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Terre rare, chi tifa per dividere Usa e Ue?

18 Gennaio 2026 ore 16:29

Un altro motivo per cui l’Ue deve accelerare su materie prime e terre rare è che a Cina non si ferma nel suo progetto di restare monopolista mondiale. Infatti il gigante dell’acciaio Baowu riceve per la prima volta minerale di ferro dalla Guinea, tramite una spedizione dalla miniera di Simandou: un fatto che segna un passo strategico per la sicurezza energetica della Cina, ma che al contempo testimonia (una volta di più) tutta la difficoltà del vecchio continente di farsi autonomo quanto ad approvvigionamento. Anche in questo senso vanno lette le relazioni del governo Meloni in aree altamente strategiche come Corea del Sud e Taiwan, “dense” di materie prime e elementi come i semiconduttori che sono vitali per le imprese italiane.

Il più grande investimento minerario realizzato in Africa riguarda il progetto realizzato in collaborazione tra il governo guineano e il consorzio Winning Consortium Simandou, Baowu, Chinalco e Rio Tinto. Si tratta di 600 chilometri di ferrovia transguineana e nuove infrastrutture portuali che consentiranno di esportare fino a 120 milioni di tonnellate di ferro all’anno. Ma al di là del singolo progetto in questione spicca il dato, generale e geopolitico, dato dalla forte volontà di Pechino di restare in cima alla classifica mondiale: i diciassette metalli che compongono le terre rare sono di fatto nelle mani di Pechino, ovvero i lantanidi e lo scandio che possono essere utilizzati in vari ambiti industriali, tutti strategici per le economie mondiali.

Il ritardo accumulato dall’Ue, sommato ad una regolamentazione asimmetrica, è un dato oggettivo su cui si stanno concentrando le iniziative di alcuni governi come quello di Roma che hanno compreso come tale gap sia deleterio per il futuro stesso della sopravvivenza di interi comparti industriali. Non bisogna dimenticare, infatti, che un caccia F-35 contiene centinaia di chili di terre rare e al contempo missili, radar, satelliti e sistemi di comunicazione sono fatti con leghe ad hoc derivate dalle terre rare, di cui la Cina detiene l’80% delle miniere mondiali. La Cina a partire dagli anni ’80 ha avviato quella che è stata ribattezzata la “dittatura monopartitica” sull’investimento nell’estrazione e nella capacità di lavorazione. E il vantaggio cinese nel settore non è dato esclusivamente dalla dotazione di risorse, ma dalla sua capacità di integrare estrazione, lavorazione e produzione su larga scala.

Al momento altri giacimenti significativi esistono negli Stati Uniti, in Australia, in Brasile, in India e anche nell’Artico. Per cui gli Stati Uniti e i suoi alleati lavorano per stemperare il predominio di Pechino che, di fatto, stringe la morsa cinese sulle terre rare: la prima iniziativa messa in campo è quella di accelerare i progetti sulle terre rare e diversificare la loro fornitura in risposta alle restrizioni alle esportazioni della Cina. Ma non è facile, anche perché tra gli alleati degli Usa non mancano Paesi molto contigui al regime cinese.

Pochi giorni fa a Washington si è tenuto un vertice con i ministri delle finanze del G7 e altri alleati, tra cui Australia, India, Corea del Sud e Ue, per affrontare le vulnerabilità nella catena di approvvigionamento delle terre rare. Un altro momento in cui assumere la consapevolezza che, al di là delle singole mosse della Casa Bianca su dazi, Artico e Iran, serve una maggiore unità di intenti anche da parte dell’Ue che deve capire la difficoltà geopolitica del momento. Cavalli di troia in questa fase sarebbero non solo pericolosi, ma un cappio al collo del vecchio continente.

Solo senza escalation si giunge a un’intesa sulla Groenlandia. L’invito di Meloni

18 Gennaio 2026 ore 12:37

Pragmatismo è, anche o soprattutto, capire i tempi della politica e delle crisi in atto. Quando Giorgia Meloni da Seoul dice che solo senza escalation si va (tutti) a dama in Groenlandia, chiede in primis di abbassare i toni, avviare una discussione “tra di noi” e usare il “luogo” della Nato al fine di lavorare insieme per rispondere a una preoccupazione che “ci coinvolge tutti”. Ovvero che attori ostili possano avere la meglio su un interesse comune.

