Central Synagogue Attack Rattles Jewish New Yorkers

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Ricorre l’anniversario del summit tra Donald Trump e Vladimir Putin a Anchorage (Alaska) e i media che da quattro anni e mezzo promettono la rapida sconfitta della Russia oggi si affannano a spiegare che quel giorno il presidente russo prese una gran trombata: tante promesse da Trump, concessioni territoriali importanti, baci e abbracci per ritrovarsi adesso impantanato in una guerra senza fine. Mah… è la solita narrazione che i russi sono sì feroci ma anche molto molto stupidi. Davvero qualcuno crede che Putin non ricordasse che Trump (quello che, ci dicevano all’epoca del primo mandato, era stato eletto solo grazie ai maneggi russi) aveva poi tempestato la Russia di sanzioni? Che al Cremlino non avessero capito quale sia la personalità, e l’affidabilità, del presidente americano? E che in questo anno non abbiano seguito i suoi capricci, i suoi cambi repentini di strategia e, soprattutto, le azioni più o meno diretta contro l’influenza, politica ed economica, della Russia, dalla spedizione contro il Venezuela alle minacce a Cuba, dai diversi tentativi (di cui la guerra contro l’Iran è solo il più clamoroso) per danneggiare l’export energetico della Russia? Non è stato Trump, ormai molti mesi fa, a cercare di farsi promettere dall’India che non avrebbe più comprato petrolio russo? Gi è andata male, a giugno il petrolio russo ha fatto più del 50% delle importazioni indiane, ma Trump ci ha provato.
Nel maggio scorso Putin ha fatto l’ennesimo viaggio in Cina per incontrare Xi Jinping. E ciò avveniva poco dopo che lo stesso Trump era stato a Pechino. Uno dei giornalisti al seguito chiese a Yurij Ushakov, consigliere politico di Putin ed ex ambasciatore a Washington, che cosa restava dello “spirito di Anchorage”. Ushakov rispose piatto piatto: “Non so cosa sia lo spirito di Anchorage. Perché non parliamo dello spirito di Pechino”. A dire quali siano gli orizzonti fondamentali della politica russa. Nessuno sa con esattezza che cosa si siano detti Trump e Putin in Alaska. È probabile che Trump abbia proposto (Marco Rubio, il segretario di Stato Usa, ha più volte detto che si trattava di “una proposta e non di un accordo”) a Putin, in cambio del cessate il fuoco, concessioni territoriali sulla Crimea e sul Donbass. Perché Putin avrebbe dovuto dire “no, grazie”? Sapendo benissimo che, comunque, bisognava sempre fare i conti con la resistenza feroce dell’Ucraina e l’interesse politico dell’Europa a supportare tale resistenza?
La vera verità, al di là di qualunque retorica, è che in questa guerra assurda siamo impantanati tutti. La Russia, che si è data obiettivi precisi (la conquista dell’intero Donbass e il mantenimento del controllo sulla Crimea) e deve fare grandi sacrifici per continuare a perseguirli. L’Ucraina, inchiodata dall’avanzata russa alla condizione di dover combattere a tutti i costi, spopolata, ridotta a vivere dell’appoggio finanziario europeo e forte ormai solo dell’industria degli armamenti, anche questa strettamente connessa alle esigenze europee di riarmo. E ovviamente l’Europa stessa, che ha rinunciato a un modello di sviluppo (energia a buon prezzo dalla Russia, trasformazione ed esportazione) e ora non riesce a produrne uno nuovo, avendo nel frattempo tagliato i ponti con mercati importanti come quello russo e quello cinese. L’Europa che ha finora elargito all’Ucraina, in aiuti militari, umanitari e finanziari, più di 200 miliardi di euro: se avessimo investito in sforzi di pace metà di quella somma nel 2022, al momento dei primi negoziati tra russi e ucraini, la guerra sarebbe forse finita da tempo. Impantanata è pure la Nato, che si allarga, fa la faccia feroce, abbatte droni qua e là, fornisce intelligence e supporto all’Ucraina ma non ha ancora dimostrato quanto solida sia la sua promessa statutaria: se il Cremlino, per dire, invadesse la Lituania, tedeschi, francesi e italiani correrebbero a combattere? L’unico che si era tolto dai pasticci, alla maniera sua, era stato Donald Trump, che aveva bloccato gli aiuti all’Ucraina facendoseli invece pagare dall’Europa, la gallina dalle uova d’oro degli Usa. Ma poi ha trovato modo di impantanarsi da solo in Iran, il genio.
