Il Ministro degli Esteri Antonio Tajani sarà oggi a Strasburgo, dove incontrerà la Presidente del Parlamento Europeo Roberta Metsola, il Ministro degli Esteri della Germania, Johann Wadephul e Parlamentari italiani al Parlamento Europeo.
Tajani discuterà con la Presidente Metsola di temi europei, per un confronto sul Quadro finanziario pluriennale UE in via di negoziato, sulla competitività europea attraverso investimenti in tecnologie innovative, e sulla richiesta avanzata dall’Italia, insieme con altri Stati Membri, di procedere con urgenza alla semplificazione normativa, soprattutto per rafforzare la crescita industriale e l’attrattività del mercato unico europeo. Tajani e Metsola discuteranno anche del processo di allargamento dell’UE. All’indomani della sua missione in Libia, il titolare della Farnesina si soffermerà sul tema delle migrazioni e sul lavoro dell’Italia, insieme con i partner internazionali, per contrastare i flussi irregolari e promuovere canali di migrazione legale.
Nei suoi incontri con la Presidente Metsola e con il Ministro Wadephul, il Ministro Tajani discuterà inoltre delle principali crisi e temi dell’agenda internazionale, fra cui la Groenlandia, l’Iran, il Venezuela, l’Ucraina e Gaza, alla luce dell’invito degli Stati Uniti mirato a coinvolgere diversi Paesi, fra cui l’Italia, nel Board of Peace. Temi che saranno sollevati anche nell’incontro con i Parlamentari italiani rappresentati al Parlamento Europeo.
Tajani ribadirà la necessità di garantire la difesa della regione artica nel quadro della NATO e di preservare l’unità transatlantica, confermando la disponibilità dell’Italia a svolgere il ruolo di ponte tra le due sponde dell’Alleanza, attraverso un’azione costruttiva e proattiva in ambito NATO, UE, G7 e altri fori multilaterali.
Con il Ministro tedesco, Tajani farà anche il punto sulle collaborazioni bilaterali e sui dossier europei, in vista della missione di Wadephul in Italia il 23 gennaio prossimo per il Vertice Italia-Germania presieduto dai due Capi di Governo.
Il Ministro degli Esteri, Antonio Tajani, sarà oggi a Strasburgo, dove incontrerà la Presidente del Parlamento Europeo, Roberta Metsola, e il Ministro degli Esteri della Germania, Johann Wadephul.
Tajani discuterà con la Presidente Metsola di temi europei, per un confronto sul Quadro finanziario pluriennale UE in via di negoziato, sulla competitività europea attraverso investimenti in tecnologie innovative, e sulla richiesta avanzata dall’Italia, insieme con altri Stati Membri, di procedere con urgenza alla semplificazione normativa, soprattutto per rafforzare la crescita industriale e l’attrattività del mercato unico europeo. Tajani e Metsola discuteranno anche del processo di allargamento dell’UE: Tajani confermerà il convinto sostegno italiano, attraverso iniziative concrete volte a semplificare e rendere più efficienti i negoziati di adesione. All’indomani della sua missione in Libia, il titolare della Farnesina si soffermerà sul tema delle migrazioni e sul lavoro dell’Italia, insieme con i partner internazionali, per contrastare i flussi irregolari e promuovere canali di migrazione legale.
Nei suoi incontri con la Presidente Metsola e con il Ministro Wadephul, il Ministro Tajani discuterà inoltre delle principali crisi e temi dell’agenda internazionale, fra cui la Groenlandia, l’Iran, il Venezuela, l’Ucraina e Gaza, alla luce dell’invito degli Stati Uniti mirato a coinvolgere diversi Paesi, fra cui l’Italia, nel Board of Peace.
Tajani ribadirà la necessità di garantire la difesa della regione artica nel quadro della NATO e di preservare l’unità transatlantica, confermando la disponibilità dell’Italia a svolgere il ruolo di ponte tra le due sponde dell’Alleanza, attraverso un’azione costruttiva e proattiva in ambito NATO, UE, G7 e altri fori multilaterali.
Con il Ministro tedesco, Tajani farà anche il punto sulle collaborazioni bilaterali e sui dossier europei, in vista della missione di Wadephul in Italia il 23 gennaio prossimo per il Vertice Italia-Germania presieduto dai due Capi di Governo.
