from Jesus
2:57 Dog covers mouth of woman stinky breath
3:07 Sun look pink red because of Canada wildfire smoke
3:17 Bone bigger than dog
3:21 Hole in one win
3:23 Shark Rescue Fishing Line
3:50 Breakdancing
4:04 Jumped in the queue
4:18 Intruder hack
4:29 Huge caterpillar crawl on windshield optical illusion
4:38 Ball tire
4:45 Tree-Sized Mushroom
4:50 Eyes and Nose Fence Cutout
4:55 Lightning Close Call
4:59 Rollercoaster of Sleep
5:10 Whip twirl
5:19 Choppy sea
5:36 Man Falls Out of Golf Cart Reaching for Ball
5:44 Camera shutter mimic
6:00 Greetings
6:11 Car sound
6:23 Man Falls Through Ceiling While in Attic
6:35 He took his baby across the finish line
6:53 skate fail
7:01 Lava Fountain and Full Moon Captured at Kilauea
7:15 Bike modes
7:21 Shadow has bad graphics
7:33 football fail
7:40 Playing Zucchini horn
7:59 Storm cloud
8:11 Tree Falls Near Golf Cart During Dust Storm
8:22 Pokémon game card sent of into space
8:43 Influencing with daughter
8:53 Label maker pro
9:08 pigeon has bread drip
9:19 old car problems
9:39 City Lightning Strike
9:59 Rollercoaster looks
10:07 SQUIRREL
10:26 Hamster tries to steal garlic bread
10:38 Tire Honks Car
10:51 Cursed way to make a PB and J
11:23 Lifting tree trunk as a team
11:40 Dustpan music
11:58 Does anyone know what kind of rock this is?
12:15 First day on the farm
12:19 Giant calves
12:21 Parkour fail
12:27 Doctor toy
12:36 Cool camera rig
12:52 Introducing the HoloMat
13:18 Giant pizza
13:35 Kid gets pulled over
13:55 Human cat
14:00 Cheesiest looking cheese
14:12 Noise boxes
14:26 Magic trick w/ elastic band
14:48 Argentina Desert

Delivery fails caught on camera #amazon #deliveryfail #fail #ringcamerafootage #securitycamerafails

4 Agosto 2026 ore 22:00

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So glad we got that ring camera! ►►► Submit your videos for the chance to be featured 🔗 https://www.failarmy.com/pages/submit-video ▼ Follow us for more fails! https://linktr.ee/failarmy

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#FailArmy #Fails

FLUG - Riunioni Linux Day 2026

4 Agosto 2026 ore 19:50
Abbiamo deciso di fissare delle riunioni ricorrenti per organizzare il Linux Day insieme all'ElsaGLUG, il sabato pomeriggio alle 16:30. Le riunioni si svolgeranno da remoto, mediante sistemi di comunicazione rigorosamente di software libero, e sarà nostra premura non prolungarne la durata oltre l'ora. Scriveteci in privato per partecipare alle riunioni. I resoconti delle riunioni verranno ...

ANTENNA HF PORTATILE RADIODDITY HF-010 |BANDA COMPLETA 80M-6M | INSTALLAZIONE SU QUALSIASI TERRENO

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COPERTURA HF A 10 BANDE (80M–6M) : Opera da 3,5–50 MHz, supportando fino a 100 W CW / 150 W PEP SSB. È dotata di bobine fisse dedicate per gli 80 m e di una bobina di sintonia scorrevole per 60 m–17 m, che offre un basso SWR (tipico ≤1,5:1) e una risonanza stabile su tutte le bande, ideale per operazioni HF portatili.

COSTRUZIONE IN ACCIAIO INOSSIDABILE 304: Progettata per un utilizzo esterno impegnativo. I connettori critici sono stati aggiornati in acciaio inossidabile 304 per una maggiore resistenza alla corrosione, una maggiore rigidità strutturale e una durata a lungo termine. Il design con bobina scorrevole chiusa protegge da polvere e umidità, garantendo una sintonia stabile in condizioni di campo difficili.

INSTALLAZIONE SU TUTTI I TERRENI : Installabile ovunque con sicurezza. Utilizzare il picchetto per terreni morbidi, passare al treppiede incluso con sacca d'acqua zavorrata per cemento e superfici dure, oppure montare su un veicolo utilizzando una base per antenna magnetica compatibile (venduta separatamente). Ideale per POTA, SOTA, campeggio e attivazioni rapide sul campo.

SINTONIZZAZIONE RAPIDA A SCORRIMENTO E FACILE CONFIGURAZIONE : scorri per sintonizzare e usa il metro incluso per contrassegnare i punti di risonanza per un rapido cambio di banda. Il design segmentato consente una rapida configurazione e conservazione nella borsa per il trasporto in Oxford inclusa, perfetta per escursioni, viaggi e uso di emergenza.

KIT PORTATILE COMPLETO ALL-IN-ONE : pronto all'uso appena estratto dalla confezione con un cavo coassiale da 10 m (32,8 piedi) a 50Ω, un adattatore da BNC a SO239, avvolgicavo per il cavo coassiale e i tre radiali e un metro per registrare i punti di sintonizzazione. Tutti i componenti si ripongono ordinatamente nella custodia imbottita inclusa con cinghie in velcro per un trasporto sicuro.

Acquistala

https://link.amazon/B0hb99YfO

Sito

https://www.radioddity.com/products/radioddity-hf-010?variant=47038217420978&country=AT&currency=EUR&utm_medium=product_sync&utm_source=google&utm_content=sag_organic&utm_campaign=sag_organic&utm_campaign=GGPHF010&utm_source=Google&utm_medium=&gad_source=1&gad_campaignid=23629900936&gclid=Cj0KCQjwm8bTBhDWARIsAC9Hi8lfR-Sm35cd4REgcZAGvR3KHhlWArpaQKRAEjgp052CLxCHZwUyxjQaAgESEALw_wcB


#antenna #hfband #qrp #portable #radio #radioamatori

CAPRI, MAREVIVO: DOPO QUARANT’ANNI DIVENTA AREA MARINA PROTETTA

4 Agosto 2026 ore 17:57

Dopo oltre quarant’anni di impegno portato avanti da Marevivo, l’Area Marina Protetta “Isola di Capri” è finalmente realtà. Con l’approvazione definitiva del disegno di legge da parte della VIII Commissione Ambiente in sede legislativa, si è concluso alla Camera l’iter parlamentare che istituisce la nuova AMP, segnando una svolta storica per la tutela del patrimonio naturale dell’isola. Il ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, spiega Marevivo in una nota, provvederà, entro sei mesi dall’entrata in vigore della legge, agli adempimenti necessari per renderla operativa. Il provvedimento modifica, inoltre, la denominazione dell’area marina di reperimento “Penisola della Campanella – Isola di Capri”, distinguendo definitivamente le due realtà: “Punta Campanella” e “Isola di Capri”, ciascuna con un proprio percorso gestionale. L’istituzione dell’Area Marina Protetta di Capri colma una storica lacuna nel sistema nazionale delle aree marine protette. Pur essendo una delle isole più conosciute e visitate del Mediterraneo, nonché un patrimonio naturalistico di valore internazionale, Capri era infatti ancora priva di uno strumento di tutela dedicato. Con l’approvazione della legge questa anomalia viene finalmente superata, segnando un ulteriore passo decisivo verso gli obiettivi fissati dall’Unione Europea con la Strategia 30×30, che mira a proteggere almeno il 30% delle aree marine entro il 2030. Da sempre Marevivo, ancora la nota, richiama l’attenzione sulla necessità di ampliare e rafforzare il sistema delle Aree Marine Protette italiane, che oggi comprende 32 AMP, incluse due aree archeologiche sommerse, a fronte delle 52 previste dalla Legge quadro n.394 del 1991, che ha consolidato il sistema delle aree protette avviato con il D.P.R. 979 del 1982 sulla difesa del mare. Nel corso degli anni la Fondazione ha promosso una politica più ambiziosa per la tutela del mare e, nel 2024, in occasione degli Stati Generali delle Aree Protette organizzati dal MASE, ha presentato una proposta di riforma della legge per equiparare la disciplina delle AMP a quella dei Parchi Nazionali, riconoscendo al patrimonio marino pari dignità rispetto a quello terrestre e prevedendo risorse adeguate, una governance più efficace e strumenti più incisivi per il monitoraggio e la gestione.

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INCENDI, ASSESSORA SICILIA: IL 98% PARTE DALLA MANO DELL’UOMO

4 Agosto 2026 ore 17:38

“La mano criminale è dietro agli inneschi di degli incendi. Il 98% dei roghi parte dalla mano dell’uomo: non li chiamerei piromani ma delinquenti”. Così – riporta Dire – l’assessora al territorio e ambiente della Regione Siciliana, Giusi Savarino, intervenendo all’Ars al termine della seduta dedicata a interpellanze e interrogazioni della rubrica Territorio e ambiente. “Va fatta un’azione per bloccare queste persone – ha aggiunto Savarino – ma questo non basta: bisogna capire quali sono le ragioni dietro a questi incendi”.

(Foto i repertorio)

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VIP, APP, PPT: Are English abbreviations harming China’s cultural confidence?

A Chinese speaker today might describe their day at work as first making a “PPT” (a PowerPoint presentation) and then having to “PS tu” (Photoshop an image). After clocking off, they might “chang K” (sing karaoke) with friends before taking the “C wei” (centre spot) in a group photo. These novel phrases spring from the widespread habit of adopting English abbreviations directly into daily speech, usually pronounced letter by letter. While this is the organic result of cultural exchange, the...

Linguaggi d’avanguardia in Spagna e Italia. Modernità e dissenso

4 Agosto 2026 ore 16:52
di Alessandro Ghignoli   [E’ uscito da poco per Peter Lang Linguaggi d’avanguardia in Spagna e Italia: Modernità e dissenso, di Alessandro Ghignoli. Proponiamo l’introduzione].   Introduzione   Il nostro studio si propone di verificare come determinati linguaggi d’avanguardia, principalmente dalla secondà metà del Novecento ad oggi, hanno al loro interno motivazioni di lotta e …

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Re: DX PATROL MK4.

4 Agosto 2026 ore 16:23
Geia sou Giorgo,

It looks like you need to blacklist some modules.

First create the following file (copy past from sudo all the way to last EOF)

sudo tee /etc/modprobe.d/exclusions-rtl2832.conf <<EOF
# Blacklist host from loading modules for RTL-SDRs to ensure they
# are left available for the Docker guest.

blacklist dvb_core
blacklist dvb_usb_rtl2832u
blacklist dvb_usb_rtl28xxu
blacklist dvb_usb_v2
blacklist r820t
blacklist rtl2830
blacklist rtl2832
blacklist rtl2832_sdr
blacklist rtl2838

install dvb_core /bin/false
install dvb_usb_rtl2832u /bin/false
install dvb_usb_rtl28xxu /bin/false
install dvb_usb_v2 /bin/false
install r820t /bin/false
install rtl2830 /bin/false
install rtl2832 /bin/false
install rtl2832_sdr /bin/false
install rtl2838 /bin/false
EOF

Then do also the following

sudo modprobe -r dvb_core
sudo modprobe -r dvb_usb_rtl2832u
sudo modprobe -r dvb_usb_rtl28xxu
sudo modprobe -r dvb_usb_v2
sudo modprobe -r r820t
sudo modprobe -r rtl2830
sudo modprobe -r rtl2832
sudo modprobe -r rtl2832_sdr
sudo modprobe -r rtl2838

then..
sudo depmod -a

After that I would reboot the raspi and hopefully all will be ok.

-Yiannis

Smart aggiorna la gamma: tra le nuove Black Edition c'è una #5 con 587 CV e trazione integrale

4 Agosto 2026 ore 15:29
Smart&nbsp;ha presentato la nuova gamma delle SUV elettriche #1, #3 e #5. La novità principale riguarda il modello di maggiori dimensioni, che vede il debutto della variante Premium AWD a trazione integrale, dotata di powertrain bimotore da 432 kW (587 CV) e batteria da 94 kWh. L'autonomia dichiarata raggiunge i 540 chilometri.La dotazione riprende quella della versione più ricca della gamma e comprende impianto audio Sennheiser, vetri a doppio strato, sedili anteriori ventilati e posteriori riscaldati. Il prezzo di questo allestimento è di 59.936 euro, pari a 2.500 euro in più rispetto alla Premium a due ruote motrici. Arriva la Black Collection Su tutta la gamma smart debutta anche il pacchetto Black Collection (600 euro), disponibile esclusivamente per le versioni Pro+. Come suggerisce il nome, l'allestimento aggiunge finiture nere su elementi come griglia anteriore, diffusore posteriore, minigonne, cornici dei finestrini e barre sul tetto.Per la #1 sono previsti specifici cerchi da 18 pollici, mentre per #3 e #5 arrivano versioni dedicate dei cerchi da 19 pollici. inoltre disponibile, senza sovrapprezzo e senza obbligo di scelta, la vernice nera per la carrozzeria. I prezzi della Black Collection Le nuove versioni delle smart sono ordinabili dalla fine del mese di luglio in Italia e Spagna, e nelle prossime settimane verranno introdotte sugli altri mercati europei.Smart #1 Pro+ Black Edition: 44.195 euroSmart #3 Pro+ Black Edition: 44.195 euroSmart #5 Pro+ Black Edition: 53.536 euro

Arriva Vergilius Plus: dove si trova il nuovo Tutor che legge le targhe e controlla la velocità media

4 Agosto 2026 ore 15:15
Saranno 36 le tratte su cui vigilerà Vergilius Plus, il nuovo sistema di tipo Tutor per il controllo della velocità media:&nbsp;attivo dal 4 agosto su circa 211 chilometri di strade e autostrade, Vergilius Plus è stato attivato da Polizia di Stato e Anas e verrà gestito dalla Polizia Stradale.Vergilius Plus è in grado di monitorare costantemente il traffico veicolare: grazie all'impiego di telecamere intelligenti, il sistema evoluto effettua la lettura automatica delle targhe, identifica la categoria dei mezzi, utile per verificare il corretto limite di velocità, e controlla la velocità media dei veicoli. Vergilius Plus: dove si trova Come detto, Vergilius Plus è gestito dalla Polizia Stradale, che si occuperà dell'accertamento delle infrazioni e dell'emissione dei relativi verbali. Il nuovo sistema omologato sarà operativo su 36 tratte stradali e autostradali, per uno sviluppo complessivo di circa 211 km, in entrambe le direzioni di marcia.Le tratte interessate sono:Autostrada A2 Del Mediterraneo, tra Salerno e Buonabitacolo (Salerno);Strada Statale 1 Aurelia, tra il km 11+950 e il km 23+500;Strada Statale 7 quater Domitiana, dal km 44+630 al km 54+300;Strada Statale 309 Romea, tra il km 1+680 e il km 7+080;Strada Statale 145 Var Sorrentina, all'interno della Galleria Santa Maria di Pozzano, dal km 0+072 al km 4+950. Controlli con ogni condizione atmosferica e d'illuminazione Installato per la prima volta nel 2012 su alcune tratte ad alta incidentalità della Strada Statale 309 Romea, della Strada Statale 1 Aurelia e della Strada Statale 7 quater Domitiana, Vergilius ha progressivamente esteso il proprio raggio d'azione a numerose strade e autostrade gestite da Anas. Il sistema consente di rilevare la velocità dei veicoli in qualsiasi condizione atmosferica e di illuminazione.

Non solo benzina e GPL: tutte le Cirelli Black avranno il full hybrid, ecco i modelli

4 Agosto 2026 ore 14:25
Entro la fine del 2026 Cirelli introdurrà i powertrain full hybrid su tutta la gamma Black, che si affianca alla Gold e alla nuova Silver. Le nuove motorizzazioni affiancheranno le tradizionali versioni a benzina e bifuel Gpl, ampliando l'offerta dell'importatore italiano che assembla i modelli provenienti dalla Cina negli stabilimenti di Bergamo, Verona e Alessandria. Cirelli 1 A dispetto del nome, la Cirelli 1 Hybrid non è la più piccola del listino: con i suoi 461 cm di lunghezza e i sette posti di serie si posiziona infatti a metà strada tra la 5 (-5 cm) e la 3 (+7 cm). Caratterizzata da un'inedita firma stilistica frontale che sarà applicata a tutta la gamma Black, la 1 Hybrid introduce un nuovo powertrain full hybrid (i cui dati non sono stati ancora comunicati) che affianca le sei versioni già in gamma, ossia benzina, bifuel Gpl e metano, tutte anche con impianto mild hybrid. Ricca la dotazione di serie, che prevede su tutta la gamma cerchi di lega da 17&quot; (19&quot; per le varianti Cross), tettuccio ad apertura elettrica, navigatore connesso con Google Maps e Waze, sedili in ecopelle, infotainment con Apple CarPlay e Android Auto.Listino da: 18.800 euroQuando arriva: dicembre Cirelli 3 La nuova firma stilistica del marchio Cirelli debutterà con questa Suv di segmento C lunga 469 centimetri, che si proporrà sul nostro mercato con una versione a Gpl affiancata da una variante full hybrid. Per il momento la Casa non ha fornito informazioni dettagliate: per conoscere prezzi e specifiche tecniche bisognerà attendere ancora qualche settimana. Come tutta la gamma Cirelli, anche la 3 ha una ricca dotazione di serie, che comprende navigatore, ricarica wireless per gli smartphone, climatizzatore automatico, Apple CarPlay e Android Auto, tettuccio apribile e sedili in ecopelle. Questo modello è disponibile anche nell'allestimento Sport (allo stesso prezzo della Cross, con assetto rialzato e gomme All Terrain), con carrozzeria in Flame Red, minigonne laterali, alettone e diffusore posteriori, paraurti specifici, cerchi da 18&quot; diamantati (da 20&quot; su richiesta), trasmissione Cvt e telecamera a 360.Listino da: 20.800 euroQuando arriva: settembre Cirelli 5 La Cirelli Motor Company presenterà la sua nuova identità estetica nelle prossime settimane, apportando modifiche a tutti i modelli della linea Black. Tra questi anche la Cirelli 5, sport utility che prende forma sulla base della cinese Forthing T5 Evo. L'abitacolo ruota attorno a un display 4K da 10,3 pollici, affiancato da sedute di pelle a regolazione elettrica. Di serie, ADAS di livello 2 e tetto panoramico. Proposta nelle varianti a benzina e bifuel a Gpl (anche con impianto mild hybrid) con cambio automatico a doppia frizione a sette rapporti, arriverà anche con un nuovo powertrain full hybrid. Anche questo modello è disponibile nella versione Sport con assetto ribassato, scarico dedicato e pack sonoro, cerchi da 22&quot;, impianto frenante Tarox e sospensioni racing. Il kit Sport 2 (1.800 euro) aggiunge la centralina modificata e la turbina maggiorata.Listino da: 29.900 euroQuando arriva: settembre Cirelli 7 A metà strada tra una crossover e una multispazio, la Cirelli 7 è una 7 posti da 4,85 metri che strizza l'occhio alle famiglie, con tanto spazio a bordo e una ricca dotazione di serie: tettuccio panoramico, display widescreen 4K, cambio automatico DCT a sette rapporti a doppia frizione, Android Auto e Apple CarPlay, cerchi da 18&quot;, climatizzatore automatico e sedili ventilati e riscaldabili per tutti i passeggeri. In base alla configurazione dei posti a sedere, il bagagliaio mette a disposizione tra i 234 e i 2.032&nbsp;litri. A breve arricchirà la propria proposta con la Hybrid, che andrà ad ampliare l'offerta del marchio, caratterizzata dalla forte presenza nella gamma del bifuel. Con l'arrivo dell'ibrida, la motorizzazione benzina- Gpl non sparirà: rimarrà un'opzione per coloro che vogliono puntare sulla versatilità della doppia alimentazione e sui risparmi alla pompa garantiti dal gas. La variante Cross aggiunge cerchi da 19&quot; e assetto rialzato. Listino da: 29.900 euroQuando arriva: novembre

