Il confronto con la Spagna sulla regolarizzazione dei migranti mostra i limiti della politica migratoria italiana, con canali di ingresso poco funzionali che condannano chi arriva all’irregolarità. E rendono ciclicamente necessarie le sanatorie.
Il confronto con la Spagna sulla regolarizzazione dei migranti mostra i limiti della politica migratoria italiana, con canali di ingresso poco funzionali che condannano chi arriva all’irregolarità. E rendono ciclicamente necessarie le sanatorie.
Nuovo doppio giro di vite nella stretta all’immigrazione in Svezia, dove i dipendenti statali saranno obbligati a denunciare da protocollo gli stranieri senza documenti per aumentare il numero dei rimpatri. Oltre a quella che è stata rinominata la “legge sulla delazione“, sono stati irrigiditi anche i criteri per il rilascio e la revoca dei permessi di soggiorno, sulla cui valutazione avrà un peso sempre maggiore lo “stile di vita” dell’interessato.
Il Paese, che andrà alle urne a settembre, ha un Governo guidato dal primo ministro Ulf Kristersson (Partito dei Moderati), in carica dall’ottobre 2022, con un esecutivo di minoranza di centro-destra formato dal Partito Moderato, dai Cristiano-Democratici e dai Liberali con il sostegno esterno del partito di estrema destra, i Democratici di Svezia. L’onda xenofoba che ancora una volta sta attraversando l’Europa è partita dal Nord e nel Nord si incancrenisce. In Svezia, il Paese sempre meno propenso a quell’accoglienza che, nei decenni scorsi, l’aveva elevato a modello europeo, in particolare per la percentuale più alta di rifugiati accolti in proporzione alla popolazione.
A novembre del 2015, quando la crisi dei profughi era al suo apice, Stoccolma decretò il ripristino dei controlli alla frontiera con la Danimarca che, dal canto suo, non mise a disposizione neanche un poliziotto. Il traffico ferroviario collassò e molti lavoratori transfrontalieri dovettero rassegnarsi e lasciare l’impiego per i tempi biblici che il trasferimento comportava. Fu l’inizio di una serie di provvedimenti sempre più disinvolti e lontani dalla tradizione svedese, in concomitanza con l’affermarsi ben più energica e fiera delle destre estreme e di un malcontento generale sempre silenzioso.
Oggi la Commissione di Previdenza Sociale ha ottenuto il voto del Parlamento per due proposte. La prima, come detto, puntava a obbligare sei enti governativi svedesi a denunciare automaticamente alla polizia le persone senza documenti con le quali fossero venuti in contatto durante l’esercizio delle rispettive professioni. Tra questi, enti scolastici e sanitari. A sua volta, questa potrebbe trasmettere le informazioni all’Agenzia per l’immigrazione o ai Servizi di sicurezza. Inoltre, l’Autorità svedese per i reati economici e la Procura saranno obbligate a fornire informazioni sugli stranieri, su richiesta di un’Agenzia delle forze dell’ordine. La legge, ribattezzata “operazioni di controllo rafforzate“, prevede anche l’uso di ulteriori strumenti per verificare l’identità degli stranieri, come la possibilità di sequestrare e perquisire il telefono cellulare, mentre impronte digitali e fotografie saranno lecitamente utilizzate in misura maggiore e più efficace rispetto al passato. Il rischio di essere denunciati, indurrà di fatto gli stranieri a non usufruire, ad esempio, di servizi sanitari che, sulla carta, prevedono esenzioni per le fasce più deboli della popolazione.
La seconda proposta appoggia quella del governo di modifica della legge sugli stranieri. In particolare, per il rilascio o la revoca dei permessi di soggiorno dovrà essere presa in maggiore considerazione la condotta dello straniero che viene definita anche “stile di vita”. La nuova normativa raccomandata dalla Commissione mira a creare “maggiori opportunità per espellere gli stranieri”.
