Ucraina, gli attacchi russi non si fermano. Zelensky avverte: "Mosca vuole colpire le nostre centrali atomiche"





© RaiNews

Alla Casa Bianca è stato chiarito dai vertici di Central Intelligence Agency e Pentagono che un intervento militare di vasta portata contro l’Iran difficilmente produrrebbe l’effetto di disarticolare il sistema di potere della Repubblica islamica. Al contrario, un’azione armata su larga scala rischierebbe di innescare una spirale di instabilità regionale, con conseguenze difficilmente controllabili. È proprio questo scenario, condiviso dagli altri apparati di sicurezza statunitensi e partner mediorientali, ad aver rallentato le decisioni di Donald Trump, frenato dal timore che un’operazione diretta possa precipitare l’Iran in un caos ancora più profondo.
Secondo le valutazioni presentate al presidente, una offensiva estesa richiederebbe un significativo rafforzamento del dispositivo militare americano in Medio Oriente, sia per sostenere le operazioni sia per proteggere le forze statunitensi e gli alleati, Israele in testa, da possibili ritorsioni iraniane. Gli stessi dossier avrebbero però messo in evidenza come nemmeno una campagna bellica massiccia garantirebbe la caduta del regime, aumentando invece il rischio di un conflitto allargato. L’Iran dispone di uno dei più grandi apparati militari del Medio Oriente, fondato su numeri elevati e su una forte componente ideologica. L’esercito regolare, l’Artesh, conta circa 350.000 militari attivi e 350.000 riservisti, distribuiti tra forze terrestri, marina, aeronautica e difesa aerea, con compiti di protezione del territorio e delle infrastrutture strategiche. Il centro del potere armato resta però nelle mani del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica (Pasdaran), che schierano circa 190.000 effettivi. Al loro interno operano la componente aerospaziale, responsabile di missili balistici e droni, e la Forza Quds, impegnata all’estero con 5.000-15.000 uomini. Sul piano interno il regime può inoltre contare sulla Basij, una milizia paramilitare con 1-2 milioni di membri registrati, di cui 300.000.600.000 realmente mobilitabili in tempi rapidi. Nel complesso, l’Iran dispone di circa 540.000 militari attivi e può superare 1,2-1,5 milioni di uomini in caso di mobilitazione, su una popolazione di circa 89 milioni. Un peso numerico enorme, compensazione a limiti tecnologici e addestrativi attraverso repressione interna e guerra asimmetrica.
Opzioni militari più limitate, basate su azioni circoscritte e mirate, potrebbero offrire un sostegno simbolico ai manifestanti iraniani, rafforzandone temporaneamente la determinazione. Tuttavia, secondo i consiglieri della Casa Bianca, simili iniziative non sarebbero in grado di scalfire l’apparato repressivo di Teheran né di modificarne in modo strutturale il comportamento. In questo contesto, Trump non ha ancora assunto una decisione definitiva su quale strada intraprendere. Ha però chiesto che le risorse militari necessarie siano pronte qualora optasse per un’operazione di maggiore intensità. L’amministrazione ha fatto sapere di aver trasmesso messaggi diretti al regime iraniano, avvertendo che la prosecuzione delle uccisioni dei manifestanti comporterebbe conseguenze severe. Allo stesso tempo, è stato ribadito che solo il presidente, affiancato da un ristrettissimo gruppo di consiglieri, sta valutando le opzioni sul tavolo tuttavia, dal punto di vista della comunicazione quanto accaduto fin qui è un disastro completo tra annunci roboanti e altrettante retromarcie.
Washington ha inoltre riferito di essere venuta a conoscenza di un presunto piano iraniano che prevedeva l’esecuzione di centinaia di persone, un’ipotesi che alla fine non si sarebbe concretizzata. È stata confermata anche una recente conversazione tra Trump e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Secondo fonti informate, Israele avrebbe espresso forti riserve sull’efficacia di un’azione militare diretta, temendo che non porti a un rapido collasso del regime. Nel frattempo, all’interno dell’apparato di sicurezza statunitense sarebbero circolati materiali sensibili, inclusi video riservati che documenterebbero la morte di manifestanti iraniani durante la repressione. Queste immagini sarebbero state esaminate mentre il presidente e i vertici della Casa Bianca valutavano le diverse opzioni operative. Anche se isolata Teheran ha intensificato i contatti con diversi Paesi della regione – tra cui Turchia, Qatar, Emirati Arabi Uniti e Oman – per avvertire che qualsiasi iniziativa militare contro l’Iran provocherebbe una risposta diretta contro obiettivi statunitensi. Tra i bersagli più sensibili figura la base aerea di Al Udeid, in Qatar, principale snodo militare degli Stati Uniti nel Golfo. Secondo fonti informate, proprio il rischio di una rappresaglia iraniana contro Al Udeid avrebbe spinto Washington ad adottare misure precauzionali, inclusa la temporanea ridislocazione di parte del personale militare. Nel frattempo, diversi alleati regionali degli Stati Uniti hanno intensificato gli sforzi diplomatici per dissuadere Trump dal ricorso alla forza. Ankara, Doha e Riad hanno espresso con forza la loro contrarietà a un’escalation armata, temendo ripercussioni destabilizzanti sull’intera area.
Nonostante queste pressioni, il Pentagono starebbe predisponendo il trasferimento di una portaerei statunitense dal Pacifico al Medio Oriente, segnale che indica come l’opzione militare resti comunque aperta. I tempi tecnici suggeriscono che un’eventuale offensiva richiederebbe diversi giorni di preparazione. Le discussioni interne alla Casa Bianca mostrano tutta la complessità di tradurre la linea dura annunciata da Trump in una strategia efficace. È proprio il timore che un intervento contro l’Iran finisca per aggravare il disordine interno e incendiare l’intero Medio Oriente ad aver imposto una pausa alle decisioni della Casa Bianca, congelando per ora le scelte più drastiche.
L'articolo Trump teme caos ed escalation in Iran, per questo esita proviene da Linkiesta.it.

Per anni il Venezuela ha investito massicciamente in hardware militare di fabbricazione cinese, etichettando con orgoglio le proprie difese come le più moderne del Sud America. Il cuore del progetto di difesa aerea costruito in Cina e poi venduto al regime di Nicolás Maduro era imperniato sui cosiddetti radar anti-stealth, progettati per localizzare e contrastare i cacciabombardieri stealth (invisibili) statunitensi. Era stato immaginato fin dall’inizio come un efficace «scudo cinese» in grado di proteggere il regime di Maduro da un attacco aereo statunitense. Quando, però, all’inizio dell’anno, gli Stati Uniti hanno lanciato l’operazione Absolute Resolve, con la clamorosa cattura del dittatore, la linea difensiva venezuelana è crollata in pochi minuti.
L’azione militare statunitense ha messo in luce la clamorosa discrepanza esistente fra la narrazione cinese sull’efficacia dei propri sistemi di armamento e la realtà sul terreno. Il Venezuela aveva acquisito il sistema radar a lungo raggio JY-27 Wide Mat, di fabbricazione cinese, per proteggersi esattamente da operazioni offensive come quella di inizio gennaio. E sono proprio i radar cinesi i primi asset della difesa venezuelana a essere stati neutralizzati nelle fasi iniziali dell’operazione militare.
Da tempo i media cinese esaltavano i radar JY-27, come veri e propri «cacciatori di velivoli invisibili» in grado di rilevare in anticipo gli spostamenti degli F-22 e degli F-35 a distanze di centinaia di chilometri. La propaganda cinese, accompagnata dalle massicce azioni di disinformazione nei confronti di governi e opinione pubblica occidentale, ha raccontato di traguardi tecnologici inesistenti nel settore militare: il millantato «aggancio» da parte dei radar cinesi dei caccia americani, verso cui poter poi guidare i missili terra-aria, si è rivelato essere una grande illusione.
I velivoli da guerra elettronica EA-18G Growler hanno saturato l’etere fin dai primi muniti dell’azione militare, accecando i sensori di produzione cinese e nel giro di poche ore. I missili antiradar statunitensi hanno individuato e distrutto tutti i siti radar in territorio venezuelano.La difesa «cinese» non è stata in grado di rilevare neppure un singolo velivolo statunitense. L’accecamento dei sensori venezuelani ha lasciato paralizzata l’intera rete di comando della difesa aerea fornita dalla Cina nella fase iniziale dell’operazione. Un vasto blackout elettrico ha ulteriormente aggravato il caos, interrompendo nodi di comando e controllo e collegamenti dati in tutto il Paese. Il Venezuela disponeva anche dei sistemi missilistici terra-aria forniti dalla Russia (batterie S-300V e Buk-M2), che avrebbero dovuto operare in tandem con i radar cinesi, formando una difesa aerea stratificata. La «formidabile» difesa russo-cinese è stata messa fuori combattimento in pochi minuti determinando così la superiorità aerea statunitense che ha permesso a quasi 150 velivoli di operare indisturbati nel cielo venezuelano. Secondo fonti dell’opposizione venezuelana, oltre il 60% dei siti radar di Caracas erano già fuori servizio a causa della carenza di pezzi di ricambio e di un supporto tecnico «minimo» fornito dalla Repubblica popolare cinese.
Una volta stabilita la superiorità aerea statunitense, le forze terrestri venezuelane equipaggiate con mezzi cinesi non hanno avuto miglior sorte: prive di copertura aerea e di sorveglianza in tempo reale, sono diventate bersagli facili. Molte delle attrezzature militari fornite da Pechino al regime di Maduro si sono rivelate inefficaci: i carri leggeri anfibi VN-16 e i veicoli da combattimento per la fanteria VN-18 della cinese Norinco; i sistemi lanciarazzi multipli SR-5, molto pubblicizzati in Cina; i missili antinave cinesi C-802A non hanno retto l’impatto tecnologico dell’offensiva statunitense e sono stati neutralizzati in poche ore.
Ma accanto al flop delle forniture belliche cinesi che hanno reso sempre meno credibile la capacità di Pechino di proporsi come fornitore di armamenti «alternativo» all’Occidente, la breve azione militare statunitense e la cattura di Maduro hanno rappresentato un duro colpo geopolitico e militare all’intero asse delle autocrazie. Il Venezuela di Hugo Chávez e Maduro da oltre vent’anni rappresentava il vero pilastro latino-americano del sempre più assertivo network delle dittature. Una delegazione di alto livello cinese era a Caracas per incontrare Maduro nella notte del blitz americano e la Repubblica popolar cinese, accanto alle forniture belliche, importava oltre l’80% del greggio venezuelano con l’acquisizione di 764.000 dei 921.000 barili di petrolio che ogni giorno venivano prodotti nel Paese. Il meccanismo cinese, fissato fin dai tempi di Chávez, era quello dei loans for oil: ingenti prestiti, valutati in oltre 60 miliardi di dollari fra il 2010 e il 2025, garantiti dalle future esportazioni di petrolio.
L’accordo con la Russia era il secondo pilastro della politica estera della repubblica boliviana del Venezuela: nel maggio del 2025 il patto strategico fra i due paesi era stato rinnovato con un rafforzamento della cooperazione in settori chiave come energia, difesa, tecnologia, commercio e sicurezza. Mosca ha spesso usato Caracas per le sue spericolate operazioni diplomatiche, come accaduto dopo la breve guerra Georgia del 2008, quando l’azione militare russa fece nascere dal territorio georgiano le due auto proclamate repubbliche dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud, prontamente (e unicamente) riconosciute da Caracas.
Infine, l’Iran per il quale Caracas rappresentava un luogo sicuro per una molteplicità di attività covert dal riciclaggio, al narcotraffico, al commercio di armamenti, alle forniture di petrolio, alla condivisione di intelligence. Senza dimenticare la pluralità di rapporti fra il Venezuela e la rete dei proxy di Teheran, a cominciare da Hezbollah, fortemente radicato nel Paese con campi di addestramento e numerose azioni di fund-raising illegale.
L'articolo Il mito cinese, e la disfatta venezuelana dell’asse delle autocrazie proviene da Linkiesta.it.

