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La Russia bombarda la Lavra, simbolo spirituale dell’Ucraina

15 Giugno 2026 ore 07:31

Nella notte tra il 14 e il 15 giugno la Russia ha lanciato una nuova ondata di attacchi missilistici e con droni contro l’Ucraina, colpendo duramente Kyjiv e provocando almeno quattro morti e ventitré feriti. Ma a rendere particolarmente significativo il bombardamento è stato il danneggiamento della Cattedrale della Dormizione, all’interno della Lavra delle Grotte di Kyjiv, uno dei luoghi religiosi e culturali più importanti del Paese.

L’attacco, scrive il Kyiv Independent, avrebbe coinvolto oltre cinquanta missili, compresi alcuni missili ipersonici Zircon, e quasi cinquecento droni. Le esplosioni hanno colpito numerosi quartieri della capitale, danneggiando edifici residenziali, infrastrutture energetiche, magazzini e attività commerciali. Oltre centoquarantamila utenti sono rimasti temporaneamente senza elettricità.

Il simbolo della notte, però, è diventato il tetto della Cattedrale della Dormizione avvolto dalle fiamme. «Brucia il tetto di uno dei luoghi più sacri del mondo cristiano», ha scritto sui social il metropolita Epifanij, capo della Chiesa ortodossa d’Ucraina, definendo l’attacco «un altro crimine russo contro l’umanità, la storia e il cristianesimo».

La Lavra di Kyjiv è un monastero fondato nell’XI secolo ed è inserita nella lista del patrimonio mondiale dell’Unesco. È considerata uno dei principali centri spirituali dell’Europa orientale e custodisce reliquie e santuari venerati da milioni di fedeli. Secondo il Kyiv Independent, si tratta soltanto del terzo attacco subito dal complesso religioso dalla Seconda guerra mondiale e del secondo dall’inizio dell’invasione russa su larga scala.

Le autorità ucraine hanno reagito con durezza. Il ministro degli Esteri Andrij Sybiha ha accusato Vladimir Putin di essersi guadagnato un posto «tra i peggiori barbari della storia» e ha annunciato l’avvio di procedure urgenti presso l’Unesco e altre organizzazioni internazionali. Anche l’ambasciatrice dell’Unione Europea in Ucraina, Katarina Mathernova, ha condannato il bombardamento contro «uno dei luoghi più sacri del cristianesimo orientale», chiedendo alla comunità internazionale di non distogliere lo sguardo.

L’attacco non ha riguardato soltanto la capitale. Sempre secondo il Kyiv Independent, a Kharkiv sono morti cinque operatori dei servizi di emergenza, mentre altre vittime e feriti sono stati registrati nelle regioni di Sumy e Dnipro.

Il bombardamento si inserisce in una fase di crescente intensità degli attacchi russi contro obiettivi civili e culturali. Nelle ultime settimane erano già stati colpiti il Museo Nazionale d’Arte di Kyjiv, il Teatro dell’Opera, il Museo di Chernobyl e altri edifici storici della capitale. Oltre il quaranta per cento della collezione del museo dedicato al disastro nucleare sarebbe andato perduto dopo un attacco avvenuto a maggio.

Per il governo ucraino, la strategia russa punta sempre più a colpire non soltanto infrastrutture e città, ma anche la memoria storica e l’identità culturale del Paese. La Lavra delle Grotte di Kyjiv, simbolo della tradizione religiosa ucraina da quasi mille anni, rappresenta uno degli esempi più evidenti di questa escalation.

