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Ricevuto oggi — 19 Gennaio 2026

Così il Tap dà una mano all’Ue per staccarsi dal gas russo

19 Gennaio 2026 ore 16:46

La nuova legge adottata a fine dicembre dall’Ue impone di proteggere gli interessi europei dall’uso delle forniture energetiche come arma da parte della Federazione russa. Per cui il gas naturale liquefatto russo è di fatto vietato dal primo gennaio, mentre le importazioni di gas da gasdotto verranno gradualmente eliminate entro il 30 settembre 2027. Tra le alternative spicca il gas portato in Europa dal Tap, il gasdotto che dall’Azerbaigian sbuca in Puglia, che è stato protagonista in questi giorni di un nuovo accordo per inviare gas in Austria e Germania. Una mossa che non solo aumenta il peso geopolitico di Tap e del governo di Baku (dove pochi giorni fa è stato in missione il viceministro degli esteri Edmondo Cirielli), ma si inserisce nella più ampia strategia europea di diversificazione delle forniture. E al contempo anche l’Italia è diventata un hub e un corridoio di transito energetico verso il nord, rafforzando in modo significativo la sicurezza energetica dell’Europa.

TAP VERSO AUSTRIA E GERMANIA

Entrando nel merito dell’iniziativa, la compagnia petrolifera statale azera Socar da questo mese invierà attraverso l’Italia ingenti volumi di gas ai mercati dell’Europa meridionale e centrale come Austria e Germania: l’accordo amplia ulteriormente la portata geografica del gas azero in Europa e al contempo porta a 16 il numero di paesi che acquistano gas azero. Il gas azero in Europa e Medio Oriente, dunque, offre la possibilità da un lato di ampliare il portafoglio di collaborazioni con acquirenti di diversi paesi e, dall’altro, di rafforzare ulteriormente la posizione dell’Azerbaigian come fornitore energetico affidabile.

Le forniture di gas dell’Azerbaigian all’Europa sono iniziate alla fine del 2020 attraverso il gasdotto Trans-Adriatico, il segmento europeo del Corridoio Meridionale del Gas, inizialmente in grado di trasportare 10 miliardi di metri cubi all’anno. Ma la capacità del Tap è espandibile fino a 20 miliardi di metri cubi all’anno e proprio per questa ragione nel luglio 2022, l’Azerbaigian e la Commissione Europea hanno raggiunto un accordo per raddoppiare le forniture di gas all’Europa entro il 2027. Finora Tap ha fornito all’Europa 54,3 miliardi di metri cubi di gas ed è stata una infrastruttura strategica quando, a seguito dell’invasione russa dell’Ucraina, è iniziata la cosiddetta crisi del gas. Socar però non si ferma e ha appena siglato con il gruppo ungherese MOL un accordo per l’esplorazione e la produzione nell’area di Shamakhi-Gobustan in Azerbaijan. MOL sarà al 65%, mentre Socar al 35%.

LA STERZATA DELL’UE

Che il distacco dal gas russo sia ormai irreversibile lo dimostrano i numeri forniti da Eurostat: nello scorso novembre l’Unione europea ha pagato il livello più basso degli ultimi cinque anni per le forniture di gas russo, sia via gasdotto sia sotto forma di gnl. Al momento il gasdotto TurkStream rappresenta l’unica rotta ancora operativa per le forniture di gas russo verso l’Europa. Adesso il gnl importato in Europa arriva principalmente da Usa e Qatar dal momento che l’import di gas russo è crollato del 29% su base annua, rappresentando ora il 12% totale tra gnl e gasdotto.

Più in generale il versante euromediterraneo è stato in grado di ridefinire le proprie politiche energetiche, tramite cavi sottomarini, gasdotti che si allacciano idealmente alla geopolitica e alleanze che mutano il loro peso specifico. Di fatto la nuova agenda energetica dei paesi che si affacciano sul Mediterraneo si muove nella consapevolezza che la contingenza della guerra in Ucraina ha cambiato scenari e parametri. E chi ha reagito in maniera sistemica, come l’Ue, ha di fatto investito nel medio-lungo periodo.

Meloni a Seoul, tutti gli accordi tra Italia e Corea

19 Gennaio 2026 ore 15:34

Se i tradizionali punti di forza dell’Italia come potenza scientifica si uniranno al Dna fondamentale della Repubblica di Corea come leader tecnologico, i due Paesi saranno in grado di generare grandi sinergie. Questo l’assunto usato dal presidente Lee Jae-Myung per raccontare l’oggi, ma soprattutto il domani, delle relazioni tra Roma e Seoul. La visita del presidente del consiglio Giorgia Meloni è un segnale molto chiaro che si accende su vari dossier: politica, geopolitica e relazioni industriali che si apprestano a vivere una stagione di profondità strategica su quattro direttrici di marcia, la cultura, l’intelligenza artificiale, i semiconduttori e i minerali essenziali.

