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Serbia: Intervista con Klasna Solidarnost

4 Giugno 2026 ore 11:00

Pubblichiamo un estratto dall’intervista al gruppo anarchico serbo Klasna Solidarnost (KS) realizzata per Radio Libertaire, la radio della Federazione Anarchica Francofona (FA) con sede a Parigi, nel corso del Congresso dell’IFA che si è tenuto ad Atene lo scorso aprile, e a cui il gruppo di Belgrado ha partecipato come osservatore, chiedendo di aderire all’Internazionale. Per conoscere l’attività di KS potete consultare il sito klasol.org o il canale instagram @klasnasolidarnost. Di seguito il testo dell’intervista, condotta da Ouzo, del gruppo FA di Marsiglia, con due compagnx di KS.

Ouzo (FA): […] Potreste innanzitutto introdurre la vostra organizzazione?

KS1: Grazie per questa opportunità. Alcune rapide note sulla storia della nostra organizzazione. Klasn Solidarnost, che significa Solidarietà di Classe, è di base a Belgrado, capitale della Serbia. È stata fondata 10 anni fa. È la prima e, fino ad ora, unica organizzazione politica anarchica in Serbia.  Il nostro scopo è creare ed espandere una federazione con altri gruppi in altre città della Serbia. Siamo coinvolti in numerose lotte. La Serbia è uno dei paesi post-socialisti sottoposti ad una transizione incontrollata al capitalismo, con privatizzazioni che hanno lasciato devastata la classe lavoratrice. Centinaia di migliaia di persone hanno perso il proprio lavoro, la propria salute – molti di essi hanno perso la propria vita. Siamo su posizioni fermamente antimperialiste e anticapitaliste. La nostra opposizione alla NATO è un elemento chiave delle nostre attività. La nostra società ha fatto esperienza dei bombardamenti imperialisti della NATO. Avevo 7 anni quando hanno bombardato Belgrado. Abbiamo ricordi che ora la maggior parte delle persone in Europa vede solo nei reels sulle guerre in Medio Oriente: stai giocando fuori nel parco quando senti le sirene dei bombardamenti aerei, e corri a nasconderti nei rifugi. Per marcare l’anniversario dei  bombardamenti NATO, abbiamo appeso  uno striscione DIY su un ponte dell’autostrada, visibile da migliaia di macchine. Alcuni dei nostri membri sono fondatori e partecipanti del movimento per la Palestina in Serbia, così come in quello degli Antifascisti di Belgrado, costituito sei anni fa con lo scopo di contrastare la crescita del fascismo, ma anche di diffondere le idee dell’antifascismo e renderle più attrattive per le giovani generazioni!

KS2: KS è attiva per decostruire il mondo in cui viviamo, per distruggerlo, ma anche per costruirne uno nuovo. Molti nostri compagni hanno fondato i sindacati studenteschi orizzontali, coinvolti molti anni fa nel movimento contro gli sgomberi forzati. Ci sono state decine di azioni di successo in difesa delle famiglie minacciate di sgombero. C’è anche l’iniziativa per la mensa di solidarietà (tre volte la settimana, autogestita e autofinanziata). Molte persone che non sono politicizzate, persone ordinarie, fanno in realtà cose anarchiche, possiamo dire, partecipando a organizzazioni orizzontali basate sul mutuo appoggio e che non cooperano con le istituzioni, lo stato, partiti politici o ONG.

Riguardo alle iniziative studentesche: molti anarchici hanno partecipato ai movimenti del 2006, 2009, 2011 e 2014. In Serbia c’è un Parlamento degli Studenti che dovrebbe organizzare la vita degli studenti, ma in realtà è una istituzione che non ha altro proposito se non reclutare futuri politici. Negli ultimi due decenni, in particolare all’Università di Filosofia di Belgrado, ci sono state occupazioni e assemblee degli studenti. Sono anarchici nelle loro pratiche; ciascuno ha il diritto di parlare e di votare. È vietato parlare della propria organizzazione politica. Anche l’occupazione è azione diretta. Questo è qualcosa che ha influenzato la struttura del movimento che è emerso nel 2024.

Ouzo (FA): Grazie compagni. […] Chiedo ai compagni studenti che sono scesi in strada nelle rivolte a partire dal 2023 di condividere le loro esperienze di lotta con noi, le loro pratiche di autorganizzazione, ma anche le strutture della società capitalista che oppongono loro resistenza? […]

KS1: Quei blocchi stradali e quelle occupazioni delle università, che sono andati avanti per quasi un anno, hanno costituito uno dei movimenti più imponenti in Serbia. Ma perché? Credo che la risposta risieda nei metodi di organizzazione e di processo decisionale. Fin dall’inizio del movimento si è trattato di assemblee di democrazia diretta. Ci siamo ispirati all’esperienza dell’occupazione studentesca del Cookbook a Zagabria nel 2009. Sono stati distribuiti libri e volantini.

Nel 2023, la popolazione si ribellò contro il crimine di Stato che aveva provocato la strage di 16 persone nel crollo della stazione ferroviaria di Novi Sad. Di solito, quando si verificano crimini di Stato, le ONG e i partiti di opposizione si appropriano della lotta e la gente non è motivata a partecipare. Ma questa volta fu davvero una mobilitazione di massa. In quanto anarchici, il nostro ruolo non è quello di guidare il movimento, ma di discutere con la gente quali siano le strategie migliori. Crediamo che le persone si libereranno da sole. La prassi cambierà le loro menti.

Ma sfortunatamente, gli anarchici non erano abbastanza organizzati per essere presenti in tutte le università, e l’ideologia dominante ha prevalso. I politici dell’opposizione e le ONG opportuniste hanno cooptato le richieste degli studenti verso una richiesta di elezioni parlamentari. Ci sono, tuttavia, contraddizioni che devono essere evidenziate: queste assemblee chiedono elezioni e lo Stato di diritto, mentre si auto-organizzano in modo anarchico.

Le parti positive e progressiste del movimento esistono ancora. Ad esempio, nel caso in cui gli studenti hanno invitato i non studenti a organizzarsi allo stesso modo attraverso le assemblee di quartiere, gli zborovi. Questi gruppi esistono ancora oggi. Sono loro a portare avanti le azioni più avanzate. Ad esempio, gli scontri con la polizia. La gente ha sempre odiato la polizia, ma era solita dire che dovevamo essere pacifici. Ma dopo la violenza della polizia, queste persone hanno capito che la polizia non è nostra amica e che l’unica via è scontrarsi con la polizia. Le assemblee hanno anche organizzato proteste contro la gentrificazione, contro gli enormi progetti di sviluppo del governo (come il piano di costruire un acquario al posto di un parco). C’è stata anche una manifestazione antifa congiunta con gli studenti.

KS2: Sono testimone dei movimenti studenteschi da dieci anni. Dieci anni fa riguardavano solo il Dipartimento di Filosofia; ora coinvolgono l’intera università. Allora protestavamo contro la privatizzazione dell’università; le rivendicazioni erano di carattere sociale e anticapitalista, e miravano a rendere l’istruzione accessibile alla classe operaia. Ora queste occupazioni sono motivate dalla situazione politica del paese e sostenute da tutti i cittadini. Naturalmente le rivendicazioni sono liberali. Ma cosa possiamo aspettarci in un mondo in cui il pensiero neoliberista è così dominante? È normale che le persone credano di poter migliorare la propria vita utilizzando gli strumenti del sistema che conoscono. Ma penso che la prassi delle occupazioni stia cambiando le mentalità. È un processo; non possiamo vincere oggi, ma è un processo che ci porterà nella giusta direzione.

Ouzo (FA): Grazie per queste informazioni, compagni. Infine, riguardo alla vostra presenza al congresso dell’IFA: come vi sentite qui? Quali sono le vostre prospettive anarchiche sull’adesione all’IFA?

KS1: Innanzitutto, una breve storia che ci ha portato dove siamo oggi. Ciò è avvenuto grazie alla nostra collaborazione con l’APO (Αναρχική Πολιτική Οργάνωση, Ομοσπονδία Συλλογικοτήτων, Organizzazione Politica Anarchica, Federazione dei collettivi, federazione greca nell’IFA), che è l’organizzatrice del congresso. Abbiamo già collaborato con loro in numerose occasioni, tra le quali vorremmo sottolineare due importanti eventi in presenza a cui i nostri compagni sono stati invitati come ospiti. La prima la scorsa estate qui ad Atene per il festival dell’APO. E in ottobre a Salonicco al festival libertario organizzato anch’esso dall’APO. In quelle occasioni abbiamo partecipato a una sessione in cui abbiamo discusso del ruolo degli anarchici nella lotta di classe. Nel contesto degli omicidi di Stato in Grecia e in Serbia, in cui abbiamo individuato un filo conduttore comune a queste due tragedie.

Per quanto riguarda il congresso, parlo a titolo personale per quanto riguarda le mie impressioni, ma sono quasi certo che i miei compagni le condividano. Siamo più che onorati dell’opportunità di essere stati invitati come ospiti/osservatori partecipanti. Nel nostro discorso di apertura, abbiamo espresso il nostro fermo desiderio di aderire all’IFA. Questo perché il nostro principio fondamentale è la cooperazione anarchica internazionalista. Io stesso mi sento realizzato in un luogo come questo, dove ci sono persone provenienti da tutto il mondo, con culture diverse, storie diverse, etnie diverse, generi diversi e lingue diverse, eppure abbiamo tutti l’obiettivo comune di costruire un mondo nuovo e migliore, libero dallo sfruttamento capitalista.

KS2: Anch’io sono sempre felice di incontrare persone con cui condivido le mie convinzioni. Penso che sia davvero importante. In primo luogo, perché è quello che fanno i capitalisti e chi detiene il potere: lavorano insieme contro di noi. Noi dobbiamo fare lo stesso. Non possiamo cambiare il mondo se non ci colleghiamo a livello internazionale. In realtà mi sento molto commosso. Perché, come anarchico, a volte mi sento un utopista, che lotta per qualcosa di impossibile, ma quando incontro persone da tutto il mondo che la pensano come me, che lavorano e fanno cose anarchiche, mi sento più motivato e più coraggioso nel continuare. Ora che il mondo è alle prese con guerre e genocidi, è assolutamente essenziale essere internazionalisti. I meccanismi sono gli stessi; dobbiamo condividere le nostre strategie e le nostre diverse esperienze di lotta.

Ouzo (FA): Grazie, compagni. Parlo a titolo personale, ma so che questo sentimento è condiviso dalla Fédération Anarchiste. È un onore condividere e stringere un legame con voi e la vostra organizzazione. Siete i benvenuti in Francia. Volete dire qualche parola di chiusura?

KS: Merci, compagni, il piacere è reciproco. Per quanto riguarda lo slogan, credo che lo usiate anche in Francia: Ko seje bedu, žanje bes – Chi semina miseria, raccoglie la rivolta!

Ouzo, Federazione Anarchica Francofona, Marsiglia, Gruppo Oaï

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Il Gattablu di Scampia. Esperienze di de-istituzionalizzazione della psichiatria

3 Giugno 2026 ore 18:00

Questo testo, curato da Nicola Valentino per le edizioni “Sensibili alle foglie”, racconta l’esperienza del “Gattablu”, uno dei primi centri di riabilitazione psichiatrica e psicosociale espressione del vasto movimento basagliano nato in Campania nei primi anni ’90, durante la fase di  chiusura dell’ex Ospedale psichiatrico Leonardo Bianchi, il cosiddetto “Frullone”. Un’operazione coraggiosa, affrontata con l’entusiasmo e l’ottimismo di quel momento storico, dal prof. Sergio Piro e da un gruppo di operator3 che occuparono piccole costruzioni in stato di abbandono diventate poi la casa della comunità che cura, di cui questo libro ci racconta.

Qui, come in altri centri diurni con la medesima ispirazione ideale, iniziano i processi di affrancamento dalle solitudini, si inizia ad allenare relazioni e dialogo, si potenziano strumenti e abilità che consentono di raggiungere uno stato di benessere soggettivo, sociale, e funzionale. Il Gattablu rappresenta uno snodo cruciale di quel processo di de-istituzionalizzazione che ha rivoluzionato la psichiatria e che ha contribuito e contribuisce a migliorare la vita degli utenti e delle famiglie.

I pazienti vengono coinvolti a vari livelli nella gestione delle attività del centro, anche la preparazione collettiva del cibo stimola l’attività e la tessitura di relazioni affettive. L’arte ha un ruolo centrale come forma di “autocura” , quando l’esistenza diventa difficile, è una risorsa vitale, un mondo in cui ci si rifugia e che rigenera, un’esperienza che esce dal centro ad incontrare il mondo fuori: “dall’arte reclusa all’arte pubblica”.

Le opere diventano installazioni in giardini pubblici, fanno parte di mostre e incontrano collezionisti o appassionati, sono sul carro di carnevali di quartiere a Napoli. Molte opere hanno trovato acquirenti e il ricavato di ogni vendita è andato a beneficio di tutta la comunità, nell’ottica di qualcosa di proteso verso un futuro diverso per ognun.

La vocazione inclusiva del centro, all’interno dell’ampio movimento associativo creato dal basso in quegli anni, porta il Gattablu a intessere relazioni con una vasta rete di soggetti e situazioni. Al Gattablu, (nome probabilmente derivato da un gatto che abitava le strutture, e il blu un probabile riferimento al cavallo blu basagliano), nei più di trent’anni di attività, sono state organizzate iniziative, incontri con altre associazioni, progetti con scuole, occasioni di socialità.

Il libro cerca di raccontare proprio il valore umano e sociale di questa rete di legami sociali indispensabile per la cura della sofferenza psichica, una rete che tiene insieme, come osservava Sergio Piro, sofferenza individuale e sofferenza sociale.

Per tornare sull’arte come come modo per uscire fuori dal centro diurno e aprirsi al mondo, è molto interessante la vasta produzione artistica che include dipinti, disegni, sculture, scrittura di racconti, poesie, pensieri.

La stessa ristrutturazione delle palazzine è stata impreziosita da mosaici e installazioni che, insieme a quanto è rimasto nella struttura, costituiscono un patrimonio che ha bisogno di essere innanzitutto preservato, in particolare da quando, a gennaio 2026, l’ASL ha chiuso il centro e stabilito di procedere alla demolizione delle strutture. In questa fase di regressione nei metodi della cura della malattia mentale e di tagli alla sanità, l’incontro con l’archivio “arte ir-ritata” della Coop Sensibili alle foglie, assume un particolare valore per la divulgazione e la protezione di questo patrimonio a rischio di dispersione o di appropriazione indebita. In attesa  che si apra una nuova prospettiva di esistenza per questa preziosa esperienza di cura e solidarietà.

 Il Gattablu         

Una narrazione delle attività artistiche e sociali del Centro Diurno di salute mentale di Napoli Scampia  a cura di Nicola Valentino

Edizioni : Sensibili alle foglie (pag. 109)

recensione a cura di Nadia Nardi

 

 

 

 

 

 

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BAGNOREGIO, UN GATTO UCCISO E DUE FERITI

3 Giugno 2026 ore 17:33

Un gatto ucciso a fucilate e altri due feriti gravemente a Vetriolo, frazione di Bagnoregio, in provincia di Viterbo. Le bestiole sono state colpite nei giorni scorsi da alcuni ignoti che hanno usato un’arma che spara proietti a pallini, presumibilmente un fucile da caccia. A denunciare il fatto lo stesso sindaco di Bagnoregio, Luca Profili, che si è recato personalmente sul posto per verificare i fatti per poi sporgere denuncia alle autorità competenti. “Ho voluto verificare personalmente la situazione – spiega Profili in un post-, e raccogliere informazioni utili per comprendere meglio quanto accaduto. Le conseguenze sono state drammatiche: uno è deceduto, uno degli animali ha perso un occhio, mentre un altro presenta gravi problemi alla colonna vertebrale. Episodi che non possono essere considerati semplici bravate, ma atti di crudeltà inaccettabili nei confronti di esseri indifesi”.

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Anniversario della rivoluzione spagnola. Fresco di stampa

3 Giugno 2026 ore 15:00

Zero in Condotta ha pensato di ricordare il 90° dell’inizio della rivoluzione e della guerra civile in Spagna con la pubblicazione di un testo inedito in italiano, uscito nel 2019 in castigliano e successivamente in inglese e francese.

Fresco di stampa è ora disponibile:

VERSO SARAGOZZA – CRONACA DELLA COLONNA DURRUTI 1936/1937

di Roberto Martínez Catalán

pp.176, EUR 15,00

ISBN 978-88-95950-89-1

Il 24 luglio del 1936 partiva da Barcellona una colonna armata costituita prevalentemente da aderenti alla CNT, la confederazione anarcosindacalista. Alla sua testa vi era un ‘uomo d’azione’ ben conosciuto, José Buenaventura Durruti. Erano trascorsi pochi giorni da quando lui e molti di quelli che lo accompagnavano avevano partecipato ai conflitti di piazza, sulle barricate, sconfiggendo il sollevamento militare nella capitale catalana. Ora si dirigevano verso Saragozza, importante snodo del paese, caduto nelle mani dei militari golpisti, la cui liberazione era considerata decisiva per lo sviluppo della guerra e della rivoluzione appena iniziata.

Verso Saragozza è la cronaca di questa colonna: la storia delle sue azioni, ma anche della sua organizzazione e del suo funzionamento, dalla costituzione fino all’integrazione nell’Esercito popolare della Repubblica, nel contesto del contemporaneo sviluppo politico, militare, economico della società civile: dall’evoluzione fino alla sconfitta del processo rivoluzionario iniziato a seguito del sollevamento golpista.

Basato su un’ampia documentazione costituita da fonti scritte e orali, comprese le voci, raccolte nel tempo, di numerosi protagonisti dei fatti raccontati, Verso Saragozza indaga, racconta, approfondisce molte delle problematiche affrontate dai miliziani, a partire dal rifiuto della disciplina e della gerarchia, tipiche della struttura militare, fino alla militarizzazione imposta, alla controrivoluzione montante, alle tragiche giornate del maggio 1937. Un testo che solleva riflessioni e interrogativi, utili per quanti si pongono, ancora oggi, il tema della trasformazione rivoluzionaria della società.

Roberto Martínez Catalán, professore di geografia e storia in Aragona, è autore di numerosi articoli e del libro En el comienzo. Un cuento antiteológico.

Verso Saragozza è il suo primo libro in italiano.

a cura di editrice ZIC

 

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La perla nera dei Caraibi. Cuba: scontro di poteri sulla pelle degli oppressi

3 Giugno 2026 ore 09:00

L’ipocrita accusa del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti emessa il 20 maggio contro Raùl Castro Ruz, generale dell’esercito e personalità tra le più rappresentative della Rivoluzione cubana, non ha soltanto i tratti dell’arroganza impunita di chi si sente forte e al di sopra del diritto, ma forse vuole anche essere un tentativo di dare un tocco di legittimità al criminale embargo che dura da decenni e alle ancor più vergognose misure coercitive che in questi ultimi mesi hanno colpito la popolazione inerme (240 da gennaio). La popolazione è stata soffocata da un feroce blocco energetico imposto dalla potenza egemone, il cui unico risultato sembra essere stato quello di aver fatto precipitare la quasi totalità delle masse lavoratrici ad un livello di quasi sussistenza, incalzate dalla pressante urgenza di reperire beni di prima necessità e dalla minaccia costante di un’aggressione armata.

Una lettura unilaterale, assai poco conforme al contesto in cui si svolsero i fatti, un’incriminazione priva di alcun valore legale (anche a prenderlo per vero) e di una giurisdizione in cui poterla applicare, vorrebbe far giustizia in merito a un episodio che nel 1996 portò all’abbattimento di due velivoli facenti capo a Brothers to the Rescue, organizzazione che opera con metodi violenti e ha sede a Miami. L’abbattimento avvenne dopo ripetuti sconfinamenti e violazioni dello spazio aereo cubano, infrazioni più volte segnalate dalle autorità dell’isola agli enti governativi statunitensi e da questi ripetutamente ignorati; sintomo, quantomeno, di una certa complicità se non di una vera e propria pianificazione e sovvenzione; una condotta, tra l’altro, che si inscrive nella lunga traiettoria costellata di attentati, sabotaggi e tentativi di aggressione che il governo degli Stati Uniti ha messo in opera da che nel gennaio del 1959 il socialismo di stato è stato imposto quale religione ufficiale. Un ultimo – per ora – atto di quella mai sopita, controversa e irrisolta questione che tiene occupati i due paesi da quasi settant’anni, ma che pure visto dalla prospettiva meramente giuridica del diritto internazionale, della Carta delle Nazioni Unite e della Convenzione di Chicago sull’Aviazione Civile Internazionale, rientrerebbe in un’azione di legittima difesa del proprio spazio aereo contro quelli che potrebbero essere interpretati come atti di “terrorismo”, che la suddetta organizzazione avrebbe messo in pratica tra il 1994 e il 1996, in barba alla stessa legislazione statunitense. Oltretutto, questa accusa arriva dopo che le forze armate Usa per mesi hanno spadroneggiato nel Mar dei Caraibi e nel Pacifico, arrivando ad uccidere quasi duecento persone e a sequestrare il presidente del Venezuela, a corollario di una dottrina che, sostenuta da un imponente apparato bellico, cerca di applicare attraverso l’imposizione unilaterale delle sanzioni, quella pressione politica ed economica i cui scopi mirano a ridefinire gli assetti geopolitici della regione. Giustificata con le parole del procuratore generale “se uccidete degli americani, vi perseguiremo. Non importa chi siate. Non importa quale carica ricopriate”, frasi che riecheggiano da tempi storici che ritenevamo oramai tramontati ma che purtroppo oggi si ripropongono con logica spietata anche ad altre latitudini (vedi Medioriente). Questa montatura extragiudiziale che agisce su un piano politico vorrebbe essere la giustificazione delle recenti imposizioni coercitive che, operando a livello economico, producono i loro effetti devastanti direttamente sui corpi delle persone. Evidentemente questa Legge dei Poteri Economici d’Emergenza Internazionale (IEEPA), che amplia sanzioni già esistenti (tra l’altro in violazione degli articoli 1, 2 e 55 della Carta delle Nazioni Unite e della risoluzione del 1992 sulla rimozione del blocco), rientra in quella nuova fase di riassetto degli equilibri della regione che Washington sembra voglia ridefinire attraverso un protagonismo deciso e un utilizzo cinico di quelle che si mostrano come le raffinate tecniche della nuova guerra ibrida: sanzioni, dazi, strangolamento finanziario, incriminazione a livello internazionale, propaganda mediatica e uso extragiudiziale della propria giustizia. Nel frattempo però, si fa ricorso anche ai vecchi metodi con la portaerei Nimitz che scorrazza indisturbata nelle acque delle Antille, in attesa di sviluppi.