«C’erano molte parole che non sopportavo di sentire e alla fine solo i nomi e i luoghi avevano dignità». Il regista ucraino Mstyslav Chernov affida a quest’epigrafe firmata da Ernest Hemingway nel 1929 il senso del suo ultimo lavoro documentaristico sul conflitto in corso in Ucraina, “2000 metri ad Andriivka”.
Già vincitore dell’Oscar per miglior documentario con “20 Days in Mariupol”, Chernov spinge ancor più in là le leve della ripresa in diretta, con questa sua potente e straziante testimonianza dalla prima linea del fronte, durante la controffensiva ucraina dell’estate del 2023. Il documentario, tra i candidati all’Oscar di quest’anno, e trasmesso dalla PBS in Usa, ora esce anche da noi, in sala per pochi giorni, dal oggi (19 gennaio, ndr) – merito della distribuzione indipendente Wanted.
Fedele allo stile asciutto della prosa di Hemingway, il suo racconto della battaglia infinita per liberare il villaggio occupato di Andriivka, preciso e senza retorica, procede grazie a una troupe che filma all’interno di una piccola squadra d’assalto. Anche quando Chernov ritaglia alcuni momenti di sparute conversazioni con i militari, il tono rimane pacato, le poche domande rivolte negli angusti spazi di buchi scavati nel terreno per ripararsi dai cecchini russi, sono dirette, essenziali, nessun giro di parole.
Il comando militare affida dunque a una piccola squadra l’ennesimo tentativo di attraversare un lembo di terra che porta ad Andriivka, per liberarla e issarvi la bandiera ucraina. Il lembo di terra consiste in una foresta ormai incenerita e distrutta che taglia in due i campi minati, unica via per arrivare al villaggio. I militari, tutti giovani volontari, ne parlano come di una foresta maledetta, perché troppi uomini sono caduti tra quei rovi spolpati dal fuoco delle munizioni. «È come arrivare in un altro pianeta, dove tutto vuole ucciderti», e Chernov: «Ma non è un altro pianeta, siamo nel cuore dell’Europa». Durante i preparativi della spedizione, si rimane impressi da una frase del regista: «Indossare il gilet blu da giornalisti non è più un’opzione, rende bersagli prioritari». Sono 2.000 metri quelli della striscia da percorrere, «35 secondi per il volo di un proiettile di mortaio, due minuti di macchina, dieci minuti di corsa. Ma qui il tempo non conta, conta la distanza e si misura dalle pause tra le esplosioni». Gli raccontano che per tre volte hanno tentato di attraversarla, la foresta maledetta, e a metà strada venivano falciati dai russi. I blindati non possono passare, si può solo andare a piedi. Tre mesi – giugno, luglio, agosto –, un villaggio. Questa volta, se la troupe è fortunata, potrà filmare il momento in cui Fedya, nome in codice del capo squadra che attende in postazione avanzata, isserà la bandiera ucraina ad Andriivka. «Sono arrivate le matite», così viene accolta la troupe di Chernov al posto di comando, nel caso i russi siano in ascolto con i loro sistemi di comunicazione. Una guerra ibrida, metà nel fango e l’altra metà davanti a schermi e tastiere che manovrano e guidano i movimenti sul campo, occhi e orecchie che hanno il suono fastidioso e persistente dei droni.
Il documentario restituisce tutto questo, anche quando fa vedere che anche la più avanzata tecnologia non riesce a salvare gli uomini nel fango. Insieme alla squadra d’assalto la troupe procede e filma i primi feriti, gli ucraini urlano ai russi di uscire dalle loro buche, qualcuno viene trascinato fuori, «Cosa siete venuti a fare qui?», la rabbia per una guerra imposta dall’aggressore russo. Ma c’è qualche minuto di pausa in cui Chernov ci presenta il militare di collegamento con Fedya. Il suo nome in codice è Freak, 22 anni, ex studente del Politecnico, arruolato volontario, rimarrà ferito in una battaglia cinque mesi dopo, il suo corpo mai ritrovato. A metà strada, a mille metri dalla meta, un’altra pausa e uno scambio di battute in un buco della foresta, Chernov: «Sono ritornato nei luoghi della Kharkiv liberata, ma sono tutti spariti, si cammina su rovine e tombe. Sembra che stiano liberando casa ma sono solo rovine. Quindi stanno liberando i nomi dei luoghi, e issano la bandiera affinché tutto il Paese sappia che questo nome è stato liberato». Fedya accoglie la troupe con un esuberante «Benvenuti a Ground Zero!». Perché combattere per dei luoghi dove non c’è più nulla? «Perché tutto verrà ricostruito, si ricomincia da zero, senza l’influenza dei russi». Lo scetticismo dolente di Chernov è palpabile davanti a tanta fiducia.
Il cinema americano ci ha abituati ai film di guerra, ma anche i più realistici, quelli girati con le tecniche più sofisticate, e attori memorabili, non arrivano alla forza di un documentario come questo: nessuna concessione spettacolare, nessun esercizio di stile, solo quello che è, una guerra in diretta, subita e combattuta nonostante tutto. E tremendamente vicina a noi.
Andriivka, un cumulo di macerie, vede di nuovo la bandiera ucraina, issata su un rudere, il 16 settembre 2023, dopo mesi di tentativi e una scia di vite umane perdute. «E se questa guerra durasse tutta la vita?», si chiede Sheva, 46 anni, preoccupato per la moglie e il figlio piccolo, ma anche per un pozzo da riparare che ormai non dà più acqua pulita. L’obiettivo della troupe è compiuto. Ma il villaggio della foresta maledetta e altri territori conquistati durante la controffensiva del 2023 passeranno di nuovo nelle mani dei russi.
L'articolo Tra rovine e speranza, la controffensiva ucraina raccontata da Chernov proviene da Linkiesta.it.

Davanti agli ennesimi dazi usati come minaccia-ricatto da Donald Trump, questa volta ai Paesi alleati che hanno deciso di inviare truppe per difendere la Groenlandia dalle mire dello stesso presidente degli Stati Uniti, l’Unione europea sta valutando diverse risposte. La palla è nel campo di Bruxelles, perché la competenza in materia è esclusiva della Commissione europea, che può avviare contenziosi, imporre controdazi o attivare strumenti di difesa commerciale e anti-coercizione, con misure valide per l’intero mercato unico. E se una reazione ci sarà, sarà con ogni probabilità coordinata con il Regno Unito, uno dei Paesi colpiti dai dazi al 10% dal 1° febbraio (e al 25% dal 1° giugno).
I due principali partiti al Parlamento europeo hanno chiesto la sospensione dall’accordo di Turnberry siglato a luglio dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e dal presidente Trump dopo che questi aveva finito una partita nel suo golf club scozzese. Manfred Weber e Iratxe García Pérez, presidenti rispettivamente di popolari e social-democratici, hanno fatto la prima mossa. E sono stati seguiti a stretto giro da Valérie Hayer, presidente del centrista Renew, quarto partito al Parlamento europeo (con un seggio in meno dei conservatori).
In ballo c’è, oltre alla sospensione dell’intesa, anche l’utilizzo dello strumento anticoercizione, ovvero il regolamento europeo che l’Unione europea ha adottato per reagire a misure di coercizione economica da parte di Paesi terzi, nato anche dopo le restrizioni cinesi contro la Lituania. La coercizione è definita come misure commerciali volte «a impedire o ottenere la cessazione, la modifica o l’adozione di un determinato atto da parte dell’Unione o di uno Stato membro», interferendo nelle scelte sovrane.
La Commissione può avviare la procedura d’ufficio o su richiesta di uno Stato membro e deve agire «con sollecitudine». Se la valutazione legale conferma la coercizione, la proposta viene inviata agli Stati membri e l’attivazione richiede una maggioranza qualificata; anche gli Stati devono agire rapidamente. Lo strumento, soprannominato trade bazooka, autorizza misure di ritorsione come dazi, controlli alle esportazioni e restrizioni su accesso al mercato, investimenti, servizi e appalti pubblici.
Finora non è mai stato usato: la sua efficacia e rapidità sono quindi incerte. Finora è servito soprattutto da deterrente, ma la mancanza di attivazioni (anche contro i dazi di Trump e le restrizioni cinesi sulle terre rare) ha fatto discutere sulla volontà dell’Union europea di applicarlo concretamente. Inoltre, pur non essendoci veti individuali, serve forte sostegno politico: riserve di Paesi come Germania e Italia hanno già indebolito la posizione della Commissione.
Ma il contesto attuale sembra diversa: se l’uso dei dazi del 10% fosse ritenuto volto a interferire nella sovranità della Danimarca o di altri Stati per le truppe inviate a difesa della Groenlandia, lo strumento offrirebbe una via legale per reagire. Ma la decisione finale dipenderebbe dalla coesione politica e dalla disponibilità a sostenere eventuali costi economici.
Intanto, ieri i 27 ambasciatori di Paesi dell’Unione europea hanno discusso anche altre misure ritorsive elaborate per dare ai leader un peso negli incontri cruciali con il presidente degli Stati Uniti al World Economic Forum di Davos questa settimana. A rivelarlo è stato il Financial Times: le capitali europee starebbero valutando un pacchetto di 93 miliardi di euro di dazi come rappresaglia agli annunci arrivati dagli Stati Uniti o della possibilità di escludere le aziende americane dal mercato dell’Unione. L’elenco dei dazi, si spiega, era stato preparato lo scorso anno, ma sospeso fino al 6 febbraio per evitare una guerra commerciale a tutto campo.
L'articolo Che cos’è il bazooka commerciale che l’Ue può usare contro Trump proviene da Linkiesta.it.


