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Tra commercio e sicurezza, l’Adriatico torna al centro della geopolitica europea

17 Ottobre 2026 ore 10:29

La frammentazione dell’economia globale sta ridisegnando la geografia strategica dell’Europa. Le guerre in Ucraina e Medio Oriente, le tensioni sulle rotte marittime, la competizione commerciale tra Stati Uniti e Cina e la crescente attenzione alla sicurezza delle infrastrutture stanno modificando il valore di porti e corridoi logistici. In questo scenario, il Mare Adriatico, a lungo considerato periferico rispetto ai grandi centri del commercio europeo, potrebbe assumere un ruolo sempre più importante nella sicurezza economica del continente.

È la tesi centrale di The New Centrality of the Adriatic Sea and Napa in the Age of Fragmentation, un rapporto realizzato dall’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (Ispi) insieme alla North Adriatic Ports Association (Napa), con Roberto Italia, Giovanni Maria Della Gatta e Matteo Villa come autori principali. Il documento esamina come i cambiamenti negli equilibri internazionali stiano creando nuove opportunità per il sistema portuale dell’Alto Adriatico, individuando una questione che riguarda direttamente Bruxelles: quanto può contribuire questa regione alla resilienza strategica dell’Unione europea?

La risposta parte dalla geografia. I cinque porti dell’associazione – Ravenna, Trieste-Monfalcone, Venezia-Chioggia, Capodistria e Fiume – costituiscono una porta d’accesso naturale all’Europa centrale e orientale. Una nave proveniente da Busan, in Corea del Sud, può raggiungere il Nord Adriatico attraverso Suez percorrendo circa 2.000 miglia nautiche in meno rispetto a una destinazione nell’Europa settentrionale, con un risparmio teorico di circa cinque giorni.

Eppure, storicamente, i grandi porti del Northern Range, da Rotterdam ad Anversa, hanno dominato il commercio continentale grazie alla loro capacità logistica e alle connessioni con i mercati interni. Oggi, secondo l’Ispi, la crescente importanza della diversificazione delle rotte potrebbe contribuire a riequilibrare questa gerarchia.

La sicurezza economica cambia la geografia

Il punto di partenza del rapporto è che le infrastrutture marittime sono diventate parte integrante della sicurezza nazionale ed europea. Le crisi nel Mar Rosso e nello Stretto di Hormuz hanno mostrato quanto le catene di approvvigionamento dipendano da pochi passaggi vulnerabili. La guerra in Ucraina ha trasformato il Mar Nero in uno spazio di confronto militare, mentre nel Baltico le minacce ibride russe aumentano l’attenzione verso le infrastrutture critiche.

In questo contesto, il Nord Adriatico offre un accesso meridionale ai mercati europei, complementare alle tradizionali rotte settentrionali. La sua importanza deriva anche dalla possibilità di collegare Mediterraneo, Balcani ed Europa centrale attraverso infrastrutture già inserite nelle reti transeuropee di trasporto.

Le prospettive economiche rafforzano questa valutazione. Secondo le proiezioni elaborate nel rapporto, il traffico complessivo dei porti Napa potrebbe aumentare da 144 milioni di tonnellate nel 2024 a circa 170 milioni nel 2031, una crescita del 18%. Un’espansione legata soprattutto alla domanda dei mercati retrostanti, alla diversificazione energetica e alla ricerca di collegamenti commerciali più affidabili. La geografia favorevole, tuttavia, non garantisce automaticamente competitività. La capacità ferroviaria, l’interoperabilità transfrontaliera e l’efficienza dei collegamenti terrestri rimangono decisive.

Dall’Adriatico ai nuovi corridoi eurasiatici

La nuova centralità dell’Adriatico si inserisce anche nella competizione per le connessioni tra Europa e Asia. Il rapporto dedica particolare attenzione all’India-Middle East-Europe Economic Corridor (Imec), l’iniziativa lanciata al G20 di Nuova Delhi nel 2023 per sviluppare collegamenti commerciali, energetici e digitali attraverso India, Golfo, Medio Oriente ed Europa.

Per i porti adriatici, Imec rappresenta una possibile opportunità di integrazione nelle nuove reti eurasiatiche. Il documento sottolinea però che il corridoio richiederà anni per diventare pienamente operativo e dovrà superare ostacoli infrastrutturali e geopolitici considerevoli. Accanto a Imec, l’Ispi analizza il Middle Corridor, la rotta transcaspica che collega Asia centrale ed Europa aggirando la Russia. Entrambe le iniziative rispondono alla ricerca di ridondanza delle connessioni commerciali: una priorità crescente per un’Unione europea che intende ridurre le proprie vulnerabilità senza rinunciare all’apertura internazionale. Il Nord Adriatico potrebbe così consolidarsi come punto di convergenza tra diverse direttrici, collegando i flussi mediterranei con quelli provenienti dai Balcani, dal Caucaso e dall’Europa orientale.

Energia, difesa e infrastrutture digitali

La dimensione commerciale costituisce soltanto una parte del potenziale individuato dall’Ispi. I porti adriatici sono già importanti per la diversificazione degli approvvigionamenti energetici europei, soprattutto verso i Paesi senza accesso diretto al mare. La riduzione della dipendenza dagli idrocarburi russi ha rafforzato il valore strategico delle infrastrutture regionali.

A questo si aggiungono la transizione energetica, i progetti di decarbonizzazione e le prospettive della connettività digitale, compreso il futuro sistema di cavi sottomarini GreenMed. Il rapporto attribuisce inoltre crescente rilevanza alla mobilità militare. In un’Europa impegnata ad aumentare gli investimenti nella difesa, porti, ferrovie e collegamenti intermodali diventano infrastrutture a duplice uso, necessarie anche per il trasferimento di materiali e mezzi verso il fianco orientale della Nato. È qui che la centralità adriatica assume una dimensione propriamente strategica: quella di un sistema capace di contribuire simultaneamente alla competitività economica, alla sicurezza energetica e alla resilienza europea.

La sfida per Bruxelles

La trasformazione descritta dall’Ispi richiede investimenti e coordinamento. Il rapporto individua 43 progetti infrastrutturali collegati alla rete TEN-T nei porti Napa, per circa 3,26 miliardi di euro. Ma evidenzia anche i rischi di interventi frammentati, incapaci di risolvere le strozzature lungo i corridoi logistici. La proposta è considerare i cinque porti come un sistema integrato, preservandone le specializzazioni e rafforzando la cooperazione transfrontaliera. Un modello di governance che potrebbe offrire indicazioni utili anche ad altre regioni europee.

Il messaggio politico arriva mentre l’Unione negozia il prossimo quadro finanziario pluriennale. Per Bruxelles, riconoscere la centralità dell’Adriatico significherebbe investire in una geografia economica europea più diversificata, capace di sostenere l’integrazione dei Balcani e dell’Europa orientale. La conclusione del rapporto è, in definitiva, una sollecitazione strategica: in un mondo nel quale le rotte commerciali sono sempre più esposte alle rivalità geopolitiche, la sicurezza europea dipenderà anche dalla capacità di moltiplicare gli accessi al continente. E l’Adriatico potrebbe diventare uno dei protagonisti di questa trasformazione.

Ucraina, Crosetto contro Trump: “Errore grave” limitare intelligence e satelliti a Kiev

17 Ottobre 2026 ore 10:24

Crosetto avverte gli Usa: “Privare Kiev delle risorse significa prolungare la guerra”

Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha giudicato un “errore completo, un grave errore” la decisione degli Stati Uniti di restringere l’accesso dell’Ucraina ai sistemi satellitari e ai dati di intelligence impiegati per contrastare gli attacchi russi. Intervistato dalla Bbc, il ministro ha definito una simile scelta dell’amministrazione Trump una misura che “non ha assolutamente senso”, destinata a rischiare di prolungare l’invasione russa anziché favorire il raggiungimento della pace.