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Stati Uniti e Iran hanno trovato un accordo, ma le ragioni della guerra sono ancora lì

15 Giugno 2026 ore 07:13

Dopo quasi quattro mesi di guerra, Stati Uniti e Iran annunciano di aver raggiunto un accordo che dovrebbe portare alla fine del conflitto e alla riapertura dello Stretto di Hormuz, uno dei passaggi marittimi più importanti del pianeta per il commercio di petrolio e gas. La notizia è stata confermata sia dalla Casa Bianca sia dalle autorità iraniane, ma molti dettagli restano ancora da chiarire e le questioni più controverse sono state rinviate ai prossimi negoziati. «L’accordo con la Repubblica Islamica dell’Iran è completo», ha scritto Donald Trump sul suo social Truth, annunciando la revoca immediata del blocco navale americano contro i porti iraniani e celebrando la futura riapertura dello Stretto di Hormuz con un messaggio trionfale: «Navi del mondo, accendete i motori. Lasciate scorrere il petrolio». Anche il Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale iraniano ha confermato il raggiungimento di un memorandum d’intesa con Washington dopo «mesi di negoziati lunghi e difficili».

Secondo le informazioni diffuse finora, l’intesa preliminare dovrebbe essere firmata ufficialmente il 19 giugno a Ginevra, con la mediazione di Pakistan e Qatar. L’accordo prevede la cessazione immediata delle operazioni militari su tutti i fronti, incluso il Libano, e la progressiva riapertura dello Stretto di Hormuz, chiuso di fatto dalla guerra e diventato uno dei principali fattori di instabilità per l’economia globale.

L’annuncio arriva dopo settimane di escalation che avevano portato al blocco del traffico marittimo nel Golfo Persico, facendo schizzare verso l’alto i prezzi dell’energia. Non a caso i mercati hanno reagito immediatamente: secondo il Guardian, il prezzo del Brent è sceso sotto gli ottantaquattro dollari al barile sulla prospettiva di una ripresa delle esportazioni petrolifere dal Golfo. Il quotidiano britannico parla di «nuove speranze» per la fine di quella che viene descritta come «la più grande crisi di approvvigionamento energetico nella storia del mercato».

La svolta diplomatica è arrivata dopo una giornata che sembrava invece destinata a far saltare ogni trattativa. Domenica Israele ha bombardato la periferia sud di Beirut in risposta al lancio di razzi da parte di Hezbollah. Donald Trump ha reagito con irritazione, arrivando a dire ad Axios che il premier israeliano Benjamin Netanyahu aveva dimostrato di non avere «alcun giudizio», accusandolo di aver ritardato di alcune ore la firma dell’intesa. Anche Teheran aveva minacciato di interrompere i negoziati, sostenendo che gli attacchi israeliani dimostravano l’incapacità americana di controllare il proprio alleato.

Nonostante il clima di ottimismo, i problemi più importanti restano irrisolti. Il New York Times sottolinea che il destino del programma nucleare iraniano, la revoca delle sanzioni e i meccanismi di verifica saranno oggetto di una nuova fase negoziale della durata di sessanta giorni. È proprio su questi temi che negli ultimi mesi si erano arenati tutti i precedenti tentativi diplomatici.

Anche diversi osservatori invitano alla prudenza. Intervistata dal Guardian, l’esperta di politica mediorientale Kylie Moore-Gilbert osserva che «ogni singola ragione citata dall’amministrazione Trump per giustificare la guerra non è stata affrontata». Secondo l’analista, il programma nucleare iraniano, l’arsenale missilistico di Teheran, il sostegno ai gruppi alleati nella regione e le questioni legate ai diritti umani restano tutti sul tavolo. Per questo motivo, conclude, l’accordo rischia di essere soltanto «un modo per rinviare il prossimo conflitto».

Per il momento, però, la diplomazia sembra aver prevalso sulle armi. Resta da capire se il memorandum annunciato da Washington e Teheran rappresenti davvero l’inizio di una pace duratura o soltanto una tregua temporanea in attesa del prossimo scontro.

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Messico, una democrazia che sta morendo nel rumore

15 Giugno 2026 ore 04:45

In Messico oggi vediamo che non è necessario che il governo chiuda giornali o arresti giornalisti per ridurre l’impatto della stampa. Se il pubblico preferisce guardare TikTok piuttosto che analizzare le notizie, il ruolo tradizionale dei media scompare giorno dopo giorno. Il governo vince quando i cittadini sono stanchi di ascoltare il conflitto fra i politici e i commentatori. La democrazia non muore nell’oscurità, ma a causa della distrazione.