Tre le priorità cerchiate in rosso da Meloni. In primis il partenariato economico e industriale, in ragione del fatto che la Corea è il primo mercato asiatico per l’export italiano in termini pro capite.

Dati che mettono in risalto sia il peso specifico del made in Italy sia l’alto potenziale in campi considerati dall’alto valore aggiunto. Gli investimenti reciproci con il sostegno all’internazionalizzazione delle imprese è anticamera anche per superare alcune barriere non tariffarie all’ingresso per i prodotti.

In secondo luogo Meloni parla di cooperazione per rendere le catene del valore più forti e più sicure, “in un’ottica di resilienza e sicurezza per le nostre economie”. Il riferimento è ai semiconduttori, che rientrano nel Memorandum siglato a Seoul tra i due leaders al fine di valorizzare i rispettivi know-how e potenziare le sinergie tra i sistemi industriali.

A supporto di ciò ecco il ruolo della ricerca scientifica, con il dialogo tra imprese, università e centri di ricerca che rappresenta una leva positiva per costruire una cooperazione nel medio-lungo termine. Cita la Banca Mondiale la premier, quando dice che l’80% della ricchezza delle nazioni più avanzate è immateriale, è cioè una ricchezza rappresentata dal sapere. Infine il coordinamento politico sui grandi temi internazionali, primo fa tutti l’IndoPacifico, la guerra in Ucraina, l’Africa, il Piano Mattei.

La visita è stata la prima di un primo ministro italiano in 19 anni, la prima di un leader europeo da quando Lee ha assunto l’incarico lo scorso giugno e la prima di un leader straniero da quando l’ufficio presidenziale è tornato a Cheong Wa Dae alla fine dell’anno scorso, ma due leader si erano già incontrati al vertice del G7 in Canada nello scorso giugno e a New York durante l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a settembre.

Nel breve periodo Meloni e Lee hanno concordato di rendere maggiormente costante il dialogo strategico, mettendo in cantiere un nuovo piano d’azione bilaterale per il 2026-2030 per guidare la cooperazione tra tra i due paesi. Anche lo sport è al centro delle future relazioni, promuovendo importanti eventi internazionali, tra cui i Giochi olimpici e paraolimpici invernali del 2026 a Milano e Cortina.

Ma non è tutto, perché dalla lontana Corea giungono gli echi di analisi e riflessioni su un altro tema molto controverso come l’Artico, che nelle ultime ore è stato al centro della telefonata tra la presidente del Consiglio italiana e il presidente degli Stati Uniti. Anche il governo tedesco ha espresso apprezzamento per la mossa, come spiegato dal portavoce dell’esecutivo di Berlino, Stefan Kornelius: “Quando molti Stati sono coinvolti in questo dibattito è sempre utile. La presidente del Consiglio italiana ha parlato anche con il presidente degli Stati Uniti. Questo è sempre molto utile”.

Ricevuto ieri — 18 Gennaio 2026

Terre rare, chi tifa per dividere Usa e Ue?

18 Gennaio 2026 ore 16:29

Un altro motivo per cui l’Ue deve accelerare su materie prime e terre rare è che a Cina non si ferma nel suo progetto di restare monopolista mondiale. Infatti il gigante dell’acciaio Baowu riceve per la prima volta minerale di ferro dalla Guinea, tramite una spedizione dalla miniera di Simandou: un fatto che segna un passo strategico per la sicurezza energetica della Cina, ma che al contempo testimonia (una volta di più) tutta la difficoltà del vecchio continente di farsi autonomo quanto ad approvvigionamento. Anche in questo senso vanno lette le relazioni del governo Meloni in aree altamente strategiche come Corea del Sud e Taiwan, “dense” di materie prime e elementi come i semiconduttori che sono vitali per le imprese italiane.

Il più grande investimento minerario realizzato in Africa riguarda il progetto realizzato in collaborazione tra il governo guineano e il consorzio Winning Consortium Simandou, Baowu, Chinalco e Rio Tinto. Si tratta di 600 chilometri di ferrovia transguineana e nuove infrastrutture portuali che consentiranno di esportare fino a 120 milioni di tonnellate di ferro all’anno. Ma al di là del singolo progetto in questione spicca il dato, generale e geopolitico, dato dalla forte volontà di Pechino di restare in cima alla classifica mondiale: i diciassette metalli che compongono le terre rare sono di fatto nelle mani di Pechino, ovvero i lantanidi e lo scandio che possono essere utilizzati in vari ambiti industriali, tutti strategici per le economie mondiali.

