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La dottrina Colby e il suo primo test: quando il Medio Oriente torna al centro

16 Giugno 2026 ore 07:00

Il 28 febbraio 2026 gli Stati Uniti avviano l’Operazione Epic Fury, colpendo obiettivi militari iraniani insieme a Israele. Nelle settimane successive, settantatré velivoli C-17 trasportano batterie Patriot dal Giappone verso il Golfo Persico. Quella riallocazione di asset solleva una domanda sulla tenuta della National Defense Strategy 2026, che vede l’Indo Pacifico come una delle priorità strategiche della politica estera Usa.

Elbridge Colby, Sottosegretario alla Difesa per la politica e principale architetto della NDS, aveva impostato l’intera strategia su un principio chiaro: gli Stati Uniti non possono fare tutto ovunque e devono scegliere. La scelta è l’Indo-Pacifico. La Cina è la minaccia prioritaria. La guerra in Iran ha messo alla prova quel principio prima ancora che la strategia potesse consolidarsi.

Una strategia costruita sulla scelta

Il 3 marzo 2026, Colby compare davanti al Senate Armed Services Committee per difendere la NDS. Il documento si regge su quattro pilastri principali. Il primo è la sicurezza del territorio nazionale; il secondo, e più rilevante, è la deterrenza della Cina nell’Indo-Pacifico; il terzo è il burden sharing con gli alleati negli altri teatri; il quarto è il potenziamento della base industriale della difesa.

La logica del documento riprende quella di Strategy of Denial, il libro che Colby pubblica nel 2021 e che la USNI Proceedings definisce il riferimento più completo per comprendere l’approccio americano alla competizione con Pechino. L’obiettivo non è dominare la regione, ma impedire che la Cina la domini, attraverso la deterrenza per negazione lungo la “prima catena delle isole”, dall’arcipelago giapponese a Taiwan fino alle Filippine.

La logica non è minacciare ritorsioni dopo un’aggressione, ma rendere credibile agli occhi di Pechino che qualsiasi tentativo militare su Taiwan fallirebbe sul campo, prima ancora che Washington possa intervenire direttamente. 

Vale la pena notare che la NDS 2026 non menziona esplicitamente Taiwan nel testo, definendo la deterrenza della Cina prevalentemente in termini economici e strategici. Una scelta che lascia una certa vaghezza sulle soglie di intervento americano, percepita con preoccupazione dagli alleati regionali.

Come osserva Foreign Policy, la NDS 2026 rappresenta il punto in cui un decennio di argomenti sull’uso della potenza americana si traduce in dottrina applicabile. La struttura è solida. Le difficoltà emergono nell’applicazione.

La contraddizione emerge in Congresso

Il problema emerge quasi in tempo reale. Mentre Colby testimonia al Senato il 3 marzo, le operazioni militari in Iran sono già in corso da giorni. I senatori lo mettono alle strette. Colby risponde che le operazioni “non sono una guerra infinita” e che non contraddicono le priorità strategiche. I dati operativi raccontano però altro.

The Diplomat documenta come gli asset di difesa aerea vengano spostati dalla Corea del Sud verso il Medio Oriente, con Seoul che si dice preoccupata ma impossibilitata a opporsi. Il ridispiegamento progressivo verso il CENTCOM solleva interrogativi concreti sulla tenuta della deterrenza nell’area e ha ricadute dirette sulla questione taiwanese.

La scena più significativa si svolge alla House Armed Services Committee. La congresswoman Strickland mette Colby di fronte alla contraddizione in modo metodico: gli fa confermare una per una le premesse della NDS, la Cina come pacing threat, l’Indo-Pacifico come teatro prioritario, la necessità di presenza navale avanzata e munizioni di precisione, poi gli chiede di spiegare come le operazioni contro l’Iran si concilino con quei principi. Il verbale è pubblico: le risposte di Colby non sciolgono il nodo.

Pechino incassa

Mentre Washington è impegnata nel Golfo, Pechino si posiziona. In un’analisi di maggio, il Brookings Institution individua tre vantaggi concreti per la Cina: lo spazio strategico ottenuto mentre gli Stati Uniti spostano risorse dall’Asia al Medio Oriente, la possibilità di presentarsi come attore stabile di fronte a un’America percepita come destabilizzante, e il tempo necessario a rafforzare la propria posizione nell’Indo-Pacifico senza pressioni immediate da Washington.

Il summit di Pechino del 14-15 maggio conferma questa lettura. Il vertice era previsto per aprile, ma viene rinviato di un mese proprio per via della guerra in Iran. Il CSIS aveva già avvertito che Giappone, Corea del Sud e Taiwan avrebbero monitorato con preoccupazione la possibilità che Trump, cercando il supporto cinese sull’Iran, facesse concessioni su dossier vitali per la propria sicurezza.

Il timore si rivela fondato almeno in parte. Il ministro degli Esteri Wang Yi dichiara a margine del vertice che Pechino ha percepito che Washington comprende la posizione cinese su Taiwan. Xi propone un framework di “stabilità strategica” come cornice per i prossimi tre anni. Trump smentisce di aver fatto concessioni, ma la dichiarazione cinese rimane negli atti diplomatici. La teoria alla base della NDS 2026 è solida. Il problema è che la politica americana tende a tornare in Medio Oriente ogni volta che la regione esplode: è successo in Iraq, in Afghanistan, ed è successo di nuovo con l’Iran. Resta da capire se Washington riuscirà a mantenere le proprie priorità quando arriverà la prossima crisi.

Ricevuto — 15 Giugno 2026 Geopolitica.info

Tra guerre e ‘nuovi imperi’: l’europa e la costruzione di un nuovo ordine internazionale

15 Giugno 2026 ore 10:38

L’erosione della sicurezza tra Europa e nuovi imperi. 

La guerra in Ucraina sta assumendo una dimensione sempre più critica per gli effetti che produce sull’intera architettura della sicurezza europea. Il progressivo intensificarsi di incursioni nello spazio aereo, attività militari lungo il fianco orientale della NATO, operazioni ibride e pressioni sotto la soglia del conflitto diretto segnalano la crescente erosione dei meccanismi di contenimento che, fino a oggi, hanno evitato un allargamento del conflitto oltre il teatro ucraino. Episodi come la caduta di droni in territorio romeno o il loro abbattimento nei cieli lettoni non possono essere considerati semplici incidenti tattici, ma indicano una crescente compressione delle distanze strategiche tra Russia ed Europa. In questo contesto, errori di valutazione, incidenti non controllati o dinamiche di escalation potrebbero produrre conseguenze difficilmente prevedibili. Non sorprende, quindi, che nei Paesi baltici, in Finlandia, in Polonia, in Romania e in Moldavia si sia consolidata la percezione di una minaccia crescente alla stabilità regionale. A rendere il quadro ancora più teso hanno contribuito anche le dichiarazioni dell’ex presidente russo Dmitrij Medvedev, secondo cui «c’è una guerra in corso» e simili episodi continueranno a verificarsi, con la conseguenza che «i cittadini europei non dormiranno sonni tranquilli».

La questione, tuttavia, trascende il solo teatro ucraino. Dal Medio Oriente al Sahel, fino alle numerose guerre a media intensità che si sviluppano lontano dall’attenzione mediatica globale, si osserva una tendenza comune: l’indebolimento della capacità delle istituzioni multilaterali di prevenire, gestire o risolvere i conflitti. Molti dei presupposti che avevano alimentato le aspettative dell’epoca post-bipolare appaiono oggi in fase di revisione. La fiducia nell’universalizzazione delle regole internazionali, nel rafforzamento del multilateralismo, nella progressiva limitazione del ricorso alla forza e nella stabilizzazione degli equilibri strategici attraverso il controllo degli armamenti ha lasciato spazio a una realtà dominata solo dalla competizione geopolitica e dal ritorno delle logiche di potenza. Il sistema internazionale è ormai nettamente evoluto in senso sempre più competitivo e “imperiale”, dove Stati Uniti, Federazione Russa e Repubblica Popolare Cinese agiscono come poli di potenza che ridefiniscono sfere di influenza e priorità strategiche secondo le proprie logiche di proiezione globale. La competizione tra queste potenze ha quindi ridotto gli spazi di autonomia di tutti gli altri attori, a cominciare dall’ Europa.

Per una nuova responsabilità dell’Europa

Questi scenari e il ripetersi degli episodi sempre più pericolosi che si vanno registrando sui cieli e già oltre i confini dell’Europa dovrebbero indurre i leader europei a un atto di responsabilità. È questo il momento di rilanciare una riflessione politica, morale e strategica di più ampio respiro. La guerra non può diventare il nuovo orizzonte ordinario delle relazioni internazionali. Una prima prospettiva di un’Europa responsabile deve senz’altro dare priorità ad un percorso concreto di pace per l’Ucraina La contrapposizione si è fatta ancora più aperta tra Russia e Ucraina e le iniziative negoziali arretrano sugli umori di Putin, cui fa ora gioco anche il bellicismo di Trump su altri fronti. Dopo la lettera aperta di Zelensky rivolta a Putin, nella quale lo aveva invitato a considerare i suoi 73 anni e a cogliere l’opportunità di perseguire una soluzione negoziata al conflitto, il leader del Cremlino ha chiarito di non vedere, allo stato attuale, l’utilità di un vertice personale con Zelensky, ribadendo che le operazioni militari proseguiranno fino al raggiungimento degli obiettivi dichiarati da Mosca. È un segnale della persistente distanza tra le parti e della difficoltà di riattivare, nell’immediato, un canale politico diretto ad alto livello. Proprio per questo l’Europa deve promuovere senza esitare un progetto negoziale, partendo da una richiesta chiara e immediata di cessate il fuoco. La strada intrapresa dal formato E3, Francia, Regno Unito, e Germania – avallata anche da molti altri Stati Ue – è dunque quella giusta. Il vertice di Londra tra Volodymyr Zelensky, Keir Starmer, Emmanuel Macron e Friedrich Merz ha assunto perciò un significato che va oltre il sostegno all’Ucraina. Per la prima volta dopo molti mesi, l’Europa prova infatti a presentarsi non soltanto come garante militare della resistenza ucraina, ma come soggetto politico capace di formulare una proposta per l’uscita dal conflitto. I quattro leader hanno indicato alcuni punti essenziali: un cessate il fuoco immediato, l’utilizzo dell’attuale linea di contatto come base negoziale iniziale, garanzie di sicurezza credibili per Kiev, il mantenimento del congelamento degli asset russi fino a una soluzione concordata e la tutela degli interessi strategici europei. Si tratta di una piattaforma che tiene insieme il principio di realtà e il rispetto del diritto internazionale. L’Italia dovrebbe saper leggere meglio quanto sta avvenendo, non alimentando il giudizio superficiale che vorrebbe l’iniziativa di Londra soprattutto il tentativo di leader indeboliti al proprio interno di recuperare centralità sul piano internazionale. È una valutazione miope che non coglie il problema. Nel caso dell’Ucraina l’iniziativa è piuttosto il frutto del lavoro delle principali diplomazie europee, consolidatosi nel tempo e che risponde a una constatazione sempre più evidente: la sicurezza europea non può essere affrontata senza una forte assunzione di responsabilità da parte degli europei stessi. Occorre perciò puntare a ricostruire un formato E5 o E6 (con Italia, Polonia e Spagna) e concepire in termini concreti il contributo che il nostro Paese intende offrire alla costruzione di una posizione europea più coesa per l’Ucraina, e questo potrà già avvenire dai prossimi vertici, come il G7 previsto dal 15 al 17 giugno a Évian in Francia. La leadership dell’Italia ha il peso della responsabilità di unirsi senza esitazioni alla convergenza strategica di cui in questo momento ha bisogno la diplomazia dell’ Unione Europea

Iran–Israele–Stati Uniti: i rischi di escalation incontrollata del conflitto

Parallelamente, il Medio Oriente dovrà rappresentare l’ altro ambito di intervento, vista l’ultima escalation dello scontro tra Stati Uniti e Iran, i nuovi attacchi iraniani sui Paesi Arabi, l’ostinazione di Netanyahu sul fronte libanese. Le interconnessioni con i fronti iraniano e  libanese, con le dinamiche della crisi palestinese e con la sicurezza delle rotte energetiche nel Golfo Persico stanno indirizzando il conflitto in progressiva escalation sul piano globale, con tutte le conseguenze umanitarie per i popoli della regione e le ripercussioni che in Europa i cittadini stanno pagando in termini di aumento dei costi delle materie prime e dei flussi energetici. Anche per l’imprevidibilità di Trump – che ora ha rilanciato lo scontro finale, deciso a ottenere un risultato in vista delle elezioni di midterm – la guerra non si presenta ancora come un evento lineare, ma come un processo frammentato e potenzialmente auto-rinforzante, nel quale la soglia tra contenimento e allargamento resta costantemente instabile.

L’Europa non può rimanere semplice spettatrice: dal G7 al G20, all’Onu e anche con altre intese multilaterali può promuovere un immediato cessate il fuoco tra tutte le parti coinvolte e individuare un nucleo qualificato di mediatori internazionali incaricati di guidare un processo credibile di de-escalation. Sulla questione del programma nucleare iraniano occorre affidare all’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica la mediazione e le funzioni di verifica indipendente e di supervisione tecnica che le competono. Per il Libano, e in particolare per il ruolo di Hezbollah, la prospettiva di stabilizzazione richiede percorsi progressivi di disarmo verificabile e il rafforzamento del mandato delle Nazioni Unite sul terreno. In parallelo, sulla dimensione umanitaria e dei diritti fondamentali, il sistema multilaterale deve riaffermare con maggiore forza i propri strumenti di tutela, attraverso il rafforzamento degli organismi delle Nazioni Unite,  a cominciare dalle Forze di pace dell’Onu  e dall’Alto Commissario per i diritti umani, oltre che per le altre agenzie collegate.

L’Europa nella competizione tra grandi potenze

In questa prospettiva allora è bene chiarire come muoversi in Europa. Mentre Stati Uniti, Federazione Russa e Cina ridefiniscono gli equilibri globali secondo logiche di potenza e di competizione sistemica, l’Europa rischia ancora di restare priva di una chiara postura strategica autonoma. Resta un punto centrale da chiarire: come sancito dalla Costituzione, le decisioni sulla collocazione internazionale dell’Italia non possono essere prerogativa esclusiva dell’esecutivo. È necessario un dibattito più ampio che coinvolga il Parlamento, il Capo dello Stato e le altre Istituzioni di garanzia, e dunque la società civile e il mondo accademico. La comparazione con altre esperienze europee, ed anche oltre l’Europa,  evidenzia come il dibattito strategico possa essere alimentato anche a livello culturale, contribuendo a una maggiore consapevolezza collettiva delle trasformazioni in atto. Occorre prendere d’esempio quanto accaduto in Finlandia, dove lo stesso capo dello Stato Alexander Stubb ha aperto un ampio dibattito con la pubblicazione del saggio “Il triangolo del potere. Dall’egemonia dell’Occidente al nuovo ordine mondiale”. Stubb ha lanciato un monito: di fronte ad una competizione tra blocchi sempre più fluida, l’ Europa ha necessità di sviluppare la cooperazione anche oltre le tradizionali alleanze, guardando principalmente al Resto del Mondo (Canada, Giappone, Australia, etc.) e al Global South in particolare (Unione Africana, India, Brasile, paesi del Golfo, ecc.) rispetto a chi propone nuovi domini. Quest’area del mondo, da un lato percepisce ora lo sfruttamento e la “trappola del debito” cinese, dall’altro si vede alienata dagli Usa per le politiche tariffarie, le dinamiche neocoloniali delle grandi imprese, oltre che per le scelte bellicistiche di cui subisce le pesanti conseguenze umanitarie ed economiche e per  il progressivo ridimensionamento degli aiuti allo sviluppo. La crescente competizione tra blocchi e l’emergere di un “Sud globale” sempre più rilevante impongono dunque all’Europa di ripensare le proprie alleanze e le proprie priorità strategiche, superando una logica esclusivamente dipendente dalle tradizionali architetture transatlantiche. In sostanza di tratta delle stesse tesi sostenute dal premier canadese Mark Carney al Forum di Davos: le “middle powers” devono rafforzare la cooperazione tra loro e costruire nuove coalizioni fondate su interessi e valori condivisi, per evitare di essere schiacciate dalla crescente rivalità tra le grandi potenze, contribuire alla definizione di un ordine internazionale equilibrato e multipolare, premessa necessaria per promuovere concreti processi di pace.

