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Open Arms: “Il patto europeo lascia morire i migranti nel Mediterraneo”

14 Giugno 2026 ore 19:00

Da ieri è entrata in vigore una parte del Patto Europeo sulla Migrazione e l’Asilo. Una riforma che si presenta come la risposta europea strutturale al fenomeno migratorio, ma che non prevede misure dedicate al soccorso delle persone in difficoltà nelle acque del Mediterraneo. Non sono stati infatti approntati meccanismi di coordinamento, risorse o riconoscimenti del ruolo delle organizzazioni umanitarie che ogni giorno operano in quelle acque. Secondo i numeri rilasciati dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, nei primi cinque mesi del 2026, 1.239 persone sono morte o disperse nel Mediterraneo. Un incremento superiore al 150% (dato OIM) rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente: il dato più alto per questo periodo dell’anno dal 2014. Intanto, solo il 21% delle persone arrivate in Italia nei primi cinque mesi del 2026 è stato soccorso da navi delle ONG nel Mediterraneo.

“Il Mediterraneo non ha bisogno di più controllo. Ha bisogno di più soccorso, di più mezzi, di più persone formate per farlo. Il Patto va nella direzione opposta.” – afferma Valentina Brinis, advocacy officer di Open Arms, ONG che lavora da oltre 10 anni e ha affiancato al lavoro di ricerca e soccorso nel Mediterraneo anche una vera e propria attività di monitoraggio dei flussi. Il Patto evidenzia un approccio securitario e il peggioramento delle condizioni di accoglienza con un aumento generalizzato delle espulsioni, violando il principio di non respingimento e la Costituzione italiana, che prevede la valutazione individuale per le richieste d’asilo. Le misure che sono appena entrate in vigore disegnano un’idea molto precisa di cosa l’Europa voglia fare della migrazione: gestirla come una minaccia da contenere, non come una realtà umana da governare con strumenti adeguati. Le modifiche approvate rafforzano un’impostazione che svuota progressivamente il diritto d’asilo della sua dimensione individuale, sostituendo l’esame effettivo delle singole storie con presunzioni di sicurezza, automatismi e procedure accelerate.

La procedura accelerata obbligatoria per chi proviene da paesi con tasso di riconoscimento inferiore al 20% è forse la misura più preoccupante: chi arriva da determinati paesi viene giudicato in base alla propria nazionalità, non alla propria storia. Un esempio su tutti è quello delle migrazioni ambientali provenienti dal Bangladesh. Da anni Open Arms soccorre nel Mediterraneo un numero crescente di persone provenienti dal Bangladesh: nei primi tre mesi del 2026, i bangladesi rappresentano il 29% di tutti gli arrivi via mare in Italia. Con l’entrata in vigore del Patto, queste persone – dopo un anno di viaggio, dopo aver attraversato deserti, frontiere e il Mediterraneo – saranno automaticamente sottoposte a procedura accelerata e, nella grande maggioranza dei casi, rimpatriate poiché il paese d’origine è ritenuto, sicuro nonostante l’innalzamento del livello del mare ha postato allo sfollamento di circa 20 milioni di persone e il paese sia terzo paese al mondo con il più alto rischio di sfollamento per alluvione.

Leone smaschera l’Occidente che uccide, umilia e respinge: “Mediterraneo e Atlantico cimiteri senza lapidi”

14 Giugno 2026 ore 10:30

“Non possiamo credere in Gesù e fare guerra. Non possiamo credere in Gesù e uccidere l’innocente. Non possiamo credere in Gesù e abbandonare chi soffre, chi piange, chi fugge dalla miseria”. Appello forte di papa Leone XIV a Barcellona, tre giorni fa. Ma è forte per noi che leggiamo. Per la Spagna del quotidiano El Pais, meno. Scrive infatti Estefania Molina, politologa, che per la sensibilità locale, conta di più che il papa abbia inframmezzato il catalano con lo spagnolo, dando spazio e fiato alle mai sopite rivendicazioni locali indipendentiste. Poi abbiamo il tema dei migranti, al centro della tappa nelle Canarie, uno dei punti di arrivo. E la Spagna è come l’Italia, come il resto dell’Occidente, con i morti in mare e quelle specie di centri di raccolta molto simili a ghetti a cielo aperto.