Oggi, data anniversaria di Anchorage, la Russia si avvia a un’elezione parlamentare-farsa. Un voto da cui è stato escluso, per il palese timore che ottenesse un buon risultato, il partito Yabloko che fu di Grigorij Yavlinskij, l’unica formazione a essere apertamente contraria alla guerra. E le autorità ucraine consigliano alla popolazione, in vista dell’inverno, di lasciare le città e trasferirsi in campagna. Quelle stesse che, secondo tanti dei nostri media, stanno brillantemente vincendo la guerra. Impantanati, dicevamo. Ma tra essere intrappolati in quella condizione e crogiolarsi nel pantano c’è ancora una differenza. Cerchiamo di non dimenticarlo.
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REYKJAVÍK – Per due minuti il tempo è sembrato fermarsi. Poco prima delle 17.00, il Sole è scomparso dietro il disco della Luna e sull’Islanda è calato un crepuscolo improvviso, quasi irreale. Le voci si sono abbassate, gli sguardi si sono alzati al cielo e migliaia di persone, arrivate da ogni parte del mondo, hanno assistito a uno degli eventi astronomici più attesi del secolo: l’eclisse totale di Sole del 12 agosto 2026, la prima visibile dall’Europa continentale dal 1999. Se in molti Paesi europei il fenomeno è apparso soltanto in forma parziale, l’Islanda è stata una delle grandi protagoniste della giornata. L’ombra della Luna ha attraversato soprattutto le regioni occidentali e meridionali dell’isola, regalando uno spettacolo straordinario tra vulcani, campi di lava, coste battute dal vento e ghiacciai. Reykjavík, la penisola di Reykjanes, la regione di Snæfellsnes e i remoti Fiordi Occidentali si sono trasformati nei luoghi simbolo dell’evento.
Ma l’eclissi non è stata soltanto un fenomeno astronomico. È stata anche un fenomeno turistico senza precedenti. Da settimane gli operatori turistici islandesi parlavano di numeri record, e le previsioni si sono confermate. Secondo i dati riportati da AirDNA, la domanda di alloggi nelle località islandesi interessate dal percorso della totalità è aumentata del 56,9% rispetto all’anno precedente, contro una crescita del 19,2% nel resto del Paese. A trainare la corsa alle prenotazioni sono state soprattutto Kópavogur, con un incremento del 48%, e Reykjavík, con il 44% in più di richieste rispetto allo scorso anno. Ancora più impressionante il dato relativo alle ricerche online di strutture ricettive: la capitale islandese ha registrato un balzo del 250%, uno dei più alti in Europa legati all’evento.
La città si è riempita di astronomi, fotografi, curiosi e semplici viaggiatori desiderosi di vivere un’esperienza irripetibile (tra i quali si trova anche chi scrive). In molti hanno scelto di osservare il fenomeno dalle coste della capitale, altri si sono spinti verso aree meno urbanizzate per approfittare di panorami ancora più spettacolari. D’altronde, la particolarità di un’eclissi totale è che può essere osservata completamente soltanto all’interno di una fascia geografica relativamente stretta, il cosiddetto “percorso della totalità”. Proprio questa caratteristica ha generato una concentrazione eccezionale di visitatori in poche destinazioni selezionate. Secondo gli analisti del settore, l’evento rappresenta uno dei casi più evidenti di crescita dell’astroturismo, una forma di viaggio che unisce la scoperta del territorio all’osservazione dei fenomeni celesti. Ora che l’eclissi è passata, restano le immagini: il cielo che si oscura in pieno giorno, la corona solare che appare attorno a un disco nero perfetto, il silenzio improvviso della folla e la sensazione condivisa di assistere a qualcosa di straordinario. Ma l’eclissi che ieri ha oscurato il cielo islandese è arrivata in un momento in cui l’isola nordatlantica si trova a sua volta a un bivio storico.
