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Un caso di Dengue a Livorno, scattata la disinfestazione dalle zanzare

15 Agosto 2026 ore 00:03

Le strade interessate e gli orari dell’intervento – E’ stato diagnosticato dall’Asl a Livorno un caso di Dengue, malattia tropicale che può essere trasmessa anche in modo indiretto dalla zanzara tigre.

L’ufficio Igiene e Sanità Pubblica della Azienda USL Toscana nord ovest, ricevuta la segnalazione del caso, ha richiesto al Comune di effettuare un intervento precauzionale di disinfestazione in un’area (individuata dalla stessa Asl) che comprende via Lidia Poet, Via Giovanni Lazzara, Largo Ettore Petrolini e le aree nel perimetro dell’Ospedale, tra via Alfieri, Via Gramsci, via dell’Olmo, via della Meridiana, via Francesco Chiusa e l’area verde del Parco Pertini
Tutto questo, come prevede la legge, per abbassare rapidamente la densità di zanzare nella zona dove il malato ha soggiornato, al fine di ridurre il rischio, seppur remoto, di innesco di una trasmissione autoctona di arbovirosi.
La disinfestazione delle aree interessate, tramite interventi sia adulticidi che larvicidi, sia su suolo pubblico che nelle proprietà private, è così articolata:
a) il giorno 14 agosto 2026 effettuata dalle ore 18:00 nelle aree pubbliche aperte;
b) il giorno 17 agosto 2026 a partire dalle ore 18:00 per le aree aperte delle proprietà private.
Il Comune ha a questo scopo incaricato una ditta specializzata per l’intervento ed ha emesso una ordinanza (la n.291 poi parzialmente modificata con ordinanza 294)
che ordina:
a tutti i residenti, amministratori condominiali, operatori commerciali, gestori di attività produttive e in generale a tutti coloro che abbiano l’effettiva disponibilità di aree aperte o abitazioni nelle aree specificate di:
  1. permettere l’accesso degli addetti alla disinfestazione per l’effettuazione dei trattamenti larvicidi, adulticidi e la rimozione dei focolai larvali presenti in area esterna privata (cortili, piazzali, giardini, terrazze, ecc.);
  2. attenersi a quanto indicato dagli addetti all’attività di rimozione dei focolai larvali per evitare che si riformino.
    Queste le precauzioni da adottare durante il trattamento:
    • restare al chiuso con finestre e porte ben chiuse e sospendere il funzionamento di impianti di ricambio d’aria;
    • tenere al chiuso gli animali domestici e proteggere i loro ricoveri e suppellettili (ciotole, abbeveratoi, ecc.) con teli di plastica;
    • considerato che per effetto deriva i prodotti insetticidi potrebbero ricadere sui prodotti ortofrutticoli, si raccomanda prima del trattamento di raccogliere la verdura e la frutta degli orti o di proteggere le piante con teli di plastica.
    In seguito al trattamento si raccomanda di:
    • rispettare un intervallo di 15 giorni prima di consumare frutta e verdura che siano state eventualmente irrorate con prodotti insetticidi, lavarle abbondantemente e sbucciare la frutta prima dell’uso;
    • procedere, con uso di guanti lavabili o a perdere, alla pulizia di mobili, suppellettili e giochi dei bambini lasciati all’esterno che siano stati esposti al trattamento;
    • in caso di contatto accidentale con il prodotto insetticida lavare abbondantemente la parte interessata con acqua e sapone.

    La Protezione Civile del Comune supporterà l’ufficio Ambiente nella diffusione diretta dell’ordinanza ai residenti delle aree interessate dalla disinfestazione.

Firenze: dal 17 agosto modifiche viabilità nella zona di via Mannelli

14 Agosto 2026 ore 15:34
Firenze: dal 17 agosto modifiche viabilità nella zona di via Mannelli

Scatterà il 22 agosto l’inversione di via Mannelli a Firenze, fulcro della riorganizzazione della viabilità legata all’ampliamento della rete tranviaria sui viali di circonvallazione per avere una circolazione più scorrevole e omogenea.