Papa Leone non le ha mandate a dire. “Il vostro dramma deve diventare un esame di coscienza: per le nazioni di origine, che devono creare condizioni di pace, giustizia e sviluppo; per le nazioni di transito, chiamate a proteggere e a non lasciare i deboli nelle mani di reti criminali; per l’Europa, che non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi; per la comunità internazionale, chiamata a una cooperazione efficace e perseverante”. E poi ha aggiunto qualcosa di più, che dovrebbe magari scuotere le coscienze di tutti, politici compresi. “La dignità umana esige vie legali e sicure, soccorso e assistenza, cooperazione reale contro i trafficanti, protezione effettiva delle vittime, processi seri di accoglienza e integrazione, e politiche che permettano a ogni persona di vivere con dignità nella propria terra. Se esiste il diritto di cercare rifugio quando la vita è minacciata, esiste anche il diritto di non dover migrare: il diritto di rimanere nella propria casa senza fame, senza guerra, senza persecuzioni, senza violenza, senza che la terra diventi inabitabile, senza che la corruzione rubi il pane ai poveri, senza che le armi distruggano il futuro dei bambini. Non possiamo abituarci a contare i morti. La dignità umana non ha passaporto, né perde valore quando attraversa una frontiera”. A leggerla è una road map per la politica. Con chiosa finale: “E che la storia non debba accusarci di aver trasformato il dolore di chi soffre in un paesaggio abituale delle nostre coste. Perché oggi, qui, in riva al mare, ogni vita che arriva ci chiede che cosa resta della nostra umanità. Prima o poi, si saprà se questa umanità abbiamo saputo custodirla o se abbiamo lasciato che l’indifferenza parlasse per noi”.

La nuova etica della Chiesa – espressa dall’immagine della corona di fiori gettata in mare – che ricorda papa Francesco a Lampedusa, va di pari passo con l’etica già sentita del discorso al Parlamento spagnolo: “Ogni vita umana dev’essere riconosciuta e custodita dal concepimento fino al suo naturale tramonto, in ogni circostanza della sua esistenza. Quando questa certezza si offusca, i più vulnerabili sono le prime vittime e la legge perde il suo significato più profondo: servire e proteggere ogni persona”. Al termine del viaggio in Spagna abbiamo così una Chiesa che si spende per i più deboli. E governi e parlamenti che ascoltano, omaggiano, applaudono, e lasciano correre il giorno dopo. Anche stavolta è andata così.

I quattro braccianti bruciati vivi ad Amendolara mi ricordano il corpo di Cristo

14 Giugno 2026 ore 06:44

Da antica tradizione, nella festa del Corpus Domini, c’è l’uso della processione con l’ostia contenuta in quello che si chiama testualmente ‘ostensorio’. Nome che deriva dal latino ‘ostendere’, e cioè mostrare. Conosciuto anche come ‘custodia’, è un recipiente utilizzato dalla liturgia cattolica per esporre l’ostia consacrata all’adorazione dei fedeli o per portarla in solenne processione.

Fabbricato in metalli preziosi e minuziosamente decorato, si compone di due parti. La parte centrale, con vetro e metallo che contiene l’ostia, e una struttura a raggi che evoca il sole, simbolo della luce di Cristo per il mondo. Tutto quanto descritto si è declinato ad Amendolara in Calabria, il primo giorno di questo mese.