In questo senso va letta, secondo la presidente del Consiglio, la volontà di alcuni Paesi europei di essere parte attiva all’interno di un progetto che miri ad una maggiore sicurezza in Artico, anche con l’invio di truppe. Inoltre dice chiaramente ciò che pensa sui dazi (“un errore”). Ma su questo secondo elemento secondo Meloni c’è stato un problema di comprensione e di comunicazione. Per cui il primo messaggio che giunge dalla Corea del Sud è fermare tutte quelle azioni che potrebbero innescare un quadro di altissima tensione e, piuttosto, avviare un dialogo costruttivo per meglio comprendere i parametri di analisi e di azioni. Il tutto tenendo ben presente un passaggio che, secondo Meloni, è nevralgico: da parte americana c’è la preoccupazione per l’eccessiva ingerenza esterna su una zona strategica e, al contempo, da parte europea vi è la volontà di contribuire ad affrontare questo problema. Per cui, è il sunto dell’analisi, si può e si deve trovare un punto di incontro tra Ue e Usa.

Un problema che investe, gioco forza, i destini europei per una serie di ragioni geopolitiche come emerso due giorni fa dalla presentazione da parte del governo di Roma del corposo documento programmatico sull’Artico, che vuole definire un percorso progettuale tramite il rafforzamento dell’impegno italiano nella regione. Sull’ipotesi di una possibile partecipazione militare italiana come segnale di unità con gli europei alla missione nell’isola Meloni fuga ogni dubbio: “Ora è prematuro parlarne perché sto lavorando per cercare di abbassare la tensione e di tornare al dialogo”.

Per questa ragione la premier ha parlato al telefono con Donald Trump (“al quale ho detto quello che penso”) e ho con il segretario generale della Nato (“che mi conferma un lavoro che l’Alleanza Atlantica sta iniziando a fare da questo punto di vista”). Ma non finisce qui, dal momento che ci sarà anche un contatto tra leader europei in occasione di una riunione a livello di Coreper dell’Unione europea. C’è anche spazio per una precisazione a uso interno quando Meloni spiega per l’ennesima volta che non c’è un problema politico con la Lega sui nuovi dazi annunciati da Trump contro i Paesi che hanno inviato truppe in Groenlandia.

Meloni cita la postura del premier finlandese, Alexander Stubb, che ha specificato come tra alleati serva dialogo e non pressioni. Il riferimento è alla necessità di un’azione coordinata dagli alleati al fine di ribadire “i principi dell’integrità territoriale e della sovranità”. La costante del ragionamento di Meloni tocca un caposaldo della strategia euro-atlantica, ovvero il ruolo della Nato: è solo quello “il luogo nel quale noi dobbiamo cercare di organizzare insieme strumenti di deterrenza verso ingerenze che possono essere ostili”. Il fatto che la Nato abbia cominciato a lavorare in tale direzione è certamente una buona notizia.

Ricevuto prima di ieri

La classifica delle 20 squadre sportive più redditizie al mondo nel 2026

16 Gennaio 2026 ore 07:00

Questi 20 team professionisti hanno totalizzato un reddito operativo complessivo di 4,5 miliardi di dollari, ma una squadra rimane in una categoria a sé stante, con oltre 200 milioni di dollari in più rispetto a qualsiasi altra.

Per il trentesimo anno consecutivo, i Dallas Cowboys rimarranno a casa la domenica del Super Bowl. Ma anche quando le vittorie sul campo sono difficili da ottenere, il proprietario Jerry Jones continua ad accumulare successi finanziari.
I Cowboys, la squadra sportiva più preziosa al mondo, con un valore di 13 miliardi di dollari, sono anche la franchigia più redditizia, con un utile operativo (utile prima di interessi, imposte, svalutazioni e ammortamenti) stimato in 629 milioni di dollari nella scorsa stagione. Questo totale ha portato l’America’s Team a superare di oltre 200 milioni di dollari i Golden State Warriors dell’NBA, al secondo posto tra le squadre sportive più redditizie con un EBITDA stimato di 409 milioni di dollari nella scorsa stagione, e di quasi 400 milioni di dollari qualsiasi altra squadra.

Infatti, tra i 211 team professionisti valutati da Forbes nel 2025 in 13 campionati, solo 28 hanno generato entrate superiori al reddito operativo dei Cowboys nell’ultima stagione per cui sono disponibili i dati.