“La pace arriverà quando Putin si convincerà che la guerra è allo stallo”

“La pace arriverà quando Putin sarà convinto che ci sia una situazione di stallo, che non possa avanzare ulteriormente – ha dichiarato Crosetto, intervistato nella sede del ministero a Roma – Se vede delle debolezze da parte ucraina, e se gli Stati Uniti privano l’Ucraina delle risorse, questo crea debolezza, allora crederà di poter vincere. Quindi continuerà la guerra”, ha sottolineato il ministro, che ha ribadito: “Penso che sia completamente sbagliato.” Crosetto ha assicurato che l’Italia manterrà gli aiuti militari a Kiev “finché questo governo sarà in carica”, precisando tuttavia che ottenere il via libera parlamentare per nuovi invii sarà “più difficile” man mano che si avvicineranno le elezioni.

Infine, ha dichiarato: “Quando uno Stato oltrepassa il confine di un altro Stato con i carri armati, quando bombarda ospedali e scuole, uccide civili e bombarda centrali elettriche, e lo fa da quattro anni, non posso che definirlo malvagio”.

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Francia, sindacati, “gilet gialli” e gruppi studenteschi oggi in piazza contro il caro vita: allerta massima per possibili scontri

17 Ottobre 2026 ore 08:47

Francia, oggi proteste in tutto il Paese: allerta massima per il rischio di scontri

La Francia è in stato di massima allerta per le grandi proteste in programma oggi, 17 ottobre, in tutto il Paese. Sindacati e cittadini che si definiscono “gilet gialli” manifesteranno contro la crisi del costo della vita e l’aumento dei carburanti, con una forte presenza prevista di studenti. Secondo una fonte vicina al ministero dell’Interno, sono attese circa 500 azioni sul territorio nazionale e una novantina di manifestazioni.

Le mobilitazioni arrivano dopo quattro settimane di proteste studentesche contro le assenze dei docenti, le classi sovraffollate e gli edifici scolastici vetusti. Nella maggior parte dei casi si sono svolte pacificamente, ma non sono mancati scontri con gruppi di facinorosi e pesanti critiche per presunte violenze degli agenti. Venerdì il presidente Emmanuel Macron ha ribadito che il diritto a manifestare è pienamente rispettato, ma deve andare di pari passo con il rispetto delle persone e dei beni, rivolgendo un appello alla calma.

Sotto osservazione c’è anche il comportamento della polizia. In un caso, uno studente di 15 anni avrebbe perso un occhio, colpito da un proiettile di gomma; in un altro, un quattordicenne avrebbe perso una mano raccogliendo una granata stordente. Entrambe le vicende sono oggetto di indagine. Dopo il secondo episodio la Francia ha sospeso l’uso di alcuni tipi di granate stordenti, ma il ministro dell’Interno Laurent Nuñez ha detto in un’intervista che oggi saranno autorizzate in caso di “gravi violenze urbane”, e mai quando la situazione è tranquilla. Martedì al Senato Nuñez ha riferito di 36 inchieste aperte su presunte violenze delle forze dell’ordine durante le proteste studentesche: quattro riguardano lesioni mutilanti, sei ferite gravi, le altre presunti pestaggi, insulti e segnalazioni di violenze sessuali.

Il ritorno dei gilet gialli

Alcuni osservatori ipotizzano che la giornata possa segnare il ritorno dei gilet gialli, il movimento nato nel 2018 contro il rincaro di benzina e diesel, che per mesi bloccò rotatorie, autostrade e depositi di carburante con frequenti tensioni con la polizia. Intanto il governo deve fronteggiare una grave crisi del debito pubblico e cerca di far approvare una legge di bilancio con misure di austerità in un parlamento privo di maggioranza assoluta.

Dall’inizio delle proteste sono rimasti feriti 937 tra poliziotti e gendarmi, 248 studenti e 149 membri del personale docente, il dato più alto mai registrato dal ministero dell’Istruzione. Martedì Alliance Police Nationale, uno dei principali sindacati di polizia, ha annunciato una denuncia contro lo Stato per “messa in pericolo della vita altrui”, lamentando istruzioni contraddittorie che lascerebbero gli agenti esposti alla violenza e all’ostilità pubblica.

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Da Lima a Santiago, così la diplomazia economica cerca nuovi sbocchi

17 Ottobre 2026 ore 08:13

C’è una parte dell’America Latina che sta attraversando una trasformazione politica destinata a incidere anche sui rapporti economici con l’Europa. È quella del Pacifico sudamericano, dove Cile e Perù, due economie ricche di risorse strategiche e profondamente integrate nei mercati internazionali, hanno recentemente inaugurato una nuova stagione politica. L’insediamento di José Antonio Kast alla presidenza cilena, nel marzo 2026, e quello di Keiko Fujimori in Perù, nel luglio successivo, hanno portato alla guida dei due Paesi governi conservatori che attribuiscono particolare importanza alla sicurezza, alla crescita economica e al rilancio degli investimenti privati.

Pur partendo da situazioni differenti, entrambi i governi manifestano un orientamento favorevole al rafforzamento delle relazioni con partner internazionali capaci di offrire investimenti, tecnologie e competenze industriali. Per l’Italia potrebbe aprirsi una fase particolarmente interessante, non soltanto per aumentare le esportazioni, ma soprattutto per consolidare una presenza industriale di lungo periodo. I Business forum Italia-Perù e Italia-Cile, svoltisi rispettivamente a Lima il 5 ottobre e a Santiago l’8 ottobre, nell’ambito della missione imprenditoriale guidata dal Sottosegretario al Ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale Maria Tripodi, rappresentano un segnale di questa possibilità. Due appuntamenti che, al di là delle singole iniziative, evidenziano il potenziale di un rilancio delle relazioni economiche con due partner strategici per l’Italia.

Due economie complementari al sistema produttivo italiano

Il Cile rappresenta storicamente uno dei mercati più aperti e istituzionalmente solidi dell’America Latina. Il nuovo governo punta a rafforzare la fiducia degli investitori e a rilanciare l’attività produttiva, anche attraverso una maggiore attenzione alla semplificazione amministrativa e al ruolo dell’impresa privata. Il Perù, dopo una lunga fase di instabilità politica, dispone a sua volta di importanti potenzialità di crescita, sostenute dalle risorse minerarie, dalla competitività del settore agro-esportatore e da una significativa domanda di infrastrutture.

La possibile convergenza con l’Italia non va tuttavia letta soltanto in termini di affinità politica. L’elemento più interessante è la complementarità tra le esigenze di sviluppo dei due Paesi e le competenze del sistema industriale italiano. Cile e Perù hanno bisogno di infrastrutture, tecnologia, macchinari e personale qualificato. L’Italia dispone di imprese e filiere produttive capaci di rispondere a una parte significativa di questa domanda, con un’offerta che combina innovazione tecnologica, specializzazione industriale e capacità di adattamento alle esigenze dei mercati locali.

