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Il sogno di Edoardo Giordan: diventare il primo maestro di scherma con disabilità

14 Ottobre 2026 ore 13:42

C’è un’ambizione che va ben oltre la conquista dei podi e delle medaglie internazionali, e che punta a trasformare dall’interno la cultura della scherma paralimpica. Dopo il bronzo conquistato nella suggestiva cornice del grand palais ai giochi di Parigi e l’oro europeo nella sciabola, Edoardo Giordan guarda al momento in cui toglierà la maschera da atleta per intraprendere una strada inedita: diventare uno dei primi maestri di scherma con disabilità, capace di insegnare e formare i campioni del futuro partendo da un’esperienza vissuta in prima persona.

Edoardo Giordan spiega con chiarezza la spinta che lo guida verso questo traguardo: «Mi piacerebbe anche diventare un maestro, un tecnico, perché nella scherma vedo che ancora tutti i maestri sono maestri che dalla scherma olimpica si adattano alla scherma paralimpica. Mi piacerebbe diventare uno dei primi atleti paralimpici che ha vissuto appieno la carriera dell’atleta paralimpico, diventare un maestro che insegna la scherma agli atleti paralimpici».

Si tratta di un salto di qualità decisivo per l’intero movimento. Chi si è seduto in carrozzina e ha affrontato anni di pedana possiede una percezione tecnica, fisica ed emotiva che nessun adattamento teorico può sostituire appieno. Immedesimarsi nella condizione dell’atleta non è solo una questione di empatia, ma di profonda conoscenza delle dinamiche del corpo e del movimento. Come sottolinea lo stesso Giordan: «Avendo vissuto la carrozzina e la pedana credo che posso dare qualcosa che i maestri olimpici giustamente non possono dare, perché hanno vissuto le pedane da atleti normodotati, non da paralimpici. Mi piacerebbe trasmettere ai nuovi ragazzi quello che io sto vivendo in questi anni di carriera».

Dalla rabbia alla rinascita: lo sport come terapia

Per chi vive la pedana ogni giorno, la scherma rappresenta prima di tutto uno strumento di rinascita personale e riscatto. Il percorso sportivo di Edoardo Giordan è iniziato grazie all’incontro con Andrea Pellegrini, figura fondamentale che gli ha fornito tutto il necessario per cominciare: «È stato Andrea Pellegrini che mi ha dato tutta la prima attrezzatura, mi ha prestato le carrozzine, le armi, le divise e ho cominciato grazie a lui». L’impatto iniziale con l’amputazione è stato segnato da un periodo estremamente duro, fatto di rabbia, depressione e incertezza sul domani: «Ero arrabbiato, depresso, non sapevo che strada avrebbe preso la mia vita perché era tutto così nuovo, così confuso».

In questo contesto, la pratica sportiva è diventata un canale fondamentale per liberare le proprie emozioni e ritrovare un equilibrio interiore: «Io quando tiravo la stoccata in testa al mio maestro o in testa all’avversario era come se stessi andando da uno psicoterapeuta perché mi sfogavo, vedevo che quando tornavo a casa dopo l’allenamento ero più leggero». La stoccata è così diventata un atto terapeutico capace di aiutarlo a elaborare il trauma, accettare la propria condizione e tornare a sognare in grande: «Mi ha aiutato anche a battere i pensieri brutti che mi ero fatto, mi ha aiutato a riprendere in mano la mia vita. Lo sport in questo è stato una parte fondamentale».

L’approdo alle Fiamme Oro: la scherma come lavoro

Un momento chiave nell’evoluzione di questo percorso è rappresentato dall’ingresso nei corpi sportivi militari e nelle forze dell’ordine. L’approdo nelle Fiamme Oro ha segnato una svolta decisiva: «Dopo le Olimpiadi di Tokyo avevo fatto anche un pensiero a fare un passo indietro, Non volevo certo mollare la scherma, però mi rendevo conto che avevo bisogno di avere un’entrata economica, perché la pensione di invalidità non bastava», rivela l’atleta azzurro. L’opportunità di entrare nei gruppi sportivi ha garantito quella stabilità indispensabile per il futuro: «Personalmente da quando faccio parte delle Fiamme Oro i risultati sono cresciuti in maniera esponenziale, perché so che questo è diventato il mio lavoro, so che sto tranquillo anche dal punto di vista economico». Un passaggio fondamentale che ha trasformato gli atleti paralimpici in veri professionisti dello sport.