Il dominio della NFL con sette team sportivi

Insieme, le 20 squadre più redditizie al mondo hanno incassato 4,5 miliardi di dollari di EBITDA, ovvero una media di 226 milioni di dollari, con un aumento del 16% rispetto ai 3,9 miliardi di dollari e ai 195 milioni di dollari dell’anno precedente. Ancora una volta, la NFL è in testa con sette franchigie classificate, seguita dalla NBA con sei, ma il divario è minore rispetto allo scorso anno, quando la lista delle 20 squadre ne comprendeva nove della NFL e cinque della NBA. La NHL e la Premier League hanno ciascuna tre club rappresentati quest’anno, mentre una squadra di Formula 1 è entrata nella classifica.

Una generazione fa, non ci si aspettava necessariamente che le squadre sportive rimanessero in attivo, e i proprietari delle squadre guadagnavano tipicamente quando decidevano di vendere le loro quote. Anche oggi la redditività non è scontata: tra le 185 squadre sportive maschili valutate da Forbes nel 2025, circa 37 non sono riuscite a raggiungere il pareggio di bilancio, tra cui 16 club della MLS e 11 della MLB. I New York Mets, ad esempio, hanno perso l’incredibile cifra di 268 milioni di dollari nel 2024, secondo le stime di Forbes, in gran parte a causa delle massicce sanzioni fiscali di lusso imposte dalla lega.

Le aspettative degli investitori stanno però cambiando. Le squadre stanno ricavando molto più denaro dalle sponsorizzazioni e dai posti a sedere premium e, con l’aumento dei diritti mediatici nazionali, possono contare su distribuzioni molto più redditizie dai loro campionati. Ad esempio, nella NFL, dove secondo le stime di Forbes il fatturato medio delle squadre è stato di 662 milioni di dollari, con un aumento del 91% nell’ultimo decennio, ogni franchigia ha ricevuto circa 443 milioni di dollari dal campionato nella scorsa stagione.

Con un tale margine di sicurezza, la redditività delle squadre della NFL è quasi garantita e, secondo le stime di Forbes, nessuna franchigia ha registrato un reddito operativo inferiore a 21 milioni di dollari nel 2024, con una media di 127 milioni di dollari. Nella NBA, dove la scorsa stagione le entrate hanno superato i 416 milioni di dollari per club e solo due squadre erano in rosso, il reddito operativo medio è stato altrettanto robusto, pari a 113 milioni di dollari, e tale cifra dovrebbe aumentare in questa stagione, il primo anno del pacchetto media da 76 miliardi di dollari dell’arco di 11 anni stipulato dal campionato con ESPN, NBC e Amazon.

Anche la NHL, le cui 32 franchigie hanno registrato una modesta media di 248 milioni di dollari di entrate nella scorsa stagione, ha ottenuto un impressionante EBITDA di 74 milioni di dollari per club, secondo le stime di Forbes, e nessuna squadra ha operato in perdita, grazie anche a un rigoroso sistema di tetto salariale che tiene sotto controllo gli stipendi dei giocatori.

La Formula 1 sta subendo una trasformazione simile grazie a un tetto massimo di spesa introdotto nel 2021 per livellare il campo di gioco, limitando le spese delle squadre in molti settori legati alla progettazione e alla costruzione delle auto. Con questa disciplina finanziaria imposta dalla lega, Mercedes ha raccolto 227 milioni di dollari di EBITDA nel 2024, classificandosi al quinto posto tra tutte le squadre sportive. Al contrario, la mancanza di controlli sui costi nel calcio europeo significa che anche i club di alto livello possono subire perdite significative, come i 111 milioni di dollari stimati dal Paris Saint-Germain nel 2023-24.

Solo un proprietario di squadra controlla due franchigie tra le 20 più redditizie: Stan Kroenke, che possiede sia i Los Angeles Rams della NFL (al terzo posto con un EBITDA stimato di 244 milioni di dollari) sia l’Arsenal della Premier League (al 17° posto con 173 milioni di dollari).
Tuttavia, con 417 milioni di dollari, il reddito operativo combinato di queste due squadre è inferiore di oltre 200 milioni di dollari a quello dei Cowboys.

Metodologia

Le 20 squadre sportive più redditizie sono state selezionate dalla classifica Forbes 2025 delle squadre di Formula 1, MLB, MLS, NBA, NFL, NHL, NWSL, calcio mondiale e WNBA. (La lista del calcio globale includeva 30 squadre maschili di sei campionati: 12 club della Premier League inglese, otto squadre della MLS statunitense, quattro della Serie A italiana, tre della Liga spagnola, due della Bundesliga tedesca e una della Ligue 1 francese).
La classifica delle squadre più redditizie riflette le stime di Forbes relative al reddito operativo (utili prima di interessi, imposte, deprezzamento e ammortamento) per la stagione più recente per cui sono disponibili dati (2024 per MLB, MLS, NFL, NWSL e WNBA; 2024-25 per NBA e NHL; e 2023-24 per il calcio europeo). I dati relativi ai profitti sono espressi in dollari statunitensi e arrotondati al milione di dollari più vicino.