Mario Draghi ha ricevuto il Premio internazionale Carlo Magno, uno dei riconoscimenti europei più prestigiosi, e ha colto l’occasione per lanciare l’ennesimo avvertimento all’Unione europea. In un videomessaggio, l’ex presidente della Banca centrale europea ed ex presidente del Consiglio italiano ha parlato di un’Europa mai così esposta a rischi e tensioni. «In questo momento l’Europa ha molti nemici, forse più che mai, sia interni che esterni», ha detto Draghi, sottolineando la necessità di una risposta comune più solida.
Secondo Draghi, per preservare il futuro dell’Unione, gli europei devono essere «più uniti che mai» e superare quelle che ha definito «le nostre debolezze autoinflitte». La ricetta è netta e ricalca le conclusioni del suo Rapporto sulla competitività europea, presentato nel 2024 su mandato della Commissione guidata da Ursula von der Leyen: «Dobbiamo diventare più forti: militarmente, economicamente e politicamente». Un messaggio che torna in un contesto segnato dalla guerra in Ucraina, dalla competizione strategica con la Cina, dalle tensioni con gli Stati Uniti e dalla crescita delle forze euroscettiche all’interno dell’Unione.
La Fondazione internazionale Premio Carlo Magno ha motivato l’assegnazione del riconoscimento richiamando alcuni passaggi centrali della carriera di Draghi: dal ruolo decisivo avuto durante la crisi dell’euro, con il celebre «whatever it takes» del 2012, fino all’impegno più recente per rilanciare la competitività europea. Il Rapporto Draghi viene definito «un’opera eccezionale al servizio dell’Unione europea», e la sua attuazione viene indicata come urgente in una fase definita «drammatica», in cui l’Europa rischia «di diventare un giocattolo nelle mani di altre potenze».
A distanza di oltre un anno dalla presentazione del Rapporto, molte delle sue raccomandazioni – dalla difesa comune al completamento del mercato unico, dagli investimenti tecnologici alla transizione energetica – restano però in larga parte inattuate. Draghi continua a indicare una strada precisa: più integrazione, più capacità decisionale, più Europa. Anche a costo di una nuova cessione di sovranità.
Il premio, assegnato dal 1950 a figure che hanno contribuito in modo significativo all’integrazione europea, colloca Draghi in una lista che include personalità come Alcide De Gasperi, Winston Churchill, Jean Monnet, Angela Merkel, Emmanuel Macron e Volodymyr Zelensky, premiato insieme al popolo ucraino. Draghi è il quinto italiano a riceverlo.
Davanti agli ennesimi dazi usati come minaccia-ricatto da Donald Trump, questa volta ai Paesi alleati che hanno deciso di inviare truppe per difendere la Groenlandia dalle mire dello stesso presidente degli Stati Uniti, l’Unione europea sta valutando diverse risposte. La palla è nel campo di Bruxelles, perché la competenza in materia è esclusiva della Commissione europea, che può avviare contenziosi, imporre controdazi o attivare strumenti di difesa commerciale e anti-coercizione, con misure valide per l’intero mercato unico. E se una reazione ci sarà, sarà con ogni probabilità coordinata con il Regno Unito, uno dei Paesi colpiti dai dazi al 10% dal 1° febbraio (e al 25% dal 1° giugno).
I due principali partiti al Parlamento europeo hanno chiesto la sospensione dall’accordo di Turnberry siglato a luglio dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e dal presidente Trump dopo che questi aveva finito una partita nel suo golf club scozzese. Manfred Weber e Iratxe García Pérez, presidenti rispettivamente di popolari e social-democratici, hanno fatto la prima mossa. E sono stati seguiti a stretto giro da Valérie Hayer, presidente del centrista Renew, quarto partito al Parlamento europeo (con un seggio in meno dei conservatori).
In ballo c’è, oltre alla sospensione dell’intesa, anche l’utilizzo dello strumento anticoercizione, ovvero il regolamento europeo che l’Unione europea ha adottato per reagire a misure di coercizione economica da parte di Paesi terzi, nato anche dopo le restrizioni cinesi contro la Lituania. La coercizione è definita come misure commerciali volte «a impedire o ottenere la cessazione, la modifica o l’adozione di un determinato atto da parte dell’Unione o di uno Stato membro», interferendo nelle scelte sovrane.
La Commissione può avviare la procedura d’ufficio o su richiesta di uno Stato membro e deve agire «con sollecitudine». Se la valutazione legale conferma la coercizione, la proposta viene inviata agli Stati membri e l’attivazione richiede una maggioranza qualificata; anche gli Stati devono agire rapidamente. Lo strumento, soprannominato trade bazooka, autorizza misure di ritorsione come dazi, controlli alle esportazioni e restrizioni su accesso al mercato, investimenti, servizi e appalti pubblici.