Al ritorno dal suo viaggio in Vaticano, tra le cui motivazioni non espresse figurava verosimilmente la ricerca di un’intesa col mondo cattolico, ben radicato sull’isola, il segretario di stato Marco Rubio, di origini cubane, soltanto poche ore prima dell’annuncio delle sanzioni se ne usciva con un video diretto alla popolazione oramai allo stremo: “Cuba non è governata da nessuna rivoluzione, ma da GAESA, uno stato dentro lo stato, i cui benefici sono appannaggio di una piccola élite”. Questo Gruppo di Amministrazione Imprenditoriale a cui si fa riferimento, bollato come organismo cancerogeno che parassita l’economia nazionale, incolpato dei continui black out, della scarsità di combustibile, cibo e medicine, è un consorzio imprenditoriale creato negli anni ’90 con lo scopo di captare la valuta estera, che in quei frangenti cominciava ad affluire in seguito all’apertura al turismo voluta da Fidel Castro e all’introduzione della doppia moneta (pesos e dollari). Ideato dall’allora ministro della difesa Raùl Castro, tale holding ha finito per inglobare tutta una serie di attività commerciali e finanziarie che vanno dagli hotel ai centri di immersione, dai porti sportivi alle agenzie di viaggio; dal 2010 assorbe Cimex, impresa statale dei supermercati, e centinaia di stazioni di servizio, e infine diventa proprietaria della Banca Finanziaria Internazionale, una delle più grandi del paese, arrivando a controllare il 40-70% dell’economia nazionale attraverso un impero stimato, nel 2025, in 18 miliardi di dollari. Il 7 maggio l’amministrazione Trump ha inasprito ulteriormente le sanzioni contro GAESA e la sua direttrice ufficiale Ania Guillermina Lastres Morera, adducendo il pretesto della sicurezza nazionale. Mentre  il 22 l’ ICE arrestava la sorella a Miami sotto identica motivazione, cercando così di  colpire l’esercito cubano nelle sue finanze. Quanto queste misure possano incidere realmente sulla tenuta di questo conglomerato imprenditoriale resta tuttavia un mistero, data l’estrema opacità da cui è sempre stato avvolto.

Il blocco energetico ha ridotto quasi a zero un turismo già in caduta libera, mentre le rimesse dall’estero, che nel 2019 erano stimate in 3,7 miliardi di dollari, la cifra più alta mai registrata, nel 2024 si aggiravano intorno all’ 1,1 milioni, con un crollo del 43% rispetto all’anno precedente. In parallelo, Washington si dice pronta ad offrire cento milioni di dollari in aiuti umanitari, mentre Rubio esorta la popolazione affinché si decida per un cambio di regime: “Una nuova Cuba, dove qualsiasi cubano, e non solo GAESA, possa aprire una banca o un’impresa edile”. Stessa ricetta, questa volta cucinata in salsa caraibica.

Cuba vive un periodo di decadenza che, sebbene si possa far risalire al perìodo especial degli anni ’90, vede oggi una recrudescenza senza eguali che investe la gran parte della popolazione e che è sfociata in una crisi alimentare spaventosa e in un altrettanto deplorevole crisi energetica; due aspetti di uno scenario dove il reperimento dei beni di prima necessità e i ricorrenti black out segnano le modalità e i ritmi della quotidianità. Quello che si dice del capitalismo, ovvero essere la gestione pianificata della scarsità, può a buon diritto essere applicato su scala locale anche a Cuba e al suo regime, che ha saputo far tesoro in questi decenni di tecniche di governo assai raffinate, ma che oggi vede progressivamente venir meno la sua autorevolezza grazie a un risveglio, seppur timido, delle coscienze, che si traduce in certe forme di comunitarismo o di solidarietà popolare che scandiscono l’agire quotidiano; nel mentre si va affievolendo l’immagine di padre benefattore che il castrismo ha saputo dispensare lungo tutto l’arco della sua esistenza. Di contro, però, bisognerebbe considerare anche l’altro lato della medaglia, ossia il fatto che la competizione per la sopravvivenza e le diverse manifestazioni di egoismo che l’accompagnano sono andate anch’esse aumentando. Di pari passo si è inoltre avuto un incremento dell’azione repressiva dello stato e un’estensione del raggio operativo della polizia politica, che ha portato a un aumento esponenziale delle carcerazioni e all’emersione di un vero e proprio problema carcerario, con migliaia di prigionieri politici da gestire e le complesse conseguenze sociali che questo comporta, con la sensibilizzazione di interi settori sociali contro la gestione autoritaria della cosa pubblica che interdice la benché minima possibilità di una qualche riforma, seppur blanda. Lo stato ha risposto con una serie di misure a carattere sociale per sopperire alle mancanze degli strati più disagiati della popolazione insieme ad una campagna propagandistica in grande stile nel tentativo di poter recuperare quell’aura di benevolenza che l’ha sempre caratterizzato. Ma di fatto,  quello che maggiormente definisce la gestione della sovranità continua ad essere, benché in forme più dissimulate, l’amministrazione centralizzata della paura, che può contare, oltre che su un apparato repressivo tra i più efficienti, anche sulla disaffezione generalizzata e su una pressoché totale ignoranza o disconoscimento di forme elementari di organizzazione e reazione nei confronti del dispositivo dispotico imperante; un dispositivo che può fare affidamento, oltre che sull’accaparramento delle risorse economiche e finanziarie, su un progressivo spopolamento che interessa le fasce più giovani, le quali trovano nell’emigrazione la possibilità di sottrarsi ad una condizione fattasi insostenibile ma che ha portato ad un decremento demografico e a un parallelo consolidamento del conservatorismo politico. Le deboli proteste che pur saltuariamente affiorano si limitano a qualche cacerolazo urlato a gran voce ma privo di una struttura organizzativa, espressione di una disperazione ormai endemica avvolta da fatalismo e rassegnazione, comunque ben lontane da quelle grandi manifestazioni di massa che si ebbero quattro anni fa, quando sembrava che qualcosa si stesse realmente muovendo. Le proteste antigovernative dell’11 luglio 2022 partite da San Antonio de Los Baños, poco fuori l’Avana, e da Palma Soriano, nella provincia orientale di Santiago, poi dilagate nei centri principali nel giro di ventiquattro ore, che videro riversarsi nelle strade migliaia di cittadini dei settori maggiormente precarizzati della società cubana, un evento di cui non si ricordano precedenti (se non forse il cosiddetto Maleconazo, del 1994), e che hanno portato all’arresto di 1848 persone, sono state anch’esse l’espressione di una resistenza al dominio dello stato e alle varie forme di autoritarismo imperanti che intere classi, gruppi e individui hanno cercato di opporre, nella loro complessità e anche a dispetto del tentativo di cooptazione da parte di forze esterne o straniere, con il fine di rivendicare scampoli di libertà e migliori condizioni di esistenza. È stata una spinta che è giunta dalle fasce più marginalizzate della classe proletaria, quella dei lavoratori precari, a giornata, dei disoccupati e delle moltitudini  contadine che abitano le periferie delle grandi città, arrivate sull’onda di una forte migrazione interna ma sprovviste della consapevolezza di essere classe, che però non può essere caratterizzata come movimento operaio in senso stretto, mancando di organizzazione, di forme sindacali o corporative classiche, o finanche di organismi territoriali vincolati al lavoro. Rispecchiano piuttosto la disperazione dei gruppi meno abbienti, influenzati dagli effetti delle politiche governative degli ultimi decenni che hanno portato ad una estrema atomizzazione del tessuto sociale, e dalla suggestione di un modello consumistico che arriva dall’emigrazione, soprattutto statunitense. Non si può quindi parlare di forze politiche a rigor di termini, tutt’al più di forze sociali non organizzate che si scontrano con forze di polizia, queste sì estremamente organizzate,  che nella loro opera meticolosa sono riuscite a disarticolare ogni forma di dissenso e di opposizione politica nel paese, lasciando una situazione anche peggiore ed eludendo la questione e le motivazioni che ne hanno decretato l’esplosione. Il vuoto che oggi viene avvertito, l’impossibilità sperimentata di poter operare un cambio politico dall’interno, sono con buona probabilità all’origine della grande popolarità di cui attualmente gode, ovviamente in alcuni settori, Marco Rubio, insieme all’ambasciatore Mike Hammer, e spiegano in parte il senso di impotenza sociale che avvolge l’isola. Secondo un recente sondaggio effettuato da El Toque, organo indipendente locale, sembrerebbe che la maggior parte dei cubani (56% di chi vive sull’isola e il 67% di quelli della diaspora) veda di buon occhio un intervento armato statunitense, o comunque come il male minore di fronte alla fame che avanza. L’amministrazione Trump ha avuto diverse interlocuzioni negli ultimi mesi con il presidente Dìaz-Canel e il suo consiglio dei ministri, e contatti diretti con Raúl Guillermo Rodríguez Castro, nipote del vecchio dirigente e il più zelante delle sue guardie del corpo, figlio dell’ex direttore di GAESA insignito del grado di generale da Raùl Castro per meriti nella gestione dell’azienda; il “granchio”, così soprannominato per via di una deformazione alla mano, si sarebbe incontrato più volte in Messico con il segretario di stato nordamericano. Se ciò fosse confermato, se ne potrebbe dedurre che gli USA hanno scelto di trattare con gli apparati militari, almeno con i settori maggiormente orientati agli affari, piuttosto che con quelli politici, che dopo decenni di criminalizzazione del dissenso si ritrovano ora a dover negoziare con l’unico interlocutore disponibile, ossia il potere corporativo yanqui. Nonostante la frattura che attraversa le forze armate, divise tra una fazione composta da generali anziani legati alla dirigenza politica e i quadri inferiori maggiormente esposti agli effetti della crisi (chiamati con spregio fagioli e riso, in riferimento alla loro dieta), la Casa Bianca sembra disposta ad un accomodamento, concedendo a Castro il privilegio di garantire una transizione tranquilla mentre alla cupola militare di disarticolare il vecchio sistema politico facendosi garanti del nuovo ordine; una soluzione molto auspicata dalla superpotenza, che di certo non vuole casini a 144 km dalle sue coste. In questo senso è da vedere anche la visita del direttore della CIA, John Ratcliffe, avvenuta a metà maggio, che ha alimentato le voci in merito ad una eventuale tutela di Raùl, che resterebbe a margine di qualsiasi rappresaglia, e ad un possibile cambio di regime per interposta persona, come avvenuto in Venezuela. Questa soluzione soddisferebbe Trump e il suo entourage più pragmatico, che grazie ad un tocco cosmetico favorirebbe l’ingresso mascherato del capitale nordamericano, ma assai meno l’ala più oltranzista, capitanata da Rubio, che pone tra i suoi desiderata una trasformazione radicale della società. Le parole di Marcell Felipe, direttore del Museo della Diaspora Cubana di Miami, “non abbiamo lottato per 67 anni, con prigionieri e morti, per guadagnare il diritto di investire sotto le regole di un regime comunista”, sono condivise da almeno tre deputati di origine cubana del congresso a stelle e strisce. L’ansia e il timore di molti, a Cuba e nell’esilio, è quello che sia arrivato il momento, per via di una serie di fattori: le elezioni di medio termine, la presenza a breve dei mondiali di calcio, Trump nelle vesti di colui che ha portato la democrazia, la nuova configurazione degli assetti geopolitici nell’emisfero occidentale; ma soprattutto perché  il popolo cubano non ce la fa più: i bambini non vanno più a scuola, molti non hanno di che sfamarsi, diversi gli ospedali incapacitati ad operare, gli altri si fermeranno a breve; le medicine scarseggiano mentre le malattie cominciano a mietere le prime vittime, uomini e donne disperano di una situazione sentita come surreale. Sul palcoscenico della storia di questo nuovo millennio, l’eterna commedia dello scontro di poteri si rappresenta sullo sfondo della tragedia che affama e asservisce moltitudini di proletari, oppressi e assoggettati, ma non ancora piegati, a logiche a loro estranee, i cui effetti devastanti avvertono sulla propria pelle.

Massimiliano Bonvissuto

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LUPI AVVELENATI, PROCURA INDAGA SU FITOFARMACI E FONDI EUROPEI

2 Giugno 2026 ore 18:20

Entra nel vivo l’inchiesta sui lupi avvelenati nel territorio del Parco nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise tra Alfedena, Villetta Barrea, Pescasseroli e ai confini dell’area protetta in Marsica, in provincia dell’Aquila. L’indagine è portata avanti dalla Procura della Repubblica di Sulmona. Domani sarà ascoltato Dino Rossi, presidente del Cospa (Comitato agricoltori e allevatori d’Abruzzo). L’allevatore dovrebbe fornire agli inquirenti elementi utili sulle sostanze che sarebbero state utilizzate per le esche che hanno portato alla morte di almeno 23 lupi appenninici, alcune poiane e delle volpi. Tra gli elementi al centro degli accertamenti, come confermato anche da Rossi, ci saranno i dati relativi ai fitofarmaci maggiormente utilizzati in agricoltura e che dovrebbero essere stati impiegati per il veleno adoperato per sterminare i branchi. L’Istituto zooprofilattico sperimentale di Teramo ha confermato che il veleno utilizzato per la morte dei lupi è unico, per tutti gli animali sarebbe lo stesso. Si punta alla specificazione delle colture che vengono trattate con i prodotti incriminati e di chi li utilizzi, considerando che certi tipi di sostanze possono essere acquisite solo da aziende iscritte in particolari registri regionali e chi le compra deve essere registrato. Altre analisi riguardano il dna di un’esca in particolare per risalire al proprietario. I riflettori saranno inoltre puntati sui meccanismi legati alla caccia ai contributi europei, in particolare alla posizione di chi ne è rimasto escluso a causa dell’affitto di 20mila ettari da parte dell’Ente parco.

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Modena ribelle. Contro lo sciacallaggio fascista e le intimidazioni di Stato

2 Giugno 2026 ore 18:00

La settimana tra il 16 e il 23 maggio ha visto la città di Modena trasformarsi in un terreno di scontro aperto tra il fango del razzismo di Stato e la risposta militante, autorganizzata e antifascista.

Sabato 16 maggio: la tragedia e l’attivazione della macchina reazionaria

Tutto ha inizio sabato 16 maggio. All’interno dello Spazio Sociale Libera è in corso un’assemblea per discutere l’autodifesa comunitaria contro i nuovi decreti sicurezza e la svolta autoritaria del governo Meloni. All’improvviso, la riunione viene interrotta da una notizia drammatica: un’auto a forte velocità ha travolto otto persone che stavano camminando in pieno centro, in una zona pedonale frequentata quotidianamente da ognuno di noi.

La macchina dello sciacallaggio razzista e securitario si attiva istantaneamente, non appena viene resa nota l’identità del guidatore: Salim El Koudri, trentunenne nato in Italia da genitori marocchini.

I professionisti dell’odio xenofobo si fiondano sulla tragedia per strumentalizzarla. Personaggi come Roberto Vannacci e Roberto Fiore piombano immediatamente a Modena per tenere comizi improvvisati, cercando di trasformare un dramma legato al disagio o alla fatalità in un manifesto d’odio permanente.

Questo odio xenofobo, viscerale e calcolato, non è un’anomalia: è lo strumento con cui il potere divide gli sfruttati, indicando un finto nemico per nascondere i veri responsabili della miseria sociale. Contro questa violenza verbale e antropologica, che deumanizza l’individuo in base alla sua origine, non chiediamo le ipocrite “politiche di inclusione” della sinistra istituzionale. L’inclusione di Stato è solo un’assimilazione forzata nelle logiche del capitale, un modo per rendere tollerabile lo sfruttamento purché normato. Noi non vogliamo essere inclusi in questo sistema violento; vogliamo distruggerlo attraverso la solidarietà internazionalista.

I giorni successivi: la caccia alle streghe e le intimidazioni all’avvocato

Nei giorni successivi al 16 maggio, il clima in città si fa ancora più pesante. La rabbia sociale viene scientificamente deviata dai media borghesi e dai fascisti contro un unico capro espiatorio. In questo scenario di caccia alle streghe si inseriscono le pesanti pressioni e le tutele negate alla difesa legale.

L’avvocato di Salim El Koudri, che è anche lo storico legale dello Spazio Sociale Libera, diventa il bersaglio di una campagna diffamatoria e intimidatoria senza precedenti. Non si è trattato solo di attacchi sui giornali o sui social, ma di vere e proprie pressioni politiche e minacce velate volte a isolare il legale e a colpire, attraverso di lui, l’intero tessuto politico della Modena antifascista e libertaria. Un tentativo di linciaggio che dimostra come, per lo Stato e i suoi servi, il “diritto alla difesa” sia solo un paravento ipocrita, pronto a saltare non appena un caso tocca gli interessi della propaganda razzista e dell’ordine costituito.

Di fronte a questa provocazione reazionaria, la parte autoorganizzata e antifascista della città non è rimasta a guardare, rispondendo subito con la mobilitazione, un presidio immediato e la costruzione della piazza successiva.

Sabato 23 maggio: la risposta della Modena complice e solidale

Il culmine della mobilitazione si è raggiunto sabato 23 maggio, quando le strade di Modena sono state attraversate da un corteo antifascista determinato, autogestito e partecipato. Centinaia di compagne, compagni, realtà studentesche, del sindacalismo di base e singole individualità si sono date appuntamento per respingere l’odio neofascista e le logiche securitarie dello Stato che lo spalleggiano.

A differenza di chi si limita alla sterile retorica delle celebrazioni istituzionali, la piazza ha voluto ricordare che l’antifascismo a Modena ha radici profonde, che affondano nella storica e mai sopita tradizione anarchica del territorio. Dalle barricate del passato alle lotte operaie, Modena ricorda i suoi figli libertari che hanno sempre combattuto il fascismo non in nome di una legalità borghese, ma per l’emancipazione totale delle oppresse e degli oppressi.

“La risposta della Modena complice e solidale è stata chiara,” dichiarano le realtà libertarie e antifasciste promotrici. “Il fascismo e l’odio xenofobo non si combattono delegando alle istituzioni, firmando patti per l’inclusione o difendendo carte costituzionali troppo spesso tradite dal potere. Si combattono con l’organizzazione dal basso, la vigilanza militante, il mutuo soccorso e l’azione diretta nelle strade. Di fronte alla violenza strutturale di chi propone confini, espulsioni e gabbie, noi rispondiamo con il rifiuto di ogni autorità.”

La mobilitazione si è svolta in un clima di forte compattezza e fermezza, dimostrando che la memoria della resistenza anarchica e comunarda non è un cimelio da museo, ma uno strumento vivo per bloccare ogni rigurgito nostalgico e autoritario.

Nessuno spazio al fascismo, al razzismo, ai loro servitori e a chi usa l’intimidazione per tappare la bocca ai compagni. La lotta continua nelle strade, ogni giorno.

Colby Lia. USI Modena

 

 

 

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C’è chi vede e provvede. Elezioni amministrative a Venezia

2 Giugno 2026 ore 17:00

Il risultato delle elezioni comunali di Venezia ha occupato per alcuni giorni i canali di informazione.

La vittoria del candidato del centro destra Simone Venturini è giunta inaspettata, dopo una serie di tornate elettorali in cui i partiti che hanno sostenuto il candidato sconfitto del centro sinistra, Andrea Martella, avevano superato la coalizione avversaria.

Alle elezioni europee del 2024 PD, AVS e M5S raggiungevano circa il 45%, contro il 40% complessivo del centro destra; alle regionali del 2025 le due coalizioni si sono trovate alla pari, con un leggerissimo vantaggio per il centro sinistra; infine il referendum sulla giustizia ha visto a Venezia prevalere il NO, con un’affluenza record sia in termini percentuali, sia in valori assoluti.

Le ultime elezioni comunali hanno visto la coalizione a sostegno di Andrea Martella aumentare ancora i consensi in termini assoluti, ottenendo 43.294 voti rispetto ai 40.915 delle regionali, non riuscendo però ad intercettare i voti degli elettori che sono tornati a votare.

Le spiegazioni che sono circolate si infrangono contro i dati di fatto.

L’idea che il PD abbia perso consensi a causa dell’accordo con la comunità bengalese a proposito della moschea da costruire in Terraferma si scontra con l’aumento dei voti al PD, passato dai 21.440 delle regionali ai 26.444 delle ultime comunali. Così pure attribuire la sconfitta al Movimento 5 Stelle si scontra col fatto che anche quest’ultimo ha visto aumentare i consensi rispetto alle regionali.

Anche attribuire la sconfitta alla scelta di un “politico” estraneo alla “società civile”, oppure all’uso delle reti social sono spiegazioni che lasciano il tempo che trovano, visto che i numeri ci parlano di una sconfitta del centro sinistra maturata grazie alla partecipazione di una fetta di elettorato che non aveva partecipato né alle europee del 2024 né alle regionali del 2025, una fetta di elettorato che non è stata mobilitata dai meme o da paure irrazionali, ma da un’organizzazione profondamente radicata sia nei sestieri del capoluogo sia nei quartieri e nei paesi di Terraferma; un’organizzazione che ha lanciato un progetto politico a partire dalla scelta del candidato del centro destra.

Il nuovo sindaco di Venezia, Simone Venturini, è il più giovane sindaco della città lagunare. È stato eletto da una coalizione di centro destra ed è un politico di lungo corso. Come ci informa Wikipedia, ha una formazione in diritto pubblico e diritto amministrativo ed inizia la sua carriera elettorale candidandosi alle elezioni comunali del 2010 nella lista dell’Unione di Centro a sostegno del candidato di centrosinistra Giorgio Orsoni, venendo eletto consigliere comunale all’età di 22 anni e diventando anche capogruppo. Alle elezioni europee del 2014 viene candidato per la lista Nuovo Centrodestra – Unione di Centro, ottenendo 8949 preferenze, ma senza risultare eletto. Nelle comunali del 2015 si candida con la lista Brugnaro nella coalizione di centrodestra, venendo eletto con 957 preferenze ed è nominato lo stesso anno dal neo-sindaco come assessore alla coesione sociale, al lavoro, alle infrastrutture e allo sviluppo economico della giunta comunale. Viene rieletto per un terzo mandato in consiglio comunale nelle elezioni comunali del 2020, riconfermando anche la stessa carica di assessore, a cui si aggiungono le deleghe al turismo e alle politiche della residenza.