Com’è tristemente noto si tratta della strage di quattro braccianti, bruciati vivi all’interno di un minivan, furgonetta concepita per il trasporto di passeggeri e munita di sedili movibili e portiere. I loro corpi sacrificati al profitto e messi nell’ostensorio, coi vetri scuri e i raggi di sole trasformati in fumo che saliva al cielo. Poi la processione di giornalisti, autorità, compagni di lavori e sindacalisti per tentare per celebrare l’ennesimo olocausto di una Repubblica pensata e voluta come fondata sul lavoro. Il Corpus Domini dovrebbe essere celebrato quest’anno ad Amendolara, in provincia di Cosenza. Oppure a Castelvolturno, nella Capitanata di Foggia o nella Fascia Trasformata di Pachino, in Sicilia.

Sono stati bruciati vivi, come Cristo sulla croce, lui di passione e loro per tradimento, impiegati nella raccolta delle fragole dai capoccia o ‘caporali’, come si suole chiamarli. Sono morti così Ullah Ismat Qiemi (19 anni), Safi Iayjad (27 anni), Amin Fazal Khogjani (28 anni) di nazionalità afghana, e Waseem Khan (29 anni), pakistano. Per la strage sono stati fermati due cittadini pakistani con l’accusa di omicidio volontario plurimo. Mohammad Taj Alamyar, 35enne afghano, unico sopravvissuto del gruppo, è riuscito ad abbandonare il veicolo.

Il Corpo di Cristo, dice il celebrante al momento di deporre l’ostia sulla mano dei fedeli che partecipano e poi comunicano il mistero. Parla e depone il corpo e non un nome o una realtà generica. Il corpo, proprio quello che è stato prima generato, cresciuto, torturato e infine crocifisso. Esattamente come i corpi dei braccianti, bruciati vivi per l’olocausto quotidiano del lavoro in Italia e nel mondo. Il corpo di Jerry Essan Masslo, rifugiato fuggito dall’apartheid e assassinato in una masseria abbandonata di Villa Literno dove dormiva. O ancora i corpi di 49 migranti nigerini cercatori d’oro, morti di sete nel deserto di ritorno a casa dal Mali. I corpi dei migranti e dei rifugiati incontrati durante il soggiorno a Niamey. Quelli dei detenuti nel carcere di Marassi a Genova, visitati e conosciuti per anni di servizio, quelli di un certo numero di ragazze, prezzolati in Centro Storico della stessa città. I corpi dei bambini smarriti o dilaniati nelle guerre, vicine e lontane dagli schermi televisivi.

Il Corpo di Cristo, afferma con gravità il celebrante o coloro che offrono la pallida ostia alla mano tesa dei fedeli durante la celebrazione. Quel Corpo sono tutti quei corpi e ognuno con un nome e una croce.

L’unico sopravvissuto al rogo di Amendolara è un bracciante afghano che viveva con le vittime, riuscito a fuggire rompendo a testate un finestrino e a scappare dal bagagliaio. Il lavoratore ha riferito che i boss li minacciavano con coltelli e pistole per farli lavorare senza pagarli. Loro, invece, hanno chiesto più volte di essere retribuiti per il lavoro nei campi di fragole.

Il nome Amendolara deriva forse dal greco e significa il ‘Paese dei mandorli’. Le mandorle, primo frutto mediterraneo a fiorire, è un simbolo di vita e la sua forma ovale contiere spesso l’immagine del Cristo vincitore della morte. Per la festa del santo patrono nei quartieri del centro storico della città vengono accesi i ‘fucarazzi’, falò, di cui quello con le fiamme più alte viene premiato.

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Migranti, attesa domani a Livorno la nave Ong Solidaire con 56 naufraghi

13 Giugno 2026 ore 16:35
Migranti, attesa domani a Livorno la nave Ong Solidaire con 56 naufraghi

Domani mattina attraccherà al porto di Livorno la nave della Ong Solidaire con a bordo 56 migranti, di cui 23 minori non accompagnati. La nazionalità prevalente è bangladese, ma sono stati ci sono anche alcuni cittadini somali ed egiziani.