Finora non è mai stato usato: la sua efficacia e rapidità sono quindi incerte. Finora è servito soprattutto da deterrente, ma la mancanza di attivazioni (anche contro i dazi di Trump e le restrizioni cinesi sulle terre rare) ha fatto discutere sulla volontà dell’Union europea di applicarlo concretamente. Inoltre, pur non essendoci veti individuali, serve forte sostegno politico: riserve di Paesi come Germania e Italia hanno già indebolito la posizione della Commissione.
Ma il contesto attuale sembra diversa: se l’uso dei dazi del 10% fosse ritenuto volto a interferire nella sovranità della Danimarca o di altri Stati per le truppe inviate a difesa della Groenlandia, lo strumento offrirebbe una via legale per reagire. Ma la decisione finale dipenderebbe dalla coesione politica e dalla disponibilità a sostenere eventuali costi economici.
Intanto, ieri i 27 ambasciatori di Paesi dell’Unione europea hanno discusso anche altre misure ritorsive elaborate per dare ai leader un peso negli incontri cruciali con il presidente degli Stati Uniti al World Economic Forum di Davos questa settimana. A rivelarlo è stato il Financial Times: le capitali europee starebbero valutando un pacchetto di 93 miliardi di euro di dazi come rappresaglia agli annunci arrivati dagli Stati Uniti o della possibilità di escludere le aziende americane dal mercato dell’Unione. L’elenco dei dazi, si spiega, era stato preparato lo scorso anno, ma sospeso fino al 6 febbraio per evitare una guerra commerciale a tutto campo.
Trump annuncia tariffe maggiorate al 10% dal 1° febbraio e al 25% dal 1° giugno per i Paesi che ostacolano l'annessione. Meloni: "Un errore". Nbc: "Il Canada nel mirino di Trump"
La povertà non “tira”? A una prima e superficiale analisi, sembrerebbe questo il motivo della scarsa adesione al premio per il “Miglior sindaco del mondo“, istituito nel 2004 dalla City Mayors Foundation (associazione filantropica con sede a Londra) e che, per la prima volta nella sua storia più che ventennale, non sarà assegnato per mancanza di candidature. anno Appena 14 i sindaci che hanno presentato la propria candidatura da Europa, America e Africa (l’Asia non partecipa). Di questi, due erano italiani: il sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi, e il primo cittadino di Oliveri (città metropolitana di Messina), Francesco Iarrera. Una grande città e una piccola realtà (Oliveri conta circa 2.150 abitanti). Entrambe del Sud.
Il tema del premio istituito per il 2025 era, appunto, il contrasto alla povertà. Un argomento scivoloso, sotto il profilo politico? Oppure un riconoscimento che ha scarso appeal e di cui i sindaci – magari attivissimi sul tema – semplicemente ignoravano il bando? Difficile trovare una sola spiegazione, considerata la vastità della platea potenziale e delle aree geografiche coinvolte (soltanto in Italia, si contano quasi 8mila Comuni). Di sicuro, 14 candidature a livello internazionale erano decisamente troppo poche per legittimare l’assegnazione del World Mayor Prize, anche se è probabile che altre candidature non siano state accolte per vizi di forma. L’imbarazzo degli organizzatori è riassunto eloquentemente dalle parole pronunciate da Tann vom Hove, co-fondatore della Fondazione: «Il pubblico non ha risposto, le candidature sono state poche e, – dettaglio ancora più amaro – con poche eccezioni, nessuno ha sviluppato un modello davvero convincente per combattere la povertà nella propria comunità».
Il premio World Mayor Prize
In oltre 20 anni, prima con cadenza annuale e poi biennale, il World Mayor Prize ha messo in risalto le buone pratiche di sindaci di città con milioni di abitanti ma anche centri di periferia: da Tirana ad Atene, da Melbourne a Cape Town, toccando poi Messico City, Bilbao, Calgary, Mechelen, Ancona (unico Comune italiano sinora premiato), Rotterdam, Grigny e Graz. Con Soprattutto negli ultimi tempi, era stato individuato ad ogni edizione un tema conduttore che consentisse di valutare l’operato dei sindaci.