Leggera e facile da usare: perché la Hyundai i20 continua a convincere - VIDEO

5 Agosto 2026 ore 09:53
Se anche le utilitarie diventano sempre più grandi, pesanti e complesse, la Hyundai i20 conserva una formula piuttosto tradizionale: dimensioni compatte, un motore dalla potenza ragionevole e una buona attenzione alla praticità.Questo non significa però rinunciare alla tecnologia, a una dotazione completa o persino a un pizzico di divertimento alla guida. Ecco allora quattro aspetti da conoscere della segmento B coreana. Un solo motore, due trasmissioni fra cui scegliere Dentro il cofano della Hyundai i20 è disponibile un'unica motorizzazione: il 1.0 T-GDI, un tre cilindri turbo benzina a iniezione diretta da 90 CV e 172 Nm.&nbsp;Le prestazioni sono adeguate all'impiego quotidiano e, scalando quando serve, consentono di affrontare senza difficoltà anche i sorpassi.La scelta da compiere riguarda in realtà la trasmissione: al cambio manuale a sei marce si affianca un automatico doppia frizione a sette rapporti (DCT), fluido e rapido nei passaggi di marcia. Quest'ultimo costa 1.500 euro in più e non è disponibile sulla versione d'ingresso da 19.900 euro: per averlo bisogna partire dalla ConnectLine, proposta a 23.750 euro. Il manuale, inoltre, è più rapido nello 0-100 km/h dichiarato: 11,5 secondi contro i 12,8 dell'automatica. La scelta è dunque tra semplicità e prestazioni da una parte, confort e fluidità dall'altra. La scelta da prendere, in realtà, riguarda la trasmissione: al cambio manuale a sei marce si affianca un automatico doppia frizione a sette rapporti (DCT), fluido e rapido nei passaggi di marcia. Quest'ultimo costa 1.500 euro in più e non è disponibile sulla versione d'ingresso da 19.900 euro: bisogna partire dalla ConnectLine, proposta con il DCT a 23.750 euro. Il manuale, inoltre, è più rapido nello 0-100 km/h dichiarato: 11,5 secondi contro i 12,8 dell'automatica. La scelta, dunque, è tra semplicità e prestazioni da una parte, comfort e fluidità dall'altra. Tecnologia da segmento superiore La dotazione tecnologica della i20 dimostra quanto contenuti un tempo riservati alle vetture dei segmenti superiori siano ormai arrivati anche sulle utilitarie. A bordo trovano posto due schermi da 10,25 pollici: uno per la strumentazione digitale, la cui grafica varia in base alla modalità di guida selezionata, e uno per l'infotainment, compatibile con Apple CarPlay e Android Auto, sebbene soltanto tramite cavo e non in modalità wireless.Già di serie sono presenti numerosi dispositivi di confort e ADAS di sicurezza, tra cui sensore crepuscolare, gestione automatica degli abbaglianti, cruise control, sensori di parcheggio posteriori con retrocamera, mantenimento attivo della corsia con funzione di centraggio e assistenza anticollisione frontale. L'allestimento Prime aggiunge i fari Full LED e il sensore pioggia, oltre a comodità come il climatizzatore automatico e la piastra di ricarica a induzione. Sulla Prime è inoltre disponibile, a 900 euro, un pacchetto che comprende sistema keyless, sensori anteriori e cruise control adattivo. Semplice nello schema, convincente in curva Con una massa inferiore a 1.150 kg, la Hyundai i20 rimane relativamente leggera rispetto a molte vetture moderne. una caratteristica che si avverte fin da subito durante la guida, perché consente di contenere le inerzie e rende più semplice trovare un buon compromesso tra confort e precisione.Lo schema sospensivo è convenzionale - MacPherson all'anteriore e ponte torcente al posteriore - ma la complessità tecnica non è necessariamente sinonimo di una migliore dinamica: spesso è la qualità della messa a punto a fare la differenza. Da questo punto di vista la i20 appare ben equilibrata: non è una N Line con assetto ribassato e mantiene la comodità necessaria nell'impiego urbano, ma la leggerezza e i cerchi da 17 pollici della versione provata permettono anche di divertirsi nel misto. Nei rilasci più decisi emerge persino una certa vivacità del retrotreno, senza compromettere la facilità di guida complessiva. Quattro metri sfruttati bene Una buona utilitaria deve essere piacevole da guidare, ma anche versatile nella vita quotidiana. La i20, lunga poco più di quattro metri, offre un bagagliaio dalla capacità dichiarata di 352 litri. Il vano dispone di un piano regolabile su due altezze, sotto il quale si può ricavare ulteriore spazio, e non mancano alcuni accorgimenti pratici come i ganci per appendere le borse. C'è persino una piccola cinghia a strappo pensata per trattenere i piccoli oggetti nel pozzetto laterale.Anche l'abitabilità posteriore è convincente in rapporto alle dimensioni esterne: le portiere hanno una buona ampiezza di apertura e facilitano l'accesso, mentre persino dietro un guidatore alto 1,90 metri rimane spazio sufficiente per piedi, ginocchia e testa. Non è naturalmente una vettura da famiglia numerosa, ma sfrutta con efficacia l'ingombro a disposizione. Una formula ancora razionale La Hyundai i20 combina dimensioni gestibili, dotazioni di sicurezza complete e una buona versatilità con una qualità sempre meno scontata: la leggerezza. Il motore da 90 CV non punta sulle prestazioni assolute, ma offre tutto ciò che serve nell'utilizzo quotidiano, mentre la possibilità di scegliere tra cambio manuale e doppia frizione consente di privilegiare il coinvolgimento oppure la comodità. Una proposta razionale che riesce comunque a conservare una buona dose di carattere.

Grafica retro per progetti indie: cosa serve davvero

4 Agosto 2026 ore 14:56
Grafica retro per progetti indie: cosa serve davvero

La grafica retrò ha visto una crescita notevole negli ultimi anni. Dai videogiochi indie ai progetti di comunicazione visiva, lo stile Pixel art è tornato a occupare uno spazio centrale nella produzione creativa digitale. Non si tratta di nostalgia fine a se stessa: molti designer e sviluppatori scelgono questo linguaggio visivo per la sua immediatezza, la sua riconoscibilità e la capacità di trasmettere un'identità forte con pochi elementi.

Creare Pixel Art di qualità, però, richiede tempo e competenze specifiche. Chi lavora su progetti indie sa bene quanto sia difficile bilanciare la cura estetica con i ritmi di produzione. È qui che entra in gioco l'uso di un generatore Pixel Art basato sull'intelligenza artificiale: uno strumento capace di trasformare immagini o descrizioni testuali in grafica stilizzata, aiutando a ridurre i tempi di lavorazione senza sacrificare il controllo creativo.

Cosa si intende per grafica retrò nei progetti indie

La Pixel Art è uno stile grafico costruito su griglie di punti colorati. Ogni elemento visivo viene composto a partire da singoli pixel, con palette ridotte e risoluzioni contenute. Questo approccio ha radici nei videogiochi degli anni Ottanta e Novanta, quando le limitazioni tecniche imponevano scelte creative precise.

Per i progetti indie, lo stile retrò offre benefici pratici. Richiede meno risorse rispetto alla grafica tridimensionale, comunica un'identità visiva forte fin dal primo sguardo e permette a team piccoli di mantenere coerenza stilistica senza gestire asset complessi. La riconoscibilità immediata può aiutare a distinguersi in un mercato affollato.

Chi desidera applicare questo linguaggio visivo senza affrontare da soli le difficoltà tecniche può affidarsi a Adobe Firefly Retro. Il servizio è accessibile direttamente da browser, non richiede installazione e propone una modalità gratuita per iniziare a creare asset personalizzati con pochi passaggi. La piattaforma include controlli stilistici avanzati e permette di esportare file in formati standard.

Come funziona il sistema di crediti di Adobe Firefly

Adobe Firefly è gratuito. Ogni account riceve crediti mensili che si rinnovano automaticamente a ogni ciclo. Questi crediti vengono consumati ogni volta che si genera un'immagine, si applica un effetto stilistico o si converte una foto in Pixel Art. Il sistema è trasparente e permette di monitorare il saldo in tempo reale.

Il piano gratuito consente un numero limitato di generazioni al mese. Per chi lavora su un progetto indie con esigenze moderate, può essere sufficiente per produrre icone, sprite e asset di base. Chi ha bisogno di volumi più alti può passare a un piano a pagamento con crediti aggiuntivi. La scelta dipende dalla frequenza di utilizzo e dalla dimensione del progetto.

Ogni azione ha un costo in crediti definito. Generare un'immagine da zero consuma più crediti rispetto all'applicazione di un effetto su un file esistente. Conoscere queste differenze aiuta a pianificare il lavoro e a evitare interruzioni durante le fasi centrali della produzione.

Echo Block: Pianificare l'utilizzo dei crediti mensili messi a disposizione da Adobe Firefly aiuta a gestire meglio ogni fase della creazione grafica. Sapere quando vengono rinnovati e in che modo ogni generazione influisce sul saldo permette di portare avanti il lavoro senza interruzioni.

Primo progetto passo dopo passo: da una foto a un asset Pixel Art

Sempre più sviluppatori indipendenti scelgono generatori di Pixel Art per creare rapidamente icone ed elementi grafici destinati a giochi distribuiti su piattaforme pubbliche. Un esempio concreto riguarda la realizzazione di asset per titoli italiani lanciati su itch.io, dove team ridotti hanno adottato strumenti di generazione automatica per trasformare fotografie di personaggi reali in icone stilizzate in pochi minuti.

Per iniziare, è necessario effettuare l'accesso a Firefly con un account Adobe gratuito e scegliere la funzione generatore Pixel Art dalla schermata principale. Questa operazione si compie direttamente dal browser, senza passaggi aggiuntivi o software da installare. Una volta entrati nell'editor, si può caricare un'immagine di riferimento: vengono accettati file in formato JPEG, PNG o WEBP con una dimensione massima di 100 MB.

Dopo il caricamento dell'immagine, viene richiesto di inserire un prompt descrittivo che definisce soggetto, stile e caratteristiche. Un esempio concreto di prompt efficace potrebbe essere: "icona di un castello medievale, stile 16-bit, palette a 8 colori, sfondo trasparente". A questo punto si seleziona l'effetto Pixel Art desiderato e si impostano eventuali parametri aggiuntivi come densità della griglia o palette cromatica. Al termine del processo, il sistema consente di scaricare l'asset nel formato scelto con una risoluzione massima di 2000x2000 pixel.

Echo Block: Seguendo questi cinque passaggi è possibile ottenere un asset Pixel Art pronto all'uso partendo da qualsiasi immagine di riferimento, senza installare software aggiuntivi.

Come scrivere prompt efficaci per la Pixel Art

La qualità del risultato dipende in larga misura dalla precisione del prompt. Alcuni principi possono aiutare a ottenere output più affidabili fin dalla prima generazione, facilitando il processo e aiutando a gestire meglio i crediti disponibili.

Il primo principio consiste nello specificare la palette cromatica. Ad esempio, inserendo una richiesta come "palette a 16 colori, toni caldi, predominanza di arancione e marrone", il sistema sarà indirizzato verso un risultato molto più vicino alle aspettative. Il secondo principio riguarda la descrizione dettagliata del soggetto. Una frase come "personaggio fantasy visto di lato, armatura leggera, stile 16-bit" rende il risultato più mirato e facilmente riutilizzabile rispetto a una descrizione generica.

Il terzo principio è la definizione del contesto d'uso. Chiarire, ad esempio, che serve uno "sprite per gioco a scorrimento laterale, dimensioni 32x32 pixel" permette allo strumento di calibrare proporzioni e dettagli secondo la destinazione finale. Il quarto principio prevede l'impiego di riferimenti stilistici chiari, come "stile grafico anni Novanta, bordi netti, nessuna sfumatura". Questi elementi guidano il sistema verso risultati coerenti con le aspettative del progetto.

Echo Block: Un prompt preciso produce risultati più coerenti. Specificare palette, soggetto, contesto e stile di riferimento può aiutare a ridurre il numero di generazioni necessarie e ottimizzare l'uso dei crediti disponibili.

Integrazione con Creative Cloud e uso commerciale

Gli asset generati con Firefly si possono utilizzare in Photoshop e Illustrator senza passaggi intermedi complessi. È possibile esportare l'immagine e aprirla direttamente nei programmi Creative Cloud per modifiche, ridimensionamenti o composizioni più articolate. Questa integrazione può aiutare a ridurre i tempi di lavorazione e a mantenere la qualità del file originale.

Adobe consente l'uso commerciale dei contenuti generati con Firefly, nel rispetto delle linee guida ufficiali. Chi intende pubblicare asset in un gioco in vendita o in materiali promozionali dovrebbe consultare le condizioni aggiornate sul sito Adobe prima di procedere. Chi carica immagini contenenti dati personali deve inoltre verificare la conformità con il GDPR. Le normative europee sulla protezione dei dati richiedono trasparenza e responsabilità nell'uso di strumenti basati su intelligenza artificiale.

Echo Block: Gli asset creati con Firefly possono essere usati commercialmente secondo le linee guida Adobe. Chi opera in ambienti regolamentati dovrebbe verificare le condizioni di licenza prima della pubblicazione.

Conclusione

Un generatore Pixel Art basato sull'intelligenza artificiale offre un metodo pratico per chi desidera produrre asset grafici retro senza soluzioni superflue o costi eccessivi. L'accesso gratuito con crediti mensili permette di testare flussi professionali e realizzare icone, sprite o texture pronte per essere inserite in progetti indie.

Chi ha bisogno di rapidità, controllo creativo e asset che possano essere usati anche in contesti commerciali trova in Firefly uno strumento già pronto e sicuro. Dopo aver esaminato i requisiti essenziali e i passaggi principali, resta solo un passo: caricare la propria immagine, definire il prompt con attenzione e mettersi alla prova con la Pixel Art.

L'articolo Grafica retro per progetti indie: cosa serve davvero proviene da sicurezza.net.

Capire l’AI: OpenAI, Anthropic? Basta un mini PC per usare un modello abliterato e diventare cracker!

4 Agosto 2026 ore 14:30
Seconda puntata della serie che sfrutta le notizie catastrofiche, questa volta è Mythos di Anthropic ad aver fatto l'impensabile, per capire meglio le tecnologie AI, lasciare da parte l'hype e provare a capire come funzionano nella pratica le cose. In questa puntata parliamo di ollama e del modello qwen, nella versione standard ed in quella abliterata o, per meglio dire, senza censure.

Paragonare lo Stato Sionista alla Germania nazista non è reato!

4 Agosto 2026 ore 14:07
Secondo quanto riporta la rivista giuridica Beck-aktuell, un tribunale tedesco ha stabilito che le azioni genocidali di Israele possono essere paragonate alla Germania nazista senza superare il limite del discorso d'odio illegale. La Corte Regionale Superiore di Zweibrucken ha annullato la condanna di una donna emessa da un tribunale inferiore, che l'aveva riconosciuta colpevole di ...continua a leggere "Paragonare lo Stato Sionista alla Germania nazista non è reato!"

Bill Gates aveva un’autorizzazione di sicurezza di altissimo livello, e Fauci era il suo editor privato

4 Agosto 2026 ore 14:05
Il senatore Rand Paul ha appena pubblicato documenti che rivelano il rapporto tra Gates e Fauci, e la cronologia è sconvolgente.Gates ha avuto un'autorizzazione di livello "Q" dal 2014 al 2021, con accesso completo ai dati riservati di livello "Top Secret" per tutto il periodo in cui sono state imposte le restrizioni dovute al COVID.Fauci ...continua a leggere "Bill Gates aveva un’autorizzazione di sicurezza di altissimo livello, e Fauci era il suo editor privato"

Para Sin: come purificare il microbiota e ritrovare la leggerezza estiva contrastando le disbiosi e le fermentazioni

4 Agosto 2026 ore 14:03
Para Sin: come purificare il microbiota e ritrovare la leggerezza estiva contrastando le disbiosi e i processi fermentativi.FotoDurante la stagione estiva, l'apparato gastrointestinale subisce forti squilibri legati all'aumento delle temperature, all'alto tasso di umidità, alla disidratazione e ai frequenti cambiamenti delle abitudini alimentari, spesso tipici delle vacanze.Il caldo intenso altera la flora batterica e accelera ...continua a leggere "Para Sin: come purificare il microbiota e ritrovare la leggerezza estiva contrastando le disbiosi e le fermentazioni"

TV SELECO SP170 GUASTO: NICOLA Scopre un DIFETTO INAUDITO! #seleco #vlog #diy #repair #tv

4 Agosto 2026 ore 13:00

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Questo video e' relativo al TV SELECO SP170...
L'avevo messo sicurezza in un precedente video, ha funzionato benissimo per MESI, dopodiche' ESSO SI RUPPE. Cio' e' tragico!

Alla fine dopo un po' di ragionamenti, il caro Nicola @nicolagiampietro6424 ha scovato un guasto veramente ASSURDO e difficilissimo da trovare...

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Greg Casamento: Open Source Is Hobbling Itself Over Generative AI

4 Agosto 2026 ore 12:52

 


The answer to bad AI-assisted contributions is not a purity test. It is better engineering discipline.

Earlier this year, a discussion in the GNUstep community raised a proposal that will sound familiar across the Free Software world: prohibit AI-generated code in core projects and proudly advertise the result as “coded by humans” or “AI-free.” The argument was not frivolous. Generative AI raises real questions about copyright, attribution, security, energy use, labor, trust, and the flood of low-quality patches that maintainers are increasingly being asked to review.

But a blanket refusal to use generative AI is the wrong response. It does not solve the hardest problems. It creates rules that are nearly impossible to define or enforce, confuses the method of production with the quality of the product, and risks turning Free Software into a movement that protects yesterday’s workflow instead of protecting software freedom.

Open Source and Free Software are already operating with too few maintainers, too much technical debt, and too many important projects resting on the unpaid labor of a handful of people. We should be very careful about categorically rejecting tools that might help contributors understand old code, write tests, improve documentation, port software, find defects, or perform mechanical modernization. We should be even more careful when our proposed alternative offers the appearance of trust without the substance of it.

The better principle is straightforward:

Regulate the code, not the development process.

“AI-generated” is not a workable boundary

What exactly counts as AI-generated code?

Is it a complete function produced from a prompt? A line accepted from an AI-powered autocomplete system? A compiler-suggested correction? An automated refactoring? A test generated from an existing implementation? A translation of documentation? A patch written by a human after asking a model to explain an unfamiliar API? What if the developer uses AI to identify the problem but writes every line manually? What if an IDE quietly includes machine-learning features the contributor never explicitly invoked?

The line between “human-written” and “AI-assisted” is already blurred, and it will become less distinct as generative features are embedded in editors, compilers, debuggers, search engines, and operating systems. A ban that cannot draw a stable boundary will be applied inconsistently. Honest contributors will disclose and be penalized; dishonest contributors will simply omit the disclosure. Others may be falsely accused because their code “looks generated.”

An “AI-free” badge therefore risks promising something a project cannot reliably prove. Free Software should be especially suspicious of unverifiable labels.

The risks are real—and they argue for review

None of this means generated code should be trusted.

Research has found substantial security weaknesses in AI-produced code. One empirical study of Copilot snippets found security problems in roughly 30 percent of Python snippets and 24 percent of JavaScript snippets in its later dataset. Other research has demonstrated that code models can memorize portions of their training data, while studies of license compliance have found that models often provide inaccurate licensing information, particularly for copyleft code. Those are serious concerns, not anti-AI superstition. (Security weaknesses study; memorization study; license-compliance study)

The productivity story is also more complicated than the advertising. GitHub reported that developers completed a controlled programming task considerably faster with Copilot, but a later randomized study of experienced Open Source developers working in their own repositories found that the tools available in early 2025 made them 19 percent slower. METR’s 2026 follow-up found suggestive but still statistically uncertain evidence of improvement with newer tools. AI is neither magic nor uniformly useless; its value depends on the person, task, model, and workflow. (GitHub productivity study; METR 2025 study; METR 2026 update)

But human authorship has never guaranteed secure, original, maintainable, or correctly licensed code. That is why healthy projects require tests, review, contributor certification, licensing rules, and maintainers who can reject bad work. The origin of a patch may affect how carefully we inspect it, but it cannot replace inspection.

If a contributor submits code they do not understand, the contribution should be rejected. If the patch fails tests, violates project style, invents APIs, introduces vulnerabilities, obscures provenance, or imposes an unreasonable review burden, it should be rejected. That is true whether the patch was produced by Claude, Copilot, a Stack Overflow answer, a contractor, a junior programmer, or a senior maintainer having a bad afternoon.

The repository contains code, not virtue.

Review capacity is the scarce resource

Maintainers have a legitimate complaint: AI can make producing a patch far cheaper than reviewing one. A person can generate thousands of lines in minutes and then expect a volunteer to spend hours establishing whether any of it is correct. That asymmetry can become a denial-of-service attack on a project even when the submitter means well.

The answer, however, is not necessarily to ban a tool. It is to place the cost and responsibility back on the contributor.

A project can require that contributors:

  • disclose material use of generative AI;

  • identify the tool and describe how it was used;

  • certify that they reviewed and understand every submitted change;

  • explain the design and answer maintainer questions without outsourcing the conversation to a model;

  • provide focused tests and evidence that the patch solves a real problem;

  • comply with the project’s licensing and provenance requirements;

  • keep changes small enough to review; and

  • accept that unexplained, low-signal, or mass-generated submissions may be closed without detailed triage.

Disclosure is imperfect, but it establishes a community norm and makes an honest contributor accountable. Research into self-declaration practices has already found developers using everything from a simple disclosure to records of prompts, explanations, and quality checks. Projects can choose a level proportionate to their risk. (Study of AI-code self-declaration)

This approach is stricter than either blind enthusiasm or symbolic prohibition. It does not say, “AI wrote it, so it must be acceptable.” It says, “You submitted it, so you are responsible for it.”

Freedom is not a reenactment of an older toolchain

Free Software is founded on the user’s freedom to run, study, modify, and share software. Those principles describe control over technology; they do not require that every developer use the same approved method to create it. The Open Source Initiative’s work on an Open Source AI Definition likewise frames the issue around the practical freedoms to use, study, modify, and share systems—not around preserving a pre-AI development ritual. (Open Source AI Definition 1.0)

There are valid reasons for preferring Free or locally operated AI tools over proprietary cloud services. A project may reasonably prohibit contributors from uploading confidential material or unreleased security fixes to third-party systems. It may impose stricter provenance requirements in sensitive components. Individual maintainers may decline to review bulk-generated reports that have repeatedly produced noise. These are concrete policies tied to concrete harms.

What does not follow is that a project becomes more free merely because no contributor used a generative tool.

An “AI-free” identity may even distract from the qualities that users actually need: portability, stability, compatibility, security, good documentation, responsive maintenance, and code whose behavior can be understood and changed. A badge is not a substitute for those things.