Lo spiega la Prefettura livornese.
Stamani si è tenuta la consueta riunione di coordinamento “per definire nel dettaglio le procedure di screening volte all’identificazione e all’accertamento dello stato di salute e di vulnerabilità dei naufraghi, salvati nel corso di un’operazione di ricerca e soccorso nel Mediterraneo”. I migranti adulti, spiega sempre la Prefettura, “sono stati destinati dal Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione del ministero dell’Interno all’accoglienza presso un centro nel Senese; i minori andranno invece in una struttura di accoglienza nella provincia di Chieti”

Sport e dintorni – Ma noi non ci saremo. Il mondiale degli altri

7 Giugno 2026 ore 22:00

di Massimo Cervelli

Le guerre, le diseguaglianze, i cambiamenti climatici sono i veri protagonisti dell’imminente campionato Mondiale di calcio organizzato nel già difficile equilibrio dei paesi organizzatori: USA, Messico e Canada. Mentre l’ente promotore, la FIFA, parla di “armonia e rispetto”, dando l’indicazione di sorridere ed essere felici, gli Stati Uniti negano visti d’ingresso a membri di delegazioni ufficiali, a partire dall’IRAN, e ai tifosi provenienti dai paesi del sud del mondo…

Fra i tanti elementi tecnici e tecnologici che accompagnano le partite quest’anno ci sarà anche l’indice di stress termico (WBGT, Wet Bulb Globe Temperature) che farà scattare pause obbligatorie di 3 minuti per tempo.

Un mondiale extralarge, con 48 paesi partecipanti (16 europei, 10 africani, 9 asiatici, 6 sudamericani, 6 americani e la Nuova Zelanda, rappresentante dell’Oceania) che insegue l’ambizioso obiettivo di incassare più di 10 miliardi di dollari. Lo sponsor principale sarà la saudita ARAMCO, la più grande compagnia petrolifera ed energetica.

Insomma, tanti elementi su cui riflettere, ben oltre ai destini del pallone…

Un Mondiale a cui, per la terza volta consecutiva, l’Italia non partecipa, ma con la presenza di molte rappresentative di paesi che hanno consistenti comunità migranti. Ed è stata proprio la curiosità sul modo delle varie comunità di vivere la Coppa del Mondo, di seguire assieme le partite che ha rappresentato la molla di questa trasmissione radiofonica, offrendo un’occasione per parlare dei loro paesi e delle loro comunità.


Il programma di Novaradio in collaborazione con Massimo Cervelli, in avvicinamento al Mondiale di Calcio. Tutti i lunedì alle 12.00, si parlerà del Mondiale che si disputerà in Usa, Canada e Messico, da un punto di vista più politico che sportivo, con uno sguardo ad alcuni dei paesi partecipanti. Lo faremo insieme ad ospiti vari che rappresenteranno il punto di vista delle varie comunità straniere di Firenze e non solo.

  • Podcast Puntata Zero – Anticipazioni sulle prossime puntate e curiosità di questo nuovo Mondiale a 48 squadre, tra paesi esordienti, guerre in corso e le trame politiche della FIFA  (trasmissione dell’11 maggio 2026)
  • Podcast Puntata 1 – Canada, USA, Messico. Le nazioni ospitanti (trasmissione del 18 maggio 2026)
    Ospiti: Brett Auerbach Lynn; traduttore, copywriter ed editor di madrelingua inglese, con doppia nazionalità statunitense e canadese. Abita a Firenze dal 2009. Ha collaborato con diverse istituzioni culturali e case editrici della città. Grande appassionato di calcio, tifoso dell’Arsenal e della Fiorentina. Leonardo Molinelli, giornalista fiorentino (mugellano) di nascita, vive a Toronto dal 2010, oggi producer per Omni News italiano, media televisivo dove lavora dal 2017.
  • Podcast Puntata 2 – Iran (trasmissione del 25 maggio 2026)
    Ospiti: Manhaz Lamei e Sara Mirkamali dell’associazione Hamseda Firenze.
  • Podcast Puntata 3 – Congo e Senegal (trasmissione del 1 giugno 2026)
  • Podcast Puntata 4 – Colombia e Messico (trasmissione dell’8 giugno 2026)