Dal 3 agosto sono stati effettuati i primi interventi nella zona di via Mannelli, con l’istituzione di provvedimenti di viabilità propedeutici come il senso unico in via Masaccio da via Scialoja fino a viale Don Minzoni, la revoca di tratti di corsia preferenziale (in via Landucci, via Campanella e via Bovio) e l’accensione di un nuovo impianto semaforico all’incrocio tra via Bovio e via Scialoja.

Ma le modifiche più importanti partiranno dopo Ferragosto si inizia con l’inversione notturna di via De Sanctis, da lunedì 17, a seguire le tre fasi di inversione di via Mannelli e l’istituzione del nuovo assetto della viabilità in piazza Alberti. Al termine dei lavori via Mannelli sarà a senso unico da via degli Artisti a via Lapini, da qui la direttrice passerà sotto il cavalcavia dell’Affrico, entrerà in via di Credi e arriverà in piazza Alberti per proseguire su via De Sanctis fino ai lungarni.

“L’obiettivo – spiega l’assessore alla mobilità Andrea Giorgio . è creare di fatto dei percorsi alternativi ai viali, via Masaccio in direzione sud e via Mannelli in direzione nord. È un’operazione importante perché permetterà di alleggerire il traffico sui viali e, soprattutto, di garantire una viabilità alternativa più efficiente, meno traffico e inquinamento con la tramvia ma anche con nuovi percorsi e itinerari. A questo si accompagna anche l’istituzione di una ‘onda verde’ su via Masaccio, pensata per rendere più fluido il collegamento verso viale Belfiore. Rispettando i limiti di velocità a 40 km all’ora, i semafori rimarranno verdi in sequenza, accompagnando il flusso di traffico verso quella zona della città”. “Sicuramente sarà anche impattante perché si modificano viabilità molto utilizzate ed è per questo che abbiamo programmato queste operazioni in agosto e in modo progressivo”.

Energia rinnovabile in porto. Il futuro dello scalo passa dalla transizione ecologica

14 Agosto 2026 ore 09:10

Ma il nodo dei vincoli paesaggistici e la gestione delle reti rischiano di frenare ogni sviluppo.

“Mentre il porto di Livorno cerca di ritagliarsi un ruolo da protagonista nel Mediterraneo – si legge in una nota a firma congiunta Livorno Civica e Alleanza Verdi e Sinistra – una questione strategica rimane in larga parte irrisolta: la produzione di energia rinnovabile all’interno dell’area portuale. Un tema che intreccia competitività dello scalo, criticità di sviluppo del polo industriale e necessità di abbattere le emissioni inquinanti in città.

A rimettere al centro del dibattito pubblico questa partita, dopo una serie di incontri e confronti anche con l’Autorità di Sistema Portuale del Mar Tirreno Settentrionale, sono oggi Livorno civica e Alleanza Verdi e Sinistra, che hanno deciso di sollevare la questione e spingere a soluzioni condivise per uscire dall’impasse.

Secondo studi tecnici più volte portati all’attenzione delle istituzioni dal circolo Legambiente “Luciano De Majo”, l’area portuale e le zone retroportuali potrebbero ospitare fino a 300 megawatt di impianti eolici, ai quali si aggiungerebbero ulteriori 10-15 MWp di fotovoltaico da installare su tetti e superfici oggi inutilizzate. Numeri che non sono affatto irraggiungibili, se si guarda a quanto già realizzato nei grandi scali del Nord Europa: Rotterdam ha installato 300 MW di eolico onshore, Anversa è arrivata a 370 MW con 130 pale in esercizio, Amburgo soddisfa già i due terzi del proprio fabbisogno energetico con fonti pulite. Perché Livorno dovrebbe restare indietro?