La fase una della nuova strategia di gestione della relazione con la stampa è trattare i giornalisti come nemici politici. Tanto adesso con la nuova presidente messicana, Claudia Sheinbaum, quanto con il suo precedessore, Andrés Manuel López Obrador, abbiamo visto una nuova retorica ufficiale della presidenza che è apertamente ostile al giornalismo. In Messico adesso il nuovo linguaggio ufficiale riguardo alla stampa rispecchia le parole di Donald Trump negli Stati Uniti, o di Javier Milei in Argentina, o di Viktor Orbán quando governava in Ungheria.

Quando era presidente fra 2018 e 2024, López Obrador ha sviluppato un nuovo modo di insultare i giornalisti e di descrivere le analisi critiche come parte di una macchina del fango dei suoi rivali politici. La presidente Sheinbaum oggi usa un tono meno bellicoso del suo mentore e predecessore, però mantiene la stessa strategia di minimizzare e respingere le critiche sulla stampa.

Per López Obrador la censura palese non era necessaria, era sufficiente sparare sul messaggero e insultare giornalisti particolari e la stampa in generale invece di rispondere all’argomento di un articolo o un’indagine. López Obrador era un maestro degli oltraggi e spesso diceva che i giornalisti fossero parte della mafia in Messico, che fossero «la stampa sicaria». Oggi la presidente Sheinbaum parla con un linguaggio più accademico di quello di López Obrador ma ancora critica e insulta i giornalisti in Messico. Sheinbaum spesso mette in discussione l’etica e la morale della stampa. Ha accusato anche il New York Times di aver pubblicato una storia inventata sulla produzione di fentanyl in Messico.

La seconda fase comincia quando i cittadini già non leggono più le notizie. Sheinbaum, come López Obrador prima di lei, ha mantenuto uno scontro continuo con i giornalisti. Un effetto è che molti messicani già sono affaticati delle accuse costanti di fake news e disinformazione fra il governo e la stampa. Lopez Obrador ha detto più di 100.000 bugie quando era presidente. Un diluvio di falsità travolge. È noioso verificare sempre che potrebbe essere vero e che no. La costante presenza di incertezza fomenta l’indifferenza. Molti messicani hanno spento la tivù e non comprano più i quotidiani. I sondaggi dimostrano che oggi la maggioranza del pubblico in Messico non si fida dei media. Adesso solo il 17% degli adulti legge un quotidiano cartaceo. Tre su quattro persone usano YouTube, ma solo un terzo usa YouTube per guardare le notizie. Solo il 15% usa X (Twitter) per leggere le notizie. Ci sono podcaster e YouTuber che parlano di politica e attualità, ma nessuno ha la stessa fama e impatto dei giornalisti tradizionali di 20 anni fa. In generale, gli youtuber più famosi del Messico non parlano di politica.

Neanche Sheinbaum ha bisogno dei giornalisti. Parla direttamente con il pubblico ogni mattina e trasmette le sue conferenze stampa sul web. Ha 9 milioni di follower su TikTok e offre poche interviste alla stampa tradizionale. Preferisce invitare youyuber filogovernativi alle sue conferenze mattutine.

Ma il partito di Sheinbaum già controlla tre quarti dei seggi nel Congresso e anche il potere giudiziario. Sheinbaum ha tutto il potere e pochi contrappes. L’Economist Intelligence Unit già classifica il Messico come un «regime ibrido» (sistema semi-autoritaria) e non una democrazia piena. Il World Press Index del gruppo Reporters Without Borders classifica il Messico al 122° posto su 180, fra i Paesi dove è più difficile fare il giornalista.