Per una governance della pace: Mediterraneo, Europa e architetture multilaterali

In tale scenario, l’Italia può ambire a svolgere un ruolo di media potenza responsabile, valorizzando la propria tradizionale funzione di ponte economico, politico e culturale nel Mediterraneo allargato. Questa postura implica però una chiara assunzione di responsabilità europea e il superamento di derive antieuropee che, indebolendo la coesione dell’Unione, riducono la capacità complessiva dell’Europa di incidere sulle trasformazioni dell’ordine internazionale. La costruzione di una strategia esterna coerente richiede infatti una maggiore integrazione politica e una visione condivisa dei beni strategici europei, a partire dalla stabilità regionale e dalla difesa del diritto internazionale.

Su questa base, l’ipotesi di una iniziativa diplomatica strutturata assume una rilevanza crescente. In presenza di una domanda diffusa di riduzione dell’escalation globale, l’Europa potrebbe farsi promotrice di una Conferenza internazionale per la pace, concepita non soltanto come tavolo negoziale tra Stati, ma come spazio politico più ampio di ridefinizione delle condizioni della convivenza internazionale. In concreto, una Conferenza per la pace può nascere da una iniziativa congiunta dei Capi di Stato e di Governo europei che poi si estenda ai Paesi del Mediterraneo, cerniera tra Nord e Sud del mondo, e farsi proposta globale coinvolgendo gli altri continenti nel contesto delle Nazioni Unite.  L’obiettivo potrebbe puntare dunque alla definizione di una Carta della pace, intesa come documento al tempo stesso normativo e programmatico. Essa potrebbe includere principi essenziali quali la cessazione delle ostilità e l’avvio di negoziati nei principali teatri di crisi, il divieto dell’aggressione come strumento di politica internazionale, la riduzione progressiva degli arsenali e il rafforzamento dei regimi di non proliferazione, insieme al consolidamento della diplomazia preventiva e dei meccanismi di cooperazione allo sviluppo. In questo quadro rientra anche la gestione delle dinamiche migratorie, che non può essere affrontata esclusivamente in chiave securitaria, ma richiede politiche di investimento nei Paesi di origine, sostegno ai processi di stabilizzazione e una valutazione realistica del contributo dei lavoratori migranti alle economie europee.

Un ulteriore asse di questa prospettiva riguarda il dialogo tra tradizioni religiose e culturali, che può contribuire alla costruzione di un linguaggio condiviso della pace. Il coinvolgimento delle leadership religiose, in particolare, può rafforzare la dimensione etica della cooperazione internazionale, favorendo la creazione di reti di fiducia transnazionali. In questa direzione si inserisce l’idea più volte richiamata da Papa Leone XIV: «Se volete la pace, preparate istituzioni di pace….  la costruzione della pace è un compito affidato a tutti».

In conclusione, sul piano storico le grandi conferenze internazionali dimostrano come dopo grandi fasi di conflitto sistemico sono seguiti i momenti di ridefinizione dell’ordine globale. Dalle esperienze europee dell’età moderna fino ai negoziati del secondo dopoguerra, la diplomazia multilaterale ha rappresentato uno strumento essenziale di ricostruzione della legalità internazionale. L’Europa, in particolare, porta con sé la memoria delle più alte forme di distruzione politica e militare del Novecento, ma anche l’esperienza unica di un processo di integrazione fondato sulla progressiva sostituzione della forza con la regola. È proprio questa traiettoria storica a conferire al continente una responsabilità specifica nella fase attuale. La sfida consiste nel trasformare nuovamente la competizione tra attori in forme regolamentate di cooperazione, rafforzando gli strumenti del diritto internazionale e contenendo le dinamiche di militarizzazione delle crisi. In ultima analisi, abbiamo ancora una traccia da percorrere, che rimane un riferimento universale: la Carta delle Nazioni Unite, nata dopo le grandi tragedie di due guerre mondiali. È il caso di richiamare i suoi passi salienti, che sintetizzano gli impegni fondamentali assunti alle Nazioni Unite: gli Stati  furono infatti  «decisi a salvare le future generazioni dal flagello della guerra, a riaffermare la fede nei diritti fondamentali dell’uomo, nella dignità e nel valore della persona, nell’eguaglianza dei diritti di uomini e donne e delle nazioni grandi e piccole». E ancora «a creare le condizioni per mantenere la giustizia e il rispetto degli obblighi internazionali, a promuovere il progresso sociale e un più elevato tenore di vita, a praticare la tolleranza e vivere in pace in rapporti di buon vicinato, a unire le forze per mantenere la pace e la sicurezza internazionale». Occorre che questa scelta trovi finalmente attuazione concreta, grazie a un’azione politica responsabile e lungimirante dei suoi leader: è questa l’unica via possibile perché dall’Europa parta una risposta credibile, senza ulteriori rinvii, alla domanda di pace dell’umanità

In dialogo con Alissa Pavia: l’evoluzione delle relazioni tra Turchia e Arabia Saudita nei nuovi equilibri regionali. 

15 Giugno 2026 ore 07:00

Alissa Pavia è Nonresident Senior Fellow presso il programma Middle East dell’Atlantic Council, Research Program Leader del Centro Studi Geopolitica.info e Junior Fellow di Aspen Institute Italia. Ha lavorato per cinque anni presso l’Atlantic Council a Washington D.C., dove ha codiretto il programma Nord Africa e si è occupata principalmente di sicurezza nel Mediterraneo allargato, dinamiche politico-strategiche nordafricane, competizione tra grandi potenze e implicazioni per gli interessi euro-atlantici. In precedenza ha maturato esperienze presso l’Assemblea Parlamentare della NATO, le Nazioni Unite e l’European Foundation for Democracy. È laureata in Scienze Internazionali e Istituzioni Europee presso l’Università degli Studi di Milano e ha conseguito una laurea magistrale alla Johns Hopkins University – School of Advanced International Studies (SAIS). Attualmente sta completando un secondo master in Middle East Policy Studies presso il Washington Institute. 

Il tema centrale dell’intervista è l’evoluzione delle relazioni tra Arabia Saudita e Turchia, attualmente interessate da un significativo processo di trasformazione e riavvicinamento. L’analisi prende in esame diversi aspetti di questo rapporto, a partire dall’impatto del conflitto in Iran e dalle sue ripercussioni sugli equilibri regionali. Successivamente, l’attenzione si concentra sull’evoluzione delle relazioni turco-saudite alla luce del dossier libico e delle dinamiche che coinvolgono anche gli Emirati Arabi Uniti. L’intervista, inoltre, approfondisce il ruolo degli Stati Uniti nei rapporti tra Turchia, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti e viene evidenziato il peso della strategia americana negli attuali processi di riallineamento regionale. 

Come sono cambiate le relazioni tra Arabia Saudita e Turchia negli ultimi anni alla luce dell’ascesa dell’Iran come attore regionale e delle recenti tensioni in Medio Oriente? E in che misura la percezione della minaccia iraniana ha favorito il riavvicinamento tra Ankara e Riad, nonostante le profonde divergenze che avevano caratterizzato i loro rapporti dopo le Primavere arabe?

L’Arabia Saudita e la Turchia si stanno muovendo con grande cautela sulla questione iraniana. Hanno priorità diverse: la Turchia considera prioritaria la stabilità regionale e il mantenimento di un Iran quanto più stabile possibile, perché un collasso del regime comporterebbe un forte aumento di rifugiati verso il suo territorio. Per Riyad, invece, l’obiettivo principale è la caduta del regime attuale. Detto questo, la situazione attuale – con la chiusura dello Stretto di Hormuz e la strategia attuale americana (un engagement di media intensità invece di un intervento deciso stile Iraq 2003) – riduce il livello di sicurezza percepita dall’Arabia Saudita. 

Esiste comunque una convergenza strategica importante: sia Ankara che Riyad hanno interesse a contenere l’Iran. Nessuno dei due vuole un Iran nucleare. Anche nel caso in cui il regime iraniano non dovesse cadere, i leader turco e saudita convergono sulla necessità di limitarne l’influenza regionale e le sue capacità militari.

Tuttavia, è ancora troppo presto per definire chiaramente quale ruolo abbia avuto e avrà la guerra in Iran nel riavvicinamento tra Riyad e Ankara. Riyad rimane fortemente dipendente dagli Stati Uniti per la propria sicurezza, ma si sta aprendo alla possibilità di una maggiore convergenza nel settore della difesa con la Turchia, grande esportatrice di droni.

Turchia e Arabia Saudita hanno sostenuto schieramenti diversi nel conflitto libico, ma negli ultimi anni le loro relazioni bilaterali sono migliorate sensibilmente. In che modo questo riavvicinamento tra Ankara e Riyad si riflette sulle dinamiche del rapporto tra Turchia ed Emirati Arabi Uniti in Libia?

In Libia, Arabia Saudita e Turchia risultano sempre più allineati. Se in passato seguivano traiettorie opposte – con Ankara che sosteneva il governo di Tripoli ad ovest e Riyad che appoggiava Haftar e l’est – negli ultimi anni Riyad si è progressivamente spostato verso l’ovest. Questa mossa, però, non è stata determinata dal riavvicinamento con la Turchia, bensì dal fatto che i sauditi non puntano più su Haftar. Riyad e Abu Dhabi si trovano su fronti opposti in Libia, così come accade in Sudan e Yemen. Ankara sta cercando di mantenere un equilibrio strategico tra i due Paesi del Golfo: da un lato non può permettersi di alienare gli Emirati Arabi Uniti, con i quali ha importanti interessi economici e di integrazione regionale; dall’altro mostra un allineamento maggiore con Riyad. La ragione di fondo è che Turchia e Arabia Saudita condividono una visione simile sulla Libia: entrambe preferiscono il rafforzamento del potere centrale per garantire stabilità nel Paese. Gli Emirati, al contrario, puntano maggiormente sulla frammentazione regionale. Recentemente la Turchia si sta esponendo anche sul fronte orientale: sono stati individuati droni turchi nelle zone controllate da Haftar, segnale di un parziale riavvicinamento tra Ankara ed Haftar motivato soprattutto da interessi economici ed energetici, in particolare il mantenimento del corridoio energetico tra Libia e Turchia. Questo movimento ha favorito anche un parziale riallineamento con gli Emirati. Tuttavia, Ankara manterrà probabilmente una certa distanza da Abu Dhabi in Libia, privilegiando il rapporto con Riyad. I due Paesi condividono una visione più simile sulla stabilità regionale e, rifacendosi entrambi a buoni rapporti con l’amministrazione Trump, la Turchia considera l’Arabia Saudita un polo più forte e strategico rispetto agli Emirati nell’orbita americana.

In che modo il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca sta influenzando le relazioni tra Turchia, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti? Quali sono gli interessi strategici degli Stati Uniti nella regione e come si riflettono sulle dinamiche di cooperazione e competizione tra questi attori regionali?

L’amministrazione Trump ha un impatto decisamente positivo sulle dinamiche tra questi Paesi. A differenza di Biden, che aveva assunto posizioni molto antagoniste nei confronti dell’Arabia Saudita, Trump è vicino sia a Mohammed bin Salman che a Recep Tayyip Erdoğan. L’interesse strategico americano è chiaro: Washington vuole partner forti e affidabili nella regione, capaci di condividere responsabilità di sicurezza. Gli USA perseguono una linea di disimpegno militare parziale, ma mantengono un forte impegno diplomatico e politico. L’obiettivo è coltivare rapporti solidi con potenze stabili ed emergenti, anche a costo di qualche screzio con alleati tradizionali come Israele.

Sia la Turchia che l’Arabia Saudita auspicano il mantenimento di una presenza americana nella regione, ritenendola essenziale per la stabilità, soprattutto come deterrente nei confronti dell’Iran. 

Sul fronte turco, la questione curda ha visto un parziale miglioramento grazie all’accordo mediato dagli americani con i siriani (in particolare dell’inviato statunitense Tom Barrack, ambasciatore in Turchia), che ha escluso le milizie curde siriane da alcuni equilibri di potere: un esito visto positivamente da Erdoğan.

Gli Stati Uniti mantengono rapporti molto forti con gli Emirati Arabi Uniti, ma stanno privilegiando chiaramente il rapporto con Riyad. Questo approccio riflette anche fattori personali: l’Arabia Saudita fu il primo Paese visitato da Trump nel suo primo mandato e la famiglia Trump ha importanti investimenti nel Regno. Nonostante ciò, Washington evita di inserirsi nelle tensioni tra Riyad e Abu Dhabi. 

Riyad e Abu Dhabi, da parte loro, fingono pubblicamente che non esistano problemi tra loro e non chiedono agli USA di prendere posizione ufficiale, consapevoli che Washington non vorrebbe, né potrebbe, scegliere apertamente una parte.

La nuova costituzione nordcoreana e i rapporti con il Sud

15 Giugno 2026 ore 07:00

La Corea del Nord, a maggio di quest’anno, ha modificato la propria Costituzione, ristrutturandone numerosi articoli e preamboli. L’intento, secondo quanto riportato dai siti d’informazione della Corea del Sud, sarebbe quello di definire, a livello legislativo e simbolico, i numerosi cambiamenti avvenuti nel contesto nazionale e internazionale, concernenti, in tal senso, l’abbandono della riunificazione tra le due Coree e la centralizzazione del potere da parte di Kim Jong-un negli organi dello Stato e sulle forze nucleari. Inoltre, le recenti variazioni apportate al testo fondamentale indicano la volontà del regime di dipingersi come un’entità statuale normale, eliminando le profonde influenze ideologiche e agiografiche presenti in molti passaggi; a ciò si aggiunge una precisa (ma non esaustiva) enunciazione dei confini nazionali.

I cambiamenti apportati

Andando più in profondità, sono stati circa quindici gli elementi soggetti a cambiamento, modifica o cancellazione. Dal punto di vista simbolico, rilevante è stato il depennamento dei contributi e del ruolo che ebbero Kim Il-sung e Kim Jong-il nella costruzione dello Stato e dei suoi principi politico-ideologici nella prima parte del preambolo. Un’azione concepita, verosimilmente, per consolidare la figura di Kim Jong-un, ora dotato di un culto della personalità e di una produzione concettuale propri, e abolire al contempo le forti profusioni agiografiche presenti nel testo costituzionale. Un’attività simile è stata condotta anche nella seconda parte dell’introduzione, ove sono scomparsi i riferimenti alla “metà settentrionale” della penisola coreana, alla “completa vittoria del socialismo” e ai “tre principi di riunificazione della patria”.

Guardando invece al tema della nomenclatura e del territorio, all’articolo 1 è stata inserita una nuova clausola che specifica il nome dello Stato, ovvero Repubblica Popolare Democratica di Corea, mentre il precedente contenuto è stato integrato nel preambolo del nuovo testo costituzionale. A ciò segue l’articolo 2, riguardante la nuova clausola sui confini nazionali, così ora stabiliti: “a nord con la Repubblica Popolare Cinese e la Federazione Russa e a sud con la Repubblica di Corea, nonché il mare territoriale e lo spazio aereo stabiliti sulla base di esso”. La mancanza di chiarimenti sullo spazio aereo e marittimo ha dato adito ad alcune ipotesi, tra cui l’intenzione, da parte di Pyongyang, d’impiegare la Northern Limit Line (NLL), confine marittimo de facto tra le due Coree imposto dall’armistizio di Panmunjom e mai riconosciuto dal regime nordcoreano, come possibile futura zona di confronto e ostilità verso Seul.

Per ciò che concerne invece gli organi dello Stato, l’articolo 89 prevede ora il controllo esclusivo delle forze nucleari da parte della Presidente della Commissione per gli Affari di Stato e la possibilità di delegarne l’uso a un organo di comando statale. La stessa Presidenza avrebbe poi nuovi poteri, tra cui la sospensione, la nomina o la rimozione di figure o quadri apicali dello Stato (compresi il Primo Ministro e il Presidente del Parlamento), nonché l’esercizio del diritto di veto e la destituzione dei deputati. Infine, la nuova Costituzione include la priorità della modernizzazione e della scientifizzazione dell’industria della difesa nazionale e la cancellazione di espressioni facenti riferimento alla “gratuità” delle cure mediche, alla libertà “dallo sfruttamento e dall’oppressione”, nonché all’abolizione della tassazione e al non riconoscimento della disoccupazione.