“A rendere ancora più urgente il tema – prosegue la nota – è la vicenda del cold ironing, l’elettrificazione delle banchine che consente alle navi di spegnere i motori durante la sosta, riducendo drasticamente le emissioni inquinanti. La “prima vita” del cold ironing a Livorno risale al 12 novembre 2015, quando venne inaugurata con grande pompa la banchina elettrificata alla Calata Sgarallino, alla presenza delle autorità cittadine e regionali. Un investimento che costò 3,5 milioni di euro, cofinanziato per il 60% dal Ministero dell’Ambiente e per il 20% dalla Regione Toscana. L’impianto aveva una potenza erogabile fino a 12 MW ed era il primo in Europa di tale potenza dedicato alle navi passeggeri. Eppure, quell’infrastruttura all’avanguardia non è mai stata utilizzata commercialmente. Le ragioni furono molteplici: mancavano le navi con apparati elettrici compatibili, non era stato stipulato il contratto con Enel per la fornitura di energia, e la gestione dell’impianto non era stata formalmente trasferita dall’Autorità Portuale alla società Porto 2000. La Corte dei Conti, pur riconoscendo la situazione paradossale, ha comunque escluso il danno erariale. Uno “sperpero di denaro pubblico”, come è stato definito a dieci anni di distanza, che resta un simbolo delle occasioni mancate.

La ‘seconda vita’ del cold ironing è invece finanziata con i fondi del PNRR e del Fondo Complementare, per un totale di 77,5 milioni di euro destinati all’intera Autorità di Sistema Portuale del Mar Tirreno Settentrionale. Di questi, 45,5 milioni sono specificamente destinati al porto di Livorno, 16 milioni a Piombino e 16 milioni a Portoferraio. Questo nuovo progetto, molto più ampio e ambizioso, prevede la realizzazione di una sottostazione nell’area dell’ex centrale Enel del Marzocco e di tre cabine di conversione a servizio di passeggeri (crociere) e container. I lavori, affidati al Consorzio Integra a dicembre 2023, procedono speditamente e dovrebbero essere completati entro il 2026, rendendo così operativo il sistema in tutti i porti dell’Autorità. A luglio 2025 sono già stati completati tratti rilevanti di scavo e posa dei cavidotti, e il porto di Livorno risulta a livello europeo uno dei pochi ad aver installato o appaltato più della metà dei lavori.

Un’evoluzione positiva, ma che non risolve il problema alla radice: senza una reale produzione di energia rinnovabile in loco, il cold ironing rischia di restare una costosa vetrina che non risolve il problema dell’inquinamento portuale. Come ha sottolineato Legambiente, allacciarsi alla rete nazionale costa agli armatori di più che produrre energia a bordo bruciando combustibili fossili. Se invece l’energia venisse autoprodotta in porto con impianti eolici, il costo scenderebbe a circa 3 centesimi al kWh contro gli attuali circa 14 centesimi al kWh, rendendo il cold ironing non solo ecologicamente virtuoso ma anche economicamente conveniente”.

“Il principale ostacolo alla realizzazione di questi impianti ci hanno confermato da Palazzo Rosciano – continua la nota – è però di natura normativa, oltre alla necessità di ricerca fondi, che dovrebbero venire dal privato: i vincoli paesaggistici imposti dalla Soprintendenza e recepiti dal Comune di Livorno nel Piano Operativo Comunale, che hanno esteso la tutela della fascia costiera anche alle aree operative del porto. Una scelta che l’Autorità di Sistema Portuale ha immediatamente impugnato davanti al TAR di Firenze. «È un paradosso tutto italiano – commentano i referenti di Legambiente Livorno – mentre aree come la Val di Cornia vengono coperte di pannelli solari, si “protegge” il paesaggio del porto industriale. Una contraddizione che rischia di bloccare la transizione ecologica del nostro territorio». A complicare il quadro nel confronto con Autorità Portuale la preoccupazione espressa dal presidente Gariglio sul futuro dello snodo ferroviario dell’interporto, che a causa dei ritardi accumulati potrebbe essere riallocato ad altri asset, vanificando anni di progettazione e investimenti ma anche  il percorso governativo che prevede l’affidamento a un unico soggetto privato della gestione di tutte le reti elettriche nei porti nazionali, una scelta che solleva più di un interrogativo sulla tenuta di un sistema pubblico di approvvigionamento energetico”.