Mentre migliaia di visitatori affollavano Reykjavík e le coste occidentali per assistere alla totalità, il Paese si trovava già immerso nel dibattito sul referendum che il 29 agosto deciderà se riaprire i negoziati di adesione all’Unione europea. A rilanciare la discussione europea non sono state semplicemente nuove difficoltà economiche o cambiamenti ideologici, bensì le ripetute dichiarazioni del presidente americano Donald Trump sulla Groenlandia. Le ambizioni statunitensi sull’isola artica, vicina strategicamente all’Islanda, hanno infatti alimentato a Reykjavík una nuova percezione di vulnerabilità e sicurezza regionale. Basti ricordare che lo scorso gennaio, Billy Long, nominato ambasciatore in Islanda proprio dal presidente americano, aveva scherzato pubblicamente sul fatto che l’Islanda sarebbe dovuta diventare il 52esimo stato americano e che lui avrebbe ricoperto il ruolo di governatore.
Una battuta forse, ma che a Reykjavik avrebbero decisamente preso sul serio. Non è passata inosservata nemmeno la gaffe di Donald Trump, che a gennaio di quest’anno, durante il World Economic Forum di Davos, aveva confuso ripetutamente Groenlandia e Islanda mentre parlava delle ambizioni strategiche americane nell’Artico. La Casa Bianca ha poi tentato di correggere il tiro sostenendo che il presidente si riferisse alla Groenlandia come a una “terra di ghiaccio” (“a piece of ice”), ma il lapsus ha scatenato ironie e meme in tutto il mondo. Per gli islandesi, abituati a vivere all’ombra mediatica della ben più grande vicina groenlandese, è stata probabilmente la prima volta in cui il loro Paese è finito al centro di una disputa geopolitica semplicemente per uno scambio di nomi (!). La stessa premier Kristrún Frostadóttir aveva riconosciuto che la “crisi della Groenlandia” avesse toccato un nervo scoperto nell’opinione pubblica islandese.
Per un Paese di appena 400 mila abitanti, tradizionalmente orgoglioso della propria autonomia, si tratta d’altronde di un cambiamento notevole. L’Islanda è membro della NATO dal 1949 ma è l’unico Paese dell’Alleanza a non possedere un esercito permanente. Per decenni la sua sicurezza si è basata sul rapporto privilegiato con gli Stati Uniti. Oggi però le incertezze legate alla politica estera americana e le tensioni nell’Artico hanno spinto una parte crescente della società a guardare a Bruxelles come a un ulteriore ancoraggio strategico. Anche l’Unione europea osserva con attenzione il processo. A marzo 2026 Bruxelles e Reykjavík hanno firmato un accordo di partenariato sulla sicurezza e la difesa, segnale di una cooperazione sempre più stretta. Non a caso, per l’Europa l’Islanda rappresenta un tassello fondamentale nello scacchiere del Nord Atlantico e dell’Artico, una regione destinata ad assumere un peso crescente nelle competizioni energetiche, commerciali e militari tra le grandi potenze.
Resta però un nodo storico che continua a dividere gli islandesi: la pesca. Il settore vale circa il 12% del PIL nazionale e impiega il 5% della popolazione, numeri che spiegano perché il controllo delle acque territoriali e delle quote ittiche venga percepito come una questione identitaria prima ancora che economica. Proprio le divergenze sulla Politica Comune della Pesca contribuirono a bloccare il precedente processo di adesione nel 2013, e ancora oggi rappresentano uno dei principali argomenti dei contrari all’ingresso nell’Unione. I sondaggi fotografano infatti un Paese profondamente diviso, con il referendum di fine agosto che si preannuncia come uno degli appuntamenti politici più importanti dell’estate europea.
Come, però, ha sottolineato la stessa premier Frostadóttir, si tratta di un voto per “completare il dialogo”, non per entrare immediatamente nell’Ue. In caso di vittoria del “Sì”, il governo otterrebbe infatti il mandato per riaprire formalmente il dossier europeo. A quel punto sarebbero gli Stati membri dell’Unione a dover concordare la ripresa del negoziato, partendo dal fatto che l’Islanda non ha mai ritirato formalmente la sua candidatura presentata nel 2009, la quale per Bruxelles rimane giuridicamente valida, seppure congelata. Il percorso potrebbe quindi rivelarsi più rapido rispetto a quello di altri Paesi candidati perché quando i colloqui furono sospesi erano già stati aperti 28 capitoli negoziali e 11 erano stati chiusi provvisoriamente. Inoltre, grazie all’appartenenza allo Spazio Economico Europeo, l’Islanda applica già una parte significativa della normativa comunitaria, circostanza che potrebbe agevolare un eventuale ritorno al tavolo delle trattative. Prima dell’adesione vera e propria, tuttavia, sarebbe comunque necessario un secondo referendum, chiamato a ratificare l’eventuale accordo finale con Bruxelles.