Si tratta evidentemente di una rottura nella continuità: oltre che dalla scadenza dei due mandati, la giunta Brugnaro è stata al centro di polemiche politiche e di vicende giudiziarie. Il nuovo sindaco ha una storia personale che lo colloca in un’area politica fortemente segnata dall’influenza clericale, come dimostrano le candidature con l’UDC e il Nuovo Centro, ma altrettanto chiaramente orientata verso il centro destra e organico alla precedente amministrazione. Le deleghe ricevute come assessore da Venturini (coesione sociale, turismo e politiche di residenza) lo portano ad incrociare gli interessi e le politiche della Curia veneziana.

Non ho certo gli strumenti per individuare le cause dei fenomeni su cui si scornano commentatori più esperti di me, ma mi permetto di avanzare l’ipotesi che dietro l’elezione di Venturini ci sia un impegno non comune del Patriarcato di Venezia, impegno che ha dato un carattere meno fascista alla coalizione del nuovo sindaco, operazione favorita anche dal fatto che la presidente del consiglio non si è esposta andando a Venezia a sostenere il candidato del centro destra. Del resto, il risultato politico ottenuto dalla Chiesa all’inizio della giunta Brugnaro, con il ritiro dagli asili nido e dalle scuole dell’infanzia comunali dei libri contenenti fiabe che mostravano nuclei familiari omogenitoriali ha avuto risonanza mondiale, e non si può rischiare di gettare tutto alle ortiche permettendo che sia eletto sindaco un candidato come Martella che non si è nemmeno sposato in chiesa!

Nell’omelia tenuta il 24 maggio, primo giorno delle elezioni, il Patriarca di Venezia ha affermato che “la contrapposizione tra Babele (dove c’è un’unica lingua che diventa incomprensibile) e la Pentecoste (dove i molti e diversi linguaggi sono compresi) è il cuore del mistero dell’unità.

A Babele l’orgoglio umano tenta di costruire l’unità imponendo un’unica lingua e un’unica organizzazione. Il risultato è la confusione, l’incomprensione e la dispersione. A Gerusalemme e nella Pentecoste lo Spirito Santo scende e unisce gli uomini. Non cancella le diversità, ma le valorizza: parlando lingue diverse, tutti si comprendono nell’unico messaggio di Cristo. È l’unione nell’amore e nella differenza.”

La Chiesa è abituata a parlare per allusioni, allegorie, minacce velate che sono difficilmente interpretabili, comunque mi sembra possibile interpretare il riferimento di Babele alla coalizione che rifiuta l’egemonia dello Spirito Santo, mentre nella coalizione di centro destra è ravvisabile la Gerusalemme in cui, pur nella diversità, le varie componenti si comprendono grazie al messaggio di Cristo. Va da sé che l’interprete autentico, sia dello Spirito Santo che del messaggio di Cristo, è la Chiesa cattolica.

Se questa interpretazione è realistica, è meglio gettare alle ortiche ogni illusione su un presunto ruolo progressista della Chiesa: la gerarchia cattolica, come ogni gerarchia religiosa, si conferma custode gelosa della tradizione, sia in campo religioso che in campo sociale e, nonostante le prediche accattivanti, non può che militare nel campo della conservazione e della reazione. Dalla vicenda di Venezia si possono anche trarre indicazioni per le prossime elezioni: se il campo largo vuole governare, deve adattare il suo programma al magistero del vicario di Pietro, che si può riassumere nella raccomandazione alle classi sfruttate di garantire ai privilegiati il paradiso in terra, in cambio, un domani, del paradiso in cielo. Siamo sempre alla politica dei due tempi!

Tiziano Antonelli

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Ossessioni securitarie e repressione. Il nuovo documento antiterrorismo della Casa Bianca

2 Giugno 2026 ore 14:00

A fine maggio la Casa Bianca ha diffuso il nuovo United States Counterterrorism Strategy 2026, il documento con cui l’amministrazione statunitense definisce priorità, obiettivi e strumenti della propria politica di contrasto al terrorismo. Non è una nota tecnica per addetti ai lavori. È il testo con cui Washington dichiara quali minacce considera prioritarie e quale idea di sicurezza intende affermare dentro e fuori i propri confini.

Sono sedici pagine dense di indicazioni operative e di visione politica. Si parla di cartelli della droga, jihadismo internazionale, controllo delle frontiere, cyber-operazioni, Medio Oriente e America Latina.  Ma dentro questo testo compare anche qualcosa che merita particolare attenzione, perché riguarda direttamente il terreno del conflitto politico e sociale.

Tra le principali minacce terroristiche contro gli Stati Uniti vengono infatti indicati anche i “Violent Left-Wing Extremists, including Anarchists and Anti-Fascists”. Il documento si sofferma sul tema in modo esplicito, indicando, tra le priorità strategiche, l’identificazione e la neutralizzazione di gruppi politici definiti anti-americani, radicalmente pro-transgender e anarchici.

Vale la pena soffermarsi su queste righe. Non si tratta di una dichiarazione estemporanea né di uno slogan da comizio. Si tratta di un documento ufficiale di sicurezza nazionale. Ed è proprio questo a renderlo politicamente rilevante.

Perché quando una potenza come gli Stati Uniti inserisce esplicitamente anarchici e antifascisti dentro il perimetro della lotta al terrorismo non siamo soltanto di fronte a una scelta lessicale. Siamo davanti a un segnale politico preciso, che parla agli apparati di intelligence, alle forze di polizia, agli alleati internazionali e ai governi occidentali. Un segnale che si colloca dentro un clima più ampio, in cui il dissenso sociale e politico viene trattato sempre più spesso come una questione di ordine pubblico e sicurezza.

 

Quando il nemico politico diventa una questione di sicurezza

La storia dello Stato moderno è anche la storia della costruzione del “nemico interno”. Cambiano i tempi, i governi, i nomi. Ma il meccanismo ritorna. Di volta in volta è stato il sovversivo, il bolscevico, lo straniero indesiderabile, l’anarchico, il terrorista. Figure diverse, ricondotte però a una stessa funzione politica: indicare chi viene percepito come estraneo all’ordine e presentarlo come minaccia collettiva.

Negli ultimi venticinque anni questo processo si è concentrato soprattutto attorno alla parola “terrorismo”. Dopo l’11 settembre quella categoria ha assunto un peso enorme nel lessico politico e giuridico occidentale. In suo nome sono state approvate leggi speciali, ampliati i poteri di sorveglianza, rafforzati gli apparati di intelligence. Misure nate come eccezionali sono diventate ordinarie.

Oggi quel paradigma sembra allargarsi ancora.

Nel documento della Casa Bianca non si parla soltanto di reti jihadiste o organizzazioni armate transnazionali. Compare qualcosa di ulteriore: il conflitto sociale entra esplicitamente nel linguaggio della sicurezza nazionale. L’anarchismo, l’antifascismo militante e più in generale la radicalità politica vengono nominati come elementi di una minaccia da monitorare e neutralizzare.

Non è soltanto un passaggio lessicale. È un passaggio politico.

Quando il dissenso viene letto attraverso la categoria della sicurezza smette di essere percepito come espressione di conflitto sociale o opposizione politica e viene ricollocato dentro il campo dell’emergenza. Non più avversario politico, ma possibile fattore di destabilizzazione.

Ed è proprio qui che il confine si fa sottile. Dove finisce la repressione di comportamenti violenti e dove comincia la gestione securitaria del dissenso? È una domanda che riguarda gli Stati Uniti, ma parla molto da vicino anche all’Europa di oggi.

 

Dall’America all’Europa: lessici diversi, stessa direzione

Sarebbe troppo semplice immaginare un passaggio diretto dagli Stati Uniti all’Europa. I contesti politici sono diversi, come diverse sono le tradizioni giuridiche e istituzionali. Eppure, osservando il quadro complessivo, una tendenza comune emerge con chiarezza.

Negli Stati Uniti il linguaggio è quello della counterterrorism strategy. In Europa il vocabolario cambia: sicurezza pubblica, controllo delle frontiere, ordine urbano, contrasto all’estremismo. Le parole sono diverse, ma spesso la direzione politica appare la stessa.

Il dissenso sociale e politico viene trattato sempre meno come parte fisiologica del conflitto democratico e sempre più come questione di sicurezza. Mobilitazioni, picchetti, occupazioni e proteste vengono sottratti al terreno del confronto politico per essere ricondotti a quello dell’ordine pubblico o dell’emergenza.

Il conflitto smette così di essere letto per ciò che esprime — una frattura sociale, una rivendicazione, un bisogno — e viene tradotto nel linguaggio del rischio da contenere.

È in questo slittamento che il conflitto viene progressivamente depoliticizzato. Non lo si affronta più sul terreno sociale o politico, ma attraverso il diritto penale, gli apparati di polizia, la sorveglianza preventiva.

Il risultato è che ciò che dovrebbe aprire uno spazio di discussione viene sempre più spesso trattato come un problema di sicurezza. E il dissenso, da espressione di conflitto, diventa fattore di disordine e oggetto di controllo.

 

Il caso italiano

In Italia questo processo non nasce oggi. Ha radici profonde, ma negli ultimi anni ha trovato nuova accelerazione e nuova legittimazione politica.

Il lessico dei cosiddetti “decreti sicurezza” ha spostato progressivamente il baricentro del discorso pubblico: ciò che un tempo veniva letto sul terreno sociale o politico viene sempre più spesso tradotto in termini di sicurezza, ordine pubblico, emergenza. Il conflitto finisce così per essere raccontato non per ciò che esprime — rivendicazione, opposizione, resistenza — ma per il disturbo che produce rispetto all’ordine esistente.

Non riguarda un solo movimento. Il fenomeno è più ampio e coinvolge realtà molto diverse tra loro: migrazioni, occupazioni abitative, conflitti territoriali, picchetti operai, mobilitazioni ecologiste, reti di solidarietà.

Il punto non è soltanto l’inasprimento delle sanzioni o la repressione di singoli comportamenti. C’è qualcosa di più profondo: la costruzione di una cultura politica dell’ordine in cui chi interrompe la normalità sociale viene facilmente trasformato in problema di sicurezza.

Così il dissenso smette di apparire come espressione di un conflitto reale e viene raccontato come minaccia collettiva. Non più voce scomoda nello spazio pubblico, ma elemento da contenere, isolare, prevenire. Ed è in questo slittamento — spesso graduale, quasi impercettibile — che si misura uno dei cambiamenti politici più evidenti di questi anni.

 

Una convergenza politica che viene da lontano

Sarebbe eccessivo parlare di una regia unica. Ma è difficile non vedere, tra Stati Uniti ed Europa, una convergenza politica e culturale sempre più evidente.

Cambiano i governi, i sistemi istituzionali, i lessici. Ma il quadro generale presenta tratti comuni. La sicurezza diventa terreno privilegiato della costruzione del consenso. L’ordine viene contrapposto al conflitto, la stabilità al dissenso, il controllo alla libertà di movimento e di organizzazione. Tutto ciò che eccede il perimetro della normalità governabile tende a essere ricondotto al linguaggio della minaccia.

Su questo terreno la destra contemporanea ha costruito una parte importante della propria egemonia. Promette protezione, ma spesso produce controllo. Invoca sicurezza, ma finisce per restringere lo spazio del conflitto legittimo e allargare quello della sorveglianza. Non reprime soltanto comportamenti: ridefinisce ciò che può essere percepito come pericoloso.

Per il movimento anarchico tutto questo ha qualcosa di profondamente familiare.

Negli Stati Uniti la criminalizzazione dell’anarchismo non è una novità. La storia americana l’ha già conosciuta: dopo Haymarket, durante le Palmer Raids del 1919-1920, nel clima politico e giudiziario che accompagnò il processo e l’esecuzione di Sacco e Vanzetti. Ogni volta il meccanismo si ripresenta con forme diverse ma secondo una dinamica riconoscibile: si costruisce un’emergenza, si rafforzano gli strumenti repressivi, si amplia il perimetro del bersaglio.

E quel perimetro raramente resta confinato ai primi colpiti.

È questa la lezione che la storia continua a consegnarci. Quando il dissenso viene trasformato in questione di sicurezza non è in gioco soltanto il destino di una minoranza politica. Si restringe, poco alla volta, lo spazio di libertà di tutte e tutti.

Per questo leggere oggi con attenzione un documento come lo United States Counterterrorism Strategy 2026 non significa soffermarsi su un dettaglio della politica americana. Significa osservare una tendenza più ampia del nostro presente. Perché ciò che oggi viene nominato come minaccia può diventare domani il confine della libertà di tutte e tutti.

Totò Caggese

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Ode al moto perpetuo  

2 Giugno 2026 ore 12:00

Io canto l’equilibrio del moto perpetuo
Io canto la vita che si muove silente
Io sussurro nell’aria in cui circolo e nuoto
Io mi avvito per strade, seguo tutta la gente
E fra tutta la gente porto il genio fecondo
Dell’ingegneria che sconfigge la fretta
Senza strepito o fumi che inquinino il mondo
Lode eterna, signori, per la mia bicicletta.
Lode eterna al pedale, al manubrio, alla ruota
Al fanale di dietro, alla dinamo avanti
Al campanellino, alla sua unica nota
Alla voce argentina che vi squilla l’attenti.
State attenti che questo è il vero progresso
Ed è il nesso che lega una tecnologia
Che senza ridurre il mondo ad un cesso
Ti moltiplica la tua stessa energia.

“La rivoluzione – compagni – arriverà in bicicletta”
Suola e pedale
Questo è il vero ideale.
Senza fretta – compagno – boicotta il motore
Senza fare rumore
Calpesta il potere.
Occhio al ginocchio
È lo stinco che stendo.
La rivoluzione sta già pedalando!

Il vibrante mormorio della ruota dentata
Dente a dente si insinua, dente a dente incatena
La catena trattiene l’energia liberata
E la libra veloce, precisa e serena
E la bicicletta – metaforicamente –
Simboleggia una vita che non sia foglia al vento
Ma passione e pensiero, sia corpo e sia mente
In cui si resta in piedi finché c’è movimento.
Circolare a tutti i movimentisti
Lettera aperta a chi vive lottando:
Ciclicamente, internazionalisti
Unitevi in ogni parte del mondo!
Non avrete da perder le vostre catene
Ma da stenderle fra le due ruote in tensione
Libertari, anarco-ciclisti conviene
Arrivarci a pedali alla rivoluzione!

“La rivoluzione – compagni – arriverà in
bicicletta!”
La salita ora è pesa
Verrà la discesa!
Senza fare rumore  boicotta il motore
Senza fare rumore
Calpesta il potere.
Occhio al ginocchio
È lo stinco che stendo
La rivoluzione sta già pedalando!

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Radio Gaza #39 – “Una nuova operazione di terra israeliana è ormai inevitabile”

31 Maggio 2026 ore 07:03

  Guarda la puntata:   (Radio Gaza, in inglese e arabo, può essere seguita attivando i sottotitoli automatici in italiano di YouTube)   (Radio Gaza, in inglese e arabo, può essere seguita attivando i sottotitoli automatici in italiano di YouTube)   <<L’assenza dei vertici ha ripercussioni politiche, ma sul campo e dal punto di vista […]

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Karaganov: “Il conflitto è già una guerra mondiale”. La visione strategica russa tra escalation, deterrenza nucleare e fine dell’ordine occidentale

30 Maggio 2026 ore 12:03

Di Nicola Bielli   In una lunga intervista rilasciata presso il podcast del Prof. Glenn Diesen , il politologo russo Sergey Karaganov delinea un quadro radicale del conflitto globale: guerra già in corso a livello sistemico, crisi dell’Occidente, fine della diplomazia tradizionale e necessità di una nuova dottrina strategica russa. Le sue affermazioni includono scenari […]

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La Regione Campania chiude alle relazioni con Israele. Ma si fa sul serio?

30 Maggio 2026 ore 08:03

  Di Francesca Picone per ComeDonChisciotte.org   Grazie. Di che? Si usa rispondere nel gergo comune. Interessante epistemologia. Oggi è il caso di ribaltare questo gergo e rifletterci su. No grazie. Di che? La Regione Campania chiude alle relazioni con Israele1. Bene. Quali? C’è da premettere e contestualizzare: Napoli è storicamente vicino ai palestinesi. Napoli […]

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Mosca alla Nato: “Non avete alcuna prova che il drone precipitato in Romania sia russo” 

29 Maggio 2026 ore 22:49

  RT.com   La Romania non ha fornito alcuna prova che il drone che ha colpito un edificio residenziale nella città di Galati provenisse dalla Russia, ha dichiarato a RT l’ambasciatore di Mosca a Bucarest, Vladimir Lipaev. Venerdì un drone carico di esplosivi ha colpito il decimo piano di un condominio nella Romania orientale, vicino […]

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L’inguardabile incriminazione di Raúl Castro e le illegali mire USA su L’Avana

29 Maggio 2026 ore 16:03

  Di Alessandro Fanetti, cese-m.eu    “Non accarezzate se avete le mani sporche di ipocrisia.” Rita Godino     L’incriminazione del novantaquattrenne Raúl Castro viene presentata dall’élite USA come un atto di giustizia internazionale, ma per chiunque abbia anche solo un briciolo di buon senso appare invece come l’ennesima operazione politica costruita per portare alle […]

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L’ex Ambasciatore Bruno Scapini: “Un’Italia sovrana e neutrale è possibile”

29 Maggio 2026 ore 12:03

  Federico Dal Cortivo per l’Adige di Verona ha intervistato l’Ambasciatore Bruno Scapini, che ha ricoperto numerosi incarichi all’estero, per ultimo Ambasciatore d’Italia in Armenia e in Italia quale Ispettore del Ministero degli Esteri e come Capo del Dipartimento degli Italiani nel Mondo presso la Presidenza del Consiglio. Si è sempre impegnato nel sostenere la causa […]

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Vannacci e il ciclo del catalizzatore: come il sistema produce i suoi oppositori

29 Maggio 2026 ore 08:03

  anotherworld.network   Ogni sistema politico che attraversa una crisi di legittimità produce, con la puntualità di un meccanismo industriale, la figura che chiameremo catalizzatore: qualcuno che raccoglie la diffidenza accumulata, la canalizza in energia elettorale, e la restituisce al sistema in forma utilizzabile. Il Vannaccismo — il fenomeno politico costruito attorno alla figura del […]

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La diplomazia messa alla prova

29 Maggio 2026 ore 07:03

  Di Movisol.org   Lo scorso 26 maggio, il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha aperto la sessione speciale del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite con il tema: “Difendere gli scopi e i principi della Carta delle Nazioni Unite e rafforzare il sistema internazionale centrato sull’ONU”. Non vi è dubbio che tali principi […]

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Gli Usa fomentano in Europa gruppo terroristico modello ISIS: in Albania il Mek recluta bambini soldato

29 Maggio 2026 ore 05:03

  Di Alireza Niknam Teheran –   Sebbene siano trascorsi anni da quando il gruppo terroristico Mujahedin-e-Khalq (MEK) ha lasciato l’Iraq per trasferirsi in Albania, documenti recentemente trapelati rivelano che questo gruppo non solo non ha abbandonato le sue attività terroristiche, ma sta ora cercando di modificare la propria struttura ideologica e compositiva in Europa, […]

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Israele ha smesso di “Sparare e piangere”

28 Maggio 2026 ore 19:03

  Di Muhannad Ayyash, aljazeera.com   Nelle ultime rivelazioni sulle brutali torture inflitte da Israele ai prigionieri palestinesi, che includono stupri e violenze sessuali, il mondo ha avuto un altro assaggio dell’orrenda realtà della vita palestinese sotto l’infinita occupazione colonialista israeliana. Chiunque abbia un briciolo di elementare decenza umana si sente inorridito, infuriato e sconvolto […]

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Il prezzo dell’obbedienza. La Bielorussia è l’ultima chance europea?

28 Maggio 2026 ore 12:03

  Di Massimiliano Bonavoglia   Costi e ricavi: chi incrementa guadagni netti e chi perde in UE?  Come appare il sogno europeo, se viene applicato ai conteggi economici? L’Unione europea ha una cassa, comune da cui si ricava il bilancio: ogni Paese versa capitali che l’UE spende sui territori (strade, agricoltura, ricerca, fondi di coesione, […]

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Intelligenza artificiale senza freni? Così funziona nel mondo

28 Maggio 2026 ore 08:03

    Di Glauco Benigni   A seguito della presentazione dell’Enciclica sull’IA, da parte del Vaticano, si sono accesi i riflettori sullo stato dell’arte delle diverse normative nei maggiori Paesi . Vediamo fino a che punto gli Umani hanno finora “limitato” le infinite potenzialità di Sua Maestà l’Algoritmo. Il panorama della regolamentazione globale sull’Intelligenza Artificiale […]

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Fertilizzanti alle stelle: agricoltori assediano l’Europa temendo il collasso

28 Maggio 2026 ore 07:03

Invece di invocare la sovranità alimentare italiana, ossia NAZIONALE, si invoca soltanto quella “europea”, come se essa fosse stata da sempre un obiettivo dei nostri decisori eurocrati Ue, e non il contrario. Significativo comunque il contributo che segue, perchè il tema è davvero importante e urgente.     circulareconomyletstalk.it Prezzi dei fertilizzanti fuori controllo: protesta […]

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Proiezione del film “C’è ancora domani” di Paola Cortellesi, presso il Cinema Teatro 4 Mori

27 Maggio 2026 ore 09:20

Proiezione del film "C'è ancora domani" di Paola Cortellesi, presso Cinema Teatro 4 Mori

In occasione dell’80º anniversario della Repubblica italiana e del voto alle donne, ISTORECO, insieme ad ANPI, ANPPIA, ANED e al Cinema Teatro 4 Mori, invita la cittadinanza alla proiezione del film C’è ancora domani di Paola Cortellesi, che si terrà lunedì 1 giugno 2026 alle ore 21 presso il Cinema Teatro

4 Mori di Livorno con ingresso gratuito.

 

C’è ancora domani racconta, con forza e sensibilità, la condizione femminile nell’Italia del dopoguerra con una narrazione incentrata su una figura del popolo vessata in famiglia dall’atteggiamento arrogante e violento del marito e del suocero, due esemplari del peggiore, ed ancora attuale, patriarcato. Il marito non desidera che la moglie vada a votare e la protagonista si organizza per esercitare questo nuovo diritto. Prima tappa di un lungo cammino verso il riconoscimento dei diritti, da quello del voto, a quello della parità salariale per eguale lavoro, a quello dell’aborto, così come il diritto di ricoprire qualsiasi ruolo nell’ amministrazione dello Stato.