Il ritardo accumulato dall’Ue, sommato ad una regolamentazione asimmetrica, è un dato oggettivo su cui si stanno concentrando le iniziative di alcuni governi come quello di Roma che hanno compreso come tale gap sia deleterio per il futuro stesso della sopravvivenza di interi comparti industriali. Non bisogna dimenticare, infatti, che un caccia F-35 contiene centinaia di chili di terre rare e al contempo missili, radar, satelliti e sistemi di comunicazione sono fatti con leghe ad hoc derivate dalle terre rare, di cui la Cina detiene l’80% delle miniere mondiali. La Cina a partire dagli anni ’80 ha avviato quella che è stata ribattezzata la “dittatura monopartitica” sull’investimento nell’estrazione e nella capacità di lavorazione. E il vantaggio cinese nel settore non è dato esclusivamente dalla dotazione di risorse, ma dalla sua capacità di integrare estrazione, lavorazione e produzione su larga scala.

Al momento altri giacimenti significativi esistono negli Stati Uniti, in Australia, in Brasile, in India e anche nell’Artico. Per cui gli Stati Uniti e i suoi alleati lavorano per stemperare il predominio di Pechino che, di fatto, stringe la morsa cinese sulle terre rare: la prima iniziativa messa in campo è quella di accelerare i progetti sulle terre rare e diversificare la loro fornitura in risposta alle restrizioni alle esportazioni della Cina. Ma non è facile, anche perché tra gli alleati degli Usa non mancano Paesi molto contigui al regime cinese.

Pochi giorni fa a Washington si è tenuto un vertice con i ministri delle finanze del G7 e altri alleati, tra cui Australia, India, Corea del Sud e Ue, per affrontare le vulnerabilità nella catena di approvvigionamento delle terre rare. Un altro momento in cui assumere la consapevolezza che, al di là delle singole mosse della Casa Bianca su dazi, Artico e Iran, serve una maggiore unità di intenti anche da parte dell’Ue che deve capire la difficoltà geopolitica del momento. Cavalli di troia in questa fase sarebbero non solo pericolosi, ma un cappio al collo del vecchio continente.

Meloni a Seoul, tra geopolitica, semiconduttori e made in Italy

18 Gennaio 2026 ore 13:35

Prima la visita di Giorgia Meloni al cimitero di Seul che onora i soldati caduti per la Nazione, in particolare durante la Guerra di Corea. Poi un punto stampa sul tema della Groenlandia e quindi l’incontro con le imprese italiane, in attesa del bilaterale con il presidente Lee Jae Myung. Dopo 19 anni un premier italiano torna a Seoul, a dimostrazione di una spiccata attenzione verso l’Indopacifico, per una serie di ragioni geopolitiche, economiche, commerciali (e anche personali).

Non è una novità il fatto che Giappone e Corea del Sud nelle logiche di Palazzo Chigi siano visti come due attori non solo affidabili, ma con cui rafforzare il livello delle relazioni di medio-lungo periodo. Si tratta ovviamente di un fazzoletto di mondo gravido di sfide e opportunità: accanto al macro tema geopolitica rappresentato dalle mire cinesi su Taiwan, spicca il link tra Mare Cinese e Mediterraneo e la questione delle terre rare accanto a chip e semiconduttori. Un paniere di temi altamente strategici che il capo del governo intende affrontare di petto, a maggior ragione dopo l’uscita dell’Italia dalla Via della Seta, senza dimenticare un elemento di supporto oggettivo: le società giapponesi e sudcoreane presentano numerose affinità con l’Italia sotto molteplici punti di vista (economici, commerciali e demografici), oltre a condividere i medesimi valori.

LO SHOWROOM HIGH STREET ITALIA

Il made in Italy a quelle latitudini è particolarmente apprezzato, ciò si trasforma in potenziali nuove opportunità legate al nostro export che può contare su questo valore aggiunto rispetto alla produzione di altri paesi. Le filiere interessate sono la moda, la pelletteria, il calzaturiero, il settore alimentare e vitivinicolo, senza dimenticare l’interior design. A proposito di prodotti e fiere, a Seoul nel 2019 ha visto la luce l’High Street Italia, uno showroom di quattro piani aperto in una delle zone più frequentate dello shopping della capitale, nella Garosu-gil, che rappresenta una vetrina per le aziende italiane che qui possono presentare la vasta gamma dei propri prodotti al mercato coreano. Realizzato dall’ICE col supporto del Ministero dello Sviluppo Economico e in collaborazione con l’ambasciata d’Italia, l’iniziativa rientra nel piano più generale della promozione straordinaria del Made in Italy nella Corea del Sud, che include anche della diffusione di cultura e lifestyle italiani

Le relazioni tra Roma e Seoul sono iniziate nel 1884 e hanno visto da poco il 140° anniversario, celebrato con un Anno dello Scambio Culturale. A tal fine infatti lo scorso 26 giugno l’ambasciata in Italia della Corea del Sud ha illuminato il Colosseo per celebrare le relazioni diplomatiche con Italia.