Minerali critici ed energia, una partita strategica

Uno dei principali terreni di collaborazione riguarda le risorse minerarie e la transizione energetica. Secondo le stime 2025 dell’US geological survey, Cile e Perù contribuiscono insieme a circa un terzo della produzione mineraria mondiale di rame, una materia prima strategica per l’elettrificazione, lo sviluppo delle reti energetiche e le nuove tecnologie industriali. Il Cile riveste inoltre un ruolo di primo piano nella filiera mondiale del litio, collocandosi tra i maggiori produttori globali, con una quota superiore al 19% della produzione e circa un quarto delle riserve mondiali accertate.  Il litio è una componente fondamentale delle batterie ricaricabili, destinate ad assumere un ruolo sempre più centrale nella mobilità elettrica e nell’accumulo delle energie rinnovabili. Rame e litio collocano dunque Cile e Perù al centro di alcune delle filiere industriali più importanti per l’economia del futuro. Per l’Italia, caratterizzata da una forte industria manifatturiera ma da una disponibilità limitata di materie prime strategiche, il rafforzamento dei rapporti con questi due Paesi assume un’importanza che supera la dimensione commerciale.

La prospettiva più interessante non riguarda soltanto l’accesso alle risorse naturali, ma la possibilità di sviluppare filiere industriali integrate, nelle quali le imprese italiane possano contribuire con tecnologie di estrazione e trasformazione, macchinari specializzati, sistemi di automazione, efficienza energetica e soluzioni per l’economia circolare e il riciclo. Si tratta di un approccio che risponde anche all’interesse dei Paesi latinoamericani a sviluppare attività produttive a maggiore valore aggiunto. In questo quadro, l’Accordo commerciale interinale tra Unione europea e Cile, entrato in vigore nel febbraio 2025, contribuisce a creare condizioni favorevoli per nuovi investimenti sostenibili, in particolare nelle filiere delle materie prime critiche, nelle energie rinnovabili e nelle infrastrutture strategiche.

Infrastrutture, agroindustria e tecnologie: le opportunità per le imprese italiane

Accanto alle risorse minerarie, esistono importanti prospettive di collaborazione in altri settori. In Perù, la modernizzazione delle infrastrutture di trasporto, delle reti ferroviarie, dei collegamenti logistici e dei servizi essenziali rappresenta una delle principali esigenze di sviluppo. Sono ambiti nei quali le imprese italiane dispongono di competenze riconosciute, sia nella realizzazione di grandi opere sia nella fornitura di tecnologie e componentistica specializzata. In Cile, la transizione energetica, l’elettromobilità e lo sviluppo delle energie rinnovabili stanno creando nuove opportunità per le imprese attive nella produzione di tecnologie, nella gestione delle reti e nei servizi industriali avanzati.

Un capitolo particolarmente interessante riguarda l’agroindustria e il settore alimentare, nei quali entrambi i Paesi occupano posizioni di rilievo sui mercati internazionali. Il Cile è il secondo produttore mondiale di salmone, con circa un terzo della produzione globale, e si conferma leader internazionale nelle esportazioni di ciliegie fresche, grazie soprattutto alla crescente domanda dei mercati asiatici. Il Perù è invece il primo esportatore mondiale di mirtilli, con vendite all’estero che nel 2025 hanno sfiorato i 2,5 miliardi di dollari. A questi si aggiungono uva da tavola, avocado, agrumi e numerosi altri prodotti destinati ai mercati internazionali.

La collocazione geografica dei due Paesi, nell’emisfero australe, consente inoltre di esportare una parte importante della produzione ortofrutticola durante l’inverno europeo, in complementarità con le nostre stagioni produttive. Una vocazione agroesportatrice che apre opportunità significative per le imprese italiane nella fornitura di macchine agricole, sistemi di irrigazione, tecnologie per la lavorazione e il confezionamento alimentare, refrigerazione, catena del freddo e logistica. Settori nei quali l’Italia dispone di competenze industriali e di una rete di Pmi altamente specializzate, capaci di contribuire alla modernizzazione delle filiere produttive locali. Ulteriori prospettive riguardano la cooperazione scientifica e tecnologica, le applicazioni satellitari, le tecnologie sanitarie e i servizi ad alto valore aggiunto. Sono settori nei quali il tessuto italiano delle piccole e medie imprese può trovare opportunità importanti, anche attraverso partenariati con operatori locali.

Il fattore decisivo delle competenze

Un elemento comune a molte di queste opportunità riguarda la disponibilità di personale qualificato. Gli investimenti nell’energia, nella mobilità elettrica, nelle attività minerarie e nell’automazione industriale richiedono competenze professionali che non sempre sono immediatamente disponibili nei territori interessati. In questa prospettiva, la capacità di sviluppare competenze locali adeguate alle nuove esigenze produttive rappresenta non soltanto una condizione per la sostenibilità degli investimenti, ma anche un’opportunità per costruire partenariati industriali più solidi e duraturi.

Un esempio viene dal Cile, dove si stanno sviluppando iniziative per collegare gli investimenti nell’elettromobilità alle esigenze di formazione professionale, anche attraverso il coinvolgimento di Enel, delle istituzioni locali e dei programmi europei di cooperazione. Analogo schema si sta promuovendo in Perù con Acea. È un approccio che potrebbe trovare applicazione anche nella filiera mineraria, nell’economia circolare, nel riciclo e nella meccanizzazione agricola. La capacità di integrare investimenti industriali e sviluppo delle competenze rappresenta infatti un elemento sempre più importante nella competizione internazionale.

Una nuova fase per le relazioni economiche

L’Italia dispone già di una presenza economica significativa nei due Paesi e di un articolato sistema di sostegno all’internazionalizzazione, che comprende la rete diplomatico-consolare, Ice, Cdp, Sace, Simest e le Camere di commercio italiane all’estero. A questi strumenti si affiancano i programmi di cooperazione italiana ed europea, anche attraverso iniziative promosse dall’IILA nei settori della sostenibilità produttiva, dell’innovazione e della formazione professionale. È una combinazione di strumenti che può favorire il passaggio dalla semplice promozione commerciale alla costruzione di partenariati industriali più strutturati, in linea con gli obiettivi della diplomazia della crescita e della strategia Global gateway a livello europeo.

Naturalmente, le opportunità non mancano di complessità. La stabilità normativa, la sicurezza, l’efficienza amministrativa e la competizione con altri partner internazionali continueranno a incidere sulle decisioni degli investitori. I recenti Business forum di Lima e Santiago hanno comunque riportato l’attenzione su due mercati che, per risorse, posizione geografica e prospettive di sviluppo, rivestono un interesse crescente per l’industria italiana. La nuova stagione politica di Cile e Perù offre dunque l’occasione per guardare alle relazioni con il Pacifico sudamericano con rinnovato interesse, esplorando possibilità di collaborazione che vanno ben oltre gli scambi commerciali tradizionali. Quanto questa fase saprà tradursi in nuove iniziative industriali e in rapporti economici più profondi dipenderà, come sempre, dalle scelte dei governi, dalle condizioni dei mercati e dalla capacità delle imprese di coglierne le opportunità.

Onu, Rebeca Grynspan in testa nel primo voto ‘colorato’: ma pesa l’ombra dei veti

17 Ottobre 2026 ore 08:52
Onu, Rebeca Grynspan in testa nel primo voto ‘colorato’: ma pesa l’ombra dei veti

 di Stefano Vaccara

NEW YORK (STATI UNITI) (ITALPRESS) – La corsa alla successione di António Guterres alla guida delle Nazioni Unite entra nella fase decisiva. Il Consiglio di Sicurezza ha effettuato il primo straw poll “colorato“, che permette di distinguere i voti dei cinque membri permanenti, dotati del diritto di veto, da quelli degli altri dieci Paesi. In testa resta Rebeca Grynspan, economista costaricana, ex vicepresidente del Costa Rica e attuale segretaria generale dell’UNCTAD, l’agenzia ONU per il commercio e lo sviluppo. Ha ottenuto nove voti favorevoli (encourage), tre dei membri permanenti, cinque contrari (discourage), due dei P5, e un voto senza opinione.