Riproporlo significa sollecitare una riflessione su quanto quella conquista abbia trasformato il Paese e su quanto ancora sia necessario impegnarsi per una piena ed egualitaria cittadinanza democratica.

La serata sarà introdotta dai saluti delle autorità e dal Presidente di ISTORECO, Claudio Massimo Seriacopi. Seguiranno un intervento di Catia Sonetti, Direttrice di ISTORECO, e della Prof.ssa Chiara Tognolotti, storica del cinema (Università di Pisa).

Piscine a Milano: aperture e guida completa per sfuggire al caldo

26 Maggio 2026 ore 17:25

Milano sta vivendo uno dei finali di maggio più caldi degli ultimi anni e la corsa alle piscine è già iniziata. Con temperature oltre i 30 gradi e afa in aumento, molti impianti cittadini hanno anticipato la stagione estiva, mentre altri stanno ultimando lavori e riaperture in vista di giugno.

Tra piscine comunali, centri balneari storici e villaggi acquatici nell’hinterland, ecco la guida aggiornata alle piscine aperte a Milano nell’estate 2026, con orari, situazione delle riaperture e link utili.

Le piscine già aperte a Milano

Piscina Cozzi

La storica piscina liberty di Porta Venezia è già pienamente operativa ed è una delle più frequentate di queste settimane. Centrale, facilmente raggiungibile e perfetta per chi vuole nuotare prima o dopo il lavoro.

Orari attuali

  • Lunedì: 06:30 – 16:00
  • Martedì: 06:30 – 15:30
  • Mercoledì: 06:30 – 16:00
  • Giovedì: 06:30 – 15:30
  • Venerdì: 06:30 – 16:15
  • Sabato: 07:00 – 09:30 / 12:00 – 15:00
  • Domenica: 10:00 – 14:00

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Piscina Cardellino 

Resta una delle piscine comunali più utilizzate nella zona ovest della città, soprattutto da famiglie e sportivi.

Orari attuali

  • Lunedì: 10:00 – 16:30 / 20:30 – 21:30
  • Martedì: 09:30 – 16:30 / 20:00 – 21:30
  • Mercoledì: 10:00 – 16:30 / 20:00 – 22:00
  • Giovedì: 10:00 – 16:30
  • Venerdì: 09:30 – 16:30 / 19:30 – 21:00

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Piscina Sant’Abbondio

Nel sud di Milano è una delle piscine più frequentate per il nuoto libero estivo.

Orari attuali

  • Lunedì: 09:30 – 15:30
  • Martedì: 10:00 – 17:00 / 19:30 – 21:30
  • Mercoledì: 10:00 – 17:00 / 20:00 – 22:00
  • Giovedì: 09:30 – 17:00 / 19:45 – 22:30
  • Venerdì: 10:00 – 16:30
  • Sabato: 13:00 – 16:00

Piscina Solari

Molto amata da chi vive tra Navigli e zona Tortona, è una delle strutture con gli orari più estesi.

Orari attuali

  • Lunedì: 06:30 – 15:30
  • Martedì: 06:30 – 15:30 / 20:15 – 22:15
  • Mercoledì: 06:30 – 16:30 / 20:45 – 22:45
  • Giovedì: 06:30 – 15:30
  • Venerdì: 06:30 – 15:30 / 19:15 – 21:15
  • Sabato: 07:00 – 09:00 / 13:00 – 18:00
  • Domenica: 10:00 – 16:00

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Piscine Jacarandà – Milano

Alternativa più tranquilla rispetto ai grandi centri balneari, sempre più popolare per chi cerca relax e meno folla.

Orari attuali

  • Lunedì – Venerdì: 08:00 – 20:30
  • Sabato: 09:00 – 17:00
  • Domenica: 09:00 – 13:00

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I grandi centri estivi già pronti

Idropark Punta dell’Est Village

A Segrate resta il grande classico dell’estate milanese: piscine all’aperto, scivoli, aree verdi e giornata intera stile parco acquatico.

Orari

  • Lunedì – Venerdì: 11:00 – 19:30
  • Sabato e Domenica: 10:00 – 19:30

Le piscine che apriranno nelle prossime settimane

The Village Summer Pool

The Village Summer Pool a Sesto San Giovanni non è solo una piscina è una location unica, un resort in città dove trascorrere ore in completo relax da solo o con la tua famiglia dimenticandosi la frenesia della città, dove tutto è semplice e a portata di mano.

Bagni Misteriosi 

La struttura del Teatro Franco Parenti sta completando i preparativi per la stagione estiva 2026. L’apertura completa è prevista tra fine maggio e inizio giugno.

Centro Balneare Romano 

Al momento risulta temporaneamente chiuso, ma dovrebbe riaprire durante il mese di giugno dopo gli interventi tecnici.

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Centro Balneare Argelati 

Uno degli impianti storici dei Navigli, attualmente in fase di riapertura progressiva per la stagione estiva.

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Dove conviene andare davvero?

Per chi cerca:

  • nuoto sportivo → Cozzi, Solari, Sant’Abbondio
  • giornata relax → Idropark, Jacarandà
  • aperitivo e atmosfera estiva → Bagni Misteriosi
  • meno folla → De Marchi e Iseo

E con il caldo africano che potrebbe continuare anche nelle prossime settimane, le piscine milanesi rischiano di diventare uno dei luoghi più affollati dell’estate 2026.

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SPRITZ SOCIAL FEST IDROSCALO – INGRESSO GRATUITO

25 Maggio 2026 ore 11:09

Spritz Social Fest Idroscalo

30-31 Maggio | 1-2 Giugno • Ingresso Gratuito

Dal 30 maggio al 2 giugno arriva all’Idroscalo di Milano lo Spritz Social Fest,
quattro giorni di festa a ingresso gratuito tra musica, food truck, DJ set,
mercatini, eventi speciali e naturalmente tantissimi Spritz e cocktail.

Un grande villaggio open air dedicato all’aperitivo e alla socialità,
perfetto per vivere il ponte del 2 giugno tra tramonti, musica e divertimento.

Cosa troverai al festival

  • 🍹 Spritz classici e special edition
  • 🍸 Cocktail & drinkeria varia
  • 🍔 Food truck e street food
  • 🎧 DJ set e musica live
  • 🛍 Market ed eventi speciali

PROGRAMMA EVENTI

Sempre ingresso gratuito!

🎉 Sabato 30 Maggio 2026

Orario: 18:00 – 03:00

WE LOVE THE 90s FESTIVAL

La festa anni ’90 open air accende l’Idroscalo! Un viaggio musicale tra dance, pop, hit leggendarie e atmosfere iconiche degli anni ’90.

Preparati a cantare, ballare e rivivere le emozioni di un decennio indimenticabile sotto le stelle dell’Idroscalo.

🛍 Domenica 31 Maggio 2026

Orario: 10:00 – 23:00

Remira Market – Mercatini Vintage

Abbigliamento vintage, accessori, oggetti creativi, artigianato e lifestyle market. Tutto accompagnato da musica, street food e drink per tutta la giornata.

🎈 Lunedì 1 Giugno 2026

Orario: 18:00 – 03:00

CARTOON PARTY

Il festival dei cartoni animati arriva all’Idroscalo! Preparati a tornare bambino per una serata unica dedicata al mondo dei cartoon, delle sigle più iconiche e dei personaggi che hanno fatto crescere intere generazioni.

Il Cartoon Party trasformerà l’Idroscalo in un universo colorato e super divertente, tra musica, spettacoli, mascotte, animazione e persone mascherate ispirate ai cartoni animati più amati di sempre.

  • 🎤 Sigle cartoon e hit anni ’90/2000
  • 🎭 Mascotte e personaggi iconici
  • 🦸 Cosplay e pubblico mascherato
  • 🎧 DJ set a tema cartoon

Da Dragon Ball a Pokémon, dai cartoni Disney agli anime più famosi, il Cartoon Party sarà una vera festa per chi è cresciuto con le sigle che ancora oggi tutti sanno cantare.

🚗 Martedì 2 Giugno 2026

Orario: 10:00 – 23:00

Raduno Auto

Esposizione di auto sportive, tuning per tutti i gusti e special car in una giornata dedicata ai motori. Musica e street food sempre presenti!

📍 Info Evento

Location: Idroscalo Milano – Ingresso Tribune – Mood Live Milano

Sabato 30 e Lunedì 1: 18:00 – 03:00
Domenica 31 e Martedì 2: 10:00 – 23:00

🎟 Ingresso Gratuito

Perché non perderlo?

Se stai cercando cosa fare a Milano nel ponte del 2 giugno, un festival gratuito all’aperto, una serata con DJ set, street food, Spritz e aperitivo, lo Spritz Social Fest all’Idroscalo è l’evento perfetto.

Salva le date: 30 e 31 maggio, 1 e 2 giugno.

Ci vediamo all’Idroscalo!

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Presentazione del volume “Storia della Repubblica. L’Italia dalla liberazione ad oggi” di Guido Crainz

25 Maggio 2026 ore 09:20

Presentazione del volume "Storia della Repubblica. L'Italia dalla liberazione ad oggi" di Guido Crainz

Mercoledì 26 maggio 2026, ore 17.00, Edificio dell’Orologio – Piazza L. Orlando, Livorno
Presentazione del volume Storia della Repubblica. L’Italia dalla Liberazione ad oggi (1945–2026) di Guido Crainz (Donzelli, 2026).

Ottant’anni di storia repubblicana sono il risultato di un percorso intenso, intriso di speranze e delusioni, di traumi e mutamenti inavvertiti. Quanto siamo cambiati? E quanta parte di questa storia è ancora viva nella nostra memoria collettiva? Con questo volume Crainz ripercorre l’Italia dalla Ricostruzione fino ai giorni nostri, con uno sguardo capace di intrecciare politica, società e cultura di massa, e con un capitolo finale dedicato agli ultimi dieci anni e alle trasformazioni in corso nella fisionomia culturale e istituzionale del paese.

Con l’autore dialogheranno Rocco Garufo (Assessore del Comune di Livorno) e Catia Sonetti (Direttrice ISTORECO Livorno). Introduce e coordina Claudia Pavoletti, giurista e operatrice culturale.
L’ingresso è libero e gratuito.

Concerti gratuiti alla Villa Reale: la musica classica anima il centro di Milano

15 Maggio 2026 ore 11:06

Nel fine settimana torna Piano City Milano,
l’evento che trasforma Milano in un enorme palcoscenico diffuso a cielo aperto.

Dal 15 al 17 maggio, il festival proporrà più di 250 concerti gratuiti in oltre 140 luoghi sparsi per tutta la città.
Tra gli eventi più attesi ci sono quelli ospitati nei giardini della Villa Reale di Milano,
sede della Galleria d’Arte Moderna di Milano e simbolo storico della manifestazione.

Per tre giornate, questo spazio accoglierà esibizioni all’aperto dedicate al pianoforte, con un programma che unisce repertorio classico e sonorità contemporanee.


Ad aprire il festival, nella serata di venerdì, sarà Sofiane Pamart, protagonista del concerto inaugurale sul Main Stage della GAM.
Durante il weekend saliranno sul palco anche numerosi artisti italiani e internazionali, dando vita a un percorso musicale pensato per coinvolgere un pubblico di tutte le età.
L’accesso ai concerti sarà gratuito, anche se alcuni appuntamenti richiederanno la prenotazione online.

È proprio questa formula accessibile che continua a rendere Piano City uno degli eventi culturali più apprezzati sia dai milanesi sia dai turisti.
Anche sul web, infatti, viene spesso segnalato tra gli appuntamenti imperdibili della primavera milanese.


Tra musica dal vivo, arte e scenari iconici, Piano City Milano si conferma ancora una volta un’occasione speciale per scoprire e vivere Milano da una prospettiva diversa.

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Arriva a Milano SOMO – Fiera dedicata interamente al Modernariato

13 Maggio 2026 ore 10:36

SOMO

Solo Modernariato

23 – 24 maggio 2026

Superstudio Più, Milano

Gli spazi del Superstudio Più ospitano l’unica fiera in Italia dedicata esclusivamente al modernariato,
per un viaggio tra estetica, storia e sostenibilità.

Dopo il successo delle precedenti edizioni, SOMO (Solo Modernariato) compie il grande salto e arriva a Milano. L’appuntamento è per il fine settimana del 23 e il 24 maggio 2026 in Via Tortona 27, cuore pulsante della Milano Design Week, all’interno degli spazi del Superstudio Più.

L’approdo a Milano segna la maturità di SOMO. La scelta della sede non è casuale, portare il modernariato puro in Via Tortona significa infatti rimettere la storia del design al centro del dibattito contemporaneo.

SOMO non è una semplice mostra – mercato, ma è un percorso immersivo nella storia dello stile che evidenzia il meglio di un’epoca che ha ridefinito l’estetica globale.

Tutti i tesori del XX secolo saranno messi in vendita da oltre 70 espositori d’eccellenza provenienti da tutta la penisola, come Curiosità d’altri Tempi, Otomana, Sessantotto, Artime, Officina 84, Stov, Creazioni D’interni per citarne alcuni, che offriranno al pubblico una panoramica unica sulla produzione che va dal secondo dopoguerra agli eclettici anni Ottanta.

In un mondo dominato dal consumo rapido e “usa e getta”, SOMO propone un’inversione di rotta: l’acquisto consapevole. Il modernariato, infatti, è l’antitesi dello spreco: comprare design del XX secolo significa scegliere oggetti dal valore culturale crescente, capaci di unire estetica, utilità e creatività. È l’incontro perfetto tra il fascino del passato e il gusto attuale, dove l’identità dell’oggetto diventa protagonista dell’arredamento.

Ogni pezzo che sarà possibile trovare a SOMO è infatti un frammento di storia pronto a iniziare una nuova vita. Oggetti nati da una fattura artigianale d’altri tempi, progettati per durare, spesso ritenuti significativi in quanto testimonianza dell’evoluzione del design e per questo ancora oggi riscontrano particolare interesse sul mercato dell’arredamento e dell’oggettistica.

Dalla poltrona d’autore, protagonista delle pellicole che hanno fatto la storia del cinema, ai complementi d’arredo capaci di trasformare radicalmente l’identità di un ambiente domestico, ogni oggetto è scelto per la sua capacità di raccontare una storia.

Gli espositori presenti offriranno una vasta gamma di pezzi iconici nati dalla visione dei grandi maestri del design mondiale. Tra le proposte spiccano l’illuminazione d’avanguardia di Artemide, le sedute intramontabili di Luigi Caccia Dominioni, il rigore architettonico degli arredi di Franco Albini e pezzi che nascono dalle visioni rivoluzionarie di Joe Colombo, Le Corbusier e Charles & Ray Eames.

Un tributo non solo ai designer, ma anche ai brand italiani che hanno trasformato idee visionarie in simboli globali, riscrivendo la storia della qualità manifatturiera.

Che si tratti di illuminazione, mobili o piccoli complementi d’arredo, SOMO si propone come il nuovo punto di riferimento per chi cerca l’autenticità in un mercato sempre più standardizzato.

L’alto profilo curatoriale, inoltre, si fonde con una proposta accessibile, capace di emozionare tanto il collezionista esperto quanto il giovane appassionato alla ricerca del suo primo “pezzo vero”.

La storia di SOMO

SOMO prende vita nel 2024 vicino a Bergamo, presso lo Spazio Fase (uno dei simboli più affascinanti di archeologia industriale del territorio), partendo da una profonda riflessione sul panorama del collezionismo attuale: per troppo tempo il modernariato è rimasto confinato in angoli di mercatini generalisti o fiere eterogenee e mai valorizzato come unicità. Il progetto nasce per colmare questo vuoto.

SOMO non è una semplice fiera, ma un’operazione culturale volta a valorizzare ogni singolo pezzo come opera d’arte, creando un’esperienza espositiva senza precedenti che mette in risalto l’identità stilistica e la storia di ogni arredo.

Per informazioni

SOMO – Solo Modernariato

23-24 maggio 2026

Superstudio più

Via Tortona, 27 – 20144, Milano

www.solomodernariato.com

fierasomo@gmail.com

Tel. 3518568819

Instagram @somo_designmarketitaly

Facebook https://www.facebook.com/somodesignmarket    

Ingresso
8,50 euro
Link per acquistare i biglietti
https://qromo.it/q/?t=kvwymc4g


Orari
Sabato: 10 – 19
Domenica: 10 – 18

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Falso repository OpenAI su Hugging Face distribuisce malware

11 Maggio 2026 ore 15:00

La corsa all’AI sta creando nuove superfici di attacco e i cybercriminali stanno iniziando a sfruttarle con tecniche sempre più sofisticate. L’ultimo caso arriva dal mondo dei modelli open source e delle piattaforme collaborative dedicate all’intelligenza artificiale: un repository malevolo pubblicato su Hugging Face è riuscito a spacciarsi per un progetto ufficiale di OpenAI, raggiungendo […]

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Bob Sinclar arriva a Milano !

11 Maggio 2026 ore 09:25

Il ritmo della house internazionale torna protagonista a Milano con Bob Sinclar,
icona mondiale della musica elettronica, pronto a infiammare la città con un evento esclusivo.

Il celebre DJ sarà ospite il Giovedi 28 maggio 2026 al JustMe Milano,
tra le location simbolo della nightlife milanese.


La serata si preannuncia carica di energia e musica, con un DJ set studiato per far ballare il pubblico fino a notte fonda.

Grazie a successi internazionali come Love Generation, World, Hold On e Rock This Party, Bob Sinclar continua da anni a rappresentare un punto fermo della scena dance mondiale, conquistando pubblici di ogni età con il suo stile unico e inconfondibile.


L’evento milanese è già considerato tra gli appuntamenti più attesi della stagione clubbing 2026.
La presenza dell’artista francese richiamerà infatti nel cuore della città appassionati della dance music, fan e amanti della nightlife desiderosi di vivere un’esperienza dal sapore internazionale.


Tra sonorità coinvolgenti, atmosfera esclusiva e una delle venue più celebri di Milano,
la notte firmata Bob Sinclar promette di trasformarsi in uno degli eventi simbolo della primavera milanese.


Un appuntamento dedicato a chi ama lasciarsi trasportare da musica, stile ed emozioni fino all’alba.

PROMO TICKET ONLINE :
https://xceed.me/en/milano/event/bob-sinclar-25/220672/channel/maxhaloa

Credits Photo Web Bob Sinclar e Justme.milano

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Ecco il GitHub per fare di Claude un operatore OSINT avanzato

8 Maggio 2026 ore 12:03

L’intelligenza artificiale sta, ovviamente e progressivamente, cambiando anche il modo in cui vengono condotte attività di reconnaissance, threat intelligence e analisi offensiva. Accanto ai tradizionali strumenti OSINT, stanno emergendo nuovi progetti che vanno oltre la pura automazione e puntano sulla capacità di guidare i Large Language Model attraverso metodologie operative strutturate. Uno degli esempi più […]

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Roberto Bolle and Friends a Milano

7 Maggio 2026 ore 11:13

L’eleganza della danza torna a incantare il pubblico nel 2026 con Roberto Bolle and Friends,
il celebre gala internazionale che ogni anno riunisce sul palco alcune delle stelle più importanti del balletto mondiale.

Ancora una volta protagonista sarà Roberto Bolle,
tra i danzatori italiani più conosciuti e stimati nel panorama internazionale.


La tournée prenderà il via da Milano, dove lo spettacolo
sarà in programma dal 21 al 24 maggio 2026 presso il Teatro Arcimboldi.

In seguito, la produzione farà tappa anche in altre città italiane, confermando il grande successo di uno degli eventi più attesi dagli appassionati di danza.


Come da consuetudine, Roberto Bolle and Friends porterà in scena un mix di tecnica,
raffinatezza ed emozione attraverso uno spettacolo esclusivo.
Sul palco si esibiranno étoile e primi ballerini provenienti dai teatri più prestigiosi del mondo.
Il pubblico potrà inoltre ammirare coreografie classiche e contemporanee, create per esaltare tutta la potenza espressiva dell’arte della danza.


Dopo i grandi risultati ottenuti nelle edizioni precedenti, anche il 2026 si prospetta come un anno significativo per questo format. Roberto Bolle si conferma infatti una figura di riferimento a livello internazionale, grazie a una carriera che lo ha visto protagonista tra il Teatro alla Scala e l’American Ballet Theatre.


Anche nel 2026, Roberto Bolle and Friends si conferma quindi un appuntamento capace di avvicinare il grande pubblico al mondo della danza. Un’opportunità unica per assistere a uno spettacolo di altissimo profilo nel cuore di Milano.

TICKETS :
https://www.ticketone.it/artist/roberto-bolle/roberto-bolle-and-friends-3623474/

Credits Photo Pagina Facebook di Roberto Bolle

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Il Party WeLoveThe90s è dedicato alle Celeb !

7 Maggio 2026 ore 10:52

Un appuntamento fisso mensile dedicato agli Anni ’90.
Milano si prepara a vivere una serata CELEB carica di nostalgia e ritmo dance.


Sabato 16 Maggio 2026 Info Milano propone uno degli eventi più attesi della stagione:
We Love The 90s – Celeb 90s Party”,
una festa completamente dedicata alla musica che ha segnato un’intera generazione.

L’evento si svolgerà al Farinami Garden, in via Nino Bixio 1 a Sesto San Giovanni,
nella zona Bicocca / Fulvio Testi, con apertura delle porte alle ore 22:30.
Un orario tutt’altro che casuale: fin da subito il locale entrerà nel pieno dell’atmosfera,
con pista attiva e energia alta già dai primi momenti.

QUANTO ERANO BELLI/E I NOSTRI IDOLI ?
Un’epoca in cui ogni poster in camera raccontava un sogno
Ogni Videoclip era un’icona e ogni celebrità sembrava irrangiungibile !

Arriva CELEB 90S,
il Party dedicato agli idoli che hanno segnato un’intera generazione.

Gli anni ’90 sono stati un decennio irripetibile,
fatto di personalità magnetiche, look indimenticabili
e hit che ancora oggi fanno cantare tutti a squarciagola.

Dai palchi alle copertine, dalle VHS ai primi CD,
i nostri “celeb” erano pura ispirazione:
belli, dannati, iconici.

Erano il sogno di milioni di ragazzi, simboli di libertà, ribellione e stile.