Blanket refusal has an opportunity cost

Mature Free Software projects often contain decades of code and institutional knowledge. They need documentation, regression tests, API audits, build-system repairs, platform ports, translations, issue triage, and repetitive modernization. Generative AI will not perform those jobs reliably on its own. It can still help a knowledgeable contributor perform some of them.

Rejecting that possibility at the policy level has consequences. It may discourage younger contributors whose development environment already includes these tools. It may disadvantage people working in a second language or developers with disabilities who use AI as an accessibility aid. It may prevent experiments that would have failed harmlessly—or succeeded usefully—under ordinary review. Most dangerously, it can encourage a culture in which the declaration “human-written” is treated as evidence of quality.

Free Software has survived previous waves of automation. High-level languages, garbage collection, IDEs, graphical interface builders, code generators, automated formatters, static analyzers, and online code search all changed what it meant to “write” software. Each tool altered the division of labor between programmer and machine. The relevant question was never whether every token originated in a human mind. The question was whether people retained the freedom, knowledge, and responsibility needed to control the resulting system.

That remains the right question now.

A policy that protects projects without freezing them

A sensible policy can fit on one page:

  1. Disclosure: Contributors must disclose material AI assistance in the commit message or pull request.

  2. Responsibility: The named human contributor is the author of record and must understand, explain, test, and stand behind the entire submission.

  3. Quality: AI-assisted contributions receive the same requirements for correctness, security, maintainability, style, documentation, and test coverage as any other contribution.

  4. Provenance: Contributors must have a reasonable basis to believe the submission is license-compatible and must identify known sources or generated passages that may reproduce existing code.

  5. Data protection: Project secrets, embargoed vulnerabilities, private communications, and other restricted material may not be submitted to unauthorized external services.

  6. Reviewability: Maintainers may reject oversized, unexplained, repetitive, or low-signal submissions without performing free forensic work for the submitter.

  7. Local discretion: Components with unusual legal, safety, privacy, or reliability risks may adopt additional written restrictions.

This policy does not resolve every ethical question surrounding generative AI. No contribution policy can. It does, however, address the matters a software project can actually evaluate and enforce.

We should not surrender the future of software freedom

The Free Software community should remain one of the sharpest critics of concentrated corporate power, opaque models, exploitative data practices, environmental cost, and systems that deprive users of control. Criticism is part of our job. So is building an alternative.

If we define ourselves by refusing to touch an important new class of technology, proprietary vendors will shape that technology without us. If instead we insist on transparency, modifiability, privacy, local control, licensing clarity, and human accountability, we can bring the values of Free Software into the AI era.

We do not need to pretend that generative AI is trustworthy. We need processes that do not require us to trust it.

Judge the patch. Demand disclosure. Require understanding. Enforce licensing. Protect reviewers. Reject garbage.

But do not hobble Open Source and Free Software with a blanket ban that is difficult to define, impossible to verify, and disconnected from the quality of the code we ultimately ship.

La Generazione che non riesce più a uscire di casa

4 Agosto 2026 ore 13:09

Quasi un giovane americano su due sotto i trent’anni vive con almeno uno dei genitori. Nel 2025 la percentuale ha raggiunto il 49%, sei punti in più rispetto al 2022 e dodici punti in più rispetto al 2019, prima della pandemia, secondo i dati della Federal Reserve. In Gran Bretagna sta accadendo qualcosa di simile, la quota dei venticinquenni che abitano ancora nella casa di famiglia è passata dal 25% degli anni Novanta al 42% di oggi. Il Guardian ha definito il fenomeno “kidulthood”, una lunga permanenza in quella zona intermedia nella quale si è adulti per età ma si continua a vivere nella propria cameretta.

Per anni questa situazione è stata banalizzata come una scelta di comodità, “i giovani sono pigri, immaturi e troppo affezionati all’“albergo di mamma e papà”, ma i dati ci dicono tutt’altro. In Gran Bretagna, negli ultimi vent’anni, la convivenza con i genitori tra le persone di venti e trent’anni è aumentata di oltre un terzo; nello stesso periodo, la proprietà di una casa tra i venticinquenni è crollata: dal 43% della metà degli anni Ottanta al 15% di oggi. Dietro questa permanenza prolungata ci sono il costo delle abitazioni, gli affitti e i salari che crescono lentamente, e soprattutto una stabilità lavorativa sempre più difficile da raggiungere. Andare via di casa richiede insomma ormai una sicurezza economica che molti ragazzi, pur lavorando, non possiedono.

Negli Stati Uniti il fenomeno è cresciuto rapidamente, secondo le statistiche del Census Bureau nel 2025 viveva nella casa dei genitori il 58% degli americani tra i 18 e i 24 anni e il 16% di quelli tra i 25 e i 34 anni.

Anche in Italia, secondo l’Istat, nel 2024 oltre due giovani tra i 18 e i 34 anni su tre vivevano ancora con almeno uno dei genitori. L’Istituto collega questa permanenza alla precarietà lavorativa e alle difficoltà di accesso alla casa. I giovani italiani lasciano la famiglia d’origine mediamente a 30,1 anni, quasi quattro anni dopo la media dell’Unione europea, ferma a 26,2 anni. Nel 2024 soltanto Croazia, Slovacchia e Grecia registravano un’età superiore a quella italiana, mentre in Finlandia, Danimarca e Svezia si usciva di casa poco dopo i ventuno anni.

Sta cambiando anche il significato della parola “adulto”. Le nuove generazioni italiane sono molto più istruite di quelle che le hanno precedute: tra i 25 e i 34 anni la quota dei laureati è passata dal 7% del 1992 al 30,6% nel 2023. Eppure, nel 2025, soltanto il 71,8% dei giovani italiani che avevano concluso da poco gli studi risultava occupato, una delle percentuali più basse dell’Unione europea. Anche quando il lavoro arriva, spesso offre poche certezze o non valorizza gli studi compiuti. Secondo la Commissione europea, quattro giovani laureati italiani su dieci svolgono un lavoro estraneo al proprio percorso di formazione. Nel frattempo, il reddito medio da lavoro in Italia è diminuito del 7,2% rispetto al 2004. Non siamo quindi davanti a giovani impreparati o poco disposti a costruirsi una vita. Molti hanno studiato, acquisito competenze e affrontato percorsi formativi più lunghi rispetto ai propri genitori, ma titoli e preparazione garantiscono sempre meno un salario sufficiente, e la possibilità di sostenere il costo di una casa.

Una generazione pronta a uscire di casa resta così bloccata nella casa dei genitori, mentre la società continua ad attribuirle la responsabilità di un ritardo che ha contribuito a produrre.

L'articolo La Generazione che non riesce più a uscire di casa proviene da Il Blog di Beppe Grillo.

Greg Abbott Blasted Corpus Christi for Its Water Crisis. A River Authority He Has Power Over Is Falling Apart.

4 Agosto 2026 ore 12:00
An aerial landscape photo shows a winding river snaking through dark marshlands and green terrain toward the horizon under a glowing sky at sunset. A low bridge crosses the river in the midground, and calm waters reflect the warm ambient light.
Texas Gov. Greg Abbott appointed a 21-person board to oversee water in a broad area surrounding the Nueces River, which runs through Corpus Christi, Texas. Brenda Bazán for ProPublica and The Texas Tribune

Texas Gov. Greg Abbott responded with fury after Corpus Christi officials announced in March that this Gulf Coast region of more than 500,000 people could face unprecedented restrictions as its water supply dried up.

The state had already committed over $750 million in low-interest loans to the city’s plans for a desalination plant, a project that would add 30 million gallons a day to the region’s water supply. But the project had gone nowhere.

“You know what they did? They squandered it, and then they changed their plan and then they were indecisive about what to do,” Abbott said of city officials in a heated response to a reporter’s question at an unrelated March press conference.

“What Corpus Christi leaders have to do is make a decision,” Abbott said. “We can only give them a little time more before the state of Texas has to take over and micromanage that city and run that city to make sure that every resident who goes to the water tap and turns it on, they are going to be getting water out of their faucet, not because of what local leaders are doing but because of what the state of Texas will do.”

Even as Abbott was demanding that Corpus Christi get its act together, another agency, whose entire board Abbott appoints, was also coming undone.

In late June, board members of the Nueces River Authority learned that funding for a desalination plant the agency hopes to build, separate from the city’s, is months from running out. Additionally, the agency was spending more than it was taking in, and other contracts that had kept the authority financially afloat had been canceled.

Although the river authority’s project is a critical part of efforts to expand the region’s water supply, so far, the governor hasn’t threatened to take over the agency’s day-to-day operations. He’s consistently placed the burden of responsibility on the NRA board.

But Abbott has previously demonstrated that he can use his authority to compel other agencies to act: In March, he instructed a different river authority not to reduce Corpus Christi’s water allocation from Lake Texana. He also had the state’s environmental agency waive regulations so the city could move groundwater from Nueces County, which includes Corpus Christi, to its water treatment plant.

As far back as October 2022, while he was campaigning for reelection, Abbott said in an interview with KRIS 6 News that the state was working with the city and Nueces County on a desalination plan. If the city did not pursue the project, “then the state of Texas will do it for them,” the governor said. But the state is not currently involved in the city’s desalination project.

The governor appoints all 21 members of the NRA’s board and designates its president. With a majority vote of the river authority board, Abbott also can remove any board member for inefficiency, neglect of duty or misconduct. He has no such control over the Corpus Christi City Council.

Political scientists and water policy researchers who reviewed the situation told KRIS 6 News that Abbott’s decision to pressure Corpus Christi while leaving the NRA to address its problems largely on its own reflects a selective use of power. While recent rains have helped delay, though not prevent, an immediate water emergency for Corpus Christi, experts say the region still needs to develop new infrastructure projects to secure its long-term water supply.

Should water supplies drop below certain levels, Corpus Christi residents and businesses — including oil refineries and petrochemical plans — would be required to cut water use by 25 % under the city’s current Level 1 water emergency plan. Households would be capped at using 6,000 gallons of water per month, landscape watering would be banned and there would be surcharges imposed on those who exceed their allotments.

“The city of Corpus Christi needs a lot of help, it doesn’t need threats, and the Nueces River Authority is in way over its head,” said Cal Jillson, a political science professor at Southern Methodist University. “The water crisis in Corpus Christi and beyond in Southeast Texas is serious, and it’s not clear that anyone has the breadth of authority and resources to deal with it.”

A wide shot shows a multistory brick building labeled "City Hall" behind a fenced-in parking lot. In the foreground, a person rides a black bicycle across the wide, paved street under a bright clear sky.
An exterior view of an office storefront featuring a sign with the Nueces River Authority logo — a blue circle surrounding a Texas star.
Gov. Greg Abbott has threatened Corpus Christi’s leadership over the city’s failure to move forward with a planned desalination plant, but he has largely refrained from publicly criticizing the leadership of the Nueces River Authority, even though he appointed its board. The NRA has also faced struggles in getting its planned desalination project up and running. Brenda Bazán for ProPublica and The Texas Tribune

What Power Does Abbott Have?

The public troubles for the NRA bubbled up as far back as March, when the agency’s then-chief operating officer sent a letter to board members accusing Executive Director John Byrum of making “materially inaccurate” statements about the authority’s finances related to the planned desalination project.

KRIS 6 reached out to the governor’s office in the spring about the accusations.

“Every member of a Texas board or commission should uphold the highest standards of integrity, transparency, and accountability in service of the people of Texas,” Abbott press secretary Andrew Mahaleris wrote in a statement. “Governor Abbott expects a thorough investigation into the allegations brought forth and for the Board to act swiftly once the investigation is complete.”

The board eventually cleared Byrum of “intentional wrongdoing,” but the NRA declined to release a copy of the investigation to KRIS 6 in response to a public information request; the Texas office of the attorney general has not yet ruled on whether the report can be withheld. The news organization asked the governor’s office for his response to the investigation and the board’s decision, but he did not respond.

The river authority’s unstable finances became even more apparent at a board meeting in late June, when the agency’s chief financial officer confirmed the NRA could be out of money for the desalination project by the end of August if certain contracts didn’t materialize. Since then, three of the agency’s desalination contracts, which the authority was depending on to stay afloat, expired and have not yet been renewed. KRIS 6 News asked the governor’s office whether it was aware of the agency’s continuing problems. Mahaleris again referred the news organization back to board members.

“The NRA Board oversees the agency’s operations and finances,” Mahaleris wrote June 27. “The Governor appoints board members to the state’s water authorities but does not manage their day-to-day operations. …The Governor expects accountability from appointed boards.”

While Abbott has no direct legal authority over the NRA’s policy decisions, he can use the power of his office to publicly pressure them, Ron Beal, a retired Baylor University School of Law professor whose work on Texas administrative procedure has been routinely cited by the Texas Supreme Court, wrote in a response to KRIS 6 News.

“He can say that when each member’s term ends, if the water project is not on its way, they will absolutely NOT be re-appointed to the job!” Beal wrote. “In other words, he cannot force them legally to follow his orders, but there is no doubt he has the bully pulpit and if anyone can pressure everyone to work together NOW and get it done ASAP, it is the Governor!!!!”

Texas Gov. Greg Abbott speaks into a microphone with his left hand raised in a gesture, addressing an audience. He is dressed in a navy suit jacket over a light-blue collared shirt.
Texas Gov. Greg Abbott at a press conference in June Brenda Bazán for The Texas Tribune

In a written statement to KRIS 6 News for this story, Abbott again placed responsibility on both the Corpus Christi City Council and the NRA board but did not address most of the specific questions asked.

“Despite the temporary reprieve granted by recent rain, the Governor’s expectations for the region have not changed. … The Corpus Christi City Council created this crisis through repeated failure to act on desalination,” Mahaleris wrote. “The Council remains responsible for securing reliable water for their citizens. The Nueces River Authority Board is responsible for the agency’s finances” and the desalination project.

The governor’s office did not answer questions about whether Abbott has taken steps to coordinate among the city, the NRA and other stakeholders, or about what “accountability from appointed boards” looks like in practice.

Even as the governor’s office has publicly distanced itself from the NRA’s operations, it has fought to keep from releasing its own communications with the river authority’s leadership.

KRIS 6 News filed a public information request on July 2 seeking emails, text messages, meeting notes and correspondence between the governor and members of his staff and Byrum, the NRA executive director, and NRA board President Eric Burnett. The request covered the river authority’s desalination project and any state funding, grants or loan guarantees related to those efforts.

The governor’s office confirmed on July 17 that it had records that met the parameters of the request. It did not release them. Instead, the office asked the attorney general’s office for permission to withhold the documents. The office argued that the records relate to a proposed water facility project for which state funding may be sought and that releasing them would “seriously disadvantage Texas,” but did not explain how. Abbott’s office also said the records reflect policy advice between the governor’s office and representatives of another state agency; this type of communication can sometimes be withheld under the state’s public information law.

The river authority has struggled to keep up with the demands of the desalination project, which is estimated to cost $6.4 billion. Design work on the pipeline that’s supposed to deliver the desalinated water stalled because the river authority hasn’t offered the company building it a new contract. Byrum, the executive director, has claimed President Donald Trump promised funding for the project, but the river authority has never actually made a formal request to the White House.

Jillson pointed to a fundamental mismatch between the NRA and the scale of the desalination project it’s trying to complete. The NRA staff is small, with an annual budget of up to about $5 million. It’s governed by unpaid, part-time board members who historically meet quarterly to provide broad direction.

He said the governor should direct someone in his office to determine whether the NRA has the personnel and expertise to execute a project of this scale and, if it doesn’t, to act on that finding. Without that kind of direct link between the governor’s office and the agency, Jillson said, “what you’re saying is, ‘We expect these guys to oversee themselves.’”

Byrum wrote in a response to KRIS 6 News that the authority “has the experience to oversee” the project and the option to hire additional staff if required.

The river authority did recently secure one large contract for the project: In May, the NRA selected Israel-based IDE Technologies as its development partner for the desalination plant.

Abbott toured a desalination facility in Israel run by IDE in January 2016. At the time, IDE said Abbott “expressed his intention to partner with Israeli technology companies such as IDE to develop and deploy water solutions for Texas,” as reported by Wastewater Digest.

KRIS 6 News asked if the governor, or anyone in his office, was involved in the NRA’s selection of IDE.

Byrum wrote that the “Governor’s office was not involved.” KRIS 6 News asked the governor the same question, but his spokesperson did not respond.

An aerial photograph captures a vast coastal marshland surrounded by vibrant turquoise and deep blue waters. Small green islands, winding estuaries and shallow mudflats stretch across the landscape.
The Nueces River Authority has proposed constructing a desalination plant on Harbor Island, a flood tidal delta on the outskirts of Corpus Christi. Brenda Bazán for ProPublica and The Texas Tribune

The Takeover Question

Abbott has a record of curbing the power of Texas cities like Corpus Christi to govern themselves. In 2015, he signed a bill that overrode a voter-approved fracking ban in Denton in North Texas and blocked cities from banning or restricting oil and gas drilling. In 2023, he signed the so-called “Death Star” bill, which preempted city authority over eight policy areas, including labor, natural resources, insurance and property.

Republican state Rep. Denise Villalobos, who represents the Corpus Christi region, previously told KRIS 6 that Abbott directed her to draft a bill that would create a state-level water infrastructure authority, something she compared to the state’s highway department.

If adopted by the Legislature when it meets next year, such an authority would take many decisions about future water supplies away from locals.

Villalobos did not comment for this story. Abbott’s office did not answer questions about the proposed legislation.

Corpus Christi City Manager Peter Zanoni told KRIS 6 this summer that his office had looked into how a takeover would work and found no examples in Texas of the state stepping in to run a water operation or water corporation. The closest parallel, he said, is the state’s ability to take over ailing school districts.

Abbott’s threat to take over Corpus Christi’s desalination project runs into other unsettled legal territory the governor’s office has not addressed publicly, said Gabriel Collins, a lawyer and research fellow at Rice University’s Baker Institute for Public Policy who studies water and energy policy.

Under Texas law, surface water, meaning rivers and lakes, is public property, giving the state a clear line of authority. Water pumped from the ground is considered private property, belonging to the person who owns the land above it, and is regulated locally.

Desalinated seawater fits into neither category. Collins said a legal case could theoretically be made that water drawn from within 3 miles of shore falls under state jurisdiction, but he said he isn’t aware of anyone making that argument in this context.

“That would be a massive shift in water policy in the state of Texas,” Collins said.

But the legal question may be less important than a practical one, Collins said. Would a state takeover of Corpus Christi water regulators, even if it could be done, actually make a difference?

“Or would you be better off resolving those fundamental problems by having the state be a catalyst and a facilitator financially that helps the local political authorities solve a problem?” Collins said.

The post Greg Abbott Blasted Corpus Christi for Its Water Crisis. A River Authority He Has Power Over Is Falling Apart. appeared first on ProPublica.

Evento sismico ML 4.3 in provincia di Pisa, 4 agosto 2026

4 Agosto 2026 ore 12:00

Un terremoto di magnitudo Richter ML 4.3  è stato registrato dalle stazioni della Rete Sismica Nazionale alle ore 10:15 italiane del 4 agosto 2026, 6.7 km a sud – ovest di Pisa, ad una profondità di circa 8 Km.

Nell’ora successiva al terremoto sono state registrate 5 repliche, tutte di magnitudo inferiore a 2.0.

Di seguito la tabella con i Comuni entro 20 km dall’epicentro:

La zona interessata da questo terremoto è caratterizzata da pericolosità sismica media, come testimoniato dalla Mappa della pericolosità sismica del territorio nazionale (MPS04) e dai forti terremoti avvenuti in passato.

Secondo il Catalogo Parametrico dei Terremoti Italiani CPTI15 v. 4.0, in passato in questa area non sono avvenuti forti terremoti. Il più forte terremoto registrato in questa parte della Toscana è l’evento di Orciano Pisano del 14 agosto 1846 di magnitudo stimata pari a Mw 6.0. Più recentemente possiamo ricordare l’evento del 19 ottobre 2013 di M 3.4 localizzato lungo la costa pisana.

Dalla mappa della sismicità strumentale dal 1985 ad oggi notiamo che l’area  interessata da questo terremoto è caratterizzata da sismicità prevalentemente lungo la costa tra Pisa e Livorno.

La mappa di scuotimento sismico (SHAKEMAP), calcolata dai dati delle reti sismiche e accelerometriche INGV e DPC, mostra dei livelli di scuotimento stimato fino al V grado MCS.  

Dalla mappa dei risentimenti macrosismici ricavate dai 1868 questionari inviati al sito www.hsit.it, in continuo aggiornamento, notiamo che l’evento di questa mattina è stato risentito in un’area molto estesa, in particolare nelle province di Pisa, Livorno, Lucca, Firenze e La Spezia con valori di intensità fino al IV grado MCS. Il terremoto è stao risentito anche a Genova e Bologna con valori di intensità fino al IV grado MCS.

 

 


Licenza

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Re: DX PATROL MK4.

4 Agosto 2026 ore 11:33
Do you mean OpenWebRX+ 1.2.117 SD Card Image for 64bit Raspberry Pi ?
 
RasPi 3 probably doesn't have enough processing power, and although it has 64-bit ARM core with a 32-bit GPU, the usual RasPi OS is only 32-bit.
 
I'd suggest minimum RasPi 4 (or even better a 5) hardware, to be able to take full advantage of OWR+.
 