Alleanza contro la povertà
«Fa riflettere che a livello internazionale ci sia stata un’adesione così bassa per il riconoscimento del 2025, ma non traiamo da questa notizia delle conclusioni affrettate», commenta Antonio Russo, portavoce di Alleanza contro la povertà in Italia. «Sono uno che dice sempre quello che pensa, ma non è possibile prendersela con i sindaci o gli enti locali se il contrasto alla povertà risulta poco efficace. Dirò di più: dinanzi a questa mancanza di candidature, io avrei premiato simbolicamente tutti i sindaci d’Italia, e con loro le amministrazioni comunali che sono i luoghi di prossimità in cui, come in un imbuto, finiscono tutti i problemi non risolti da altri livelli dello Stato. La mia è una provocazione, so benissimo che parliamo di un riconoscimento internazionale. Ma guardate che la situazione è la stessa nel resto dell’Europa e in tutto il mondo».
Io invece di sospendere il premio per il 2025, avrei simbolicamente premiato tutti i sindaci d’Italia: sulla povertà sono lasciati soli dallo Stato
Antonio Russo, portavoce Alleanza contro la povertà
Restando in casa nostra, prosegue Russo, «se la lotta contro la povertà non si fa in maniera strutturale e in parallelo, invece strutturalmente si taglia il fondo per il sostegno all’inclusione attiva (nell’ultima Legge di Bilancio hanno decurtato 267 milioni di euro per il 2026) è chiaro che le istituzioni più prossime ai cittadini diventano i luoghi a cui si rivolge chi non ce la fa. E per fortuna che in Italia c’è una rete di organizzazioni caritatevoli che consentono di ammortizzare il problema. Se non ci fossero le mense, come faremmo? Sbagliamo bersaglio se ce la prendiamo con i sindaci, perché sono le istituzioni nazionali a non mettere i sindaci nelle condizioni di operare. In Italia abbiamo sei milioni di poveri assoluti, cioè 2,2 milioni di famiglie. La povertà colpisce tutto il Paese ed è intergenerazionale. Non solo: oggi colpisce anche chi lavora, persone che sino a pochi anni fa conducevano una vita dignitosa. In questo momento, anche negli Usa la situazione è diventata drammatica. E pure in altri Paesi del nostro continente. È giunto il momento che l’Ue pensi ad uno strumento europeo: probabilmente, con quello, molte persone si sentirebbero davvero cittadini europei. E non si lascerebbero troppo soli i sindaci e, soprattutto, i poveri».
Antonio Russo, portavoce di Alleanza contro la povertà
Francesco Iarrera, il sindaco di Oliveri: «Dobbiamo essere sindaci-operai»
Francesco Iarrera è uno dei due sindaci italiani che erano in lizza per il Premio («ma non ho proposto io la mia candidatura, né sono riuscito a sapere dagli organizzatori chi l’abbia avanzata per me», svela lui). «Si tratta di un riconoscimento e come tale va preso. Certo è anche un modo per parlare di un problema che va affrontato in maniera strutturale a livello centrale. I Comuni non hanno molti fondi: li possono richiedere, certo, ma è una delle pochissime cose che possono fare su questo fronte. Quando parliamo di povertà, parliamo anche di altri ambiti a essa connessi. Per esempio, di accoglienza degli immigrati. Nel nostro piccolo, cerchiamo di intercettare dei fondi per accogliere i minori stranieri non accompagnati, un tema un po’ scottante e talvolta divisivo, per questo i Comuni più piccoli a volte non hanno il coraggio di procedere in questa direzione. Poi ci sono altre forme di fragilità, come la povertà legata alla disoccupazione, e questo è un tema che riguarda tutto il Paese. Ci scontriamo quotidianamente con questo tipo di difficoltà, siamo l’interfaccia tra lo Stato e i cittadini, e cerchiamo di farlo nel migliore dei modi. A volte siamo costretti ad adottare provvedimenti tampone».
Francesco Iarrera, sindaco di Oliveri (Messina)
«Sento dire spesso che bisogna aiutare di più i piccoli Comuni, nei quali risiede il 70% della popolazione italiana, ma io questi aiuti non li vedo. I tagli ai trasferimenti sì, invece. È chiaro che, nel momento in cui non siamo competitivi in materia di servizi e di prospettive, i giovani vanno altrove. La povertà non è soltanto economica: è sociale, culturale, educativa, digitale. È molto ampia. E la maggior parte di queste persone resta ai margini. Noi viviamo in una condizione di continua emergenza: al mattino mettiamo l’elmetto e partiamo, consapevoli di dover gestire una situazione che lievita di giorno in giorno. Può darsi che molti colleghi non abbiano avuto nemmeno il tempo di candidarsi al World Mayor Prize, io per primo. Molti cittadini vedono i politici e le istituzioni distanti dai problemi. Irraggiungibili. Dobbiamo essere sindaci operai, se vogliamo essere parte integrante del territorio».