“Di fronte a questo scenario – prosegue la nota – Alleanza Verdi e Sinistra e Livorno Civica hanno elaborato un documento congiunto per rimettere in moto il processo. Le richieste al governo, alla Regione Toscana e alle autorità locali sono chiare: costituzione di un tavolo permanente tra Comune, Autorità di Sistema Portuale, Regione per accelerare gli iter autorizzativi degli impianti eolici e fotovoltaici in area portuale. Il tavolo potrebbe aiutare e sostenere il superamento dei vincoli paesaggistici attraverso un’intesa istituzionale che riconosca la specificità delle aree portuali e la necessità di uno sviluppo sostenibile nelle aree naturali, distinguendo tra paesaggio naturale e paesaggio industriale. Altrettanto importante è l’attrazione di investimenti privati con project financing dedicati alla produzione di energia rinnovabile, sul modello di quanto già sperimentato in altri settori, oggi a che ci risulta, assente dalla pianificazione dello sviluppo del porto. Non ultimo, l’importanza del collegamento tra transizione energetica delle aree portuali e industriali del retroporto, perché la produzione di energia pulita in porto e nelle aree limitrofe può rappresentare una risposta concreta alla necessità di sviluppo del polo logistico e industriale di Livorno, offrendo energia a costi competitivi per la produzione anche di idrogeno verde e per il rilancio industriale del territorio.

Il porto di Livorno si trova di fronte a un bivio: restare indietro rispetto agli altri scali europei, vittima di burocrazie miopi e vincoli anacronistici, o diventare un laboratorio di innovazione e sostenibilità.

La scelta è politica. Noi abbiamo scelto di stare dalla parte della transizione ecologica, del lavoro e della salute dei cittadini”.

“La partita è aperta – conclude la nota – ma il tempo, con le crisi energetiche globali e la competizione tra porti del Mediterraneo, non gioca certo a favore di chi aspetta”.

 

Esposti alla morte: espulsioni dalla Tunisia in seguito ad intercettazioni in mare

di: s010
28 Giugno 2025 ore 10:39

Durante la primavera del 2025, in un momento in cui il governo tunisino aveva nuovamente intensificato la violenza contro le persone nere in movimento, siamo state ripetutamente allertate riguardo le sistematiche espulsioni verso il deserto, con conseguenti morti o sparizioni.

Espulsioni in seguito a naufragi

Il viaggio, secondo la testimonianza condivisa. Foto: Alarm Phone

L’ultimo pomeriggio del 2024, siamo state informate di una barca in pericolo con a bordo circa 60 uomini. Erano partiti il 31 dicembre da Zuwara alla volta di Lampedusa ma, poco dopo la partenza, avevano avuto un guasto al motore. Mohammad, alleato di Alarm Phone e membro di una rete siriana che sostiene le persone in pericolo in mare, ci aveva riportato quanto accaduto:

“All’inizio di questo nuovo anno, avevamo già assistito a troppe tragedie nel Mar Mediterraneo, causate dalle politiche di chiusura delle frontiere, del razzismo dilagante e dell’incapacità delle autorità di adempiere al loro dovere. Oggi ricordo un incidente avvenuto il 31 dicembre, che ha causato la morte di 16 migranti. Come molti altri giorni, avevo ricevuto una chiamata da persone in pericolo in mare. Erano le 8:00 del mattino, il mio telefono aveva squillato. La persona aveva detto “Pronto” e io avevo risposto “Pronto, cosa posso fare per lei?”. Aveva iniziato a spiegarmi la situazione, ma la chiamata era stata improvvisamente interrotta a causa di interferenze.

Prima che la linea cadesse, mi aveva detto che uno dei motori della loro barca si era guastato, e che l’altro funzionava ancora. Avevo provato a richiamare più volte, senza successo. In stretta collaborazione con Alarm Phone, avevamo lavorato instancabilmente per ore cercando di localizzarli. Nel frattempo, avevano iniziato ad arrivare chiamate da parte delle loro famiglie, con domande strazianti: “È successo qualcosa di grave? Sono arrivati sani e salvi?” Non avevo risposte.

Una madre mi aveva detto: “Mi dica, mio figlio è annegato?” La sua voce trasmetteva una certezza, come se sapesse già la verità senza che nessuno gliela avesse detta. Sì, la barca, con a bordo circa 60 persone, era affondata.