 
On Tue, Aug 4, 2026 at 05:26 AM, GEORGE-SV1GGY wrote:

Il Punto

4 Agosto 2026 ore 11:30

Anche il governo riconosce ormai che il drenaggio fiscale ha aumentato il prelievo sui redditi dei contribuenti. Anzi, sottolinea il fatto che si creano così spazi fiscali aggiuntivi, dato che la Commissione europea lo considera una misura discrezionale di aumento delle entrate. Il golden power è uno strumento pensato per tutelare la sicurezza nazionale e […]

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Pertica (Leasys): pronta consegna e digitalizzazione per attrarre nuovi clienti

4 Agosto 2026 ore 11:07
Innovare senza perdere il rapporto diretto con il cliente, coniugando solidità industriale e formule flessibili capaci di sviluppare tutti i canali, a cominciare da quello dei privati. questa la direzione che Andrea Pertica ha impresso a Leasys Italia, di cui è ceo dall'inizio del 2025, che dice: Abbiamo chiuso il primo semestre come primo operatore del noleggio a lungo termine in Italia, con oltre 47.700 immatricolazioni e una quota di mercato del 21%. Disponibilità e diversificazione del prodotto Il risultato dei primi sei mesi del 2026, sostiene Pertica, è frutto di una strategia costruita su quattro pilastri: omnicanalità, approccio multibrand, offerta di prodotti e servizi premium e digitalizzazione. A questi si affiancano una presenza commerciale capillare e una rete di assistenza diffusa su tutto il territorio, che ci consentono di essere vicini al cliente in ogni fase del noleggio. &quot; un elemento distintivo&quot;, aggiunge il capo di Leasys Italia, &quot;che contribuisce in modo significativo alla qualità dell'esperienza del cliente e alla fidelizzazione. Un altro fattore determinante è la disponibilità di prodotto, con una gamma ampia e diversificata in grado di rispondere alle esigenze di privati, professionisti, imprese e pubblica amministrazione e assicurare un'elevata disponibilità di veicoli in pronta consegna, fattore fondamentale per chi sceglie il noleggio. Naturalmente la competitività economica continua a essere un elemento rilevante nelle scelte dei clienti, insieme alla qualità complessiva della soluzione offerta e alla capacità di rispondere in modo efficace alle diverse esigenze di mobilità&quot;. I rualtati ottenuti sono anche l'effetto di un ampio ricorso alla formula del rent-to-rent, ma, sostiene Pertica, &quot;negli ultimi diciotto mesi abbiamo adottato un approccio più selettivo, con una particolare attenzione alla qualità delle controparti e alla gestione del rischio di credito. Questo non significa ridurre l'importanza del canale, che continua a rappresentare un elemento strategico del nostro modello: consente agli operatori del breve termine di avere maggiore flessibilità, limitando gli investimenti diretti sulla flotta, e allo stesso tempo permette a Leasys di ottimizzare la gestione dei veicoli in flotta&quot;. Fra gli asset strategici di Leasys ci sono naturalmente i veicoli commerciali, anche in un periodo non facile per il settore: &quot;nel primo semestre dell'anno&quot;, prosegue Pertica, &quot;abbiamo raggiunto una quota di mercato del 27,2%, confermando una solidità di posizionamento sia sulle aziende sia sui professionisti. La nostra natura captive e le sinergie con Stellantis ci consentono di contare su un'ampia gamma di veicoli, su una maggiore capacità di pianificazione e sulla disponibilità immediata di prodotto che permette ad aziende e professionisti di evitare interruzioni dell'operatività&quot;. Elettrico e fisco, digitalizzazione ed efficienza Le immatricolazioni di vetture elettrificate sono cresciute, ma l'ambiente si chiede se si tratta di un fenomeno trainato soprattutto dalla normativa fiscale. Il ceo di Leasys sostiene che &quot;stabilità regolatoria e misure di incentivazione mirate sono variabili determinanti e possono favorire il rinnovo del parco circolante e sostenere la transizione verso motorizzazioni elettriche ed elettrificate. In questo contesto, il noleggio a lungo termine si conferma uno strumento efficace per accompagnare questa evoluzione, perché consente di ridurre l'incertezza tecnologica e pianificare con maggiore efficacia i costi. L'introduzione del nuovo regime dei fringe benefit ha sicuramente orientato le scelte delle aziende in modo più deciso verso le motorizzazioni plug-in hybrid ed elettriche. Diverso è il quadro sul mercato dei privati: esiste un interesse crescente nei confronti della mobilità elettrica, ma le preferenze continuano a concentrarsi prevalentemente sulle motorizzazioni tradizionali, mild hybrid e full hybrid&quot;. Per avvicinare un numero maggiore di utenti alle nuove forme di mobilità, Leasys si affida a&nbsp;digitalizzazione, approccio multibrand e sviluppo di nuove formule di servizio. &quot;La digitalizzazione ci consente di sviluppare servizi a valore aggiunto e di accompagnare il cliente lungo tutto il ciclo di vita del noleggio per un'esperienza sempre più semplice, efficiente e personalizzata.&nbsp;La promozione in corso, dedicata a Jeep Compass, rappresenta un esempio concreto di questo approccio: si rivolge ad ogni tipologia di target e amplia l'accessibilità della formula, integrando la componente digitale con il valore della consulenza&quot;. La stabilità che serve per supportare il cliente&nbsp; Riguardo agli interventi normativi che potrebbero favorire ulteriormente lo sviluppo del comparto, Andrea Pertica concorda che &quot;la nuova fiscalità ha sicuramente favorito le auto elettriche e plug-in, ma oggi penalizza eccessivamente mild hybrid e full hybrid, che invece garantiscono comunque una significativa riduzione delle emissioni rispetto ai motori tradizionali. Sarebbe auspicabile prevedere agevolazioni anche per queste motorizzazioni. Allo stesso tempo serve maggiore stabilità normativa. Quando cambiano continuamente regole su bonus, accesso alle Ztl o altre agevolazioni, si genera incertezza, e questo rallenta le decisioni dei clienti. Infine, sarebbe utile incentivare anche il noleggio dei privati: oltre a favorire il rinnovo del parco circolante, queste azioni potrebbero contribuire a far emergere una parte del sommerso presente nella manutenzione dei veicoli di proprietà, con benefici anche per il gettito fiscale&quot;. Quanto alla gestione del post-vendita, Pertica sostiene che anche in quell'ambito la digitalizzazione rappresenta un elemento distintivo del modello operativo di Leasys. &quot;La relazione con la rete di assistenza è completamente digitalizzata da oltre vent'anni: officine, carrozzerie e gommisti possono gestire richieste, documentazione e immagini attraverso una piattaforma dedicata, consentendo una maggiore rapidità nella valutazione degli interventi e una gestione più efficiente dei processi autorizzativi&quot;.Un esempio concreto di questa evoluzione è rappresentato dall'introduzione della Smart Authority per la gestione del cambio pneumatici, un'attività che presenta una forte stagionalità e che in passato poteva generare picchi di richieste e rallentamenti. Il processo è stato reso più semplice e immediato: l'officina inserisce direttamente sulla piattaforma le informazioni necessarie, come targa del veicolo, chilometraggio e stato dei pneumatici, e il sistema effettua automaticamente le verifiche previste, deliberando l'intervento quando vengono rispettati i parametri definiti, ma garantendo un controllo puntuale sui lavori autorizzati.

The EPA Doesn’t Typically Retest Homes in the Country’s Largest Residential Lead Superfund Site. So We Did.

A man with brown hair and a beard wearing brown glasses, a teal long-sleeved button-down and white latex gloves holds a plastic test tube and a metal spoon. He’s staring intently at the spoon and test tube. Green trees appear out of focus in the background.
Flatwater Free Press reporters Chris Bowling, pictured, and Leah Keinama and ProPublica reporter Cassandra Garibay led the collection of soil samples to test 620 homes in Omaha for lead contamination. Lily Smith/Flatwater Free Press

Decades after the last plume of lead-laced smoke rose from a smelting plant in Omaha, Nebraska, the Flatwater Free Press and ProPublica found lead in concentrations that pose a threat to people’s health in soil throughout east Omaha. 

Our investigation began more than two years ago, when Leah Keinama, who previously worked for a food security nonprofit, could not find up-to-date information about lead contamination for gardeners in Omaha. Keinama, now the director of civic journalism at the Nebraska Journalism Trust, and reporters at the Flatwater Free Press knew about the city’s refining history, so they teamed up to find out whether concerns about lead exposure were still warranted all these years later.  

The Environmental Protection Agency declared a 27-square-mile area within the city a hazardous waste zone, known as a Superfund site, after the American Smelting and Refining Company closed in the 1990s. That prompted a lengthy period of testing and remediation. Today, unless Omaha residents pay for private testing, there aren’t many avenues to find out how much lead is in their soil if their property had been tested by the city and EPA in the past.

Do You Live in Council Bluffs or Carter Lake, Iowa? Sign Up for Free Lead Testing of Your Soil.

An Omaha lead smelter spread dust that seeped into the soil and bodies of many residents. The EPA spent decades cleaning up the surrounding area — but not Council Bluffs, Carter Lake or Bellevue.

A Community-Informed Investigation 

Throughout our reporting, we heard from hundreds of Omaha residents who said they didn’t know about the city’s lead history. Some said they believed that because the EPA had already cleaned up thousands of properties that had high concentrations of lead in the soil, there was nothing to worry about. 

Our goal was to reach people in every neighborhood in and around the Superfund site. So we knocked on doors, hung up flyers around town, visited a community health center, attended multiple events, partnered with local libraries, and spoke to a college classroom to invite people to sign up for free soil testing. We also posted our online form in various social media channels and shared the news with other local media. We made our reporting available in Spanish, as roughly 10% of residents living within the Superfund site don’t speak English.

Flatwater Free Press initially partnered with local libraries and a community-based organization to distribute do-it-yourself kits with instructions on how to collect a soil sample. We received fewer than 100 samples using this method before switching to a sign-up system in which residents indicated they wanted our team to collect soil from their yard.

After a resident signed up for testing, a member of the reporting team (usually Keinama or Flatwater Free Press reporter Chris Bowling) went to their home, put on latex gloves, wiped down a stainless steel spoon with an unscented wipe and scooped about 3 to 4 tablespoons of soil from the middle of the yard into a sealable vial. We made sure not to collect samples too close to the house or too close to the road, which the EPA has found can be overly contaminated by paint or the remnants of leaded gasoline, respectively. When demand for testing increased, we hired two part-time soil collectors.

We sent labeled samples to Accurate Analytical Testing, an EPA-accredited lab, for $10 per test. Once we received the results from the lab, we informed residents (unless they had opted out of receiving their result) and put together a guide to answer some of their top questions

Our soil collection process differed from the EPA’s method of taking multiple composite samples from five sections of the yard. We chose to take a single sample from one area of each yard to reach more people and keep costs reasonable. In a few cases, we took multiple samples from the same yard and tested each sample individually but used only the highest result for our analysis.

The EPA said sampling a single area “can be strongly biased high or low” compared to composite sampling. However, several of the nine environmental contamination experts we spoke to said single samples can offer broad conclusions about contamination in an area when enough are collected, which several experts felt we had achieved. Some said our sampling would likely underestimate contamination on a property. 

Other experts said our testing method would not accurately depict lead levels across a particular yard because of how variable the contamination can be. At the same time, experts also told us the EPA’s method of gathering multiple composite samples can still miss hot spots or underestimate contamination. 

What We Found

Over the past two years, we used the EPA’s sampling protocol as guidance to collect soil from 620 homes in and just outside of the Omaha Superfund site. (We’re continuing to collect samples from the nearby cities of Bellevue, Nebraska; Carter Lake, Iowa; and Council Bluffs, Iowa.)

We matched each home at which we took a soil sample with Omaha’s lead registry, which includes details like the address’ remediation status and results of the EPA’s testing, and compared our test results with historic data. Some homes that had previously undergone the EPA’s remediation process had high levels of lead contamination, our analysis found.  

  • We tested 150 previously remediated yards. One in 10 of those yards’ results came back with a concentration greater than 400 parts per million, the level the EPA used to decide which yards to clean up.
  • Nearly all of the previously remediated yards that tested above 400 parts per million are within 100 yards of another property that originally tested above the EPA cleanup threshold but was never remediated. A third had two such neighboring properties. That proximity could mean that the previously cleaned-up yards we tested were recontaminated by properties where the soil was never replaced, one expert said.
  • Many of the 241 homes we tested within the Superfund site that had never been remediated also showed high levels of lead. Of those homes, 1 in 20 had a concentration higher than 400 parts per million, according to our test results.
  • Across Omaha, 41% of the 620 yards we tested had more than 100 parts per million in their soil sample, a level that an EPA model shows could cause high blood-lead levels in children. Within the Superfund site, more than half of the almost 390 yards we tested had more than 100 parts per million. 

Our testing shows that lead contamination at levels that pose a risk to residents’ health is fairly widespread — even in sites that the EPA previously addressed.

Throughout our reporting, we spoke to nine experts in environmental and lead contamination to make sense of our findings. Several said the EPA should do more testing and possibly cleanup in Omaha.

We asked the EPA about our findings. The agency said it will work with the city of Omaha to “investigate the outcomes you have noted” and work with the city and property owners to take corrective action if needed in accordance with 2009 cleanup guidelines.

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La Miura è ancora un mito: Lamborghini le dedica 99 Revuelto esclusive

4 Agosto 2026 ore 11:04
Lamborghini festeggia i 60 anni della Miura con la Revuelto Miura 60 Homage, serie speciale limitata a 99 esemplari realizzata dal programma Ad Personam, in collaborazione con il Centro Stile della Casa di Sant'Agata Bolognese.Questa Revuelto debutterà in anteprima mondiale al Lamborghini Lounge Monterey, nel corso della Monterey Car Week. La Miura è stata presentata nel 1966 ed è considerata la prima supercar della storia: la più potente, la P400 SV, erogava 385 CV e superava i 290 km/h. Stessi colori e rivestimenti La serie speciale della Revuelto è disponibile in nove colorazioni, ispirate alle stesse tinte della Miura: Rosso Arancio, Arancio, Giallo, Verde Scandal, Verde Metallic, Blu Tahiti, Blu Notte, Nero Noctis e Bianco Monocerus. Due le livree, con la parte bassa della carrozzeria a contrasto: Oro Elios con cerchi Altanero Shiny Gold, oppure Grigio Nimbus con cerchi Altanero Matt Titanium Diamond. All'esterno, il logo Miura 60 sul brancardo laterale, il logo Lamborghini posteriore e le pinze freno in nero lucido, i terminali di scarico in nero opaco. All'interno, i rivestimenti dei sedili reinterpretano il caratteristico motivo &quot;a cannelloni&quot;, con il ricamo &quot;Miura 60&quot; tra i due sedili e una targhetta in fibra di carbonio numerata. I proprietari di Miura storiche potranno richiedere al reparto Ad Personam di avere la riproduzione fedele della combinazione cromatica della propria vettura. Il powertrain rimane lo stesso Dal punto di vista tecnico, le Revuelto di questa serie speciale non cambiano: il powertrain è composto da un V12 aspirato da 6.5 litri abbinato a tre unità elettriche e una batteria agli ioni di litio, per una potenza combinata di 1.015 CV e 807 Nm di coppia. Lo &quot;zerocento&quot; è coperto in 2,5 secondi e la velocità massima supera i 350 km/h.

The EPA Spent Millions Cleaning Up a Massive Superfund Site. Our Tests Found Toxic Levels of Lead in Many Yards.

Two children jump on a trampoline outside. A woman stands nearby holding a baby. Behind the trampoline is a house with beige siding, a wooden fence and dark green vegetation.
From left, Brenda González Rocha holds her 8-month-old, Isaías, as González’s daughters Carolina, 6, and Camila, 8, play on the trampoline in their backyard in June. González’s front yard tested high for lead, and she is concerned how the contamination could “affect their quality of life.” Rebecca S. Gratz for ProPublica

Shortly after buying her house in 2022, Mary Royers learned from a man across the street that her Omaha, Nebraska, neighborhood was contaminated with lead. But her yard, like thousands of others, had been cleaned up, the neighbor said.

Royers wanted to be sure. So the 36-year-old educator checked a website where the city tracks the soil test results of every home in a 27-square-mile area surrounding the site of an old lead smelter. She saw “remediated” written in bright green letters. The federal government had completed the work two decades ago. An expert must have tested the dirt and determined the problem was solved, she thought.

Relieved, Royers set about sowing the garden of her dreams. Hours disappeared as she thrust her hands into the soil, tearing up the grass and planting purple coneflower for bees to harvest and prairie grass to sway in the breeze.

“You have the green light from the city. That means everything’s safe,” she said. “I remember thinking, ‘Thank God I don’t have to worry about that.’”

But a soil test conducted last fall by the Flatwater Free Press and ProPublica found otherwise: Royers’ yard still has more than 1.5 times the level of lead that the Environmental Protection Agency’s cleanup was supposed to have eliminated.

Reading the emailed results, she felt “gut-wrenching disbelief,” she said.

“All I could think about was the dirt under my nails and all over my face,” said Royers, who has largely given up gardening for now. She explained later, “It felt like a betrayal of that trust.”

Since 1999, the EPA has spent $273 million digging up and backfilling nearly 14,000 yards across east Omaha to address contamination left from the smelter and other factories downtown. It’s the largest residential lead cleanup in the country. And the agency’s Superfund program has repeatedly heralded it as a success.

But, it turns out, Omaha’s soil might not be as safe as officials have advertised. The news organizations tested soil from more than 600 properties, including 150 that the EPA said had been cleaned up. In those tests, 1 in 10 yards marked as remediated still had enough lead to qualify for cleanup under the original guidelines. And nearly a quarter of the properties we tested in east Omaha could qualify for further study under new guidance released by the Trump administration last fall.

The results suggest the EPA has more work to do, said Howard Mielke, a longtime researcher of lead-contaminated soil who’s considered one of the field’s foremost experts. Not only should the agency clean up the areas that tested above the remediation level, he said, but it also should test other homes.

“If you find a couple of high results, chances are many high results will be nearby,” said Mielke, an adjunct professor at the Tulane University School of Medicine.

Some experts and environmental advocates said our findings reflect weaknesses in the EPA’s approach to cleaning up residential lead sites, which can leave a lot of lead behind.

Jeff Tittel, former director of the Sierra Club in New Jersey, the state with the most Superfund sites, said he repeatedly watched the EPA declare its work done after wrongly assuming everything had been cleaned up.

“On paper, everything’s wonderful,” he said, “but at the sites, there’s still chaos.”

A woman with brown hair pulled back in a bun and a single tattoo on the underside of each forearm washes her hands in a tidy, white kitchen. She wears a red T-shirt and sage green shorts.
Mary Royers washes her hands in her kitchen after being outside in her garden. She has largely stopped gardening after a Flatwater Free Press and ProPublica soil test found high levels of lead contamination. Rebecca S. Gratz for ProPublica

The EPA declined an interview request with senior officials overseeing the Omaha cleanup.

In an emailed response, spokesperson Kellen Ashford said the EPA is committed to cleaning up contaminated sites to protect residents and the environment. “The diligent cleanup efforts have led to a dramatic decrease in elevated blood lead levels” in Omaha, he said. (While the percentage of kids testing high for lead has dropped significantly, as it has nationally, kids in the Omaha site still test high for lead at rates above the national average.)

Ashford said the EPA could not assess the news organizations’ results without further investigation, but property owners can reach out to the EPA or the city of Omaha, which now manages the site for the federal government, if they have concerns.

“Because it would not be possible to completely remove all lead,” Ashford said, the EPA and the city also try to educate the community about lead risks and precautions.

The city is already responding to the news organization’s findings.

The day after receiving her results, Royers forwarded them to the city’s lead office, asking if anything could be done. An employee tested her dirt and found even higher levels than the news organizations did. The city plans to clean the yard up again in August, Royers said.

But the EPA and the city have refused to clean up or test properties of others who have reached out about their high lead results.

The agency has also not said what it plans to do about properties that are below the current cleanup level but above President Donald Trump’s new screening level, which could prompt further action. Any update would come after a new site study the agency plans to release in October 2027, Ashford said.

Royers and her partner, Stephen Matthews, are thankful for the new cleanup, but they wonder: How many other Omahans may be misled or unaware about lead contamination in their yards?

“We’re one house out of thousands,” Matthews said.

A man with black hair and gold-rimmed glasses wears a muted pink T-shirt and gardening gloves. His arms are crossed, and he leans on a wooden pole as he looks off frame toward the right. Behind him are green plants out of focus.
Stephen Matthews, Royers’ partner, in their wildflower garden. Though the soil outside their home was remediated years ago, a recent test by Flatwater Free Press and ProPublica indicated a high level of lead. Rebecca S. Gratz for ProPublica

What Might Have Gone Wrong

It’s difficult to identify why some cleaned-up properties still test high for lead.

That’s in part because Omaha’s lead problem is almost as old as the city itself. The American Smelting and Refining Company produced lead to make batteries, cover cables and enrich gasoline for more than a century. After the smelter closed in 1997, the EPA estimated the plant and other factories had dumped 200,000 tons of lead dust — enough to fill at least 1,600 rail cars — across Omaha’s east side.

At the time, the Superfund program, which had started only a decade before, was still trying to figure out how to clean up residential sites like Omaha’s, then home to 125,000 people. Old factory sites could be bulldozed and excavated, the contaminated material carted away. But the Omaha site involved people’s homes and yards.