Le reazione di Jan Willem Goudriaan, Segretario Generale dell’Unione Europea dei Servizi Pubblici: “Se venissero introdotti obblighi di segnalazione nei servizi pubblici, le persone avrebbero paura di utilizzare servizi essenziali come ospedali, sistemi di assistenza, scuole e trasporti pubblici, mettendo a rischio i nostri iscritti che lavorano in questi settori. Dobbiamo inoltre ricordare ai governi che i servizi pubblici cesserebbero di funzionare senza i lavoratori migranti in Svezia e in molti Stati membri dell’Ue. Ciò di cui abbiamo bisogno non è una nuova caccia alle streghe che costringa i lavoratori a fare da informatori. Non c’è nulla da guadagnare da un obbligo di segnalazione che mira a deportare i migranti senza documenti che non hanno commesso alcun reato. Questa ‘legge sulla delazione’ minaccia il diritto fondamentale all’asilo e il principio di non respingimento, alimentando al contempo un clima di sospetto, paura e razzismo, anche all’interno del settore pubblico. Non fa altro che legittimare l’estrema destra, fin troppo felice di vedere realizzati i suoi sogni più sfrenati di sorveglianza di massa, detenzione e deportazione a scapito dell’etica del servizio pubblico”.
Louise Bonneau, Responsabile Advocacy di PICUM, rete di organizzazioni che lavorano per garantire la giustizia sociale e i diritti umani ai migranti privi di documenti: “Il voto di oggi rappresenta una grave battuta d’arresto per i diritti umani in Svezia. Non accetteremo questa come la parola definitiva. Siamo al fianco dei nostri partner nella continua lotta per l’abrogazione di questa legge e per la tutela dei diritti umani di tutti in Svezia.”
Da antica tradizione, nella festa del Corpus Domini, c’è l’uso della processione con l’ostia contenuta in quello che si chiama testualmente ‘ostensorio’. Nome che deriva dal latino ‘ostendere’, e cioè mostrare. Conosciuto anche come ‘custodia’, è un recipiente utilizzato dalla liturgia cattolica per esporre l’ostia consacrata all’adorazione dei fedeli o per portarla in solenne processione.
Fabbricato in metalli preziosi e minuziosamente decorato, si compone di due parti. La parte centrale, con vetro e metallo che contiene l’ostia, e una struttura a raggi che evoca il sole, simbolo della luce di Cristo per il mondo. Tutto quanto descritto si è declinato ad Amendolara in Calabria, il primo giorno di questo mese.
Com’è tristemente noto si tratta della strage di quattro braccianti, bruciati vivi all’interno di un minivan, furgonetta concepita per il trasporto di passeggeri e munita di sedili movibili e portiere. I loro corpi sacrificati al profitto e messi nell’ostensorio, coi vetri scuri e i raggi di sole trasformati in fumo che saliva al cielo. Poi la processione di giornalisti, autorità, compagni di lavori e sindacalisti per tentare per celebrare l’ennesimo olocausto di una Repubblica pensata e voluta come fondata sul lavoro. Il Corpus Domini dovrebbe essere celebrato quest’anno ad Amendolara, in provincia di Cosenza. Oppure a Castelvolturno, nella Capitanata di Foggia o nella Fascia Trasformata di Pachino, in Sicilia.
Sono stati bruciati vivi, come Cristo sulla croce, lui di passione e loro per tradimento, impiegati nella raccolta delle fragole dai capoccia o ‘caporali’, come si suole chiamarli. Sono morti così Ullah Ismat Qiemi (19 anni), SafiIayjad (27 anni), Amin Fazal Khogjani (28 anni) di nazionalità afghana, e Waseem Khan (29 anni), pakistano. Per la strage sono stati fermati due cittadini pakistani con l’accusa di omicidio volontario plurimo. Mohammad Taj Alamyar, 35enne afghano, unico sopravvissuto del gruppo, è riuscito ad abbandonare il veicolo.