Segue Carolyn Rodrigues Birkett, ambasciatrice della Guyana all’ONU ed ex ministra degli Esteri, con otto voti favorevoli, tre dei permanenti, sei contrari, due dei P5, e un no opinion. Otto voti favorevoli anche per Rafael Grossi, diplomatico argentino e direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA). Per lui sei contrari, due dei membri permanenti, e un voto senza opinione.

Più distanziato Macky Sall, senegalese ed ex presidente del Senegal dal 2012 al 2024, con cinque voti favorevoli e dieci contrari, tre dei quali dai permanenti. Olara Otunnu, ugandese, ex ministro degli Esteri ed ex rappresentante speciale dell’ONU per i bambini nei conflitti armati, raccoglie quattro voti favorevoli, dieci contrari, tre dei P5, e un no opinion. María Fernanda Espinosa, ecuadoriana, ex ministra degli Esteri ed ex presidente dell’Assemblea generale dell’ONU, ottiene tre voti favorevoli, nove contrari, tre dei permanenti, e tre no opinion.

 Chiude Ivonne A-Baki, diplomatica ecuadoriana, già ambasciatrice negli Stati Uniti, in Francia e in Qatar, con un solo voto favorevole e quattordici contrari, compresi quelli di tutti e cinque i membri permanenti. Il risultato politico è significativo: nessuno dei sette candidati è attualmente al riparo da un veto. Persino Grynspan, che guida la corsa, incontra l’opposizione di due potenze permanenti.

Il voto “colorato” rivela se un’opposizione proviene dai P5, ma non identifica quale Paese l’abbia espressa. La scelta del prossimo Segretario generale dipenderà dunque dalla capacità dei candidati di superare queste resistenze diplomatiche. Non è escluso che, di fronte allo stallo, possano emergere nuove candidature. 

-Foto IPA Agency-
(ITALPRESS).

Trump sospende le sanzioni contro la Russia: “Interesse nazionale”

17 Ottobre 2026 ore 08:21
Trump sospende le sanzioni contro la Russia: “Interesse nazionale”

WASHINGTON (STATI UNITI) (ITALPRESS) – Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo con cui sospende una serie di sanzioni imposte in precedenza alla Russia. Secondo quanto precisato da Trump, le deroghe sono state effettuate poiché rientrano nell’interesse nazionale.

Il pacchetto di sanzioni sarebbe entrato in vigore il 18 ottobre ed era stato messo a punto dal senatore Lindsey Graham. La decisione di Trump arriva dopo l’annuncio dello stesso capo della Casa Bianca secondo cui gli Usa avrebbero raggiunto un accordo con Mosca sul diesel russo, con l’obiettivo di ridurre i prezzi dell’energia sui mercati mondiali.

-Foto IPA Agency-
(ITALPRESS).

Tutti gli uomini (e le donne) del presidente: da Spicer ai 5 giorni di Katie Zacharia, la girandola dei portavoce di Trump

17 Ottobre 2026 ore 08:20

Da Spicer a Zacharia, tutti gli ex portavoce di Trump

L’ha presa con sportività, Katie Zacharia, la portavoce più breve della storia che, dopo aver lasciato la Casa Bianca, ha voluto salutare Donald Trump con parole di grande stima. “Il presidente è un uomo gentile, meraviglioso, attento, premuroso, entusiasta e laborioso. Vorrei che più americani lo apprezzassero. Nessuno riuscirà mai più a rendere grande l’America come lui ha fatto e continua a fare. È stato un onore lavorare per lui”, ha scritto sul suo profilo X.

Il messaggio è comparso poche ore dopo l’uscita di scena, a meno di una settimana dalla nomina. Zacharia era stata scelta il 9 ottobre per sostituire Karoline Leavitt, che ad agosto aveva lasciato l’incarico per dedicarsi alla famiglia. A pesare è stato soprattutto il debutto con la stampa: un briefing di quattordici minuti, con sole tre domande, tutte di giornalisti vicini all’amministrazione. In quella stessa occasione è arrivato anche l’annuncio del licenziamento dell’ambasciatrice americana ad Atene, Kimberly Guilfoyle. Alle critiche sulla conferenza si sono poi sommati i dubbi sul suo percorso professionale. Zacharia ha ammesso di non aver superato l’esame da avvocato in California, nonostante si fosse presentata come legale nelle sue apparizioni a Fox News. A quel punto, secondo quanto riportato, è stato lo stesso Trump a suggerirle di fare un passo indietro.

In due mandati presidenziali, Trump ha cambiato sette portavoce. Katie Zacharia è rimasta in carica appena cinque giorni: ecco chi l’ha preceduta.

Leggi anche: Zampolli ad Affaritaliani: “Io licenziato da Trump? No, l’incarico da inviato speciale era scaduto. Ora pronto un team per sostenere le imprese italiane”

Sean Spicer, sei mesi

È stato il primo portavoce della Casa Bianca del primo mandato di Trump. Il suo nome è rimasto legato alle polemiche sul numero di persone presenti alla cerimonia di insediamento del gennaio 2017. Spicer sostenne che si fosse trattato del pubblico più numeroso di sempre, nonostante le immagini mostrassero una partecipazione inferiore a quella registrata per l’insediamento di Barack Obama. In seguito riconobbe di aver commesso alcuni “passi falsi”. Si dimise nel luglio 2017, dopo circa sei mesi.

Sarah Huckabee Sanders, due anni

Tra le collaboratrici più fidate di Trump, aveva avuto un ruolo importante nella campagna elettorale del 2016. Il suo periodo alla Casa Bianca fu segnato da rapporti difficili con i giornalisti e da lunghe pause senza briefing formali. Nel rapporto del procuratore speciale Robert Mueller sulle interferenze russe nelle elezioni del 2016 emerse che Sanders aveva ammesso di aver formulato un’affermazione priva di fondamento sul presunto mancato sostegno di “innumerevoli” agenti dell’Fbi all’allora direttore James Comey, licenziato da Trump. Lasciò l’incarico alla fine di giugno 2019. Oggi è governatrice dell’Arkansas.

Stephanie Grisham, meno di un anno

Già portavoce di Melania Trump dal marzo 2017, Grisham lavorava con il presidente fin dall’inizio della campagna elettorale del 2015. Assunse l’incarico di portavoce della Casa Bianca nel luglio 2019, distinguendosi per una scelta senza precedenti: non tenne mai un briefing formale con i giornalisti. Rimase in carica meno di un anno, prima di passare al ruolo di capo di gabinetto della first lady.

Kayleigh McEnany, da aprile 2020 a gennaio 2021

Dopo aver inizialmente criticato Trump durante le primarie repubblicane, McEnany diventò l’ultima portavoce del suo primo mandato. Il momento più delicato arrivò dopo l’assalto al Congresso del 6 gennaio 2021. In una breve apparizione davanti alla stampa, dichiarò che la Casa Bianca condannava le violenze “nei termini più forti possibili” e le definì “inaccettabili”. Trump non partecipò al briefing.

Karoline Leavitt, da gennaio 2025 ad agosto 2026

Già componente dello staff della comunicazione durante il primo mandato di Trump, Leavitt è diventata la più giovane portavoce della Casa Bianca nella storia degli Stati Uniti. Aveva appena 28 anni quando ha annunciato l’uscita dall’amministrazione, spiegando di voler dedicare più tempo alla famiglia. Resta ora una sola domanda: chi sarà il prossimo?