Il nuovo corso degli eventi

La costituzione appena redatta determina, in virtù delle sue modifiche, un netto cambiamento nel modo in cui Pyongyang vede sé stessa e il mondo che la circonda.

Per quanto riguarda la leadership, Kim Jong-un ha nei fatti cementificato la propria figura all’interno del regime e del partito, transitando il paese verso una condizione nella quale, più che il riferimento alle precedenti generazioni, si vuole identificare nell’attuale leader l’odierno stato di sviluppo e ammodernamento del paese, tanto dal punto di vista economico quanto da quello militare e diplomatico. La cancellazione dei riferimenti al padre e al nonno nel testo costituzionale, pertanto, risponde non solo all’esigenza della Corea del Nord di identificare il nuovo corso che il paese ha intrapreso sotto la guida dell’attuale Kim, ma anche a quella della sua normalizzazione. Non più, quindi, una costituzione “socialista e kimilsungista-kimjongilista”, bensì una costituzione essenzialmente nazionale, riflettente il mutamento della percezione che il regime ha e vuole dare di sé: un paese forte e dialogante con le principali potenze, siano esse Stati Uniti, Cina o Russia.

In riferimento, invece, alla questione territoriale, i temi d’interesse sono principalmente due: la riunificazione e i rapporti con la Corea del Sud. Alla luce dell’articolo 2 e di parte del preambolo, senza tuttavia dimenticare le numerose dichiarazioni precedenti, la Corea del Nord ha completamente epurato dal proprio impianto costituzionale ogni riferimento a politiche di “riunificazione della patria”, in virtù di un necessario allineamento con il quadro di riferimento e la prassi attuali, con Pyongyang in netta opposizione a Seul rispetto a nuove proposte di interlocuzione. Ciò nonostante l’ampia disponibilità al dialogo dell’amministrazione Lee rispetto al precedente governo Yoon. L’abbandono della riunificazione risponderebbe tanto a una logica di realpolitik, considerando le difficoltà economiche, politiche e sociali legate all’integrazione di due sistemi estremamente differenti tra loro, con non poche incognite, quanto allo stato attuale della Corea del Nord, caratterizzato dall’applicazione di riforme economiche che, nonostante alcune problematiche, stanno avendo successo, dall’alleanza con la Russia e dalla conseguente crescita economica derivante dall’interscambio con Mosca, senza dimenticare i numerosi fondi illeciti ottenuti attraverso attività cybercriminali. In tale contesto, il riferimento alla “grande unità nazionale”, rappresentativo di uno stato delle cose ormai mutato all’interno e attorno alla penisola coreana, è forse apparso anacronistico.

In relazione al tema nucleare, fattore certamente di rilievo nel dialogo intercoreano, la recente riforma costituzionale, più che alla clausola di “controllo esclusivo” da parte della Commissione per gli Affari di Stato, riguarda la possibilità di delegare l’utilizzo delle armi nucleari ad altri organi di comando statali. L’articolo 89 faceva precedentemente riferimento a un’eventuale possibilità di delega dell’utilizzo delle forze nucleari all’omonimo comando, nell’eventualità che la presidenza della Commissione per gli Affari di Stato fosse colpita per prima dagli eventi bellici in quanto supremo  organo esecutivo dello Stato. La modifica andrebbe così non solo a potenziare le capacità di difesa in caso di conflitto, soprattutto in presenza di attacchi immediati miranti alla decapitazione della leadership, ma anche a rafforzare la resilienza delle stesse forze nucleari. Anche in caso di loro abbattimento, come descritto, il compito relativo all’utilizzo delle armi di distruzione di massa passerebbe infatti ad altri enti facenti parte dell’esercito.

Quali risposte da Seul?

Per rispondere a tali nuove sfide, anche Seul pare aver modificato, seppur solo in parte, il suo approccio verso il Nord. L’attuale governo ha predisposto, per tramite del Ministero dell’Unificazione, un insieme di politiche miranti all’implementazione di principi, strategie e iniziative volte alla “coesistenza pacifica” tra Corea del Sud e Corea del Nord, declinando la riunificazione in favore di un rapporto di coabitazione statuale. Tale framework vedrebbe la ripresa e l’istituzionalizzazione dei rapporti intercoreani, la creazione di una base economica condivisa tra Pyongyang e Seul e la denuclearizzazione della penisola. Obbiettivi, questi, che devono però seguire alcuni principi cardine, tra cui: il rispetto per il sistema nordcoreano, evitare l’unificazione tramite assorbimento del Nord da parte del Sud, la non attuazione di atti ostili verso la Corea del Nord.

Intenti che, a loro volta, andrebbero espletati verso iniziative chiave come il risolvimento delle questioni umanitarie causate dalla partizione, una maggiore informazione e partecipazione pubblica sul tema e una più ampia operazione in tema di collaborazione, scambio e mutui benefici derivati da questi ultimi. In concreto, ciò ha significato per la Corea del Sud ridurre le proprie attività di propaganda verso il Nord tramite lo spegnimento degli altoparlanti lungo il 38° parallelo e il tentativo di vietare ai cittadini sudcoreani d’inviare palloni aerostatici oltreconfine contenenti manifesti contro il regime kimista (proposta respinta dalla corte costituzionale); l’utilizzo di un linguaggio più moderato nei confronti del Nord; la volontà di continuare a spingere per il ripristino di progetti di cooperazione, quali il Tumen River Project, il Gaesong Industrial Complex o l’istituzione di cosiddette Peace Economic Special Zone nelle aree interne alla zona demilitarizzata.

Proposte che, però, continuano a trovare il no di Pyongyang. Kim Yo-jong, sorella di Kim Jong-un e Direttrice del dipartimento degli affari generali di partito, sebbene abbia più volte elogiato l’atteggiamento “franco e di larghe vedute” della presidenza Lee, ha confermato come il regime nordcoreano sia intento nella prosecuzione della dottrina dei “due Stati ostili”, osservando inoltre come alla diminuzione delle tensioni non corrisponda un cambio di passo verso la riconciliazione.

Una situazione che, per la Corea del Sud, si fa sempre più complessa. I cambiamenti apportati alla costituzione, oltre a confermare il cambio di paradigma nei rapporti intercoreani, vanno a inscrivere nella legge fondamentale nordcoreana una situazione descritta come di “coesistenza ostile”, diametralmente opposta alla posizione sudcoreana, andando a codificare uno stato di compresenza conflittuale a lungo termine tra due Stati sovrani, se non anche permanente. Allo stesso tempo, l’assenza di formulazione esplicitamente ostili (nella costituzione Seul non è mai effettivamente citata come “Stato ostile”) non escluderebbe l’apertura di un dialogo tra le controparti, sebbene Pyongyang abbia più volte fatto uso della carta diplomatica per ottenere profitto da momentanee fasi di distensione. In tale contesto, inoltre, il supporto economico garantito da Mosca e la più recente visita di Xi Jinping nella capitale nordcoreana, con l’obiettivo di aumentare l’interscambio e il sostegno economico, scientifico e di difesa tra i due paesi, hanno permesso alla Corea del Nord di registrare una crescita economica considerevole per gli standard del paese, trasformando al contempo Kim Jong-un in un attore geopoliticamente rilevante nella regione dell’Asia nordorientale. Scenario che per la Casa Blu significa vedere ridotto il proprio spazio di manovra nel dialogo con il Nord, con il rischio di far decidere ad altre potenze il futuro assetto di una penisola sempre più divisa.

Ricevuto — 12 Giugno 2026 Geopolitica.info

La Corea del Nord verso la stabilità costituzionale

12 Giugno 2026 ore 08:47

L’annuncio dell’ultima revisione alla Costituzione della Repubblica Democratica Popolare di Corea, deliberato il 22-23 marzo 2026 dalla prima sessione della quindicesima Assemblea Popolare Suprema e un mese dopo la conclusione del IX Congresso del Partito del Lavoro (19-25 febbraio 2026), ha rapidamente generato le più varie reazioni sulla stampa.

Appare tuttavia opportuno, in questa fase, contestualizzare innanzitutto la revisione nell’ambito del percorso costituzionale nordcoreano nel suo complesso1, tenendo ben presente le sue peculiarità. È bene ricordare come il costituzionalismo della DPRK svolga un ruolo diverso da quello occidentale: qui, la Costituzione non svolga un ruolo prescrittivo, disponendo cambiamenti sostanziali nella governance politica e ordinamentale, quanto piuttosto un ruolo descrittivo. L’evoluzione costituzionale è la tela su cui il regime registra le variazioni e le modifiche intercorrono, nel corso degli anni, nel suo assetto di potere e nei punti cardine della sua ideologia politica. Inoltre, come anche nel caso cinese, quello nordcoreano è un sistema in cui la convergenza delle fonti scritte compone un quadro costituzionale non scritto e più ampio, una Costituzione vivente che cambia e si evolve in maniera assai più fluida di quanto non siamo abituati a ritenere in Occidente2.

Nel caso del 2026, tra i principali punti di interesse, mi concentrerò soprattutto su uno, passato quasi del tutto inosservato in letteratura.

Fino ad ora, il nome ufficiale della Legge fondamentale nordcoreana era Costituzione Socialista della Repubblica Popolare Democratica di Corea (조선민주주의인민공화국 사회주의헌법), nome ufficialmente adottato con la sua entrata in vigore nel 1972. Con la revisione del marzo 2026, il termine viene espunto dal nome ufficiale dell’atto, che ora si chiama semplicemente Costituzione della Repubblica Popolare Democratica di Corea (조선민주주의인민공화국 헌법). Similmente, l’art. 1, che fino ad ora aveva definito lo Stato come uno “Stato socialista indipendente”, ha rimosso il riferimento al socialismo, limitandosi ad affermare che “Il nome del nostro Paese è Repubblica Popolare Democratica di Corea”3.

A prima vista, potrebbe sembrare la semplice espunzione di una ridondanza, visto che il termine socialista compare comunque altrove nel testo della Carta, a partire dal preambolo. Non si tratta, invece, di una mera modifica stilistica, quanto piuttosto di una tendenza ben precisa che deve essere analizzata fin dalla sua origine, ormai decenni fa, in concomitanza con la caduta dell’Unione Sovietica.

Alla revisione costituzionale del 1992, la prima dopo venti anni di vigenza della Carta del 1972, seguiranno molte altre revisioni che individuano una tendenza, che spesso passa inosservata, e che avevo già avuto modo di definire come “processo di de-occidentalizzazione”4. Da un contesto giuridico tipicamente marxista-leninista, attuato dal 1948 su forte spinta sovietica, la DPRK comincia ad avvertire la necessità di plasmare il proprio ordinamento ricorrendo a narrative proprie, non mutuate dall’esterno, fossero anche quelle socialiste – socialismo che, è bene ricordare, è pure considerato un prodotto occidentale dagli osservatori coreani.
Uno dei passaggi più rilevanti è l’introduzione in Costituzione, nel 1972, dell’onnipresente principio del juche (주체), l’idea-guida fondamentale del Paese, che informa a sua immagine tutte le istituzioni a partire dallo Stato, dal Partito e dalle Forze Armate, un termine intraducibile che indica un’idea di auto-sufficienza, di bastare a sé stessi e appropriarsi del proprio destino5, sempre da una prospettiva collettivistica di corpo sociale unitario. Inizialmente, il juche viene costituzionalmente definito come “un’interpretazione creativa del marxismo-leninismo”6, riconducendolo quindi in maniera forzata all’ortodossia comunista, pur mostrando caratteri nazionali che, già in tempi non sospetti, Scalapino e Lee definivano come “antitesi del marxismo”7. Con il passare degli anni, la definizione cambia, diventando, due decenni dopo, “una visione del mondo incentrata sul popolo e sull’ideologia rivoluzionaria per raggiungere l’indipendenza delle masse popolari”8, quindi senza più alcun riferimento al marxismo. Il collettivismo confuciano inizia a farsi strada nel sentire politico del regime, e viene incorporato nel juche9, rispetto alle interpretazioni iniziali che psi muovevano ancora nell’ambito di una cornice concettuale socialista. Nel 2019, la Repubblica “è guidata nella sua costruzione e nelle sue attività solo dal grande Kimilsungismo-Kimjongilismo”10, formulazione tuttora in uso, facendo assorbire il juche dal pensiero del leader che si fa fonte di diritto.

Ma l’evoluzione dei principi costituzionali dello Stato è solo uno dei percorsi che convergono verso la de-occidentalizzazione dell’ordinamento. Parallelamente, negli ultimi tre decenni assistiamo al progressivo abbandono dei riferimenti al marxismo-leninismo in particolare e al comunismo in generale, che già dal 2009 non troveranno più alcuna menzione in Costituzione. Anche nelle pubblicazioni ufficiali del Partito stesso, il marxismo viene piuttosto considerato come una tappa di transizione, da contestualizzarsi in un periodo storico ormai concluso. Si tratta di una riscoperta ideologica profonda, già preannunciata da Kim Il-sung e soprattutto da Kim Jong-il nel loro rifiuto del dogmatismo11.

La revisione costituzionale del 2026 è da contestualizzarsi in questo preciso percorso politico-culturale, perché è solo all’interno di questa traiettoria che acquista un senso compiuto. La rimozione del termine “socialista” dal titolo della Costituzione e dal primo articolo – termine che rimane comunque in altre parti della Carta, a differenza del riferimento al comunismo ormai del tutto superato – è infatti indice di un ulteriore passaggio nel percorso mediante il quale il regime di Pyongyang afferma la propria autosufficienza non solo politica ma anche ideologica e culturale, non avvertendo più la necessità di fondare il proprio orizzonte di senso collettivo in ideali maturali altrove. Se nei primi anni Novanta, dopo il crollo del blocco sovietico, si avvertita ancora l’esigenza di conciliare principi che si avviavamo a prendere strade anche molto diverse, negli ultimi anni il cambio di passo si rende sempre più esplicito, cominciando a riguardare la stessa idea di socialismo.

L’idea di un “socialismo nel nostro stile” 12(우리식 사회주의), elaborata nei primi anni Novanta da Kim Jong-il13, rispecchia in parte il “socialismo con caratteristiche cinesi” (中国特色社会主义), ma si spinge oltre: il regime di Pyongyang, al contrario, lo reinventa completamente fino a superarlo, ricordandolo come un passaggio rilevante ma ormai rilegato al passato, e cercando in tal modo una nuova via per il futuro: l’emancipazione, quindi, viene per esempio realizzata andando a recuperare narrative ancestrali, e abbandonando orami del tutto il modello che aveva ispirato, inizialmente, la fondazione dello Stato. La successione dinastica, il recupero dell’idea confuciana della famiglia-nazione e il ritorno velato del mandato del Cielo, sono tutti elementi che si sono fatti strada nell’ordinamento rimpiazzando gradualmente concetti provenienti dal mondo socialista tradizionale, andando ben oltre una semplice reinterpretazione. L’abbandono del marxismo e del comunismo conduce alla radicale reinterpretazione del “socialismo nel nostro stile”, e prosegue nel percorso di de-occidentalizzazione dell’ordinamento. La fase attuale è quindi quella della stabilizzazione, laddove anche il nome della Legge fondamentale non necessita più di riferimenti ideologici esterni, ma basta a sé stesso esattamente come l’idea di juche.

“Il popolo è il mio Cielo”14, affermava Kim Il-sung ben prima del 1972, andando già a porre le basi per una riscoperta delle narrative tradizionali che nei secoli passati avevano informato la sino-sfera, e sostituendoli gradualmente – e discretamente – con un retaggio marxista non ritenuto più in grado di spiegare la realtà odierna del Paese.