Il problema non è la disabilità. Il problema è un mondo progettato come se le persone con disabilità non esistessero. Parte da qui l’inchiesta di VITA magazine di giugno, un numero che scardina il principio dell’inclusione alla ricerca di una convivenza possibile.
DISABILITÀ, L’INCLUSIONE NON BASTA

La visione federale: le nuove frontiere dell’inclusione

A sostenere questa crescita contribuisce in modo determinante la guida della Federazione Italiana Scherma, caratterizzata dalla presenza di due figure mediche ai vertici: un neuropsichiatra infantile nel ruolo di presidente e un medico dello sport come vicepresidente vicario. Luigi Mazzone, il presidente, mette in evidenza la profonda dimensione culturale e scientifica di questa impostazione: «Io seguo il movimento paralimpico, un movimento a cui tengo tantissimo, perché oltre all’agonismo c’è anche l’inclusione, un tema che secondo me culturalmente deve stare accanto a una federazione storica come la scherma. Siamo una federazione abbastanza unica: il numero uno e il due dei vertici sono due medici».

Come presidente della federazione sto provando a entrare negli istituti di riabilitazione, dobbiamo stare in contatto con i medici. I ragazzi vanno intercettati e non aspettati

Luigi Mazzone, presidente Federazione Italiana Scherma

L’impegno della presidenza si traduce in una volontà di presenza attiva sul territorio: «Quello che sto provando a fare come presidente della federazione è entrare negli istituti di riabilitazione, dobbiamo stare in contatto con i medici. I ragazzi vanno intercettati e non aspettati». L’obiettivo federale punta infatti a stringere convenzioni dirette con le unità spinali per mostrare ai giovani che la vita non si ferma di fronte alla disabilità.

Il bilancio sugli europei di Cardiff

I risultati ottenuti testimoniano la bontà di questa visione, come dimostra lo straordinario medagliere agli Europei di Cardiff. «Abbiamo battuto i record di medaglie di Terni nel 2018: sei medaglie d’oro, tre d’argento e sei di bronzo. Insomma, è stato un europeo stratosferico», afferma Mazzone, che riconosce il ruolo centrale dello staff tecnico: «Abbiamo tre CT che sono Michele Tarantini, Alessandro Parodi e Giulio Stella, tre persone straordinarie che stanno lavorando molto bene».

Accanto al settore agonistico, la federazione promuove iniziative d’avanguardia come il circuito Fencing for All, dedicato all’inclusione di ragazzi con autismo e disabilità intellettive: «Abbiamo fatto delle gare apposite. Milano e Roma sono due prove in cui a squadre a spada ogni team deve almeno schierare un ragazzo autistico per partecipare al torneo. Per cui al di là del movimento paralimpico c’è anche accanto l’obiettivo dell’inclusione». La scherma italiana continua così ad allargare i propri confini, dimostrando che la pedana può essere un luogo aperto a tutti, capace di abbattere ogni barriera e ridisegnare il futuro dello sport.

Foto di Augusto Bizzi

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15 artisti per i 15 anni di Tog: l’arte al servizio della cura

14 Ottobre 2026 ore 13:05

Giovedì 22 ottobre, a partire dalle ore 18, il Centro Tog di Milano aprirà le sue porte per la quinta edizione di Good StArt, l’asta benefica di arte contemporanea creata a sostegno della Fondazione Tog. Un appuntamento nato con l’obiettivo di raccogliere fondi per garantire percorsi riabilitativi gratuiti e altamente specializzati a bambini e ragazzi con complesse patologie neurologiche.

Una riflessione sulla fragilità e sul mito di Prometeo

In occasione delle celebrazioni per i 15 anni di attività della Fondazione, l’edizione 2026 si presenta in una veste speciale, pensata per aprire una riflessione condivisa sul significato della fragilità, della cura e del ruolo che l’espressione artistica può assumere nei processi terapeutici. L’iniziativa ospiterà le opere di “15 artisti per i 15 anni di Tog”, tutte ispirate al progetto curatoriale Il Fuoco Fragile ideato da Mirko Pancaldi.

Prendendo le mosse dal mito di Prometeo, il percorso invita a considerare il progresso e le sue opportunità con responsabilità ed etica, ridefinendo il concetto stesso di vulnerabilità. Come spiega il curatore, in questo contesto «l’arte apre nuovi sguardi sulla realtà e trasforma la vulnerabilità in una risorsa, non un ostacolo, ma un luogo di relazione e di crescita. Non un limite, ma un punto di partenza».

In questo modo Good StArt supera il perimetro della semplice asta benefica per trasformarsi in un progetto culturale collettivo, attraverso il quale l’arte contribuisce a dare forma e voce a una visione della cura fondata sulla dignità della persona, sulla forza delle relazioni e sul valore trasformativo della bellezza.