IL RUOLO DELLA COREA DEL SUD

Oltre a essere un player mondiale nel campo dell’innovazione tecnologica, la Corea è famosa in tutto il mondo anche per la cultura popolare legata a videogiochi, gruppi musicali e film. Settori spesso sottovalutati ma che possono contribuire, in nome della soft diplomacy, a rafforzare intese e cooperazioni. Cultura, conoscenza e qualità sono i tratti in comune tra i due paesi. La Corea del Sud incamera l’1% dell’export italiano per un valore di oltre 5 miliardi di euro, è il terzo mercato in Asia.

Corea del Sud fa rima con semiconduttori, per questa ragione il governo pensa di fare un ulteriore passo in avanti con la costruzione di una fonderia da 3 miliardi di dollari per incrementare la produzione e quindi confermare la propria posizione di leader globale nel settore dei chip grazie a marchi come Samsung Electronics e SK Hynix.

(Foto: Governo.it)

Solo senza escalation si giunge a un’intesa sulla Groenlandia. L’invito di Meloni

18 Gennaio 2026 ore 12:37

Pragmatismo è, anche o soprattutto, capire i tempi della politica e delle crisi in atto. Quando Giorgia Meloni da Seoul dice che solo senza escalation si va (tutti) a dama in Groenlandia, chiede in primis di abbassare i toni, avviare una discussione “tra di noi” e usare il “luogo” della Nato al fine di lavorare insieme per rispondere a una preoccupazione che “ci coinvolge tutti”. Ovvero che attori ostili possano avere la meglio su un interesse comune.

In questo senso va letta, secondo la presidente del Consiglio, la volontà di alcuni Paesi europei di essere parte attiva all’interno di un progetto che miri ad una maggiore sicurezza in Artico, anche con l’invio di truppe. Inoltre dice chiaramente ciò che pensa sui dazi (“un errore”). Ma su questo secondo elemento secondo Meloni c’è stato un problema di comprensione e di comunicazione. Per cui il primo messaggio che giunge dalla Corea del Sud è fermare tutte quelle azioni che potrebbero innescare un quadro di altissima tensione e, piuttosto, avviare un dialogo costruttivo per meglio comprendere i parametri di analisi e di azioni. Il tutto tenendo ben presente un passaggio che, secondo Meloni, è nevralgico: da parte americana c’è la preoccupazione per l’eccessiva ingerenza esterna su una zona strategica e, al contempo, da parte europea vi è la volontà di contribuire ad affrontare questo problema. Per cui, è il sunto dell’analisi, si può e si deve trovare un punto di incontro tra Ue e Usa.

Un problema che investe, gioco forza, i destini europei per una serie di ragioni geopolitiche come emerso due giorni fa dalla presentazione da parte del governo di Roma del corposo documento programmatico sull’Artico, che vuole definire un percorso progettuale tramite il rafforzamento dell’impegno italiano nella regione. Sull’ipotesi di una possibile partecipazione militare italiana come segnale di unità con gli europei alla missione nell’isola Meloni fuga ogni dubbio: “Ora è prematuro parlarne perché sto lavorando per cercare di abbassare la tensione e di tornare al dialogo”.

Per questa ragione la premier ha parlato al telefono con Donald Trump (“al quale ho detto quello che penso”) e ho con il segretario generale della Nato (“che mi conferma un lavoro che l’Alleanza Atlantica sta iniziando a fare da questo punto di vista”). Ma non finisce qui, dal momento che ci sarà anche un contatto tra leader europei in occasione di una riunione a livello di Coreper dell’Unione europea. C’è anche spazio per una precisazione a uso interno quando Meloni spiega per l’ennesima volta che non c’è un problema politico con la Lega sui nuovi dazi annunciati da Trump contro i Paesi che hanno inviato truppe in Groenlandia.

Meloni cita la postura del premier finlandese, Alexander Stubb, che ha specificato come tra alleati serva dialogo e non pressioni. Il riferimento è alla necessità di un’azione coordinata dagli alleati al fine di ribadire “i principi dell’integrità territoriale e della sovranità”. La costante del ragionamento di Meloni tocca un caposaldo della strategia euro-atlantica, ovvero il ruolo della Nato: è solo quello “il luogo nel quale noi dobbiamo cercare di organizzare insieme strumenti di deterrenza verso ingerenze che possono essere ostili”. Il fatto che la Nato abbia cominciato a lavorare in tale direzione è certamente una buona notizia.

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