© RaiNews




© RaiNews




Donald Trump ha finalmente ricevuto il Nobel per la pace. Non il suo, ma quello vinto nel 2025 da Maria Corina Machado. La leader dell’opposizione venezuelana a Nicolàs Maduro ha voluto omaggiare il presidente degli Stati Uniti per aver prelevato con un elicottero il dittatore sudamericano e, perché no, sperando di essere messa un giorno a governare Caracas. Con questo premio in mano il presidente degli Stati Uniti potrebbe placare il suo sfrenato interventismo, alla ricerca di una Pax Trumpiana per fare l’unica guerra che gli interessa, quella commerciale.
Nel suo primo anno di ritorno alla Casa Bianca si è visto poco l’America First e moltissimo un presidente degli Stati Uniti deciso a mettere il naso ovunque. Alla faccia dell’America First, l’ennesima prova della distanza siderale tra ciò che si dice per vincere un’elezione e ciò che si fa una volta entrati nello Studio Ovale. Finora ha provato a chiudere quanti più conflitti possibile: Israele e Hamas, Russia e Ucraina, Armenia e Azerbaigian (anche se la chiama sovente “Albania”) per mostrare quanto gli Stati Uniti siano ancora i poliziotti del mondo. Ma l’età dell’oro della globalizzazione è finita, nessuno è disposto a guardare in silenzio i capricci trumpiani in tempo di pace, Mentre il Titanic affonda ognuno pensa a mettere più nomi, cose e città nella propria scialuppa.
Rimasto col martello in mano, senza niente di prezioso da poter spaccare, tra Iran, Venezuela e Groenlandia Trump nel 2026 sta giocando ad “Acchiappa la talpa” su tre continenti perché le grandi potenze hanno imparato a prendersi le cose con la forza. Un conflitto lì, una tregua là, un cessate il fuoco sì, ma una vera pace no. Ogni martellata giusta lo avvicinerà al suo obiettivo, forse; ogni colpo sbagliato sarà usato per distrarre gli americani dalla disastrosa politica economica, sicuramente.
Per gli Stati Uniti d’America sarà un anno movimentato col rischio di lasciare scoperto un altro gioco da luna park: un punching ball gigante con scritto “Taiwan”, che la Cina non vede l’ora di colpire. I conflitti aperti e quelli latenti disegneranno una mappa del rischio più frastagliata di quella che Trump si era illuso di poter mettere in ordine. I focolai che già conosciamo non si chiuderanno facilmente, e nuovi possibili guerre si affacciano con una rapidità inaspettata.
La tregua tra Israele e Hamas, celebrata da Trump come un successo diplomatico, resta fragile. Gaza è devastata: oltre tre quarti degli edifici sono danneggiati o distrutti, sessantuno milioni di tonnellate di macerie bloccano ogni ricostruzione reale e i progetti dell’Onu restano più simili a brochure che a cantieri. Israele mantiene una presenza militare nei corridoi strategici, Hamas conserva una parte della sua struttura. Basta un incidente per far saltare il tavolo e iniziare tutto da capo. Il Board of Peace, autorità internazionale chiamata a governare temporaneamente Gaza, è un altro esperimento storico, ma vedremo se nel 2026 riuscirà a sovrintendere al percorso condizionato verso la sovranità palestinese, con riforma dell’Anp e disarmo di Hamas. E non si sa quale delle due sarà la più difficile da ottenere. Il suo funzionamento dipende dalla disponibilità reale dei Paesi arabi a contribuire con forze sul terreno, e su questo la convergenza è ancora fragile. Insomma, per la Riviera Gaza annunciata da Trump dovremo aspettare.
Anche il fronte russo-ucraino si avvia verso un anno di stallo violento. Negli ultimi mesi le forze russe, logorate da perdite enormi, hanno avanzato solo in segmenti marginali del fronte. L’Ucraina ha mostrato una resistenza sorprendente, ma soffre la fatica di una mobilitazione incessante aggravata dalle difficoltà nel reperire munizioni, dalla lentezza delle forniture occidentali e di una dipendenza economica crescente dagli alleati. È una guerra in cui entrambe le parti puntano all’impossibile: la Russia mira alla dissoluzione dell’Ucraina come Stato sovrano, o al suo vassallaggio definitivo. L’Ucraina non accetterà mai di tornare sotto il tacco di Mosca. Il risultato è un campo di battaglia segnato da offensive lente, combattimenti d’attrito e attacchi profondi con droni che hanno esteso la guerra fino al Mar Nero e alle basi russe nella regione di Krasnodar. Trump vuole chiudere la pace in fretta, ma non è una questione diplomatica, quanto esistenziale. Una situazione che ricorda sempre più la divisione della penisola coreana: un equilibrio tossico, congelato ma mai risolto.
E poi c’è Taiwan: il punto di frattura potenziale del sistema internazionale. Da anni la Cina osserva, prepara, accumula capacità militari e continua a testare i limiti della pazienza internazionale. Le incursioni oltre la linea mediana sono ormai quotidiane e rientrano nella strategia di “normalizzazione della pressione”. Le esercitazioni navali simulano già da mesi un blocco dell’isola, mentre gli attacchi ai cavi sottomarini e le operazioni di guerra informativa così come le campagne di disinformazione coordinate e l’uso sistematico di deepfake mirati agli elettori taiwanesi fanno parte di una strategia per erodere la resilienza taiwanese dall’interno.
Pechino ha ampliato la capacità missilistica a lungo raggio, ha modernizzato la flotta e ha potenziato la Guardia Costiera per operazioni nella “zona grigia”. Queste includono incursioni entro le acque contigue, manovre aggressive attorno alle isole minori di Taiwan e pressioni economiche mirate come restrizioni improvvise all’export o ai viaggi individuali dalla Cina continentale.
La Cina ragiona per decenni, non per cicli elettorali americani. Nessuno a Pechino ha fretta di invadere Taiwan, ma il 2027 non è una data come le altre: è il centenario dell’E sercito Popolare di Liberazione, un traguardo che il presidente del Partito comunista, Xi Jinping, ha legato all’obiettivo di avere forze in grado di «combattere e vincere», qualsiasi cosa significhi. Per questo motivo nel 2026 la Cina potrebbe testare un blocco parziale, non dichiarato ma di fatto operativo, attorno ai porti principali di Taiwan. Non è un’invasione, ma un lento soffocamento. Un’operazione del genere avrebbe come obiettivo la destabilizzazione politica interna e la rottura delle catene di approvvigionamento di Taipei, per vedere l’effetto che fa a Washington.
Benvenuti nel mondo mutipolare, in cui non esiste più un conflitto centrale a cui gli altri si allineano. Viviamo in un mondo in cui la somma di crisi, ambizioni nazionali e potenze regionali crea un equilibrio mobile e irregolare: un caos organizzato. Il 2026 non è l’anno della Pax Trumpiana. È l’anno in cui si capirà se questa instabilità può restare sotto controllo o se un singolo inciampo, in uno dei tanti fronti aperti, può diventare una pericolosa scintilla capace di far esplodere tutto. Intanto Trump ha già acceso qualche miccia.
Questo è un articolo del numero di Linkiesta Magazine 04/25 – “Lo scudo democratico”, ordinabile qui.
L'articolo PER 19 Il 2026 non sarà l’anno della Pax Trumpiana proviene da Linkiesta.it.