CELEB 90s riporta in vita quell’energia unica:
una notte dove rivivere le emozioni di quegli anni,
ballando sotto le luci di un’epoca che ha definito il concetto stesso di pop culture.

Dress code ispirato ai miti del tempo,
hit intramontabili e atmosfere che faranno vibrare ogni ricordo.

Il format We Love The 90s, da anni punto di riferimento per gli appassionati della dance anni Novanta,
offre un’esperienza totalmente immersiva:
un vero viaggio nel tempo tra hit iconiche, animazione a tema, scenografie dedicate,
allestimenti curati nei dettagli e gadget pensati per rendere la serata ancora più coinvolgente.

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INGRESSO OMAGGIO SU ACCREDITO

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SCARICA QUI IL TUO INGRESSO OMAGGIO ALLA FESTA :
https://www.infomilano.news/eventi/wl90celebparty/

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La festa, che torna una volta al mese ed è tra le più seguite dal pubblico,
è pensata per chi non resiste alla voglia di cantare e ballare
sulle note che hanno fatto la storia delle discoteche.

Protagonisti della serata saranno il Resident DJ Madras,
il DJ set e concerto musicale dalle 22:30 alle 2:00,
l’animazione delle WL90s Girls

L’ingresso è gratuito su accredito, valido dalle 22:30 alle 00:30.
Partecipare è semplice: dopo aver compilato il form di accredito,
è obbligatorio inviare un messaggio WhatsApp al +39 339 8868889 indicando:

Sabato 16 Maggio 2026 +

Farinami Garden +

We Love The 90s +

Nome e cognome +

Numero dei partecipanti +

Orario di arrivo +

Recapito telefonico

Un appuntamento dedicato ai veri appassionati della dance anni ’90,
dove la musica diventa protagonista assoluta…
…carichi di energia, ricordi e tanta voglia di divertirsi.

Info e prenotazioni: 339 8868889
Email: info@welovethe90s.it

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Presentazione del volume: “Li tiranni di quella fazione. La fine della rivoluzione e la rifondazione dell’ordine nella Livorno del 1849” di Giacomo Zanasi

6 Maggio 2026 ore 09:57

Presentazione del volume: "Li tiranni di quella fazione. La fine della rivoluzione e la rifondazione dell'ordine nella Livorno del 1849" di Giacomo Zanasi

Martedì 12 maggio 2026, ore 17.00

Edificio dell’Orologio, Piazza Luigi Orlando – Livorno- Nuova sede di ISTORECO

Livorno, maggio 1849. Le truppe austro-estensi entrano in città dopo due giorni di assedio, mettendo fine a una resistenza tenace e simbolica. Per i vincitori, comincia allora la parte più difficile: ricostruire un ordine politico che la rivoluzione ha frantumato nel profondo.

È questo il territorio inesplorato al cuore del libro di Giacomo Zanasi, un lavoro documentato e originale che sceglie di andare controcorrente: anziché raccontare la rivoluzione, ne segue il soffocamento. Anziché dare voce ai rivoltosi sulle barricate, assume il punto di vista di chi doveva riportare l’ordine – funzionari, autorità, occupanti – e si trova a fare i conti con una città che non dimentica e non perdona.

Tra processi politici, arresti di massa, esuli in fuga verso la Corsica e una prima amnistia a novembre, «Li tiranni di quella fazione» ricostruisce come Livorno – la città più radicale del Granducato, la più politicizzata, la più refrattaria allo status quo – sia diventata un laboratorio della seconda Restaurazione. E come il lungo Quarantotto abbia lasciato un segno indelebile nella vita di una comunità intera, dividendola lungo linee di frattura che non si sarebbero più del tutto richiuse.

Interverranno:

Catia Sonetti, Direttrice ISTORECO Livorno (introduce e coordina)

Marco Manfredi, Università di Pisa

Giacomo Zanasi, Università di Salerno

La pubblicazione è stata realizzata grazie al contributo della Direzione Generale Educazione, Ricerca e Istituti Culturali del Ministero della Cultura.

Presentazione del volume “1944: L’anno prima della fine della guerra” a cura di Gianluca Fulvetti, Francesco Fusi, Isabella Insolvibile, Matteo Pretelli

6 Maggio 2026 ore 09:39

Presentazione del volume "1944: L'anno prima della fine della guerra" a cura di Gianluca Fulvetti, Francesco Fusi, Isabella Insolvibile, Matteo Pretelli

Lunedì 11 maggio 2026, ore 17.00 Edificio dell’Orologio – Piazza Luigi Orlando, Livorno- Nuova sede di ISTORECO

Roma fu liberata il 4 giugno. Lo sbarco in Normandia due giorni dopo. L’estate del 1944 sembrava annunciare la fine imminente della guerra. Poi, invece, arrivarono i mesi di stallo.

L’offensiva alleata si arenò ai piedi della Linea Gotica. I partigiani dovettero abbandonare le montagne. Il proclama Alexander ordinò, di fatto, la sospensione della lotta armata. Per chi combatteva, per chi si nascondeva, per chi sperava soltanto di sopravvivere, il 1944 fu un anno che sembrò non finire mai.

Eppure questo anno cruciale è rimasto a lungo in ombra nella nostra memoria collettiva, schiacciato tra il trauma dell’armistizio del 1943 e i fuochi della Liberazione del 1945. Il libro 1944: L’anno prima della fine della guerra lo riporta al centro della scena, con gli occhi e le voci di una nuova generazione di storici.

Sedici saggi che riassumono tre prospettive: gli Alleati, con la loro babele di lingue, culture e pratiche; gli occupanti e i resistenti, con le loro paure e le speranze di un mondo in bilico; la transizione verso il dopoguerra, con le memorie e i tentativi – spesso falliti — di fare i conti con il passato.

Un libro che non si accontenta di raccontare battaglie e date, ma tenta di restituire i timori e le emozioni sul futuro, dell’Italia e di chi quella guerra la stava vivendo sulla propria pelle.

Ne discuteranno con due dei curatori Gianluca Fulvetti (Università di Pisa) e Francesco Fusi (ISRT), Federico Creatini (Università della Calabria) e Nicoletta Arena (Università di Firenze). Coordina Giovanni Brunetti (ISTORECO).

Presentazione del volume “La Resistenza non ha congedo” di Michelangelo Borri

29 Aprile 2026 ore 09:53

Presentazione del volume "La Resistenza non ha congedo" di Michelangelo Borri

In occasione dell’anniversario della Giorno della memoria dedicato alle vittime del terrorismo presentiamo un libro che ricostruisce, per la prima volta in modo sistematico, la storia delle Commissioni d’inchiesta istituite tra il 1973 e il 1975 dalle regione per far luce sul fenomeno neofascista e sulla violenza politica degli anni della strategia della tensione. Un’iniziativa senza precedenti nella storia della Repubblica in quanto si trattava di un laboratorio democratico in cui istituzioni, sindacati, università e società civile si unirono per censire e contrastare l’eversione nera, proprio nel momento in cui il paese era attraversato dalle stragi – da piazza Fontana a piazza della Loggia – e da una conflittualità diffusa e lacerante.

Attraverso fonti archivistiche inedite, l’autore ricostruisce il ruolo cruciale che le Regioni – istituzioni nate solo nel 1970 – seppero svolgere nel rafforzamento della democrazia repubblicana, trasformando le commemorazioni per il trentennale della Liberazione in un atto politico di antifascismo militante e propositivo.

 

Introduzione di Catia Sonetti (Direttrice ISTORECO). Dialogheranno con l’autore Federico Creatini (Università della Calabria) e Giovanni Brunetti (ISTORECO).

Urban Trekking. Il Novecento di Livorno tra strade e canali

24 Aprile 2026 ore 09:08

Urban Trekking. Il Novecento di Livorno tra strade e canali

 IL NOVECENTO DI LIVORNO TRA STRADE E CANALI

Tracce di memoria. Simboli di una città del Novecento
Un percorso alla scoperta della storia di Livorno attraverso i luoghi che ne hanno segnato le vicende nel Novecento: dalle lotte politiche del passato alle ricostruzioni del secondo dopoguerra.
 Data: sabato 16 maggio 2026
 Orario: 15.00 – 19.00
PROGRAMMA
• ore 15.00 – Ritrovo in Piazza della Vittoria / Monumento ai Caduti. Prime tappe del trekking a piedi.
• ore 17.00 – Giro dei Fossi di Livorno in battello: alla scoperta dei luoghi della memoria dell’antifascismo e della guerra. Imbarco Fortezza Nuova.
• ore 18.00 – Aperitivo presso Ristorante “Il Covo”, Scali delle Pietre 8.
La partecipazione al trekking con aperitivo è GRATUITA
Posti disponibili: massimo 30 partecipanti
Per iscrizioni entro il 12 maggio scrivere a:

 

Presentazione del volume “O miei compagni” di Mario Lenzi

17 Aprile 2026 ore 10:03

Presentazione del volume "O miei compagni" di Mario Lenzi

A pochi giorni dal 25 Aprile, ISTORECO apre alla città la propria nuova sede con un appuntamento dedicato alla memoria e alla trasmissione dei valori della Resistenza. Sarà presentata la nuova edizione delle memorie di Mario Lenzi (1927–2011), figura di primo piano del giornalismo e dell’editoria italiana del secondo Novecento, che a soli diciassette anni scelse di combattere nella III Brigata “Garibaldi”. Un ragazzo come tanti, ancora studente liceale, che si trovò a fare i conti con la guerra, la prigionia e il coraggio di ricominciare. Catturato dai tedeschi, riuscì a fuggire e a rientrare nella sua formazione partigiana, entrando a Livorno nel luglio del 1944 al fianco degli Alleati per la liberazione della città.

La prima edizione di questo testo, promossa dal Comune di Livorno e da ISTORECO nel 2014 in occasione del 70° Anniversario della Liberazione, incontrò un successo inatteso soprattutto tra i lettori più giovani. È proprio questo responso a suggerire oggi una nuova edizione, realizzata con il contributo del Museo della Deportazione e Resistenza di Prato e Regione Toscana, e pensata in particolare per gli studenti: perché la memoria del fascismo, della guerra e della Resistenza non si esaurisca in una data, ma continui a vivere come testimonianza di libertà e di impegno civile. 

All’incontro interverranno: Catia Sonetti (Direttrice di ISTORECO), Mario Tredici (storico e giornalista) e Enrico Iozzelli (Museo della Deportazione di Prato).

L’antifascismo italiano alla prova della Spagna. Volontari, internazionalismo e memoria

10 Aprile 2026 ore 10:44

L'antifascismo italiano alla prova della Spagna. Volontari, internazionalismo e memoria

Mercoledì 15 aprile 2026, ore 17.00

Livorno, Cantina Barontini – Scali del Ponte di Marmo, 1

 

Il 17 luglio 1936, il generale Francisco Franco guidò un colpo di stato militare contro la Repubblica spagnola, dando inizio a una delle guerre civili più devastanti del Novecento. Quell’evento segnò la storia europea preludendo la Seconda guerra mondiale. Si trattò del primo grande scontro armato tra fascismo e antifascismo, il banco di prova delle dittature nazifasciste e dell’antifascismo internazionale.

A novant’anni da quella data vogliamo ricordare i circa 4.000 volontari italiani – in gran parte esuli antifascisti fuggiti dal regime di Mussolini – che scelsero di combattere in Spagna nelle Brigate Internazionali, a fianco della Repubblica. Molti di loro non tornarono. Altri, dopo la sconfitta del 1939, vissero l’internamento nei campi francesi, prima di riprendere la lotta nella Resistenza europea.

L’incontro, organizzato da ISTORECO Livorno con il patrocinio della Regione Toscana, del Comune di Livorno, di AICVAS, ANPPIA e ANPI Provinciale Livorno, propone una riflessione storica approfondita su volontariato antifascista, internazionalismo e trasmissione della sua memoria.

Interverranno:

  • Italo Poma (Presidente AICVAS)
  • Ilaria Cansella (Direttrice ISGREC)
  • Enrico Acciai (Università di Roma Tor Vergata)

 

Coordina Catia Sonetti, Direttrice ISTORECO Livorno

Le molte ferite. Uno sguardo storico sulla violenza di genere

1 Aprile 2026 ore 09:17

Le molte ferite. Uno sguardo storico sulla violenza di genere

Martedì 24 marzo si è tenuto, presso la Sala congressi del Palazzo del Portuale, il convegno “Le molte ferite. Uno sguardo sulla violenza di genere“, realizzato grazie al contributo della DGERIC – Ministero della Cultura. Durante il congresso è stato affrontato il tema della violenza contro le donne con un taglio storico, attraverso l’esplorazione sia dei contesti dove questa si produce e si manifesta, sia delle politiche del diritto adottate per regolarla e contrastarla. Insieme alle studiose ha partecipato all’evento anche un rappresentante di un’associazione del territorio impegnata attivamente nell’aiuto alle donne in difficoltà, per riflettere sulle disuguaglianze attuali e immaginare risposte alla violenza di genere.

Per Gualtieri, papà del Superbonus, la prudenza di Meloni sui conti pubblici è una colpa

27 Marzo 2026 ore 14:23

"Si sono sostanzialmente affidati come unico volano di crescita al dividendo della stabilità politica e della prudenza di bilancio senza fare niente di più". Roberto Gualtieri, sindaco di Roma, cerca di attaccare il governo. Ma finisce per darne valore di merito. In un'intervista a Repubblica, l'ex ministro dell'Economia, dal dibattito della legge elettorale sposta il focus sui conti pubblici. E critica la prudenza dell'esecutivo finendo per dire: "Ha avuto anche risvolti positivi: almeno non hanno compiuto scelte devastanti". Per esempio, citiamo noi, quella di buttare quasi 131 miliardi di euro al vento con il Superbonus, di cui il primo cittadino capitolino, da ministro dell'Economia, è stato co-papà insieme all'allora premier Giuseppe Conte.
 

"Ora però i soldi del Pnnr stanno finendo", continua poi Gualtieri. "Il conto di questo immobilismo lo pagheremo caro". Immobilismo che è derivato dai una margini risicati dei conti pubblici, fortemente assottigliatisi proprio a causa delle scelte dell'allora titolare di Via XX settembre sindaco di Roma. Appunti per le sue prossime dichiarazioni.
 

Meloni punta a scavalcare il Cav. per l'esecutivo più longevo della storia della Repubblica

27 Marzo 2026 ore 12:15

Non ci sono solo motivi di immagine dietro le scelte di Meloni di spingere alle dimissioni il sottosegretario alla Giustizia Delmastro, la capo di gabinetto Bartolozzi e la ministra Santanchè: la presidente del Consiglio vede un obiettivo che ormai non è così tanto lontano: mancano pochi mesi per diventare la premier del governo più longevo della storia della Repubblica, superando in questo modo Silvio Berlusconi. Il 20 ottobre scorso, con 1.094 giorni al comando dell'esecutivo, Meloni aveva superato quello guidato dallo storico segretario del Partito socialista Bettino Craxi (4 agosto 1983-primo agosto 1986). E ora, che è a quota 1.252 giorni, davanti a sé vede solo Berlusconi.

 

Sempre che non ci siano imprevisti. Dopo il referendum sulla giustizia e gli strascichi che ha avuto sul governo, - senza dimenticarsi delle questioni Trump, Ucraina ed economia - l'idea di andare a elezioni anticipate non è più così peregrina e le forze politiche, sia di maggioranza che di opposizione non si vogliono far trovare impreparate e per questo vogliono rendere permanenti i comitati referendari. Soprattutto adesso che, come riconoscono da entrambi gli schieramenti, aumenteranno i sondaggi che parlano di sorpassi e contro sorpassi (ieri una rilevazione di YouTrend per Agi dava per la prima volta davanti il Campo largo, ma tenendo dentro sia Iv che Azione).

 

Se il governo dovesse restare saldo, resta da superare solo Berlusconi. Il Cavaliere infatti detiene le prime due posizioni di questa speciale classifica: il Berlusconi II ha il record assoluto con 1.412 giorni in carica (11 giugno 2001-23 aprile 2005) seguito dal Berlusconi IV con 1.287 giorni (8 maggio 2008-16 novembre 2011). Per scalare la classifica, a Meloni quindi basta poco: 35 giorni per il secondo posto e 160 per il primo. Nei quasi 80 anni della Repubblica tra i governi più longevi della Repubblica ci sono quindi tutti governi di centrodestra. Il primo esecutivo di sinistra in questa classifica è quello guidato da Matteo Renzi (22 febbraio 2014-12 dicembre 2016), al quinto posto con 1.024 giorni.

 

 

Se invece dell'intero governo si guarda al tempo trascorso da un premier a Palazzo Chigi, Meloni è all'ottavo posto sopra Antonio Segni, che è rimasto al governo per 1.088 giorni e Mariano Rumor che è stato presidente del Consiglio per 1.104. In prima posizione c'è Berlusconi che ha guidato quattro governi per un totale di 3.339 giorni. Dopo di lui ci sono Giulio Andreotti che è rimasto a Palazzo Chigi per 2.678 giorni, guidando sette esecutivi, Alcide De Gasperi è stato presidente del Consiglio per 2.458, alla testa di otto governi, il numero più alto tra tutti i premier. Seguono poi i cinque governi di Aldo Moro per un totale di 2.279 giorni e i sei di Amintore Fanfani (1.659 giorni). Infine ci sono Romano Prodi con 1.608 giorni e Bettino Craxi con 1.353.

S’è rotta l’Alleanza atlantica

27 Marzo 2026 ore 05:38

Donald Trump ha scritto sul suo social Truth che “le nazioni della Nato non hanno fatto assolutamente nulla” per aiutare gli Stati Uniti in Iran: non abbiamo bisogno di nulla da parte della Nato, dice il presidente americano, ma “never forget”, non dimenticate – non dimenticheremo – mai questo questo momento. Trump si lamenta dell’Alleanza da molti mesi, dice che gli europei si sono sempre approfittati dell’America e del suo enorme impegno per la sicurezza collettiva senza dare nulla in cambio: il presidente americano ha anche accusato gli alleati di essere dei codardi, ha detto che in Afghanistan – l’unica volta, nella storia della Nato, in cui è stato invocato l’articolo 5 del trattato – gli europei stavano nelle retrovie, cosa smentita dai fatti o più precisamente dal numero dei soldati europei morti in quel conflitto. Per rientrare dell’investimento, Washington ha deciso di vendere le proprie armi agli europei, che poi le inviano all’Ucraina, stravolgendo in modo irreversibile la solidarietà alla base della stessa Nato. Trump sostiene che gli europei non stanno facendo nulla, ma non è vero: bombardieri, droni e navi americane sono stati riforniti di carburante, armati e lanciati da basi nel Regno Unito, in Germania, Portogallo, Italia, Francia e Grecia. I droni d’attacco vengono diretti da Ramstein, in Germania, i bombardieri B-1 caricano munizioni e carburante nella base di Fairford nel Regno Unito, la USS Gerald R. Ford è ormeggiata a Creta. Trump dice anche di non aver bisogno della Nato, ma neppure questo è vero: senza il supporto logistico europeo, l’operatività americana sarebbe ridotta. Manca l’appoggio politico da parte degli europei, fatta eccezione per il segretario della Nato, Mark Rutte, che si è dato il mandato di tenere insieme l’Alleanza, ma l’unica cosa vera è che nessuno lo potrà dimenticare, questo momento: non per vendicarsi, come pensa Trump, ma perché ogni cosa, dentro la Nato, andrà ripensata.

Meloni assume l'interim al ministero del Turismo lasciato da Santanchè

26 Marzo 2026 ore 19:42

"Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha firmato il decreto con il quale, su proposta del presidente del Consiglio dei Ministri, vengono accettate le dimissioni rassegnate dalla senatrice Daniela Garnero Santanché dalla carica di Ministro del turismo e si affida l'interim del dicastero al Presidente del Consiglio dei Ministri, onorevole Giorgia Meloni". Lo si legge in una nota del Quirinale diffusa in serata. La premier, quindi, assumerà le deleghe lasciate vacanti dopo le dimissioni di Santanchè, l'ipotesi sembrata più plausibile già dalla giornata di ieri. 

"Il presidente Meloni rivolge un ringraziamento al Ministro Santanchè, che in questi anni ha lavorato con grande dedizione e ha assicurato il proprio contributo alla ripresa e al rilancio del turismo italiano. Il governo continuerà a lavorare per sostenere e valorizzare un asset strategico dell’economia nazionale, che assicura prosperità, benessere e prestigio internazionale all’Italia", si legge in una nota di Palazzo Chigi. Al ministero della Giustizia, invece, il ruolo lasciato vacante dalla capo di Gabinetto Giusi Bartolozzi andrà ad Antonio Mura. La nomina sarà ufficializzata lunedì prossimo.

I buoni risultati di Ita: 3,2 miliardi di euro di ricavi

26 Marzo 2026 ore 05:23

Ita Airwaysla compagnia nata dalle ceneri della vecchia Alitaliaha chiuso il 2025 con 3,2 miliardi di euro di ricavi (di cui 2,8 dal trasporto passeggeri) e 209 milioni di utile. Si tratta di un risultato incoraggiante per la nuova compagnia, che l’anno scorso è entrata nell’orbita di Lufthansa con l’acquisto del 41 per cento del capitale da parte del vettore tedesco (il restante 59 per cento rimane in pancia al Tesoro). Ma è un risultato impressionante in prospettiva storica: è la prima volta in trent’anni che il bilancio della compagnia di bandiera non finisce in rosso. Ita non ha toni celebrativi e mette le mani avanti di fronte alle difficoltà economiche e geopolitiche (che si sono aggravate nel corso del 2026). Inoltre, l’amministratore delegato, Joerg Eberhart, avverte che “per raggiungere una profittabilità pienamente sostenibile dobbiamo ridurre il peso degli oneri legati ai leasing della flotta”.

Eppure, prudenza a parte, non può sfuggire che Ita oggi opera in condizioni radicalmente diverse da quelle del passato. In primo luogo, nonostante la presenza ancora ingombrante del Mef, dal punto di vista industriale agisce come un’azienda privata, poiché quella di Lufthansa è una partecipazione industriale, non finanziaria. Ma anche in passato Alitalia è stata privata, per esempio all’epoca dei “capitani coraggiosi” o con Etihad. L’altra grande differenza, allora, è la piena integrazione in un grande vettore europeo, che ha saputo valorizzarne i punti forti, emancipandola dalla sua condizione penalizzante di essere troppo piccola per essere grande e troppo grande per essere piccola. Questo risultato rende anche giustizia alla scelta di Giancarlo Giorgetti di accettare l’offerta di Lufthansa, abbandonando la strada tracciata da Draghi che avrebbe portato Alitalia tra le braccia di AirFrance. Il progetto francese, diversamente da quello tedesco, non era di integrazione, bensì di partnership, e assegnava un ruolo più ampio all’azionista pubblico. E’ presto per dire come andrà a finire, ma i primi segnali suggeriscono – e non ci stupisce – che la rotta della privatizzazione era quella giusta.