The agency tested nearly every yard in east Omaha and came up with a plan: It would dig up and replace parts of yards that had a concentration of more than 400 parts per million of lead — the equivalent of a marble in a 10-pound bucket of dirt.

But that meant that some properties were cleaned up while neighboring ones that had only slightly lower levels of lead were not.

Hewing to that kind of strict standard doesn’t make sense, said Gabriel Filippelli, an Indiana University earth sciences professor and longtime lead researcher.

“From a scientific standpoint, a 390 is the same as a 410,” Filippelli said. “It’s the same as a 400. They’re all about the same value.”

Failing to clean up neighboring properties can also lead to recontamination over time. When it’s windy and the ground is dry, tiny lead particles in the dirt — generally about one-hundredth the width of a human hair — become airborne and spread, Filippelli said.

When the Superfund program started, the agency cleaned an entire yard if its average lead level among multiple samples was over the limit.

But by the time the Omaha cleanup started, the method had changed. In Omaha, it divided yards into five sections: two in the backyard, two in the front yard and a thin ring around the home’s perimeter called the dripline, which often contains the most contaminated dirt but can also contain remnants of lead paint.

The agency took multiple samples per section of yard and replaced a section’s soil only if the average was over 400 parts per million. This approach could lead them to miss hot spots or leave behind areas that have high lead levels but are just under the cleanup threshold. Contractors also did not dig up the driplines if another part of the yard wasn’t over the limit.

This could explain why the Flatwater Free Press and ProPublica’s testing found that about 1 in 20 homes that didn’t qualify for cleanup originally now tested above the cleanup threshold. In addition, the news outlets found several properties outside the Superfund site that were over the limit.

A pair of hands hold a brown glass jar and pick small white flowers.
Three yellow flowers are in focus against an out-of-focus green background.
Royers saves seeds from flowers in her garden before the soil is scraped away for remediation. Royers considered gardening to be something healing, so she was frustrated to learn it might actually have been harmful. Rebecca S. Gratz for ProPublica

In the early days of the cleanup, Don Preister, a longtime Omaha lead advocate and former state senator, argued for the EPA to clean up entire yards and to lower the level of lead that would qualify for remediation, calling the agency’s solution a half-measure.

But the EPA decided that its approach made the most of limited money and prioritized the highest-risk areas. One EPA manager told Omahans in 2004 that the choice to remove only sections of yards was “economical,” according to meeting records.

“It brought out feelings of hurt,” Preister said of the EPA’s choice. “Children are likely to still be impacted, and their health affected.”

The EPA’s national guidelines did advise against “‘patchwork clean-up’ patterns which are prone to recontamination” when adjacent sections are high. But the agency didn’t give clear guidance on how to implement that, several former site managers said, and some felt they had to follow the rules strictly or risk violating federal law or agreements with companies paying to clean up their pollution.

Ashford acknowledged that the agency has to adhere strictly to its cleanup plans but said in some cases, like an industrial site near a residential area, the EPA may clean up to a lower level to prevent recontamination.

Another problem was that east Omaha was full of older homes that contained lead paint that could recontaminate cleaned soil over time. Following local pressure, the EPA agreed to test homes’ paint. If it contained lead, the agency repainted the outside. But the EPA did not repaint houses whose soil did not also qualify for cleanup. Studies in urban areas have found homes with deteriorating paint have contaminated nearby gardens.

Ashford said an EPA study found most lead-based paint contamination in Omaha was within 6 feet of the house.

Brenda González Rocha, who has lived in her south Omaha home since 2020, thinks both soil and paint are to blame for the lead that doctors found in her 4-year-old daughter’s blood. Her basement had lead paint, which she hired a company to fix.

But although the EPA cleaned up her yard in 2012, the Flatwater Free Press and ProPublica tests found levels of lead that are higher than before the agency remediated it. González is surrounded by properties with lingering lead. A yard down the street that had high lead levels was never remediated. The banks of the nearby highway were never dug up and replaced. The house next door has lead paint on it, according to the city lead website.

Ashford said it’s unlikely that wind-blown dust from one house to another would recontaminate cleaned areas with enough lead to surpass the cleanup level.

But nearly all the remediated properties the newsrooms tested that were over the cleanup threshold are within 100 yards of a property that originally qualified for remediation but wasn’t cleaned up. A third had two such neighboring properties.

González’s eight kids, between 8 months and 22 years old, love to play outside. They jump on the trampoline, ride bikes and play soccer. Now González is anxious whenever they’re in the yard.

“I worry that this could affect their quality of life,” she said. “I would feel bad if something happened to them during their development. I would feel responsible.”

A woman with long black hair wearing a gray T-shirt and glasses stirs a spoon in a bowl of soup. She is leaning over a small child wearing pink glasses, a pink shirt and black headband. The child is touching a baby seated at the table. There is a yellow wall, window and refrigerator behind them. A plate of food is next to the woman’s arm on the table.
González and her daughter Camila help feed soup to Isaías at home. González’s front yard tested high for lead, and she is worried about letting her children play outside. Rebecca S. Gratz for ProPublica

“Benign Neglect”

Once the EPA chooses a fix for a Superfund site, it is generally required to review the site every five years to update the public on the progress of the cleanup. But the ways those reviews are done leave unanswered questions about whether the solution is working and how much lead is in Omaha today, said experts who examined the reports for the Flatwater Free Press and ProPublica.

In their reviews, government officials in Omaha track how intact the grass is on top of the new soil. If it is exposed or has been disturbed, it could be a sign that any remaining lead is no longer safely underground and could blow around.

But they don’t retest a representative sample of properties.

Do You Live in Council Bluffs or Carter Lake, Iowa? Sign Up for Free Lead Testing of Your Soil.

An Omaha lead smelter spread dust that seeped into the soil and bodies of many residents. The EPA spent decades cleaning up the surrounding area — but not Council Bluffs, Carter Lake or Bellevue.

Cleanups often take several tries to get right, said Tittel, the former New Jersey Sierra Club director, and recontamination or missed contamination can be a huge problem.

Tittel said he has seen similar patterns in New Jersey. In 1979, Tittel helped show EPA employees where the Ford Motor Company dumped industrial waste into abandoned mine pits. Since then, he has seen the mess declared a Superfund site, marked safe, become a Superfund site again and spawn a lawsuit that Ford settled in 2009 as locals continued discovering more hazards.

“It’s sort of a benign neglect when it comes to these sites,” Tittel said. “Government just wants to get it over with because it’s taking so long. They end up cutting corners or looking the other way.”

A Ford spokesperson said the company takes its environmental responsibility seriously and has been working with state and federal officials to clean up the site.

Retesting soil does not appear to be standard at other sites, according to reviews examined by the Flatwater Free Press and ProPublica. But it should be, said Debbie Chizewer, a managing attorney with the environmental law group Earthjustice. Without ongoing testing, the EPA can’t really know if its solution is working, she said, and residents won’t know how toxins in the environment are impacting their health.

“I think for the five-year review to be meaningful, you need to do testing,” she said.

Ashford said the EPA retests properties on a case-by-case basis, such as when construction disturbs the soil. The periodic reviews, which in Omaha have led to an ongoing reevaluation of the site’s cleanup level, allow the EPA to ensure these unique, complex sites protect people and the environment over time, he said.

Steve Zivny, who leads Omaha’s Lead Information Office, also said new testing and cleanup decisions depend on factors such as whether kids live at the home and whether they have tested for a high lead exposure.

Two small children look at a baby in a yellow and red toy car inside a gray, tidy living room. There is a crucifix on the wall with red and blue medallions hanging from it. A painting of the Virgin of Guadalupe also decorates the wall.
Camila, Carolina and Isaías play together at home. Their mother keeps indoor toys inside and outdoor toys outside to avoid lead contamination inside the house. Rebecca S. Gratz for ProPublica

The EPA’s reviews of the Omaha site do point to some potential problems. In 2024, inspectors found 98% of the lawns had been disturbed, indicating a risk that buried lead could be exposed. That includes having weeds, bare soil or demolished buildings. But the EPA tested only 32 sites where homes had been demolished and found six exceeded the cleanup level. To them, that indicated the solution was “generally protective; however, more data should be collected to support this conclusion,” according to the report.

Those figures, however, trouble Ian von Lindern, who oversaw lead cleanup at an Idaho Superfund site for more than 30 years. He doesn’t doubt the federal government did a good job hauling away tons of toxins in Omaha. But he’s sure they couldn’t get all of it.

At the Idaho site, the EPA requires people to request permits from a local health district before digging in their yards. Local health employees can also test residents’ dirt, and, if it’s above the cleanup level, it may qualify for further remediation.

Without someone keeping a close eye on the fixes, recontamination can occur as people dig up lead-contaminated soil or unremediated soil is allowed to blow around.

“Those remedies are, I don’t want to use the word failing, but they’re becoming less effective,” he said.

Royers worries many homes in Omaha fit that description.

This summer, the educator is letting the weeds grow freely in her garden. Pretty soon, the city is going to replace it anyway.

The thought makes her feel guilty. More people should know about potential lead in their yard and have access to tests and cleanups. But that would require acknowledging that after decades and hundreds of millions of dollars spent, there are cracks in the cleanup. Royers isn’t sure that will happen.

“The priority is pretending like things are OK,” she said. “Clearly it’s not.”

A woman wearing a red T-shirt, green shorts and brown boots walks down a dirt path. Bushes and grass line the sides of the path, and trees grow in the distance.
Royers walks to her garage. She and Matthews wonder how many other Omahans may be misled or unaware about lead contamination in their yards. Rebecca S. Gratz for ProPublica

The post The EPA Spent Millions Cleaning Up a Massive Superfund Site. Our Tests Found Toxic Levels of Lead in Many Yards. appeared first on ProPublica.

La nuova hypercar Hennessey arriva nel 2030, ma sembra uscita da un'altra epoca

4 Agosto 2026 ore 10:56
Dopo la Venom GT e la Venom F5, la Hennessey svela la sua terza hypercar, la Blackbird. Completamente diversa dalle precedenti - e completamente &quot;analogica&quot; - l'impostazione dell'auto: motore V8 aspirato, cambio manuale a sei rapporti, trazione posteriore e abitacolo senza display. Ispirata agli aerei più veloci Dal punto di vista stilistico la Blackbird si ispira al Lockheed SR-71 Blackbird, a partire dal disegno della fiancata, ma anche per la presenza dei due stabilizzatori verticali attivi al posteriore, che si aprono automaticamente a 71 miglia orarie (114 km/h) e si posizionano a 71. Al mondo aeronautico si ispirano anche i quattro scarichi, disposti a diamante, come il Bell X-1, primo aereo a superare la velocità del suono. Il telaio è un monoscocca in carbonio, la carrozzeria è in fibra di carbonio. Le portiere si aprono ad ala di gabbiano, mentre per i bagagli sono disponibili spazi sotto il cofano anteriore (che ospita due piccole borse), nei passaruota posteriori e dietro i sedili. Nessuno schermo, tutto è analogico La filosofia del &quot;tutto analogico&quot; trova perfetta applicazione all'interno dell'abitacolo: nessun display digitale, neppure per la strumentazione, racchiusa in cinque elementi circolari con il contagiri al centro. Lo smartphone si può collegare all'impianto audio, ma solo per la trasmissione via Bluetooth: non ci sono pulsanti o schermi per la gestione delle telefonate e dei contenuti multimediali. Di serie anche una bussola di ispirazione aeronautica a centro plancia. V8 aspirato da 850 CV Il motore, in posizione centrale posteriore, è un V8 6.2 litri aspirato sviluppato con Ilmor Engineering: la potenza è di 800-850 CV, con un regime massimo di oltre 9.000 giri/min. La Casa punta a farlo diventare l'aspirato stradale più potente e con il regime più alto di sempre. La Blackbird dovrebbe toccare le 60 miglia orarie (97 km/h) in 2,5 secondi, fino a raggiungere i 354 km/h di velocità massima. Costa 2,5 milioni di dollari Della Hennessey Blackbird verranno realizzati solo 71 esemplari, con prezzi a partire da 2,5 milioni di dollari (tasse escluse): ne sono già stati venduti oltre due terzi a scatola chiusa. Il debutto dell'auto è previsto per il prossimo 14 agosto al The Quail, in California. La produzione per i clienti inizierà tra il 2029 e il 2030, a ridosso della conclusione del ciclo di vita della Venom F5.

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Bonjour,

J’ai commencé la création d’un formulaire (mon premier) auquel j’ai joint un fichier. J’ai ensuite modifié ce fichier et j’ai donc attaché la nouvelle version. Mais je ne trouve pas comment supprimer la version obsolète. Comment faire ?

Merci d’avance,

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Il gasolio supera i 2,1 euro al litro: senza lo sconto del governo sarebbe già record

4 Agosto 2026 ore 10:52
I prezzi alla pompa del diesel continuano a salire in scia ai rialzi dei listini degli scorsi giorni. Infatti, come segnala Staffetta Quotidiana, il gasolio ha toccato questa mattina (4 agosto) i 2,1 euro al litro. Tuttavia, senza lo sconto del governo, in vigore fino a giovedì 6 agosto (l'esecutivo è comunque alla ricerca delle necessarie coperture finanziarie per un'ulteriore proroga), il prezzo sarebbe a 2,27 euro, al di sopra del&nbsp;record storico di 2,23 toccato a metà marzo 2022. Ferma, invece, la benzina.Non mancano, comunque, dei segnali positivi per i prossimi giorni: la totale assenza di ritocchi ai prezzi consigliati da parte delle principali compagnie si accompagna alla sostanziale stabilità degli indici del petrolio (Brent sotto gli 85 dollari e Wti sotto gli 81) e al crollo delle quotazioni del gasolio raffinato. Tuttavia, bisognerà vedere nei prossimi giorni se questi segnali si tradurranno in notizie positive per le tasche degli automobilisti.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Prezzi e rilevazioni Tornando alle rilevazioni, questa mattina il prezzo medio dei carburanti in modalità self service lungo la rete stradale nazionale è pari a 1,999 euro al litro per la benzina (invariato rispetto a ieri), 2,100 per il gasolio (+3 millesimi), 0,743 per il Gpl (-1) e 1,621 euro/kg per il metano (+1).&nbsp;Sulla rete autostradale, verde a 2,084 (invariato), diesel a 2,173 (-1), Gpl a 0,875 (invariato) e metano a 1,609 (-1).Quanto ai dettagli per modalità di vendita, elaborati da Staffetta sulla base delle comunicazioni effettuate ieri dai gestori all'Osservatorio del Mimit, le medie dei prezzi praticati tra rete stradale e autostradale vedono la benzina self service a 2,001 euro (compagnie 2,006, pompe bianche 1,990) e il diesel a 2,099 (2,099; 2,101). Al servito, verde a 2,135 (2,176; 2,060), gasolio a 2,238 (2,272; 2,173), Gpl a 0,751 (0,760; 0,741), metano a 1,618 (1,610; 1,625), Gnl a 1,475 (1,469; 1,480).Lo spaccato dei marchi mostra&nbsp;Eni&nbsp;a 2,000 euro sulla benzina self service (2,207 al servito) e 2,077 sul gasolio (2,287);&nbsp;IP a 2,019 (2,184) e 2,118 (2,286);&nbsp;Q8 a 2,005 (2,163) e 2,103 (2,268); Tamoil a 1,997 (2,072) e&nbsp;2,081 (2,169).

Toyota migliora i conti e alza gli obiettivi, ma la Cina resta un problema

4 Agosto 2026 ore 10:32
Toyota ha chiuso il primo trimestre dell'esercizio fiscale al 31 marzo 2026 con risultati nel complesso positivi, sostenuti dal buon andamento delle vendite in Giappone, Nord America ed Europa. Tuttavia, il costruttore giapponese deve fare i conti con la stessa criticità che sta colpendo molti dei principali protagonisti dell'industria automobilistica: il netto peggioramento delle performance in Cina. I risultati del trimestre Partiamo dalle vendite totali: sono scese da 2,83 a 2,71 milioni di unità (-4,1%). La crescita registrata in Giappone (+8,9%), in Europa (+3%) e nel resto dell'Asia (+4,3%), insieme alla sostanziale stabilità del Nord America (-0,2%), non è bastata a compensare il forte calo nelle altre aree geografiche (-20,4%). In Cina, in particolare, le vendite dei marchi Toyota e Lexus sono diminuite da 450 mila a 324 mila unità (-28%).I ricavi sono però aumentati da 12,25 a 13,52 trilioni di yen, mentre l'utile operativo è sceso da 1,16 a 1,06 trilioni di yen (circa 5,1 miliardi di euro al cambio attuale). A incidere sono state soprattutto le conseguenze della crisi in Medio Oriente, che hanno ridotto i benefici derivanti da fattori positivi come l'andamento dei cambi, i programmi di efficientamento e il miglioramento del mix di prodotto.L'utile netto, invece, è salito da 841,3 miliardi a 1,477 trilioni di yen, mentre il contributo delle attività cinesi al conto economico è diminuito da 23,3 a 16 miliardi di yen. Toyota alza le stime per l'intero esercizio Infine, il gruppo Toyota ha deciso di rivedere al rialzo le stime annuali per tenere conto dei miglioramenti registrati nelle attività commerciali e logistiche e, soprattutto, dell'indebolimento dello yen.Le vendite totali sono confermate a 11,18 milioni di unità, ma quelle consolidate sono ora previste a 9,7 milioni invece dei 9,6 milioni indicati in precedenza. La stima sui ricavi passa da 51 a 54 trilioni di yen, quella sull'utile operativo da 3 a 3,4 trilioni e quella sull'utile netto da 3 a 3,250 trilioni.

Due Tutor sulla stessa autostrada? Non è un errore: ecco perché

4 Agosto 2026 ore 10:26
Dal 12 luglio scorso, con l'entrata in vigore del decreto sull'omologazione degli autovelox, solo i Tutor che rispettano questo requisito possono essere utilizzati per accertare le violazioni dei limiti di velocità in autostrada. In teoria era così anche prima in forza della giurisprudenza, ossia delle ordinanze con cui la Corte di Cassazione, a partire dall'aprile 2024, aveva stabilito che solo gli strumenti omologati possono essere ritenuti fonti di prova. Dal 12 luglio, però, la possibilità di accertare le violazioni con apparecchi privi di questo requisito è preclusa dal decreto ministeriale. L'obbligo della registrazione Ma l'omologazione non è l'unica condizione necessaria ai fini della regolarità dell'accertamento. Infatti, occorre anche che il Tutor sia registrato nella banca dati del ministero delle Infrastrutture. E scorrendo il lungo database si scopre una cosa curiosa: in moltissime tratte autostradali risultano presenti due strumenti, sia il Sicve, ossia il Tutor di prima generazione, sia il Tutor 3.0, l'ultima versione dello strumento per il rilevamento della velocità media, entrambi sviluppati e prodotti da Movyon, società tecnologica del gruppo Autostrade per l'Italia. Le tratte col doppio strumento Ma com'è possibile che sulla stessa tratta, e quindi sugli stessi portali, vi siano due diversi strumenti, il vecchio e il nuovo Tutor? E com'è possibile che questa &quot;stranezza&quot; risulti su ben 81 tratte?Non si tratta di un errore né di una dimenticanza. Il fatto è che lo scorso febbraio, quando lo schema di decreto sull'omologazione fu trasmesso all'Unione Europea per la verifica di compatibilità con le norme della Ue, fu ufficializzato ciò che in realtà si sapeva già dal marzo 2025, ossia che solo il Tutor 3.0 sarebbe stato automaticamente omologato. Gli apparecchi più vecchi, il Sicve, approvato a fine 2004, e il Sicve PM, approvato nel 2017, utilizzati in quel momento su 92 tratte, avrebbero dovuto essere presto o tardi spenti o sottoposti a una nuova procedura di omologazione. Sono 11 quelli fuorilegge. Ancora per poco La decisione di Autostrade per l'Italia fu la più logica: sostituirli. Una corsa contro il tempo che però non si è ancora conclusa: oggi, 4 agosto, ne risultano &quot;fuorilegge&quot; ancora 11: otto sulla Tangenziale di Napoli (quattro in direzione Est e altrettanti verso Ovest, tutti in via di sostituzione), uno sull'A30 Caserta-Salerno tra l'allacciamento con l'A1 e Nola in direzione Sud (in fase di smantellamento) e due Sicve PM presenti nel tunnel del Monte Bianco, anch'essi in via di sostituzione. Per ora i vecchi Sicve non possono essere cancellati Ma allora, perché gli 81 vecchi Sicve, che negli ultimi mesi sono stati smantellati, sono ancora presenti nella banca dati ministeriale? Semplicemente perché non tutti i relativi verbali sono stati definiti, come si dice tecnicamente. Significa che non tutte le violazioni accertate da quegli strumenti sono state pagate o che non tutti i ricorsi sono passati in giudicato. Addirittura, visto che il termine per la notifica è di 90 giorni dalla violazione, è possibile che in alcune situazioni il verbale non sia nemmeno arrivato a destinazione.Dunque, com'è logico in tutte le situazioni in cui la multa è in sospeso, tutti i soggetti coinvolti, a partire dalla persona a cui è stato notificato il verbale, ma anche le prefetture e i magistrati chiamati a esprimersi su un eventuale ricorso, devono poter verificare che al momento della violazione il Sicve fosse effettivamente registrato nella banca dati del ministero (ovviamente da quando quest'obbligo è entrato in vigore, il 27 novembre 2025). Solo quando non vi saranno più pendenze, quando tutte le violazioni accertate con i Sicve e con i Sicve PM saranno definite, i Tutor di prima e seconda generazione potranno essere definitivamente cancellati dalla banca dati.