Più tardi, avevo ricevuto una chiamata da un pescatore che mi aveva detto di aver soccorso alcuni sopravvissuti e di averli portati in Tunisia. Tuttavia, le autorità locali li avevano trattati come sempre accade, e li avevano deportati nel deserto al confine con l’Algeria. Le persone avevano camminato per 10 ore nel deserto senza cibo né acqua prima di trovare qualcuno che le aiutasse.

In seguito, mi avevano richiamato per informarmi di aver finalmente raggiunto Algeri dopo un viaggio estenuante. Ma la tragedia non era finita qui. Mi avevano spiegato che il gruppo originario si era diviso durante il calvario e che alcune persone erano ancora dispersie nel deserto. Avevano anche perso un amico in mare, di cui non si conoscevano né il nome completo né i contatti della famiglia.

Avevamo cercato di sollecitare le autorità, affinché intervenissero, ma nessuno aveva fatto nulla. Avevano lasciato quelle persone morire in mare o nel deserto.

Spero che la lotta continui e che cresca il numero di coloro che lottano per la giustizia e l’umanità in mare. Le uccisioni alle frontiere devono finire! E tutte le persone hanno bisogno di vie di comunicazione libere e sicure per viaggiare”.

Frammenti di un video che mostrava il difficile soccorso dell’imbarcazione capovolta, da parte dei pescatori. Video condiviso con Alarm Phone da un parente delle persone a bordo.

Nonostante la nostra segnalazione alle autorità europee e tunisine, il soccorso dei naufraghi era stato effettuato da pescatori tunisini che, per fortuna, si trovavano nella zona. Tragicamente, per 16 persone il soccorso era giunto troppo tardi.

Una volta giunteo a terra, le autorità tunisine avevano deciso di deportare i sopravvissuti nel deserto, esponendoli nuovamente alla morte.

Uno dei gruppi più piccoli era stato spinto nella regione desertica al confine con l’Algeria. Grazie alla conoscenza dell’arabo, alla loro giovane età e buona salute, erano riusciti a raggiungere Algeri. Dopo la violenza subita alle frontiere esterne dell’Unione Europea, decisero di tornare in Siria.

Un altro sopravvissuto è scomparso dopo il soccorso verso Sfax. Dopo settimane di ricerche da parte del fratello, ha dato un segno di vita da una prigione di Tebesa, sul lato algerino del confine con la Tunisia. Era finito lì dopo essere stato portato in autobus a Kasserine, poi a Thala e successivamente spinto oltre il confine. Nella prigione era detenuto insieme ad altre 35 persone, di cui almeno due minorenni. Altri hanno riferito di essere stati lì per cinque o sei mesi.

Alla fine di aprile è stato espulso dall’Algeria verso il Pakistan, in aereo, insieme ad altre persone provenienti dal Pakistan.

Le espulsioni multiple che hanno causato la morte del piccolo Elian Michel

Il viaggio, secondo la testimonianza condivisa. Foto: Alarm Phone

Nel mese di febbraio, Alarm Phone è stata contattata da una madre che aveva perso il suo bimbo di soli tre mesi. Era accaduto dopo diverse espulsioni verso le zone di confine, seguite all’intercettazione in mare sua e del marito da parte della guardia costiera tunisina:

“Mi chiamo S., sono camerunese. Ho lasciato il mio paese due anni fa. All’epoca avevo una relazione con quello che ora è mio marito, ma essendo studenti non avevamo molti soldi, quindi i miei genitori volevano costringermi a sposarmi. È stato per evitare questo matrimonio forzato che mi sono vista costretta a fuggire dal mio Paese.

Io e mio marito siamo arrivati in Tunisia alla fine del 2023 con l’idea di stabilirci lì e iniziare una nuova vita. Sapevamo che la situazione nel Paese era difficile, ma non immaginavamo che le condizioni di vita fossero così dure. Abbiamo vissuto a Tunisi per due mesi, condividendo un appartamento con altre persone e lavorando per pagare l’affitto. Eppure, la situazione è peggiorata molto rapidamente: il razzismo era ovunque e sempre più persone che conoscevamo venivano arrestate e sbattute in prigione. Questo accadeva anche a persone che avevano i documenti. Molti sono scomparsi dopo essere stati deportati nel deserto.