Il potere di veto dell’Anm

25 Marzo 2026 ore 06:24

Nei commenti post referendari, ci sono due tesi ricorrenti. La prima è che non si può cambiare la Costituzione a colpi di maggioranza, perché gli italiani bocciano questi tentativi nei referendum. Gli ultimi tentativi di revisione costituzionale – fatta eccezione per il taglio del numero dei parlamentari – sono lì a dimostrarlo: nel 2006, nel 2016 e ora nel 2026 gli italiani hanno respinto le riforme approvate a maggioranza. La seconda tesi, che si fa derivare da questa, è che invece la Costituzione può essere cambiata con un accordo ampio tra le forze politiche. Basta seguire il metodo usato nel secondo dopoguerra dall’Assemblea costituente, scrivono ad esempio sulla Stampa Vittorio Barosio e Gian Carlo Caselli: “Le sue diverse componenti hanno sempre lavorato insieme in un clima di collaborazione post-bellica” che ha prodotto un testo comune frutto di lunghe discussioni e giusti compromessi tra i partiti politici. “La nostra Costituzione, frutto di questo lavoro concorde, è durata fino ad oggi”. La ricostruzione di Barosio e Caselli è affascinante ma non vale, quantomeno per la riforma della giustizia. La Bicamerale del 1998, che aveva proprio l’obiettivo di arrivare a un testo condiviso dopo un dibattito politico ri-costituente tra avversari politici, fallì proprio sulla riforma della magistratura e sulla separazione delle carriere. E a far fallire la Bicamerale di D’Alema non fu l’inconciliabilità delle linee dei partiti, che pure avevano trovato un accordo, ma la presa di posizione della magistratura organizzata. L’Anm si mise di traverso. A fine gennaio 1998, nel XXIV Congresso nazionale la presidente dell’Anm Elena Paciotti lesse una relazione dal titolo “Giustizia e riforme costituzionali” che, con il pieno accordo dell’allora Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, fece saltare l’accordo sulla riforma della giustizia, che prevedeva due sezioni del Csm, e l’intera Bicamerale. “Non servono riforme costituzionali”, fu il messaggio dell’Anm. E non se ne fecero neanche allora, neppure se condivise.

L’Indonesia mette “in pausa” le Forze di Pace. È una questione economica

24 Marzo 2026 ore 06:17

   

Il presidente indonesiano Prabowo Subianto è stato tra i primi leader a sostenere l’iniziativa del Board of Peace promossa da Donald Trump, ed è stato finora tra i pochi leader del quadrante asiatico e di un paese a maggioranza musulmana (il più popoloso del mondo) a essere riuscito a costruire un consenso interno su un dossier particolarmente sensibile. L’Indonesia aveva scelto di partecipare  offrendo la disponibilità a contribuire con forze di peacekeeping, ma ieri Prabowo è stato costretto a specificare che il miliardo di dollari da mettere sul tavolo per entrare nel Board of Peace non ci sarà: “Ci viene richiesto un contributo di 1 miliardo di dollari”, ha detto il presidente, “ma io non ho mai detto che fossimo disposti a pagarlo”.

 

La scorsa settimana, dopo una riunione del Consiglio dei ministri, il segretario di stato Prasetyo Hadi aveva annunciato il rinvio “a tempo indeterminato” del dispiegamento del contingente di circa ottomila soldati indonesiani a Gaza, a causa “dell’aggravarsi della situazione di sicurezza nella regione”. Secondo diversi osservatori, la decisione di Prabowo di mettere in pausa il coinvolgimento nel piano di pace di Trump è legato non a un ripensamento, ma alle conseguenze della guerra in Iran. La chiusura dello Stretto di Hormuz ha esposto l’Indonesia a una vulnerabilità strutturale: circa il 25 per cento delle sue importazioni energetiche dipende da quel passaggio. Le riserve nazionali, secondo i dati ufficiali, coprono appena 20-25 giorni di consumo. I prezzi del petrolio che aumentano e l’indebolimento della valuta si traduce in una pressione immediata sull’inflazione e pure sulla (fragile) stabilità sociale indonesiana. Prima di lanciarsi in una vera operazione internazionale di pace, il governo di Prabowo è costretto a parare i colpi di un’economia che rischia di mettere in pericolo la tenuta interna del paese. Perché nessuna architettura di sicurezza internazionale può prescindere dalla capacità degli attori coinvolti di sostenere, nel tempo, i costi della propria partecipazione.

   

Farsi curare solo dalla Cina fa male

24 Marzo 2026 ore 06:00

 

C’è un numero nel rapporto sulla competitività 2026 dell’Istat sul quale è giusto soffermarsi. Nel 2025 gli acquisti italiani di prodotti farmaceutici dalla Cina sono aumentati del 933,7 per cento. In dodici mesi, le importazioni sono passate da 680 milioni di euro a oltre 7,7 miliardi. La spiegazione tecnica è nota: i dazi americani sulla Cina hanno deviato flussi commerciali verso l’Europa e l’Italia ne ha assorbito una quota rilevante. Ma il problema vero è un altro: cosa significa, in termini di sicurezza di sistema dipendere in misura così da un unico paese fornitore per i princìpi attivi che alimentano la produzione farmaceutica? La risposta  è scomoda. La quota della Cina sulle importazioni farmaceutiche italiane è balzata in un anno di 11,6 punti percentuali, raggiungendo il 13,4 per cento del totale. Nello stesso periodo, la quota della Germania si è ridotta di 4,7 punti. Il riequilibrio è avvenuto come effetto collaterale di dinamiche geopolitiche decise altrove, non da una scelta strategica del paese. Il rapporto colloca la farmaceutica tra i settori da monitorare per vulnerabilità strategica. Circa il 60 per cento delle importazioni italiane di prodotti strategici proviene da paesi a rischio politico medio o alto. Paracetamolo, metformina, amoxicillina: molti dei farmaci essenziali dipendono da catene di fornitura che passano per l’Asia. Quando quella catena si inceppa – per una guerra, una crisi geopolitica, per una decisione di Pechino – il problema non è astratto. È il farmaco che manca sullo scaffale, è il paziente cronico che non trova la terapia. La pandemia aveva già mostrato questa fragilità con chiarezza brutale. I lockdown cinesi interruppero forniture in tutto il mondo. Quella lezione avrebbe dovuto tradursi in una strategia di diversificazione. In larga misura, non è accaduto. E il rapporto Istat 2026 certifica che la dipendenza dalla Cina non è diminuita. Ignorare questo campanello d’allarme sarebbe un lusso che il Servizio sanitario nazionale non può permettersi.

"Non tocca alla Biennale inventare o aggiungere sanzioni", dice l'ex presidente della fondazione Baratta

19 Marzo 2026 ore 15:03

"Non credo tocchi alla Biennale inventarsi o aggiungere sanzioni e credo sia bene in ogni caso che le sanzioni siano applicate in un quadro normativo e non con rincorse, e magari fughe, con esiti caotici. E ciò vale tanto per gli scambi di merci quanto nel più delicato ambito delle istituzioni culturali". A dirlo è Paolo Baratta, ex presidente della Biennale di Venezia dal 1998 al 2001 e dal 2008 al 2020, durante l'inaugurazione del padiglione centrale ai giardini, oggi riqualificato. Le dichiarazioni si inseriscono nel dibattito che si è sviluppato dopo la decisione di riaprire il padiglione russo sostenuta dall'attuale presidente Pietrangelo Buttafuoco e criticata dal ministro della Cultura Alessandro Giuli.

Secondo Baratta "qualsiasi cosa accadrà dovrà accadere nel rispetto delle sanzioni così come approvate dalla Ue nei successivi pacchetti, grazie alla forza normativa dei suoi regolamenti". Nel 2022, dopo l'invasione in Ucraina da parte della Russia, la Biennale si era detta contraria a "ogni forma di collaborazione con chi avesse attuato o sostenesse un atto di aggressione di inaudita gravità" e che non avrebbe accettato "la presenza alle proprie manifestazioni di delegazioni ufficiali, istituzioni e personalità a qualunque titolo legate al governo russo".

In ogni caso, l'ex presidente si spiega la "confusione" intorno a questo caso con il "joint-statement dei due commissari della Ue del 10 marzo, seguito dalla lettera dei ministri", definendo l'iniziativa "inconsueta". "Con lo statement - continua -  i due commissari hanno sollevato con veemenza il problema della presenza della Russia ma con altrettanta perentorietà lo hanno subito scaricato sulla Biennale minacciando lei di sanzioni!! Si conferma che abbiamo tutti bisogno di qualche tempo per conoscerci meglio!"

 

A Travaglio serve un rebranding urgente

17 Marzo 2026 ore 05:30

La svolta era nell’aria. Da un po’ di tempo, nelle pagine delle lettere del Fatto quotidiano comparivano dei messaggi che invitavano il giornale a chiedere il finanziamento pubblico. La saggezza dei lettori, che evidentemente avevano dato un occhio ai conti del giornale, alla fine ha prevalso sulla linea del direttore Marco Travaglio che a dicembre respingeva l’idea: “Preferiamo ampliare la nostra comunità di abbonati piuttosto che far pagare il Fatto a chi non lo legge”. In un comunicato la Società editoriale il Fatto (Seif) ha annunciato che, proprio mentre Travaglio scriveva quelle righe, a dicembre scorso, ha fatto domanda per il contributo straordinario dall’editoria per i giornali cartacei (0,10 euro per copia venduta): “Seif è ben consapevole dell’importanza che riveste per il Fatto quotidiano non percepire finanziamenti pubblici”, ma data la crisi del settore in generale e la difficoltà nello specifico di Seif a “garantire la continuità aziendale”, la richiesta è stata fatta. La società precisa, però, che il contributo è stato sì assegnato – anche se non dice quanto (si tratta di 752 mila euro) –  ma l’intenzione “rimane quella di non percepirlo”. Non si capisce bene cosa significhi, ma due cose si capiscono.  

  

Non è vera la  tesi di Travaglio secondo cui percepire il finanziamento pubblico è “schiavitù di stampa” perché costringe i giornali ad “andare sotto Palazzo Chigi con il cappello in mano”. Non è questa la procedura che ha adottato Travaglio, come nessun altro gruppo editoriale. Anzi, nel caso del Fatto il finanziamento pubblico serve a tenere in vita una voce fortemente critica del governo, senza necessità di un cambio di linea editoriale. Questa svolta, però, necessita ora di un cambiamento grafico rilevante. Il Fatto quotidiano ha inciso nella propria testata lo slogan-manifesto “Non riceve alcun finanziamento pubblico”. Serve un rebranding per due ragioni. La prima è di tipo legale: Seif è una società quotata e mantenere il vecchio logo veicolerebbe false informazioni al mercato. La seconda è sostanziale: senza una modifica grafica, il Fatto si ritroverebbe a essere il primo giornale al mondo con la fake news anche nella testata.

Presentazione volume “Voglio uccidere Mussolini. Vita e trame degli attentatori del Duce” di Bruno Manfellotto

10 Marzo 2026 ore 10:45

Presentazione volume "Voglio uccidere Mussolini. Vita e trame degli attentatori del Duce" di Bruno Manfellotto

Nel cuore di un secolo che continua a interrogare la nostra coscienza civile, il nuovo lavoro di Bruno
Manfellotto Voglio uccidere Mussolini. Vita e trame degli attentatori del Duce (Laterza, 2025) ci invita a guardare da vicino una pagina spesso rimossa della storia italiana: quella degli uomini e delle donne che, tra il 1925 e il 1932, tentarono di colpire il capo del fascismo, sfidando un regime che era diventato dittatura.

Attraverso una ricostruzione rigorosa e avvincente, l’autore restituisce voce e complessità a figure molto diverse tra loro – socialisti, anarchici, giovani idealisti, perfino un’aristocratica irlandese – accomunate dal rifiuto del totalitarismo nascente. Le loro storie, insieme ai complotti solo immaginati dall’Ovra e trasformati in strumenti di propaganda, diventano una lente preziosa per comprendere come il fascismo abbia consolidato il proprio potere, alimentando paura, consenso e mobilitazione emotiva.

L’incontro promosso da ISTORECO Livorno, che si svolgerà martedì 17 marzo presso il Palazzo Granducale – Sala Nomellini, vuole essere un’occasione per riflettere non solo sugli attentati e sui loro protagonisti, ma anche sul contesto politico e sociale che rese possibile l’ascesa del regime: un clima di acquiescenza diffusa, di retorica salvifica, di progressiva delegittimazione dell’opposizione. Una dinamica che conserva una sorprendente attualità.

Dopo l’introduzione della direttrice Catia Sonetti, dialogherà con l’autore Bruno Manfellotto il giornalista e storico Mario Tredici, per approfondire il valore civile di questo libro e il contributo che può offrire alla comprensione critica del nostro passato. Un appuntamento che invita a interrogare la storia per comprendere meglio il presente, e a riconoscere – nelle vicende degli attentatori e nelle reazioni del regime – la fragilità della democrazia quando il potere si nutre di paura e di consenso acritico.

Gedi: accordo fatto con Sae, La Stampa passa a Leonardis

4 Marzo 2026 ore 11:36

Il Gruppo Gedi e il Gruppo Sae comunicano di aver firmato il contratto preliminare di cessione a quest'ultimo de La Stampa. Lo riferisce una nota, secondo cui la cessione comprende anche le testate collegate, le attività digitali, il centro stampa, la rete commerciale per la raccolta pubblicitaria locale, nonchè le attività di staff e di supporto alla redazione.

L'acquisizione avverrà attraverso un veicolo di nuova costituzione, controllato dal Gruppo Sae, nel quale si prevede anche l'ingresso di investitori legati al territorio del Nord Ovest. Il progetto, prosege la nota, mira a garantire continuità nel posizionamento storico della testata, preservandone l'indipendenza editoriale e il profondo legame con il suo territorio. Il perfezionamento dell'operazione è previsto entro il primo semestre del 2026. La cessione è subordinata all'espletamento delle usuali procedure sindacali e burocratiche previste dalla legge.

Quattro (falsi) allarmi bomba in poche ore. Cosa sta succedendo a Roma?

3 Marzo 2026 ore 17:26

La sede di FdI in via della Scrofa, quella della stampa Estera a Palazzo Grazioli, Largo Chigi, a un passo dal palazzo che ospita il governo, e Piazza Venezia. Quattro allarmi bomba a Roma in pochissime ore e in un'area della città di qualche chilometro. Tutti in centro e tutti, per fortuna, rientrati. Cos'è successo? Non è una psicosi dovuta all'escaltion bellica in Medio Oriente. Anche se il collegamento viene quasi spontaneo.

I quattro casi sono simili a due a due. Sia nella sede di FdI, sia a Palazzo Grazioli è stata nel pomeriggio una telefonata a far scattare l'allarme. Per quanto riguarda piazza Venezia e Largo Chigi invece, tra ora di pranzo e poco dopo, è stato il ritrovamento di due valige abbandonate a destare il sospetto delle forze dell'ordine. A piazza Venezia la verifica è stata più breve, mentre a Largo Chigi, dopo aver chiuso alcune vie limitrofe, gli artificieri hanno verificato in poco tempo la situazione: anche in questo caso nessuna bomba.

A Via della Scrofa invece è stata una chiamata anonima a costringere l'evacuazione dell'intero palazzo che oltre al partito di Giorgia Meloni ospita anche la sede del giornale il Secolo d'Italia. Anche a Palazzo Grazioli è stata una telefonata fatta da una voce non identificata a costringere tutti i giornalisti e i dipendenti della stampa estera a riversarsi in strada. Gli avverimenti sono arrivati quasi in contemporanea al numero unico di emergenza 112. In entrambi i casi sono intervenuti sul posto gli artificieri (dei Carabinieri a Palazzo Grazioli e della polizia a Via della Scrofa) per una bonifica degli edifici.

Alcuni giorni fa un allarme del genere c'era stato anche a MIlano: nella sede della Lega di via Bellerio. Anche in quel caso però si trattava di un falso allarme.

Il capo della polizia Pisani: "Cinturrino sarà destituito subito"

25 Febbraio 2026 ore 09:55

"Chi tradisce la nostra missione tradisce anzitutto il giuramento di fedeltà alla Repubblica. Di solito si attende almeno il rinvio a giudizio, ma questo caso è abbastanza chiaro e di estrema gravità, quindi per noi va destituito subito". Parlando al Corriere della Sera il capo della polizia Vittorio Pisani non usa giri di parole a proposito dell'agente Carmelo Cinturrino che ha confessato di aver ucciso il pusher Abderrahim Mansouri nel boschetto di Rogoredo qualche giorno fa e di aver mistificato le circostanze per farle apparire come un atto di legittima difesa. "Subito dopo il fermo disposto dall’autorità giudiziaria, ho dato disposizione al questore di Milano di nominare il funzionario istruttore per avviare il procedimento disciplinare per la sua destituzione dalla Polizia di Stato. Il processo penale ha dinamiche che richiedono tempo - continua Pisani - mentre l’azione disciplinare ha senso se è tempestiva, altrimenti rischia di perdere di significato". L'indagine infatti è ancora in corso, ma il capo della polizia sottolinea che bisogna chiarire "innanzitutto la posizione degli altri poliziotti coinvolti, per i quali si potrebbero configurare ulteriori contestazioni sul piano giuridico, oltre al favoreggiamento e l’omissione di soccorso". L'attività ispettiva sarà dunque "estesa all’intero commissariato, d’intesa con l’autorità giudiziaria. Finora non l’abbiamo fatto per evitare di danneggiare l’indagine, ma dopo la discovery possiamo procedere".

 

Nelle ultime settimane ci sono state molte polemiche sul nuovo decreto sicurezza, non ancora in vigore. Tra le altre misure, prevede anche lo “scudo penale per le forze dell'ordine" che commettono ipotetici reati con "evidente causa di giustificazione", ma secondo Pisani questo "scudo" non avrebbe impedito l’accertamento dei fatti di Rogoredo: "Non credo che avrebbe ostacolato alcunché, perché la necessità di sparare non appariva evidente. La norma non prevede alcuna immunità, bensì una modifica procedurale non solo per le forze dell’ordine ma per tutti i cittadini", ha spiegato il capo della polizia. "E il fatto che un pm debba decidere in un tempo breve e predefinito se esiste o meno una causa di giustificazione, può essere positivo per assumere le iniziative adeguate anche solo nell’impiego del dipendente coinvolto nel caso. Ma di certo questa modifica è stata determinata anche da altro". Ovvero "dalla deformazione mediatica subita dall’informazione di garanzia, trasformatasi da strumento di tutela dell’indagato con funzione difensiva in atto d’accusa all’interno di un processo mediatico, sempre più frequente, che anticipa il processo penale. Di cui, nel nostro paese, si sta perdendo la cultura, con grave lesione della presunzione d’innocenza". Pisani ha sottolineato anche che "l’azione della polizia sul piano dell’ordine pubblico non è e non può essere condizionata dalle contingenze politiche; non è avvenuto in passato e non avviene ora. Noi dobbiamo tutelare la sicurezza di tutti e al tempo stesso la libertà di manifestazione, in un esercizio di equilibrio tra le due esigenze".


Il capo della polizia ha evidenziato come in questo caso il rapporto tra autorità giudiziaria e polizia "sia stato di massima fiducia e non è mai venuto meno. E quando, a seguito del sopralluogo, sono emersi i primi indizi su comportamenti al di fuori delle regole di appartenenti all’istituzione, l’input alla Squadra mobile è stato di approfondire al massimo ogni aspetto della vicenda". Specificando come non ci sia mai stata "alcuna percezione di ostilità. Poi ci possono essere diversità di valutazione sugli elementi che emergono dalle indagini, ma questa è la normale dinamica del procedimento penale". Come accaduto durante la manifestazione di fine gennaio a Torino a sostegno del centro sociale Askatasuna sfociata nella violenza: in quel caso "la polizia ha effettuato alcuni fermi, la procura ha chiesto provvedimenti cautelari in carcere e il gip ha concesso misure più tenui". Pisani ritiene inoltre che la scena del poliziotto aggredito dai manifestanti violenti non possa in alcun modo giustificare un uso eccessivo della forza da parte della polizia "perché la solidarietà istituzionale non significa copertura di comportamenti illeciti, né può giustificare azioni di piazza al di fuori delle regole. Se si dà l’ordine di caricare o di sciogliere una manifestazione è perché ce ne sono i presupposti di fatto e di diritto".

Osservatorio costituzionale di finanza pubblica

La presente Rubrica intende offrire agli studiosi l’occasione - allo stato inedita - per intercettare, analizzare e approfondire ad un primo e sintetico esame le tematiche di tono costituzionale in materia di finanza pubblica sottese a ricorsi, ordinanze e pronunce della Corte costituzionale via via pubblicate nella Gazzetta Ufficiale, Serie speciale della Corte costituzionale, garantendo così un continuo aggiornamento nel merito.

Le brevi note di commento - per una pronta ricerca da parte del lettore - recano, nel titolo, i numeri dei ricorsi e delle ordinanze di remissione, oltreché delle sentenze pubblicate in Gazzetta.

L’Osservatorio - curato da Clemente Forte e Marco Pieroni – presenta peculiare attualità, anche per la frequenza delle questioni di legittimità costituzionale di cui viene investita la Corte costituzionale in argomento (solo nell’ultimo decennio, ad esempio, si concentra circa il 40% delle questioni concernenti l’art. 81, terzo comma, Cost.), questioni che vanno sin d’ora analizzate, anche tenuto conto dell’impatto ordinamentale della nuova Governance fiscale europea, approvata nell’aprile 2024, nel vigente sistema costituzionale interno.