Il Corpo di Cristo, dice il celebrante al momento di deporre l’ostia sulla mano dei fedeli che partecipano e poi comunicano il mistero. Parla e depone il corpo e non un nome o una realtà generica. Il corpo, proprio quello che è stato prima generato, cresciuto, torturato e infine crocifisso. Esattamente come i corpi dei braccianti, bruciati vivi per l’olocausto quotidiano del lavoro in Italia e nel mondo. Il corpo di Jerry Essan Masslo, rifugiato fuggito dall’apartheid e assassinato in una masseria abbandonata di Villa Literno dove dormiva. O ancora i corpi di 49 migranti nigerini cercatori d’oro, morti di sete nel deserto di ritorno a casa dal Mali. I corpi dei migranti e dei rifugiati incontrati durante il soggiorno a Niamey. Quelli dei detenuti nel carcere di Marassi a Genova, visitati e conosciuti per anni di servizio, quelli di un certo numero di ragazze, prezzolati in Centro Storico della stessa città. I corpi dei bambini smarriti o dilaniati nelle guerre, vicine e lontane dagli schermi televisivi.
Il Corpo di Cristo, afferma con gravità il celebrante o coloro che offrono la pallida ostia alla mano tesa dei fedeli durante la celebrazione. Quel Corpo sono tutti quei corpi e ognuno con un nome e una croce.
L’unico sopravvissuto al rogo di Amendolara è un bracciante afghano che viveva con le vittime, riuscito a fuggire rompendo a testate un finestrino e a scappare dal bagagliaio. Il lavoratore ha riferito che i boss li minacciavano con coltelli e pistole per farli lavorare senza pagarli. Loro, invece, hanno chiesto più volte di essere retribuiti per il lavoro nei campi di fragole.
Il nome Amendolara deriva forse dal greco e significa il ‘Paese dei mandorli’. Le mandorle, primo frutto mediterraneo a fiorire, è un simbolo di vita e la sua forma ovale contiere spesso l’immagine del Cristo vincitore della morte. Per la festa del santo patrono nei quartieri del centro storico della città vengono accesi i ‘fucarazzi’, falò, di cui quello con le fiamme più alte viene premiato.
Le guerre, le diseguaglianze, i cambiamenti climatici sono i veri protagonisti dell’imminente campionato Mondiale di calcio organizzato nel già difficile equilibrio dei paesi organizzatori: USA, Messico e Canada. Mentre l’ente promotore, la FIFA, parla di “armonia e rispetto”, dando l’indicazione di sorridere ed essere felici, gli Stati Uniti negano visti d’ingresso a membri di delegazioni ufficiali, a partire dall’IRAN, e ai tifosi provenienti dai paesi del sud del mondo…
Fra i tanti elementi tecnici e tecnologici che accompagnano le partite quest’anno ci sarà anche l’indice di stress termico (WBGT, Wet Bulb Globe Temperature) che farà scattare pause obbligatorie di 3 minuti per tempo.
Un mondiale extralarge, con 48 paesi partecipanti (16 europei, 10 africani, 9 asiatici, 6 sudamericani, 6 americani e la Nuova Zelanda, rappresentante dell’Oceania) che insegue l’ambizioso obiettivo di incassare più di 10 miliardi di dollari. Lo sponsor principale sarà la saudita ARAMCO, la più grande compagnia petrolifera ed energetica.
Insomma, tanti elementi su cui riflettere, ben oltre ai destini del pallone…
Un Mondiale a cui, per la terza volta consecutiva, l’Italia non partecipa, ma con la presenza di molte rappresentative di paesi che hanno consistenti comunità migranti. Ed è stata proprio la curiosità sul modo delle varie comunità di vivere la Coppa del Mondo, di seguire assieme le partite che ha rappresentato la molla di questa trasmissione radiofonica, offrendo un’occasione per parlare dei loro paesi e delle loro comunità.
Il programma di Novaradio in collaborazione con Massimo Cervelli, in avvicinamento al Mondiale di Calcio. Tutti i lunedì alle 12.00, si parlerà del Mondiale che si disputerà in Usa, Canada e Messico, da un punto di vista più politico che sportivo, con uno sguardo ad alcuni dei paesi partecipanti. Lo faremo insieme ad ospiti vari che rappresenteranno il punto di vista delle varie comunità straniere di Firenze e non solo.