Nonostante l’ambiente nocivo, i cronisti messicani non hanno messo via le loro penne e tastiere. Giornalisti dei media tradizionali come Carlos Loret de Mola e Carmen Aristegui hanno sviluppato media digitali rilevanti. Anche Televisa, la catena di televisione più importante, e El Universal, il quotidiano numero uno, operano siti Web di successo. Media digitali come Animal Político, SinEmbargo, e Aristegui Noticias continuano a pubblicare articoli e hanno una nicchia di lettori leale. Alcuni giornalisti della vecchia scuola non hanno smesso di lavorare. Humberto Musacchio, il nipote di un migrante italiano, ha cominciato a scrivere sulla politica durante l’ultima epoca semi-autoritario in Messico, durante gli anni sessanta. Lui ancora scrive editoriali sul quotidiano Excélsior.

Ma oggi in Messico sembra che studiare le notizie sia diventata un’attività partigiana. Una gran parte della popolazione ha cessato di prestare attenzione. In Messico ci sono ancora stelle brillanti nel giornalismo, ma la galassia del settore della comunicazione in generale è più buia.

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Prima di salutare Trump, Gabbard ha fatto due regali a un’unità dell’intelligence russa

15 Giugno 2026 ore 04:45

Negli ultimi giorni da direttrice dell’Intelligence nazionale degli Stati Uniti, Tulsi Gabbard ha messo a segno due mosse che, per coincidenza o no, vanno dritte a vantaggio della stessa unità dell’intelligence militare russa (Gru), la 29155, già nota per operazioni di destabilizzazione in Europa.

Gabbard, ex deputata del Partito democratico diventata uno dei simboli del mondo Maga, lascerà l’incarico il 30 giugno. La motivazione ufficiale, comunicata al presidente statunitense Donald Trump in una lettera (conclusa con «With love and aloha»), è personale: il marito Abraham ha una forma rara di tumore osseo e lei intende dedicarsi a lui. Ma dietro le dimissioni c’è anche un’altra storia. Negli ultimi mesi Gabbard era stata progressivamente esclusa dai dossier più sensibili – come le operazioni all’estero e la gestione dei conflitti regionali – a vantaggio della Central Intelligence Agency guidata da John Ratcliffe. Le sue posizioni pubbliche sul fascicolo iraniano, in contrasto con la linea della Casa Bianca, avevano già incrinato il rapporto con Trump. Tra il momento dell’annuncio delle dimissioni e l’uscita effettiva, Gabbard ha però trovato il tempo per due iniziative ad alto impatto.

La prima: venerdì il suo ufficio ha pubblicato un comunicato su un programma decennale di finanziamento americano a oltre 120 laboratori biologici in più di 30 Paesi, inclusa l’Ucraina. Il testo segnala che alcuni di questi impianti, in piena guerra, sarebbero a rischio di compromissione da parte russa. Gabbard lo ha presentato come «intelligence inedita», accusando l’amministrazione Biden e figure come Anthony Fauci di aver mentito sull’esistenza di questi programmi.

Il problema è che non c’è nulla di nuovo, né di segreto. Si tratta del programma Cooperative Threat Reduction, avviato a metà anni Duemila per metter in sicurezza laboratori di epoca sovietica in Ucraina e altrove – impianti ucraini, gestiti da personale ucraino, dediti a sorveglianza epidemiologica di base. L’ambasciata statunitense a Kyjiv ne parla apertamente da anni e la Defense Threat Reduction Agency pubblica documenti sul programma. Nessuna struttura ucraina ha la classificazione BSL-4, il livello più alto di contenimento biologico; solo poche sono BSL-3. Sembra una teoria del complotto presentata come intelligence, con l’Ucraina al centro dell’intera operazione.

Chi ha festeggiato è stato Kirill Dmitriev, l’inviato economico del leader russo Putin che da mesi cura i rapporti con l’amministrazione Trump. Su X ha scritto che la Russia diceva la verità sui biolaboratori mentre lo «Stato profondo» e i media tradizionali lo negavano. Per Mosca, l’endorsement della struttura che coordina l’intelligence americana uscente vale più di anni di propaganda di Russia Today.