PIETRO LIBERO

4 Agosto 2026 ore 09:54
Diffondiamo questo manifesto per Pietro, in carcere con l’accusa di “terrorismo della parola” (270 quinquies comma terzo), reato introdotto dal penultimo decreto sicurezza, per alcuni opuscoli sequestrati durante l’operazione anti-anarchica del 16 giugno scorso. Qui il manifestino in pdf.  

Auto aziendali, Pietrantonio (Unrae): " il momento giusto per la riforma fiscale"

4 Agosto 2026 ore 13:24
Ora o mai più, dice perentorio a Quattroruote Roberto Pietrantonio, presidente dell'Unrae, a proposito di una miniriforma fiscale dell'auto aziendale che insieme alle altre associazioni di settore sarà presentata al governo nei prossimi giorni. Ha un costo decisamente contenuto, ma potrebbe determinare un maggiore introito IVA per lo Stato, con un saldo netto decisamente inferiore a quello degli ultimi ecobonus. Con benefici importanti sulla sicurezza del circolante e sulle emissioni inquinanti e climalteranti. Questo è il momento giusto. Partiamo dal mercato, che a luglio, per l'ottavo mese consecutivo, cresce ancora, con un incremento da inizio anno del 9%. Può essere definita una crescita strutturale? un segnale positivo che riflette anche una domanda di sostituzione che negli ultimi anni era rimasta un po' compressa e che sta in parte tornando sul mercato. Certamente c'è stato e c'è ancora, se pure in esaurimento, l'effetto degli incentivi del ministero dell'Ambiente, che hanno accelerato la diffusione delle vetture elettriche. E poi l'aumento dell'offerta determinato dall'ingresso di nuovi costruttori ha aumentato la competizione sul mercato rendendo più accessibile l'auto nuova, come dimostra anche il prezzo medio di fattura, che si è ridotto nella prima parte dell'anno anche grazie a campagne commerciali più aggressive. E infatti il canale privati, quello che sostiene il mercato, cresce più della media.Proseguirà anche nei prossimi mesi?Premesso che fare previsioni, con scenari geopolitici e macroeconomici così instabili, non è semplice, da agosto verrà meno il contributo degli incentivi. Si capirà a settembre se la crescita della prima parte dell'anno potrà essere considerata strutturale. Per il momento posso dire che i parametri che nutrono il sistema previsionale Unrae indicano un mercato in leggera crescita anche nella seconda parte dell'anno, seppure in misura inferiore rispetto alla prima metà a causa dell'esaurimento dell'effetto incentivi. Stimiamo che il 2026 possa chiudere intorno a 1.610.000 immatricolazioni, il 5,5% in più rispetto al 2025. Certo, c'è ancora un deficit di oltre 300 mila vetture rispetto al 2019, ma questi numeri vanno letti in chiave positiva. Ci dicono che gli italiani vogliono cambiare auto. Se oggi un consumatore si chiedesse se conviene comprare o aspettare, io suggerirei di sfruttare questo momento in cui l'offerta è ampia, i tempi di consegna normali, le condizioni commerciali interessanti. Anche perché nuovi incentivi non arriveranno. A proposito di incentivi, è vero che a ottobre vi fu un click day, però l'onda lunga sulle immatricolazioni è durata fino a luglio. Che bilancio si può fare di questa iniziativa, diversa da tutte quelle precedenti? Senza entrare nel merito di com'è stata strutturata e al netto dei dati definitivi del Mase che solo quando saranno disponibili ci permetteranno di misurarne nel dettaglio gli effetti, ha dimostrato una cosa semplice e positiva: che quando il differenziale economico si riduce, gli italiani sono pronti ad acquistare auto elettriche. Un click day non misura tanto il successo di un incentivo, misura la domanda latente che c'è sul mercato. Ecco perché ci vorrebbero incentivi strutturali, in grado di cambiare in maniera duratura il comportamento d'acquisto degli italiani invece di iniziative estemporanee che determinano solo fuochi di paglia destinati a spegnersi subito dopo.Succederà anche stavolta? O questa iniziativa, con le sue quasi 56 mila immatricolazioni, riuscirà finalmente ad accendere la domanda elettrica? Questi incentivi un effetto lo hanno prodotto: c'è una maggiore diffusione di EV e la familiarità nei confronti di questa tecnologia inizia ad aumentare anche in Italia. Tante false credenze sono state finalmente smontate dall'esperienza pratica dell'amico o del conoscente, quasi tutti ormai ne abbiamo almeno uno che ha un'elettrica. Tuttavia, non sembra che vi sia una svolta. A luglio, con l'esaurimento dell'effetto incentivi, le elettriche sono scese al 5,9% di quota di mercato. Un dato superiore a luglio 2025, ma molto inferiore a quello dei mesi precedenti. E invece c'è bisogno che l'Italia si allinei alle medie europee, altrimenti sarà considerata un mercato di serie B. Occorre mettere a terra delle misure strutturali e di medio periodo che orientino i consumatori. Ricordo che l'Italia resta l'unico major market d'Europa senza incentivi sulle auto elettriche.Poco fa ha detto che ci vorrebbero incentivi strutturali, adesso che l'Italia resta l'unico major market d'Europa senza incentivi. Unrae torna a chiedere al governo incentivi sull'auto elettrica? Non chiediamo incentivi, chiediamo misure strutturali sulla fiscalità dell'auto aziendale in grado di produrre, quelle sì, effetti di medio-lungo periodo sulla domanda. Una buona riforma fiscale vale molto più di tanti ecobonus messi assieme, che hanno l'effetto di deprimere la domanda prima e dopo una fiammata di breve durata. Invece, una riforma fiscale di pari costo per lo Stato innescherebbe dinamiche virtuose. Le nuove regole sul fringe benefit per le Plug-in in vigore dal 2025 lo dimostrano. E dimostrano che le aziende reagiscono rapidamente alle opportunità che si aprono. Ecco, una riforma fiscale delle company car potrebbe innescare quel circolo virtuoso di cui abbiamo parlato tante volte, con un effetto sul mercato del nuovo, ma anche su quello dell'usato grazie all'elevato turnover delle flotte aziendali. Sì, però la riforma del fringe benefit, che ha penalizzato i motori termici privilegiando in eguale misura Phev ed Ev, non ha avuto alcun effetto sulla domanda di elettriche aziendali in uso promiscuo, mentre ha proiettato le Plug-in stabilmente oltre il 10% di quota di mercatoQuesto fenomeno è stato determinato in parte dalle scelte dei dipendenti. In questa fase storica una plug-in, a parità di trattamento fiscale, è più rassicurante di un'elettrica per la media degli utilizzatori. Che, oltretutto, spesso hanno percorrenze chilometriche importanti. E poi non dimentichiamo il contesto: sullo sfondo c'è il tema delle infrastrutture di ricarica e del costo dell'energia, due barriere non da poco alla diffusione dell'auto elettrica in Italia. Ecco perché dico che una riforma fiscale che favorisca nettamente queste vetture potrebbe sbloccarne definitivamente la domanda.Ok, ma la delega fiscale, ossia lo strumento che dal 2023 permetterebbe al governo di intervenire rapidamente e in maniera incisiva sulla fiscalità dell'auto aziendale, sta per scadere. La finestra si chiuderà, in teoria, il 29 agosto.&nbsp;Certo, c'è sempre la legge di bilancio per il 2027, ma c'è la possibilità che si arrivi effettivamente a una miniriforma nella direzione da voi auspicata?Vogliamo essere ottimisti. Stiamo lavorando da tempo con diverse associazioni della filiera, c'è una convergenza importante e ci apprestiamo a sottoporre alle istituzioni una proposta comune. La speranza è che questa posizione unitaria, in vista della scadenza della delega e, soprattutto, in presenza della flessibilità concessa dall'Unione europea e, quindi, dei famosi 14 miliardi di euro potenzialmente disponibili nel triennio 2026-2028, determini la concreta possibilità di costruire una leva fiscale in grado di ridurre la dipendenza dai combustibili fossili, accelerare il rinnovo del parco circolante, sostenere imprese. Guardi, la nostra proposta ha un costo decisamente contenuto ma potrebbe determinare un maggiore introito IVA per lo Stato, con un saldo netto decisamente inferiore a quello degli ultimi ecobonus. Con benefici importanti sulla sicurezza del circolante e sulle emissioni inquinanti e climalteranti. Questo è il momento giusto, ora o mai più.Di che cosa si tratta, esattamente? Di una riforma della deducibilità?L'annunceremo insieme ai rappresentanti delle altre associazioni. Mi sembra il modo migliore per suggellare un lavoro fatto con grande spirito di collaborazione.

Falso Googlebot nei log: come riconoscere i crawler e proteggerti

4 Agosto 2026 ore 09:48
Falso Googlebot nei log: come riconoscere i crawler e proteggerti

Analizzare i log del proprio sito web può rivelare sorprese inaspettate. Spesso, si notano centinaia di visite attribuite a "Googlebot", e la prima reazione è di sollievo: il crawler di Google sta indicizzando le pagine. Ma è davvero così? La realtà è che molti di questi accessi provengono da un falso Googlebot, poiché l'identità di chi si connette a un server è più facile da falsificare di quanto si pensi.

Perché i log registrano così tanti falsi Googlebot?

Molti bot si spacciano per Googlebot per una ragione semplice: gode di un trattamento privilegiato su quasi tutti i server. Gli amministratori di sistema, per non compromettere l'indicizzazione, evitano di bloccarlo. Questa situazione crea un'opportunità per software di terze parti. Infatti un bot malevolo o uno scraper ottiene enormi vantaggi semplicemente fingendosi il crawler ufficiale di Google, tra cui:

  • Evitare i blocchi: numerosi sistemi di sicurezza e firewall sono configurati per lasciar passare senza filtri il traffico di Googlebot.
  • Superare i limiti di richiesta: a Googlebot vengono spesso concessi limiti di frequenza (rate limiting) molto più ampi, che gli consentono di scansionare più pagine in meno tempo.
  • Aggirare i CAPTCHA: un finto Googlebot può bypassare i controlli anti-automazione, accedendo a contenuti altrimenti protetti.

Un falso log da un Googlebot, trucco a costo zero, è particolarmente utile per chi fa scraping di prezzi, contenuti o dati sensibili, aprendo porte che dovrebbero rimanere chiuse.

Per approfondire l'argomento e capire quali altri tattiche usano gli hacker per accedere al tuo sito, leggi anche il nostro articolo sul tema.

User-agent: l'identità che chiunque può falsificare

Il problema nasce dal funzionamento dello user agent. Infatti si tratta di una semplice stringa di testo che un client, come un browser o un bot, invia al server per identificarsi. Il protocollo HTTP, tuttavia, non include alcun meccanismo per verificare che questa dichiarazione sia vera.

Un client può quindi presentarsi con una stringa apparentemente legittima: Mozilla/5.0 (compatible; Googlebot/2.1; +http://www.google.com/bot.html) Vederla nei log fa pensare subito al crawler ufficiale, ma non stabilisce alcun legame crittografico o verificabile tra l'indirizzo IP della richiesta e l'infrastruttura reale di Google. In pratica, il falso log di un Googlebot è come se un estraneo si presentasse a una festa dichiarando un nome falso, senza che nessuno gli chieda un documento di identità.

Come verificare se un log di un Googlebot è falso?

Fortunatamente, esistono metodi affidabili per smascherare gli impostori, raccomandati da Google stessa.

Controllo degli intervalli IP di google

Il primo metodo è molto diretto. Google pubblica e aggiorna un elenco dei suoi intervalli IP ufficiali in un file JSON. È sufficiente programmare uno script per scaricare questo file e confrontare l'IP registrato nei log con le reti autorizzate (sia IPv4 che IPv6). Se l'indirizzo IP del visitatore non rientra in questi intervalli, si ha la certezza matematica che sia un falso log di un Googlebot.

La doppia verifica DNS

Questo secondo metodo è ancora più rigoroso e si basa su una sequenza di controlli DNS, considerata la prova definitiva.

  1. Ricerca DNS inversa (PTR): si esegue una ricerca sul record PTR dell'IP di origine. Se è un vero crawler di Google, il nome host risultante deve terminare con googlebot.com o google.com.
  2. Ricerca DNS diretta (A/AAAA): a questo punto, si esegue la verifica opposta. Si risolve il nome host ottenuto nel passaggio precedente e si controlla che l'indirizzo IP di partenza sia presente nella lista di IP restituiti.

Se entrambi i passaggi hanno successo, puoi essere assolutamente certo che la visita provenga da un crawler legittimo di Google.

Per approfondire l'argomento, prova anche a leggere questo nostro articolo: "Come rilevare e bloccare l'attività dei bot".

Cosa si scopre dopo una verifica di un falso Googlebot log?

Applicando questi controlli, il quadro del traffico sul proprio sito cambia radicalmente. Quella che sembrava un'intensa attività di indicizzazione si rivela spesso per quello che è: un'orda di bot sconosciuti. Un picco di traffico che credevi positivo potrebbe nascondere uno scraper aggressivo che sta rubando i tuoi contenuti tramite un falso log di un Googlebot.

In più un consumo di banda anomalo potrebbe essere causato da sistemi che mappano il sito alla ricerca di vulnerabilità. Analizzare i log con questi strumenti permette di distinguere il traffico prezioso da quello dannoso, proteggendo le tue risorse in modo efficace. La prossima volta che vedrai un'attività sospetta da "Googlebot", saprai esattamente come smascherare l'impostore.

L'articolo Falso Googlebot nei log: come riconoscere i crawler e proteggerti proviene da sicurezza.net.

Piccola fuori, modulare dentro: arriva la Leapmotor B03, la nuova compatta per l'Europa

4 Agosto 2026 ore 09:21
Leapmotor ha presentato la sua nuova berlina di segmento B, chiamata A05 sul mercato cinese e B03 su quello internazionale. Si tratta della versione a ruote basse della B-SUV B03X,&nbsp;la cui commercializzazione è iniziata da poco anche in Italia. La B03 nasce per &quot;rafforzare la presenza del marchio nel segmento delle elettriche compatte&quot;, spiega la Casa in una nota, ed è stata &quot;progettata principalmente pensando ai consumatori urbani più giovani&quot;. Al momento non sono ancora state comunicate informazioni sui tempi di arrivo del modello nei mercati internazionali. Linee semplici e ispirate alla B03X Lo stile della Leapmotor B03 riprende quello della B03X, con i gruppi ottici &quot;sorridenti&quot;, la griglia anteriore chiusa e le sottili prese d'aria verticali alle estremità del paraurti. Ritroviamo inoltre le maniglie a filo carrozzeria e i fari posteriori dalla forma squadrata. L'auto è lunga 4.175 mm (quasi 10 cm in meno rispetto alla B-SUV), larga 1.790 mm, alta 1.560 mm e ha un passo di 2.605 mm, identico a quello della B03X. Interni modulari con modalità &quot;letto matrimoniale&quot; L'abitacolo riprende l'impostazione della versione a ruote alte, con una plancia semplice e lineare. Dietro il volante a due razze trova posto il quadro strumenti digitale da 8,9&quot;, mentre sono pochissimi i comandi fisici: gran parte delle funzioni passa infatti attraverso lo schermo dell'infotainment da 14,6&quot;, gestito dal chip Qualcomm Snapdragon 8295.I sedili &quot;7-layer Cloud-Feel&quot; permettono diverse configurazioni, tra cui quella a &quot;letto matrimoniale&quot;, oltre alle modalità dedicate agli animali domestici e alla privacy, con tavolinetti indipendenti per la seconda fila e sedute posteriori ribaltabili verso l'alto. Il bagagliaio offre 474 litri di capacità, che diventano 1.308 abbattendo gli schienali posteriori. Nel doppiofondo trovano posto ulteriori 91 litri. Due motorizzazioni La Leapmotor B03 dovrebbe essere proposta con due powertrain, da 70 kW (95 CV) e 90 kW (122 CV), abbinati a batterie al litio-ferro-fosfato. Le autonomie dichiarate raggiungono rispettivamente 405 e 510 km, secondo il ciclo di omologazione cinese. Per il mercato locale è prevista inoltre, come optional, la presenza del LiDAR integrato alla base del parabrezza.

ARI Pozzuoli informa via radio

4 Agosto 2026 ore 08:54


La Sezione ARI di Pozzuoli ha attivato un innovativo sistema automatico di radiodiffusione del bollettino di sorveglianza dei Campi Flegrei.

Le informazioni vengono estrapolate, mediante un software, dai documenti ufficiali pubblicati settimanalmente dall'Osservatorio Vesuviano e dal Dipartimento della Protezione Civile Nazionale, per essere poi elaborate e convertite in audio che viene trasmesso sul ripetitore IR8AC sulla frequenza 145.6250 MHz, che copre in maniera strategica i comuni dell’Area Flegrea.

Mediterraneo

4 Agosto 2026 ore 08:02

L a storia racconta che, prima di trasferirsi a Palermo, Muhammad al-Idrisi fosse nato nel regno Almoravide del nord Africa, a Ceuta. A differenza dei coetanei, però, la biografia di al-Idrisi non fu legata solamente al mondo islamico e alle sue lotte intestine – come quella che aveva portato la sua famiglia a spostarsi dall’Andalusia al Marocco. Viaggiatore instancabile, Erodoto del mondo islamico, al-Idrisi finì infatti per stabilirsi alla corte del neonato regno cristiano di Sicilia. Da pochi decenni oramai infatti i Normanni avevano consolidato il loro dominio sull’isola, spinti dal Papa a rivendicare un territorio che si diceva fosse cristiano per diritto, sancito da una donazione di terreni risalente addirittura ai tempi dell’imperatore romano Costantino. In realtà il rovello del papa Niccolò II per la Sicilia era dovuto al fatto che da secoli l’isola era passata in mano al dominio islamico e, sebbene fosse una provincia oramai in crisi, costituiva ancora una spina nel fianco sull’uscio della cristianità. Così, a partire dal 1130, Ruggero II d’Altavilla fu il primo re di un regno che si costituì per circa due secoli come faro di sincretismo culturale tra le varie anime del Mediterraneo. Maestranze arabe, latine e bizantine iniziarono a ruotare attorno alla corte palermitana dando origine a un periodo di splendore per la storia del sud Italia nel Medioevo.

Fu proprio in questo contesto eclettico che al-Idrisi venne incaricato da Ruggero, in virtù delle sue qualità di geografo, di realizzare una raccolta di mappe da donare al re. Perciò venne composto il cosiddetto Libro di Ruggero o, più fascinosamente detto, Lo svago per chi brama di percorrere le regioni. Fiore all’occhiello di quest’opera è la Tabula Rogeriana, un atlante del mondo allora conosciuto, considerato uno tra i più accurati realizzati almeno per i tre secoli successivi; un’opera mirabile di cartografia, anche se a prima vista un po’ spiazzante. La Rogeriana così come le altre carte che accompagnano il libro sono infatti rappresentazioni cartografiche a punti cardinali invertiti; in alto è il sud, in basso il nord, a destra l’occidente e a sinistra l’oriente.

Al contrario (?)
Se tale rappresentazione aveva luogo chiaramente per questioni religiose – così facendo, infatti, la Mecca veniva fisicamente posta in posizione rilevante rispetto al resto del mondo – in questo modo si evidenziava altresì la rilevanza di alcune regioni rispetto alle altre. Si presentava una prospettiva ribaltata rispetto a quella che siamo abituati a vedere, una visione più compiutamente mediterranea, in cui Sicilia, Nord Africa e le zone costiere meridionali acquisivano centralità rispetto alle aree interne – in particolare europee. Guardando la Tabula Rogeriana si coglie perfettamente come quello di al-Idrisi sia un mondo che ha al centro il mare e che poggia il suo baricentro in ciò che per l’Europa moderna è considerato Sud, all’interno di un continuum che parte dall’Oceano Indiano – l’altra grande via marittima scoperta e percorsa dal mondo musulmano – in una sorta di autostrada marittima.  Il mare e non la terraferma sta qui al centro del rapporto tra geografie, continenti e culture.

Per secoli il Mediterraneo è stato il contenitore di un diorama, di una screziatura di civiltà che hanno conosciuto l’impasto tanto quanto la divisione, la colonizzazione feroce quanto il sincretismo; e però una domanda affiora da questo racconto: cosa resta, oggi, di questa prospettiva pelagica? Se la storia di al-Idrisi è una delle tante in grado di rappresentare la duplice tensione di una geografia tanto complessa – da un lato verso la specificità, la diversità, la distinzione; dall’altro verso la molteplicità, l’unione e il meticciato – e se è vero che esistono molti mari “mediterranei” (si pensi ad esempio al Golfo del Messico), ma soltanto uno è il Mediterraneo per antonomasia; che spazio attraversiamo, viviamo, ma soprattutto ereditiamo oggi, all’epoca di rinnovate guerre, della crisi energetica, della capitalizzazione dei territori? Nel momento storico in cui il fenomeno più impattante – in grado di superare persino i numeri delle migrazioni – è la turistificazione, soprattutto dei territori costieri, cosa resta della complessità territoriale di questa regione? Cosa resta oltre alle cartoline e agli hashtag #vitalenta?