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Ucraina, raid russi in diverse regioni: missili su Zaporizhia e Kryvyi Rih

17 Ottobre 2026 ore 08:07
Ucraina, raid russi in diverse regioni: missili su Zaporizhia e Kryvyi Rih

KIEV (UCRAINA) (ITALPRESS) – Le forze aeree russe hanno pesantemente attaccato diverse regioni dell’Ucraina nella notte. Secondo quanto riferisce l’agenzia Rbc Ukraina, citando l’aeronautica di Kiev, gli attacchi hanno riguardato 22 località e sono stati condotti con missili balistici, missili da crociera, missili Caliber e 332 droni d’attacco.

Questa mattina i russi hanno attaccato anche Zaporizhia e Kryvyi Rih con missili balistici e missili da crociera. I bombardamenti hanno danneggiato alcune case, colpito un’azienda e ferito diverse persone.

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L’intesa tra Trump e Putin prepara un autunno difficile per l’Ucraina e per l’Europa

17 Ottobre 2026 ore 08:02
L’intesa tra Trump e Putin prepara un autunno difficile per l’Ucraina e per l’Europa

di Vincenzo Petrone (*)

ROMA (ITALPRESS) – La decisione del Presidente degli Stati Uniti di sospendere le sanzioni sul diesel russo, la parziale interruzione del sistema di telecomunicazioni militari Starshield utilizzato dalle Forze Armate ucraine, la mancata condivisione dell’intelligence satellitare americana dell’arrivo imminente di missili balistici russi.

Sono tre indizi che fanno una prova di un’intesa tra Trump e Putin per indebolire drasticamente la resistenza dell’Ucraina.

L’obiettivo è creare vulnerabilità e imporre a Zelensky un cessate il fuoco alle condizioni di Putin, ossia la cessione dell’intero Donbass, comprese le aree mai conquistate dalla Russia.

Il corollario del cessate il fuoco sono le dimissioni del Presidente Zelensky, che Mosca pretende dal primo giorno della sua aggressione.

La riunione dell’APEC a Shenzhen in novembre può essere l’occasione per sancire questa intesa a danno dell’Ucraina e alle spalle dell’Europa, con una solenne riunione tripartita tra i Grandi del mondo, ossia Trump, Putin e Xi Jinping.

Non necessariamente le cose andranno come Trump e Putin vorrebbero.

Tra pochi giorni, il 3 novembre, ci sono infatti le elezioni di mid-term e le prospettive elettorali per Trump sono sfavorevoli.

Quelle elezioni riguardano molto da vicino anche noi europei.

Una pesante sconfitta del Partito Repubblicano e un nuovo Congresso controllato dal Partito Democratico alla Camera e forse anche al Senato finalmente metterebbero il morso alle intemperanze di questo Presidente in politica estera e all’astio che egli nutre per noi europei.

L’ultima trovata, la sospensione delle sanzioni sul diesel esportato dalla Russia, ha aperto una breccia nel meccanismo sanzionatorio e potrebbe essere l’inizio di ulteriori misure di scongelamento di risorse finanziarie russe bloccate nelle banche americane.

La portata immediata della decisione di Trump sul diesel è politica molto più che economica.

Annunciando che permetterà alla Russia di vendere sui mercati 1,8 milioni di tonnellate di diesel entro dicembre 2026, Trump ha affermato di voler in tal modo far scendere i prezzi del diesel.

Ma questa è soltanto un’infantile mistificazione della realtà, visto che si tratta di quantità modeste, meno della metà del consumo di diesel dei soli Stati Uniti nell’arco di un giorno.
E Putin quel diesel da vendere all’estero probabilmente non ce l’ha proprio.

L’Ucraina ha infatti già distrutto quasi la metà della capacità di raffinazione della Russia e, dopo il tradimento di Trump, appare ancor più determinata a continuare a colpire le raffinerie dell’avversario.

E allora?

L’annuncio di Trump fa pensare a una scelta di campo apertamente filorussa.

A parte la propaganda elettorale per contenere l’imminente sconfitta alle urne, Trump vuole mandare un messaggio, ossia che l’America, incluse le società che fanno capo ad amici e parenti del Presidente, vuole riprendere a fare affari con Putin, quale che sia la violenza con cui questi sta conducendo la guerra e quale che sia il prezzo che l’Ucraina dovrà pagare.

I due plenipotenziari della diplomazia di Trump, Jared Kushner e Steve Witkoff, hanno già in passato candidamente affermato che, per fermare l’aggressione russa, occorre fare affari con Mosca.

Unilateralmente, sulla sua personale piattaforma, Trump sabato scorso ha annunciato anche che ci sarebbe stata, «effective immediately», una tregua «energetica» nei bombardamenti tra i due contendenti.

Senza molto riguardo per Trump, già nella serata di domenica i russi hanno bombardato proprio quelle infrastrutture. E, dopo essersi fermata per 24 ore, anche l’Ucraina lunedì ha ripreso a fare altrettanto contro le raffinerie dell’avversario.

Il fatto è che quella «tregua energetica» annunciata incautamente è l’opposto dell’obiettivo bellico che i due Paesi in guerra si propongono in questa fase.

L’obiettivo russo è preparare un inverno insopportabile per i civili ucraini. L’obiettivo ucraino è devastare le raffinerie russe per impedire la produzione e l’export di idrocarburi che alimentano la guerra di Putin.

A noi europei, la connivenza tra il Presidente americano e quello russo potrebbe riservare anche un’altra amara sorpresa.

Per Trump quest’autunno ci saranno infatti due opportunità, sotto i riflettori del mondo, di marcare la distanza dell’America dall’Europa e la sua intesa con la Russia.

La prima sarà il vertice dell’APEC (Asia-Pacific Economic Cooperation), che si terrà a Shenzhen il 18-19 novembre.

È già previsto da tempo che Trump e Xi Jinping si incontrino in quella occasione, per la terza volta quest’anno.

La seconda data che potrebbe riservarci brutte sorprese è quella del successivo vertice del G20, previsto a Miami il 14-15 dicembre.

Un vertice che, poco dignitosamente per i Capi di Governo invitati, si terrà letteralmente nella dépendance personale di Trump, il Trump National Doral, un pacchiano complesso con 643 stanze, quattro campi da golf, SPA di ogni genere e piscine faraoniche.

Putin è stato invitato da Trump a parteciparvi con tutti gli onori.

Questa è la prima volta che un vertice multilaterale si tiene, peraltro a pagamento per quanto riguarda l’uso delle stanze d’albergo, in una location che appartiene letteralmente, non figurativamente, al Presidente, padrone di casa.

Ma, a parte queste curiosità, chiediamoci perché questi due appuntamenti internazionali riguardino l’Europa.

La ragione è che a Shenzhen in novembre, oppure nel boudoir del Trump National Doral in dicembre, potrebbe aver luogo il primo incontro trilaterale tra lo stesso Trump, Putin e Xi Jinping.

L’oggetto dell’incontro, dalle notizie che circolano, sarebbe la «pace».

Se ci fosse, quell’incontro potrebbe non essere che l’inizio di una prassi.

Ma di quale pace si parlerebbe?

Prima di tutto, di quella in Ucraina.

Per Trump è la più facile da ottenere: basta che tolga a Zelensky tre pilastri della resistenza. Il primo è Starshield, la versione militare della rete satellitare Starlink di Elon Musk. Il secondo è l’intelligence satellitare americana per i missili lanciati dai russi. Il terzo sono le piattaforme e le munizioni di difesa antimissile che sono prodotte negli USA, ma vengono pagate dai Paesi europei che poi le passano all’Ucraina.