Opera di Fabio Viale
Opera di Fabio Viale che sarà presente all’asta

L’arte e Tog: un binomio consolidato per la bellezza che cura

Si rinnova così un binomio ormai consolidato. Dal 2011, infatti, la Fondazione Tog si prende cura delle persone con disabilità neurologiche mettendo al centro non solo il singolo paziente, ma l’intero suo contesto di vita: la famiglia, la scuola, la comunità.

Un approccio in cui l’estetica gioca un ruolo decisivo, come sottolinea Antonia Madella Noja, segretario generale della fondazione: «Nel nostro lavoro, la bellezza è un elemento terapeutico e di ispirazione per la qualità della vita dei nostri bambini e delle loro famiglie. Da un lato, mette in moto la creatività di chi cura e dall’altro è elemento di sollievo e di stimolo per chi le cure le riceve. Una bellezza che accoglie, crea relazione e genera valore».

A testimonianza di questo dialogo fecondo, anche il catalogo dell’edizione 2026 riflette questa visione e assume una forma del tutto inedita. Si tratta di un cofanetto che raccoglie le 15 schede dedicate agli artisti, impreziosito da un intervento pittorico di Manuel Felisi nato direttamente da un laboratorio realizzato insieme ad alcune ragazze seguite da Tog. Un oggetto che diventa esso stesso parte integrante del racconto culturale, espressione concreta della convinzione che la bellezza possa scaturire dall’incontro autentico.

Il problema non è la disabilità. Il problema è un mondo progettato come se le persone con disabilità non esistessero. Parte da qui l’inchiesta di VITA magazine di giugno, un numero che scardina il principio dell’inclusione alla ricerca di una convivenza possibile.
DISABILITÀ, L’INCLUSIONE NON BASTA

La sede dell’evento e le modalità di partecipazione

L’intero evento – comprensivo di opening, mostra e asta – si terrà negli spazi del Centro Tog di Via Livigno 1 a Milano, inaugurato tre anni fa in sostituzione della precedente struttura di via Famagosta. Qui le famiglie possono contare su una presa in carico globale che affianca alla riabilitazione l’accompagnamento scolastico e per i più grandi, la preparazione alla vita autonoma e professionale.

Le opere generosamente donate dagli artisti possono già essere visionate sul sito ufficiale della Fondazione e verranno svelate al pubblico in occasione dell’inaugurazione di giovedì 15 ottobre, sempre dalle ore 18.

Fabio Giampietro
Opera di Fabio Giampietro, presente all’asta di Tog

In apertura, Manuel Felisi durante il laboratorio per la realizzazione del trittico Oltre lo stesso cielo, insieme a Arianna, Elisa e Giulia. Su VITA ne abbiamo parlato qui.

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Quando lo sport colora la vita: autonomia e partecipazione oltre la disabilità

13 Ottobre 2026 ore 11:01

L’inclusione delle persone con disabilità passa attraverso l’offerta di percorsi di autonomia, che siano opportunità lavorative o legate allo sport. Due mondi che si incontrano e si integrano, diventando modelli di vita per chi, la propria fragilità, la mette in campo per disegnare nuovi percorsi di vita. Mondi che hanno bisogno di avere gli strumenti necessari per operare, per esempio confrontandosi con la politica.

È questo che è successo nei giorni scorsi a Palermo, in occasione della visita della ministra per le Disabilità, Alessandra Locatelli: due giorni trascorsi a incontrare diverse realtà nelle loro sedi operative, ma anche per raccontare alla città come si possono mettere al centro le persone, i loro diritti, le loro capacità e il loro protagonismo nella società. Rispondendo anche a chi chiede di valorizzare maggiormente la dimensione della partecipazione.

«Il diritto di tutti alla piena partecipazione è la sfida anche dal punto di vista della disabilità, se non vogliamo categorizzare e differenziare. Io ho sempre parlato di tutte le persone con disabilità», ha detto la ministra Locatelli. «Per esempio nel documento finale della dichiarazione del G7 su inclusione e disabilità, il primo e al momento l’unico al mondo, che si è svolto proprio grazie all’Italia, noi ministri abbiamo affermato che dobbiamo portare avanti il diritto di tutti alla vita civile, sociale, politica, culturale, sportiva, relazionale, affettiva dei nostri Paesi».

Due giorni, quelli palermitani, durante i quali a parlare sono stati i diretti interessati, raccontando le loro fatiche, ma anche quei progressi spesso impercettibili che generano la gioia di chi sa bene quanto sia arduo conquistarli.