© RaiNews





© RaiNews


© RaiNews


© RaiNews


© RaiNews


© RaiNews


© RaiNews


© RaiNews


© RaiNews


© RaiNews


La missione asiatica di Giorgia Meloni in Oman, Giappone e Corea del Sud si inserisce in una traiettoria strategica chiara. L’Italia sceglie di collocarsi in modo stabile nel nuovo baricentro globale dell’Indo-Pacifico, rafforzando la propria proiezione internazionale in sintonia con Washington e con i partner del G7. In questo percorso, la tappa coreana assume un ruolo centrale perché condensa alcune delle principali dinamiche del sistema internazionale contemporaneo. Il rapporto con la Cina, il de-risking tecnologico europeo e la riorganizzazione della sicurezza in Asia nord-orientale trovano qui un punto di convergenza strategica.
A Tokyo, nel corso della sua terza visita in Giappone da quando è alla guida del governo, la Presidente Meloni incontra per la prima volta in un vertice bilaterale la premier giapponese Sanae Takaichi, diventando il primo leader europeo a visitare il Paese dopo il suo insediamento. La visita si colloca nel contesto del centosessantesimo anniversario delle relazioni diplomatiche, un passaggio simbolico scelto per elevare il rapporto bilaterale a partenariato strategico speciale e per dare impulso al Piano d’Azione Italia-Giappone 2024-2027, definito in occasione del G7 di Hiroshima.
Il linguaggio adottato dai due governi riflette una visione condivisa. Al centro vi sono l’idea di un Indo-Pacifico libero e aperto, il rispetto dello stato di diritto, la sicurezza delle catene di approvvigionamento e una crescente interoperabilità in ambito difensivo. In questo quadro, Italia e Giappone sviluppa una convergenza anche su Africa e Mediterraneo allargato. Tokyo riconosce in Roma un ponte verso l’Europa e il Nord Africa, mentre Roma individua nel Giappone un partner capace di rafforzare le proprie capacità industriali e tecnologiche in settori chiave come spazio, cyber e difesa.
A Seoul il contesto assume caratteristiche differenti. Per Meloni questa è la prima visita a Seoul, mentre per il presidente Lee Jae-myung rappresenta una delle prime visite ufficiali di un leader straniero dall’avvio del ritorno della presidenza alla Blue House, una scelta simbolica volta a marcare una discontinuità politica rispetto al predecessore Yoon Suk-yeol. Lee esprime una leadership progressista, caratterizzata da una diplomazia pragmatica e orientata all’equilibrio. Il recente dialogo di Seul con Pechino segnala una volontà di riaffermare un ruolo centrale della presidenza nella definizione della politica estera e di gestire con maggiore flessibilità le dinamiche regionali, con la consapevlozze di cercare spazi di maggiore autonomia.
Sul piano strategico, la Corea del Sud valorizza un equilibrio calibrato. L’alleanza militare con gli Stati Uniti resta un pilastro, anche nel quadro della deterrenza verso Pyongyang, mentre il mantenimento di un canale politico con la Cina contribuisce alla stabilità regionale, e completa a livello diplomatico la gestione del dossier nordcoreano.
L’attenzione di Seul verso la Cina si inserisce in una strategia volta a favorire la stabilità nella penisola coreana e a mantenere margini negoziali ampi. Con una Corea del Sud più cauta rispetto agli orientamenti normativi del Free and Open Indo-Pacific (FOIP), l’Italia considera il fattore cinese come una variabile da gestire con pragmatismo. In questo contesto, il lessico adottato privilegia il riferimento alla cooperazione regionale e a un approccio graduale, capace di tenere insieme sicurezza e stabilità economica.
La cooperazione economica tra Italia e Corea del Sud poggia su basi solide. Nel 2024 l’interscambio ha raggiunto circa 11,4 miliardi di euro, all’interno del quadro regolatorio dell’Accordo di Libero Scambio UE-Corea in vigore dal 2011. Seul rappresenta oggi il primo partner asiatico dell’Italia in termini pro capite, con catene del valore particolarmente integrate nei settori dell’automotive, della meccanica di precisione, della chimica fine, della moda e dell’agroalimentare di alta gamma.
La visita è accompagnata dalla definizione di una dichiarazione congiunta su commercio, investimenti e partenariati industriali, affiancata da intese operative su protezione civile e tutela del patrimonio culturale. Questi ambiti rafforzano la dimensione bilaterale e contribuiscono a proiettare l’immagine dell’Italia come partner tecnologicamente affidabile e culturalmente attrattivo, capace di coniugare competenze industriali e soft power.
Semiconduttori e de-risking, perché Seul conta
Tuttavia, il baricentro politico del vertice riguarda principalmente la cooperazione tecnologica avanzata, in particolare nel settore dei semiconduttori. L’Italia guarda con interesse alla Corea del Sud come attore di primo piano nella produzione di chip di memoria e negli impianti di nuova generazione. In un contesto europeo orientato al de-risking, Roma individua in Seoul un partner affidabile per diversificare fornitori e rafforzare la resilienza delle filiere industriali strategiche.
Questa cooperazione si inserisce in modo coerente nel perimetro euro-atlantico e risulta compatibile con le dinamiche della Chip 4 Alliance, che riunisce Stati Uniti, Giappone, Corea del Sud e Taiwan. Per Seoul, un rafforzamento strutturato dei rapporti con l’Italia favorisce l’accesso ai mercati europei e accresce il peso politico a Bruxelles. Per Roma, la partnership contribuisce a consolidare la competitività industriale e la sicurezza tecnologica in settori strategici.
Accanto alla dimensione tecnologica civile, la cooperazione in ambito difesa si afferma come un vettore strutturale di convergenza tra Italia e Asia orientale. L’esperienza maturata dall’Italia nel Global Combat Air Programme (GCAP), sviluppato insieme a Giappone e Regno Unito, ha rafforzato in modo significativo il posizionamento nazionale nel segmento più avanzato dell’industria aerospaziale e militare. Il GCAP è un programma congiunto per lo sviluppo di un sistema di combattimento aereo di nuova generazione, centrato su una piattaforma di sesta generazione integrata con droni, sensori avanzati, intelligenza artificiale, capacità di comando e controllo multi-dominio e architetture digitali aperte. Si tratta di un ecosistema tecnologico che connette difesa, spazio, cyber e manifattura avanzata.
La partecipazione italiana al GCAP ha accresciuto la credibilità del Paese come partner tecnologico di lungo periodo. Questo posizionamento ha suscitato un interesse crescente anche in Asia, dove il modello di cooperazione trilaterale viene osservato come riferimento per nuove forme di partenariato industriale e tecnologico.
In questo contesto si inserisce il dialogo con la Corea del Sud, che dispone di un’industria della difesa dinamica e fortemente orientata all’export, con competenze consolidate nei settori aerospaziale, navale e dei sistemi avanzati. Con Seul si esplorano possibili collaborazioni industriali in ambito aerospaziale e navale, con particolare attenzione ai sistemi anti-drone, ai sensori di nuova generazione, alle piattaforme a duplice uso e all’integrazione tra componenti hardware e software ad alta intensità digitale. La complementarità tra le capacità italiane nei sistemi, nell’elettronica avanzata e nella cantieristica navale, le tecnologie europee in ambito missilistico e di comando e controllo, e le competenze coreane nella produzione, nell’automazione e nella scalabilità industriale apre spazi concreti per iniziative congiunte.
Questa sinergia offre prospettive operative non limitate al perimetro bilaterale. La possibilità di sviluppare soluzioni integrate e competitive consente di guardare a mercati terzi in modo strutturato, valorizzando una presenza industriale congiunta.
Tutto mentre “Mediterraneo globale”, per usare un’espressione di Meloni, Africa e Indo-Pacifico emergono come aree coerenti con la proiezione marittima e industriale di lungo periodo dell’Italia, dove la domanda di sicurezza, sorveglianza, protezione delle infrastrutture critiche e controllo degli spazi marittimi è in costante crescita.
Pertanto, la cooperazione in ambito difesa assume una valenza che va oltre la dimensione industriale. Essa contribuisce a rafforzare l’autonomia strategica dell’Italia all’interno del quadro euro-atlantico, consolida relazioni di fiducia con partner tecnologicamente avanzati e proietta il sistema industriale nazionale in una rete indo-pacifica sempre più centrale negli equilibri globali di sicurezza.
La relazione italo-coreana si fonda quindi su interessi convergenti e risultati tangibili. Commercio, investimenti, tecnologie critiche, difesa e resilienza delle catene di approvvigionamento costituiscono un terreno comune solido.
Proprio questa dimensione pragmatica rafforza la credibilità della partnership. Per l’Italia rappresenta uno strumento efficace di ancoraggio all’Indo-Pacifico e di rafforzamento dell’autonomia strategica all’interno del quadro euro-atlantico. Per la Corea del Sud costituisce una leva per ampliare la propria presenza in Europa, diversificare le relazioni economiche e accrescere il peso nei grandi dossier globali di sicurezza economica e tecnologica.
© RaiNews
Mentre la presidente del Consiglio italiana, Giorgia Meloni, arrivava a Mascate per una visita ufficiale, la capitale omanita accoglieva con una cerimonia solenne anche l’INSV Kaundinya, al termine di uno storico viaggio di 18 giorni dal Gujarat all’Oman. Due arrivi paralleli, due traiettorie diverse — una politica, l’altra marittima — che si sono incrociate nello stesso luogo e nello stesso momento, proiettando sull’Oceano Indiano una narrazione che unisce passato e futuro, memoria e strategia.
L’India guarda all’Indo-Mediterraneo e a rotte come il Corridoio Economico India–Medio Oriente–Europa non soltanto attraverso infrastrutture moderne e corsie di navigazione contemporanee. Esiste anche una dimensione culturale e simbolica che affonda le radici nella storia antica e contribuisce a dare profondità strategica alle scelte del presente. L’INSV Kaundinya si colloca esattamente in questo spazio: non una semplice unità navale, ma una ricostruzione vivente della tradizione marinara indiana.
Ispirata alle navi a fasciame cucito raffigurate nei murali del V secolo delle grotte di Ajanta, l’imbarcazione è stata concepita come un ponte tra l’India contemporanea e il suo passato oceanico, ben precedente all’era dei motori e degli scafi in acciaio. A promuovere il progetto è stato Sanjeev Sanyal, economista e storico, oggi membro del Consiglio Economico Consultivo del Primo Ministro, con l’obiettivo dichiarato di restituire visibilità a una civiltà marittima spesso sottovalutata nella narrazione globale.
A differenza delle navi moderne, l’INSV Kaundinya è stata costruita senza l’impiego di chiodi o componenti metallici. Le tavole di legno sono state cucite a mano con corde di fibra naturale di cocco e sigillate con resine organiche, seguendo tecniche tradizionali tramandate nei secoli e ancora vive in alcune aree costiere dell’India, in particolare nel Kerala. Un sapere artigianale antico, integrato con competenze ingegneristiche moderne, che restituisce un’idea di continuità più che di nostalgia.
Il progetto è nato da una collaborazione tripartita tra il Ministero della Cultura indiano, la Marina e il cantiere navale di Goa Hodi Innovations (OPC) Pvt Ltd. La posa della chiglia nel settembre 2023 ha dato avvio a quasi due anni di lavoro, resi ancora più complessi dall’assenza di progetti tecnici originali. Il team ha dovuto affidarsi a fonti iconografiche, testi storici e test idrodinamici condotti presso l’IIT di Madras per garantire la navigabilità oceanica dell’imbarcazione.
Dopo il varo nel febbraio 2025, la nave è stata ufficialmente incorporata nella Marina indiana il 21 maggio 2025 presso la base di Karwar, nel Karnataka. Il nome Kaundinya richiama l’antico navigatore che, secondo la tradizione, avrebbe raggiunto il Sud-Est asiatico creando legami culturali duraturi: un riferimento che rafforza il messaggio di lungo periodo insito nell’intera iniziativa.
Il primo viaggio internazionale ha preso il via il 29 dicembre 2025 da Porbandar, in Gujarat, con destinazione Mascate. Una rotta che ricalca gli antichi itinerari commerciali tra il subcontinente indiano e la Penisola Arabica, molto prima che la navigazione coloniale ridefinisse i flussi globali. Porbandar è anche la città natale di Mohandas Karamchand Gandhi, ulteriore elemento simbolico in un percorso che intreccia storia, identità e diplomazia.
Durante la traversata del Mar Arabico, Sanyal ha condiviso aggiornamenti regolari sui social, raccontando i ritmi lenti della navigazione a vela, l’influenza dei venti e le sfide quotidiane di una traversata che riecheggia le esperienze dei marinai di oltre duemila anni fa. In uno dei passaggi più evocativi, ha descritto l’avvistamento lontano di una moderna portaerei: un contrasto che rende visibile, nello stesso orizzonte, la stratificazione del potere marittimo nel tempo.
L’approdo a Mascate, inaugurato ufficialmente alla presenza delle autorità locali e diplomatiche, ha assunto così un valore che va oltre la celebrazione storica. L’Oman è da secoli un nodo centrale delle reti dell’Oceano Indiano e oggi si conferma spazio di incontro tra diplomazia, commercio e sicurezza marittima. In questo contesto, la concomitante visita di Giorgia Meloni ha aggiunto una dimensione ulteriore.
Se la Kaundinya rappresenta la storia millenaria dell’India come civiltà marittima, Meloni incarna il futuro dell’Italia: prima donna a guidare il Paese come Presidente del Consiglio, ha riportato Roma a rivendicare un ruolo più assertivo in Europa e nel Mediterraneo allargato, con uno sguardo crescente verso l’Indo-Pacifico. In Oman, India e Italia si sono ritrovate simbolicamente riunite come due pilastri complementari dell’Indo-Mediterraneo, uno spazio che non è più soltanto geografico, ma strategico.
Questa convergenza non è frutto di una coreografia studiata, ma di una serendipità significativa. In un momento di forte instabilità globale, il viaggio della Kaundinya ricorda che i mari — un tempo ponti di scambio e connessione — continuano a modellare le relazioni internazionali. Tra memoria storica e proiezione strategica, l’Indo-Mediterraneo torna così a raccontare una storia antica, ma sorprendentemente attuale.
(Foto: X, @sanjeevsanal)
Come nel resto del mondo anche l’Italia è stata colta di sorpresa dall’invasione russa del febbraio 2022, ma rispetto ad altri paesi ha seguito un percorso più lungo per elaborare una strategia sull’Ucraina, anche perché sei mesi dopo lo scoppio del conflitto, ci sono state le elezioni politiche con il passaggio di governo da Mario Draghi a Giorgia Meloni.
La definizione di una strategia nazionale italiana per l’Ucraina è stata complessa anche per ragioni storiche. Francia e Germania erano state coinvolte direttamente fin dal 2014 nei negoziati di pace tra Russia e Ucraina, a seguito dell’occupazione militare russa della Crimea e del Donbas,attraverso il “Normandy Format”, cioè un tavolo a 4 con i due contendenti. Questo significa che sia a Parigi che a Berlino(come naturalmente a Washington) c’era già un “dossier Ucraina” sul tavolo con risorse diplomatiche dedicate. Altri paesi come il Regno Unito, i Paesi scandinavi e quelli Baltici hanno adottato subito una posizione di sostegno aperto all’Ucraina, perché storicamente più sensibili e preoccupatidall’aggressività militare russa fin dalla nascita dell’Unione Sovietica.
A differenza di oggi, l’Ucraina non era una priorità per la politica estera italiana. Kiev è sempre stata per i diplomatici italiani una destinazione meno prestigiosa e con meno risorse rispetto a Mosca, che era molto importante anche per l’export delle aziende italiane. Questo ha creato un dissidio interioremolto rilevante per la politica estera italiana, perché la scelta di sostenere attivamente l’indipendenza dell’Ucraina ha comportato il deterioramento della lunga relazione amichevole con la Russia.
Come spesso succede, ci sono dei fattori esterni che fungono da catalizzatori del cambiamento. E questi furono uno stranoinciampo diplomatico a Lugano e un attacco drammatico aOdessa.
Agli inizi di luglio 2022, pochi giorni prima delle dimissioni del Presidente del Consiglio Mario Draghi, si tenne la conferenza di Lugano per la ricostruzione dell’Ucraina, con l’illusione che la guerra sarebbe finita presto. A questo incontro il Primo Ministro ucraino Denis Shmigal presentò al pubblico di esperti internazionali una grande mappa con le regioni e le grandi città dell’Ucraina contrassegnate da bandierine dei paesi che avrebbero dovuto prendersi la responsabilità dei progetti nei vari territori. Praticamente, era una proposta di lottizzazione della ricostruzione in base agli interessi nazionali.
La cosa che lasciò gli addetti ai lavori italiani a bocca aperta fu l’assegnazione all’Italia di Rivne, una piccola città vicino al confine con la Bielorussia, e di Donetsk, nel Donbas. Se non era chiaro quale potesse essere l’interesse dell’Italia per Rivne, per Donetsk si trattava di un’ipotesi del tutto irreale, data l’occupazione russa dal 2014. Sulle città più importanticome Kiev, Odessa, Dnipro, Leopoli, Zaporizhzja e Karkhiv, sventolavano altre bandiere nazionali. Curiosamente, su Odessa, città nota per il legame con l’Italia, c’erano labandierina svizzera e quella francese.
Questa concessione all’Italia delle ultime caselle vuote e, in particolare, di una città non disponibile, era il segno di una scarsa considerazione del ruolo economico e diplomatico dell’Italia, e della priorità data agli altri Paesi (USA, UK, Germania, Francia, Svizzera, Canada, Polonia e Turchia). La poco esperta diplomazia ucraina aveva elaborato uno strumento di indirizzo non privo di stimoli intellettuali, ma senza un vero approfondimento preliminare con tutti i paesicoinvolti.
Ma la mancata attribuzione di Odessa all’Italia, era piuttostoimbarazzante, se si tiene conto non solo del legame storico-culturale, ma anche delle eccellenze italiane in settori come la cantieristica, la logistica marittima e le infrastrutture portuali, che non erano state considerate dal piano ucraino.
Per sanare questo schiaffo diplomatico si mosse l’ambasciatore a Kiev Pierfrancesco Zazo, che si era guadagnato l’ammirazione degli ucraini per essere stato l’ultimo capo diplomatico europeo ad abbandonare una Kiev semicircondata dai Russi. Inoltre, nell’aprile 2022, fu uno dei primi a riaprire un’ambasciata nella capitale ucraina. Fu lui a sensibilizzare il Governo ucraino sulle grandi opportunità che offriva una partnership italo-ucraina con perno sulla città di Odessa. Nel 2023, a sottolineare questo legame tra il porto del Mar Nero e l’Italia, fu inaugurata la sede del nuovo Console onorario italiano. Era dalla Seconda Guerra Mondiale che mancava un consolato dell’Italia a Odessa.
Il secondo fatto catalizzatore avvenne il 23 luglio del 2023: l’attacco missilistico notturno alla Cattedrale ortodossa della Trasfigurazione di Odessa, che distrusse il tetto e gli internidell’edificio. A poche ore dall’evento che traumatizzò tutta la città, sia il Presidente del Consiglio Meloni che il Ministro degli Esteri Tajani dichiararono che l’Italia si sarebbe occupata del restauro della chiesa. Curiosamente proprio quel giorno era in visita a Odessa una delegazione di Deputati italiani della Commissione Esteri della Camera, che furonotestimoni oculari delle macerie fumanti dopo l’attacco.
Da quella decisione del Governo italiano, nata da un moto di solidarietà, è partito un percorso che ha portato alla definizione di una strategia più strutturata sull’Ucraina. Nel settembre del 2023 ci fu a Odessa la prima visita dell’inviato speciale per l’Ucraina Davide La Cecilia, già ambasciatore a Kiev fino al 2020, insieme alla responsabile dell’UNESCO a Kiev Chiara Dezzi Bardeschi, e due esponenti della cultura italiana: il presidente del Museo MAXXI di Roma Alessandro Giuli (oggi Ministro italiano della Cultura) e il presidente del Museo La Triennale di Milano arch. Stefano Boeri.
Dal quel primo incontro partì il processo di definizione del piano che approdò l’11 giugno 2024 a Berlino alla firma del Memorandum sul “Patronage italiano per la ricostruzione di Odessa e della sua regione” tra il Ministro degli esteri Antonio Tajani e il Ministro ucraino per lo Sviluppo delle Infrastrutture Vasyl Shkurakov, alla presenza del sindaco diOdessa, Gennadiy Trukhanov. Qualche mese prima di quella firma era stato aperto l’ufficio a Kiev dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione e lo Sviluppo (AICS), per coordinare gli aiuti umanitari in Ucraina e controllarne l’efficacia.
Il MoU delineava la nuova strategia italiana in Ucraina, che oltre agli aiuti militari, comprendeva un programma articolato di progetti umanitari, culturali e di sviluppo economicofocalizzati su Odessa e la sua regione. La finalità complessiva di questo piano era la creazione di un ecosistema favorevole agli investimenti italiani e alle partnership industriali per la ricostruzione nel dopoguerra.
Parallelamente a questo sviluppo della politica estera italiana, cresceva la relazione Italia-Ucraina, come testimoniato dalle crescenti visite a Roma di Zelensky per incontrare Giorgia Meloni, Sergio Mattarella e i due Papi Francesco e Leone XIV. Inoltre, se l’ex Ministro degli Esteri ucraino Kuleba aveva vissuto per anni in Italia, tuttora nell’Ufficio del Presidente dell’Ucraina alcuni responsabili sono stati nell’ambasciata a Roma e sono esperti nelle relazioni diplomatiche con l’Italia.
L’Italia è divenuta per l’Ucraina un paese di riferimento stabile, in confronto alle continue crisi di governo in Francia, Germania e Regno Unito. Inoltre, le relazioni molto amichevoli tra il governo Meloni e la nuova amministrazione Trump offre all’Italia un ruolo di moderatore nelle difficili relazioni ucraino-americane. Inoltre, è importante notare che gli ambasciatori dei Paesi del G7 a Kiev svolgono un ruolo rilevante nel processo di riforme per modernizzare e stabilizzare l’Ucraina. Infatti hanno incontri regolari con i ministri ucraini e monitorano i provvedimenti legislativi con il diritto di parola. Un caso unico al mondo di influenza del G7, e quindi anche dell’Italia, in una crisi internazionale.
Dopo il mandato di Pierfrancesco Zazo, a luglio 2024 l’Italia ha nominato nel luglio 2024 a Kiev l’ambasciatore Carlo Formosa, un diplomatico con esperienza di servizio in paesi difficili come l’Iran e l’Afghanistan, e in passatovicepresidente del gruppo Leonardo, il cluster italiano della difesa. Una competenza utile per la partnership militare italiana con l’Ucraina.
La scelta di Odessa è stata ispirata da un riferimento storico-culturale. La città fu fondata nel 1794 dal comandante napoletano Josè de Ribas al servizio di Caterina La Grande, e gli immigrati italiani del Regno delle Due Sicilie furono la prima classe dirigente della città. Le maggiori realizzazioni architettoniche della città portano la firma di architetti italiani.
Ma la scelta della capitale marittima dell’Ucraina è spinta anche dagli interessi nazionali italiani. L’importanza di Odessa, obiettivo prioritario della strategia militare russa, è data da molte ragioni:
Economia. I 7 porti della regione di Odessa sono il cancello del 90% dell’export ucraino. Chi controlla Odessa ha il controllo dell’economia ucraina. L’Italia è un importatore di materiali ferrosi e candidata a diventare la prima porta d’ingresso per l’export dell’acciaio “verde” ucraino. Inoltre ci sono diversi settori italiani che dipendono dalle importazioni di derrate alimentari ucraine. Durante il blocco navale russo dei porti ucraini nel 2022, il settore dell’allevamento (zootecnia) fu colpito duramente dalla mancanza di mais ucraino usato nell’alimentazione degli animali, come l’arresto delle importazioni di grano dall’Ucraina penalizzò i produttoridi pasta italiana.
Cultura. Odessa è la città ucraina più famosa al mondo grazie al cinema, alla letteratura, alla musica e all’arte contemporanea. La parola “Odessa” è un potente brand usato nel design e nel marketing industriale. Tra tutte le città ucraine Odessa è un palcoscenico di grande visibilità internazionale.
Politica. Dalla sua fondazione Odessa è la città della tolleranza culturale e linguistica. Rappresenta il modello multiculturale di sviluppo dell’Ucraina, contrapposto al modello nazionalistico mono-linguistico. Il luogo ideale del dialogo per la ricostruzione non solo fisica, ma anche morale del Paese.
Sicurezza. La proiezione militare ucraina sul mare per proteggere il traffico maritimo ha reso Odessa il guardiano del Mar Nero, obliterando il ruolo Sebastopoli, che è stata abbandonata dalla flotta russa. La città è oggi il laboratorio più avanzato al mondo di nuove tecnologie militari navali.
Carriera marittima e arte militare: grazie a Odessa l’Ucraina impara a navigare e a combattere. Le sue accademie navali formano la più alta percentuale al mondo di ufficiali di marina mercantile di etnia europea. Inoltre, alla scuola militare di Odessa si sono diplomati in generali Zaluzhny e Budanov.
“L’Italia ha scelto di occuparsi di alcuni dei simboli dei luoghi che compongono il mosaico identitario della Nazione ucraina: quel luogo è Odessa”. Così disse Giorgia Meloni all’apertura della Conferenza per la ricostruzione dell’Ucraina. Per l’Italia la diplomazia culturale e della cooperazione non profit svolge un ruolo importante per aprire la strada alle imprese nazionali. In effetti, alcuni campioni industriali nazionali presero parte al gioco.
Durante la URC2025 a Roma la Fincantieri, il più grande gruppo europeo di cantieristica navale, annunciò un progetto pilota per la difesa del porto di Odessa con tecnologie innovative, sia di superficie che subacquee. Un progetto in linea con l’importanza della città nella sicurezza del Mar Neroe con le ambizioni industriali navali dell’Italia. È utile menzionare che proprio nel gennaio del 2025, Fincantieri aveva acquisito dal gruppo Leonardo la società UAS Underwater Business per la protezione di infrastrutture portuali da sottomarini, droni navali e siluri.
Il più grande costruttore italiano Webuild, firmò tre accordi: 1) 2 miliardi con Automagistral, azienda di Odessa specializzata nella costruzione di strade; 2) 600 milioni con l’azienda Ukrhydroenergo per produzione di energia; 3)cooperazione con l’Agenzia ucraina per la ricostruzione e le infrastrutture.
Ma l’Italia arriva in una piazza già in parte occupata da altri investimenti esteri, che si concentrano in prossimità dei suoi maggiori porti (Odessa, Chornomorsk e Yuzhny). Ecco i paesi protagonisti:
Germania. Il più grande investimento infrastrutturale tedescoin Ucraina è il CTO-Container Terminal Odessa, del gruppo HHLA, il principale operatore portuale tedesco, la cui azionista di maggioranza è il Comune di Amburgo. HHLA ha anche un terminal nei porti di Tallinn e Trieste.
Dubai. Il campione della logistica portuale degli Emirati Arabi Uniti (Dubai) DP World controlla TIS Group, il maggiore operatore privato del primo porto dell’Ucraina, Yuzhny (a nord di Odessa).