Federico Lorenzo Ramaioli
Diplomatico e avvocato, Senior Research Associate presso gLAWcal (UK). Eventuali opinioni espresse nel presente testo saranno da considerarsi come esclusivamente riferibili al suo autore e non ad eventuali istituzioni o enti di appartenenza

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  1. Diplomatico e avvocato, Senior Research Associate presso gLAWcal (UK). Eventuali opinioni espresse nel presente testo saranno da considerarsi come esclusivamente riferibili al suo autore e non ad eventuali istituzioni o enti di appartenenza. ↩
  2. Per un’analisi più approfondita rimando al mio testo: Federico Lorenzo Ramaioli, Le Leggi del Regno Eremita. Come si Governa la Corea del Nord, Mimesis, Milano 2024. ↩
  3.  Sul caso cinese, applicabile in questo caso anche alla Corea del Nord, cfr. Jiang Shigong, “Written and Unwritten Constitutions: A New Approach to the Study Constitutional Government in China”, in Modern China, vol. XXXVI, n. 1, 2010, pp. 12–46; Federico Lorenzo Ramaioli, “Heaven beyond the law. Chinese constitutionalism as a form of legal and cultural pluralism”, in “Academia Letters”, articolo 2617, agosto 2021, pp. 1-8. ↩
  4. Cost., 2026, art. 1.  ↩
  5. Federico Lorenzo Ramaioli, “The road back to the East: the progressive de-Westernization of North Korean constitutionalism”, in Academia Letters, articolo 3487, Settembre 2021, pp. 1-8. ↩
  6. Si tratta, come è stata ufficialmente definita, di “un’ideologia secondo cui le masse popolari sono padrone della rivoluzione e della costruzione e che esse hanno la forza per portarle avanti. In altre parole, è un’ideologia secondo cui l’uomo è il padrone del proprio destino e ha il potere di plasmare il proprio destino.” Juche Idea. Answers to Hundred Questions, Foreign Languages Publishing House, Pyongyang 2012, p. 1. ↩
  7. Cost., 1972, art. 4. ↩
  8. Robert A. Scalapino, Lee Chong-Sik, Communism in Korea, vol. II, The Society, University of California Press, Berkeley-Los Angeles 1972-1973. p. 868. ↩
  9.  Cost., 1992, art. 3. ↩
  10. Paul French, North Korea State of Paranoia, Zed Books, Londra-New York 2014, p. 58. Kim Suk Hi, “Will North Korea Be Able to Overcome the Third Wave of Its Collapse?”, in The Survival of North Korea. Essays on Strategy, Economics and International Relations,a cura di Kim Suk Hi, Terence Roehrig, Bernhard Seliger, McFarland & Co., Jefferson-Londra 2011, pp. 29-32; Oh Kongdan, Ralph C. Hassig, North Korea Through the Looking Glass, Brookings Institution Press, Washington 2000, pp. 22-23.
    ↩
  11. Cost., 2019, art. 3. 
    ↩
  12.  Kim Il-sung ebbe per esempio ad affermare che lo stesso Marxismo “non è un dogma, è una guida all’azione e una teoria creativa”, che avrebbe potuto “dispiegare la sua indistruttibile vitalità solo quando applicato creativamente per adattarsi alle specifiche condizioni di ogni Paese.” Kim Il-sung, “On eliminating dogmatism and formalism and establishing Juche in ideological work”, 28 dicembre 1955, in Kim Il-sung. Works, vol. IX, July 1954-December 1955, Foreign Languages Publishing House, Pyongyang 1982, p. 412. ↩
  13.  Per un’analisi, Charles K. Armstrong, “Ideological Introversion and Regime Survival: North Korea’s ‘Our-Style Socialism’”, in Why Communism Did Not Collapse. Understanding Authoritarian Regime Resilience in Asia and Europe,a cura di Martin K. Dimitrov, Cambridge University Press, Cambridge 2013, pp. 99-122; Shin Gi-Wook, Ethnic Nationalism in Korea. Genealogy, Politics, and Legacy, Stanford University Press, Stanford 2006, pp. 79-95. ↩
  14. “Il nostro è un socialismo incentrato sull’uomo, un’incarnazione dell’idea di juche. Il nostro Partito e il popolo hanno costruito il socialismo a loro modo e sulla base dell’idea di juche. Nel nostro Paese noi abbiamo risolto il problema del potere a modo nostro per venire incontro al volere del nostro popolo e la specifica situazione del Paese.” Kim Jong-il, “Socialism of our country is a socialism of our style as the embodiment of the juche idea”, 27 Decembre 1990, in Kim Jong-il. For the Victory of the Socialist Cause, Foreign Languages Publishing House, Pyongyang, 1999, pp. 38-39.  ↩
  15. “Certo che c’è qualcosa in cui credo come in Dio: il popolo. Ho venerato il popolo come il Cielo e l’ho rispettato come fosse Dio. Il mio Dio non è altri che il popolo. Solo le masse popolari sono onniscienti e onnipotenti sulla terra. Quindi, il motto della mia vita è ‘il popolo è il mio Dio’.” Kim Il-sung, Reminiscences. With the Century, vol. V, Foreign Languages Publishing House, Pyongyang 1994, p. 326. La frase è ricorrente e sarà citata più volte: “Per tutta la mia vita, da quando ho intrapreso la via della rivoluzione sino ad ora, ho considerato il popolo come il Cielo, l’ho servito e ho fatto la rivoluzione attingendo alla sua forza. I rivoluzionari vinceranno tutto il mondo ed emergeranno sempre vittoriosi quando credano nel popolo e su di esso si basino, ma falliranno sempre quando si allontanino da esso e siano da esso abbandonati.” Kim Il-sung, “Officials must become true servants of the people”, 28 dicembre 1992, in Works, vol. XLIV, December 1992-July 1994, Foreign Languages Publishing House, Pyongyang 1999, p. 28. ↩

Recensione del libro “West Asia: A New American Grand Strategy in the Middle East” di Mohammed Soliman, a cura di Cristina Martinengo

12 Giugno 2026 ore 07:00

Il volume “West Asia: A New American Grand Strategy in the Middle East” di Mohammed Soliman offre un’approfondita riflessione sulle trasformazioni geopolitiche che stanno ridefinendo il Medio Oriente e, più in generale, gli equilibri del sistema internazionale contemporaneo. Muovendo dall’osservazione dei profondi cambiamenti che interessano tanto la regione quanto l’ordine globale, il libro affronta temi quali il progressivo indebolimento dell’unipolarismo emerso dopo la Guerra Fredda, l’ascesa dell’Asia Occidentale come nuovo centro di gravità economico e strategico, il ritorno della competizione tra grandi potenze e l’emergere di nuove forme di cooperazione tra gli attori regionali. Al tempo stesso, l’autore si interroga sulle implicazioni che tali trasformazioni producono per la Grand Strategy americana, sostenendo la necessità di una ricalibrazione della postura degli Stati Uniti in Medio Oriente e lungo l’intero rimland eurasiatico.

L’elemento più originale del volume risiede tuttavia nel tentativo di reinterpretare la regione attraverso una cornice concettuale nuova. Secondo l’autore, la categoria di Middle East riflette una visione del mondo eurocentrica e sempre meno adeguata a descrivere le dinamiche contemporanee. Al suo posto, Soliman propone il concetto di West Asia, inteso come uno spazio geopolitico più ampio e interconnesso, che collega Mediterraneo, Golfo, Oceano Indiano e Indo-Pacifico. Il Medio Oriente viene dunque analizzato come un punto di incontro tra diverse aree geo-strategiche nel quale si manifesta il più ampio ribilanciamento degli equilibri globali verso l’Asia.

Attraverso un’analisi che intreccia storia, geografia, sicurezza, connettività economica e competizione strategica, il volume non si limita a interpretare le trasformazioni in corso, ma sviluppa anche una dimensione prescrittiva. Accanto alla riflessione sul futuro ruolo degli Stati Uniti, Soliman propone infatti una serie di raccomandazioni strategiche volte a favorire la costruzione di un nuovo ordine regionale in Asia occidentale, fondato su cooperazione multilaterale, connettività, innovazione tecnologica e reti di sicurezza flessibili. Il risultato è un’opera che combina analisi geopolitica e visione strategica, offrendo una proposta articolata per comprendere e gestire le profonde trasformazioni che stanno ridefinendo la regione e il suo rapporto con il  sistema internazionale tutto. 

La prima parte del volume, “Strategic Framing” è dedicata alla presentazione del contesto strategico. Il capitolo America and the End of the Middle East in particolare, sviluppa il quadro concettuale all’interno del quale si inserisce l’intera argomentazione. L’autore osserva come gli Stati Uniti siano entrati nel XXI secolo dopo aver dominato i principali ambiti di competizione strategica del Novecento, ma si trovino oggi ad operare in un contesto meno favorevole ai propri interessi, non tanto e non solo per un effettivo declino americano, ma soprattutto per l’ascesa di nuovi attori che rappresentano centri di potere economico, finanziario e strategico. 

Il Medio Oriente stesso starebbe poi attraversando una trasformazione profonda: i suoi principali attori sviluppano legami sempre più forti con l’Asia, ampliano la propria proiezione esterna e superano i  tradizionali confini della regione. 

Date queste premesse, l’autore individua un problema fondamentale della strategia americana: a differenza di quanto avvenuto in Europa o nell’Indo-Pacifico, Washington non sarebbe mai riuscita a costruire in Medio Oriente una vera architettura regionale dotata di meccanismi stabili di ordine politico e sicurezza. Per spiegare l’evoluzione degli equilibri regionali, il volume attribuisce particolare importanza a due momenti storici: la strategia di equilibrio perseguita da Henry Kissinger negli anni ‘70 e l’invasione dell’Iraq del 2003 (l’Iraq debalce). Se la prima mirava a preservare una configurazione regionale relativamente stabile, la seconda viene presentata come il punto di svolta che ha contribuito alla graduale disgregazione dell’ordine esistente. Ampio spazio è poi dedicato all’emergere di Iran e Turchia come potenze regionali capaci di proiettare la propria influenza ben oltre i confini tradizionali del Medio Oriente. La progressiva espansione delle rispettive reti politiche, militari ed economiche viene letta come una conseguenza diretta del vuoto strategico apertosi dopo la caduta del regime di Saddam Hussein e della successiva frammentazione dell’ordine regionale. 

Se la prima parte del volume si concentra sulle cause del progressivo indebolimento dell’ordine mediorientale emerso nella seconda metà del Novecento, la seconda, Rise of West Asia, analizza gli attori e le dinamiche che stanno contribuendo alla sua ridefinizione. L’attenzione si sposta in particolare verso il Golfo e l’emergere di nuove forme di cooperazione regionale che, secondo l’autore, testimoniano il passaggio dal tradizionale Middle East a una più ampia e interconnessa West Asia. Quest’area viene descritta come lo specchio del ribilanciamento degli equilibri globali e più in particolare dello spostamento del baricentro verso l’Asia.

La nuova riconfigurazione regionale, che porta con sé la necessità di ridefinire anche concettualmente l’area, è concepita dall’autore come il frutto di nuovi equilibri e attori emergenti nell’area del Golfo, ma anche come il risultato di nuovi e più profondi legami tra gli stati del Golfo e l’Asia. Nella sezione intitolata The Rise of the Arabian Gulf, l’autore mostra come Stati tradizionalmente percepiti come attori secondari abbiano progressivamente acquisito un ruolo centrale negli equilibri delle aree comprese tra Oceano Indiano e Mediterraneo. Tale ascesa viene attribuita soprattutto alla capacità delle monarchie del Golfo di trasformare la rendita petrolifera in ambiziosi programmi di modernizzazione economica e diversificazione strategica. Un’analisi approfondita è dedicata agli Emirati Arabi Uniti e al Dubai model, presentato come esempio di una trasformazione che combina apertura economica, innovazione tecnologica, attrazione di investimenti internazionali e proiezione geopolitica. 

Secondo l’autore, questi processi hanno prodotto effetti significativi anche sul piano della politica estera. Le monarchie del Golfo avrebbero abbandonato approcci difensivi per strategie più autonome e pragmatiche, fondate sulla diversificazione delle partnership e sulla ricerca di un equilibrio tra Stati Uniti, Cina, Russia e le principali potenze asiatiche. Per questo, il rafforzamento dei rapporti con India, Giappone, Corea del Sud e ASEAN viene interpretato come altro esempio dello spostamento del baricentro economico e geopolitico mondiale verso l’Asia. Questo fenomeno viene definito come “asianizzazione” del Medio Oriente, che trasforma il Golfo in uno snodo strategico capace di collegare Asia, Africa orientale, Mar Rosso e Mediterraneo.

Il capitolo The Arabs, Israel, and a New Formula for West Asia analizza invece la ridefinizione delle alleanze regionali attraverso la lente degli Accordi di Abramo. L’autore interpreta tali accordi come l’espressione di una nuova logica di realpolitik, nella quale la cooperazione tra Israele e diversi Stati arabi si fonda sempre più su interessi strategici, economici e securitari condivisi piuttosto che sulle storiche divisioni ideologiche. La marginalizzazione di attori prima centrali quali Iraq e Siria e il contemporaneo rafforzamento di Riyadh, Abu Dhabi e Doha avrebbero favorito la nascita di una nuova architettura regionale, orientata verso forme di integrazione economica e cooperazione in materia di sicurezza.

Un’intera sezione di questo capitolo è poi dedicata alla guerra a Gaza successiva al 7 ottobre 2023. Pur riconoscendo come il conflitto abbia riportato la questione palestinese al centro dell’agenda regionale e abbia evidenziato la persistente capacità dell’Iran di esercitare influenza attraverso la propria rete di alleati e partner, l’autore sostiene che il processo di integrazione israelo-araba non sia stato arrestato. Al contrario, esso avrebbe confermato la volontà di numerosi attori regionali di perseguire un nuovo ordine regionale fondato sulla cooperazione pragmatica, pur nella consapevolezza che una stabilizzazione duratura richieda anche una credibile soluzione della questione palestinese.

La terza parte del volume, Redefining the Middle East, contiene probabilmente il contributo concettuale più originale dell’opera. Attraverso i capitoli dedicati all’India, al canale di Suez, all’asse indo-islamico e al ritorno del mondo indo-abramitico, l’autore sviluppa la tesi secondo cui la categoria di Middle East non è più adeguata a descrivere la realtà geopolitica contemporanea. Più che una semplice ridefinizione terminologica, il concetto di West Asia rappresenta un tentativo di reinterpretare la regione alla luce delle sue connessioni storiche e strategiche con l’Oceano Indiano, il Mediterraneo e l’Indo-Pacifico. L’autore sostiene infatti che le tradizionali categorie di “Oriente”, “Occidente” e “Medio Oriente” siano in larga misura il prodotto di una visione eurocentrica del mondo, mentre fase storica odierna starebbe riportando in primo piano modelli di interazione precedenti all’egemonia europea.

In questo contesto, l’India e l’Oceano indiano hanno una posizione fondamentale. Riprendendo il concetto di Confluence of Two Seas formulato da Shinzo Abe e la strategia di multi-allineamento teorizzata dal ministro degli Esteri indiano S. Jaishankar, l’autore descrive l’Asia occidentale come il “vicinato esteso” di Nuova Delhi e individua nella crescente convergenza tra India e monarchie del Golfo uno dei principali motori della trasformazione regionale. La cooperazione con Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Israele ed Egitto viene interpretata come la base di un emergente ordine indo-abramitico, fondato su connettività, commercio, investimenti, sicurezza marittima e innovazione tecnologica. 

Un ruolo altrettanto importante è attribuito all’Egitto e al Canale di Suez. L’autore osserva come Suez stia evolvendo da semplice chokepoint commerciale a nodo geoeconomico dell’Eurasia, capace di integrare reti energetiche, infrastrutturali e commerciali che si estendono dall’Europa all’Indo-Pacifico. La trasformazione della Suez Canal Economic Zone, lo sviluppo delle coste del Mediterraneo e del Mar Rosso e la crescente integrazione energetica con il Golfo vengono presentati come manifestazioni concrete di questa nuova centralità.

Accanto all’ordine indo-abramitico, il volume individua l’emergere di un secondo polo geopolitico, definito indo-islamic axis. Guidato dalla Turchia e sostenuto da una rete di partenariati che include Pakistan, Somalia, Maldive e altri attori musulmani dell’Asia, esso rappresenta un modello alternativo di integrazione regionale. Tuttavia, l’autore sottolinea come i due ordini non debbano essere interpretati esclusivamente in termini competitivi: essi coesistono all’interno dello stesso spazio geopolitico e contribuiscono, attraverso dinamiche simultanee di cooperazione e rivalità, alla ridefinizione complessiva della West Asia.