I valori delle squadre elencati sono valori aziendali (capitale proprio più debito netto) e riflettono l’economia dello stadio di ciascuna squadra (compresi i ricavi derivanti da concerti e altri eventi non sportivi che spettano al proprietario della squadra), ma non includono il valore immobiliare dello stadio. Allo stesso modo, i valori riflettono i diritti delle reti sportive regionali di proprietà della squadra, ma non includono il valore delle RSN stesse. Sono escluse anche le partecipazioni azionarie in altri beni legati allo sport e progetti immobiliari ad uso misto.
Le fonti delle stime di Forbes includono dirigenti delle squadre, banchieri specializzati in sport e consulenti delle leghe; documenti pubblici come contratti di locazione degli stadi e rapporti di rating creditizio; e dirigenti del settore delle sponsorizzazioni e delle trasmissioni televisive.

Classifica

Ecco le 20 squadre sportive più redditizie al mondo, classificate in base al reddito operativo stimato (utili prima di interessi, imposte, deprezzamento e ammortamento) durante l’ultima stagione per cui sono disponibili i dati.

1. Dallas Cowboys
Utile operativo: 629 milioni di dollari
Campionato: NFL
Valore: 13 miliardi di dollari
Proprietario: Jerry Jones

2. Golden State Warriors
Utile operativo: 409 milioni di dollari
Campionato: NBA
Valore: 11 miliardi di dollari
Proprietario: Joe Lacob, Peter Guber

3. (a pari merito) Edmonton Oilers
Utile operativo: 244 milioni di dollari
Campionato: NHL
Valore: 3,2 miliardi di dollari
Proprietario: Daryl Katz

3. (a pari merito) Los Angeles Rams
Utile operativo: 244 milioni di dollari
Campionato: NFL
Valore: 10, 5 miliardi di dollari
Proprietario: E. Stanley Kroenke

5. Mercedes
Utile operativo: 227 milioni di dollari
Campionato: Formula 1
Valore: 6 miliardi di dollari
Proprietario: INEOS, Mercedes-Benz, Toto Wolff

6. New England Patriots
Utile operativo: 222 milioni di dollari
Campionato: NFL
Valore: 9 miliardi di dollari
Proprietario: Robert Kraft

7. (a pari merito) Atlanta Hawks
Utile operativo: 203 milioni di dollari
Campionato: NBA
Valore: 5 miliardi di dollari
Proprietario: Tony Ressler

7. (a pari merito) Philadelphia 76ers
Utile operativo: 203 milioni di dollari
Campionato: NBA
Valore: 5,45 miliardi di dollari
Proprietario: Josh Harris, David Blitzer

9. (a pari merito) Houston Rockets
Utile operativo: 191 milioni di dollari
Campionato: NBA
Valore: 5, 9 miliardi di dollari
Proprietario: Tilman Fertitta

9. (a pari merito) Toronto Maple Leafs
Utile operativo: 191 milioni di dollari
Campionato: NHL
Valore: 4,4 miliardi di dollari
Proprietario: Roger Communications, Larry Tanenbaum

11. Manchester United
Utile operativo: 185 milioni di dollari
Campionato: Premier League
Valore: 6,6 miliardi di dollari
Proprietario: Glazer family, Jim Ratcliffe

12. Tottenham Hotspur
Utile operativo: 184 milioni di dollari
Campionato: Premier League
Valore: 3,3 miliardi di dollari
Proprietario: Joseph Lewis Family Trust, Daniel Levy

13. New York Rangers
Utile operativo: 182 milioni di dollari
Campionato: NHL
Valore: 4 miliardi di dollari
Proprietario: Madison Square Garden Sports

14. New York Giants
Utile operativo: 181 milioni di dollari
Campionato: NFL
Valore: 10,1 miliardi di dollari
Proprietario: John Mara, Steven Tisch

15. New York Jets
Utile operativo: 180 milioni di dollari
Campionato: NFL
Valore: 8,1 miliardi di dollari
Proprietario: Johnson family

16. Las Vegas Raiders
Utile operativo: 179 milioni di dollari
Campionato: NFL
Valore: 7,7 miliardi di dollari
Proprietario: Mark Davis