Il problema non è la disabilità. Il problema è un mondo progettato come se le persone con disabilità non esistessero. Parte da qui l’inchiesta di VITA magazine di giugno, un numero che scardina il principio dell’inclusione alla ricerca di una convivenza possibile.
DISABILITÀ, L’INCLUSIONE NON BASTA

Si legge “SporT21”, ma non è solo attività sportiva

Sbaglia profondamente chi pensa che SporT21 Sicilia sia un’associazione che pone al centro dei percorsi di autonomia solo l’attività sportiva: lo sport è centrale, come si evince fin dal nome, ma proprio questa è una di quelle realtà convinte che l’inclusione si faccia a 360 gradi. Nata come associazione sportiva, oggi SporT21 Sicilia rivolge la sua attenzione alle persone con disabilità, impegnandosi in tutte le attività che coinvolgono la loro vita, per un’indipendenza che sia veramente totale.

«Siamo nati nel 2017 per portare i ragazzi a fare sport», afferma il presidente di SporT21 Sicilia, Giampiero Gliubizzi. «Abbiamo cominciato la nostra attività affiliandoci a diverse federazioni, prima quelle del Coni, poi quelle paralimpiche del Cip – Comitato Italiano Paralimpico. Nel 2019 abbiamo avviato anche dei percorsi sociali per tutti i nostri ragazzi, che sono in maggioranza persone con sindrome di Down. Non è, infatti, un caso che il nostro nome rimandi alla Trisomia 21. Lo sport ci aiuta a superare le barriere, ad andare oltre i nostri limiti. Attualmente l’associazione opera sia nel settore sportivo con due federazioni paralimpiche, la Federazione Italiana Sport Paralimpici degli Intellettivo Relazionali e la Federazione Italiana Paralimpica Calciobalilla. Proprio l’anno scorso abbiamo avviato quest’ultima affiliazione, dando modo ai ragazzi con disabilità intellettiva relazionale di praticare anche questa attività. Con la Fisdir, invece, facciamo judo e nuoto, attività competitive agonistiche a tutti gli effetti che portano i ragazzi a gareggiare ad alti livelli, anche se sempre commisurati alle loro attitudini. Ogni piccolo passo in più per noi è un punto in più che i ragazzi acquisiscono».

Nella birra la possibilità di inserimenti lavorativi e di inclusione

«Abbiamo poi avviato un percorso di inclusione attraverso la birra T21», aggiunge Gliubizzi, «un prodotto nato grazie a un bando vinto nel 2020 con l’assessorato regionale alla Famiglia e alle Politiche sociali. Il progetto prevedeva la conoscenza e trasformazione di prodotti siciliani e noi abbiamo scelto la birra. Abbiamo fatto un anno di percorso di tirocinio con cinque birrifici in tutta la Sicilia e alla fine del quale quello con il quale abbiamo proseguito un rapporto di lavoro è il birrificio Bruno Ribadi di Terrasini, in provincia di Palermo, che ci ha consentito di ampliare la conoscenza di questo mondo. Produciamo una birra senza glutine, quindi adatta anche ai celiaci».

Non solo la qualità delle birre è molto alta, ma anche il lavoro che c’è dietro è sicuramente di qualità e premia tutta l’associazione

Giampiero Gliubizzi, presidente di SporT21 Sicilia

Da lì, è nato un altro progetto, “Beer-Up – Da Mastri a Maestri”, «che ci ha consentito di trasferire le competenze dei nostri ragazzi ad altre analoghe associazioni del territorio siciliano, con un nuovo indirizzo sociale collegato anche all’inserimento lavorativo nella ristorazione. Non è stato e non è facile perché, per fare inclusione, ci vuole tutto un contesto. L’azienda disponibile, la disponibilità delle famiglie, quella degli operatori. Sinergie che non sempre si incrociano. Oggi siamo orgogliosi perché da circa 4-5 anni proprio la ministra Locatelli ci invita spesso alle grandi manifestazioni promosse dal ministero, ritenendo che il nostro progetto abbia una valenza sociale molto forte. In effetti, non solo la qualità delle birre è molto alta, ma anche il lavoro che sta dietro è sicuramente di qualità e premia tutta l’associazione. I ragazzi, poi, lavorano anche per etichettare le bottiglie e inscatolarle: attività che devono essere necessariamente poco pericolose, ma che danno grandi soddisfazioni. Ce lo rimandano ogni giorni i sorrisi di Francesco, Simona, Giorgia e Giulio, solo alcuni dei 15 ragazzi impegnati nell’attività. La loro gioia ci riempie i cuori. Puntiamo, però, sempre più in alto. Il nostro prossimo obiettivo è aprire un pub, trasferendo queste nostre capacità all’interno di una cooperativa, di un ente perché non possiamo farlo da soli. Sarebbe il naturale completamento di un percorso».