La reazione più dura, però, è arrivata da dentro il movimento Maga. Laura Loomer, la stessa che pochi giorni prima aveva anticipato in esclusiva le dimissioni di Gabbard, ha attaccato frontalmente i colleghi che hanno applaudito alla pubblicazione del documento, accusandoli di farsi usare dalla Russia mentre Mosca offre armi nucleari all’Iran. Ha poi sottolineato che proprio i media russi, gli stessi che diffondono teorie del complotto su Trump, stavano celebrando l’operato di Gabbad, definendo la cosa privo di autocoscienza. Lo scontro si inserisce in una frattura più ampia nel campo trumpiano, dove alcune voci – Marjorie Taylor Greene è tra le più citate dai media russi nelle ultime settimane assieme a Tucker Carlson – vengono presentate da Mosca come interlocutori privilegiati, in contrapposizione proprio a Loomer, che dal canto suo è una delle voci più filoisraeliane e anti Cremlino dell’ecosistema Maga.

C’è poi il filo che lega tutto: l’unità 29155. Un’inchiesta di The Insider dell’anno scorso ha documentato come proprio questa unità delle operazioni ibride del Gru – la stessa dietro l’avvelenamento di Sergej Skripal e numerose operazioni di destabilizzazione in Europa – abbia costruito da zero la narrazione dei biolaboratori segreti in Ucraina, diffondendola attraverso una rete di siti e giornalisti compiacenti, e l’abbia poi fatta arrivare fino a Gabbard, che la ripeteva già in un’intervista a Carlson nel marzo 2024, ben prima di diventare direttrice dell’Intelligence nazionale.

Ed è qui che la seconda mossa di Gabbard si incastra con la prima. Il giorno precedente al comunicato sui biolaboratori, l’ufficio di Gabbard ha revocato due valutazioni dell’intelligence community dell’era Biden sulla cosiddetta sindrome dell’Avana, ovvero gli anomalous health incident che da anni colpiscono diplomatici, funzionari e militari americani con sintomi neurologici acuti. In un memo di due pagine ai parlamentari, Gabbard ha scritto che quelle valutazioni non rispettavano gli standard della comunità: esclusione selettiva di prove, omissione di informazioni rilevanti sulle fonti, eccessiva dipendenza da uno studio medico definito eticamente discutibile. La revoca era stata richiesta a gran voce dal presidente della commissione Intelligence della Camera, Rick Crawford, e arriva dopo mesi di scontro interno.

Il punto è che quelle due valutazioni erano state messe in discussione proprio sulla base delle prove, raccolte da giornalisti investigativi, che indicavano la responsabilità dell’unità 29155 in attacchi a energia diretta contro personale americano. Gabbard ha quindi corretto un errore dell’intelligence riconoscendo il ruolo della 29155 nella sindrome dell’Avana, e il giorno dopo ha amplificato un’operazione di disinformazione costruita dalla stessa identica unità. Un cortocircuito che sembra un regalo continuo al Cremlino.

Resta da capire chi guiderà ora l’Intelligence nazionale. Trump ha prima affidato l’incarico ad interim a Bill Pulte, il responsabile dell’agenzia federale per i mutui, privo di qualunque esperienza in materia di sicurezza nazionale – una scelta che la legge richiederebbe diversa, e che ha incontrato opposizione bipartisan al Congresso, complicando già il dibattito sul rinnovo di uno strumento di sorveglianza post 11 settembre scaduto per la prima volta dalla sua creazione. Di fronte alle resistenze parlamentari, Trump ha poi virato su Jay Clayton, procuratore federale per il distretto sud di New York, vicino al presidente e raccomandato per il ruolo dal capo della Agency, Ratcliffe. La scelta conferma la traiettoria degli ultimi mesi: Langley, non il direttore dell’Intelligence nazionale, resta il centro decisionale dell’intelligence americana, e il nuovo direttore arriva con la benedizione di Langley più che con un profilo da analista.

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