17. Arsenal
Utile operativo: 173 milioni di dollari
Campionato: Premier League
Valore: 3,4 miliardi di dollari
Proprietario: E. Stanley Kroenke

18. Los Angeles Lakers
Utile operativo: 170 milioni di dollari
Campionato: NBA
Valore: 10 miliardi di dollari
Proprietario: Mark Walter, Todd Boehly, Jerry Buss Family Trusts

19. Chicago Bulls
Utile operativo: 160 milioni di dollari
Campionato: NBA
Valore: 6 miliardi di dollari
Proprietario: Jerry Reinsdorf

20. Houston Texans
Utile operativo: 156 milioni di dollari
Campionato: NFL
Valore: 7,4 miliardi di dollari
Proprietario: Cal McNair

L’articolo La classifica delle 20 squadre sportive più redditizie al mondo nel 2026 è tratto da Forbes Italia.

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Poco prima della fine dell’anno a tutti i membri della community FSFE (Free Software Foundation Europe) è arrivato un messaggio che purtroppo non portava con sé molto spirito natalizio. Questo messaggio è rimasto nella casella fino a qualche giorno fa, quando preso dall’ottimismo post-ferie ho deciso di analizzarlo per dargli visibilità. Ora che l’ho fatto...

Sistema il tuo intestino e le tue difese

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Rosette hi-tech, AI e server nazionali: chi lavora per preservare lingue in via d’estinzione

15 Ottobre 2025 ore 11:00

Immagine in evidenza da Wikimedia

“ll dialetto di Milano? Direi che è un misto di italiano e inglese”. La battuta sintetizza bene l’onnipresenza del caricaturale vernacolo meneghino, versione anni Duemila. Alberto lavora nel dipartimento comunicazione di una società fintech. Trasferito dal sud Italia in Lombardia, diverse esperienze all’estero alle spalle, racconta a cena che in tre anni non gli è mai capitato di sentire una conversazione in milanese. Non ne conosce vocaboli e cadenza se non nelle imitazioni di qualche comico. 

In Meridione il dialetto è parlato comunemente accanto all’italiano: persino gli immigrati lo imparano facilmente, per necessità. Nel capoluogo lombardo la realtà è diversa. Ascoltare la lingua di Carlo Porta è raro: probabilmente la perdita è stata favorita dall’arrivo di abitanti provenienti da ogni parte d’Italia, dalla vocazione commerciale della città e dal fatto che parlare solo italiano era sintomo di avvenuta scalata sociale. 

Non è una domanda peregrina, dunque, chiedersi quanto a lungo resisterà senza parlanti. Diventerà una lingua morta, da filologi, un po’ come il latino?

7mila lingue, quasi la metà a rischio

Le premesse sembrano esserci. Questo esempio così vicino al nostro vissuto quotidiano è però la spia di una questione più ampia. Il problema non riguarda solo i dialetti. In totale sono infatti oltre settemila, stima lo Undp (il programma delle Nazioni unite per lo sviluppo), le lingue parlate nel globo, alcune da poche centinaia di individui. Il 44% sarebbe in pericolo di estinzione

Con la globalizzazione, il problema di preservare la biodiversità linguistica – portatrice non solo di cultura, ma di un modo di vedere il mondo –  ha cominciato a porsi con maggiore insistenza. Non mancano iniziative di tutela locali, come corsi serali per appassionati e nostalgici, ma con tutta probabilità si tratta di palliativi. 

Un supporto fino a poco tempo fa impensabile può arrivare, però, per linguisti e antropologi dalla tecnologia. Probabilmente non è la panacea di tutti i mali. Ma, come vedremo, può aiutare. 

Il Rosetta project

Tra i primi programmi digitali al mondo per la tutela delle lingue in via di estinzione c’è il Rosetta project, che da oltre due decenni raccoglie specialisti e parlanti nativi allo scopo di costruire un database pubblico e liberamente accessibile di tutte le lingue umane. Il Rosetta project fa capo a un ente molto particolare: la Long Now foundation (Lnf, tra i membri fondatori c’è il musicista Brian Eno). La Lnf parte da un presupposto: è necessario pensare seriamente al futuro remoto, per non farsi trovare impreparati dallo scorrere del tempo. 

Il ragionamento è tutt’altro che banale. “Si  prevede che dal cinquanta al novanta per cento delle lingue parlate spariranno nel prossimo secolo”, spiegano gli organizzatori sul sito, “molte con poca o nessuna documentazione”. Come preservarle? 