Podcast Puntata Zero – Anticipazioni sulle prossime puntate e curiosità di questo nuovo Mondiale a 48 squadre, tra paesi esordienti, guerre in corso e le trame politiche della FIFA (trasmissione dell’11 maggio 2026)
Podcast Puntata 1 – Canada, USA, Messico. Le nazioni ospitanti (trasmissione del 18 maggio 2026)
Ospiti: Brett Auerbach Lynn; traduttore, copywriter ed editor di madrelingua inglese, con doppia nazionalità statunitense e canadese. Abita a Firenze dal 2009. Ha collaborato con diverse istituzioni culturali e case editrici della città. Grande appassionato di calcio, tifoso dell’Arsenal e della Fiorentina. Leonardo Molinelli, giornalista fiorentino (mugellano) di nascita, vive a Toronto dal 2010, oggi producer per Omni News italiano, media televisivo dove lavora dal 2017.
Podcast Puntata 2 – Iran (trasmissione del 25 maggio 2026)
Ospiti: Manhaz Lamei e Sara Mirkamali dell’associazione Hamseda Firenze.
Podcast Puntata 3 – Congo e Senegal (trasmissione del 1 giugno 2026)
Podcast Puntata 4 – Colombia e Messico (trasmissione dell’8 giugno 2026)
***
1958. L’altra volta che non andammo ai Mondiali
Quelli ospitati in Svezia nel 1958 furono i primi Mondiali di calcio in cui la nazionale italiana non riuscì a qualificarsi alla fase finale. Alla competizione del 1958 ed ai suoi “dintorni” è dedicato il volume 1958. L’altra volta che non andammo ai Mondiali (Rogas 2018) di Bruno Barba, ricercatore di Antropologia del Dipartimento di Scienze Politiche – Scuola di Scienze Sociali – dell’Università di Genova, studioso del meticciato culturale e del sincretismo religioso del Brasile, oltre che dei significati antropologici del calcio [gh.t.].
«Nel 1958 la Svezia ospitò un Mondiale elettrizzante e spettacolare, che vide le gesta di Pelé, Garrincha e di un Brasile assurto finalmente alla gloria del calcio dopo la “tragedia del Maracanã” di otto anni prima. Analogie, ricordi, narrazioni del tempo passato che spingono a varie riflessioni. Com’era il Brasile, com’era il mondo, com’era l’Italia e com’era il calcio dell’epoca? Tra speranze di pace e conservatorismo politico, bossa nova brasiliana e l’immortale Volare di Modugno, boom economico nascente e tensioni da guerra fredda, conquiste spaziali e rock and roll, questo testo è l’occasione per focalizzare l’attenzione su “un anno decisivo” come si disse allora. Con il calcio che funge da più che un pretesto per leggere dinamiche sociali, eroi, fatti antichi e nuovi della nostra vita».
Centootto ragazzi in nove mesi, ventidue posti letto, un centro di accoglienza straordinaria a Crotone. Arrivavano dall’Afghanistan, dal Bangladesh, dall’Egitto, dalla Costa d’Avorio – quasi tutti con alle spalle detenzioni in Libia o in Turchia, violenze, traversate del deserto. Nel progetto “Da Cas a Casa”, gestito dall’impresa sociale Sabir, frequentavano la scuola, facevano tirocini in aziende locali, seguivano percorsi psicologici. Alcuni erano stati dati in affido a famiglie del posto: un fatto quasi senza precedenti nel sistema italiano dei Cas per minori stranieri non accompagnati.
Ora Sabir ha annunciato che non rinnoverà il contratto con la Prefettura. Ritardi nei pagamenti protratti per mesi, assenza di risposte alle comunicazioni ufficiali, nessuna programmazione, contestazioni ritenute sproporzionate. La presidente Manuelita Scigliano non usa giri di parole: il sistema «tratta i minori come numeri da spostare e redistribuire». Firmare un nuovo contratto, in queste condizioni, avrebbe significato «trasformare un’esperienza educativa in una lenta agonia amministrativa».