Il cielo in Islanda è quindi tornato a illuminarsi dopo la storica eclissi solare del 12 agosto: resta da capire se, nelle prossime settimane, anche la rotta europea dell’isola diventerà più chiara
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Nel 2025 il tasso globale di disoccupazione tra i 15 e i 24 anni è salito al 12,4%, coinvolgendo 67 milioni di giovani. Dopo il minimo raggiunto nel 2023, il mercato del lavoro ha ripreso a chiudere le porte proprio a chi sta cercando di entrarvi. Sono i dati che arrivano dal nuovo rapporto dell’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO), Tendenze mondiali dell’occupazione giovanile 2026: Back to the Future. La crescita appare contenuta, appena un decimo di punto percentuale, ma indica un cambiamento di direzione. La disoccupazione degli adulti è infatti diminuita nello stesso periodo, dal 3,7% al 3,6%. Per un giovane, oggi, la probabilità di essere disoccupato è oltre tre volte superiore a quella di un adulto. Il dato più preoccupante riguarda però chi è scomparso anche dalle statistiche della disoccupazione, nel mondo più di 257 milioni di giovani, uno su cinque, risultano fuori dal lavoro, dall’istruzione e dalla formazione, sono i cosiddetti NEET, dal 2023 sono aumentati di circa nove milioni. Dietro questi dati preoccupanti ci sono giovani che hanno smesso di cercare un impiego, intrappolati in lunghi periodi di inattività, ragazze assorbite dal lavoro di cura e milioni di persone che vivono in Paesi dove studiare o trovare un’occupazione regolare resta un privilegio. Più di due terzi dei giovani NEET sono donne, il tasso raggiunge il 27,4% tra le ragazze, contro il 13,1% tra i ragazzi.
In Italia la situazione è migliore, ma la distanza dall’Europa resta ampia. Secondo il Rapporto annuale 2026 dell’Istat, nel 2025 il 13,3% dei giovani tra i 15 e i 29 anni era fuori dal lavoro, dall’istruzione e dalla formazione, contro una media europea dell’11%. Il dato italiano si è quasi dimezzato nell’ultimo decennio, ma il vero divario emerge osservando quanti giovani riescono effettivamente a lavorare. Tra i 15 e i 34 anni il tasso di occupazione è appena del 43,9%, mentre nell’Unione europea raggiunge il 58,1%. Quattordici punti di differenza che raccontano un Paese nel quale l’ingresso nella vita adulta continua ad arrivare più tardi. Nemmeno una formazione universitaria riesce a colmare la distanza. In Italia lavora il 74% dei laureati tra i 25 e i 34 anni, contro l’86,5% della media europea. Tra tutti i giovani usciti recentemente dagli studi, il tasso di occupazione si ferma al 71,8%, undici punti sotto la media dell’Unione. Il problema italiano riguarda quindi anche la capacità del sistema produttivo di utilizzare le competenze che il Paese ha contribuito a formare.
L’intelligenza artificiale sta accelerando la trasformazione, ormai è inevitabile. Secondo l’ILO, il 6,1% dei lavori svolti da persone tra i 15 e i 29 anni si trova nelle occupazioni maggiormente esposte ai cambiamenti prodotti dall’IA. La quota è più alta nei Paesi ricchi, dove le attività amministrative e digitali sono maggiormente diffuse. Questo dato descrive un’esposizione, non una previsione automatica di licenziamenti, l’ILO invita infatti alla cautela sul rapporto diretto tra IA e crescita della disoccupazione giovanile. La coincidenza, tuttavia, merita attenzione, proprio mentre diminuiscono i lavori attraverso i quali i giovani entravano nel mercato, arrivano sistemi capaci di svolgere una parte crescente di quelle mansioni. Le professioni altamente qualificate nella scienza, nell’ingegneria, nella sanità e nell’informatica continuano a crescere. Ma una società vive anche di occupazioni accessibili a chi possiede un diploma, sta ancora imparando un mestiere o deve costruire gradualmente la propria esperienza.