Nell’inverno del 2024 siamo partiti per Sfax per cercare di fuggire, dinanzi  al numero crescente di arresti. Quando siamo arrivati, abbiamo trovato un piccolo posto in affitto. Purtroppo, dopo poche settimane, il nostro padrone di casa ha subito pressioni dalla Guardia Nazionale per sfrattarci e abbiamo dovuto andarcene. Siamo quindi andati a vivere fuori Sfax, negli uliveti. I campi venivano regolarmente distrutti dalle forze dell’ordine, e avevamo dovuto spostarci.

Le condizioni di vita nei campi sono molto precarie: Le persone vivono in rifugi fatti di rifiuti di plastica e legno. Li dentro fa molto freddo, ma almeno offrono un po’ di protezione. Non c’è accesso all’acqua corrente. A volte gli abitanti del posto vengono a venderci lattine. Ci sono anche agricoltori che ci aiutano e quando vengono ad annaffiare i campi ci lasciano usare i loro serbatoi. Ma quell’acqua non è potabile e dobbiamo comunque comprare bottiglie extra. Mio marito aveva trovato un piccolo lavoro notturno che gli permetteva di guadagnare un po’ di soldi. Questo ci permetteva di comprare da mangiare.

Le condizioni erano così difficili e gli arresti così frequenti che avevamo deciso di fuggire dalla Tunisia, soprattutto perché avevo appena avuto un bambino con mio marito: il piccolo Elian Michel. All’inizio di febbraio 2025, siamo partiti su una barca di metallo verso l’Europa. La barca era molto affollata e instabile (eravamo in 47), ma procedeva bene. Al mattino presto, dopo alcune ore di navigazione, quando eravamo in acque internazionali, la Guardia Nazionale ci ha individuati. Ci avevano chiesto di spegnere il motore, minacciando di affondare la barca se avessimo rifiutato. Avevamo obbedito immediatamente perché avevamo troppa paura che potessero provocare onde che ci avrebbero fatto capovolgere.

Eravamo stati avvistati inizialmente da guardie costiere su moto d’acqua, che poi avevano chiamato due grandi imbarcazioni della Guardia Nazionale, giunte poco dopo. Ci avevano diviso in due gruppi, uno su ogni imbarcazione, prima di farci sbarcare nel porto di Sfax. Eravamo tutti bagnati e tremanti dal freddo, ma non ci avevano dato né coperte, né acqua, né cibo. Dato che avevo lasciato il latte del bambino sulla barca, avevo chiesto all’ufficiale della Guardia Nazionale di poterlo andare comprare in farmacia. Lui aveva risposto che non era permesso. Eppure vedeva che il mio bambino era molto piccolo, che aveva solo due mesi e mezzo ed era tutto bagnato… non mi aveva ascoltato nonostante le mie suppliche. Eravamo rimasti rinchiusi nel porto, per terra, tutto il giorno. Due donne incinte erano svenute ed erano state portate in ospedale. Ma nessuno aveva fatto nulla per il mio bambino.

Alla fine della giornata sono arrivati altri poliziotti. Ci hanno ammanettato tutti. Avevo le mani legate dietro la schiena e il mio bambino era sul petto, non potevo più toccarlo. Ci hanno fatto salire su un autobus. Altre persone si erano unite a noi sull’autobus: erano altri neri che la guardia nazionale aveva arrestato e messo in prigione. Restammo ammanettati sull’autobus per 5 ore. C’era un autista e altri 4 poliziotti che avevano il compito di perquisirci durante il viaggio. Chi protestava veniva picchiato. Non ci avevano ancora dato nulla da mangiare o da bere. Altri veicoli della Guardia Nazionale seguivano l’autobus.

Quando l’autobus si è fermato era buio. I poliziotti ci hanno fatto scendere uno alla volta. C’erano quattro auto con circa quindici poliziotti armati fino ai denti. Ci hanno tolto le manette, ci hanno fatto camminare per un chilometro prima di dirci di andare avanti senza voltarci. Grazie a qualcuno che era riuscito a tenere il cellulare, abbiamo capito che eravamo al confine con l’Algeria. Ci siamo divisi in due gruppi: alcuni volevano rifugiarsi in Algeria, ma io e mio marito volevamo avvicinarci il più possibile a una città per comprare del cibo per il nostro bambino, quindi ci siamo uniti al gruppo che voleva tornare in Tunisia.