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1958. L’altra volta che non andammo ai Mondiali

Quelli ospitati in Svezia nel 1958 furono i primi Mondiali di calcio in cui la nazionale italiana non riuscì a qualificarsi alla fase finale. Alla competizione del 1958 ed ai suoi “dintorni” è dedicato il volume 1958. L’altra volta che non andammo ai Mondiali (Rogas 2018) di Bruno Barba, ricercatore di Antropologia del Dipartimento di Scienze Politiche – Scuola di Scienze Sociali – dell’Università di Genova, studioso del meticciato culturale e del sincretismo religioso del Brasile, oltre che dei significati antropologici del calcio [gh.t.].

«Nel 1958 la Svezia ospitò un Mondiale elettrizzante e spettacolare, che vide le gesta di Pelé, Garrincha e di un Brasile assurto finalmente alla gloria del calcio dopo la “tragedia del Maracanã” di otto anni prima. Analogie, ricordi, narrazioni del tempo passato che spingono a varie riflessioni. Com’era il Brasile, com’era il mondo, com’era l’Italia e com’era il calcio dell’epoca? Tra speranze di pace e conservatorismo politico, bossa nova brasiliana e l’immortale Volare di Modugno, boom economico nascente e tensioni da guerra fredda, conquiste spaziali e rock and roll, questo testo è l’occasione per focalizzare l’attenzione su “un anno decisivo” come si disse allora. Con il calcio che funge da più che un pretesto per leggere dinamiche sociali, eroi, fatti antichi e nuovi della nostra vita».

Sport e dintorni – serie completa

Minori stranieri non accompagnati, la denuncia da Crotone: «Così il sistema li riduce a posti letto»

28 Maggio 2026 ore 12:56

Centootto ragazzi in nove mesi, ventidue posti letto, un centro di accoglienza straordinaria a Crotone. Arrivavano dall’Afghanistan, dal Bangladesh, dall’Egitto, dalla Costa d’Avorio – quasi tutti con alle spalle detenzioni in Libia o in Turchia, violenze, traversate del deserto. Nel progetto “Da Cas a Casa”, gestito dall’impresa sociale Sabir, frequentavano la scuola, facevano tirocini in aziende locali, seguivano percorsi psicologici. Alcuni erano stati dati in affido a famiglie del posto: un fatto quasi senza precedenti nel sistema italiano dei Cas per minori stranieri non accompagnati.

Ora Sabir ha annunciato che non rinnoverà il contratto con la Prefettura. Ritardi nei pagamenti protratti per mesi, assenza di risposte alle comunicazioni ufficiali, nessuna programmazione, contestazioni ritenute sproporzionate. La presidente Manuelita Scigliano non usa giri di parole: il sistema «tratta i minori come numeri da spostare e redistribuire». Firmare un nuovo contratto, in queste condizioni, avrebbe significato «trasformare un’esperienza educativa in una lenta agonia amministrativa».

Non è una resa, sostiene Scigliano. È una denuncia pubblica. E vuole che il caso di Crotone apra un dibattito nazionale. «Abbiamo sostenuto quasi da soli, a livello locale, questa battaglia estenuante. Oggi la questione va portata a un livello politico e di principio. Chiediamo che il nostro appello venga raccolto da chi crede che la difesa dei diritti dei più fragili non possa più essere lasciata alla solitudine di pochi».

Qual è la situazione dei minori stranieri non accompagnati in Calabria? Quanti sono e come vivono?