Nei Paesi più poveri, milioni di giovani accettano qualsiasi attività pur di ottenere un reddito, quasi nove giovani lavoratori su dieci nei Paesi a basso e medio-basso reddito sono occupati nell’economia informale, privi di adeguate tutele e protezione sociale. Anche nelle economie più avanzate l’ingresso nel mercato del lavoro coincide sempre meno con l’indipendenza.
Se le imprese cercano soltanto lavoratori già formati e gli algoritmi assorbono proprio le mansioni nelle quali si imparava lavorando, cosa rimane?
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Altro che sanzioni economiche contro Israele. Bruxelles non pensa minimamente a sanzionare Tel Aviv per il genocidio a Gaza. Anzi. Secondo un’inchiesta di Statewatch, Ong indipendente britannica che monitora i diritti civili in Europa, ripresa dal sito olandese The Rights Forum, la Commissione europea sta portando avanti negoziati segreti con Israele per concedere alla polizia israeliana l’accesso ai dati dell’agenzia di polizia europea Europol. Accordo che secondo gli esperti di diritti umani metterebbe a rischio la vita dei palestinesi e potrebbe violare il diritto internazionale.
Secondo la bozza dell’intesa siglata nel 2022, lo scambio prevederebbe di una vasta gamma di dati personali: nomi, numeri di identificazione, localizzazioni, informazioni genetiche e biometriche, e molto altro, tra cui dettagli sulle opinioni politiche personali, sulla salute delle persone, sulle relazioni e persino sull’orientamento sessuale. Secondo Eitan Diamond, giurista menzionato da Novara Media, «i dati trasferiti potrebbero essere usati come intelligence per supportare decisioni mirate ad attaccare e uccidere palestinesi».
Peraltro, già nel 2022 il Servizio giuridico del Consiglio dell’Unione Europea aveva bocciato la bozza, definendola «giuridicamente insostenibile» e rilevando che alcune sue disposizioni erano in «contrasto con il diritto europeo e internazionale». Il motivo? Sebbene fosse stata inserita una clausola che vietava l’uso dei dati relativi ai territori occupati da Israele (come le Alture del Golan e la Cisgiordania), le due eccezioni inserite nella bozza – per «pericolo imminente di vita» e per «prevenzione o perseguimento di reati» – erano considerate troppo vaghe, tali da rendere di fatto inapplicabile il divieto. In buona sostanza, secondo i giuristi il timore è che, con questo accordo, si sarebbe di fatto legittimato l’occupazione israeliana della Cisgiordania, di Gerusalemme Est, della Striscia di Gaza e delle alture del Golan.
E oggi, con un genocidio in corso a Gaza e con la violenza dei coloni che aumenta, le obiezioni sollevate allora appaiono oggi ancora più gravi. Nonostante ciò, la Commissione ha proseguito i negoziati con Tel Aviv in gran segreto. Documenti ottenuti da Statewatch rivelano che tra il gennaio 2023 e il gennaio 2026 si sono tenuti almeno sette incontri tra funzionari della Commissione e diplomatici israeliani.
Nel frattempo, 29 europarlamentari hanno presentato interrogazioni per chiedere chiarimenti sullo status dei negoziati con Tel Aviv. Mounir Satouri, uno dei firmatari, ha parlato di un «doppio scandalo»: «La Commissione – ha affermato – ha negoziato un accordo di cooperazione di polizia con Israele mentre numerosi esperti e un rapporto del suo stesso Servizio europeo per l’azione esterna documentavano gravi violazioni del diritto internazionale umanitario a Gaza. E lo ha fatto nella massima segretezza, sottraendosi al controllo del Parlamento. I negoziati devono essere sospesi immediatamente». Il tutto accade nel silenzio tombale della grande stampa europea: chissà cosa sarebbe accaduto se Bruxelles avesse negoziato segretamente con Mosca?
Fonti:
“Europese politiedienst Europol wil data delen met Israël,” The Rights Forum, 14 agosto 2026, https://rightsforum.org/europese-politiedienst-europol-wil-data-delen-met-israel/.
Giacomo Zandonini, “Exclusive: EU Commission still seeking controversial police agreement with Israel, despite warnings,” Statewatch, July 30, 2026, https://statewatch.org/news/2026/july/exclusive-eu-commission-still-seeking-controversial-police-agreement-with-israel-despite-warnings/.