Paolo Pezzana, l’ex sindaco esperto di povertà
«È difficile dare un commento univoco a questa vicenda», premette Paolo Pezzana, ex sindaco di Sori (Città metropolitana di Genova), che è stato Presidente Nazionale di fio.PSD (l’associazione che riunisce le organizzazioni che si occupano di homeless in Italia) e ha ricoperto vari ruoli anche all’interno dell’Associazione nazionale dei Comuni italiani – Anci. Oggi è consulente di Fondazione Ifel, l’Istituto per la finanza e l’economia locale, istituito dall’Anci nel 2006. Pezzana si occupa soprattutto di progetti di accompagnamento riguardanti accoglienza, welfare e servizi sociali. «Di amministratori in gamba in giro ce ne sono tanti, soprattutto nelle realtà un po’ più nascoste, dove ci sono meno risorse e occorre più fantasia. Il Premio non è poi così noto, ma è vero che negli anni passati c’è stata una maggiore partecipazione. Soprattutto io credo che i sindaci siano molto assorbiti dal loro lavoro. Vedendoli all’opera oggi, mi rendo conto che c’è parecchio disincanto: si sentono un po’ abbandonati, avvertono moltissime responsabilità sulle loro spalle, molta gente li denuncia per ogni minima cosa con la speranza di raggranellare qualche soldo. Tutto questo a fronte di indennità molto basse, soprattutto nei piccoli e medi Comuni. Quando l’ho fatto io, percepivo 1.400 euro al mese per dodici mensilità, di cui una se ne andava per pagare l’assicurazione. Lavoravo anche venti ore al giorno e ho ancora pendenze, a quasi dieci anni dalla fine del mandato: per fortuna sono uscito bene da tutte».
Paolo Pezzana, ex sindaco di Sori
«Forse si guarda con meno entusiasmo, rispetto al passato a questo tipo di riconoscimenti», prosegue Pezzana. «Sembra crescere lo scollamento tra i singoli amministratori e ciò che crea una cultura dell’amministrazione: lo stare insieme, riconoscersi, valorizzare le cose che si fanno. I sindaci sono molto attenzionati sulla quotidianità e sulle cose che propongono, ma non trovano un supporto altrettanto strutturato. Iniziative come il World Mayor Prize hanno il significato di restituire valore o comunque di rendere visibile il valore che viene prodotto: se ci sono state pochissime candidature a livello mondiale, qualcosa dovrà pure significare».
C’è sempre un po’ il rischio di far apparire un buon amministratore colui che fa cose buone, solidali. Ma non è così: un buon sindaco è un soggetto che tiene insieme la complessità. Il sindaco non è l’amministratore del Comune: è l’amministratore della comunità
Paolo Pezzana, ex sindaco di Sori
Pezzana fa un’altra riflessione, importante: «C’è sempre un po’ il rischio di far apparire un buon amministratore colui che fa cose buone, solidali. Ma non è così: un buon sindaco è un soggetto che tiene insieme la complessità, che è fatta anche di azioni che hanno a che fare con il sociale, la cultura, l’inclusione, dunque non è possibile ridurle a un solo tema, per esempio la lotta alla povertà. È un gioco di equilibrio. Il sindaco non è l’amministratore del Comune: è l’amministratore della comunità. Quando il ragioniere capo del mio Comune mi illustrò i margini di manovra sul bilancio comunale, mi venne da ridere perché i fondi erano tutti vincolati. Restavano fuori 20mila euro l’anno. Una mia giovanissima assessora mi fece notare che eravamo stati eletti per amministrare il valore che la nostra comunità produceva, e quindi mettere le associazioni, i commercianti e le imprese del territorio nelle condizioni di poter lavorare meglio. Il vero elemento distintivo del sindaco è di far sentire coinvolta tutta la comunità in tutto quello che l’amministrazione fa. Occorre connettere, stimolare la partecipazione in senso concreto per generare bene comune. Mi sono laureato in giurisprudenza, e il diritto amministrativo mi ha certamente aiutato, ma per me è stato ancor più importante e utile l’aver fatto l’educatore».
Credits: foto fornite dagli intervistati; in apertuta, la foto del municipio di Oliveri (foto sito Comune)