Lo sguardo torna all’Antico Egitto: così è nato il Rosetta Disk, un disco di nichel del diametro di tre pollici su cui sono incise microscopicamente quattordicimila pagine che traducono lo stesso testo in oltre mille lingue. Il modello è la stele di Rosetta, che due secoli fa consentì di interpretare i geroglifici, di cui si era persa la conoscenza. Una lezione che gli studiosi non hanno dimenticato. 

Il principio è più o meno lo stesso delle vecchie microfiches universitarie: per visualizzare il contenuto basta una lente di ingrandimento. Non si tratta, insomma, di una sequenza di 0 e 1, quindi non è necessario un programma di decodifica. Il rischio –  in Silicon Valley lo sanno bene –  sarebbe che il software vada perso nel giro di qualche decennio per via di un cambiamento tecnologico; o (e sarebbe anche peggio) che qualche società privata che ne detiene i diritti decida di mettere tutto sotto chiave, come peraltro avviene per molte applicazioni con la politica del cosiddetto “vendor lock in” (Guerre di Rete ne ha parlato in questo pezzo). Qui, invece, la faccenda è semplice: basta ingrandire la superficie di cinquecento volte con una lente e il gioco è fatto.  

Il prezioso supporto è acquistabile per qualche centinaio di dollari, ed è stato spedito anche nello spazio con la sonda spaziale Rosetta dell’Agenzia spaziale europea (nonostante l’omonimia, non si tratta dello stesso progetto). Il disco è collocato in una sfera dove resta a contatto con l’aria, ma che serve a proteggerlo da graffi e abrasioni. Con una manutenzione minima, recitano le note di spiegazione, “può facilmente durare ed essere letto per centinaia di anni”. Resiste, ovviamente, anche alla smagnetizzazione (sarebbe basato su test condotti al Los Alamos National Laboratory, lo stesso del progetto Manhattan di Oppenheimer dove fu concepita la bomba atomica). 

Una scelta difficile 

Porsi in una prospettiva di lungo periodo pone interessanti domande. Che tipo di informazioni conservare per un futuro nell’ipotesi – speriamo remota – che tutto il nostro sapere, sempre più digitalizzato, vada perso? Meglio preservare la letteratura, le tecniche ingegneristiche, o le cure per le malattie? Un criterio è evidentemente necessario. 

La scelta della Long now foundation è stata quella di lasciare ai posteri una chiave di interpretazione utile a tradurre tutto ciò che è destinato a sopravvivere. Ma il progetto comprende anche una sezione digitale, cresciuta nel corso degli anni fino a raggiungere oltre centomila pagine di documenti testuali e registrazioni in oltre 2.500 lingue. I contenuti, si legge sul sito, sono disponibili a chiunque per il download e il riutilizzo secondo i principi dell’open access; anche il pubblico può contribuire alla raccolta inviando materiale di vario tipo. Fondamentale per raccapezzarsi è il ruolo dei metadati (data, luogo, formato e altri elementi dei dati in questione) – ci torneremo più avanti.

Il progetto francese Pangloss

Anche in Europa ci sono progetti di tutela del patrimonio linguistico in piena attività. Per esempio in Francia – non dimentichiamo che la stele di Rosetta (conservata al British Musem di Londra) fu rinvenuta  nell’ambito delle spedizioni napoleoniche – esiste il progetto Pangloss, che si propone di realizzare un archivio aperto di tutte le lingue in pericolo o poco parlate e contiene documenti sonori di idiomi rari o poco studiati, raccolti grazie al lavoro di linguisti professionisti su una piattaforma moderna e funzionale battezzata Cocoon. 

Attualmente la collezione comprende un corpus di 258 tra lingue e dialetti di 46 paesi, per un totale di più di 1200 ore d’ascolto. I documenti presentati contengono per lo più discorsi spontanei, registrati sul campo. Circa la metà sono trascritti e annotati.

C’è anche un po’ di Italia: il dialetto slavo molisano (parlato nei tre villaggi di San Felice del Molise, Acquaviva Collecroce e Montemitro, in provincia di Campobasso, a 35 chilometri dal mare Adriatico) e il Valoc, un dialetto valtellinese lombardo.