Queste stesse dinamiche trovano la loro espressione più concreta nell’India–Middle East–Europe Corridor (IMEC), presentato come molto più di un semplice progetto infrastrutturale. Secondo l’autore, il corridoio rappresenta il tentativo di ricostruire antiche reti di connessione tra Asia, Medio Oriente ed Europa e costituisce il simbolo di una nuova architettura geopolitica fondata soprattutto sulla connettività marittima. Il nuovo ordine regionale non nasce da una rottura con il passato, bensì dalla riattivazione di storiche reti commerciali e politiche adattate alle esigenze del sistema multipolare contemporaneo. Come osserva l’autore, “history is no longer confined to the pages of the past“; al contrario, è tornata come una forza capace di modellare le nuove configurazioni del potere globale.

La quarta e ultima parte del volumeOrder-Building in West Asia” traduce il quadro teorico elaborato nei capitoli precedenti in una proposta strategica per la costruzione di un nuovo ordine regionale. L’autore colloca la propria riflessione all’interno di un contesto internazionale caratterizzato da crescente frammentazione geopolitica, dalla redistribuzione del potere verso l’Asia e dall’emergere di nuove potenze e nuove forme di competizione tra grandi potenze. Inoltre, il progressivo ridimensionamento della centralità economica e militare degli Stati Uniti non viene interpretato come un declino irreversibile, bensì come un mutamento strutturale che impone a Washington una revisione delle proprie priorità strategiche. La riduzione della quota statunitense del PIL mondiale e la crescente capacità di attori come Cina e Russia di contestare l’influenza americana in diverse aree vengono presentate come indicatori di una trasformazione più ampia dell’ordine internazionale.

Particolare importanza assumono le coalizioni mini-laterali e partnership flessibili, considerate strumenti più adatti rispetto alle tradizionali alleanze rigide per affrontare le sfide di un sistema internazionale sempre più multipolare. Formati come il QUAD, l’East Mediterranean Gas Forum e numerose iniziative trilaterali vengono interpretati come esempi della tendenza verso forme di cooperazione costruite attorno a interessi specifici e obiettivi condivisi.

Da questa premessa deriva una delle argomentazioni centrali del volume: la necessità di sostituire il paradigma del nation-building, che ha caratterizzato una parte significativa della strategia statunitense in Medio Oriente dopo il 2001, con una logica di order-building. Secondo l’autore, l’esperienza irachena ha dimostrato i limiti dei tentativi di trasformazione politica imposti dall’esterno. Piuttosto che promuovere cambiamenti di regime o esportare modelli politici occidentali, gli Stati Uniti dovrebbero favorire la costruzione di reti regionali di cooperazione fondate su sicurezza, interoperabilità, condivisione dell’intelligence e interessi comuni.

L’obiettivo non è perpetuare una presenza americana dominante nella regione, bensì facilitare la graduale formazione di un sistema di sicurezza più autonomo e sostenibile. Washington assumerebbe il ruolo di facilitatore e coordinatore di una rete di partnership che avrebbe come nucleo gli Stati arabi della regione, integrati anche da attori esterni quali India, Israele e alcuni partner europei. La stabilità della West Asia verrebbe garantita con la costruzione di meccanismi di cooperazione economica, tecnologica e securitaria capaci di rafforzare la resilienza regionale. Dalla prospettiva americana, la riconfigurazione dell’ordine regionale della West Asia emerge come principale imperativo strategico del XXI secolo. Questo obiettivo non può però essere perseguito attraverso modelli egemonici tradizionali, ma richiede la costruzione di architetture flessibili e partenariati tecno-economici capaci di integrare la regione nelle più ampie dinamiche dell’Indo-Pacifico in cui Washington ha i propri interessi. Il futuro della West Asia appare quindi strettamente connesso alla capacità degli Stati Uniti di adattare i propri strumenti di leadership a un contesto internazionale sempre più multipolare e competitivo.

Un’ulteriore dimensione del volume riguarda il rapporto tra le dinamiche regionali e gli sviluppi più ampi del sistema internazionale. Nel corso dell’analisi, l’autore colloca costantemente l’evoluzione della West Asia nel contesto delle trasformazioni geopolitiche contemporanee. Particolare attenzione è dedicata all’impatto della guerra in Ucraina, alla crescente rilevanza strategica dell’Egitto e del Canale di Suez, al rafforzamento dei legami politici, economici e strategici tra l’India e le principali potenze regionali, nonché alle implicazioni del progressivo approfondimento dell’intesa sino-russa per l’evoluzione degli equilibri globali di potere. Questi sviluppi vengono presentati come componenti significative dei più ampi processi che stanno contribuendo all’emergere della West Asia come distinto spazio geopolitico.

Al di là dei suoi meriti analitici, meritano attenzione anche il momento della pubblicazione e la ricezione di West Asia. Pubblicato in una fase in cui i dibattiti sul Medio Oriente erano stati profondamente influenzati dalla guerra in Iraq e dalla crisi energetica, il volume è rapidamente divenuto una delle opere più discusse sulla regione negli ultimi anni, suscitando ampio interesse presso circoli politici, ambienti accademici e l’opinione pubblica. Tokay, tuttavia, coglie l’occasione per mettere in discussione l’eredità intellettuale prevalente che ha dominato gli studi sull’Asia occidentale dopo l’invasione dell’Iraq, così come l’intera generazione di studiosi statunitensi, analisti e opinion maker che si sono affermati dopo la guerra in Iraq e la Primavera araba, e che si rifiutano di leggere il Medio Oriente attraverso la lente dei suoi legami storici e culturali con l’Asia. Per questa generazione, il dato decisivo del XXI secolo è l’ascesa dell’Asia, e il futuro della regione può essere compreso soltanto alla luce del suo crescente intreccio con il più ampio entroterra asiatico.

Ciò che distingue la visione del mondo di Soliman è il suo realismo disciplinato. Egli si colloca nella tradizione della realpolitik, considerando il potere, la geografia e l’interesse nazionale come la grammatica permanente delle relazioni internazionali; allo stesso tempo, però, rifiuta il declinismo che è giunto a dominare gran parte del dibattito statunitense. Per Soliman, la questione centrale del XXI secolo non è se la potenza americana sia destinata a erodersi, bensì se essa saprà essere ridistribuita e impiegata con una chiara finalità strategica. La sua risposta ruota attorno a una corretta comprensione della grande strategia, intesa come il deliberato allineamento di mezzi necessariamente limitati a fini essenziali attraverso i diversi teatri, domini e orizzonti temporali che definiscono la proiezione del potere americano.

Nella sua interpretazione, le guerre combattute da Washington contano meno, per il futuro della potenza statunitense, dell’ordine che essa riuscirà a costruire nello spazio eurasiatico e della sua capacità di prevalere nella competizione tecno-economica in corso. In questo senso, West Asia è al tempo stesso un libro e una dichiarazione generazionale: annuncia l’emergere di una scuola di pensiero per la quale la domanda fondamentale non è più come gli Stati Uniti gestiscano il Medio Oriente, bensì come il Medio Oriente, riconcettualizzato come Asia occidentale, si inserisca nel cosiddetto “secolo asiatico”.

Nel complesso, West Asia rappresenta un contributo originale al dibattito sul futuro della regione e sul ruolo degli Stati Uniti in un sistema internazionale che si sta trasformando velocemente. Il principale merito del volume risiede nella proposta di superare la tradizionale categoria di Middle East a favore di quella di West Asia, concepita come uno spazio geopolitico dinamico, interconnesso e sempre più integrato nelle dinamiche economiche e strategiche dell’Indo-Pacifico. Attraverso questa nuova lente interpretativa, Soliman descrive una regione caratterizzata da equilibri fluidi, nuove forme di cooperazione e crescente protagonismo degli attori regionali, offrendo al tempo stesso una riflessione strategica sulle modalità attraverso cui tale trasformazione possa trovare un equilibrio. Il risultato è un’opera ambiziosa che combina analisi geopolitica, riflessione teorica e proposte operative, contribuendo a ridefinire il modo in cui la regione viene concepita e collocata all’interno degli equilibri globali del XXI secolo. 

ENGLISH VERSION

The book West Asia: A New American Grand Strategy in the Middle East by Mohammed Soliman offers a compelling and wide-ranging reflection on the geopolitical transformations reshaping the Middle East and, more broadly, the contemporary international order. Drawing upon the profound changes affecting both the region and the global system, the book examines such themes as the gradual erosion of the post-Cold War unipolar order, the rise of West Asia as a new economic and strategic center of gravity, the return of great-power competition, and the emergence of new forms of cooperation among regional actors. At the same time, the author explores the implications of these developments for the American Grand Strategy, arguing for a recalibration of the United States’ strategic posture in the Middle East and across the broader Eurasian rimland.

The most original contribution of the volume, however, lies in its willingness to reinterpret the region through a novel conceptual framework. According to the author, the category of the Middle East reflects a Eurocentric worldview that is increasingly ill-suited to capturing contemporary geopolitical dynamics. In its place, Soliman advances the concept of West Asia, conceived as a broader and more interconnected geopolitical space linking the Mediterranean, the Gulf, the Indian Ocean, and the Indo-Pacific. The Middle East is thus reimagined as a strategic crossroads where multiple geostrategic arenas intersect and where the broader rebalancing of global power toward Asia is most clearly manifested.

Through an analysis that weaves together history, geography, security, economic connectivity, and strategic competition, the volume does not merely interpret ongoing transformations but also develops a distinctly prescriptive dimension. Alongside his reflections on the future role of the United States, Soliman advances strategic recommendations aimed at fostering the construction of a new regional order in West Asia, grounded in multilateral cooperation, connectivity, technological innovation, and flexible security networks. The result is a work that successfully combines geopolitical analysis with strategic vision, offering a sophisticated framework through which to understand and navigate the profound transformations reshaping both the region and its relationship with the international system.

Part I of the volume, Strategic Framing, is devoted to establishing the broader strategic context. The chapter America and the End of the Middle East, in particular, develops the conceptual framework underpinning the book’s overall argument. The author observes that the United States entered the twenty-first Century after having dominated the principal arenas of strategic competition throughout the twentieth Century. Today, however, it operates in a considerably less favorable environment, not merely, or even primarily, as a consequence of American decline, but rather because of the rise of new actors that have emerged as centers of economic, financial, and strategic power.

At the same time, the Middle East itself is undergoing a profound transformation. Its principal actors are forging increasingly strong ties with Asia, expanding their external reach, and progressively transcending the region’s traditional geographic boundaries.

Against this backdrop, the author identifies a fundamental weakness in American strategy: unlike in Europe or the Indo-Pacific, Washington has never succeeded in constructing a genuine regional architecture in the Middle East endowed with stable mechanisms of political order and security. To explain the evolution of regional balances, the volume assigns particular significance to two historical turning points: Henry Kissinger’s balance-of-power strategy in the 1970s and the 2003 invasion of Iraq, described as the Iraq debacle. Whereas the former sought to preserve a relatively stable regional configuration, the latter is presented as the critical juncture that contributed to the gradual unraveling of the existing order.

Considerable attention is also devoted to the emergence of Iran and Türkiye as regional powers capable of projecting their influence far beyond the traditional boundaries of the Middle East. The steady expansion of their political, military, and economic networks is interpreted as a direct consequence of the strategic vacuum that emerged following the fall of Saddam Hussein’s regime and the subsequent fragmentation of the regional order.

While the first part of the volume focuses on the causes underlying the gradual weakening of the Middle Eastern order that emerged in the second half of the twentieth Century, Part II, Rise of West Asia, examines the actors and dynamics contributing to its reconfiguration. The focus shifts in particular to the Gulf and to the emergence of new forms of regional cooperation which, according to the author, exemplify the transition from the traditional Middle East to a broader and more interconnected West Asia. This region is portrayed as a reflection of the broader rebalancing of global power, particularly the ongoing shift in the global balance of power toward Asia. 

This new regional configuration, which in turn necessitates a conceptual redefinition of the region itself, is understood by the author both as the product of new balances of power and emerging actors in the Gulf and as the result of increasingly deep ties between the Gulf states and Asia. In the section entitled The Rise of the Arabian Gulf, Soliman demonstrates how states traditionally perceived as secondary actors have gradually assumed a central role in shaping the strategic landscape stretching from the Indian Ocean to the Mediterranean. This rise is attributed to the ability of the Gulf monarchies to transform hydrocarbon wealth into ambitious programmes of economic modernization and strategic diversification. Particular attention is devoted to the United Arab Emirates and the Dubai model, presented as a paradigm of transformation combining economic openness, technological innovation, the attraction of international investment, and geopolitical projection.

According to the author, these developments have also had significant implications for foreign policy. Gulf monarchies have progressively moved beyond predominantly defensive approaches in favour of more autonomous and pragmatic strategies, grounded in the diversification of partnerships and the pursuit of a balance among the United States, China, Russia, and the leading Asian powers. As a consequence, the strengthening of relations with India, Japan, South Korea, and ASEAN is interpreted as yet another manifestation of the ongoing eastward shift of global economic and geopolitical power. Soliman describes this phenomenon as the “Asianization” of the Middle East, a process that transforms the Gulf into a strategic hub connecting Asia, East Africa, the Red Sea, and the Mediterranean.

The chapter The Arabs, Israel, and a New Formula for West Asia examines the reconfiguration of regional alignments through the lens of the Abraham Accords. The author interprets these agreements as the expression of a new logic of realpolitik, in which cooperation between Israel and several Arab states is increasingly grounded in shared strategic, economic, and security interests rather than in the historical ideological divisions that have long shaped regional politics. The marginalization of previously central actors such as Iraq and Syria, coupled with the growing prominence of Riyadh, Abu Dhabi, and Doha, is presented as having facilitated the emergence of a new regional architecture oriented toward economic integration and security cooperation.

An entire section of the chapter is devoted to the Gaza war that followed the events of 7 October 2023. While acknowledging that the conflict has brought the Palestinian issue back to the forefront of the regional agenda and has highlighted Iran’s enduring capacity to project influence through its network of allies and partners, the author argues that the process of Arab-Israeli integration has not been halted. On the contrary, it has reinforced the determination of numerous regional actors to pursue a new regional order founded upon pragmatic cooperation, while recognizing that any durable stabilization of the region ultimately requires a credible resolution of the Palestinian question.

Part III of the volume, Redefining the Middle East, arguably contains the book’s most original conceptual contribution. Through chapters devoted to India, the Suez Canal, the Indo-Islamic axis, and the return of the Indo-Abrahamic world, the author advances the argument that the category of the Middle East is no longer adequate for describing contemporary geopolitical realities. More than a mere terminological adjustment, the concept of West Asia represents an effort to reinterpret the region in light of its historical and strategic connections to the Indian Ocean, the Mediterranean, and the Indo-Pacific. Indeed, the author contends that the conventional categories of “East,” “West,” and “Middle East” are largely the product of a Eurocentric worldview, whereas the current historical moment is bringing back to prominence patterns of interaction that predate the era of European hegemony.

In this context, India and the Indian Ocean occupy a pivotal position. Drawing upon Shinzo Abe’s concept of the Confluence of Two Seas and the strategy of multi-alignment articulated by India’s Minister of External Affairs, S. Jaishankar, the author describes West Asia as New Delhi’s “extended neighborhood” and identifies the growing convergence between India and the Gulf monarchies as one of the principal drivers of regional transformation. Cooperation with the United Arab Emirates, Saudi Arabia, Israel, and Egypt is interpreted as the foundation of an emerging Indo-Abrahamic order, built upon connectivity, trade, investment, maritime security, and technological innovation.

An equally important role is assigned to Egypt and the Suez Corridor. The author argues that Suez is evolving from a mere commercial chokepoint into a geoeconomic hub of Eurasia, capable of integrating energy, infrastructure, and trade networks stretching from Europe to the Indo-Pacific. The transformation of the Suez Canal Economic Zone, the development of the Mediterranean and Red Sea coastlines, and the growing energy integration with the Gulf are presented as tangible manifestations of this newfound centrality.