Il nostro prossimo obiettivo è aprire un pub, trasferendo le nostre capacità all’interno di una cooperativa. Sarebbe il naturale completamento di un percorso

Giampiero Gliubizzi, presidente di SporT21 Sicilia

Le famiglie sole davanti al dopo di noi

Gliubizzi è padre di un uomo con sindrome di Down, di 35 anni. «Il primo figlio, nessun problema durante tutta la gravidanza, all’ecografia non si era mai notato niente. Non ci sono dubbi che la nascita di un ragazzo con la sindrome di Down sconvolga tutta la famiglia. Inoltre, 35 anni fa le conoscenze sula trisomia 21 erano diverse: ci dicevano che nostro figlio non sarebbe vissuto a lungo o che comunque non avrebbe avuto alcun tipo di autonomia. Una tristezza enorme. Inevitabilmente ti dai da fare, come fanno tutti i genitori che hanno figli con disabilità. Lavoriamo e cerchiamo di trovare la strada per garantire autonomia ai nostri ragazzi. A volte ci riusciamo, altre volte non ci riusciamo. Molto dipende dal contesto in cui viviamo e senza dubbio al Nord la realtà è ben diversa dalla nostra. Qui in Sicilia i progetti che riguardano il “dopo di noi” sono ancora molto indietro. Creare il vestito che possa adattarsi a ogni singolo ragazzo comporta molte difficoltà, che ogni famiglia spesso si ritrova ad affrontare da sola».

Lo sport che cambia la vita

Simbolo del capoluogo siciliano per celebrare la fedeltà della città alla Repubblica Romana, l’aquila si moltiplica e diventa forza comune per raccontare il percorso de “Le Aquile di Palermo“, società sportiva fondata da genitori e ragazzi con distrofia muscolare. L’hockey in carrozzina elettrica è diventato per loro un importante strumento di integrazione sociale.

«Quando scendiamo in campo dimentichiamo tutto», dice Marina Lionetti, il capitano della squadra, in carrozzina per un’artrite reaumatoide non curata. «Non vediamo l’ora di ritrovarci insieme sulle nostre carrozzine a dimostrare quanto lo sport possa dare un altro colore alla vita. Corrisponde al vero quando si dice che “il viaggio è più importante della meta” perché per noi i momenti più belli sono quelli in cui viaggiamo insieme sul pulmino o quando ci ritroviamo negli spogliatoi a scherzare e dirci di tutto». Tecnicamente, lei, è «multitasking»: «Sono il capitano, ma all’occorrenza faccio anche il portiere, l’attaccante, il difensore. Nessuno sta mai ferma nel ruolo. Essere squadra è differente da fare squadra».

Le Aquile di Palermo porta avanti anche battaglie per la tutela dei diritti civili delle persone disabili. Il suo presidente, Salvatore Di Giglia, è anche coordinatore dell’Ente Tutela Disabilità (in passato Ufficio Nazionale del Garante della Persona Disabile, c’è stato un cambio di nome quando nel 2024 è stata istituita la figura del Garante Nazionale per i diritti delle Persone con disabilità, ndr) un ente di Terzo settore che punta proprio sui diritti: «I nostri ragazzi hanno una forza che difficilmente trovi in altre persone. Le loro sono vittorie sulla vita, anche se poi certamente portano a casa coppe e medaglie».

«Io ho 60 anni e non mi sono mai fermata». aggiunge il capitano della squadra. «Sono per natura una sportiva, ho sempre fatto nuoto, scherma, judo, dimostrando, anche quando il mio principale mezzo di locomozione è diventata la carrozzina, che non ci sono barriere, se lo vuoi. Certo, non tutti riescono ad avere un atteggiamento positivo e propositivo, ma da noi si fa di tutto per non dare spazio a quella voglia di rinchiudersi in casa e non avere più rapporti col mondo che ogni tanto fa capolino. Quando arriviamo sul campo, così, le nostre vittorie hanno un sapore unico».