Non è una resa, sostiene Scigliano. È una denuncia pubblica. E vuole che il caso di Crotone apra un dibattito nazionale. «Abbiamo sostenuto quasi da soli, a livello locale, questa battaglia estenuante. Oggi la questione va portata a un livello politico e di principio. Chiediamo che il nostro appello venga raccolto da chi crede che la difesa dei diritti dei più fragili non possa più essere lasciata alla solitudine di pochi».
Qual è la situazione dei minori stranieri non accompagnati in Calabria? Quanti sono e come vivono?
La situazione dei minori stranieri non accompagnati in Calabria è diventata particolarmente critica a partire dal 2023, quando il territorio crotonese è stato investito da un’esplosione degli arrivi via mare. In quell’anno in Italia si è arrivati a oltre 20mila minori stranieri non accompagnati, a fronte di una disponibilità di posti in accoglienza dedicata di circa 3mila posti. Questo squilibrio enorme ha prodotto conseguenze davvero gravi: molti ragazzi sono rimasti per giorni o settimane in condizioni improprie, spesso trattenuti in centri per adulti o in strutture emergenziali come il Cara di Sant’Anna di Crotone. Una situazione che abbiamo denunciato anche attraverso un’interrogazione parlamentare presentata a Bruxelles. È in quel contesto che Sabir ha iniziato a operare con i Msna, offrendo inizialmente supporto educativo e ricreativo ai ragazzi presenti nel Cara di Sant’Anna e partecipando ai tavoli istituzionali della Prefettura di Crotone. Dal settembre 2024 abbiamo poi gestito un Cas dedicato ai minori, con 22 posti letto, all’interno del quale sono transitati 108 ragazzi provenienti da Afghanistan, Bangladesh, Iran, Egitto, Tunisia, Costa d’Avorio, Gambia e Pakistan. Questi ragazzi arrivano quasi sempre dopo percorsi segnati da guerra, torture, violenze o detenzione in Libia e Turchia. Per questo il tema non può essere solo “dove dormono”, ma come vivono. Nel nostro progetto abbiamo cercato di trasformare il Cas in una vera “casa”: scuola, corsi di italiano, supporto psicologico, sport, laboratori artistici, tirocini lavorativi, mediazione culturale e costruzione di relazioni con la comunità locale. L’obiettivo era evitare che restassero sospesi in un sistema emergenziale e restituire loro continuità educativa, dignità e prospettive di autonomia.
La decisione di non rinnovare il contratto è stata definita “sofferta”. Quali sono stati i momenti o gli episodi specifici che hanno reso impossibile continuare, nonostante i risultati raggiunti con i ragazzi accolti?
La decisione di non rinnovare il contratto è stata sofferta perché, nonostante i risultati raggiunti con i ragazzi, negli ultimi mesi è diventato sempre più difficile garantire un’accoglienza realmente educativa e sostenibile. Le criticità non riguardavano un singolo episodio, ma un insieme di problemi strutturali: ritardi amministrativi e nei pagamenti protratti per mesi, difficoltà continue nel confronto con l’Amministrazione, assenza di risposte alle comunicazioni ufficiali, mancanza di programmazione e contestazioni che spesso abbiamo ritenuto sproporzionate o incoerenti rispetto al lavoro svolto. A questo si aggiungeva una gestione sempre più burocratica del sistema, in cui il rischio era quello di ridurre i minori a semplici “posti letto”, senza considerare i percorsi individuali costruiti nel tempo. Eppure parliamo di ragazzi estremamente vulnerabili, spesso arrivati dopo traumi, violenze o situazioni familiari molto difficili, che necessitano di continuità educativa, psicologica e relazionale. In alcuni casi il Tribunale per i Minorenni aveva persino disposto il prosieguo amministrativo proprio per consentire il completamento dei percorsi di integrazione avviati all’interno della struttura. Nel nostro centro i ragazzi erano inseriti a scuola, in tirocini lavorativi, in percorsi psicologici e di integrazione sociale. Alcuni avevano iniziato finalmente a trovare stabilità dopo anni di spostamenti continui tra strutture diverse. Interrompere tutto questo senza garanzie sulla continuità dei percorsi avrebbe significato tradire il senso stesso del progetto “Da Cas a Casa”. Per questo abbiamo ritenuto che firmare un nuovo contratto, nelle condizioni date, avrebbe rischiato di trasformare un’esperienza educativa costruita con fatica in una gestione puramente amministrativa, non più compatibile con il superiore interesse dei minori.