 

AGGIORNAMENTO DEL 7 APRILE 2026
Ricorso della Regione Emilia-Romagna, in GU, prima serie speciale, Corte costituzionale 13 del 1° aprile 2026 Livelli essenziali delle prestazioni e vincolo di copertura finanziaria: il ricorso della Regione Emilia-Romagna
Corte d'Appello di Roma, I sez. civ., ord. n. 46/2026 Le Camere di commercio, che fanno parte del terzo sottosettore delle pubbliche amministrazioni, sono tenute a concorrere all’obiettivo del contenimento della spesa pubblica?
AGGIORNAMENTO DEL 25 MARZO 2026
Ricorso n. 3 della Regione Puglia (in G.U. n. 19 - 11 marzo 2026) Violazione delle prerogative regionali per inottemperanza del legislatore statale nella definizione dei LEP e del correlato obbligo di copertura finanziaria
Corte cost. sent. n. 29/2026 Le Casse di previdenza non sono astrette dall’obbligo di concorrere ad assicurare l’equilibrio dei bilanci e la sostenibilità del debito pubblico.
Corte cost. sent. n. 26/2026 Rientra nell’autonomia regionale il potere di aumentare, con risorse proprie, le tariffe delle prestazioni rientranti nei LEA non ostando l’assoggettamento al piano di rientro dal disavanzo sanitario
Corte cost. ord. n. 25/2026 Monito al legislatore per la rimozione dei meccanismi dilatori del pagamento del TFS: una problematica riedizione della tecnica della doppia pronuncia
Corte cost. ord. n. 24/2026 Erogazione degli indennizzi per danni da vaccinazioni riconosciuti dalla legge n. 201 del 1992: prestazioni sanitarie o prestazioni assistenziali?
 AGGIORNAMENTO DEL 4 MARZO 2026
Corte cost. sent. n. 17/2026 in tema di bilancio e contabilità pubblica, bilancio degli enti locali dissestati, ipotesi di bilancio stabilmente riequilibrato, termine perentorio di presentazione al Ministro dell’interno
AGGIORNAMENTO DEL 29 GENNAIO 2026
Corte cost., sent. n. 4/2026 Non finanziabili con il SSR prestazioni che esorbitino dal cd. perimetro sanitario
AGGIORNAMENTO DEL 7 GENNAIO 2026
Corte cost. sent. n. 204/2025 Profili finanziari della l.r. Toscana n. 16/2025 sulle modalità organizzative per l’accesso alle procedure di suicidio medicalmente assistito
Corte cost., sent. n. 216/2025 Non contrasta con gli artt. 3 e 38 Cost., il regime speciale di pignorabilità della pensione erogata dall’INPS per il recupero di indebite prestazioni percepite ovvero da omissioni contributive
Corte conti, ordd. n. 248, 249, 250 e 251 del 2025 Sottrazione alla giurisdizione della Corte dei conti del contenzioso degli atti di ricognizione delle amministrazioni pubbliche operata annualmente dall’ISTAT
AGGIORNAMENTO DEL 29 DICEMBRE 2025
Corte cost. sent. n. 189/2025 È illegittima la legislazione regionale che estende i comandi e i distacchi anche ai dipendenti delle società a partecipazione pubblica
Ordinanza di rimessione Corte dei conti n. 246 del 2025 Sottrazione alla giurisdizione della Corte dei conti del contenzioso degli atti di ricognizione delle amministrazioni pubbliche operata annualmente dall’ISTAT
AGGIORNAMENTO DEL 4 DICEMBRE 2025
Corte cost., sent. n. 174/2025 Legge Regione Campania e perimetro sanitario (art. 20, d.lgs. n. 118/2011): illegittimità costituzionale
AGGIORNAMENTO DEL 24 NOVEMBRE 2025
Corte cost., sent. n. 167/2025 Rivalutazione pensionistica in tensione e manovra di finanza pubblica
AGGIORNAMENTO DEL 12 NOVEMBRE 2025
Corte cost. sent. n. 165/2025 Aumento della spesa per il personale regionale: rimessione degli atti per jus superveniens
Corte cost. sent. n. 161/2025 Nuove assunzioni previste da legge regionale: inammissibilità per oscurità motivazionale del ricorso
AGGIORNAMENTO DEL 27 OTTOBRE 2025
Corte cost. sent. n. 150/2025 in tema di bilancio e contabilità pubblica, Regione Umbria, agenzia regionale per la protezione dell’ambiente (ARPA)
Corte cost. sent. n. 152/2025 in tema di bilancio e contabilità pubblica, finanza pubblica allargata, contributo alla finanza pubblica, contributo aggiuntivo richiesto alle regioni ordinarie per il quinquennio 2025-2029
AGGIORNAMENTO DEL 1 OTTOBRE 2025
Ricorso del Presidente del Consiglio contro Regione Siciliana (art. 6, l.r. n. 26/2025)
Questione di legittimità costituzionale sull’utilizzo delle risorse del Fondo sanitario regionale per attività non LEA: ordinanza della Corte dei conti Liguria e profili critici
AGGIORNAMENTO DEL 6 AGOSTO 2025
Corte cost. sent. n. 135/2025 in tema di impiego pubblico, trattamento economico, applicazione del tetto retributivo ai magistrati, necessaria temporaneità della misura
Corte cost. sent. n. 122/2025 in tema di sanità pubblica, livelli essenziali di assistenza, norme della Regione Puglia, immediata vigenza del d.P.C.m. LEA e delle relative tariffe non ancora entrate in vigore e poi sostituite
AGGIORNAMENTO DEL 30 LUGLIO 2025
Corte cost. sent. n. 121/2025 in tema di istruzione, formazione professionale, carta docente, beneficiari, estensione ai docenti non di ruolo all’esito della interpretazione della Corte di giustizia
Corte cost. sent. n. 114/2025 in tema di sanità pubblica, approvazione dei piani dei fabbisogni triennali per il SSR, predisposti dalle regioni con decreto del Ministro della salute di concerto con il Ministro dell’economia
Corte cost. sent. n. 94/2025 in tema di previdenza, assegno ordinario d’invalidità liquidato interamente con il sistema contributivo, divieto di applicazione delle disposizioni sull’integrazione al minimo
Corte cost. sent. n. 91/2025 in tema di bilancio e contabilità pubblica, bilancio degli enti locali dissestati, ipotesi di bilancio stabilmente riequilibrato, presentazione da parte del consiglio comunale al Ministro dell’interno
AGGIORNAMENTO DEL 30 APRILE 2025
Ordinanza del 3 marzo 2025 della Corte dei conti Sezione regionale di controllo per la Regione Campania nel giudizio di parificazione del rendiconto generale della Regione Campania per l’esercizio f
Corte dei Conti contro Regione Campania. Ricorso per legittimità costituzionale 3 marzo 2025, n. 53
Ricorso per questione di legittimità costituzionale depositato in cancelleria il 5 marzo 2025 (della Regione Campania) n. 13
Ricorso per questione di legittimità costituzionale depositato in cancelleria il 26 febbraio 2025 (della Regione Puglia)
Corte cost. sent. n. 45/2025 Criticità del bilanciamento della spesa costituzionalmente necessaria con la cd. spesa indistinta a fronte di risorse scarse alla luce della nuova Governance europea
Corte cost. sent. n. 57/2025 Non sono in via di principio inibite nuove spese alla Regione in disavanzo sanitario
AGGIORNAMENTO DEL 16 APRILE 2025
Ricorso per questione di legittimità costituzionale depositato in cancelleria il 14 gennaio 2025 (del Presidente del Consiglio dei ministri) Sanità – Livelli essenziali di assistenza (LEA)
Ricorso per questione di legittimità costituzionale depositato in cancelleria il 15 gennaio 2025 (del Presidente del Consiglio dei ministri) Sanità pubblica - Servizio sanitario regionale (SSR)
Ricorso per questione di legittimità costituzionale depositato in cancelleria il 29 gennaio 2025 (del Presidente del Consiglio dei ministri) . Appalti pubblici - Norme della Regione Puglia
Ordinanza del 15 gennaio 2025 della Corte dei conti nel giudizio di parificazione del rendiconto generale della Regione Umbria per l’esercizio finanziario 2023 Bilancio e contabilità pubblica
Ricorso per questione di legittimità costituzionale depositato in cancelleria il 7 febbraio 2025 (del Presidente del Consiglio dei ministri). Sanità pubblica - Professioni

Salvataggi genetici per la biodiversità? Avanti con cautela

L’Unione internazionale per la conservazione della natura ha respinto la richiesta di moratoria e approvato una risoluzione che riconosce rischi e benefici delle tecniche della biologia di sintesi, auspicando valutazioni caso per caso

Il paradosso del gene che fa ingrassare senza accrescere il rischio di malattie del cuore

Alcune rare mutazioni di un gene favoriscono l’aumento di peso, ma anche livelli di colesterolo e pressione più bassi, proteggendo i portatori di queste varianti dal maggior rischio di malattie cardiovascolari associato al peso

Neutrini: NOVA e T2K riducono l'incertezza sui parametri di oscillazione

Gli esperimenti T2K in Giappone, in cui l’INFN è fortemente coinvolto, e NOvA negli Stati Uniti hanno condotto la loro prima analisi congiunta, fornendo alcune delle misure più precise mai ottenute delle oscillazioni dei neutrini. I risultati, pubblicati sulla rivista Nature ,...

Riscaldamento globale: quanto tempo resisteranno i ghiacciai?

Un gruppo di ricerca internazionale coordinato dall’austriaco ISTA e coadiuvato da Cnr-Isp e Cnr-Irsa ha sviluppato un modello previsionale sulla capacità refrigerante dei ghiacciai, terminata la quale cesseranno di mitigare gli effetti del cambiamento climatico e accelereranno...

L’arte di sabotare sé stessi

Elsa, una giovane donna brillante, fallisce in tutto ciò che intraprende, tanto che ormai si sente come intrappolata in un vortice di decisioni sbagliate. La tendenza ad agire contro i propri interessi, nota anche come "acrasia", può spiegare questa forma di autosabotaggio

Materia oscura o pulsar? Nuove simulazioni sfidano i modelli sul centro galattico

Una nuova analisi numerica suggerisce che la distribuzione della materia oscura attorno al centro della Via Lattea potrebbe essere simile a quella delle prime pulsar della galassia. Questo risultato rafforza l'ipotesi che anche la materia oscura potrebbe essere all'origine...

Google esplora il caos quantistico sul suo più potente chip per computer quantistici

Gli "echi quantistici" che attraversano il chip Willow del computer quantistico di Google, pur in un clima di cautela da parte di alcuni osservatori, potrebbero avvicinare i ricercatori alla realizzazione di calcolatori in grado di superare le prestazioni dei computer classici....

Il mistero dell’aura

Scintille luminose, linee a zig zag, scotomi: sono solo alcuni dei fenomeni percettivi che spesso (ma non sempre) precedono un attacco di emicrania e che per questo vengono definiti «aura emicranica». Ma perché si verificano? E davvero sono manifestazioni benigne?

Verso una nuova dipendenza

Confezioni colorate, aromi fruttati e tanta promozione sui social media stanno facendo esplodere una nuova (e pericolosa) moda tra i più giovani: quella dei sacchetti di nicotina. Facili da usare, favoriscono la concentrazione e anche il relax. Ma a quale prezzo?

HAARETZ: ISRAELE HA CHIAMATO INFLUENCER A GAZA PER DIMOSTRARE CHE LA FAME A GAZA È CAUSATA DA ONU E HAMAS

24 Agosto 2025 ore 10:10
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Il Ministero della Diaspora ha chiamato influencer americani e israeliani nei siti di distribuzione della GHF per contrastare la narrativa secondo cui Israele starebbe affamando la popolazione.
http://dlvr.it/TMfl3Q

L'articolo HAARETZ: ISRAELE HA CHIAMATO INFLUENCER A GAZA PER DIMOSTRARE CHE LA FAME A GAZA È CAUSATA DA ONU E HAMAS proviene da Giubbe Rosse News.

La montagna non si arrende ai giochi d’azzardo

18 Marzo 2025 ore 10:47

Nessun impianto, nessun rimorso: alcune considerazioni e un racconto a più voci della mobilitazione dello scorso febbraio

Lo scorso 9 febbraio una quindicina di escursioni hanno punteggiato la dorsale appenninica e l’arco alpino al grido La montagna non si arrende. Dopo l’esperienza di Reimagine winter (marzo ’23) e Ribelliamoci AlPeggio (ottobre ’23) decine di associazioni, spazi sociali, comitati di abitanti, climattiviste si convocano in risposta alla chiamata dell’Associazione Proletari Escursionisti.
Un primo dato interessante sta proprio qui: realtà diverse, associative e militanti, singoli oppositori o gruppi organizzati riflettono le proprie voci di dissenso a progetti che disegnano una prospettiva di turismo sempre più aggressiva basata sulla depredazione dei territori. Troviamo che questa saldatura descriva due importanti momenti. Tanto per cominciare, sappiamo che in questa fase le lotte locali fanno paura al potere e sono tra le poche efficaci. Basti qui ricordare la pesantissima repressione NoTav, le manganellate al parco Don Bosco di Bologna, le forze dell’ordine sempre più spesso mandate a monitorare gruppi e iniziative di protesta locale o ancora le lotte contro il furto d’acqua e le dighe d’Oltralpe. Unire queste lotte a partire dall’urgenza dello sperpero olimpico e metterle in connessione tra loro non farà che rafforzarle e migliorarne l’efficacia, rendendo una volta ancora più esplicito il trait d’union che le accomuna: la necessità di sviluppare comunità disposte a interagire con i territori e a ragionare di come starci dentro e non sopra, insieme alll’improrogabilità di opporsi a prospettive che minacciano e calpestano luoghi ogni anno più fragili. Visioni superate, fuori tempo massimo, che strizzano ancora dopo aver spremuto. Idee sepolte, energivore, idrovore e che possono essere tranquillamente descritte come negazioniste del cambiamento climatico.

In questo solco la proposta di una giornata di mobilitazione sincrona che riconosce nei Giochi olimpici invernali 2026 l’elemento apicale di una lunga sequenza di iniziative nocive e imposte, che drenano risorse pubbliche e minano la vita non solo umana nei territori coinvolti, può fungere da apripista a una galassia di resistenze contro cave e miniere, grandi opere stradali sovradimensionate, impianti eolici industriali, estrazione di fonti fossili, nuovi impianti di risalita. Un cartello capace di interrogare e interrogarsi su possibili forme di mutuo appoggio, produzione di spazi di confronto e formazione, impellenza di far emergere le lotte con lo scopo di portare a casa piccoli e grandi risultati utili a infondere fiducia nel binomio stop nocività / riprogettazione dal basso. Tutto nasce dall’appello: «Le terre alte bruciano. Non è una metafora. Lo zero termico a 4200 metri in pieno autunno, i ghiacciai si sfaldano, il permafrost si scioglie, le alluvioni devastanti sono la realtà quotidiana delle nostre montagne. Una realtà che stride con l’ostinazione di chi, dalle Alpi agli Appennini, continua a proporre un modello di sviluppo anacronistico e predatorio, basato su pratiche estrattive e grandi-eventi come i giochi olimpici invernali.

La monocoltura turistica sottrae risorse economiche pubbliche a beneficio di pochi, a scapito di modelli plurali e alternativi di contrasto allo spopolamento delle terre interne e di convivenza armonica in territori montani fragili e unici».

I numeri, le opere (e i giorni) di una crisi

Il versante sud delle alpi paga per primo il costo della crisi climatica: 260 impianti sciistici dismessi, oltre 170 in funzione “a intermittenza”, i bacini per l’innevamento artificiale crescono del 10% toccando la cifra record di 158 secondo il Rapporto Neve Diversa di Legambiente. Sempre in tema di dati, le prime analisi della Rete Open Olympics illustrano l’economia della promessa olimpica a partire dagli open data pubblicati sul sito di SiMiCo, l’SpA a controllo pubblico e principale stazione appaltante delle infrastrutture del ticket Milano-Cortina 2026. Dati che raccontano il modello spompo di una nazione al collasso che dopo essere implosa nell’industria e nella sua capacità di produzione non sa far altro che iniettare liquidità per generare reddito sottraendo spazi di cittadinanza. E così si ruba acqua a comunità che necessitano di autobotti per bagnare gli orti, si progettano impianti che abbattono boschi, si trasformano rifugi alpinistici in resort di lusso. La logica della turistificazione genera souvenir finto-artigianali, attrae gruppi di investimento, cancella servizi essenziali per le comunità. Il risultato di questo “favore al turismo” costi quel che costi altro non è che l’annientamento di economie locali, la crescita dei prezzi e l’impossibilità di vivere e sviluppare relazioni dove si è nati e cresciuti, quando anche vi ci si volesse rimanere.
L’esplosione e l’atomizzazione del tessuto sociale.

Scritte contro l’eccessiva invadenza del turismo all’Alpe di Siusi

A un anno dallo start nella gestione del cantiere olimpico 2026, la metà delle opere risulta ancora in progettazione o in gara, le attese di una VAS nazionale sono state tradite e sulla Lombardia insiste il carico più alto (50% ca. di 3,38 miliardi) sia per numero di opere che per costo. La conclusione di diverse opere di “legacy”, che per il 70% sono stradali e per il 30% ferroviarie) è già in agenda per il 2028, 2030, 2032. Il binomio fretta/ritardo, distrattamente salutato come pura imperizia, costituisce una leva fondamentale della logica commissariale e della sua capacità di accelerare i processi di trasformazione territoriale bypassando i processi democratici di ascolto, interlocuzione, cessione di potere all’agognata sovranità popolare. A questo scenario si aggiungono i costi per la realizzazione dei Giochi veri e propri, in carico alla Fondazione Milano Cortina 2026 per 1,6 miliardi di euro.

Il 70% delle opere collaterali alle Olimpiadi – in una nazione in cui crollano ponti, si sfaldano guardrail e lo stato di edifici pubblici a cominciare dalle scuole è pessimo, in cui le case non a norma, abusive, e a forte rischio in caso di evento sismico o meteorologico è disarmante, in cui  la manutenzione è inesistente e la priorità è spostare masse di turisti nel grand tour dell’invasione – sono strade. La politica pretende di ridurre gli intasamenti stradali aumentando il numero delle carreggiate – come nel caso del Passante di Bologna – e delle carrozzabili – come per la tangenziale di Bormio – senza ammettere che così facendo fa aumentare il volume del traffico e torna al “via”, a dover ampliare e costruire ancora e ancora.
Opere per giustificare opere: infrastrutture per raggiungere borghi e città tronfi di mattone e bonus edilizi, centri urbani tirati a lucido e gentrificati, in preda alla smania di decoro e respingenti. Un Paese ricco di infrastrutture turistiche mal progettate che chiamano ciclabili. Opere inutili rispetto all’idea originaria – agevolare la mobilità interna -, che quando non contribuiscono a causare disastri, come in Emilia, sottraggono spazio ai marciapiedi e pedoni.
L’ottica turistica nasconde nocività sotto al tappeto e inventa peculiarità e tradizioni, economie e bella vita, in una valanga schizofrenica che si ingigantisce e travolge tutto quel che incontra. Impianti anacronistici e funi ricollocate nella tradizionale destinazione d’uso, come nel caso dell’ovovia di Trieste, «una vetrina commerciale per le sue [di Leitner, ndr] cabinovie urbane, dato che il cambiamento climatico preclude altri impianti in quota». Meleti pervasivi che occupano il territorio in maniera tossica, fatta di fitofarmaci e pesticidi, mentre si invita la gente a voltarsi dall’altra parte per ammirare funivie che trasporteranno la frutta da stoccare. È questo il progetto Melinda che, vestiti i panni di novella Grimm, racconta una Biancaneve al contrario fatta di una funivia, riduzione del traffico di camion, buone mele “green” e biodiversità. Come se non fosse una presa per i fondelli parlare di biodiversità mentre si impone una monocoltura (o bi-coltura, se includiamo i vigneti) nociva.
Come se la costruzione e il mantenimento di un impianto non fossero energivori, non impattassero sul territorio non inquinassero; come se, tolte poche centinaia di metri al trasporto su gomma – l’”ultimo miglio” – i camion non continuassero a portar merce dai produttori alla stazione di partenza della funivia, e dalla cella ipogea della cava di stoccaggio ai centri di distribuzione.

In Trentino, la regione “illuminata” in cui l’invasione di animali umani inizia a produrre più noie che reddito, la Provincia preferisce millantare invasioni di una fauna anch’essa re-introdotta a uso turistico, salvo non garantirle il minimo spazio vitale e negarle corridoi di dispersione per poterla poi additare a emergenza criminale e pretendere di abbatterla.
La negazione della vita per l’aleatorietà del fatturato perché, grattata la vernice, la menzogna si svela per quello che è: altro che interesse per l’ambiente, rispetto per le comunità, scelte lungimiranti per la collettività.

Interesse privato e pittate di vernice, stop

Per i Giochi è previsto l’arrivo di 1,8 milioni di presenze, che a mezzo stampa si usa arrotondare a 2 milioni, ma che in realtà è un modo curioso di parlare di 500.000 persone, per intenderci un settantesimo del giubileo capitolino.
Il Rapporto di sostenibilità, impatto e legacy è una lettura di sicuro svago per gli amanti della chiarezza circa gli obiettivi dell’impresa: rafforzare la posizione sia di Milano, come città met dinamica e votata ad ospitare eventi internazionali, che di Cortina, quale località nel cuore delle Dolomiti e della regione alpina, attrazione turistica e polo leader a livello mondiale per sport invernali. Se solo escludiamo i nomi di località e discipline che riportano la parola alpina o alpino questa è l’unica volta in cui le Alpi sono citate in 164 pagine di documento. A titolo di paragone il lemma Milano (sede di gara della maggior parte delle discipline) restituisce oltre 250 risultati.

Narrazioni dunque, cumuli di narrazioni che mirano a intruppare e a spostare l’attenzione dal cuore del problema: il modello di business distruttivo.
Ecco perché è importantissimo questo inizio di “camminata larga”, ecco perché ci auguriamo che la contestazione fuori e oltre, al tema stretto “Milano-Cortina”, si allarghi. Partire dalle singole opere, dagli impianti, dai progetti – che siano in alto come in basso, in città come in piccoli borghi semi-disabitati –; partire dai sommovimenti e dalle lotte, metterle in “rete”. Perché le narrazioni attorno all’Olimpiade o a qualsiasi altro soggetto speculativo si adattano di volta in volta succhiando respiro, ma sono accomunate dalla stessa logica, perfettamente sovrapponibile a quella che anima l’assalto a tutto lo stivale: soldi, sfruttamento, impoverimento sociale.

Leggere la dinamica aiuta a allargare lo sguardo, apre riflessioni di respiro, e sposta il piano. In questa logica non ha senso controbattere alla produzione immaginifica del monolite olimpico fatto di mille piedi, stare sul pezzo delle Olimpiadi come evento anacronistico, immaginare un unico motore no-olimpico.