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Un tempo Rimini e Riccione sapevano leggere in anticipo cambiamenti della società e dell’industria turistica. Oggi invece la riviera sembra specchiarsi senza sapere bene in che direzione andare Leggi








Per la prima volta il presidente russo nella più grande delle quattro isole amministrate da Mosca ma rivendicate da Tokyo. La visita è un segnale anche alla Nato, mentre il Cremlino approfondisce l'alleanza con la Corea del nord. Il ministro degli esteri cinese intanto va a Seul
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La decisione di Vladimir Putin di affidare al generale Denis Lyamin il comando delle nuove Forze russe per i sistemi senza pilota non rappresenta un semplice avvicendamento ai vertici militari. Segnala piuttosto la definitiva trasformazione della guerra in Ucraina in un laboratorio permanente della guerra tecnologica, nel quale la quantità, la velocità di produzione e la capacità di adattamento contano ormai quanto i carri armati, l’artiglieria e l’aviazione tradizionale.
Mosca prende atto che i velivoli senza pilota non sono più strumenti ausiliari, ma costituiscono un’arma autonoma, dotata di proprie catene di comando, strutture logistiche, centri di addestramento e apparati industriali. La scelta di Lyamin, proveniente dalle forze terrestri e già capo di stato maggiore del raggruppamento Centro, conferma inoltre che il nuovo comando dovrà essere strettamente integrato con le operazioni sul fronte del Donbass.
Il riferimento di Putin alla conquista dell’intera regione di Donetsk chiarisce la priorità operativa. I velivoli senza pilota dovranno sostenere l’avanzata russa individuando le posizioni ucraine, correggendo il tiro dell’artiglieria, colpendo veicoli e depositi e interrompendo le linee di rifornimento. La Russia intende trasformare una moltitudine di iniziative spesso nate dal basso in una forza centralizzata, capace di coordinare ricognizione, attacco, guerra elettronica e produzione industriale.
Il campo di battaglia ucraino ha cancellato la distinzione tradizionale tra prima linea e retrovia. Velivoli economici possono distruggere mezzi dal valore di milioni, mentre apparecchi a lungo raggio raggiungono raffinerie, depositi, industrie militari e nodi ferroviari a centinaia di chilometri dal fronte. Anche Kiev ha creato un comando dedicato agli attacchi in profondità. Le due parti stanno dunque costruendo strutture quasi speculari. La guerra non è più soltanto una contesa territoriale: è una competizione tra sistemi industriali, reti informative e capacità di sostituire rapidamente uomini e materiali.
Sul piano militare, la centralizzazione russa può migliorare l’impiego coordinato dei mezzi senza pilota, ma presenta anche rischi. Una struttura più rigida potrebbe rallentare l’innovazione nata dalle unità operative, spesso capaci di modificare rapidamente apparecchi, frequenze e tecniche di attacco. Mosca dovrà conciliare il controllo dello Stato maggiore con la creatività dei reparti e dei produttori privati.
Gli attentati contro dirigenti e progettisti del settore mostrano che la guerra tecnologica si combatte anche lontano dalle trincee. L’esplosione dell’automobile di Vladimir Tkachuk, responsabile dell’azienda Uraldronzavod, e il ferimento del progettista Andrei Cherezov indicano la vulnerabilità dell’apparato produttivo russo.
Colpire un progettista o un imprenditore può avere effetti superiori alla distruzione di un singolo stabilimento. Significa eliminare competenze, interrompere reti di finanziamento, rallentare forniture e diffondere insicurezza tra tecnici e dirigenti. L’obiettivo strategico di simili operazioni, indipendentemente da chi ne sia responsabile, è trasferire il costo della guerra dalla periferia ucraina al cuore economico e industriale della Russia.
L’attentato nel centro di Mosca aggiunge un elemento ancora più destabilizzante. Sebbene non vi siano prove pubbliche sul mandante, l’episodio alimenta nella società russa la percezione che il conflitto possa penetrare nella vita quotidiana delle grandi città. Per il Cremlino diventa quindi necessario proteggere non soltanto generali e funzionari, ma anche scienziati, produttori, finanziatori e propagandisti collegati allo sforzo bellico.