Il modello “Da Cas a Casa” ha prodotto risultati rari come l’affido familiare e culturale. Come si è costruito concretamente quel rapporto di fiducia con la comunità locale di Crotone, un territorio già segnato da spopolamento e difficoltà?
Il rapporto di fiducia con la comunità locale si è costruito lentamente, attraverso la presenza quotidiana e la partecipazione concreta dei ragazzi alla vita del territorio. Non abbiamo mai pensato al Cas come a un luogo chiuso o separato dalla città, ma come a uno spazio aperto, capace di creare relazioni reali tra i minori e la comunità crotonese. Questo è stato possibile anche perché Sabir non è un semplice ente gestore arrivato dall’esterno per amministrare un servizio, ma una realtà sociale radicata da anni nel territorio crotonese, impegnata quotidianamente in attività di inclusione sociale, contrasto alla povertà, supporto ai migranti e tutela delle persone vulnerabili. Lo Sportello Migranti, i servizi sociali, sanitari e psicologici, le collaborazioni con scuole, associazioni e aziende locali hanno permesso di costruire una rete di fiducia già esistente nella comunità. Per questo abbiamo investito moltissimo nelle attività culturali, artistiche e sportive. I ragazzi hanno partecipato a laboratori di musica e composizione digitale, ad attività di arrampicata, calcetto e flag football, ma anche a momenti di socialità con associazioni, scout e volontari del territorio. Uno dei momenti più significativi è stata la rappresentazione teatrale “Sogna Ragazzo Sogna”, costruita insieme al maestro Mario Nunziante sulle note della canzone di Roberto Vecchioni. Attraverso il teatro e la musica, i ragazzi hanno raccontato pubblicamente il loro viaggio, le paure, i traumi e le speranze legate all’arrivo in Italia. Quella performance è stata portata anche sul palco del Premio Letterario Caccuri ed è diventata un momento molto forte di incontro tra la cittadinanza e questi giovani, non più percepiti come “migranti” astratti ma come ragazzi con storie, talenti ed emozioni. Abbiamo inoltre promosso attività nell’orto sociale, percorsi scolastici e tirocini nelle aziende del territorio. È proprio grazie a questa rete di relazioni quotidiane che sono nati anche percorsi rarissimi nel sistema dei Cas, come gli affidi familiari e culturali. In un territorio segnato dallo spopolamento e dalla fragilità sociale, si è creato un modello basato non sull’assistenza, ma sulla corresponsabilità e sul riconoscimento reciproco.
Nella lettera si denuncia una logica amministrativa che tratta i minori “come numeri da spostare”. Cosa succederà in concreto ai ragazzi già inseriti nei percorsi scolastici, lavorativi e psicologici dopo la chiusura del progetto?