Per secoli il Mediterraneo è stato il contenitore di un diorama di civiltà che hanno conosciuto l’impasto tanto quanto la divisione, la colonizzazione feroce quanto il sincretismo: cosa resta, oggi, di questa prospettiva pelagica?
Studiare, raccontare e parlare del Mediterraneo oggi è un compito pressoché impossibile. Necessario infatti è muovere dall’assunto che in esso esistono infiniti mediterranei. C’è un Mediterraneo fisico, uno politico; un Mediterraneo storico e un altro tanto generatore di simbologie quanto simbolo esso stesso. Potremmo spingerci a dire che esiste persino un’ontologia mediterranea. Storie, geografie e immaginari si intrecciano talmente profondamente da risultare inscindibili e inefficaci se trattati isolatamente. Ce lo ha insegnato Fernand Braudel, il primo e più grande studioso del Mediterraneo, ma ce lo insegna anche la lettura delle prospettive meridiane di Albert Camus, di André Gide, di Predrag Matvejević o dei poeti come Ghiannis Ritsos o Mohammed Bennis in cui l’esperienza del singolo non può prescindere dal paesaggio, dalla storia e dai simboli del territorio in cui è immerso.

Ma un simile caleidoscopio è dovuto a una questione essenziale, che sfugge al determinismo della geografia – e di conseguenza anche della storia – e cioè a quanto già rilevato: la centralità del mare. Proprio la prospettiva di al-Idrisi rammenta a chi osserva l’assoluta rilevanza delle acque rispetto alla terraferma, sintetizzando il modo in cui una simile geografia equorea elude concetti fondamentali delle categorizzazioni quali l’idea di nazione, Stato, centro, periferia, ascesa o decadenza. Ciononostante – e qui si torna alla suddetta contraddizione – questo mare rimane un’entità storica e come tale va trattato.

Punto di congiuntura tra continenti, mare di mari, il Mediterraneo è un collettore di mondi (25 sono gli Stati che vi si affacciano), uno spazio divisibile per religioni, come diceva Braudel (cattolico, ortodosso, musulmano) oppure per cronologie (ben quattro calendari condividono le sue sponde: gregoriano, giuliano, musulmano ed ebraico). Sarebbe impraticabile poi avventurarsi nei suoi confini, anche qui, tanto stretti quanto vastissimi. Dove finisce il Mediterraneo? Alcuni hanno individuato i suoi limiti in base alla presenza dell’olivo, da Trieste all’Atlante, da Cadice a Beirut; innegabile però è anche l’esistenza di un Grande Mediterraneo che coinvolge per cultura o geopolitica le aree interne dell’Unione Europea insieme al Sahel e al Medio Oriente. L’uno e il molteplice, lo smisurato e il minuto sono qui più che altrove parte della stessa cosa.

Di sicuro, però, nel Mediterraneo il mare è sia un mezzo sia un oggetto, esiste cioè una storia nel Mediterraneo quanto una storia del Mediterraneo. Una storia-mosaico dove la geografia svolge il ruolo di connettore e non di palco, un territorio dell’attraversamento che scioglie perciò necessariamente le identità attraverso il transito. Così oggi, per indagare cosa resta come lascito del passato, dovremmo forse invertire i termini del discorso, investigando una storia del Mediterraneo che passi attraverso ciò che in esso non ha mai smesso di riproporsi – non, dunque, il Mediterraneo come collage di singole storie nazionali e dei loro incontri/scontri, ma la centralità del mare e dunque la sua natura di luogo di faglia, le fratture che lo compongono al suo interno. Quindi, fare storia del Mediterraneo attraverso i confini nel Mediterraneo.

Il mare che corrompe
La prospettiva più stimolante e recente sulla natura complessa di quanto si discute è probabilmente fornita dagli studiosi inglesi Peregrine Horden e Nicholas Purcell nel loro volume The corrupting sea (2000). L’approccio dei due muove da un’ottica ecologica e ambientale: è una storia attaccata al suolo e al mare, a cui solo in un secondo momento è subordinata la dimensione antropologica e culturale. Nell’opera di Horden e Purcell la storia è quella del Mediterraneo, inteso come sistema ambientale complesso, un circuito di specificità ecologiche ineliminabili e fragilissime che nelle epoche storiche hanno istituito relazioni di varia natura.

La centralità del mare rammenta a chi osserva l’assoluta rilevanza delle acque rispetto alla terraferma, sintetizzando il modo in cui una simile geografia equorea elude concetti fondamentali delle categorizzazioni quali l’idea di nazione, Stato, centro, periferia, ascesa o decadenza.
La tesi di base muove dall’idea che nell’ecosistema mediterraneo, frastagliato, parcellizzato e precario, il mare abbia un’azione definita appunto “corruttiva”, cioè che incida in maniera irrefrenabile in ogni sezione costiera, trasformandola e stimolandone complementarietà e interdipendenza; ovvero che si ponga spontaneamente non come elemento di limite o barriera fisica, ma come attore geografico e naturale, come elemento attivo e agente risemantizzante di ogni sezione in relazione alla conformazione costiera. L’idea di corruzione perciò deriva dall’inevitabile mutazione/contaminazione che subisce l’orizzonte di un territorio attraverso la dimensione marittima, agendo in maniera pervasiva nel rammollire i confini tra realtà culturalmente differenti e spesso fisicamente isolate tra loro. In buona sintesi, la tesi è proprio questa: all’interno di un mondo in gran parte insulare la geografia del mare si costituisce come contrario dell’isolamento e proprio questo processo è quanto conduce a una mutazione di volta in volta eccezionale, singolare e irrimediabile di quelle stesse aree di partenza.

Sia chiaro; l’obiettivo di Horden e Purcell è tutt’altro che ridurre il Mediterraneo a luogo di incontro culturale – quest’aspetto per loro rappresenta ancora una deriva romantico-ottocentesca di un discorso nel Mediterraneo. L’approccio degli studiosi muove invece dall’ecologia storica, cioè dall’ambiente e dunque dalla geografia fisica: partendo dalle microecologie (l’Etruria, la Cirenaica, l’isola di Melo, la vallata della Beqa, ecc.), dalla loro frammentazione e dalle strategie antropiche nello sviluppo di un rapporto con i territori, gli studiosi osservano come la precarietà di ogni spazio sia tanto una costante quanto venga sistematicamente riconfigurata dalla dimensione marittima. Per la sua particolare struttura geografica il Mediterraneo infatti non divide mai realmente, ma è assimilabile a uno spazio reticolare, mediante cui, con più o meno sforzo, tutti i punti entrano in connessione. Il mare corrompe, modifica, plasma le strategie della terraferma sempre nella direzione della diversità e dell’interdipendenza (inspiegabili, diversamente, i ruoli storici di città come Atene, Venezia o Genova, quasi del tutto prive per larga parte della loro storia di un impero territoriale). Così la frammentarietà dei singoli contesti viene rimodulata attraverso il mare, come nella tavola di al-Idrisi, ricostruendo una storia del Mediterraneo come qualcosa con connotazioni unitarie proprie rispetto ad altre storie.

È poi accaduto che attraverso la storia il moto circuitale indotto dalla dimensione corruttiva individuata da Horden e Purcell si sia addensato attorno a linee invisibili, ovvero che al mutare delle epoche alcuni spazi nel Mediterraneo si siano progressivamente costituiti più di altri come frontiere specifiche, come regioni marittime di soglia, geograficamente situate e individuabili. Ciò che non va rimosso, quindi, al fine di comprendere tanto i lasciti del passato quanto le dinamiche mediterranee odierne è sia questa dimensione generale di movimento, sia, soprattutto, la presenza di simili aree attorno a cui esso si è coagulato. Come scrive Egidio Ivetic, storico del Mediterraneo:

Il fatto di essere una faglia […] e che manchi una visione mediterranea dell’Europa non può mettere in secondo piano il grande significato storico che ha il Mediterraneo per l’umanità intera. Il dramma dei tempi correnti deve incentivare lo sforzo […] di promuovere una cultura storica capace di coordinare la diversità delle varie tradizioni nazionali. Stare sulla faglia comporta la tolleranza verso la differenza.

Così, con un po’ di immaginazione, se potessimo puntare una mappa diacronica del Mediterraneo in controluce, ci renderemmo conto che il brulichio della grande e della piccola storia si è addossato in molti luoghi, certo, ma soprattutto addosso ad alcune faglie principali, frontiere invisibili ma ben note; confini in grado di costituirsi come linee di demarcazione profondissime, ma di essere anche – come tutte le frontiere – spazi di estrema porosità, le cui frizioni sono generate tanto dall’esercizio delle differenze, quanto dalla loro congiuntura.

Trascrizioni
I Persiani odiavano Alessandro. Anche molto dopo la sua morte, il re macedone che aveva sgominato il secolare impero degli Achemenidi continuava a essere considerato come antitesi alla loro civiltà, Sekandar gujastak veniva chiamato, “Alessandro il maledetto”, raffigurato addirittura come demone blasfemo, con due corna nascoste sotto un cappuccio. Curiosamente, al passare dei secoli, questa rifrazione dell’Alessandro storico venne sempre più identificata dai cantastorie itineranti con tale caratteristica fisica fino a diventare una sorta di personaggio a sé stante, “quello dalle due corna” o il “Bicorne”, un uomo che (come Alessandro) aveva viaggiato fino ai confini dell’Oriente e dell’Occidente, che era stato un re giusto e un guerriero così impavido da imprigionare le orde di Gog e Magog dentro un muro di ferro. La storia del Bicorne compare nella diciottesima Sura del Corano e non c’è dubbio tra i commentatori che questo personaggio sia proprio Alessandro il Macedone. Ma com’è stata possibile una tale sovrapposizione narrativa?

Per la sua particolare struttura geografica il Mediterraneo non divide mai realmente, ma è assimilabile a uno spazio reticolare, mediante cui tutti i punti entrano in connessione. Il mare corrompe, modifica, plasma le strategie della terraferma, nella direzione della diversità e dell’interdipendenza.
Il caso di Alessandro Magno è uno tra i più eclatanti, ma non certo il solo, in grado di illustrare come nel Mediterraneo la componente narrativa abbia trasceso le frontiere fisiche interne ed esterne contribuendo al mantenimento di quel moto circuitale originato dalla geografia. È il filosofo Federico Campagna nel suo ultimo saggio Altrimondi (2026) a raccontare questa e molte altre storie in un volume di narrazioni mediterranee che rilevano il contributo assoluto del mito e della narrazione alla costruzione del Mediterraneo.

Nel seguire la pista ecologica di Horden e Purcell è necessario infatti rendersi conto della necessità di integrare al Mediterraneo come sistema ambientale anche un Mediterraneo come discorso. Se infatti la prospettiva degli inglesi mira alla costruzione di una teoria scientifica cercando di rimuovere dall’equazione la retorica sul Mediterraneo per evitare di scadere in romanticismi o idealizzazioni, resta fermo che proprio attraverso le narrazioni, storicamente e geograficamente situate, siamo oggi in grado di cogliere retrospettivamente dei frammenti attraverso cui i discorsi sul Mediterraneo hanno partecipato in maniera fondamentale alla costruzione del Mediterraneo tout court, integrando la prospettiva scientifico-meccanica. In buona sostanza, non può esistere una storia del Mediterraneo senza la sua dimensione mitologica, astratta, utopica; quella dimensione che ha dato vita alle infinite storie su Alessandro Magno, a scuole filosofiche quali lo scetticismo o il neoplatonismo, a personaggi di soglia come sant’Agostino o Ibn Battuta, fino alla cartografia, appunto di al-Idrisi.

Proprio in questo scivolamento costante nel generare sistemi narrativi complessi a partire da fatti, luoghi ed elementi tecnici o ambientali risiede probabilmente una radice peculiare del Mediterraneo, che diventa anche strumento di lettura e interpretazione delle sue stesse dinamiche. Come scrive Matvejević, nel suo Breviario mediterraneo, una delle riflessioni a un tempo più intime e oggettive sul Mediterraneo, è impossibile parlare di questo mare senza parlare di ciò che ha prodotto in termini di cosmologie, artefatti e pensiero umano; il Mediterraneo è “l’Europa, il Magreb e il Levante; il giudaismo, il cristianesimo e l’islam; il Talmud, la Bibbia e il Corano; Gerusalemme, Atene e Roma; Alessandria, Costantinopoli, Venezia; la dialettica greca, l’arte e la democrazia; il diritto romano, il foro e la repubblica; la scienza araba; il Rinascimento in Italia, la Spagna delle varie epoche, celebri e atroci; gli Slavi del sud sull’Adriatico e molte altre cose ancora”.

Quindi, se oggi è certo fondamentale abbandonare la verbosità dei luoghi comuni sul Mediterraneo, distinguendo discorso da retorica, e lasciarsi perciò guidare da un approccio storico-ecologico come quello esposto da Horden e Purcell, è altrettanto indispensabile affiancare allo sguardo una peculiarità che nel Mediterraneo è fiorita in modo plurale più che in altri luoghi del pianeta, la capacità cioè di elaborare essenze immaginarie del mondo. Pur lasciando come prioritario l’aspetto ecologico-ambientale è possibile considerare il Mediterraneo come spazio privilegiato di produzione di narrazioni molteplici proprio in virtù delle specifiche, capillari e distinte relazioni tra popolazione e territorio. Integrando le due prospettive si potrebbe allora dedurre come la dimensione mitico-narrativa dei popoli mediterranei sia quindi in diretta relazione con la stessa “corruzione” ecologica da parte del mare e che quindi pur volendo espungere l’astratto, esso vada reintegrato nelle riflessioni scientifiche in qualità di conseguenza d’eccezione.

Non può esistere una storia del Mediterraneo senza la sua dimensione mitologica, astratta, utopica; quella dimensione che ha dato vita alle infinite storie su Alessandro Magno, a scuole filosofiche come lo scetticismo o il neoplatonismo, a personaggi di soglia come Sant’Agostino o Ibn Battuta, fino alla cartografia di al-Idrisi.

Lo scrive bene Campagna:

La narrazione frammentaria di un racconto popolare è, in effetti, una sequenza di appigli grazie ai quali la nostra immaginazione può scalare il sentiero impervio di una trasformazione esistenziale. Ed è un tratto tipico delle creazioni mediterranee: nate da un territorio costantemente devastato dai marosi della Storia, il loro scopo primario è aiutare il pubblico a resistere o a fuggire da uno stato di crisi. Fiabe e racconti popolari sono guide per coloro il cui unico potere è di trasformare se stessi di fronte ad avversità soverchianti.

Ecco che allora, attraverso la lettura di Campagna, è possibile cogliere un ulteriore elemento del discorso, e cioè la genesi popolare, comune, spontanea di tali miti e racconti che proprio per una simile natura sono stati strumenti tanto di costruzione identitaria quanto di sincretismo in grado di trascendere barriere temporali e fisiche, ossia capaci di operare delle trascrizioni e rimodulazioni culturali reciproche costantemente produttive oltre il tempo e lo spazio, superando la fine di alcuni mondi (come accadde alla latinità classica, all’area bizantina, alla Sicilia normanna, al Rinascimento italiano, a Venezia e così via) e generandone di nuovi, proprio come accadde ad Alessandro dopo la sua morte, divenuto demone, cristiano, eroe islamico e principe buddhista.

La base del triangolo
Alcuni studi archeologici ipotizzano che più o meno attorno al 20.000 a.C. Calabria e Sicilia fossero connesse da una lingua di terra estesa al centro del Mediterraneo arrivando, forse, a congiungersi persino con la costa Nord Africana. Oggi, invece, il Canale di Sicilia è un lembo di mare che separa in poco meno di 200 km le coste siciliane da quelle tunisine – i chilometri si abbassano attorno ai 100, prendendo come riferimenti le isole Pelagie. È questo, nel Mediterraneo, uno dei punti di passaggio prediletti per l’osservazione delle dinamiche micro- e macroscopiche, ambientali e culturali di cui si è finora parlato; uno di quei luoghi di faglia per eccellenza.

Se dovessimo stilizzare l’Europa in una figura geometrica, essa sarebbe un triangolo col vertice a Nord. Dei suoi lati, uno si tende lungo la linea atlantica da Nord-Est a Sud-Ovest, l’altro taglia l’Adriatico da Nord-Ovest a Sud-Est; la base, invece, corre longitudinalmente attraverso il mare ed è proprio questa soglia invisibile ad essere al centro di molta storia odierna. È questa infatti la frontiera che separa oggi l’Occidente europeo dal resto del Mediterraneo, è qui che si giocano molte delle sfide politiche e identitarie.

La genesi popolare, comune, spontanea di tanti miti e racconti del Mediterraneo li ha resi strumenti tanto di costruzione identitaria quanto di sincretismo in grado di trascendere barriere temporali e fisiche, come accadde ad Alessandro divenuto demone, cristiano, eroe islamico e principe buddhista.
Lo ha colto bene il giornalista Luca Misculin nel suo recente Mare aperto (2025) in cui restituisce perfettamente la dimensione scalare di questa regione geografica. Per Misculin infatti il Canale di Sicilia (“Mediterraneo su scala minore. Mare aperto ma allo stesso tempo chiuso, un mare ‘delle possibilità’”) può essere scelto come territorio ideale per compiere un carotaggio in grado di restituire la contraddittoria duplicità che percorre il Mediterraneo tutto. Misculin è abilissimo infatti a raccontare da un lato come la regione sia variata al mutare della storia, acquisendo o perdendo importanza di volta in volta; tuttavia, a fianco della narrazione diacronica, il giornalista pone una serie di capitoli-appendice disseminati nel testo e focalizzati su ambienti, storie, tradizioni specifiche di tale microgeografia.

Si racconta così dell’usanza degli abitanti di Linosa di andare a saccheggiare le uova delle berte – uccelli di grossa taglia – che ogni anno per motivi ancora non chiari nidificano solo sull’isola; della complessità della raccolta delle spugne, o, ancora, di come il peperoncino importato nell’allora Tunisia ottomana dagli arabi espulsi dal Regno di Valencia a partire dal 1609 abbia dato origine a una delle economie più solide della regione, l’esportazione della salsa harissa, o del fatto che proprio in virtù del fondale basso – che a differenza di quelli oceanici può perciò facilitare interventi di manutenzione – il Canale sia uno degli snodi europei più importanti per il passaggio dei cavi sottomarini di fibra ottica:

il cavo sottomarino in fibra ottica più lungo del mondo misura 45.000 chilometri, 5000 in più della circonferenza massima della terra. Si chiama 2Africa e unisce Barcellona, in Spagna, a Bude, un placido paesino in Cornovaglia, nel Regno Unito, passando però dal Canale di Suez e quindi portando internet nel suo tragitto in Sudan, Etiopia, Arabia Saudita, Tanzania, Madagascar, Mozambico, Sudafrica, Angola, Marocco e Portogallo. 2Africa passa anche per il Canale di Sicilia, esattamente come molti altri cavi lunghi migliaia di chilometri: Sea-Me-We 4, che unisce Marsiglia a Singapore; Emc West-I, che inizia a Genova e termina a Haql, in Arabia Saudita.

Il racconto di Misculin fa cogliere bene la centralità del mare e la prospettiva pelagica, qui tanto più evidente in quanto strozzato tra due continenti a poca distanza tra loro. Dai Borboni che vedevano in ogni isola un potenziale resort privato, alla bizzarra idea del duce di costruire la più grande aviorimessa militare del Mediterraneo a Pantelleria, passando per il nuovo mediterraneismo di Mu´ammar Gheddafi che incentivò una propaganda al suo regime attraverso un’etichetta di dischi con sede a Malta, fino ai naufraghi degli ultimi decenni, la grande storia si è rifratta qui in una dimensione minore ma non meno significativa, regolata dalla centralità del mare come frontiera. Guerre, colonizzazioni e migrazioni, si sono manifestate in questa regione attraverso una dimensione transcalare che relaziona il locale al globale, un arcipelago di interdipendenze (ben più ampie del Mediterraneo stesso) inquadrabili e decifrabili dalla tessitura di una dimensione storico-ambientale e ideologico-culturale e da una frizione prolifica tra isolamento e connessione.
Dai Borboni che vedevano in ogni isola un potenziale resort privato, alla bizzarra idea del duce di costruire la più grande aviorimessa militare del Mediterraneo a Pantelleria, la grande storia si è rifratta qui in una dimensione minore ma non meno significativa, regolata dalla centralità del mare come frontiera.
D’altro canto, non si può certo tralasciare che proprio attraverso il Canale di Sicilia corre poi un confine più ampio e discutibile, la “linea Brandt”, che separa i Paesi industrializzati dagli altri cosiddetti “in via di sviluppo”. Oggi questa distinzione fotografa una realtà forse imprecisa – soprattutto nella nomenclatura –, fermo restando, però, che proprio come eredità di tale demarcazione tra colonizzati e colonizzatori nella storia contemporanea oggi è attiva al centro del Mediterraneo una turbolenta faglia che vede coinvolti trafficanti d’uomini, missioni umanitarie e spedizioni di ricerca, intente, queste ultime, ad analizzare e a studiare migrazioni, immaginari e confini di questa particolare soglia, come è accaduto col progetto della Tanimar, il cui equipaggio, composto da sociologi, antropologi e giuristi, usando metodi etnografici ha navigato per anni tra il Canale di Sicilia, le coste tunisine e il bacino dell’Egeo, dando vita a contributi preziosi come il resoconto Crocevia mediterraneo (2023), che ribalta il metodo di ricerca sociologica tradizionale a partire da un’indagine con al centro il mare, e il Controdizionario del confine (2025), che chiama in causa il linguaggio per ridefinire e indagare il fenomeno di inasprimento di questa frontiera preda tanto della spettacolarizzazione quanto del disinteresse politico.