Usa. Il maggiore investimento logistico statunitense (150 milioni di dollari) è il Neptune Grain Terminal del gruppoCargill di Minneapolis, completato nel 2018 dentro il porto di Yuzhny.
Cina. Uno dei primi partner commerciali dell’Ucraina. Primoimportatore di mais e orzo ucraino (20% dell’esportazione totale nel 2021) e il secondo di olio di girasole (15%), dopo l’India (30%). È anche il principale esportatore in Ucraina di prodotti di largo consumo (USD 8,25 miliardi nel 2020).
Svizzera. La Confederazione elvetica vanta in Odessa la presenza di due grandi aziende: Risoil S.A., holding agroindustriale e principale operatore del porto di Chornomorsk; e la Mediterranean Shipping Company (MSCS.A.), la più grande compagnia di shipping al mondo. Le due società hanno sede legale a Ginevra (anche se in entrambe i capitali non sono svizzeri).
Italia: il maggiore investimento italiano diretto è l’azienda di comunicazione unificata Wildix, anche se la sopra menzionata MSC appartiene alla famiglia napoletana Aponte.
Singapore. Il principale investimento diretto della città-stato asiatica è Delta Wilmar Group, una società ucraina parte della multinazionale agroindustriale Wilmar International. Il gruppo comprende due stabilimenti nella regione di Odessa per la lavorazione di semi oleosi e oli tropicali.
Paesi Bassi. La Louis Dreyfus Company (LDC) possiede un grande terminal nel porto storico di Odessa. L’antica holding mercantile francese, che si occupa di agricoltura, finanza,trasformazione alimentare e spedizioni internazionali, ha sede ad Amsterdam e un ufficio operativo a Rotterdam. Inoltre, la Dutch Entrepreneurial Development Bank (controllata al 51% dallo Stato olandese) ha una quota nella Alseeds Black Sea, uno dei più grandi esportatori privati di olio di girasole in Ucraina, che gestisce un nuovissimo terminal di carico di olio vegetale nel porto Yuzhny.
La strategia elaborata dall’Italia sull’Ucraina mostra un cambiamento rispetto alle consuetudini della sua politica estera. Innanzitutto, non ha paura di esplicitare gli interessi nazionali, mobilitando grandi aziende. Questo nuovo stile della diplomazia italiana è coerente con il nuovo “Piano d’azione per l’export italiano nei mercati extra-Ue” varato a maggio 2025. L’Ucraina rientra in questa categoria.
In secondo luogo, la scelta di un territorio come la città/regione di Odessa, rappresenta qualcosa di nuovo, dai tempi lontani in cui le potenze europee prendevano in concessione città in altri paesi (come Tientsin in Cina per l’Italia). L’aspetto interessante è che Odessa, per la sua posizione geografica e il suo ambiente economico-sociale, offre alla diplomazia dei progetti culturali e degli aiuti umanitari, combinata con gli interessi nazionali, le condizioni ideali per gli obiettivi strategici dell’Italia.
Prima la visita di Giorgia Meloni al cimitero di Seul che onora i soldati caduti per la Nazione, in particolare durante la Guerra di Corea. Poi un punto stampa sul tema della Groenlandia e quindi l’incontro con le imprese italiane, in attesa del bilaterale con il presidente Lee Jae Myung. Dopo 19 anni un premier italiano torna a Seoul, a dimostrazione di una spiccata attenzione verso l’Indopacifico, per una serie di ragioni geopolitiche, economiche, commerciali (e anche personali).
Non è una novità il fatto che Giappone e Corea del Sud nelle logiche di Palazzo Chigi siano visti come due attori non solo affidabili, ma con cui rafforzare il livello delle relazioni di medio-lungo periodo. Si tratta ovviamente di un fazzoletto di mondo gravido di sfide e opportunità: accanto al macro tema geopolitica rappresentato dalle mire cinesi su Taiwan, spicca il link tra Mare Cinese e Mediterraneo e la questione delle terre rare accanto a chip e semiconduttori. Un paniere di temi altamente strategici che il capo del governo intende affrontare di petto, a maggior ragione dopo l’uscita dell’Italia dalla Via della Seta, senza dimenticare un elemento di supporto oggettivo: le società giapponesi e sudcoreane presentano numerose affinità con l’Italia sotto molteplici punti di vista (economici, commerciali e demografici), oltre a condividere i medesimi valori.
LO SHOWROOM HIGH STREET ITALIA
Il made in Italy a quelle latitudini è particolarmente apprezzato, ciò si trasforma in potenziali nuove opportunità legate al nostro export che può contare su questo valore aggiunto rispetto alla produzione di altri paesi. Le filiere interessate sono la moda, la pelletteria, il calzaturiero, il settore alimentare e vitivinicolo, senza dimenticare l’interior design. A proposito di prodotti e fiere, a Seoul nel 2019 ha visto la luce l’High Street Italia, uno showroom di quattro piani aperto in una delle zone più frequentate dello shopping della capitale, nella Garosu-gil, che rappresenta una vetrina per le aziende italiane che qui possono presentare la vasta gamma dei propri prodotti al mercato coreano. Realizzato dall’ICE col supporto del Ministero dello Sviluppo Economico e in collaborazione con l’ambasciata d’Italia, l’iniziativa rientra nel piano più generale della promozione straordinaria del Made in Italy nella Corea del Sud, che include anche della diffusione di cultura e lifestyle italiani
Le relazioni tra Roma e Seoul sono iniziate nel 1884 e hanno visto da poco il 140° anniversario, celebrato con un Anno dello Scambio Culturale. A tal fine infatti lo scorso 26 giugno l’ambasciata in Italia della Corea del Sud ha illuminato il Colosseo per celebrare le relazioni diplomatiche con Italia.
IL RUOLO DELLA COREA DEL SUD
Oltre a essere un player mondiale nel campo dell’innovazione tecnologica, la Corea è famosa in tutto il mondo anche per la cultura popolare legata a videogiochi, gruppi musicali e film. Settori spesso sottovalutati ma che possono contribuire, in nome della soft diplomacy, a rafforzare intese e cooperazioni. Cultura, conoscenza e qualità sono i tratti in comune tra i due paesi. La Corea del Sud incamera l’1% dell’export italiano per un valore di oltre 5 miliardi di euro, è il terzo mercato in Asia.
Corea del Sud fa rima con semiconduttori, per questa ragione il governo pensa di fare un ulteriore passo in avanti con la costruzione di una fonderia da 3 miliardi di dollari per incrementare la produzione e quindi confermare la propria posizione di leader globale nel settore dei chip grazie a marchi come Samsung Electronics e SK Hynix.
(Foto: Governo.it)
“L’Italia è perfettamente consapevole di quanto questa regione del mondo rappresenti un quadrante strategico negli equilibri globali, e intende continuare a fare la propria parte per preservare l’Artico come area di pace, cooperazione e prosperità”. Questo il punto centrale del messaggio inviato dalla premier Giorgia Meloni alla conferenza di presentazione del documento dedicato alla Politica Artica Italiana in cui si indicano le linee strategiche che il nostro Paese intende seguire, come osservatore nel Consiglio Artico, sostenitore del diritto internazionale del mare e membro della Ue e della Nato.
La posizione italiana ha radici antiche che risalgono alle missioni di esplorazione scientifica del secolo scorso ed all’adesione al Trattato delle Svalbard. L’accordo del 1920 contiene infatti clausole che, nel riconoscere la sovranità della Norvegia, stabiliscono il suo impegno a preservare l’ambiente naturale, non installare basi navali e fortificazioni, favorire la ricerca scientifica, consentire la presenza delle Parti contraenti.
Il regime di smilitarizzazione delle Svalbard è ritornato di attualità ora che la Russia ne pretende il rispetto. Esso va però inteso nella sua giusta accezione: non rinuncia ad esercitare difesa e deterrenza nell’Arcipelago da parte della Norvegia (e della Nato) ma impegno a non farne un uso offensivo. Questa è proprio la chiave per comprendere il senso della politica italiana che considera l’Artico “regione strategica, dove si intrecciano economia, ambiente, ricerca, energia e – oggi più che mai – sicurezza e difesa”. Ma l’aderenza della visione del nostro Paese alla realtà del Grande Nord è confermato da altri elementi.
Mentre per il territorio antartico esiste uno specifico trattato che ne stabilisce l’uso per fini pacifici proibendo appropriazioni di aree, installazioni e manovre militari, l’Artico non è governato da alcuno specifico accordo. Ad esso, si applica infatti l’ordinario diritto del mare come specifica la Dichiarazione di Ilulissat (Groenlandia) del 2008: il testo esprime la visione dei Paesi fondatori del Consiglio Artico, Canada, Danimarca, Norvegia, Russia e Stati Uniti (da notare che la Cina strumentalmente si definisce “Near-Arctic State”).
Nell’Oceano Artico gli Stati costieri sono quindi titolari di diritti nelle aree di piattaforma continentale e Zee come accade in altri regioni marine; sotto i ghiacci del Polo ci sono invece spazi di mare libero. I Paesi artici e quelli come l’Italia che hanno lo status di “osservatori” nel Consiglio si sono tuttavia impegnati a cooperare tra loro per la protezione del fragile ecosistema marino.
Ecco quindi che considerare l’Artico una zona di pace è un’esigenza connessa alla tutela degli habitat, ad evitare i rischi di inquinamento della navigazione commerciale e dello sfruttamento incontrollato delle risorse. Questo, in linea con la Convenzione del diritto del mare del 1982 che stabilisce l’uso pacifico dei mari come bene comune.
Non a caso l’Italia vede nella Norvegia il suo partner ideale per realizzare la sua strategia (come dichiarato anche da Eni): Oslo interpreta infatti al meglio i principi di cooperazione pacifica nel campo ambientale, scientifico ed economico che dovrebbero garantire la tutela degli spazi artici.
Ma che dire della Russia che sin dal tempo degli Zar considera l’Artico uno spazio che le appartiene sino al Polo come prolungamento delle terre emerse? E come non temere la sua massiccia militarizzazione delle coste e dei mari adiacenti o il controllo navale della Rotta a Nord Est (ora Northern Sea Route) che attraversa la sua Zee? Naturale quindi che Il sostegno italiano alla presenza della Nato nell’Artico vada visto come misura per “prevenire tensioni, preservare la stabilità e rispondere alle ingerenze di altri attori”.
La minaccia militare russa nell’Artico è una realtà incontestabile, non foss’altro perché Mosca deve difendere nel Circolo Polare Artico un enorme sviluppo costiero di circa 25.000 km. con risorse naturali ricchissime. È bene ricordare che nel momento in cui l’ex Urss si stava dissolvendo, Gorbashev lanciò nel 1987, con la Murmansk Initiative, una serie di proposte per fare dell’Artico una zona denuclearizzata e demilitarizzata. Non si trattava però di un piano di pace. A Mosca interessava soltanto allontanare dalle regioni polari le Forze occidentali sì da farne un proprio mare chiuso.
Con lo scioglimento dei ghiacci le zone polari si stanno ora aprendo alla navigazione internazionale ed alla competizione energetica: tra non molto sarà inevitabile per l’Occidente confrontarsi con la Russia per l’uso pacifico e condiviso dell’Artico.
Pragmatismo è, anche o soprattutto, capire i tempi della politica e delle crisi in atto. Quando Giorgia Meloni da Seoul dice che solo senza escalation si va (tutti) a dama in Groenlandia, chiede in primis di abbassare i toni, avviare una discussione “tra di noi” e usare il “luogo” della Nato al fine di lavorare insieme per rispondere a una preoccupazione che “ci coinvolge tutti”. Ovvero che attori ostili possano avere la meglio su un interesse comune.
In questo senso va letta, secondo la presidente del Consiglio, la volontà di alcuni Paesi europei di essere parte attiva all’interno di un progetto che miri ad una maggiore sicurezza in Artico, anche con l’invio di truppe. Inoltre dice chiaramente ciò che pensa sui dazi (“un errore”). Ma su questo secondo elemento secondo Meloni c’è stato un problema di comprensione e di comunicazione. Per cui il primo messaggio che giunge dalla Corea del Sud è fermare tutte quelle azioni che potrebbero innescare un quadro di altissima tensione e, piuttosto, avviare un dialogo costruttivo per meglio comprendere i parametri di analisi e di azioni. Il tutto tenendo ben presente un passaggio che, secondo Meloni, è nevralgico: da parte americana c’è la preoccupazione per l’eccessiva ingerenza esterna su una zona strategica e, al contempo, da parte europea vi è la volontà di contribuire ad affrontare questo problema. Per cui, è il sunto dell’analisi, si può e si deve trovare un punto di incontro tra Ue e Usa.
Un problema che investe, gioco forza, i destini europei per una serie di ragioni geopolitiche come emerso due giorni fa dalla presentazione da parte del governo di Roma del corposo documento programmatico sull’Artico, che vuole definire un percorso progettuale tramite il rafforzamento dell’impegno italiano nella regione. Sull’ipotesi di una possibile partecipazione militare italiana come segnale di unità con gli europei alla missione nell’isola Meloni fuga ogni dubbio: “Ora è prematuro parlarne perché sto lavorando per cercare di abbassare la tensione e di tornare al dialogo”.
Per questa ragione la premier ha parlato al telefono con Donald Trump (“al quale ho detto quello che penso”) e ho con il segretario generale della Nato (“che mi conferma un lavoro che l’Alleanza Atlantica sta iniziando a fare da questo punto di vista”). Ma non finisce qui, dal momento che ci sarà anche un contatto tra leader europei in occasione di una riunione a livello di Coreper dell’Unione europea. C’è anche spazio per una precisazione a uso interno quando Meloni spiega per l’ennesima volta che non c’è un problema politico con la Lega sui nuovi dazi annunciati da Trump contro i Paesi che hanno inviato truppe in Groenlandia.
Meloni cita la postura del premier finlandese, Alexander Stubb, che ha specificato come tra alleati serva dialogo e non pressioni. Il riferimento è alla necessità di un’azione coordinata dagli alleati al fine di ribadire “i principi dell’integrità territoriale e della sovranità”. La costante del ragionamento di Meloni tocca un caposaldo della strategia euro-atlantica, ovvero il ruolo della Nato: è solo quello “il luogo nel quale noi dobbiamo cercare di organizzare insieme strumenti di deterrenza verso ingerenze che possono essere ostili”. Il fatto che la Nato abbia cominciato a lavorare in tale direzione è certamente una buona notizia.
“Ho sentito il presidente americano Donald Trump ed ho espresso le mie perplessità”, dice questa mattina la presidente del Consiglio Giorgia Meloni in un momento di particolare tensione nelle relazioni tra Stati Uniti ed Europa attorno al dossier “Groenlandia”. Il messaggio, che arriva dalla Corea del Sud, chiede di evitare l’escalation abbassando i toni. Un lavora che l’Italia sta cercando di spingere anche in sede Ue.
La convocazione di una riunione straordinaria degli ambasciatori dell’Unione Europea nel tardo pomeriggio di oggi, domenica 18 gennaio, per valutare una risposta coordinata all’annuncio statunitense di nuove tariffe contro alcuni Paesi membri, segna l’ingresso della crisi sulla Groenlandia in una nuova fase. Non più soltanto uno scontro retorico o una disputa diplomatica, ma un dossier che incrocia commercio, sicurezza economico (e non solo) e coesione transatlantica, costringendo Bruxelles a una risposta “intelligente, coordinata e possibilmente non ulteriormente incendiaria” a Washington, dice una fonte dai corridoio europei.
Il detonatore è stato l’annuncio di Trump, che sabato ha fatto sapere che nuovi dazi colpiranno una serie di Paesi alleati – tra cui Francia, Germania, Danimarca e Regno Unito – accusati di aver rafforzato la propria presenza militare in Groenlandia come forma di deterrenza contro gli Stati Uniti. Una misura che riapre una frattura commerciale che l’Europa riteneva superata dopo la tornata di dazi di inizio presidenza, e che collega esplicitamente il terreno economico a quello strategico, nel momento in cui l’Artico torna a essere uno spazio di competizione crescente e la Groenlandia gioca un ruolo per l’asse transatlantico e per il Western Hemisphere che Trump intende proteggere come missione identitaria della “sua” National Security Strategy.
Da Bruxelles, il presidente del Consiglio europeo, António Costa, ha parlato della necessità di una risposta comune, ribadendo che l’Unione europea difenderà il diritto internazionale e l’integrità territoriale dei suoi Stati membri – nel caso la Danimarca, che p sovrana sulla Groenlandia. La presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, ha avvertito che una spirale tariffaria rischia di danneggiare la prosperità condivisa e di indebolire il fronte occidentale, messaggio arrivato anche della Hr/Vp Kaja Kallas, che ha citato esplicitamente Cina e Russia come i favoriti dalle divisioni transatlantiche. Diversi leader europei hanno sottolineato come la sicurezza della Groenlandia possa e debba essere affrontata all’interno dei meccanismi Nato, che racchiude sia gli Usa che diversi Paesi europei.
Il dato politico, tuttavia, va oltre la contingenza. La riunione degli ambasciatori segnala che la questione groenlandese non è più un tema periferico, ma un banco di prova per la capacità dell’Occidente di gestire divergenze strategiche senza trasformarle in crisi sistemiche. È su questo crinale – tra deterrenza, dialogo e interessi divergenti – che si gioca ora la partita più delicata.
Sul piano analitico, la narrativa che giustifica un cambio di status dell’isola regge poco. Come ha osservato Richard Fontaine, Ceo del Anas, la Groenlandia non è un dossier intrinsecamente complesso: lo diventa solo se lo si carica di obiettivi che esulano dalla realtà dei fatti. Gli Stati Uniti dispongono già, grazie agli accordi con la Danimarca, di ampi margini operativi in termini di basi, tra radar e presenza militare di ogni possibile genere. La difesa dell’Artico e il monitoraggio delle attività di Cina e Russia possono essere rafforzati senza bisogno di “possedere” il territorio, spiega l‘esperto americano. L’idea che la sicurezza richieda l’annessione statunitense, o che la deterrenza passi dall’invio simbolico di piccoli contingenti multinazionali come quelli europei, finisce per produrre l’effetto opposto: politicizzare e radicalizzare un dossier che potrebbe essere gestito in modo pragmatico.
Anche l’argomento secondo cui la Groenlandia rischierebbe di “cadere” sotto l’influenza di potenze rivali appare debole se non accompagnato da scelte coerenti. Secondo Fontaine, se davvero Mosca e Pechino rappresentassero una minaccia imminente, la risposta più lineare sarebbe rafforzare i dispositivi esistenti e il coordinamento Nato, non aprire un contenzioso politico con Copenaghen e con gli alleati europei. Le alleanze, ragiona, si fondano proprio sulla difesa reciproca di territori che non si possiedono: è questa la logica che ha retto l’ordine post-1945 e che continua a garantire stabilità.
Un’ulteriore chiave di lettura arriva dall’intervista pubblicata sabato dal Corriere della Sera con protagonista l’ex ambasciatrice statunitense in Danimarca Carla Sands. Sands, forte della sua esperienza diretta sul dossier groenlandese e attualmente nel team dell’America First Policy Institute, ha ricordato come l’interesse americano sia legato soprattutto alla sicurezza e alle risorse strategiche, non a una conquista formale. Le sue parole aiutano a distinguere tra l’obiettivo sostanziale – evitare che l’isola finisca sotto un’influenza ostile di Cina o Russia – e la retorica che rischia di irrigidire le posizioni. In questo senso, l’accento posto sul possibile percorso di lungo periodo verso una maggiore autonomia groenlandese suggerisce che il nodo non sia “a chi appartiene” il territorio, ma come garantirne stabilità e sviluppo senza forzature.
È in questo spazio che si inserisce la posizione italiana, improntata a responsabilità e controllo, con le perplessità espresse da Meloni. Durante la presentazione del Documento strategico sull’Artico, il 16 gennaio 2026, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha messo in guardia contro approcci frammentati e simbolici, osservando che l’idea di piccoli contingenti europei dispiegati sull’isola non somiglia a una strategia credibile. Il punto, ha sottolineato, è tenere unito il mondo occidentale e preservare il quadro di cooperazione. A posteriori, quelle parole suonano quasi profetiche: il giorno dopo, l’annuncio dei dazi americani contro quei contingenti ha mostrato quanto rapidamente una gestione muscolare possa produrre contraccolpi politici ed economici.
Il paradosso è che entrambe le strade estreme – l’idea di “conquistare” la Groenlandia e quella di usarla come palcoscenico per segnali di deterrenza – finiscono per alimentarsi a vicenda. Il rischio è che l’una legittimi l’altra, in una dinamica che favorisce solo gli attori interessati a dividere l’Occidente. Fonti diplomatiche spiegano che la via d’uscita è più sottile, ma anche più realistica: un dialogo strutturato che consenta a Washington di rivendicare un rafforzamento della sicurezza artica, e a Trump di ottenere “qualcosa che possa essere raccontato come una vittoria”, e all’Europa di mantenere lo status quo, garantendo al tempo stesso che l’isola resti saldamente ancorata allo spazio euro-atlantico.
In quest’ottica, il compromesso non è una resa, ma uno strumento politico. Permette a Trump di presentare un risultato tangibile al proprio elettorato – maggiore attenzione all’Artico, più investimenti in sicurezza, tagliare fuori i rivali dell’emisfero occidentale – e agli europei di evitare una deriva che metterebbe in discussione sovranità e alleanze cruciali come quella con gli Usa. La Groenlandia è strategica, e proprio per questo va sottratta alla logica della provocazione. Meno benzina sul fuoco, più diplomazia: è l’unico modo per spegnere una scintilla prima che diventi crisi.
Il rischio del confronto è anche racchiuso nel messaggio che emerge da alcuni recenti sondaggi, come quello di Ecfr. Gli scontri – verbali, postulali, pratici – legati alle posizioni complicate prese da Trump rischiano di allontanare le opinioni pubbliche europee dagli Stati Uniti, con un riflesso ancora più problematico: creare spazi dove la narrazione e la disinformazione cinese si nuove per piegare gli europei e altri alleati statunitense verso Pechino.
La politica estera è spesso complessa, stratificata, ambigua. La Groenlandia, no. È da questa premessa che parte Richard Fontaine, Ceo del Center for New American Security di Washington, analizzando punto per punto le argomentazioni circolate a Washington e Bruxelles sull’idea che gli Stati Uniti debbano prendere il controllo dell’isola artica. Non per minimizzare la sua importanza strategica, ma proprio per ricondurla a una dimensione realistica, la lettura di Fontaine è lucida e soprattutto aggiornata con le discussioni sia a DC che tra i corridoio Ue.
Il primo nodo riguarda la difesa americana. Secondo Fontaine, è innegabile che la Groenlandia sia rilevante per la sicurezza degli Stati Uniti: radar, basi, sistemi di allerta precoce e, oggi, anche l’architettura di difesa missilistica rientrano pienamente nell’equazione. Ma da qui a sostenere che Washington debba possedere il territorio, il salto logico è enorme. Gli Stati Uniti, ricorda, possono già fare praticamente tutto ciò che desiderano sul piano militare senza esercitare alcuna sovranità diretta. L’accordo di difesa firmato con la Danimarca nel 1951 – e aggiornato nel 2004 – consente presenza militare, infrastrutture e operazioni. La sicurezza, dunque, non richiede annessione.
La seconda argomentazione che Fontaine contesta è quella dell’urgenza geopolitica: la Groenlandia sarebbe sul punto di cadere sotto l’influenza di Russia o Cina, e gli Stati Uniti dovrebbero intervenire prima che sia troppo tardi. Qui l’analisi diventa quasi banale nella sua semplicità. Se davvero esistesse una minaccia imminente – ipotesi che Fontaine giudica infondata – la risposta più logica sarebbe rafforzare la presenza americana. Un tempo, sull’isola stazionavano fino a 10.000 soldati statunitensi; oggi sono circa 200. Se la preoccupazione è reale, perché non partire da lì?
Il terzo punto riguarda la dimensione marittima. Se navi russe e cinesi stessero realmente “brulicando” intorno alla Groenlandia, osserva Fontaine, la Marina statunitense avrebbe piena capacità di pattugliare l’area in modo massiccio e immediato. Non lo sta facendo. Anche questo dato suggerisce che la narrativa dell’assedio non corrisponde ai fatti operativi.
Segue poi uno degli argomenti più evocativi, ma anche più fragili: “Non si difendono i territori che si affittano”. L’idea è che, anche concedendo pieno accesso militare, esisterebbe una differenza qualitativa tra possesso e uso. Fontaine liquida questa impostazione come una versione caricaturale delle relazioni internazionali – la teoria secondo cui “nessuno lava un’auto a noleggio”. Nella realtà, spiega, gli Stati Uniti difendono costantemente territori che non possiedono. È il senso stesso delle alleanze. Washington ha appena difeso Israele; difende Paesi Nato; nessuno di questi è territorio americano.
Il quinto passaggio è forse il più delicato sul piano politico: l’idea che la Danimarca sia un cattivo alleato e che, per questo, dovrebbe cedere la Groenlandia. Fontaine ribalta completamente la prospettiva. La Danimarca, ricorda, è stata un alleato esemplare. In Afghanistan, in proporzione alla popolazione, ha subito perdite superiori a quelle di molti altri partner. In altre parole, i danesi hanno combattuto per la sicurezza americana, pur non possedendo alcun territorio degli Stati Uniti.
C’è poi la dimensione ideologica, quella che richiama un nuovo “destino manifesto”. L’idea di un’America naturalmente espansiva, destinata ad allargarsi incorporando nuovi territori. Qui Fontaine richiama un principio cardine dell’ordine internazionale post-1945: il divieto di acquisizione territoriale tramite coercizione. L’Iraq non può prendersi il Kuwait, la Russia non può avere l’Ucraina, il Canada non diventa il 51° Stato. E, allo stesso modo, gli Stati Uniti non possono costringere la Groenlandia a entrare nella propria orbita sovrana. Il mondo in cui la conquista è la norma, avverte, è il mondo della legge della giungla.
Infine, l’ultima ipotesi: tutto questo non sarebbe reale, ma semplice trolling politico nei confronti di alleati europei eccessivamente nervosi. Anche questa lettura viene respinta. Anche se fosse solo provocazione, resta una distrazione significativa dai dossier che dovrebbero occupare il centro dell’agenda transatlantica: Russia, Ucraina, Iran, Cina. E soprattutto mina un bene strategico fondamentale: la fiducia degli alleati nella parola e nelle intenzioni americane.
Fontaine torna così al punto di partenza. Molte questioni di politica estera sono difficili. La Groenlandia non lo è. È diventata tale solo perché è stata trasformata artificialmente in una crisi. E, conclude, prima questa crisi costruita svanisce, meglio è per tutti.