Il punto più grave è proprio questo: oggi non esistono garanzie sufficienti sulla continuità dei percorsi educativi, scolastici, lavorativi e psicologici già costruiti con questi ragazzi. Il rischio concreto è che minori che finalmente avevano trovato una stabilità vengano nuovamente trasferiti da una struttura all’altra, interrompendo relazioni, percorsi terapeutici, inserimenti scolastici e tirocini avviati nel territorio. Parliamo di ragazzi estremamente vulnerabili, molti dei quali arrivati in Italia dopo esperienze traumatiche, violenze familiari, detenzione, guerra o sfruttamento. In diversi casi il lavoro educativo aveva richiesto mesi per costruire fiducia, equilibrio emotivo e adesione ai percorsi di integrazione. Alcuni ragazzi avevano iniziato finalmente ad aprirsi, a partecipare alle attività, a frequentare la scuola o ad avviare esperienze lavorative. In alcuni casi, inoltre, il Tribunale per i Minorenni aveva riconosciuto formalmente l’importanza della continuità educativa all’interno della struttura, disponendo il prosieguo amministrativo proprio per consentire ai ragazzi di completare il loro percorso di integrazione e autonomia. Il problema è che il sistema continua spesso a ragionare in termini di disponibilità di posti e gestione emergenziale, mentre per questi ragazzi la continuità relazionale ed educativa è fondamentale. Spostarli significa spesso ricominciare tutto da capo, con il rischio concreto di dispersione scolastica, marginalizzazione o ulteriore fragilità psicologica. Per questo Sabir ha dichiarato che continuerà a monitorare quanto accadrà ai minori coinvolti, ai loro percorsi scolastici, lavorativi e psicologici, affinché nessuna scelta amministrativa produca ulteriori danni nel silenzio generale.
L’appello finale è rivolto al Governo e alle istituzioni per avviare una co-programmazione nazionale. Cosa significa in pratica superare la distinzione tra “prima” e “seconda” accoglienza, e quali resistenze istituzionali avete incontrato nel proporre questo cambiamento?
Superare la distinzione tra “prima” e “seconda” accoglienza significa cambiare completamente il modo in cui vengono considerati i minori stranieri non accompagnati. Oggi il sistema è ancora troppo frammentato: nella prima accoglienza spesso prevale la logica emergenziale, trovare rapidamente un posto letto, mentre i percorsi educativi, psicologici, scolastici e di integrazione arrivano dopo, quando arrivano. Ma un minore non può aspettare mesi per iniziare un percorso di tutela reale. Noi sosteniamo invece che la presa in carico debba essere globale fin dal primo giorno: scuola, supporto psicologico, mediazione culturale, tutela legale, salute, formazione e costruzione di relazioni con il territorio devono partire immediatamente, senza separare artificialmente le fasi dell’accoglienza. È questo il senso del modello “Da Cas a Casa”: trasformare un centro emergenziale in una comunità educante radicata nel territorio. Le principali resistenze incontrate sono state culturali e amministrative. Da una parte continua a prevalere una logica numerica e burocratica, centrata sulla gestione dei posti disponibili più che sui bisogni dei ragazzi; dall’altra manca spesso una vera co-programmazione tra Prefetture, enti locali e Terzo Settore. In questi mesi abbiamo sperimentato difficoltà continue nel dialogo istituzionale, ritardi amministrativi, mancanza di risposte e assenza di una programmazione stabile che consentisse di pianificare percorsi educativi duraturi. Eppure investire in percorsi strutturati non rappresenta solo una scelta etica o sociale, ma anche una scelta razionale per lo Stato. Garantire continuità educativa e integrazione fin dall’inizio significa ridurre dispersione, marginalizzazione, trasferimenti continui tra strutture, contenziosi amministrativi, emergenze sociali e costi legati a interventi successivi molto più onerosi. Un sistema stabile e integrato consente di ottimizzare risorse, tempi e investimenti pubblici, evitando di spendere continuamente nell’emergenza senza costruire percorsi reali di autonomia. Per questo chiediamo una programmazione nazionale stabile, fondata sul superiore interesse del minore e sulla collaborazione reale tra istituzioni e realtà territoriali che lavorano ogni giorno sul campo. Noi vorremmo davvero che il caso di Crotone diventasse la scintilla per aprire finalmente un dibattito nazionale serio sull’accoglienza dei minori stranieri non accompagnati. Non soltanto come denuncia di ciò che non funziona, ma come proposta concreta di un’alternativa possibile. In questi anni abbiamo dimostrato che un modello diverso può esistere: un’accoglienza radicata nel territorio, costruita sulla relazione educativa, sulla comunità e sulla continuità dei percorsi. Un modello che non è straordinario o irrealizzabile, ma che potrebbe essere replicato facilmente in molti altri territori italiani se sostenuto da una reale volontà politica e istituzionale.