La situazione dei minori stranieri non accompagnati in Calabria è diventata particolarmente critica a partire dal 2023, quando il territorio crotonese è stato investito da un’esplosione degli arrivi via mare. In quell’anno in Italia si è arrivati a oltre 20mila minori stranieri non accompagnati, a fronte di una disponibilità di posti in accoglienza dedicata di circa 3mila posti. Questo squilibrio enorme ha prodotto conseguenze davvero gravi: molti ragazzi sono rimasti per giorni o settimane in condizioni improprie, spesso trattenuti in centri per adulti o in strutture emergenziali come il Cara di Sant’Anna di Crotone. Una situazione che abbiamo denunciato anche attraverso un’interrogazione parlamentare presentata a Bruxelles. È in quel contesto che Sabir ha iniziato a operare con i Msna, offrendo inizialmente supporto educativo e ricreativo ai ragazzi presenti nel Cara di Sant’Anna e partecipando ai tavoli istituzionali della Prefettura di Crotone. Dal settembre 2024 abbiamo poi gestito un Cas dedicato ai minori, con 22 posti letto, all’interno del quale sono transitati 108 ragazzi provenienti da Afghanistan, Bangladesh, Iran, Egitto, Tunisia, Costa d’Avorio, Gambia e Pakistan. Questi ragazzi arrivano quasi sempre dopo percorsi segnati da guerra, torture, violenze o detenzione in Libia e Turchia. Per questo il tema non può essere solo “dove dormono”, ma come vivono. Nel nostro progetto abbiamo cercato di trasformare il Cas in una vera “casa”: scuola, corsi di italiano, supporto psicologico, sport, laboratori artistici, tirocini lavorativi, mediazione culturale e costruzione di relazioni con la comunità locale. L’obiettivo era evitare che restassero sospesi in un sistema emergenziale e restituire loro continuità educativa, dignità e prospettive di autonomia.

La decisione di non rinnovare il contratto è stata definita “sofferta”. Quali sono stati i momenti o gli episodi specifici che hanno reso impossibile continuare, nonostante i risultati raggiunti con i ragazzi accolti?

La decisione di non rinnovare il contratto è stata sofferta perché, nonostante i risultati raggiunti con i ragazzi, negli ultimi mesi è diventato sempre più difficile garantire un’accoglienza realmente educativa e sostenibile. Le criticità non riguardavano un singolo episodio, ma un insieme di problemi strutturali: ritardi amministrativi e nei pagamenti protratti per mesi, difficoltà continue nel confronto con l’Amministrazione, assenza di risposte alle comunicazioni ufficiali, mancanza di programmazione e contestazioni che spesso abbiamo ritenuto sproporzionate o incoerenti rispetto al lavoro svolto. A questo si aggiungeva una gestione sempre più burocratica del sistema, in cui il rischio era quello di ridurre i minori a semplici “posti letto”, senza considerare i percorsi individuali costruiti nel tempo. Eppure parliamo di ragazzi estremamente vulnerabili, spesso arrivati dopo traumi, violenze o situazioni familiari molto difficili, che necessitano di continuità educativa, psicologica e relazionale. In alcuni casi il Tribunale per i Minorenni aveva persino disposto il prosieguo amministrativo proprio per consentire il completamento dei percorsi di integrazione avviati all’interno della struttura. Nel nostro centro i ragazzi erano inseriti a scuola, in tirocini lavorativi, in percorsi psicologici e di integrazione sociale. Alcuni avevano iniziato finalmente a trovare stabilità dopo anni di spostamenti continui tra strutture diverse. Interrompere tutto questo senza garanzie sulla continuità dei percorsi avrebbe significato tradire il senso stesso del progetto “Da Cas a Casa”. Per questo abbiamo ritenuto che firmare un nuovo contratto, nelle condizioni date, avrebbe rischiato di trasformare un’esperienza educativa costruita con fatica in una gestione puramente amministrativa, non più compatibile con il superiore interesse dei minori.