Due segnali arrivati oggi dal teatro ucraino sono particolarmente preoccupanti, perché sono indicativi della volontà americana di piegare in tempi brevi le capacità di resistenza dell’Ucraina.

Il primo è che le Forze Armate di Kiev stanno registrando interruzioni nel funzionamento della rete di comunicazioni Starshield, che governa le traiettorie dei droni ucraini, e non hanno ricevuto informazioni plausibili dai tecnici di Elon Musk circa le ragioni del problema. Musk ha fatto sapere che la sua Starshield è gestita dal Pentagono e, in tal modo, ha confermato che l’interruzione del servizio è stata decisa a livello politico.

Il secondo segnale è la mancata allerta da parte dell’intelligence satellitare americana circa l’imminente impatto di missili balistici russi contro obiettivi civili in Ucraina. La conseguenza è stata che, in assenza del preavviso che consente ai civili di rifugiarsi nei bunker, le sirene d’allarme non sono state attivate e questo ha causato un numero particolarmente elevato di vittime civili.

Quale sarebbe l’interesse di Xi Jinping a convocare un vertice tripartito a Shenzhen?

In primo luogo, il Presidente del PCC ne uscirebbe con l’aureola di leader e uomo di pace a livello planetario, capace di mettere al tavolo russi e americani per far tacere le armi.

Xi potrebbe pretendere comunque anche qualcosa di più concreto, ossia un ulteriore rinvio delle forniture militari americane a Taiwan, già approvate ormai un anno fa dal Congresso e mai consegnate per decisione di Trump.

Per quanto concerne il Presidente americano, il principale tornaconto riguarderebbe la guerra con l’Iran. Una guerra che l’America non riuscirà a sostenere a lungo e da cui non riesce a districarsi.

Il Presidente chiederà a Xi e a Putin di esercitare pressioni sull’Iran perché accetti un cessate il fuoco che per gli americani sia dignitoso quanto basta a permettere loro di «declare victory and leave».

Ma non è affatto detto che questa operazione riesca, perché l’Iran è convinto di essere in una buona posizione strategica e perché, mentre gli strumenti di coercizione di Trump sull’Ucraina sono di efficacia pressoché immediata, quelli cinesi e russi sull’Iran sono meno diretti e cogenti, anche se significativi.

In conclusione, non ci sono ancora evidenze che il vertice a tre effettivamente ci sarà. Quello che è sicuro è che se ne sta parlando da qualche settimana nelle tre capitali.
Non deve essere facilissimo per Putin e per Trump convincere Xi Jinping a organizzarlo.
Rispetto a Russia e America, la Cina è al momento obiettivamente messa molto meglio.
Le guerre in Ucraina e nel Golfo stanno portando soprattutto vantaggi alla postura di politica estera e di sicurezza di Pechino.

La Russia è diventata per necessità un vassallo di Pechino, compra tutto quello che la manifattura cinese decide di esportarvi e vende in Cina il petrolio a prezzi stracciati.

Gli Stati Uniti, invece, restano impigliati in una ragnatela di rischi militari ed economici pressoché impossibili da governare, ma che stanno costando molto sia in termini finanziari sia di arsenali militari. E questo aiuta a far sì che tra le priorità dell’America oggi non ci sia spazio per la salvaguardia di Taiwan.

La conferma delle discussioni in atto per il vertice a tre viene da Mosca, da Putin in prima persona.

Il direttore del Center for China and Globalization, organismo controllato dal Governo di Pechino, la settimana scorsa ha chiesto a Putin, in un’intervista, se fosse ipotizzabile un incontro tra lo stesso Putin, Trump e Xi a Shenzhen, con «l’obiettivo di promuovere la pace».

Putin ha risposto che «l’incontro è possibile» e che l’iniziativa di realizzarlo «dipende anche dalla Potenza padrona di casa».

La risposta del Presidente russo suona come un appello a Xi perché concretizzi l’invito. E come un mezzo per preparare il terreno per quella riunione, indicando fin d’ora la disponibilità di Putin a una mediazione per un cessate il fuoco.

Mediazione da realizzare nel contesto del riconoscimento che la Russia è una delle tre Grandi Potenze globali e a certe condizioni.

D’altronde, lo stesso Trump da oltre un anno sta lasciando la porta aperta per un incontro tripartito.

E in questa luce si comprende meglio la sua sorprendente affermazione di sabato. Secondo Trump, Zelensky «avrebbe potuto chiudere questa guerra in più occasioni, ma non ha voluto coglierle». E l’Ucraina «ha bisogno di un nuovo Presidente».

In chiaro, Zelensky e la resistenza ucraina sono di ostacolo alla politica estera e commerciale americana e a una nuova sistemazione degli assetti strategici in Europa.

A parte gli opachi legami personali sui quali il prossimo Congresso farà luce, Trump e Putin sembrano avere in comune una visione del mondo da suddividere in sfere di influenza dominate da Paesi in grado di esercitarla con lo strumento militare.

Per le Americhe, Trump non ha esitato a ufficializzare questi concetti, nel complesso definiti come «Donroe Doctrine».

Non ci si può dunque sorprendere se Trump manifesta connivenza per la simmetrica pretesa di Putin di ricostituire intorno alla Federazione Russa la zona di rispetto che, mutatis mutandis, aveva l’Unione Sovietica prima che si disintegrasse.

Trattandosi di Trump e della sua infinita capacità di portare rancore, ricordiamoci che Zelensky, il 25 luglio del 2019, nella telefonata che è stata il colpo d’inizio della procedura di impeachment da parte del Congresso, si è permesso di respingere la richiesta dello stesso Trump di indagare sugli affari in Ucraina del figlio di Joe Biden. E questo in cambio di una fornitura di missili Javelin.

Con l’approssimarsi della data dell’APEC, sentiremo evocare facili paralleli con l’incontro di Yalta del 4-11 febbraio del 1945, quando Stati Uniti, Gran Bretagna e Unione Sovietica, a guerra ormai vinta, discussero gli assetti postbellici.

Il parallelo tra Yalta e l’eventuale riunione tripartita di Shenzhen in novembre o di Miami in dicembre è storicamente improprio.

La ricerca storica ha infatti accertato da tempo che a Yalta Roosevelt e Churchill non stipularono affatto un’intesa con Stalin sulla divisione dell’Europa e ancor meno riconobbero all’Unione Sovietica il controllo postbellico dei Paesi dell’Europa centrale.

Al contrario, nella dichiarazione ufficiale, sottoscritta l’11 febbraio 1945, si prevedeva che nei Paesi occupati i vincitori si sarebbero impegnati ad «aiutare i popoli liberati a creare istituzioni democratiche di loro scelta… attraverso elezioni di governi responsabili verso la volontà popolare».

Per Stalin, il termine «istituzioni democratiche» voleva dire «istituzioni di democrazia popolare» di impronta sovietica, sottoposte al controllo di Mosca.

La simpatia di Vladimir Putin per Josif Vissarionovich Džugašvili, detto Stalin, e per l’Unione Sovietica fa presagire il genere di interpretazione che Putin darebbe al riconoscimento di una sua sfera di influenza in Europa centrale e orientale.

E i leader europei non dovrebbero lesinare chiarezza nel denunciare con forza il rifiuto di accettare i seguiti in Europa di un’intesa tra Putin e Trump. Anche perché gli elettori americani, il 3 novembre, potrebbero sbarrare la strada a Trump se decretassero nelle urne un «wipeout», una sconfitta clamorosa del Partito Repubblicano.

Xi Jinping sta appunto attendendo di vedere i risultati di queste elezioni prima di decidere se formulare davvero l’invito tripartito o lasciar perdere.