Pangloss è open, sia in modalità “base” sia in quella “pro”. La politica è di apertura totale: per consultare il sito web non è necessario accettare specifiche condizioni d’uso né identificarsi. Non si utilizzano cookie di profilazione, come orgogliosamente dichiarato

“Il progetto Pangloss è nato negli anni ‘90 e da allora si è evoluto considerevolmente”, dice a Guerre di Rete Severine Guillaume, che ne è la responsabile. “Si tratta di una collezione orale, il che significa che raccogliamo contenuti video e audio che possono anche essere accompagnati da annotazioni: trascrizioni, traduzioni, glosse. Ogni risorsa depositata dev’essere fornita di metadati: titolo, lingua studiata, nome di chi la carica, persone che hanno contribuito alla creazione, data della registrazione, descrizione del contenuto”. 

Come analizzare i dati: l’impiego dell’AI

L’intelligenza artificiale ha cominciato a farsi strada anche tra questi archivi digitali. “Abbiamo condotto degli esperimenti sui nostri dati con l’obiettivo di aiutare i ricercatori ad arricchirli”, conferma Guillaume. “Sono stati diversi i test di  trascrizione automatica, e due di loro l’hanno già impiegata: per ogni minuto di audio si possono risparmiare fino a quaranta minuti di lavoro, lasciando agli studiosi il tempo di dedicarsi a compiti più importanti. Al momento, insomma, direi che stiamo sperimentando”. 

Non è detto che funzioni in ogni situazione, ma “la risposta iniziale è affermativa quando la trascrizione riguarda un solo parlante”, prosegue Guillaume. Il problema sta “nella cosiddetta diarization, che consiste nel riconoscere chi sta parlando in un dato momento, separare le voci, e attribuire ogni segmento audio al partecipante corretto”.

Le prospettive, tutto sommato, sembrano incoraggianti. “Abbiamo cominciato a cercare somiglianze tra due idiomi o famiglie linguistiche: ciò potrebbe rivelare correlazioni che ci sono sfuggite”, afferma la dirigente. Siamo, per capirci, nella direzione della grammatica universale teorizzata da Noam Chomsky, e immaginata da Voltaire nel suo Candido (il dottor Pangloss, ispirandosi a Leibniz, si poneva lo scopo di scovare gli elementi comuni a tutte le lingue del mondo). 

Come conservare i dati: il ruolo delle infrastrutture pubbliche

Il problema di preservare il corpus di conoscenze è stato affrontato? “Sì”, risponde Guillaume. “La piattaforma Cocoon, su cui è basata la collezione Pangloss, impiega l’infrastruttura nazionale francese per assicurare la longevità dei dati. Per esempio, tutte le informazioni sono conservate sui server dell’infrastruttura di ricerca Huma-Num, dedicata ad arti, studi umanistici e scienze sociali, finanziata e implementata dal ministero dell’Istruzione superiore e della Ricerca. Vengono poi mandate al Cines, il centro informatico nazionale per l’insegnamento superiore, che ne assicura l’archiviazione per almeno quindici anni. Infine, i dati sono trasferiti agli archivi nazionali francesi. Insomma, di norma tutto è pensato per durare per l’eternità”. 

Altro progetto dalla connotazione fortemente digitale è Ethnologue. Nato in seno alla SIL (Summer Institute of Linguistics, una ong di ispirazione cristiano-evangelica con sede a Dallas) copre circa settemila lingue, offrendo anche informazioni sul numero di parlanti, mappe, storia, demografia e altri fattori sociolinguistici. Il progetto, nato nel 1951, coinvolge quattromila persone, e nasce dall’idea di diffondere le Scritture. Negli anni si è strutturato in maniera importante: la piattaforma è ricca di strumenti, e molti contenuti sono liberamente fruibili. Sebbene la classificazione fornita dal sito (per esempio la distinzione tra lingua e dialetto) sia stata messa in discussione, resta un punto di riferimento importante. 

I progetti italiani 

Non manca qualche spunto italiano. Come, per esempio, Alpilink. Si tratta di un progetto collaborativo per la documentazione, analisi e promozione dei dialetti e delle lingue minoritarie germaniche, romanze e slave dell’arco alpino nazionale. Dietro le quinte ci sono le università di Verona, Trento, Bolzano, Torino e Valle d’Aosta. A maggio 2025 erano stati raccolti 47.699 file audio, che si aggiungono ad altri 65.415 file collezionati nel precedente progetto Vinko. Le frasi pronunciate dai parlanti locali con varie inflessioni possono essere trovate e ascoltate grazie a una mappa interattiva, ma esiste anche un corpus per specialisti che propone gli stessi documenti  con funzioni di ricerca avanzate. Il crowdsourcing (cioè la raccolta di contenuti) si è conclusa solo qualche mese fa, a fine giugno. La difficoltà per gli anziani di utilizzare la tecnologia digitale è stata aggirata coinvolgendo gli studenti del triennio delle superiori. 