Partecipazione, non inclusione: le parole che aiutano a capire meglio

«Non dico che la parola inclusione non mi piaccia o non vada usata, ma nel mio percorso preferisco parlare di come i ragazzi possano superare le difficoltà attraverso il senso di partecipazione». Nicoletta Mazzola, pedagogista specializzata in psicopatologia dei disturbi specifici dell’apprendimento, è presidente del Centro didattico “Il Giardino dei Talenti“: anche un doposcuola può essere strumento per offrire ai ragazzi l’opportunità di scoprire i propri talenti. In questa realtà non si fanno solo i compiti e l’assistenza allo studio: ci sono anche attività specialistiche di logopedia e neuromotricità, il tutto sempre e comunque in alleanza con le famiglie che seguono i loro figli, senza delegare agli operatori.

Nicoletta Mazzola con il figlio Vincenzo

Non a caso il ministro Locatelli ha voluto conoscere quanta forza ed energia c’è nel progetto “Officine Blu, progetto di vita”, un percorso nato per accompagnare adolescenti e giovani adulti verso una maggiore autonomia, attraverso esperienze concrete, relazioni, partecipazione e valorizzazione delle proprie capacità. Vincenzo, in arte Vicio DJ, si è esibito davanti ad Alessandra Locatelli, nel corso di una serata piena di contenuti, ma anche di tanta leggerezza, come quella che sanno dare ragazzi come lui quando sono amati profondamente. «Tutto questo ci fa guardare al futuro dei nostri figli, parlando di opportunità e dell’importanza di costruire percorsi che mettono al centro la persona, i suoi desideri, i suoi talenti e le sue aspirazioni. Mio figlio Vincenzo ne è la dimostrazione. Il suo percorso di autonomia ha lavorato molto sulle sue abilità, tirando fuori il meglio di lui, per esempio la musica, ma anche la cucina, un’abilità che aveva sviluppato ma che ancora non aveva consolidato. Ora riesce a fare anche da solo. Ha sempre saputo cosa vuole fare nella vita ed è il mio orgoglio. La sua storia è stimolante anche per gli altri ragazzi».

«Amo lavorare alla consolle e proporre la musica che mi piace», esordisce Vincenzo. «Mi piace stare anche ai fornelli, per esempio so fare molto bene la pasta col tonno e credo che piaccia. Quello che vorrei veramente? Una ragazza. La vorrei “coccolosa”. E vorrei andare a vivere insieme a lei».

Le foto sono state fornite dagli intervistati

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Cooperativa Sole, un’italiana sfida l’Europa in un contest internazionale

13 Ottobre 2026 ore 09:05

Giovedì 15 ottobre a Bruxelles, nella sede del Comitato economico e sociale europeo, la Cooperativa Sole di Bolzano rappresenterà l’Italia tra le sei finaliste dei Cooperatives Europe Anniversary Awards, il premio con cui Cooperatives Europe celebra i suoi vent’anni. Cooperativa Sole è stata selezionata nella categoria “People and community impact”, dedicata alle esperienze di cooperative capaci di generare un cambiamento concreto nella vita delle persone e delle comunità. A presentare il progetto sarà l’economista sociale Letizia Zuliani, responsabile dell’area Innovazione della Cooperativa Sole.

Cooperatives Europe è la rappresentanza regionale per l’Europa dell’Alleanza cooperativa internazionale. Nata nel 2006, ha dato per la prima volta alle cooperative una rappresentanza unica e intersettoriale a livello europeo. Per il suo ventesimo anniversario ha organizzato due giornate al Cese di Bruxelles: il 15 ottobre ripercorrerà la storia della rete e culminerà con i #CoopAnniversaryAwards: sei cooperative da tutta Europa presentano dal vivo il proprio progetto, e il pubblico vota. Il 16 ottobre si terrà una plenaria sulla democrazia economica, con interventi e due panel su energia, agroalimentare ed economia sociale. Un comitato indipendente ha scelto tre finaliste per ciascuna delle due categorie del premio.

Un laboratorio promosso dalla Cooperativa Sole

«Siamo molto orgogliosi di far parte di questo gruppo: esperienze diverse per settore e dimensione, unite però dalla stessa idea di impresa democratica al servizio delle persone», spiega Roberta Massi, dinamica presidente della Cooperativa Sole. «Di fronte a cooperative di queste dimensioni, in un certo senso, ci sentiamo piccoli. Ma sappiamo che il valore che generiamo non si misura solo in numeri di soci o di fatturato: sta nelle comunità che aiutiamo a crescere. Per questo siamo orgogliosissimi di presentare la nostra esperienza al fianco di queste straordinarie realtà».