Per noi europei, la sconfitta elettorale di Trump sarebbe una boccata d’ossigeno per alzare la posta nel contrasto all’aggressione russa e riacquistare anche una più dignitosa postura verso l’America dei MAGA.

Si può fare, il Canada lo dimostra.

Per noi italiani, la pubblica disapprovazione espressa finalmente senza mezzi termini dalla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni per la decisione di Trump sul diesel russo è un fatto molto positivo e sarebbe bene dargliene atto.

* Ambasciatore A. R., ex Ambasciatore a Tokyo ed ex Direttore della Fondazione Italia Cina

– foto IPA Agency –

(ITALPRESS).

L’Europa abbraccia Zelensky mentre Trump volta ancora le spalle all’Ucraina

17 Ottobre 2026 ore 04:45

Andrii Parhomchuk, un residente ferito, fuma una sigaretta davanti alla sua casa danneggiata da un attacco missilistico russo a Kyjiv, in Ucraina, mercoledì 14 ottobre 2026 (AP/LaPresse)

L’Europa non intende lasciare sola l’Ucraina. È il messaggio arrivato da Bruxelles, dove il presidente Volodymyr Zelensky ha incontrato i leader europei nel secondo giorno del Consiglio europeo, mentre il rapporto con Donald Trump attraversa una nuova fase di tensione. Energia, difesa aerea e finanziamenti per il 2026 e il 2027 sono le priorità immediate di Kyjiv. Ma sullo sfondo c’è una questione più grande: quanto può ancora contare l’Ucraina sugli Stati Uniti e quanto l’Europa è pronta a fare per sostenerla.

«Percepisco il pieno sostegno dell’Europa, soprattutto nell’ultimo mese», ha detto Zelensky al termine degli incontri. Il presidente ucraino ha ringraziato il Consiglio europeo, la Commissione e i leader che sono rimasti al fianco di Kyjiv dall’inizio dell’invasione russa. Un messaggio che assume un significato particolare mentre Washington sembra allontanarsi dalle posizioni ucraine e la Russia continua a colpire le infrastrutture del Paese.

Il primo banco di prova è l’inverno. Mosca non mostra segnali di voler porre fine alla guerra e gli attacchi contro la rete energetica ucraina rendono urgente rafforzare le difese e garantire le forniture necessarie a mantenere in funzione il Paese. Il pacchetto invernale chiesto da Zelensky non riguarda soltanto l’energia, ma anche la difesa aerea e le risorse finanziarie per sostenere lo Stato. La prospettiva di una pace rapida, ha spiegato il presidente, non trova al momento riscontri nelle intenzioni russe.

Sul fronte militare, la questione più urgente è la disponibilità di missili intercettori. Zelensky ha assicurato che, sulla base dei fabbisogni minimi comunicati da Kyjiv, i Paesi europei dispongono di quantità sufficienti di Patriot Pac-2 e Pac-3 per aiutare l’Ucraina a superare l’inverno. Ma il presidente ha anche riconosciuto che non è ancora chiaro quanti missili arriveranno effettivamente. Una parte consistente delle forniture viene oggi dirottata verso il Medio Oriente: «È un segreto di Pulcinella che oggi non siamo una destinazione prioritaria per questi missili», ha detto.

Kyjiv deve quindi mettere insieme contributi provenienti da più Paesi, mentre cerca di accelerare lo sviluppo di una capacità europea autonoma. In questo quadro rientra FREYJA, il progetto di difesa antibalistica sul quale l’Ucraina sta lavorando con i partner europei. Zelensky punta a trasformarlo in un sistema più rapido ed economico da produrre, da condividere anche con gli alleati. Dopo l’incontro con Emmanuel Macron, ha inoltre annunciato nuovi pacchetti destinati a rafforzare l’aviazione da combattimento e ha ringraziato Parigi per le licenze di produzione di armamenti già concesse.

La solidarietà europea si misura però anche in una dimensione meno visibile, ma ormai essenziale per la guerra: quella delle comunicazioni satellitari. I recenti problemi di Starlink hanno rappresentato una sorpresa «pericolosa e spiacevole» per Kyjiv. Zelensky ha precisato che il servizio non è stato completamente disattivato, ma che sono stati abbassati i limiti di velocità, con conseguenze sulle capacità operative ucraine.

La connessione satellitare è utilizzata anche per coordinare i droni intercettori impegnati contro gli attacchi russi. Non soltanto per le operazioni in profondità sul territorio nemico, ha chiarito il presidente, ma per proteggere la popolazione dagli aerei e dai droni che prendono di mira le città e le infrastrutture. Kyjiv sta discutendo con alcuni Paesi, tra cui la Francia, per ottenere capacità aggiuntive. È un segnale della necessità di ridurre una dipendenza tecnologica che, nel momento in cui i rapporti politici si deteriorano, può trasformarsi in una vulnerabilità militare.

Come abbiamo raccontato su Linkiesta, il problema non riguarda soltanto le armi che Washington decide di fornire. Le capacità statunitensi di intelligence, allerta e comunicazione sono parte integrante della difesa ucraina. L’Europa può offrire sostegno politico e finanziario, ma sostituire rapidamente queste infrastrutture è molto più difficile. La crisi di Starlink rende questa contraddizione evidente.

Zelensky, tuttavia, non è tornato da Bruxelles – e da Londra, dove giovedì aveva incontrato il premier Andy Burham che ha autorizzato l’invio di altri missili a lungo raggio Storm Shadow per colpire le operazioni militari russe e frenare gli attacchi di Mosca contro le infrastrutture civili ucraine – soltanto con promesse militari. Ha rivendicato anche i progressi del percorso di adesione all’Unione europea, ringraziando il governo e il Parlamento ucraini per le riforme approvate nonostante gli attacchi russi. Kyjiv punta ad aprire gli ultimi due gruppi negoziali entro la fine dell’anno.

Il messaggio europeo è dunque duplice: l’Ucraina resta una priorità strategica e il suo futuro è legato a quello dell’Unione. António Costa ha ribadito che non è il momento di ridurre il sostegno a Kyjiv né di alleggerire le sanzioni contro Mosca. Ursula von der Leyen ha escluso concessioni finché la Russia non fermerà la guerra.

È una presa di posizione importante mentre la Casa Bianca alimenta nuove incertezze. Ma la prova decisiva sarà trasformare l’unità mostrata a Bruxelles in forniture, finanziamenti e capacità operative. Per Zelensky, l’abbraccio europeo è un segnale politico prezioso. Per l’Europa, è anche una responsabilità sempre più difficile da rinviare.

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L’asse delle autocrazie usa la guerra per rafforzarsi

17 Ottobre 2026 ore 04:45

Corea del Nord esercito

I droni iraniani venduti alla Russia per bombardare l’Ucraina sono cambiati più volte in questi quasi cinque anni di guerra. Sul campo di battaglia, gli ingegneri di Mosca li hanno modificati per renderli più efficaci contro le difese ucraine, aggiornandoli anche con componenti cinesi. Le tattiche sperimentate in guerra e le tecnologie sviluppate per migliorare quei velivoli possono ora tornare a Teheran, insieme all’esperienza accumulata dall’esercito russo. Quello che era cominciato come uno scambio di armi fra due autocrazie si è trasformato in un circuito di innovazione militare, nel quale anche gli altri partner possono imparare e trarre vantaggio.

Questo dettaglio militare aiuta a spiegare l’evoluzione nella cooperazione fra Russia, Cina, Iran e Corea del Nord, con la guerra in Europa come laboratorio. I quattro regimi non hanno un comando militare comune, né hanno accordi che li obbligano a intervenire nelle guerre altrui. Anzi, in alcuni contesti continuano a perseguire interessi divergenti. Eppure, stanno imparando a mettere a sistema tecnologie e conoscenze operative.