Così abbiamo camminato tutta la notte con altre quindici persone circa. Un fratello mi ha dato dell’acqua per il mio bambino, ma mi sono accorta che era molto debole. Nel cuore della notte, il nostro gruppo è stato individuato dalla Guardia Nazionale. Tutti sono stati catturati, picchiati e probabilmente deportati di nuovo, tranne noi tre che siamo riusciti a nasconderci. Al mattino presto siamo arrivati in una piantagione di datteri vicino a un villaggio. Lì c’era un anziano che ha deciso di aiutarci quando ci ha visti. Ha chiamato qualcuno che è andato a comprare del latte, un biberon e del cibo per noi. Abbiamo mangiato, riposato e alla fine della giornata abbiamo deciso di ripartire. Volevamo camminare di notte perché sapevamo che durante il giorno c’era troppo rischio di essere individuati: se qualcuno ti vede, spesso chiama direttamente la polizia…

Dopo aver camminato per due giorni, siamo arrivati in una città un po’ più grande, ma qualcuno deve averci denunciato perché è arrivata la polizia e ci ha arrestati. Siamo stati nuovamente trasportati in auto per molte ore. Ci siamo resi conto che la guardia nazionale ci stava portando in Libia. Era buio quando ci hanno fatto scendere dall’auto. I libici ci aspettavano a pochi metri di distanza. Altre persone venivano deportate insieme a noi. Per fortuna siamo riusciti a nasconderci in una specie di grande tubo che si trovava lì vicino. I libici ci hanno cercato per un po’, ma grazie a Dio non ci hanno trovato.

Ancora una volta abbiamo camminato tutta la notte, sperando di trovare un villaggio sul lato tunisino. Abbiamo incontrato un uomo che ha deciso di aiutarci. Ha chiamato suo figlio, che ci ha portato a una stazione per poter tornare a Sfax. Ma ancora una volta la polizia ci ha fermato. Questa volta siamo stati deportati al confine algerino, sulle colline vicino a Tebessa. Dopo una settimana di vagabondaggio sulle colline, siamo riusciti a convincere un abitante del luogo a riportarci a Sfax in cambio di una somma di denaro. E così, dopo un mese nel deserto, siamo tornati agli uliveti. Abbiamo scoperto che il nostro rifugio era stato distrutto, quindi siamo andati ad accamparci un po’ più lontano.

Dato che il mio bambino non stava bene, sono andata da una sorella africana che era infermiera nel mio paese. Ha visitato mio figlio e mi ha detto che probabilmente aveva l’ipotermia. Purtroppo non abbiamo avuto il tempo di fare nulla. Quella notte l’ho messo a letto, ben coperto. Non si è più svegliato. Mio marito ed io abbiamo pianto molto, eravamo sotto shock. Uno dei leader della comunità del campo è venuto a trovarci e ci ha detto che avrebbe informato la Guardia Nazionale della morte. La Guardia Nazionale è venuta a prendere mio marito e il corpo del bambino. Sono andati all’ospedale dove un medico ha dichiarato il decesso. La polizia ha riportato mio marito al campo: lui voleva tenere il corpo con sé, ma glielo hanno impedito e gli hanno detto di lasciarlo nel furgone.

Non so se il mio bambino è stato sepolto e cosa sia successo al corpo. Come madre in lutto, è importante per me sapere dove si trova il corpo e poterlo salutare. È una situazione molto difficile. Oltre a questa perdita, c’è la situazione molto complicata in cui ci troviamo in Tunisia, a causa del razzismo e dei continui arresti e deportazioni. Non possiamo restare in Tunisia. Non abbiamo altra scelta che cercare di fuggire di nuovo da questo Paese”.

Queste sono solo due testimonianze che descrivono la situazione disumana dei migranti in Tunisia, Libia e Algeria, dove le loro vite non contano nulla e vengono abbandonati.