Nella stessa categoria della realtà di Bolzano, si misureranno Genç İşi Kooperatif (Turchia, fondata da giovani a Smirne, accompagna giovani, donne e rifugiati verso un lavoro dignitoso: oltre 2.600 persone formate e 66 progetti realizzati) e Humana Nova (Croazia, cooperativa sociale che unisce economia circolare e inclusione: ha sottratto alla discarica oltre cinquemila tonnellate di tessili, e 38 dei suoi 62 dipendenti sono persone con disabilità, mentre 21 vengono da situazioni di vulnerabilità).

Di fronte a cooperative di queste dimensioni, in un certo senso, ci sentiamo piccoli. Ma sappiamo che il valore che generiamo non si misura solo in numeri di soci o di fatturato: sta nelle comunità che aiutiamo a crescere

Roberta Massi, presidente della Cooperativa Sole

Nella categoria “Cooperative stewardship”, dedicata alle cooperative cresciute restando fedeli ai principi cooperativi, sono in gara Ecopower (Belgio, è la più grande cooperativa energetica di cittadini del Paese), Orcab (Francia, federazione di 40 cooperative d’acquisto che servono 9.600 imprese artigiane dell’edilizia) e OurCoop (Regno Unito, è la maggiore cooperativa di consumo indipendente britannica, di proprietà di oltre un milione di soci).

«Il tema scelto per l’anniversario, il prossimo capitolo per la democrazia economica, ci è vicino: un’economia in cui le persone partecipano alle decisioni è anche un’economia più capace di cura e di futuro», sottolinea la presidente Massi. «È quello che proviamo a fare ogni giorno, e che porteremo a Bruxelles: il benessere di una persona non si costruisce da solo, ma dentro relazioni di fiducia, reciprocità e prossimità. Racconteremo il valore sociale che abbiamo contribuito a generare e la nostra esperienza nel dare vita a un ecosistema solidale e attivo. Essere tra i finalisti nella categoria “People and community impact” ci conferma che questa impostazione è il modo per rendere visibile il valore che le comunità generano quando sono messe nelle condizioni di prendersi cura di sé».

Credits: foto di Enrico Solfrini e Bianca Atzori per Cooperativa Sole

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Numeri, formule e segni (Lis): la matematica spiegata con le mani

13 Ottobre 2026 ore 09:00

Formule, numeri e simboli non hanno bisogno di essere ascoltati. A prima vista, la matematica sembrerebbe una delle materie più accessibili agli studenti sordi: ha un linguaggio fortemente visivo, rigoroso e formalizzato. Le difficoltà possono cominciare però quando, salendo di livello, aumenta l’astrazione e per comprendere un concetto non basta più guardare una formula: bisogna passare attraverso il linguaggio che la spiega.

È da questa apparente contraddizione che nasce «Matematica Accessibile», progetto pilota del Politecnico di Milano realizzato dal Dipartimento di matematica, dal Metid learning innovation e dal Servizio Pari Opportunità Multichance Poli Team, in collaborazione con l’Istituto dei Sordi di Torino. L’idea è di Giuseppina Guatteri, docente del Dipartimento di Matematica del Politecnico di Milano: creare videolezioni di matematica ad alta accessibilità per gli studenti sordi delle scuole superiori, accompagnate da materiali ed esercizi.

Uno screen di uno dei video del progetto Matematica Accessibile

«È un progetto nato nell’ambito dei Cantieri della sostenibilità creati al Politecnico di Milano sei anni fa, parlando con gli insegnanti e anche osservando l’esperienza di mio figlio», racconta Guatteri, al lavoro insieme al collega Matteo Gregoratti al progetto. La sperimentazione è già partita: «Abbiamo una rete di scuole superiori in tutta Italia che ha adottato la prima parte, dedicata alla statistica. Stiamo aspettando i loro feedback, ma ci hanno già chiesto l’argomento dei prossimi video». La richiesta è di partire dai prerequisiti del primo anno delle superiori, quindi algebra e numeri.

Il problema, infatti, non è semplicemente tradurre in lingua dei segni una normale lezione. Bisogna ripensare come la matematica viene comunicata. «Il nostro lavoro è stato di massima semplificazione e di ricorso a linguaggi diversi: c’è la lingua dei segni italiana, ci sono il linguaggio visivo delle immagini e delle formule e i sottotitoli. E tutto deve essere sincronizzato, con le pause giuste», spiega Guatteri. C’è una ragione molto concreta: «Spesso si dimentica che uno studente sordo che sta guardando una formula non può contemporaneamente guardare chi segna o leggere i sottotitoli».