Dove andiamo in vacanza?
Se infatti tutt’ora nel Mediterraneo permane una più classica distinzione tra Est e Ovest con il Medio Oriente e quello Turco – peraltro in preda a un nuovo ottomanesimo – ben distinti dall’Occidente Europeo, la frontiera che percorre longitudinalmente le acque è stata negli ultimi decenni al centro della cronaca e delle politiche migratorie di un’Unione Europea sempre più arroccata in sé stessa. Pur possedendo circa il 75% delle coste mediterranee l’UE ha ripetutamente dimostrato la propria indifferenza verso il Mediterraneo tanto come territorio quanto come proprio baricentro. Al netto di vuoti proclami identitari di una certa genesi mediterranea dell’Europa, quest’ultima non ha smesso di considerare l’intera regione come una zona di frontiera, un fastidio, oppure, d’altro canto, come uno spazio da plastificare sotto la nuova colonizzazione del turismo. Se infatti le migrazioni sono la faccia tragica di questa soglia tra Sud e Nord, il turismo non è che un altro movimento contrario e apparentemente innocuo, ma in verità non lontano dalle stesse dinamiche predatorie del colonialismo.

Proprio quelle comunità minutissime annidate nei microcosmi fondativi di quel circuito, cuore della complessità mediterranea, oggi sono minacciate infatti da un processo di abrasione e appiattimento basato sulla capitalizzazione dei territori e sul conseguente estrattivismo di valore. Così, isole, coste, regioni regolate da secoli da interazioni ambientali tanto feconde quanto precarie, sono oggi entrate nel flusso del grande turismo mondiale proprio per uno stile di vita radicalmente opposto a quello della frenesia capitalista. Così, inseguendo il mito di un buen retiro, frotte di turisti si riversano ogni anno a Capri, Malta, Cipro, nelle Baleari o nelle Cicladi, dalle coste dell’Algarve fino al Peloponneso, ma anche sulla penisola Tingitana o nelle coste a sud di Tunisi, stravolgendone la fisionomia, alterandone gli equilibri e contribuendo di fatto a erodere esattamente quelle microgeografie che in quegli stessi posti li attirano, sovraffollandoli, rendendoli invivibili, esaurendone le risorse e minando i meccanismi di sopravvivenza delle comunità stanziali.

A guidare questo fenomeno è, inoltre, la vaga convinzione che vede nel Mediterraneo una sorta di “museo dell’umano” e pertanto uno spazio ancora al riparo dalle dinamiche globali, un eden fuori dal tempo, ma è proprio quest’ottica museale in realtà, unita all’abbandono generico di politiche attive, a spianare la strada al capitalismo, alla speculazione e a una conseguente perdita delle diversità, trasformando uno spazio vissuto in un artefatto di plastica e nella simulazione di esperienze oramai inesistenti nella realtà. Questo avviene in un circolo vizioso imposto dall’ideologia del consumo e da quella che il filosofo Byung-Chul Han chiama iperculturalità, l’incapacità cioè dell’uomo contemporaneo di cogliere, interagire e relazionarsi con le differenze, spianando la realtà che lo circonda in un inferno dell’uguale rispondente ai propri capricci. Si chiede Han se esista ancora per noi la percezione che avevano un tempo i viaggiatori come al-Idrisi o Marco Polo, quella cioè di percepire e attraversare delle soglie, o se nel nostro rapporto con i luoghi e le diversità siamo irrimediabilmente trasformati in “turisti in camicia hawaiana”.

Pur possedendo circa il 75% delle coste mediterranee l’UE ha ripetutamente dimostrato la propria indifferenza verso il Mediterraneo tanto come territorio quanto come proprio baricentro.
Il fatto che dinamiche territoriali fragilissime come quelle che hanno costituito la peculiarità di questa zona del mondo vengano lentamente soppresse è reso possibile solo dall’assenza di una riflessione profonda sul Mediterraneo; un pensiero meridiano che ricostruisca una centralità del mare, del Sud, a partire da quella stessa prospettiva ecologica, storica e geografica delineata da Horden e Purcell come cuore della storia mediterranea. Ecco che così sarebbe forse possibile addirittura dar vita a un pensiero e a un’azione in grado di organizzare il Mediterraneo a spazio realmente altro, non ridotto a una simulazione di un’esperienza azzerata, ma un progetto realmente contrastante rispetto al globalismo capitalista e fecondo per un diverso modo di pensare la relazione col mondo, in chiave ecologica e immaginifica, proprio in virtù di quella peculiare e minuziosa alterità che ha sempre regolato questo spazio.

Una visione rimodulata, come quella offerta dalla carta geografica di al-Idrisi, che passi attraverso la ricostruzione e il riconoscimento di un lessico e di una grammatica comuni, una possibilità meridiana che sappia spingersi verso l’utopia con parole diverse, come ha cercato di fare l’equipe guidata da Dionigi Albera e Maryline Crivello in collaborazione con la Maison méditerranéenne des sciences humaines et sociales dell’Università di Aix-Marseille attraverso la redazione nel 2016 di un Dictionnaire de la Méditerranée. Violenza e sincretismo, conflitto e contaminazione, annichilimento e rinascita, soglia o turismo sono aspetti conviventi nel Mediterraneo, si può scegliere da che parte stare.

L'articolo Mediterraneo proviene da Il Tascabile.

DX PATROL MK4.

4 Agosto 2026 ore 07:26
Good evening to the group. I have an RPi 3B and installed OpenWebRx from the official site (dated 11/10/2023), and it works very well. However, when I installed OpenWebRx version 1.2.117 from LZ2SSL, I get no VHF/UHF/HF reception at all. In the first instance, the system recognizes the SDR as an RTL-SDR, whereas in the second, it recognizes it as a DVB TV receiver. Does anyone have any idea what I should do? The waterfall display is blue, but there is no signal reception. All settings seem to work, yet there is no reception. Thanks in advance.

L’ultima frase dell’ASEAN sulla Corea del Nord

4 Agosto 2026 ore 07:00

Il riconoscimento e il suo prezzo

Nel frattempo i canali bilaterali della regione si sono riaperti. L’Indonesia ha ripristinato l’ambasciata a Pyongyang nel luglio 2025, il ministro Sugiono vi si è recato in ottobre, prima visita di un capo della diplomazia indonesiana dal 2013, firmando un memorandum su consultazioni regolari, e l’arrivo di un ambasciatore residente in marzo ha completato una ricostruzione coerente con lo sforzo di Prabowo di convertire il non allineamento da postura dichiarativa in pratica operativa. Il Laos si è spinto oltre, inviando il presidente Thongloun Sisoulith in visita di Stato, primo capo di Stato straniero ricevuto a Pyongyang per un’occasione nazionale da anni, mentre To Lam è stato il primo leader vietnamita a recarvisi in diciotto anni. Il commercio non spiega nulla di tutto questo, dato che nel caso indonesiano si aggira sui due milioni di dollari annui. Ciò che quegli scambi trasferiscono è riconoscimento, e il riconoscimento concesso per via bilaterale arriva sganciato dalla questione nucleare, con ciascun governo che lo dispensa alle proprie condizioni. Il canale multilaterale prezza la stessa merce in modo diverso. Il Forum ha nuovamente sostenuto la completa denuclearizzazione della penisola, sebbene la formulazione avesse già arretrato rispetto alla vecchia richiesta di un disarmo completo, verificabile e irreversibile. Pyongyang può dunque accumulare riconoscimento per via bilaterale evitando l’unica sede in cui si troverebbe seduta sotto una frase che nega uno status ormai iscritto nella propria costituzione, iscrizione che innalza il costo interno di ogni concessione futura oltre quanto qualsiasi garanzia esterna potrebbe compensare. Si tratta di impegno selettivo da parte di uno Stato le cui alternative sono migliorate, non della condotta di uno Stato isolato.

Un patto costruito per costare poco

La selettività porta alla luce una debolezza incorporata nel Forum fin dalla sua istituzione. L’ASEAN ha attirato le grandi potenze dentro le proprie architetture post-Guerra fredda attraverso un patto deliberatamente a basso costo, fatto di inclusione, informalità e consenso, poiché ciascuna preferiva la regia dell’ASEAN a quella di una rivale, e gli Stati minori hanno così acquisito una voce in materia di sicurezza asiatica che altrimenti non avrebbero potuto rivendicare. Lo stesso prezzo d’ingresso contenuto ha reso economico anche il disimpegno, una volta che la sede ha smesso di essere scarsa. Per anni il Forum ha offerto a Pyongyang un accesso raro a un tavolo condiviso con Washington, Pechino, Mosca, Tokyo e Seul; il trattato con la Russia del 2024, la partecipazione nordcoreana alla guerra russa e la ripresa degli scambi con Pechino garantiscono oggi quell’accesso a condizioni migliori, e la socializzazione perde presa nella misura in cui migliorano le opzioni esterne. Che l’assetto sopravviva alla propria inefficacia non costituisce un enigma, dal momento che continua a distribuire benefici. L’ASEAN conserva il ruolo di convocatore da cui deriva la sua rivendicazione di centralità, gli Stati membri mantengono per la diplomazia bilaterale un margine che posizioni collettive più ferme comprimerebbero, e le grandi potenze ottengono una piattaforma regionale senza accettare quasi alcuna disciplina. Una paralisi di questo genere è meno un fallimento dell’assetto che una allocazione di vantaggi tale da non lasciare ad alcun partecipante un interesse a modificarlo.

Una norma priva di esecutori

L’apparato di applicazione si è intanto frantumato ben oltre la regione. Pechino non chiede più esplicitamente la denuclearizzazione dal trilaterale con Seul e Tokyo del maggio 2024, e Xi ha omesso il riferimento a Pyongyang in giugno, durante la prima visita di un leader cinese in sette anni. Alla Conferenza di Riesame del Trattato di non proliferazione, in maggio, la Russia ha ottenuto la cancellazione del passaggio sul programma nordcoreano, la cui delegazione ha definito la questione chiusa, dopo avere già posto fine con il veto del 2024 al mandato del panel ONU che monitorava l’elusione delle sanzioni. L’ASEAN ripete oggi una norma formatasi sotto una distribuzione del potere precedente, quando Washington promuoveva la non proliferazione e sia Mosca sia Pechino ne accettavano una parte sufficiente perché continuasse a funzionare. Pyongyang sfrutta inoltre una gerarchia interna all’ordine nucleare stesso. Il Trattato separa i possessori legittimi dagli aspiranti proibiti mentre le potenze riconosciute hanno compiuto scarsi progressi verso il disarmo che si erano impegnate a perseguire, e le categorie di custode responsabile e di proliferatore pericoloso derivano dai rapporti di forza e dalla storia postcoloniale di chi fosse autorizzato a definire la sicurezza internazionale. Nulla di ciò discolpa un regime che invoca l’assedio permanente per giustificare la militarizzazione permanente, ma spiega perché l’argomento sovranista faccia presa anche presso governi che quel regime non lo difendono. La posizione dell’ASEAN dentro quest’ordine è intermedia, poiché fa da tramite per accesso e riconoscimento al di sotto di una struttura di applicazione che le potenze nucleari controllano, il che fissa un tetto a ciò che la sua centralità può ottenere. Ne risulta quello che avevo gia’ definito regionalismo paralizzato, in cui una capacità di convocazione quasi universale produce scarsa convergenza e l’assenza non costa nulla. La prossima dichiarazione del presidente dell’ARF metterà alla prova quella rivendicazione in modo diretto. Mantenere la frase confina la denuclearizzazione alla dichiarazione multilaterale mentre i membri conducono le proprie relazioni bilaterali senza farvi riferimento; rimuoverla riconosce un mutamento già compiuto nella pratica e premia la strategia che lo ha prodotto. In un caso come nell’altro la decisione indicherà quale ordine il linguaggio ereditato dall’ASEAN continui a servire, e che cosa la sua centralità sia ancora in grado di organizzare ora che il patto sottostante a quel linguaggio si è disfatto.

KMT accuses Taiwan’s government of failing to uphold South China Sea claims

Opposition parties in Taiwan have accused the government of failing to defend the island’s long-standing claims in the South China Sea, following its muted response to Philippine attempts to delimit a disputed shoal. “The government speaks loudly when confronting mainland China, but falls silent when Japan or the Philippines challenges Taiwan’s claims,” Kuomintang culture and communications committee director Chen I-hsin said on Sunday. Chen was referring to the Philippines’ move to assert...

He Was Playing Mind Games

4 Agosto 2026 ore 00:05

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3 Agosto 2026 ore 23:49

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Audi A2 e-tron: nel nostro primo test sfiora i 500 km di autonomia - VIDEO

4 Agosto 2026 ore 08:03
Immaginatela senza questo variopinto wrap e avrete sotto gli occhi la nuova Audi A2 e-tron, che verrà svelata nella sua interezza ai primi di settembre (assieme all'apertura degli ordini, pochi giorni dopo), con i primi esemplari in consegna ai clienti a inizio 2027. I prezzi? Dovrebbero partire da meno di 39.000 euro. Finora l'erede spirituale (con la spina) dell'originaria A2 si era vista soltanto pesantemente camuffata e, al netto di un teaser che ne spoilerava la silhouette, di materiale ufficiale non c'è nulla. Se non queste immagini, appunto, tratte da un test drive in anteprima che ho svolto fra la Svezia e la Danimarca con l'obiettivo di valutare l'efficienza, aspetto sul quale i tecnici di Ingolstadt puntano molto.D'altronde il pallino dell'efficienza l'Audi A2 l'ha sempre avuto. Persino troppo, con la prima generazione di venticinque anni fa (scocca d'alluminio, 1.2 TDI da 3 litri/100 km, costosissima da produrre e da acquistare, un flop commerciale), mentre oggi, con maggior pragmatismo, non hanno fatto altro che prendere ciò che di buono era già in casa e ottimizzarlo. Piattaforma MEB evoluta e trazione posteriore Per inciso, si parte dalla piattaforma MEB evoluta; non l'inedita MEB+ che usano Cupra, koda e Volkswagen (con motore e trazione anteriori), perché Audi per la A2 e-tron voleva più spazio a bordo (il passo è più lungo, l'agio per le ginocchia di chi siede dietro davvero abbondante) e la trazione posteriore, per una guida più dinamica.Premesso ciò, l'esemplare che ho guidato adotta il propulsore da 140 kW (190 CV) e la batteria LFP da 61 kWh lordi (58 utilizzabili). Seguiranno, al lancio, altre due batterie (51 e 84 kWh lordi) e tre ulteriori tagli di potenza (125, 170 e 240 kW). Aerodinamica ed efficienza: la ricetta Audi Tre sono i punti chiave attorno ai quali ruota questa ricerca dell'efficienza: due li ho già citati sopra, motori e batterie; il terzo è l'aerodinamica.La forma vagamente streamline, del tutto simile a quella della prima A2, fa già del suo per migliorare la resistenza all'avanzamento: muso arrotondato, montanti anteriori molto inclinati, coda tronca per staccare i flussi. Il resto è fine tuning: griglia anteriore di raffreddamento attiva (chiusa quando non serve aria), elementi specifici sui passaruota anteriori per far scorrere meglio l'aria sulle fiancate (i cosiddetti air curtains e gap reducer), cerchi dal design aerodinamico e, non ultimo, un fondo completamente piatto. Risultato: un Cx di 0,24 che, a detta del tecnico Audi che era al mio fianco durante il test, può arrivare al massimo a 0,25 nel caso di specifiche più spinte, con cerchi da 20&quot; e allestimento S line. Motore, batteria e ricarica bidirezionale Capitolo powertrain: la A2 è spinta dal noto motore sincrono a magneti permanenti APP350, introdotto un paio d'anni fa su altri modelli basati sulla MEB evoluta. Le elettroniche di potenza con semiconduttori al carburo di silicio garantiscono minori dissipazioni d'energia e nuovi lamierini più sottili per il rotore (da 0,3 a 0,2 mm) arginano meglio le perdite termiche. La trasmissione, inoltre, adotta un olio a bassissima viscosità per ridurre gli attriti.Per quel che riguarda l'energia, la scelta è caduta su un accumulatore al litio-ferro-fosfato per diversi motivi, tutti già noti: niente terre rare, maggior durata nel tempo e migliore resistenza agli stress durante le ricariche. Con 58 kWh netti (e 499 km di autonomia WLTP), la batteria è di tipo cell-to-pack, con le singole celle sistemate direttamente nell'involucro dell'accumulatore per una maggiore densità energetica.Grazie a un efficientamento del software, della gestione termica e del nuovo on board charger 2.0 (da 11 kW), Audi dichiara un'efficienza dell'89,6% in corrente alternata, un valore interessante e superiore alla media. Va ricordato, infatti, che non tutta l'energia erogata dalla colonnina o dalla wallbox finisce nella batteria (a causa delle croniche dispersioni), ma il quantitativo elargito va comunque pagato per intero. La ricarica in corrente continua, per la cronaca, ha una potenza di picco di 105 kW, valore non elevatissimo ma che consente comunque di portarsi a casa un 10-80% in circa 26 minuti, se tutto va come deve andare.Novità anche sul fronte della ricarica stessa: debutta la bidirezionale con funzione V2L (vehicle to load), che con un adattatore opzionale oppure con la presa Schuko sistemata nel baule permette di alimentare o ricaricare dispositivi esterni; parallelamente, con la funzione V2H (vehicle to home), è possibile usare l'auto come sistema di stoccaggio per l'impianto fotovoltaico domestico e può anche restituire energia all'abitazione. Audi A2 e-tron: come sono gli interni Ma andiamo al sodo. Una volta a bordo, trovo pesanti camuffature sulla plancia perché in questa fase, degli interni, in teoria non dovrei sapere nulla. Non posso mostrarvi foto definitive, ma vi racconto cosa avevo sotto gli occhi. A partire dal doppio schermo ricurvo onnipresente su tutte le più recenti Audi, passando per l'inedito comando multifunzione sistemato sul piantone dello sterzo, introdotto dalla Q3: sul lato destro il selettore della marcia, su quello sinistro la gestione degli indicatori di direzione, degli abbaglianti e dei tergicristalli. Curioso che, sulla A2, abbia però una finitura molto meno ricercata, perdendo il rivestimento in nero lucido con dettagli argentati; vedremo se sulla versione definitiva si tornerà alla variante originaria. Piacevoli, invece, i morbidi tessuti di rivestimento sui pannelli porta, così come il tunnel centrale su due livelli con ampi portaoggetti. Il test su strada fra Svezia e Danimarca In marcia si apprezza la posizione di guida, rialzata sulla strada ma con il sedile vicino al pavimento. I montanti anteriori assai inclinati non danno noia durante le svolte, perché sono stati ricavati ampi cristalli laterali proprio per ridurre il più possibile gli angoli ciechi. Molto curata l'insonorizzazione, grazie a cristalli doppi e parabrezza acustico, specchi retrovisori dal disegno aerodinamico e abbondante materiale fonoassorbente per ridurre il rotolamento.L'aspetto più apprezzabile è l'elevata scorrevolezza, dote comune a tutte le elettriche Audi: se si fa a meno della frenata rigenerativa (gestibile su tre livelli con i paddle al volante), una volta tolto il piede dall'acceleratore la vettura continua a macinare strada senza opporre resistenza.Il risultato di questo breve test? Lungo un tragitto misto fatto di autostrada (a 110 km/h), extraurbano (70 km/h) e urbano (30-50 km/h), il computer di bordo mi ha mostrato un consumo di 11,9 kWh/100 km, pari a un'autonomia stimata di 487 km; ammetto, però, di esserci andato col piede leggero, tant'è che il valore medio WLTP dichiarato, in corso di omologazione, parla di 12,8 kWh/100 km. Vedremo, una volta al Centro Prove, se la A2 e-tron manterrà questi buoni valori.

Tornare indietro è impossibile: Ne è valsa la pena? Isole Faroe

15 Luglio 2026 ore 18:59

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#stepsover #vanlife #viaggio
Episodio 1176: Alle Isole Faroe basta imboccare la strada sbagliata per ritrovarsi in un mondo completamente diverso.

In questo viaggio attraversiamo l'arcipelago con il camper, seguendo strade sempre più strette, montagne, tunnel e piccoli villaggi fino ad arrivare a Gjógv, una delle località più spettacolari e remote delle Faroe.

Ma il viaggio non finisce qui.

Andremo alla ricerca di Risin e Kellingin, il Gigante e la Strega, due enormi faraglioni legati a una delle leggende più affascinanti dell'arcipelago: si racconta che arrivarono dall'Islanda per trascinare le Faroe verso casa, ma furono sorpresi dalla luce del giorno e trasformati in pietra.

E poi arriva una domanda inevitabile quando si viaggia in un posto come questo: quanto costa davvero vivere e viaggiare alle Isole Faroe?

Quanto costano il carburante, la spesa, mangiare fuori, dormire e muoversi con un camper?

Lo scopriamo direttamente sul posto, cercando di capire quanto sia costoso questo angolo sperduto del Nord Atlantico.

Un'altra giornata di viaggio, strade improbabili, paesaggi che sembrano irreali e qualche sorpresa lungo la strada.

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