Le testimonianze presentate in questo rapporto mettono a nudo le brutali conseguenze di un regime di deportazione transnazionale che svaluta sistematicamente le vite dei migranti neri. La catena di eventi – dalle intercettazioni in mare agli abbandoni nel deserto e alle espulsioni transfrontaliere – rivela una politica deliberata di deterrenza attraverso la sofferenza. La Tunisia, con il sostegno tacito e palese degli attori europei, sta attuando pratiche che espongono i migranti non solo a ripetute violazioni dei loro diritti fondamentali, ma anche al rischio imminente di morte.

Queste storie non sono isolate. Riflettono un modello: persone sopravvissute a naufragio, deportate nel deserto; famiglie che subiscono perdite devastanti dopo ripetuti sgomberi forzati; individui che scompaiono oltre confine, detenuti a tempo indeterminato o che svaniscono senza lasciare traccia.

Questo sistema di controllo esternalizzato delle frontiere non si ferma ai confini fisici: si estende alle vite delle persone, lacerando famiglie, cancellando futuri e aggravando la violenza del controllo razziale delle migrazioni. Il regime di frontiera ha trovato un altro modo di strumentalizzare questo ambiente letale, condannando le persone a morire in mare o nelle regioni desertiche. Queste tragiche conseguenze non sono accidentali. Sono il risultato prevedibile ed evitabile delle politiche gestite dall’UE, elaborate per rafforzare le frontiere, indipendentemente dai costi in termini di vite umane.

Con Alarm Phone, piangiamo queste morti e facciamo eco alla richiesta di coloro che resistono a queste ingiustizie: le uccisioni alle frontiere devono cessare, libertà di movimento per tutte e tutti!

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Mare interrotto

di: s010
20 Giugno 2024 ore 08:31

Raccolta di testimonianze (2021-2023)

Barche di migranti sulla spiaggia di Beliana. Foto: anonimo

In occasione della Giornata mondiale del rifugiato, la società civile transnazionale si mobilita per denunciare le politiche assassine e razziste nel Mediterraneo!

Sulla base di testimonianze raccolte da diversi attori della società civile tunisina e transnazionale, questo rapporto documenta le pratiche di intercettazione della Guardia Nazionale tunisina nel Mediterraneo centrale. I dati raccolti, basati su 14 interviste approfondite condotte tra il 2021 e il 2023 con persone esiliate sopravvissute ad attacchi in mare, evidenziano pratiche violente e illegali, che vanno dalla mancata assistenza al rovesciamento intenzionale di imbarcazioni in difficoltà, causando naufragi e costando la vita a molte persone esiliate. 

Questa brutalizzazione da parte delle autorità di frontiera tunisine, documentata ormai da diversi anni, avviene in un contesto di crescente esternalizzazione delle frontiere da parte dell’Unione Europea e dei suoi Stati membri. Di fronte all’aumento del traffico sulla rotta marittima tunisina a partire dal 2021, e nella speranza di limitare il numero di attraversamenti, l’UE ha aumentato considerevolmente il suo sostegno alle forze di sicurezza tunisine, istituendo un regime di “respingimento per procura”, sull’esempio della sua cooperazione con le milizie libiche. 

Per ragioni di sicurezza, nell’attuale contesto di criminalizzazione e di ripetuti attacchi a persone e organizzazioni che sostengono i migranti in Tunisia, si è ritenuto preferibile non menzionare i nomi di questi ultimi.  

Di fronte alla repressione, la pubblicazione di questo rapporto suona quindi come una promessa: la promessa che, a prescindere dai tentativi di intimidazione, la solidarietà continuerà a essere espressa senza sosta. 

Insieme, continueremo a documentare le pratiche violente della guardia costiera tunisina e di tutte le altre autorità coinvolte nelle intercettazioni e nei respingimenti nel Mediterraneo e nelle violazioni dei diritti in mare. 

Insieme, denunciamo questo regime repressivo di controllo della mobilità e le politiche di esternalizzazione che lo consentono e lo incoraggiano. 

Insieme, difendiamo un Mediterraneo aperto, solidale e rispettoso della libertà di movimento di tutti!

Leggi il rapporto completo qui sotto.

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