Il problema non è la disabilità. Il problema è un mondo progettato come se le persone con disabilità non esistessero. Parte da qui l’inchiesta di VITA magazine di giugno, un numero che scardina il principio dell’inclusione alla ricerca di una convivenza possibile.
DISABILITÀ, L’INCLUSIONE NON BASTA

È una questione di attenzione, ma anche di linguaggio. Preparando le videolezioni, il gruppo ha analizzato i libri di testo delle superiori e si è scontrato con la complessità delle spiegazioni. «Bisogna prima di tutto essere sicuri che i ragazzi capiscano le basi, senza per questo semplificare la matematica. Abbiamo cercato quindi di rendere molto semplice il linguaggio». Anche un’espressione quotidiana apparentemente innocua può creare un ostacolo per i sordi che hanno un problema con il linguaggio figurato e con le astrazioni: meglio dire «cominciamo», per esempio, anziché il figurato «partiamo». Al progetto hanno lavorato anche esperti di didattica della matematica dell’Università di Torino e l’Istituto dei Sordi di Torino.

Ridurre la fatica accessoria

Il punto critico emerge soprattutto alle superiori, quando la matematica diventa progressivamente più astratta. «Molto spesso i ragazzi sordi raccontano: “Ho iniziato lo scientifico perché ero forte in matematica, poi mi sono perso quando sono arrivati concetti più astratti, come il limite di una funzione. Faticavo a leggere il labiale”». L’obiettivo delle videolezioni, dice Guatteri, è allora ridurre la fatica accessoria, quella necessaria per decifrare la comunicazione, «per lasciare i ragazzi più liberi di concentrarsi sui concetti».

Molto spesso i ragazzi sordi raccontano: “Ho iniziato lo scientifico perché ero forte in matematica, poi mi sono perso quando sono arrivati concetti più astratti, come il limite di una funzione. Faticavo a leggere il labiale”

Giuseppina Guatteri, Politecnico di Milano

C’è poi un problema ancora più sottile: come si dice la matematica con le mani? Non sempre basta prendere il segno corrispondente a una parola del linguaggio comune. Si pensi a «variabile». Nel parlare quotidiano indica qualcosa che cambia. In matematica, una variabile è qualcosa di molto preciso: è un elemento generico di un insieme di valori possibili, è qualcosa che può assumere valori diversi all’interno di una relazione che continua a essere definita. Il segno deve riuscire quindi a esprimere il concetto matematico, non semplicemente a tradurre la parola italiana. Tale riflessione sistematica sulla scelta dei segni matematici, avviata dal progetto, è ancora da sviluppare. È un tema sul quale si sta lavorando anche negli Stati Uniti alla Gallaudet University di Washington, ateneo progettato specificamente per studenti sordi e ipoudenti, dove l’American Sign Language e l’inglese sono le lingue principali. Un gruppo di lavoro sta affrontando proprio il lessico scientifico e matematico nelle lingue dei segni, mettendo insieme matematici, scienziati sordi, linguisti ed educatori. «Il lavoro fatto sull’Asl può essere utile anche per noi», osserva Guatteri, «perché i segni sono legati al significato più che al significante»: proprio per questo il confronto internazionale può aiutare a trovare modi efficaci di rappresentare concetti matematici complessi, pur nella diversità delle lingue dei segni.

Contro l’analfabetismo matematico

L’accessibilità, del resto, non riguarda soltanto chi non sente. Testo scritto, immagini, formule e lingua dei segni utilizzati contemporaneamente costruiscono una lezione che sfrutta più canali per trasmettere lo stesso concetto. E il progetto nasce in un Paese in cui le difficoltà con la matematica riguardano una quota molto ampia degli studenti, uno su due alla fine delle superiori. «Io vedo una sorta di analfabetismo matematico persino a Ingegneria, dove molti studenti arrivano con conoscenze lacunose della matematica di base», osserva Guatteri. E se i primi destinatari sono gli studenti sordi delle scuole superiori, la platea potenziale è più ampia. Materiali di questo tipo possono essere utili anche agli adulti sordi che vogliono recuperare o rafforzare competenze matematiche e, sottolinea Guatteri, alle persone immigrate arrivate in Italia in età adulta che nei Paesi d’origine non hanno avuto accesso a un impianto cocleare. È uno dei motivi per cui il progetto punta sulla compresenza di canali diversi: testo scritto, immagini, formule e lingua dei segni.

Per gli studenti sordi, però, c’è anche un’altra dimensione: quella psicologica. Avere a disposizione materiali pensati fin dall’origine anche per chi non sente significa non dover continuamente adattare una lezione costruita per altri. Significa sentirsi alla pari con i compagni di classe.

Foto tratta da una videolezione

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