Negli ultimi anni in molti hanno provato a tracciare i contorni dell’asse delle autocrazie – ribattezzato anche Crink, asse del disordine, asse del male, internazionale delle dittature. Le relazioni fra i quattro Paesi apparivano soprattutto come una serie di scambi bilaterali, ciascuno motivato da esigenze immediate. La Russia aveva bisogno di droni iraniani, munizioni nordcoreane e componenti cinesi; gli altri membri ricavavano dal sostegno a Mosca denaro, tecnologia, protezione diplomatica e occasioni per rafforzare i propri apparati militari.

Adesso la cooperazione è cambiata, ha assunto una dimensione diversa. Non è ancora un’alleanza militare tradizionale, con un comando integrato, obblighi di intervento reciproco e una strategia comune per ogni teatro operativo. I quattro regimi continuano a difendere anzitutto i propri interessi. «Stanno affinando la loro cooperazione per rendere i loro partner più resilienti – e più pericolosi per gli Stati Uniti – limitando al contempo costi e rischi», scrivono su Foreign Affairs Andrea Kendall-Taylor (Senior Fellow e Direttrice del Programma di Sicurezza Transatlantica presso il Center for a New American Security) e Richard Fontaine (amministratore delegato del Center for a New American Security). L’asse delle autocrazie, insomma, ha imparato a rendere complementari le proprie capacità, e di compensare alcune delle debolezze dei singoli membri.

La storia dei droni russi è l’esempio più evidente. E Mosca ha istituito anche una propria forza militare dedicata ai sistemi senza pilota per rendere strutturale questo processo. I nuovi droni Geran a propulsione a reazione, più veloci e capaci di trasportare carichi maggiori rispetto alle versioni precedenti, rappresentano un ulteriore passo in questa direzione. Se sistemi analoghi venissero impiegati in Medio Oriente nel conflitto in corso, difendere le basi americane e le infrastrutture energetiche regionali potrebbe diventare più difficile e costoso.

Anche la Corea del Nord sta traendo vantaggio da questo laboratorio condiviso. Secondo le informazioni citate dai due autori di Foreign Affairs, Mosca ha raggiunto un accordo per aiutare Pyongyang ad aumentare la produzione di droni sul modello degli Shahed. Gli ingegneri nordcoreani hanno potuto acquisire esperienza lavorando negli impianti russi, mentre i soldati inviati a combattere al fianco di Mosca hanno osservato direttamente come integrare i velivoli senza pilota nelle operazioni militari contemporanee. La Cina, a sua volta, ricava informazioni preziose sulle prestazioni delle proprie tecnologie nei combattimenti reali e ha fornito addestramento sulla guerra con i droni ai propri militari attraverso le forze russe. È così che il lavoro della Russia sulla tecnologia iraniana può produrre ricadute sulle capacità militari di tutti e quattro i Paesi.

Già da tempo la cooperazione tra Russia, Cina, Corea del Nord e Iran va oltre il campo di battaglia. La chiusura dello Stretto di Hormuz ha fatto salire i prezzi del petrolio, offrendo al Cremlino entrate aggiuntive e contribuendo alla recente decisione di Donald Trump di allentare temporaneamente alcune restrizioni sulle esportazioni petrolifere russe. Nel frattempo, l’apertura del fronte mediorientale ha costretto Washington a spostare risorse militari dall’Indo-Pacifico verso il Golfo: sistemi di difesa aerea, munizioni e portaerei che non possono essere impiegati contemporaneamente in tutti i teatri. Per Pechino, la riduzione della presenza militare americana nel Pacifico occidentale costituisce un’opportunità strategica, anche senza un suo intervento diretto nella guerra.

Il collante dell’asse del male non è certo un’identica visione del mondo, né la volontà di combattere tutti insieme. Kendall-Taylor e Fontaine lo individuano nella convinzione che la potenza americana possa limitare, isolare e punire ciascuno di questi regimi, preso singolarmente, arrivando a minacciarne la sopravvivenza. Per questo, osservano i due autori, il fatto che i quattro Paesi evitino generalmente di combattere le guerre l’uno dell’altro non dimostra che l’asse stia perdendo coesione: «Questa moderazione non è un segnale di indebolimento dell’asse, ma una caratteristica distintiva del modo in cui funzionano queste partnership». La cooperazione non richiede che i regimi condividano ogni obiettivo o siano disposti a correre gli stessi rischi. Al contrario, la capacità di sostenersi reciprocamente senza esporsi troppo è uno dei suoi punti di forza.

C’è però un’altra parte della storia, e riguarda gli Stati Uniti. Washington dispone ancora di una superiorità considerevole in termini di risorse economiche e tecnologiche, capacità militari e numero di alleati. Però l’amministrazione Trump ha reso il resto dell’Occidente meno disposto a seguirlo nelle sue decisioni scellerate e improvvisate di politica estera. Anche l’uso di dazi come una clava per minacciare l’Europa e il Canada, e tutto il suo approccio transazionale alla diplomazia hanno eroso la fiducia negli alleati americani.

Kendall-Taylor e Fontaine propongono allora un cambio di rotta, una risposta all’asse delle autocrazie che parte da un imperativo apparentemente modesto: «Non fare altri danni sarebbe un buon punto di partenza per affrontare l’asse», scrivono. Washington dovrebbe rafforzare le catene di approvvigionamento condivise con i partner, facilitare la circolazione delle tecnologie e aiutare gli alleati a sviluppare maggiori capacità di difesa. Ma soprattutto dovrebbe smettere di trattare le proprie relazioni internazionali come transazioni da rinegoziare di continuo. «La questione è quale rete saprà sfruttare meglio le proprie risorse».

È questa la partita che Russia, Cina, Iran e Corea del Nord stanno imparando a giocare: non hanno bisogno di diventare un’alleanza compatta, né di combattere sempre insieme per danneggiare le democrazie. Basta che sappiano collaborare quando conviene, scambiarsi ciò che manca e sfruttare le conseguenze delle crisi aperte dagli altri. Gli Stati Uniti dispongono ancora di risorse e strumenti per fermarli. Certo, fin quando Trump sarà alla Casa Bianca sarà tutto più difficile.

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Kim Jong-un testa siluri con IA: cresce la sfida sottomarina a Seul e Washington

17 Ottobre 2026 ore 04:15
Pyongyang annuncia il lancio del nuovo sistema Zam-2.0, capace di manovre autonome per eludere le difese e colpire ad alta velocità. Dietro la rapida escalation tecnologica, secondo gli analisti, ci sarebbe l'asse strategico con Mosca

© RaiNews

Telefonata tra il Papa e Putin, Leone XIV: "Serve una tregua per la città di Oleshky". Lo zar dà la colpa a Kiev

(Adnkronos) - Il Pontefice ha espresso "viva preoccupazione per la grave situazione umanitaria”. Putin ha fornito "spiegazioni complete sulla responsabilità di Kiev per la difficile situazione umanitaria"

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L’Atlantic Council punta su Roma. Mezran: “Italia e Stati Uniti rischiano di perdere la Libia”

(Adnkronos) - Il think tank americano rafforza la sua presenza nella Capitale per rilanciare il dialogo transatlantico sul Nord Africa e sul Medio Oriente. Lunedì 19 ottobre il primo incontro al Centro Studi Americani. Il direttore della North Africa Initiative parla di Italia, Libia, Egitto, Turchia, Iran e Israele: “Stanno cambiando gli equilibri della regione”

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