Il modello “Da Cas a Casa” ha prodotto risultati rari come l’affido familiare e culturale. Come si è costruito concretamente quel rapporto di fiducia con la comunità locale di Crotone, un territorio già segnato da spopolamento e difficoltà? 

Il rapporto di fiducia con la comunità locale si è costruito lentamente, attraverso la presenza quotidiana e la partecipazione concreta dei ragazzi alla vita del territorio. Non abbiamo mai pensato al Cas come a un luogo chiuso o separato dalla città, ma come a uno spazio aperto, capace di creare relazioni reali tra i minori e la comunità crotonese. Questo è stato possibile anche perché Sabir non è un semplice ente gestore arrivato dall’esterno per amministrare un servizio, ma una realtà sociale radicata da anni nel territorio crotonese, impegnata quotidianamente in attività di inclusione sociale, contrasto alla povertà, supporto ai migranti e tutela delle persone vulnerabili. Lo Sportello Migranti, i servizi sociali, sanitari e psicologici, le collaborazioni con scuole, associazioni e aziende locali hanno permesso di costruire una rete di fiducia già esistente nella comunità. Per questo abbiamo investito moltissimo nelle attività culturali, artistiche e sportive. I ragazzi hanno partecipato a laboratori di musica e composizione digitale, ad attività di arrampicata, calcetto e flag football, ma anche a momenti di socialità con associazioni, scout e volontari del territorio. Uno dei momenti più significativi è stata la rappresentazione teatrale “Sogna Ragazzo Sogna”, costruita insieme al maestro Mario Nunziante sulle note della canzone di Roberto Vecchioni. Attraverso il teatro e la musica, i ragazzi hanno raccontato pubblicamente il loro viaggio, le paure, i traumi e le speranze legate all’arrivo in Italia. Quella performance è stata portata anche sul palco del Premio Letterario Caccuri ed è diventata un momento molto forte di incontro tra la cittadinanza e questi giovani, non più percepiti come “migranti” astratti ma come ragazzi con storie, talenti ed emozioni. Abbiamo inoltre promosso attività nell’orto sociale, percorsi scolastici e tirocini nelle aziende del territorio. È proprio grazie a questa rete di relazioni quotidiane che sono nati anche percorsi rarissimi nel sistema dei Cas, come gli affidi familiari e culturali. In un territorio segnato dallo spopolamento e dalla fragilità sociale, si è creato un modello basato non sull’assistenza, ma sulla corresponsabilità e sul riconoscimento reciproco.

Nella lettera si denuncia una logica amministrativa che tratta i minori “come numeri da spostare”. Cosa succederà in concreto ai ragazzi già inseriti nei percorsi scolastici, lavorativi e psicologici dopo la chiusura del progetto?

Il punto più grave è proprio questo: oggi non esistono garanzie sufficienti sulla continuità dei percorsi educativi, scolastici, lavorativi e psicologici già costruiti con questi ragazzi. Il rischio concreto è che minori che finalmente avevano trovato una stabilità vengano nuovamente trasferiti da una struttura all’altra, interrompendo relazioni, percorsi terapeutici, inserimenti scolastici e tirocini avviati nel territorio. Parliamo di ragazzi estremamente vulnerabili, molti dei quali arrivati in Italia dopo esperienze traumatiche, violenze familiari, detenzione, guerra o sfruttamento. In diversi casi il lavoro educativo aveva richiesto mesi per costruire fiducia, equilibrio emotivo e adesione ai percorsi di integrazione. Alcuni ragazzi avevano iniziato finalmente ad aprirsi, a partecipare alle attività, a frequentare la scuola o ad avviare esperienze lavorative. In alcuni casi, inoltre, il Tribunale per i Minorenni aveva riconosciuto formalmente l’importanza della continuità educativa all’interno della struttura, disponendo il prosieguo amministrativo proprio per consentire ai ragazzi di completare il loro percorso di integrazione e autonomia. Il problema è che il sistema continua spesso a ragionare in termini di disponibilità di posti e gestione emergenziale, mentre per questi ragazzi la continuità relazionale ed educativa è fondamentale. Spostarli significa spesso ricominciare tutto da capo, con il rischio concreto di dispersione scolastica, marginalizzazione o ulteriore fragilità psicologica. Per questo Sabir ha dichiarato che continuerà a monitorare quanto accadrà ai minori coinvolti, ai loro percorsi scolastici, lavorativi e psicologici, affinché nessuna scelta amministrativa produca ulteriori danni nel silenzio generale. 