Alongside the Indo-Abrahamic order, the volume identifies the emergence of a second geopolitical pole, defined as the Indo-Islamic axis. Led by Türkiye and supported by a network of partnerships that includes Pakistan, Somalia, the Maldives, and other Muslim actors across Asia, it represents an alternative model of regional integration. However, the author emphasizes that these two orders should not be understood exclusively in competitive terms. Rather, they coexist within the same geopolitical space and contribute, through simultaneous dynamics of cooperation and rivalry, to the broader redefinition of West Asia.

These very dynamics find their most concrete expression in the India–Middle East–Europe Corridor (IMEC), which is presented as far more than a mere infrastructure project. According to the author, the corridor represents an attempt to reconstruct historical networks of connectivity linking Asia, the Middle East, and Europe, while simultaneously symbolizing a new geopolitical architecture grounded above all in maritime connectivity. The emerging regional order is therefore not the product of a rupture with the past, but rather of the reactivation of historical commercial and political networks adapted to the requirements of the contemporary multipolar system. As the author observes, “history is no longer confined to the pages of the past”; on the contrary, it has returned as a force capable of shaping the emerging configurations of global power.

The fourth and final part of the volume, Order-Building in West Asia, translates the theoretical framework developed in the preceding chapters into a strategic proposal for the construction of a new regional order. The author situates his analysis within an international environment characterized by increasing geopolitical fragmentation, the redistribution of power toward Asia, and the emergence of new powers alongside new forms of great-power competition. Furthermore, the gradual erosion of the United States’ economic and military centrality is not interpreted as an irreversible decline, but rather as a structural transformation requiring Washington to reassess its strategic priorities. The shrinking share of global GDP accounted for by the United States, together with the growing ability of actors such as China and Russia to challenge American influence across multiple regions, is presented as evidence of a broader transformation of the international order.

Particular importance is attributed to minilateral coalitions and flexible partnerships, which are regarded as more effective instruments than traditional rigid alliances for addressing the challenges of an increasingly multipolar international system. Frameworks such as the QUAD, the East Mediterranean Gas Forum, and numerous trilateral initiatives are interpreted as examples of a broader trend toward forms of cooperation built around specific interests and shared objectives.

From this premise emerges one of the volume’s central arguments: the need to replace the paradigm of nation-building, which shaped a significant portion of U.S. strategy in the Middle East after 2001, with a logic of order-building. According to the author, the Iraqi experience demonstrated the limitations of externally imposed political transformation. Rather than promoting regime change or exporting Western political models, the United States should facilitate the construction of regional networks of cooperation based on security, interoperability, intelligence sharing, and common interests, a posture defined as “leading from within”.

The objective is not to perpetuate a dominant American presence in the region, but rather to facilitate the gradual emergence of a more autonomous and sustainable security architecture. Washington would assume the role of facilitator and coordinator of a network of partnerships centered on the Arab states of the region, while also incorporating external actors such as India, Israel, and selected European partners. The stability of West Asia would be pursued through the development of mechanisms of economic, technological, and security cooperation capable of enhancing regional resilience. From an American perspective, the reconfiguration of the regional order in West Asia emerges as a central strategic imperative of the twenty-first century. Yet this objective cannot be achieved through traditional hegemonic models; rather, it requires the construction of flexible architectures and techno-economic partnerships capable of integrating the region into the broader dynamics of the Indo-Pacific, where Washington’s strategic interests increasingly lie. The future of West Asia therefore appears closely tied to the ability of the United States to adapt its instruments of leadership to an international environment that is becoming ever more multipolar and competitive.

A further dimension of the volume concerns the relationship between regional dynamics and wider developments in the international system. Throughout the analysis, the author consistently situates the evolution of West Asia within the context of contemporary geopolitical transformations. Notably, particular attention is devoted to the impact of the war in Ukraine, the growing strategic relevance of Egypt and the Suez Canal, the strengthening of political, economic, and strategic ties between India and the major regional powers, as well as the implications of the deepening Sino-Russian entente for the evolving global balance of power. These developments are presented as important components of the broader processes contributing to the emergence of West Asia as a distinct geopolitical space.

Beyond its analytical merits, the timing and reception of West Asia deserve note. Published at a moment when Washington’s Middle East debates have been upended by the Iran war and the energy crisis, the book has quickly become one of the most discussed works on the region in years, drawing citations across the foreign policy commentariat in Europe, Tokyo, Washington, Gulf capitals, and India. Its resonance reflects more than fortunate timing. Soliman has emerged as the leading voice of a new cohort of American thinkers, analysts who came of age intellectually after the Iraq war and the Arab Spring and who refuse to read the Middle East through the inherited transatlantic lens. For this generation, the decisive fact of the twenty-first century is the rise of Asia, and the region’s future is legible only through its deepening entanglement across the broader Asian rimland. 

What distinguishes Soliman’s worldview is its disciplined realism. He writes in the tradition of realpolitik, treating power, geography, and interest as the enduring grammar of international politics, yet he refuses the declinism that has come to dominate so much of the American debate. For Soliman, the question of the twenty-first century is not whether American power will erode but whether it will be redeployed with intent, and his answer runs through grand strategy properly understood, the deliberate matching of finite means to essential ends across the theaters, domains, and timelines that define American power.

In his telling, the wars Washington fights matter less to the future of American power than the order it manages to build across Eurasia, and whether it wins the techno-economic contest underway there. In this sense, West Asia is both a book and a generational statement, announcing the arrival of a school of thought for which the question is no longer how America manages the Middle East, but how the Middle East, reconceived as West Asia, fits into the Asian century.

Overall, West Asia constitutes an original contribution to the debate on the future of the region and the role of the United States within a rapidly evolving international system. The volume’s principal strength lies in its proposal to move beyond the traditional category of the Middle East in favor of West Asia, conceived as a dynamic and interconnected geopolitical space that is becoming increasingly integrated into the economic and strategic dynamics of the Indo-Pacific. Through this new interpretive lens, Soliman portrays a region characterized by fluid balances, new forms of cooperation, and the growing agency of regional actors, while simultaneously offering a strategic reflection on how this transformation may ultimately be stabilized and sustained. The result is an ambitious work that combines geopolitical analysis, theoretical reflection, and policy-oriented recommendations, contributing to a redefinition of how the region is conceptualized and situated within the global balances of the twenty-first century. 

Ricevuto — 11 Giugno 2026 Geopolitica.info

Saseno e la subordinazione italiana nel basso Adriatico

11 Giugno 2026 ore 07:00

L’isola di Saseno sorge all’imbocco del Canale d’Otranto, di fronte alla costa pugliese, nel punto in cui l’Adriatico si restringe a stretto. Per quasi trent’anni territorio sovrano italiano e poi, per l’intera Guerra fredda, base sottomarina interdetta, è oggi destinata a un uso opposto: il governo di Tirana ne ha affidato lo sviluppo a un fondo statunitense legato a Jared Kushner per un resort di lusso da 1,4 miliardi di euro.

La vicenda è stata letta soprattutto in chiave ambientale e come caso di nepotismo politico. Dal punto di vista italiano, però, il problema rilevante è diverso: l’ingresso di capitale privato americano e del Golfo in un punto che la dottrina navale nazionale ha sempre ritenuto vitale, e l’assenza di qualsiasi reazione da parte di Roma. È su questa assenza, più che sul progetto in sé, che occorre ragionare per valutare il peso effettivo dell’Italia nell’Adriatico orientale.

Da poligono militare a concessione privata

Il rilievo di Saseno è funzione della posizione, non delle dimensioni. L’isola presidia l’ingresso orientale dello stretto, largo circa settantadue chilometri, che costituisce l’unico accesso ai porti dell’alto Adriatico; chi ne controlla le alture dispone, in linea di principio, di una capacità di sorveglianza e di interdizione sul traffico tra Mediterraneo e Adriatico. È una rendita di posizione indipendente dai regimi che si sono succeduti sull’isola, e spiega perché Saseno sia stata storicamente oggetto di competizione tra le potenze affacciate sul canale.

Per l’Italia quella posizione è stata a lungo una questione di sicurezza. Occupata nel 1914 e mantenuta come possedimento sovrano dal 1920 al 1947, l’isola fu il perno dello sbarramento d’Otranto, il dispositivo navale con cui la Regia Marina chiudeva l’Adriatico alla flotta austro-ungarica; la sovranità italiana cessò con il trattato di pace del 1947, dopo di che Saseno servì come base sommergibilistica del blocco comunista. Il richiamo storico fissa il termine di paragone dell’analisi, cioè il grado di rilevanza che l’isola ha avuto per la sicurezza italiana, rispetto al quale va misurato il disinteresse odierno.

Il progetto attuale è di natura esclusivamente commerciale: nulla autorizza a ipotizzare un riuso militare dell’isola da parte statunitense o dei finanziatori del Golfo. Il dato rilevante è il mutamento di giurisdizione. Con decreto del 2 dicembre 2024 il presidente Bajram Begaj ha sottratto l’isola al piano di dispiegamento delle forze armate, e poiché i fondali restano disseminati di ordigni inesplosi, il Comitato per gli investimenti strategici ha posto la bonifica a carico della Difesa albanese come condizione per rendere agibile il resort. L’impiego di un apparato militare statale per garantire la redditività di un investimento privato estero indica la gerarchia in atto: la sicurezza nazionale viene subordinata alla logica del capitale, e lo Stato europeo storicamente competente su quel tratto di mare resta estraneo al processo.

Un investimento opaco

La cornice giuridica è quella dell’investitore strategico, concessa il 30 dicembre 2024 alla Atlantic Incubation Partners, veicolo riconducibile al fondo Affinity Partners di Kushner, con licenze accelerate e accesso diretto ai terreni demaniali. Vanno tenute distinte due cifre che la stampa tende a confondere: il progetto sull’isola riguarda 45 ettari, circa l’otto per cento della superficie, per 1,4 miliardi di euro, mentre il piano costiero di Zvërnec, sulla terraferma protetta tra la laguna di Narta e l’Adriatico, è un’urbanizzazione ben più estesa, di millequattrocento ettari e diecimila stanze, valutata 4,7 miliardi. I mille posti di lavoro e la durata decennale spesso citati sono per ora proiezioni del promotore e non obblighi sottoscritti.

La struttura proprietaria è opaca. Lo Stato albanese rivendica una partecipazione diretta in una entità giuridica congiunta e nega che vi sia privatizzazione, ma la quota effettivamente in suo possesso non è mai stata resa pubblica. Il capitale privato proviene in larga parte da fondi sovrani del Golfo, sauditi, qatarioti ed emiratini, convogliati da Affinity, mentre la componente continentale è gestita attraverso una catena di società schermo che termina in un trust olandese e ne occulta i soci albanesi. In un’operazione che cede in concessione un bene demaniale, l’elemento meno verificabile resta così la misura stessa di quella cessione.

L’operazione è ora oggetto di un’inchiesta giudiziaria. Lo SPAK, la procura speciale anticorruzione, ha aperto il 2 giugno 2026 un procedimento sulle modifiche del 2024 alla legge sulle aree protette, che hanno ridotto di oltre cinquemila ettari la tutela dell’ecosistema di Narta, e sul trasferimento ai privati dei titoli di proprietà di Zvërnec. L’indagine coinvolge soci locali con precedenti per appropriazione di terreni e falso documentale, ma non ha finora prodotto incriminazioni formali contro i vertici di Affinity o l’esecutivo albanese, né sequestri sul perimetro del progetto; allo stato, qualsiasi conclusione sulla corruzione sarebbe prematura.

Belgrado e l’arbitro europeo

Il principale fattore di rischio per l’operazione è di natura giudiziaria, come mostra il precedente serbo. A Belgrado Affinity aveva concordato con il governo la trasformazione dell’ex Stato maggiore jugoslavo, edificio vincolato e simbolo dei bombardamenti NATO del 1999, in un albergo a marchio Trump, previa rimozione del vincolo; per quella rimozione il ministro della Cultura Nikola Selaković è finito sotto processo il 4 febbraio 2026, e il fondo si è ritirato dal progetto poche ore dopo l’incriminazione del dicembre precedente.

La reazione di Affinity nei due casi è opposta, e la differenza è informativa. A Belgrado il fondo si è ritirato di fronte a un’incriminazione; a Saseno resta, benché l’inchiesta riguardi un espediente identico. La spiegazione plausibile è il diverso grado di copertura offerto dall’esecutivo: a fronte di proteste estese a più città e dell’indagine dello SPAK, il premier Edi Rama ha escluso ogni sospensione del progetto, mentre il presidente serbo Vučić aveva dovuto cedere. La permanenza del fondo a Saseno funziona quindi come indicatore della fiducia degli investitori nella capacità del governo albanese di proteggere l’operazione dalla magistratura e dalla pressione popolare.

Il secondo vincolo esterno è europeo. La Commissione ha collegato Saseno e Narta al percorso di adesione, avvertendo che il progetto può pregiudicare la chiusura del Capitolo 27 su ambiente e clima; la delegazione dell’Unione a Tirana ha promosso una campagna a tutela della natura albanese e ha chiesto l’abrogazione sia delle modifiche del 2024 sia della legge del 2015 sugli investimenti strategici. A porre condizioni a Tirana sul futuro dello stretto è quindi la Commissione, non l’Italia: la leva regolatoria nell’Adriatico si è spostata a Bruxelles, mentre Roma, storicamente la potenza di riferimento di quel mare, non esercita un ruolo equivalente.

Da guarnigione a comprimario: la postura italiana

La posizione italiana si caratterizza per l’assenza di posizione. Nessuna dichiarazione della Farnesina, della Difesa, della Marina o atto di sindacato ispettivo parlamentare risulta riferito all’ingresso di capitale americano e del Golfo a Saseno. L’assenza non costituisce di per sé prova di una linea, dato che ogni inferenza resta tale; ma in un Paese tanto esposto su quel mare un silenzio così completo è esso stesso un dato politico.

L’interpretazione corrente attribuisce il silenzio a un calcolo: Roma non si oppone perché controllerebbe già le infrastrutture funzionali dello stretto. L’esame di quelle infrastrutture, però, ne ridimensiona la portata. Nell’interconnessione elettrica sottomarina tra Valona e la Puglia, firmata nel gennaio 2025 e valutata circa un miliardo di euro, capitale e tecnologia sono emiratini, affidati a Masdar e Taqa, la generazione è ospitata dalle utility albanesi e a Terna spetta la sola integrazione di rete sul versante pugliese, con Eni nel ruolo di acquirente. L’Italia vi occupa quindi la posizione di mercato di destinazione e nodo di transito, non di proprietario dell’infrastruttura, in coerenza con un Piano Mattei che la candida a hub fra Africa, Balcani ed Europa pur appoggiandosi spesso a capitale estero.

Il secondo pilastro, il protocollo migranti con i centri di Shengjin e Gjadër gestiti da personale italiano in territorio albanese, è anch’esso condizionato dalle scelte di Tirana. Rama ne assicura la continuità finché lo vorrà l’Italia, ma la diplomazia albanese ne ha già fissato il termine: l’intesa non sarà prorogata oltre l’adesione all’Unione prevista per il 2030, data oltre la quale quel territorio cesserebbe di essere extraterritoriale. La durata dello strumento dipende perciò dal calendario dell’allargamento europeo, deciso a Bruxelles e a Tirana, non dalla programmazione italiana.Tre elementi convergono in una sola lettura: il silenzio sull’isola, il ruolo marginale nell’architettura energetica e la dipendenza del dispositivo migratorio dal calendario altrui. L’Italia, che un secolo fa controllava Saseno come questione di sicurezza, non partecipa oggi alla ridefinizione del controllo sullo stretto, condotta dal capitale privato americano e del Golfo, regolata da Bruxelles e condizionata dalla sovranità albanese. Non si tratta di costrizione: Roma sceglie l’accomodamento perché opporsi a capitali alleati avrebbe un costo superiore alla perdita simbolica, e perché le sue priorità dipendono dallo stesso sistema di relazioni atlantiche e mediorientali. La posizione di comprimario, però, comporta che i benefici acquisiti restino subordinati a decisioni prese altrove: l’arresto del progetto per via giudiziaria o europea, come a Belgrado, o la chiusura dei centri migranti nel 2030 lascerebbero l’Italia priva del bene simbolico e con un controllo solo parziale sulle infrastrutture che considerava proprie. È la condizione di un attore che nell’Adriatico orientale ha smesso da tempo di fissare le regole.