La creazione di una forza autonoma richiederà investimenti considerevoli. Serviranno stabilimenti, componenti elettronici, sistemi di comunicazione, motori, ottiche, apparati di disturbo e grandi quantità di personale specializzato. La Russia dispone di un’ampia base industriale, ma resta esposta alle restrizioni sulle tecnologie avanzate e alla dipendenza da componenti provenienti dall’Asia.
La guerra dei velivoli senza pilota favorisce tuttavia Mosca sotto un altro profilo: consente di compensare almeno parzialmente le perdite umane e di mezzi corazzati mediante strumenti relativamente economici. Il problema non è più soltanto costruire l’apparecchio, ma garantirne l’impiego in massa, la resistenza alle contromisure elettroniche e la sostituzione continua. Si consolida così un’economia di guerra fondata sulla produzione seriale e sul consumo accelerato. I sistemi vengono modificati nel giro di settimane, talvolta di giorni. Il vantaggio appartiene a chi riesce a raccogliere più rapidamente le informazioni dal fronte e a trasferirle alle fabbriche.
La nuova forza russa non nasce soltanto per l’Ucraina. Mosca sta costruendo uno strumento destinato a entrare stabilmente nella propria dottrina militare. L’esperienza maturata potrà essere impiegata lungo i confini della NATO, nel Caucaso, in Asia centrale e nelle aree in cui la Russia mantiene basi o interessi strategici. La nomina di Lyamin indica quindi una trasformazione più profonda: il conflitto ucraino sta producendo una nuova organizzazione delle forze armate russe. I velivoli senza pilota diventano il punto di incontro tra industria, informazione, logistica e combattimento.
La Russia cerca di trasformare l’esperienza accumulata in superiorità strutturale. L’Ucraina, sostenuta dalle tecnologie occidentali, tenta di impedirlo colpendo anche la profondità economica e industriale dell’avversario. La guerra entra così in una fase nella quale non sarà sufficiente occupare terreno: vincerà chi saprà produrre, innovare, proteggere i propri tecnici e disorganizzare più velocemente il sistema nemico.
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Il vero obiettivo delle sanzioni economiche, soprattutto in un contesto di «massima pressione» come quello imposto dagli Stati Uniti nei confronti di Cuba, è quello di stremare la popolazione fino a provocare il collasso del regime. Sanzioni che colpiscono direttamente la popolazione, dunque, e spesso in maniera brutale. Secondo quanto reso noto nei giorni scorsi dal governo di Miguel Díaz-Canel, più di 7mila container carichi di generi alimentari, risorse energetiche, materiale idrico e farmaci sono rimasti fermi in diversi porti dell’area caraibica a causa delle sanzioni statunitensi nei confronti dell’isola (LEGGI IL NOSTRO REPORTAGE).
A riportare questi numeri drammatici per Cuba è il vice primo ministro e ministro del Commercio estero e degli Investimenti stranieri, Oscar Pérez-Oliva Fraga, il quale è intervenuto dinanzi all’Assemblea nazionale del Potere popolare. Le merci bloccate, ha affermato il ministro, sono state acquistate in maniera legale da Cuba nel rispetto delle norme del commercio internazionale: non si tratta dunque di forniture irregolari, ma di scambi commerciali legittimi paralizzati per l’appunto dalle sanzioni di Washington.
Secondo quanto affermato da Pérez-Oliva, si tratta di un verto e proprio «assedio energetico» ai danni dell’Isola e di una «punizione collettiva» contro la popolazione. Lo stesso Pérez-Oliva ha dichiarato che dall’inizio dell’anno le misure di pressione da parte dell’amministrazione Trump si sono intensificate notevolmente e hanno colpito settori sensibili, che toccano da vicino la vita quotidiana dei cubani.
The Trump regime has blocked 7,000 containers from reaching Cuba. More than 7,000 containers carrying food, energy, hydraulic resources, and medicines remain held at various Caribbean ports because of the U.S. blockade on the islandhttps://t.co/0hj1ZGaD3Q pic.twitter.com/WKtQp17RSM
— tim anderson (@timand2037) August 13, 2026
Le sanzioni dell’amministrazione Usa colpiscono direttamente l’approvvigionamento idrico di Cuba: tra i container fermi ai porti vi sono quelli contenenti materiali destinati al programma nazionale per l’acqua potabile, settore già in grave crisi da tempo. Più di tre milioni di cubani, secondo i dati citati dal governo, si svegliano ogni giorno con difficoltà di accesso a questa risorsa primaria.