L’appello finale è rivolto al Governo e alle istituzioni per avviare una co-programmazione nazionale. Cosa significa in pratica superare la distinzione tra “prima” e “seconda” accoglienza, e quali resistenze istituzionali avete incontrato nel proporre questo cambiamento? 

Superare la distinzione tra “prima” e “seconda” accoglienza significa cambiare completamente il modo in cui vengono considerati i minori stranieri non accompagnati. Oggi il sistema è ancora troppo frammentato: nella prima accoglienza spesso prevale la logica emergenziale, trovare rapidamente un posto letto, mentre i percorsi educativi, psicologici, scolastici e di integrazione arrivano dopo, quando arrivano. Ma un minore non può aspettare mesi per iniziare un percorso di tutela reale. Noi sosteniamo invece che la presa in carico debba essere globale fin dal primo giorno: scuola, supporto psicologico, mediazione culturale, tutela legale, salute, formazione e costruzione di relazioni con il territorio devono partire immediatamente, senza separare artificialmente le fasi dell’accoglienza. È questo il senso del modello “Da Cas a Casa”: trasformare un centro emergenziale in una comunità educante radicata nel territorio. Le principali resistenze incontrate sono state culturali e amministrative. Da una parte continua a prevalere una logica numerica e burocratica, centrata sulla gestione dei posti disponibili più che sui bisogni dei ragazzi; dall’altra manca spesso una vera co-programmazione tra Prefetture, enti locali e Terzo Settore. In questi mesi abbiamo sperimentato difficoltà continue nel dialogo istituzionale, ritardi amministrativi, mancanza di risposte e assenza di una programmazione stabile che consentisse di pianificare percorsi educativi duraturi. Eppure investire in percorsi strutturati non rappresenta solo una scelta etica o sociale, ma anche una scelta razionale per lo Stato. Garantire continuità educativa e integrazione fin dall’inizio significa ridurre dispersione, marginalizzazione, trasferimenti continui tra strutture, contenziosi amministrativi, emergenze sociali e costi legati a interventi successivi molto più onerosi. Un sistema stabile e integrato consente di ottimizzare risorse, tempi e investimenti pubblici, evitando di spendere continuamente nell’emergenza senza costruire percorsi reali di autonomia. Per questo chiediamo una programmazione nazionale stabile, fondata sul superiore interesse del minore e sulla collaborazione reale tra istituzioni e realtà territoriali che lavorano ogni giorno sul campo. Noi vorremmo davvero che il caso di Crotone diventasse la scintilla per aprire finalmente un dibattito nazionale serio sull’accoglienza dei minori stranieri non accompagnati. Non soltanto come denuncia di ciò che non funziona, ma come proposta concreta di un’alternativa possibile. In questi anni abbiamo dimostrato che un modello diverso può esistere: un’accoglienza radicata nel territorio, costruita sulla relazione educativa, sulla comunità e sulla continuità dei percorsi. Un modello che non è straordinario o irrealizzabile, ma che potrebbe essere replicato facilmente in molti altri territori italiani se sostenuto da una reale volontà politica e istituzionale.

Foto: Antonino Durso/LaPresse

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