Ricevuto — 10 Giugno 2026 Geopolitica.info

Il riarmo del Giappone: necessità strategica o fonte di instabilità regionale?

10 Giugno 2026 ore 07:00

Il ritorno del dibattito sul ruolo delle Forze di Autodifesa giapponesi si è intensificato sotto la leadership di Sanae Takaichi, il cui approccio più esplicito ha riportato al centro dell’agenda politica un tema a lungo rimasto tecnicizzato. Le sue proposte, come la nuova revisione dei vincoli costituzionali e del quadro postbellico, l’aumento delle spese per la difesa, lo sviluppo di capacità di controattacco e l’allentamento delle restrizioni sull’export di armamenti, indicano una traiettoria di rafforzamento delle capacità militari che potrebbe incidere in modo significativo sul ruolo strategico del Giappone nella regione.

La questione, tuttavia, non riguarda semplicemente il grado di riarmo del Giappone, ma la sua interpretazione: si tratta della progressiva normalizzazione di una potenza che per decenni ha delegato la propria sicurezza agli Stati Uniti oppure dell’avvio di una trasformazione strutturale destinata a modificare gli equilibri dell’Asia orientale?

Le letture divergono a seconda del punto di osservazione. Per alcuni, il rafforzamento della postura difensiva giapponese rappresenta un adattamento necessario a un ambiente strategico sempre più instabile. Per altri, invece, segna un cambiamento più profondo, che potrebbe riattivare tensioni storiche e sensibilità regionali tuttora irrisolte.

Cosa significa “riarmo” del Giappone: l’Articolo 9 e l’ordine postbellico

Per comprendere il dibattito che circonda l’attuale traiettoria politica giapponese è necessario partire dall’architettura di sicurezza costruita nel secondo dopoguerra. Dopo la sconfitta del 1945, il Giappone fu occupato dagli Stati Uniti e avviato a un processo di democratizzazione e smilitarizzazione volto a prevenire il ritorno del militarismo imperiale. La Costituzione del 1947, in particolare l’Articolo 9, sancì la rinuncia alla guerra come strumento di politica nazionale e impose forti limiti al possesso di capacità militari offensive. Da questo assetto nacque il modello di sicurezza anche noto come Dottrina Yoshida: gli Stati Uniti garantivano la sicurezza del Giappone attraverso l’alleanza e l’ombrello nucleare, mentre Tokyo concentrava le risorse sulla crescita economica, mantenendo un profilo militare strettamente difensivo.

Con la guerra fredda e la guerra di Corea, Washington ricalibrò la propria posizione. Il Giappone non era più solo un paese da contenere, ma un perno della strategia americana in Asia. Su impulso statunitense nacquero quindi le prime strutture di difesa, poi evolute nelle Forze di Autodifesa (Japan Self-Defense Forces o JSDF) nel 1954. Durante la guerra fredda, Tokyo consolidò questo assetto con i “tre principi non nucleari” (1971) e con ulteriori vincoli a spese militari ed export di armamenti. Tuttavia, dagli anni Ottanta, con l’ascesa della Cina e il progressivo emergere di nuove fonti di instabilità nell’Asia orientale (dalla Corea del Nord alle dispute marittime nel Mar Cinese Orientale) il Giappone iniziò una lenta trasformazione. Sotto il governo di Yasuhiro Nakasone si cominciò a rafforzare il profilo difensivo, mentre con quello di Shinzo Abe si arrivò alla reinterpretazione dell’Articolo 9 e alla dottrina del “Contributo Proattivo alla Pace”.

Sebbene le richieste di revisione dell’assetto pacifista siano state storicamente sostenute dalle correnti più conservatrici del Partito Liberal Democratico, la crescente percezione delle minacce regionali rese sempre più accettabile nell’intero establishment politico l’idea di un rafforzamento delle capacità militari nazionali. Si arriva quindi a un punto di svolta nel 2022 con la National Security Strategy del governo Kishida, che definisce l’ambiente di sicurezza della regione come “il più grave dalla Seconda guerra mondiale” e sancisce il rafforzamento della difesa giapponese, incluse capacità di controattacco e maggiore interoperabilità con gli Stati Uniti, e l’aumento delle spese della difesa fino al 2% del PIL.

Perché il cambio di traiettoria: un ambiente strategico in deterioramento

La trasformazione della politica di sicurezza giapponese deve essere quindi compresa in un processo di lungo periodo, iniziato negli anni Ottanta e progressivamente accelerato, influenzato dalle dinamiche regionali esterne. L’Indo-Pacifico è oggi percepito da Tokyo come uno spazio sempre più competitivo, segnato dal ritorno della rivalità tra grandi potenze e di crescente instabilità dello status quo regionale. In questo quadro, le principali fonti di pressione strategica per il Giappone possono essere ricondotte a quattro fattori.

In primo luogo, la Cina. La modernizzazione della People’s Liberation Army, che dispone oggi della più grande marina militare al mondo per numero di unità, si accompagna allo sviluppo di capacità avanzate nei domini missilistico, cibernetico, spaziale e informativo. Particolare rilevanza assumono i sistemi anti-access/area denial (A2/AD), progettati per limitare la libertà operativa di forze avversarie potenziali in caso di crisi regionale. Per il Giappone, la questione non riguarda solo la crescita cinese, ma anche la possibile erosione della superiorità militare americana nell’aera, garante della sicurezza giapponese dal dopoguerra. Da qui deriva il timore di una progressiva riduzione della deterrenza garantita dall’alleanza con Washington, rendendo necessario un maggiore contributo giapponese alla propria sicurezza.

A questo si aggiunge una pressione costante nelle dispute regionali, come le frizioni nel Mar Cinese Orientale e le isole Senkaku/Diaoyu. Nelle isole rivendicate da Pechino ma amministrate da Tokyo si è registrato un aumento delle attività navali e aeree cinesi nell’area, interpretate come una strategia di pressione permanente volta a contestare la sovranità e modificare lo status quo senza ricorrere a un conflitto diretto.

Più strutturale poi è la questione di Taiwan, ormai centrale nella pianificazione strategica giapponese. Situata lungo la First Island Chain, Taiwan rappresenta un nodo strategico tra Cina continentale e Pacifico occidentale. Una crisi nello Stretto coinvolgerebbe inevitabilmente le forze statunitensi stanziate in Giappone, soprattutto a Okinawa e nelle Ryukyu, rendendo Tokyo parte integrante di qualsiasi scenario di escalation. Per il Giappone, le implicazioni andrebbero oltre il piano militare perché una modifica dello status quo rafforzerebbe la proiezione cinese nel Pacifico e ridurrebbe la profondità strategica giapponese, mettendo a rischio rotte marittime e catene di approvvigionamento fondamentali per l’economia nazionale fortemente dipendente dal commercio estero.

Anche la Corea del Nord contribuisce a questo quadro di instabilità. I progressi del programma missilistico e nucleare di Pyongyang hanno trasformato una minaccia astratta in una vulnerabilità diretta, con ripetuti lanci di missili balistici che hanno più volte sorvolato il territorio giapponese. Questo ha evidenziato le difficoltà di garantire una difesa esclusivamente passiva in caso di attacchi improvvisi e la necessità di aumentare le capacità di risposta e di controattacco.

Infine, la guerra in Ucraina ha rafforzato un messaggio chiave: il ricorso alla forza per cambiare gli equilibri internazionali non è un’eccezione del passato. Il parallelismo con Taiwan è immediato, e consolida l’idea che sia necessario rafforzare la deterrenza prima che si materializzino crisi analoghe. La guerra ha avuto effetti rilevanti anche sulle relazioni del Giappone, che da una parte ha ridotto ulteriormente i rapporti con la Russia, già segnati dalla disputa sulle Isole Curili, e dall’altra ha accelerato il coordinamento con i paesi G7 e NATO, segnando un progressivo ampliamento dell’orizzonte strategico di Tokyo oltre l’Asia orientale e un più stretto allineamento con le architetture di sicurezza euro-atlantiche.

Un nuovo equilibrio per la sicurezza giapponese?

La combinazione dei fattori menzionati ha contribuito a creare un ambiente strategico radicalmente diverso da quello in cui nacque l’attuale modello di sicurezza giapponese, alimentando la percezione che l’assetto costruito dopo il 1945 richiedesse un adattamento. Ma la trasformazione della politica di difesa giapponese non è solo il prodotto di pressioni esterne. Per gran parte del dopoguerra, il pacifismo e la diffidenza verso il riarmo hanno rappresentato elementi centrali dell’identità nazionale, alimentati dall’esperienza traumatica della guerra e dei bombardamenti atomici. Con il progressivo venir meno della generazione che aveva vissuto direttamente quel periodo e l’indebolimento dei tradizionali movimenti pacifisti, l’idea che il Giappone debba assumere maggiori responsabilità per la propria sicurezza è diventata più accettabile. Il sostegno all’Articolo 9 resta significativo e parte dell’opinione pubblica oppone o guarda con cautela l’ulteriore rafforzamento delle capacità militari, ma il dibattito gode di una legittimità politica che in passato sarebbe stata impensabile. 

In questo contesto si inserisce Sanae Takaichi, che ha reso più esplicito il legame tra sicurezza nazionale e identità politica, richiamando la necessità che il Giappone diventi una “nazione normale“, capace di assumersi responsabilità strategiche proporzionate al proprio peso economico e politico . Gli Stati Uniti e molti partner occidentali leggono questo processo come un adeguamento necessario a un contesto più competitivo e come un passo verso una condivisione più equa degli oneri della sicurezza nella regione.

Ma questa lettura non è condivisa da tutti. In Cina, Russia e Corea del Sud, per esempio, il rafforzamento delle capacità di difesa giapponesi viene osservato con maggiore cautela o perfino in maniera molto critica. La memoria del militarismo del Novecento continua infatti a influenzare il modo in cui i vicini interpretano l’evoluzione della politica di sicurezza di Tokyo, rendendo particolarmente sensibile qualsiasi ampliamento delle sue capacità militari. Tra gli anni Trenta e Quaranta il Giappone imperiale fu protagonista di una politica espansionistica che lasciò profonde ferite in gran parte dell’Asia orientale. Dall’occupazione della Corea alle campagne militari in Cina, episodi come il massacro di Nanchino, il sistema delle cosiddette comfort women e le politiche di assimilazione forzata restano ancora oggi oggetto di controversie diplomatiche e dispute memoriali

In conclusione, il dibattito sul rafforzamento della postura di sicurezza giapponese non riguarda soltanto l’evoluzione delle sue capacità militari, ma la ridefinizione del rapporto tra sicurezza, identità e memoria storica nell’Asia orientale. La combinazione tra pressioni strategiche esterne e trasformazioni interne ha reso possibile un cambiamento che per decenni sarebbe apparso politicamente improbabile. Tuttavia, questo processo non viene interpretato in modo uniforme nella regione ed è proprio in questa divergenza di percezioni che si colloca il punto cruciale del dibattito. Se per alcuni attori si tratta di un adattamento necessario a un contesto strategico più competitivo e instabile, per altri rappresenta un’evoluzione che potrebbe alterare equilibri consolidati e riattivare sensibilità storiche mai del tutto superate.

In un’area come l’Indo-Pacifico, la stabilità non dipende soltanto dalla distribuzione della forza, ma anche dal modo in cui tale forza viene percepita dagli attori regionali. Quando queste percezioni divergono, anche misure concepite come difensive possono essere interpretate come segnali di revisione degli equilibri esistenti, con conseguenze dirette sulla stabilità regionale.

Ricevuto — 9 Giugno 2026 Geopolitica.info

Il Sahel come fianco sud dell’Europa: Mali e Niger nella crisi della sicurezza regionale

9 Giugno 2026 ore 07:00

Per lungo tempo il Sahel è stato percepito in Europa come una periferia instabile: rilevante per le crisi migratorie, importante per il contrasto al terrorismo, ma comunque esterno al nucleo della sicurezza europea. Questa lettura appare oggi insufficiente. La domanda non è più se l’instabilità saheliana possa produrre effetti sul continente europeo, ma attraverso quali canali tali effetti si stiano già manifestando: sicurezza, energia, rotte, influenza strategica e capacità europea di agire nel proprio vicinato.

Mali e Niger offrono due angolature complementari dello stesso problema. Il primo mostra la difficoltà crescente degli Stati saheliani nel contenere attori armati non statali sempre più adattivi. Il secondo segnala la trasformazione delle risorse strategiche in strumenti di sovranità politica e competizione internazionale. Insieme, i due casi indicano che il Sahel non può più essere trattato come un dossier regionale separato, ma come uno dei punti di pressione del fianco sud europeo.

Dal ritiro occidentale alla sovranità militare

Il ciclo di colpi di Stato che ha attraversato Mali, Burkina Faso e Niger ha modificato il quadro politico della regione più di quanto abbiano fatto molte operazioni militari precedenti. Non si è trattato soltanto di una sostituzione di élite al potere, ma di una ridefinizione dei rapporti tra sicurezza interna, legittimità politica e posizionamento internazionale. Le giunte militari hanno costruito parte del proprio consenso presentando la rottura con la Francia e con l’Occidente come recupero di sovranità nazionale.

Questa narrazione ha intercettato un dato reale: la lunga presenza occidentale non è riuscita a produrre stabilità duratura. L’operazione Serval e poi Barkhane avevano contenuto l’avanzata jihadista in alcune fasi, ma non avevano risolto le fratture territoriali, etniche e istituzionali che alimentano il conflitto. Il ritiro francese dal Mali nel 2022, seguito dall’espansione dell’influenza russa tramite Wagner e poi Africa Corps, ha mostrato che l’uscita dell’Occidente non coincide automaticamente con la ricostruzione dell’autonomia strategica degli Stati saheliani.

La formalizzazione dell’uscita di Mali, Burkina Faso e Niger dall’ECOWAS nel gennaio 2025 ha rafforzato questa traiettoria. L’Alleanza degli Stati del Sahel è diventata il contenitore politico di un nuovo discorso regionale, fondato su sovranità, sicurezza e rifiuto delle pressioni esterne. Tuttavia, il problema resta aperto: una sovranità costruita quasi esclusivamente sulla centralità militare rischia di restare dipendente da emergenza permanente, sostegno esterno e repressione interna. Il risultato non è necessariamente uno Stato più forte, ma uno Stato più isolato e più esposto.

Jihadismo, risorse e competizione esterna

Gli sviluppi recenti in Mali confermano che il vuoto lasciato dal ridimensionamento occidentale non è stato occupato da un’autorità statale più efficace. Il Gruppo di sostegno all’Islam e ai musulmani (JNIM), affiliato ad al-Qaida, e le formazioni tuareg del nord hanno dimostrato una capacità di adattamento superiore a quella prevista da molte letture occidentali. Le offensive coordinate, la pressione su Kidal e l’estensione della minaccia verso Bamako indicano che gli attori non statali non operano più soltanto come forze di disturbo, ma come soggetti capaci di incidere sugli equilibri strategici del Paese.

Il caso maliano è rilevante perché mostra una trasformazione della guerra irregolare. I gruppi jihadisti e ribelli non sfruttano soltanto la debolezza dello Stato, ma la convertono in vantaggio operativo. Si muovono tra periferie desertiche, aree rurali, confini porosi e centri urbani, alternando pressione militare, controllo delle rotte e capacità di intimidazione. In questo quadro, la presenza russa non sembra aver invertito la tendenza. Al contrario, gli abusi attribuiti ai contractor e la difficoltà nel garantire sicurezza capillare rischiano di alimentare nuovi risentimenti locali.

Il Niger completa il quadro da un’altra prospettiva: quella delle risorse strategiche. La crisi tra Niamey e Orano attorno alla miniera di Somaïr non riguarda soltanto una controversia industriale. L’annuncio della nazionalizzazione della società mineraria, dopo anni di presenza francese nel settore dell’uranio, segnala la volontà della giunta nigerina di trasformare una risorsa energetica in leva politica. Anche in questo caso, la parola “sovranità” diventa centrale, ma il suo significato resta ambiguo: può indicare controllo nazionale delle risorse, oppure apertura a nuovi rapporti di dipendenza verso attori alternativi.