Della guerra civile ibrida scatenata dal movimento Maga negli Stati Uniti possiamo ragionevolmente ipotizzare qualunque esito, tranne quello che porti a un onorevole compromesso, a mezza strada tra trumpismo e anti-trumpismo e da cui sortisca un’America pacificamente double face: un po’ meticcia e un po’ razzista, un po’ democratica e un po’ dispotica, un po’ libera e un po’ no, un po’ rule of law e un po’ rule of power.
Il mein kampf trumpiano ha obiettivi dichiarati e una strategia definita per vendicare il pervertimento dell’ideale e il tradimento del blut und boden americano. Anche quando sembra che deliri – e magari anche quando delira veramente – Donald Trump non esagera mai. Non dice mai niente di diverso da quello che farebbe, se potesse e niente di meno di ciò che comunque proverà a fare.
Non c’è nessuna differenza tra il suo programma e la sua propaganda, perché la sua propaganda è il suo programma, la sua violenza verbale è la violenza materiale dei suoi ordini e perfino la sua faccia si specchia in quella degli sgherri mandati a terrorizzare e a sparare in Minnesota e ovunque ci si ribelli alla voce del padrone.
Vuole la soluzione finale della questione occidentale, cioè dell’equivoco di quell’alleanza euro-atlantica, che assegnerebbe agli Usa più oneri che vantaggi, depredandola dei frutti della sua grandezza, a beneficio di alleati immeritevoli, meschini e parassitari.
Pretende la completa liberazione dalla schiavitù di quei feticci – lo stato di diritto, la società aperta, la divisione e limitazione dei poteri, la cooperazione internazionale – che debilitano o usurpano la potenza americana, imbrigliandola in una rete di doveri e divieti ingiustificati.
Esige di ripulire l’America di tutti gli immigrati, cittadini o non cittadini, che non siano discendenti o emuli degli immigrati originari o non ne accettino la primazia, secondo una logica di cui i trend demografici statunitensi (tra meno di vent’anni i bianchi non ispanici saranno meno del 50 per cento della popolazione) escludono nel medio periodo la stessa compatibilità con il principio democratico.
All’America Maga tutto ciò che è stato alla base dello straordinario successo americano – a partire dal controllo di tutti i driver tecnologici, economici e culturali dei mercati globali – appare come una minaccia mortale. E i satrapi digitali che surfano sulla cresta di quest’onda vandeana accarezzano il sogno di guadagnare dall’onnipotenza di un nuovo imperatore ciò che fino ad oggi hanno incassato dall’irresistibile soft power a stelle e strisce e da un ecosistema giuridico, economico e civile in via di completo smantellamento.
Certo in America ancora resiste, sempre più sgretolata o paralizzata, una resistenza istituzionale e sociale all’esercizio di un potere puramente autoritario, ma in un sistema di checks and balances concepito per prevenire gli abusi, non per neutralizzare un eversore alla Casa Bianca.
Gli Usa non sono solo il campo di battaglia della nuova guerra civile americana, ma anche della guerra civile dell’Occidente, di cui Trump vuole fare ciò che da più di dieci anni Putin prova a fare dell’Ucraina: una terra di manovra, di ventura e di conquista, una realtà politica da asservire e di cui distruggere l’identità morale, prima ancora di quella politica.
Anche nelle forme, la guerra ibrida trumpiana contro l’Occidente è a immagine e somiglianza di quella putiniana: non ha solo l’obiettivo di piegare le resistenze morali e materiali dell’aggredito, diffondendo terrore, confusione e sfiducia sulle reali possibilità di resistere alla soverchiante forza dell’aggressore, ma anche di giustificare l’aggressione come un atto di cui, secondo un vero criterio di giustizia, pure gli aggrediti dovrebbero riconoscere la legittimità o addirittura la necessità storica.
Oggi la Russia non ha solo l’obiettivo di ripristinare il Lebensraum post-sovietico e recuperare le posizioni perse dopo il crollo del Muro di Berlino, ma in primo luogo quello di persuadere l’opinione pubblica europea che questa pretesa ha un fondamento in una dottrina coerente con un sano principio di realtà e razionalità politica, da cui è lecito attendersi in termini di pace e prosperità molto più di quanto potrà mai assicurare agli Stati europei e ai suoi cittadini lo scontro con il Cremlino.
Allo stesso modo, Trump non vuole solo estendere la sovranità degli Usa ovunque arrivi il tiro dei suoi cannoni, ma vuole persuadere gli ex alleati occidentali che questa è per loro una migliore condizione di sicurezza, oltre che di più generosa benevolenza da parte dell’imperatore americano.
L'articolo Donald Trump vuole fare dell’Occidente quel che Putin vuole fare dell’Ucraina proviene da Linkiesta.it.