Grave la situazione anche sul fronte sanitario. Nei giorni scorsi, l’azienda statale Medicuba ha denunciato il blocco di due container di farmaci antiepilettici nel porto di Cartagena de Indias, in Colombia. A bloccarne la consegna sarebbe stata la compagnia di navigazione tedesca Hapag-Lloyd, che ha giustificato la scelta sottolineando la necessità di rispettare le sanzioni statunitensi. Precedentemente era stata la francese CMA CGM a bloccare decine di container diretti a Cuba, tra cui uno contenente materiale medico-sanitario.
Per il Segretario di Stato Marco Rubio, figlio di esuli cubani, la lotta contro il governo dell’isola è una questione esistenziale. Lo si intuisce dalla retorica incendiaria con cui descrive il regime cubano: «Il regime comunista cubano – ha dichiarato giorni fa – è uno Stato sponsor del terrorismo che spia l’America, arma violenti radicali di sinistra, diffonde una velenosa ideologia marxista e funge da base operativa per Russia, Cina e Iran, a soli 90 miglia dalle nostre coste».
Hegseth claims that Cuba has been threatening the US for a long time, as Washington continues to build the case for war. Expect deafening silence from the European leaders, despite their endless rhetoric about "values." pic.twitter.com/K18Kjh9l8D
— Glenn Diesen (@Glenn_Diesen) August 14, 2026
«Come ha affermato il presidente Trump – ha aggiunto – gli Stati Uniti non tollereranno uno stato canaglia che ospiti operazioni militari, di intelligence e terroristiche ostili alle nostre porte». Peccato che ciò che afferma Rubio per supportare politicamente la strategia di «massima pressione» contro il regime cubano non sia vero. Come riportato sulla nostra testata, infatti, il 29 gennaio scorso, il tycoon ha firmato un ordine esecutivo che minacciava dazi doganali su qualsiasi Paese avesse rifornito di carburante Cuba. Il documento dichiarava che Cuba rappresenta una «emergenza nazionale» e una «minaccia insolita e straordinaria» per gli Stati Uniti, accusando l’isola di ospitare «la più grande struttura di intelligence segnaletica russa all’estero», che cerca di rubare informazioni sensibili sulla sicurezza nazionale degli Stati Uniti.
Peccato che la base russa, nota come Lourdes – di cui ha parlato anche il New York Times – semplicemente non esista. Come ha documentato in esclusiva la testata Drop Site News, in collaborazione con Belly of the Beast, l’area indicata dal Times come sede della base spia russa – Lourdes, alla periferia dell’Avana – è oggi l’Università di Scienze Informatiche (UCI) di Cuba. La squadra di Belly of the Beast ha trascorso due giorni interi a percorrere il campus, parlare con studenti, docenti e personale, senza trovare alcuna traccia di una base russa attiva o delle attrezzature citate dal Times o dall’amministrazione Trump.
È chiaro, dunque, che si tratta di un espediente per giustificare una mossa politica e una strategia più ampia, quella della mai sopita Dottrina Monroe che presuppone l’egemonia statunitense sull’emisfero occidentale e dunque anche su Cuba. Quella che un tempo poteva apparire come una «strategia difensiva» contro le ingerenze degli europei oggi è una strategia aggressiva e imperialista vecchio stampo basata sull’hard power e sulle sanzioni economiche.
Fonti:
“U.S. Blockade Leaves 7,000+ Cuba-Bound Containers Stranded in Caribbean Ports,” Cuba Solidarity Campaign, accessed August 14, 2026, https://cuba-solidarity.org.uk/news/article/4731/us-blockade-leaves-7000-cuba-bound-containers-stranded-in-caribbean-ports.
Al Jazeera Staff and Reuters, “US Diplomat Rubio Targets Cuban Military Officials, Companies in Sanctions,” Al Jazeera, August 6, 2026, https://www.aljazeera.com/news/2026/8/6/us-diplomat-rubio-targets-cuban-military-officials-companies-in-sanctions.
“‘To play God’: Cuba’s healthcare system collapses under US pressure,” Al Jazeera, July 30, 2026, https://www.aljazeera.com/news/longform/2026/7/30/to-play-god-cubas-healthcare-system-collapses-under-us-pressure
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© U.S. Navy

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© Ysa Pérez for The New York Times