La competizione tra potenze entra così nel Sahel non solo attraverso basi, consiglieri militari o contratti di sicurezza, ma anche tramite miniere, logistica, accordi infrastrutturali e canali finanziari. Russia e Cina non sono presenti nello stesso modo, né perseguono necessariamente obiettivi identici, ma entrambe beneficiano dell’indebolimento del dispositivo occidentale e della crisi dell’influenza francese. Il Sahel diventa così uno spazio in cui la de-occidentalizzazione non produce automaticamente autonomia, ma moltiplica le offerte esterne disponibili per regimi in cerca di protezione, risorse e legittimazione.

Perché riguarda l’Europa

Per l’Europa, la crisi saheliana non è rilevante solo per ragioni umanitarie o migratorie. È rilevante perché riguarda la profondità strategica del Mediterraneo allargato. L’instabilità del Mali, del Niger e del Burkina Faso non resta confinata entro frontiere formali: tende a propagarsi verso il Golfo di Guinea, a interagire con la fragilità libica e a incidere sulle reti criminali, sui traffici e sulle rotte che collegano Africa occidentale, Nord Africa ed Europa meridionale.

L’Italia è coinvolta in questa dinamica in modo diretto, anche quando non viene citata come attore di primo piano. La sicurezza del Mediterraneo centrale dipende anche dalla stabilità delle aree interne africane. La Libia, il Niger e il Sahel non sono compartimenti separati, ma segmenti di uno stesso arco di vulnerabilità. Se lo Stato perde controllo sulle aree interne, aumentano gli spazi per gruppi armati, reti di traffico, economie illegali e attori esterni interessati a usare l’instabilità come leva negoziale.

Vi è poi una dimensione energetica e industriale. Il caso dell’uranio nigerino non va letto in termini semplicistici, come se la sicurezza energetica europea dipendesse da una sola miniera o da un solo Paese. La sua importanza è più ampia: mostra come le filiere strategiche possano diventare oggetto di pressione politica in una fase di competizione globale sulle materie prime. Per un’Europa che parla di autonomia strategica, transizione energetica e sicurezza industriale, il controllo delle risorse e delle rotte non è più un tema secondario.

Infine, il Sahel riguarda l’Europa perché misura la credibilità della sua politica estera. L’Unione Europea e i singoli Stati membri hanno spesso alternato cooperazione allo sviluppo, missioni militari, programmi di formazione e gestione emergenziale dei flussi migratori. Questa pluralità di strumenti non ha però sempre prodotto una strategia coerente. Il rischio è che l’Europa continui a reagire alle crisi saheliane come episodi separati, senza riconoscere che esse compongono ormai una linea di frattura permanente del proprio vicinato.

Oltre l’emergenza: quale strategia europea

Una nuova strategia europea per il Sahel dovrebbe partire da un presupposto realistico: non esiste un ritorno semplice all’ordine precedente. La stagione della centralità francese è chiusa o comunque profondamente ridimensionata. Allo stesso tempo, l’idea che le giunte militari possano garantire stabilità attraverso la sola forza appare smentita dagli sviluppi sul terreno. L’Europa deve quindi evitare due errori opposti: la nostalgia dell’intervento occidentale e l’abbandono di uno spazio considerato ormai perduto.

Il primo terreno è quello della sicurezza. La cooperazione militare non può essere ridotta alla formazione di unità locali se manca una lettura politica delle fratture territoriali. Rafforzare le capacità statali significa anche sostenere intelligence, controllo delle frontiere, sicurezza delle infrastrutture, protezione delle comunità locali e contrasto alle economie illegali. Senza questi elementi, la risposta militare rischia di produrre risultati tattici e fallimenti strategici.

Il secondo terreno è quello delle risorse. L’Europa non può limitarsi a denunciare la penetrazione russa o cinese se non è in grado di offrire partenariati più credibili, meno estrattivi e più stabili. La sicurezza delle filiere minerarie ed energetiche richiede accordi trasparenti, investimenti infrastrutturali e un rapporto meno intermittente con gli Stati africani. La competizione sulle materie prime non si vince soltanto con dichiarazioni politiche, ma con presenza economica, capacità industriale e continuità diplomatica.

Il terzo terreno è politico. Cooperare con partner saheliani non significa legittimare automaticamente colpi di Stato o abusi, ma neppure immaginare che la regione possa essere stabilizzata solo attraverso condizionalità esterne. L’Europa deve combinare pressione diplomatica, incentivi, canali regionali e dialogo pragmatico. In assenza di una proposta europea riconoscibile, altri attori continueranno a occupare lo spazio lasciato vuoto, offrendo protezione senza riforme, armi senza istituzioni e retorica sovranista senza stabilità.

Il Sahel costringe l’Europa a riconoscere un dato che la guerra in Ucraina e le crisi mediorientali hanno reso ancora più evidente: la sicurezza del continente non si esaurisce sul fianco est, né può essere delegata interamente ad altri attori. Mali e Niger mostrano che il confine strategico europeo passa anche attraverso deserti, miniere, rotte terrestri e capitali fragili. Considerare il Sahel una periferia significherebbe ignorare uno dei luoghi in cui si decide la capacità europea di proteggere il proprio vicinato, difendere i propri interessi e trasformare l’autonomia strategica da formula retorica in politica concreta.

La resilienza come fattore strategico: le lezioni economiche della guerra in Ucraina per l’Europa

9 Giugno 2026 ore 07:00

L’analisi recentemente proposta da Mattia Saitta evidenzia come il conflitto in Ucraina abbia progressivamente assunto le caratteristiche di una guerra di logoramento, nella quale la capacità di sostenere nel tempo lo sforzo militare, economico e politico diventa tanto determinante quanto le operazioni sul campo. In uno scenario nel quale né Mosca né Kiev sembrano in grado di conseguire una vittoria decisiva nel breve periodo, la sostenibilità del conflitto assume una centralità crescente.

Ne discutiamo dal punto di vista dello European Youth Think Tank (EYTT), attraverso il contributo di Luigi Capoani, economista e presidente dell’organizzazione, e di Linda Rotondo, analista del think tank nell’ambito della sicurezza internazionale. Considerando che questo conflitto sembra destinato a protrarsi ancora a lungo, è necessario interrogarsi sui fattori che permettono a un sistema economico e politico di sostenere una guerra lunga. Questa domanda è di grande rilevanza anche per l’Europa, e la risposta non può essere ricercata esclusivamente nella disponibilità di armamenti. Energia, capacità produttiva, innovazione tecnologica, stabilità economica e resilienza sociale stanno assumendo un ruolo sempre più rilevante nella competizione strategica contemporanea.

La guerra come strumento di destabilizzazione economica

Le guerre contemporanee non producono effetti soltanto sui campi di battaglia. Esse modificano flussi commerciali, aumentano l’incertezza, alterano i mercati energetici e possono influenzare gli equilibri competitivi tra grandi aree economiche, trasformandosi anche in un potente strumento di destabilizzazione economica.

Questo aspetto emerge chiaramente da una nostra ricerca sviluppata nell’ambito dello European Youth Think Tank e pubblicata sulla rivista Defence and Peace Economics. Lo studio analizza l’impatto della guerra in Ucraina sui principali indicatori macroeconomici europei attraverso un approccio gravitazionale. I risultati mostrano come il conflitto abbia generato effetti negativi sulla crescita economica e pressioni inflazionistiche diffuse a livello europeo, ma con intensità differenti tra i diversi paesi. In particolare, le economie geograficamente ed economicamente più vicine all’area del conflitto risultano mediamente più esposte agli shock derivanti dalla guerra. I risultati evidenziano una relazione significativa tra la vicinanza al conflitto e il peggioramento di alcune variabili macroeconomiche, come la riduzione della crescita del PIL e l’aumento dell’inflazione, in particolare nell’Europa orientale, area maggiormente colpita dalle conseguenze dirette dell’instabilità geopolitica.

Il quadro è invece più eterogeneo sul fronte del mercato del lavoro, dove gli effetti variano sensibilmente da paese a paese. Questo suggerisce che la guerra abbia colpito più direttamente le variabili macroeconomiche aggregate, mentre l’impatto sull’occupazione dipende maggiormente dalle caratteristiche economiche e istituzionali dei singoli Stati.

In una prospettiva più ampia, occorre inoltre considerare che i costi di una guerra lunga non si distribuiscono in modo uniforme tra i diversi attori internazionali. 

Una guerra di logoramento redistribuisce inevitabilmente costi e benefici tra le grandi aree economiche mondiali. Se da un lato l’Europa ha sostenuto una parte significativa degli effetti indiretti del conflitto, dall’altro alcuni attori globali possono risultarne relativamente meno esposti o possono trarne un vantaggio indiretto. In una prospettiva geoeconomica l’indebolimento della competitività Europea può infatti generare vantaggi relativi per economie concorrenti, non soltanto per i produttori di armamenti o per alcuni esportatori energetici, ma anche per grandi potenze economiche che competono con l’Europa sui mercati globali.

In questo contesto, sia gli Stati Uniti sia la Cina possono essere osservati attraverso una lente economica oltre che geopolitica. Washington rimane il principale alleato europeo sul piano della sicurezza, ma opera in un contesto di intensa competizione economica internazionale volta ad attrarre investimenti, capitale umano qualificato e attività industriali. Analogamente, la Cina osserva il conflitto nell’ottica dei propri interessi strategici ed economici globali. 

La guerra in Ucraina, quindi, non rappresenta soltanto una questione militare o diplomatica, ma anche un fenomeno che modifica gli equilibri competitivi tra le principali aree economiche mondiali. Per l’Europa, il rischio principale non sono soltanto i costi immediati del conflitto, ma la possibilità che una lunga fase di instabilità possa erodere progressivamente competitività industriale, attrattività economica e capacità di innovazione, rafforzando indirettamente la posizione relativa di altri attori globali.

Energia, manifattura e vulnerabilità europee

Tra gli effetti più evidenti del conflitto vi è la trasformazione del mercato energetico europeo. L’aumento dei prezzi dell’energia è stato uno dei principali canali attraverso cui la guerra ha colpito la competitività dell’economia continentale, riportando la sicurezza energetica al centro del dibattito strategico europeo, e dimostrando come energia e sicurezza siano oggi dimensioni strettamente interconnesse.

L’invasione dell’Ucraina ha accelerato la diversificazione delle fonti energetiche europee, ma ha evidenziato la vulnerabilità di un modello economico fortemente dipendente da approvvigionamenti esterni. Gli effetti di questo shock non si sono limitati ai prezzi dell’energia, ma si sono trasmessi all’intero sistema produttivo attraverso l’aumento dei costi di produzione e le pressioni inflazionistiche.

Nonostante le nostre analisi evidenzino una maggiore esposizione delle economie dell’Europa orientale, per ragioni geografiche e strategiche, il conflitto ha colpito anche alcune delle principali economie industriali dell’Unione Europea. In particolare la Germania che ha risentito fortemente dell’aumento dei costi energetici e delle perturbazioni delle catene del valore. Questo elemento assume particolare rilevanza perché la manifattura tedesca rappresenta uno dei principali motori economici dell’Unione Europea. Il rallentamento dell’economia tedesca tende infatti a propagarsi attraverso le filiere produttive continentali, influenzando indirettamente numerosi altri paesi europei. 

In questa prospettiva, la resilienza economica diventa parte integrante della resilienza strategica. La capacità di contenere l’inflazione, garantire approvvigionamenti energetici stabili, proteggere le infrastrutture critiche e preservare la competitività industriale rappresenta una condizione essenziale per sostenere nel lungo periodo qualsiasi strategia di sicurezza europea.

Tecnologia, ricerca e autonomia strategica europea

La guerra in Ucraina mostra che la sicurezza nel XXI secolo non si esaurisce solo in termini militari, ma coinvolge infrastrutture energetiche, reti digitali, sistemi satellitari, capacità industriale, ricerca scientifica e innovazione tecnologica. La superiorità strategica dipende sempre più dalla capacità di integrare questi elementi all’interno di una visione coerente di lungo periodo.

Per questa ragione, il dibattito europeo sulla sicurezza non dovrebbe limitarsi all’aumento della spesa militare. Sviluppare tecnologie avanzate, rafforzare la ricerca scientifica, proteggere infrastrutture critiche e ridurre dipendenze strategiche, rappresentano una componente altrettanto essenziale della sicurezza. Settori come l’intelligenza artificiale, i semiconduttori, la cybersicurezza e le tecnologie dual-use stanno assumendo un ruolo crescente sia nella competizione economica sia negli equilibri geopolitici.

La guerra ha inoltre evidenziato quanto conti la capacità produttiva e tecnologica: droni, sistemi di sorveglianza, piattaforme digitali e strumenti di guerra elettronica rendono evidente come la ricerca e l’innovazione siano ormai parte integrante della capacità di difesa. 

L’Europa dispone di importanti competenze scientifiche e industriali, ma continua a mostrare vulnerabilità in alcuni settori strategici. La dipendenza da fornitori esterni per semiconduttori, materie prime critiche e tecnologie avanzate è una concreta debolezza in uno scenario internazionale caratterizzato da crescente competizione tra grandi potenze. Rafforzare l‘autonomia strategica europea non significa perseguire l’autosufficienza, ma ridurre quelle dipendenze che potrebbero limitare la capacità di risposta del continente in situazioni di crisi.

In questa prospettiva, investire in ricerca, innovazione, trasferimento tecnologico e capacità industriale non rappresenta soltanto una politica di sviluppo economico, rappresenta anche una politica di sicurezza. Le guerre del futuro continueranno probabilmente a essere combattute con mezzi militari tradizionali, ma saranno sempre più influenzate dalla capacità di innovare e mantenere competitivi i propri sistemi economici.

La resilienza europea oltre il campo di battaglia

Un ulteriore elemento riguarda il rapporto tra tempo e strategia. Nelle guerre di logoramento, la vittoria non coincide necessariamente con il conseguimento immediato di tutti gli obiettivi politici o territoriali. In alcuni casi, ridurre l’intensità del conflitto e creare condizioni di stabilizzazione può rappresentare una soluzione più sostenibile rispetto al prolungamento indefinito delle ostilità.

Questo non implica una rinuncia alle legittime aspirazioni dell’Ucraina né una soluzione definitiva delle questioni territoriali oggi aperte, ma riconosce che il fattore tempo può modificare equilibri che oggi appaiono cristallizzati.

La storia mostra come i sistemi politici fortemente personalizzati siano spesso più esposti alle incertezze legate alla successione della leadership rispetto ai sistemi più istituzionalizzati. La Russia presenta oggi un’elevata concentrazione del potere attorno alla figura di Vladimir Putin, che guida il paese da oltre due decenni. Senza formulare previsioni sull’evoluzione politica della Russia, è legittimo osservare che il fattore anagrafico e l’assenza di un successore chiaramente identificato introducono elementi di incertezza sul medio-lungo periodo.

La storia russa e sovietica mostra come i momenti di transizione politica abbiano spesso coinciso con fasi di riassetto interno, disaggregazione e ridefinizione degli equilibri strategici. In questa prospettiva, il tempo potrebbe rappresentare una variabile politica rilevante quanto le dinamiche militari, rendendo alcune questioni oggi difficilmente risolvibili tramite confronto armato, più gestibili attraverso strumenti diplomatici in un contesto politico differente. 

Per questo motivo, dal punto di vista europeo, una stabilizzazione anche temporanea del conflitto potrebbe rappresentare non soltanto un obiettivo umanitario, ma anche uno strumento per ridurre l’incertezza economica, attenuare le pressioni inflazionistiche e creare condizioni più favorevoli per future iniziative diplomatiche.

La lezione principale della guerra in Ucraina potrebbe essere proprio questa: la resilienza è diventata il vero moltiplicatore di potenza del XXI secolo. Gli Stati che sapranno integrare sicurezza, energia, tecnologia, ricerca e capacità industriale disporranno di un vantaggio strategico superiore a quello garantito dalla sola forza militare. Per l’Europa, la sfida non consiste soltanto nel rafforzare la propria difesa, ma nel costruire un sistema economico e tecnologico capace di rendere quella difesa sostenibile nel lungo periodo.

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