Negli Stati Uniti non passa giorno senza che si parli dell’Ice, l’agenzia federale per il controllo dell’immigrazione e delle frontiere (Immigration and Customs Enforcement). Se ne parla per i metodi violenti, per i rastrellamenti nelle città, per gli arresti e le espulsioni di migranti irregolari, per le campagne di reclutamento e per l’enorme budget a disposizione. Da quando Donald Trump è tornato alla Casa Bianca per un secondo mandato, un anno fa, l’Ice è diventata una presenza costante nel dibattito pubblico e nella cronaca quotidiana.
Il 2026 si è aperto con un caso che ha acceso proteste e polemiche in tutto il Paese: l’omicidio a Minneapolis, in Minnesota, di Renee Nicole Good, uccisa da un agente durante un’operazione in strada. Secondo la versione ufficiale dell’agenzia, Good avrebbe tentato di investire l’agente con la sua auto, costringendolo a sparare per legittima difesa. Ma questa ricostruzione è stata contestata dai testimoni e smentita anche da diversi video.
Prima ancora che emergessero elementi incriminanti, l’amministrazione Trump è corsa a difendere l’agente. Il presidente e la sua cerchia ristretta hanno descritto la vittima come una criminale e l’agente come un eroe, ribadendo che l’uso della forza era giustificato. La medaglia per la dichiarazione più inquietante l’ha vinta il vicepresidente J.D. Vance, il quale ha assicurato che l’agente gode di «immunità assoluta» per aver «semplicemente fatto il suo lavoro». Ma tutto il Dipartimento per la Homeland Security (la Sicurezza Interna) ha fatto quadrato promettendo agli agenti che nessuna autorità locale, statale o politica potrà impedirgli di svolgere i loro compiti.
È in questo contesto di totale legittimazione politica che bisogna leggere anche le recenti iniziative dell’Ice, non solo nelle operazioni di polizia, ma nella più ampia strategia di reclutamento e mobilitazione.
Lo scorso 3 gennaio, mentre il mondo guardava l’incursione degli Stati Uniti in Venezuela, l’Ice annunciava di aver reclutato più di dodicimila nuovi agenti in poco meno di un anno. «Con questi nuovi patrioti nel team, saremo in grado di realizzare ciò che molti considerano impossibile e di mantenere la promessa del presidente Trump di rendere l’America di nuovo sicura», ha scritto il Dipartimento della Homeland Security nel suo comunicato. È un aumento del centoventi per cento della forza lavoro totale dell’agenzia. Una crescita smisurata e senza precedenti. Peraltro condizionata da grossi incentivi: i nuovi contratti prevedono un bonus di cinquantamila dollari alla firma e fino a sessantamila dollari per ripagare i debiti studenteschi.
Per trovare nuovi agenti, l’Ice ha abbassato le barriere all’ingresso: ha aumentato l’età massima per fare richiesta, ha tagliato i tempi di addestramento da tredici a otto settimane, e le nuove reclute vengono subito portate in strada anche se non hanno ricevuto una formazione adeguata. Eppure si tratta di un’agenzia che fornisce ai propri dipendenti maschere, equipaggiamento antisommossa e pistole semiautomatiche SIG Sauer P320 (ma presto inizieranno a equipaggiare delle Glock 19). Non è materiale da affidare a chiunque.
Nei post diffusi sui social per il reclutamento l’enfasi va proprio sulla semplicità con cui un cittadino americano può entrare nell’Ice. «Servite il vostro Paese! Difendete la vostra cultura! Non è richiesta una laurea triennale!», scrive un utente nei commenti al post su X.
Non è escluso che una campagna di assunzione così massiccia e rapida abbia portato nell’agenzia rappresentanti di gruppi suprematisti e neonazisti che gravitano attorno al movimento Make America Great Again a sostegno di Trump. Da giorni i Democratici interrogano Kristi Noem, Segretaria per la Homeland Security, su quanti dei nuovi volti dell’Ice abbiano ricevuto la grazia da Trump un anno fa – quasi tutti condannati per l’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021. Per ora non c’è mai stata una risposta chiara.