Altro progetto interessante è Devulgare. In questo caso mancano gli strumenti più potenti che sono propri dell’università; ma l’idea di due studenti, Niccolò e Guglielmo, è riuscita ugualmente a concretizzarsi in un’associazione di promozione sociale e in un’audioteca che raccoglie campioni vocali dal Trentino alla Calabria. Anche in questo caso, chiunque può partecipare inviando le proprie registrazioni. Dietro le quinte, c’è una squadra di giovani volontari – con cui peraltro è possibile collaborare – interessati alla conservazione del patrimonio linguistico nazionale. Un progetto nato dal basso ma molto interessante, soprattutto perché dimostra la capacità di sfruttare strumenti informatici a disposizione di tutti in modo creativo: Devulgare si basa, infatti, sulla piattaforma Wix, simile a WordPress e che consente di creare siti senza la necessità di essere maestri del codice. Una vivace pagina Instagram con 10.300 follower – non pochi, trattandosi di linguistica –  contribuisce alla disseminazione dei contenuti. 

Ricostruire la voce con la AI 

Raccogliere campioni audio ha anche un’altra utilità: sulla base delle informazioni raccolte e digitalizzate oggi, sarà possibile domani, grazie all’intelligenza artificiale, ascoltare le lingue scomparse. L’idea viene da una ricerca applicata alla medicina, che attraverso un campione di soli otto secondi, registrato su un vecchio VHS, ha permesso di ricostruire con l’AI la voce di una persona che l’aveva persa. 

È accaduto in Inghilterra, e recuperare il materiale non è stato una passeggiata: le uniche prove della voce di una donna affetta da Sla risalivano agli anni Novanta ed erano conservate su una vecchia videocassetta. Nascere molti anni prima dell’avvento degli smartphone ovviamente non ha aiutato. A centrare l’obiettivo sono stati i ricercatori dell’università di Sheffield. Oggi la donna può parlare, ovviamente con delle limitazioni: deve fare ricorso a un puntatore oculare per comporre parole e frasi. Ma la voce sintetizzata è molto simile a quella che aveva una volta. E questo apre prospettive insperate per i filologi. 

Come spesso accade, il marketing ha naso per le innovazioni dotate di potenziale. E così, oggi c’è chi pensa di sfruttare l’inflessione dialettale per conquistare la fiducia dei consumatori. È quello che pensano i due ricercatori Andre Martin (Università di Notre Dame, Usa) e Khalia Jenkins (American University, Washington), che nella presentazione del loro studio citano addirittura Nelson Mandela: “Se parli a un uomo in una lingua che capisce, raggiungerai la sua testa. Ma se gli parli nella sua lingua, raggiungerai il suo cuore”. 

“I sondaggi dell’industria hanno fotografato il sentiment sempre più negativo verso l’AI”, scrivono gli studiosi, che lavorano in due business school. “Immergendosi a fondo nel potenziale dei dialetti personalizzati, creati con l’AI al fine di aumentare la percezione di calore, competenza e autenticità da parte dell’utente, l’articolo sottolinea [come in questo modo si possa] rafforzare la fiducia, la soddisfazione e la lealtà nei confronti dei sistemi di intelligenza artificiale”. Insomma, addestrando gli agenti virtuali a parlare con una cadenza amica si può vendere di più. C’è sempre un risvolto business, e qui siamo decisamente lontani dagli intenti di conservazione della biodiversità linguistica. Ma anche questo fa parte del gioco.

L'articolo Rosette hi-tech, AI e server nazionali: chi lavora per preservare lingue in via d’estinzione proviene da Guerre di Rete.

Converting a Linux installation to a Slackware one in an OVHcloud server

20 Agosto 2025 ore 08:01

This article explains how to convert a given Linux distribution to a Slackware one in an OVHcloud server. I wrote in the past an article about doing the same for OVH kimsufi.

It is inspired by the Slackware wiki page Install Slackware on an online.net Dedibox BareMetal Server, which explains the same for a Dedibox BareMetal Server on online.net.

The plan is to

  1. install a Linux of your choice
  2. reboot in rescue mode that Linux distro
  3. download the Slackware initrd and prepare the install environment
  4. download the set of Slackware packages to be installed
  5. chroot into the Slackware initrd image
  6. partition and install Slackware over the existing Linux
  7. configure the fresh installed Slackware and reboot

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