L’Ice ha moltiplicato le sue attività nell’ultimo anno grazie a uno stanziamento di fondi fuori scala rispetto alle altre agenzie federali. Il bilancio annuale dell’Ice è di una decina di miliardi di dollari, a cui però si sono aggiunti i settantacinque miliardi in quattro anni (su un totale di 165 destinati a tutto il Dipartimento della Homeland Security) del “One Big Beautiful Bill”. Così è diventata l’agenzia più ricca degli Stati Uniti, più dell’Fbi o della Dea, con un budget annuale totale di circa 27,7 miliardi di dollari.
Di quei settantacinque miliardi stanziati, quarantacinque sono destinati a creare centri di detenzione per aggiungere ottantamila nuovi posti. I restanti trenta miliardi servono per le assunzioni, le operazioni di espulsione e all’ammodernamento delle strutture e delle tecnologie informatiche.
L’Immigration and Customs Enforcement è un’agenzia giovane. È nata nel 2003 per svolgere indagini legate al terrorismo e alla criminalità transnazionale. Solo col tempo il suo baricentro si è spostata verso l’immigrazione irregolare, fino a diventare progressivamente lo strumento operativo privilegiato delle politiche di espulsione. Ma non era mai stata al centro della scena politica.
Con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, l’Ice ha assunto un protagonismo inedito. Nel 2025, secondo i dati diffusi dall’amministrazione, cinquecentomila persone sono state espulse dal Paese – e i numeri reali potrebbero essere anche più alti.
A colpire l’opinione pubblica è la brutalità di certe operazioni. Rastrellamenti urbani, arresti sul luogo di lavoro, retate in scuole e chiese, persone ammanettate in strada. In alcuni casi sono stati fermati per errore anche cittadini statunitensi. Guardando foto e video dell’Ice in servizio sembra di assistere a scene di guerriglia urbana. Con gruppi di uomini armati in giro per le strade, apparentemente senza regole da rispettare. Solo un’eccessiva libertà di azione su mandato diretto del presidente.

Formalmente l’Ice resta vincolata a linee guida che prescrivono l’uso minimo della forza e la de-escalation. Ma nella pratica, come dimostrano episodi come quello di Minneapolis, il messaggio politico che arriva dall’alto va in direzione opposta. Le inchieste giudiziarie faticano a tenere il passo delle operazioni, i ricorsi legali sono limitati, e diversi Stati federali hanno iniziato a contestare in tribunale la presenza massiccia di agenti sui loro territori, denunciandone l’incostituzionalità. È il segno di una frattura ormai aperta tra il potere centrale e le autorità locali.
Donald Trump sta costruendo una forza che risponde prima di tutto a lui e ai suoi collaboratori più fedeli. Nell’ultimo anno, l’Ice è sembrata sempre meno a un’agenzia federale tradizionale e sempre più una formazione paramilitare politicizzata. Non è una definizione folkloristica: l’Ice si comporta un apparato armato e finanziato ben più del dovuto, legittimato a operare in modo preventivo contro i nemici politici del presidente, protetto dall’alto da una promessa di immunità.
Sono i metodi dei peggiori regimi del pianeta. L’uso della forza come routine amministrativa, abusi di potere difesi pubblicamente dalla politica, perfino le vittime innocenti come Renee Nicole Good vengono delegittimate e screditate. È una strategia del terrore, rivolta non solo agli immigrati ma all’intera società americana sull’orlo di una guerra civile.
A questo punto non è escluso che Trump stia preparando il terreno anche in vista delle prossime scadenze elettorali. Ha già evocato l’uso massiccio delle forze federali in contesti di protesta e disordine, e pochi giorni fa ha lasciato intendere che se fosse per lui non ci sarebbero le elezioni di midterm. Forse l’Ice ha non è più soltanto la polizia dell’immigrazione, è il volto di un’America più dura, più militarizzata, e sempre meno democratica.
L'articolo La brutale polizia anti immigrazione è il vero volto dell’America di Trump proviene da Linkiesta.it.