Come bene ha scritto Alberto di Monte, il nostro compagno Abo, su Umanità Nova: «L’importante non è vincere, oggi è importante non partecipare». Ne siamo convinti, le montagne meritano una nuova diserzione, le olimpiadi meritano diserzione, questo mondo merita diserzione.
Disertare le loro battaglie e le loro costruzioni del nemico, spostare l’asse verso il conflitto giusto: non contro le narrazioni sognanti e distorcenti che produce il capitale, ma contro esso stesso.

Bormio – Fake snow, real profit!

La comitiva in arrivo in pullman da Milano è accolta a Bormio dalla prima neve di stagione, che da qualche giorno scende copiosa in alta valle. Le centocinquanta persone partecipanti inscenano un’escursione-manifestazione-perlustrazione fino all’imbocco della Valdidentro prima di ripiegare nel centro storico per un pomeriggio di presidi itineranti. Sì perché la contestazione olimpica non è ben accetta dall’amministrazione locale né dalla questura di Sondrio e diverse iniziative sono state precettate nel tentativo di scorare i dimostranti e di tenere a distanza le sensibilità più curiose. L’epilogo di fronte all’ecomostro delle tribune al piede delle piste, lungo la via che dovrebbe intercettare il traffico della nuova tangenzialina, è la fotografia plastica dei “Giochi della sostenibilità”.

Lo ski stadium di Bormio durante il presidio

Per raggiungere Bormio abbiamo risalito la Valle Camonica e scavallato il passo dell’Aprica. Lungo il tragitto, sopra le nostre teste nubi dense contrastano con un paesaggio brullo, fatto per l’ennesimo inverno consecutivo di scarsissime precipitazioni, sia piovose che nevose.
Attraversando la valle scorgiamo Montecampione, località sciistica fallita, e per fortuna: per tutta la bassa valle non s’intravede nemmeno una spruzzata di bianco. È febbraio ma sembra autunno.
Più a Nord la situazione non è migliore, qualche incrostazione dalla Presolana, dal Pizzo Badile camuno e dalla Concarena in su, macchia appena monti di oltre 2000m di quota.
All’Aprica, poco meno di 1200 mslm, scorgiamo i primi spazzaneve, i primi fiocchi. Siamo quasi stupiti, siamo in cinque ed è la prima neve dell’anno che vediamo. La località è triste: poca gente per la via centrale, ancor meno sulle piste, lingue bianche e artificiali a dividere masse verdi d’abete. Forse anche la gente si sta stancando di sport invernali senza inverno.

Il passo dell’Aprica la mattina del 9 febbraio

Scendiamo in Valtellina: a Tirano monti e fondovalle sono asciutti quanto quelli camuni. Man mano che ci inerpichiamo verso Bormio riprendono i fiocchi, “sta a vedere che portiamo il dono più prezioso al nemico”. Arriviamo a Bormio in leggero anticipo, la Piana dell’Alute è magnifica, ampia, di un verde che comincia a imbiancare.
I bormini le sono molto legati, la amano per la sua storia, per il suo valore paesaggistico, per quello che è. Andrebbe vista, visitata, protetta; la nuova amministrazione invece la vorrebbe devastare per farci passare la “tangenzialina”. Altro che tangere, sventrare una piana stupenda per proiettare il vomito-massa nel cuore di Bormio. Chissà se reggerà a queste sollecitazioni. Chissà se questo piccolo microcosmo resisterà all’infarto.

Cercando un parcheggio attraversiamo piazza Kuerc dove ancora non c’è nessuno. Lasciamo l’auto, calziamo gli scarponi e torniamo in centro. Bormio fa la stessa impressione dell’Aprica: pochi turisti, poco movimento in pista e fuori, i vecchi fasti delle località sciistiche sono passati, resistono giusto i comprensori-mastodonte come il Tonale, luogo di un’altra camminata di questo 9 febbraio.
In piazza ci dirigiamo verso un bar per un caffè, due ragazze ci fermano e chiedono se sia qui il ritrovo. «Sì, e manca poco. Speriamo che il meteo non rovini la giornata».
Al bar veniamo accolti bene, le ragazze che lo gestiscono ci chiedono se siamo qui per via della manifestazione, sono curiose. Fuori le stesse scene, qualche passante ci saluta e chiede, così come gli agricoltori che hanno approntato un mercatino sotto la copertura della piazza.
La storiella dei valligiani chiusi, dei montanari ostili ai movimenti e felici di vedere “soldi per lo sviluppo” si scioglie come i fiocchi che cadono sul selciato di questa piazza.
Il pullman da Milano è in ritardo, cogliamo l’occasione per salutare qualche conoscenza e per conoscere persone nuove che nel frattempo si stanno radunando. Il pericolo è scongiurato, gente ce n’è.
A un certo punto avvertiamo una presenza chiassosa, svolto l’angolo e intravedo uno striscione che recita «Milano-Cortina 2026. Dalle Montagne alle città. Olimpiadi insostenibili».
È arrivato il pullman, e bene: la questura ha vietato di tutto un po’, cortei compresi, ma la cosa non preoccupa né impensierisce troppo.
Ci muoviamo quasi subito dietro lo striscione, ci sono anche alcune bandiere e intoniamo cori. I milanesi hanno studiato un canzoniere simpatico, provocatorio, scherzoso.
Il corteo si fa, e attraversa tutto il paese. Qualche curioso si sporge dalle finestre, qualcun’altra chiede. Un signore è incuriosito dalla bandiera palestinese che sventola. «Cosa c’entra con questa iniziativa?», chiede. «Le lotte si tengono assieme, così si dà senso alle cose, alle sorellanza».
Capisce. Annuisce. Se ne va sorridendo.
Attraversiamo il fondovalle costeggiando il canale termale e poi pieghiamo a destra, inerpicandoci nei boschi, la neve attacca e meglio così, sotto di lei insidiose lastre di ghiaccio fanno pattinare e battere le natiche a terra a più di uno di noi. Ma fa presa anche negli animi, i cani ci zampettano felici, qualcuno ci si tuffa, si comincia una divertita battaglia a palle di neve. Nel frattempo tre digos stanchi, compito ingrato, ci seguono a sempre maggior distanza.
Disinteressati.

I locali hanno preparato alcuni interventi che danno il senso della giornata: la tangenziale, il progetto spalti della pista Stelvio che è già costato decine di milioni di euro e che altrettanti ne mangerà, la gentrificazione, la difficoltà del vivere ai margini dell’impero.
C’è di tutto, ce n’è per tutti; quello che una volta tanto manca è la frustrazione, il senso di impotenza, e forse questa è la cosa più importante.
Il senso della giornata, il motivo dell’umore positivo è dato alla perfezione da uno degli interventi del pomeriggio, di nuovo in Piazza del Kuerc, nel primo dei presidi mobili a cui i divieti questurini di corteo ci hanno obbligato. Tessere, unirsi, combattere. Essere consci che non è una battaglia per vincere, che le olimpiadi si faranno, ma che su qualche opera si può vincere e se su quelle vittorie si costruisce consapevolezza si segna un punto importante, si aggrega, si rilancia.
Ci sarebbe di che confrontarsi, ce ne sarà occasione: i problemi bresciani risuonano in quelli valtellinesi, che fanno eco a quelli milanesi, del tutto simili a quelli appenninici, «che al mercato mio padre comprò»; se saremo bravi sarà semplice intersecare le lotte, riportarle a quello che sono: un’unica grande battaglia contro un unico nemico arrogante.

Durante il rientro attraversiamo boschi di abeti e larici, vallette, passiamo dietro ai bagni di Bormio (ora irrimediabilmente chic), ci immergiamo in questa testimonianza silente delle peculiarità di un territorio maestoso e delicato. Lungo il cammino e prima della foto di rito da un belvedere, a fine camminata, è previsto un altro breve intervento che – appunto perché la lotta è una – include anche il racconto di quello che è successo al lago Bianco, dove si è pensato di posare tubi al fine di sfruttare il bacino per l’innevamento artificiale. In pieno Parco Nazionale dello Stelvio, prosciugando una torbiera e la sua complessità ecologica, a dimostrazione che è tutto sott’attacco, anche le aree più fragili e che pensavamo tutelate.

La camminata è stata intensa, avvolta dall’odore e da quel senso di ovattamento sempre più raro che regala la neve, che aiuta a riflettere, che fa meglio percepire le sinapsi. Torniamo in piazza, mangiamo qualcosa e ci prepariamo per l’ultima parte della giornata, fatta di presidi dinamici che descrivano il senso dell’iniziativa e i cantieri “insostenibili”, con ultima tappa sotto le colate di cemento della già citata pista Stelvio.
Si uniscono a noi comitati locali, due arzilli avanti con gli anni volantinano e raccolgono firme per i trasporti gestiti da regione Lombardia, contro il suo assessore, contro Trenord. Altro piccolo legame tra le due valli unite nello scempio: in quella camuna si va sviluppando il primo progetto italiano di treno a idrogeno su una linea capace di offrire soltanto disservizio, da anni.

A causa di un piccolo acciacco e della conseguente sofferenza di uno di noi ce ne andiamo poco prima della fine e dei saluti, non partecipando all’ultimo dei presìdi, del resto “si parte e si torna insieme”. Ce ne andiamo però soddisfatti, pieni del senso di una giornata proficua, necessaria.
Le connessioni ci sono tutte, le volontà anche. Non resta che cospirare.

Caldarola – Anche in Appennino: la montagna non si arrende
(a due passi dai Sibillini)

Ci ritroviamo a camminare nell’Appennino maceratese a distanza di diversi mesi dall’escursione che ci portò a osservare dall’alto l’area interessata dal progetto monster degli impianti di Sassotetto e a diversi anni dalla fantastica Festa di Alpinismo Molotov del 2018. In questa fascia di montagna, a rispondere all’appello per la giornata di mobilitazione sono state due associazioni locali: C.A.S.A. Cosa Accade se Abitiamo e L’Occhio Nascosto dei Sibillini, ma la partecipazione come vedremo è stata poi molto più ampia, sia da parte di singoli che di realtà del territorio. Ma partiamo dalle basi, sottolineando un aspetto che non smetteremo di evidenziare: le dinamiche predatorie e speculative che interessano quest’area sono le stesse che ritroviamo in tutte le terre alte (e non solo in quelle), con l’aggravante che vanno a insistere su un territorio che ancora mostra tutte le ferite del sisma 2016/2017. Ferite visibili, fatte di case e paesi ancora – quando va bene – in fase di ricostruzione e di un tessuto sociale sempre più in difficoltà. Quando, nei primi mesi del post-terremoto, parlavamo di un territorio che rischiava di essere ancor più sotto attacco perché reso più debole dalle scosse e dalla mala gestione dell’emergenza (prima) e della ricostruzione (poi), facevamo una previsione fin troppo semplice.

Per questo mobilitarsi in queste aree ha a avrà per lungo tempo una doppia valenza, una “di base” e una specifica sulle varie tematiche che si intendono affrontare. Questa volta gli interventi che hanno unito i nostri passi si sono concentrati su tre temi di base: i progetti turistici sui Sibillini, il Gasdotto SNAM che attraversa queste zone, il parco eolico che dovrebbe sorgere proprio dove stiamo camminando. Quest’ultimo tema è quello su cui ci si è soffermati maggiormente, anche ma non solo per il luogo scelto per l’escursione di questa giornata.
Riprendiamo dall’appello: “(…) a ridosso del Parco Nazionale dei Monti Sibillini, tra i comuni di Caldarola, Camerino e Serrapetrona, in provincia di Macerata, dovrebbe sorgere un parco eolico con aerogeneratori alti 200 m. A conferma di come l’energia rinnovabile, di cui ovviamente condividiamo la necessità alla base, non sia buona “di per sé” ma vada comunque sempre inserita in un contesto di rapporti sociali, politici ed economici e valutata considerando anche l’impatto sull’ambiente, sulle comunità e sull’intero territorio. Non è illogico riconoscere che dietro la famigerata transizione ecologica si nascondano altri interessi (il parco eolico in questione è stato richiesto appunto da una multinazionale norvegese con sede anche in Italia) che non hanno nessuna ricaduta positiva sulle comunità – defraudate di qualunque potere decisionale – perpetuando in chiave “green” lo stesso sistema economico che ci ha portato fino a questo punto.”
Riportiamo queste considerazioni perché sono tornate più volte nel corso degli interventi e perché se sostituiamo il parco eolico con gli impianti di risalita o con il gasdotto il risultato finale non cambia: nessuna ricaduta positiva sui territori ed estrattivismo da parte del capitale. Su queste basi ci ritroviamo lungo il sentiero che da poco più avanti l’abitato di Castiglione si muove verso i Prati delle Raie e Croce di Valcimarra. Ci muoviamo intorno ai mille metri di quota e una fitta nebbia ci accompagna fin dalla partenza, siamo 100? 120? 90? È persino difficile contarsi e nel lungo serpentone si riconoscono le sagome solo dei dieci avanti e dietro ciascuno di noi. Una composizione variegata e di tutte le età, compagne e compagni che si incontrano sia in piazza che lungo i sentieri di montagna ma anche appassionati di escursionismo e persone del luogo sensibili agli argomenti trattati. Chi conosce questi posti racconta di come normalmente il panorama da quassù sia fantastico, da un lato le vette dei Sibillini che a tratti spuntano dietro ogni curva, dall’altro la vallata e Camerino in lontananza. Oggi la nebbia rende tutto surreale e qualcuno aggiunge che “oggi non avremmo visto neanche le pale se le avessero già piazzate”.

Durante le prime due soste sul gasdotto e – soprattutto – sul parco eolico sono tante le domande e le considerazioni che si accavallano e chi ne sa di più prova a rispondere, non tanto sui tecnicismi quanto sull’assurdità del progetto in sé. Qualcuno ricorda che solo nelle Marche sono più di cento le pale eoliche – alte 250 metri – che dovrebbero essere installate lungo i crinali appenninici, tanto che sempre oggi sul Monte Strega è in corso un’altra escursione sempre sullo stesso tema.
Continuiamo a salire e si iniziano a vedere i primi scampoli di cielo blu, giusto in tempo per la foto di rito con uno striscione realizzato con su scritto a caratteri cubitali “La montagna non si arrende”. Dopo poche centinaia di metri accompagnati dal sole l’itinerario ci porta a ripiombare nella nebbia per l’ultima “pausa narrata” sui progetti da decine di milioni di euro che andranno a impattare sui Sibillini con la scusa della “transizione turistica”, che ovviamente non viene chiamata così, ma sembra troppo affine alla transizione ecologica per non fare un accostamento.

Scendendo ci siamo chiesti cosa avesse significato questa giornata e l’opinione di tutti è che, nonostante il meteo e un territorio che negli ultimi anni ne ha passate di tutti i colori, c’è ancora una spinta a mobilitarsi su questi temi. Spinta che ci auguriamo sia solo il primo passo di una rincorsa verso i prossimi appuntamenti, perché l’escursione di oggi ci ha dimostrato che nonostante tutto gli spazi di possibilità ci sono. Sempre.

Ponte di Legno – Ri-pensare le terre alte per la loro salvaguardia

La camminata a Ponte di Legno – pensata e condotta da APE Brescia, MTO2694, Unione Sportiva Stella Rossa, Collettivo 5.37 e L’Oco! Orco che orto – ha visto la partecipazione di un centinaio di persone, nonostante una fitta nevicata lungo il sentiero e pioggia battente all’imbocco della Val Sozzine, luogo di ritrovo della manifestazione, ma non è stata che l’apice di un percorso preparatorio di respiro.
Va infatti fatta una doverosa premessa: in Valle Camonica sono state organizzate tre serate preparatorie alla camminata del 9 febbraio, con l’intento di coinvolgere una popolazione che sobbolle disorientata, di mettere a fuoco le tante questioni camune sul tavolo – Terme di Ponte di Legno, depredamento del bacino del Lago Bianco per realizzare un nuovo impianto di innevamento artificiale, ampliamento del comprensorio del Monte Tonale, Montecampione, terra di progetti di turistificazione varia – tra i quali spicca Imago nei parchi Nazionali delle Incisioni Rupestri. – e di tentativi di costruire relazioni stabili tra cittadini sparsi, associazioni, comitati e collettivi locali che si stanno opponendo o che ragionano criticamente su singoli progetti, per rinforzare la protesta.
Tre serate molto partecipate e vivaci, organizzate da realtà strutturate che sono state in grado di aprirsi e accogliere la partecipazione non scontata di tanti singoli sparsi, sensibili ai temi ambientali e sociali del territorio. Tre assemblee grazie alle quali si è generato un passaparola propedeutico a allargare lo sguardo e le presenze del 9 febbraio.

Nel suo complesso, la mobilitazione è infatti stata molto più larga rispetto a quella che ha frequentato il serpentone colorato del 9; sintomo di una tematica sentita e della capacità di intercettare molte istanze e soprattutto molti volti nuovi rispetto a quelli a cui ci la militanza camuna è abituata.
Il  percorso scelto si è snodato lungo la ciclabile che da Ponte di Legno sale verso il Passo del Tonale, una camminata adatta a tutti, con punti panoramici dai quali osservare direttamente i luoghi delle criticità trattate e sufficientemente visibile perché i turisti in risalita verso le piste del Tonale se ne accorgessero. Ad accogliere i partecipanti giunti in auto e con un pullman, una micro delegazione delle forze dell’ordine che, una volta rassicurate rispetto all’idea pacifica della mobilitazione e della mancanza di volontà di bloccare le piste – voce preoccupata e forse messa in circolo con una certa malizia – si è allontanata salutando. Di altro tenore l’interesse della stampa locale, presente con rappresentanti di tutte le emittenti, che si è presentata per produrre servizi e articoli una volta tanto piuttosto potabili.
Il meteo non è stato clemente, ma un percorso ben studiato ha consentito a chi non fosse attrezzato o si trovasse in difficoltà a camminare sotto la neve di seguire gli interventi muovendosi da una sosta all’altra, lungo la strada. Gli interventi hanno rivendicato maggiore vivibilità, sia economica e sociale che ecologica e ambientale. Hanno messo in luce la scarsità di prospettive e di servizi per i camuni: spopolamento, mancanza di servizi, redditi inferiori rispetto a quelli di pianura, impossibilità di non avere un’auto a causa dell’inefficienza della mobilità pubblica, aggravata dal progetto di Trenord di realizzare una linea sperimentale a idrogeno e ribadito contrarietà al continuo sperpero di risorse per ampliare i demani sciabili.
La Valle Camonica infatti, anche se non sarà direttamente impattata dalle Olimpiadi, fa parte di quei territori che continuano a drenare fondi collettivi per cercare di rilanciare il turismo con nuovi comprensori, cannoni e sbancamenti, senza pensare minimamente di diversificare le proposte o gettando lo sguardo a un turismo più responsabile e meno impattante.

Immaginando le tappe di avvicinamento e la giornata di mobilitazione, si è scelto un percorso indagante, morbido e inclusivo ben riassunto da questa dichiarazione del comitato MTO2694: «Progetti come quello sul Monte Tonale Occidentale, poco chiaro e ancora fumoso, che  in alcune ipotesi prevede lo sbancamento della cima e il disboscamento della Valle del Lares, sono un attacco all’ambiente e alla biodiversità». Un progetto «anacronistico, fuori tempo massimo». […] «Le critiche sono tante e addirittura alcune sono condivise da Regione Lombardia. La stessa Regione Lombardia che ha parzialmente finanziato questi impianti. Le criticità sono davanti agli occhi di tutti». Siamo contrari agli ampliamenti dei demani sciabili con nuovi impianti perché ci sembra una forzatura, non solo nei confronti dell’ambiente ma anche del clima che cambia. Noi non siamo contro lo sci, siamo contro le forzature».

Per concludere, questa scelta, premiata da una folta partecipazione complessiva, ha dimostrato che stimolando un dibattito serio ci sono forze per continuare a sviluppare percorsi di critica, e si riesce anche a attrarre nuove presenze, fino all’8 febbraio per nulla scontate.

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Fonti istituzionali

Cruscotto con lo stato di avanzamento delle opere in carico a Simico

Dossier di candidatura

Rapporto di Sostenibilità, Impatto e Legacy 2023

Proposta Programma per la Realizzazione dei Giochi Olimpici

 

Fonti open

Primo report OpenOlympics

Secondo report OpenOlympics

Rapporto Neve diversa 2024

 

Fonti compagne

La montagna non si arrende (utili in calce alla pagina “materiali audio” e “cose interessanti”)

Tracce (immagini satellitari impianti sciistici in lombardia dal 2016, Off Topic Lab)

Umanità nova (articolo di Alberto “Abo” di Monte)

Video integrale convegno Off Topic

Video Duccio Facchini – Altreconomia

L'articolo La montagna non si arrende ai giochi d’azzardo sembra essere il primo su Alpinismo Molotov.

Al 9 febbraio: la montagna non si arrende, e nemmeno noi

5 Febbraio 2025 ore 10:13

Per il 9 febbraio c’è una chiama imprescindibile.
Non solo le Olimpiadi di cui abbiamo scritto un anno fa, ciò che accade nelle terre interne, lungo i rilievi di tutta la penisola, non può lasciare indifferenti.

Mentre la terra brucia per via della crisi climatica in cui siamo immersi, annusatone il sangue, i predoni dell’estrattivismo che fa rima con accanimento apparecchiano un banchetto di corvi sulla pretesa carogna di intere comunità, decisi a spremere dal turismo tutto quel che possono.
Disboscano foreste giunte al limite di sopportazione e colpite da bostrico, Vaia e dissesti assortiti, percorrono la strada della cementificazione esasperata per nuove strutture, infrastrutture e palazzetti dal gusto distopicoAttraggono mosche sullo zucchero di non-altrove utili a mettere in scena experience fotocopia, fatte degli stessi panorami fitti di vetro e cemento, degli stessi sapori, odori, colori e ritmi; le rinchiudono a sciare in cattedrali post-atomiche, a passeggio per i “corsi” di ex villaggi di pastori e stalle, ingozzandosi degli stessi cibi di lusso.
Venghino siori venghino, il ceto medio si indebiti per una settimana bianca all-inclusive, terme-spa-motoslitta e pesce di mare. Per un giro a Cortina a respirare la stessa aria di Milano e replicarne le stesse pose fatte di vasche dello shopping e apericena.

Sono gli ultimi colpi di maglio di un capitalismo – col capitale degli altri però (cioè soldi nostri) – che mette la sua rovina in scena, che non immagina altro che portare allo sfinimento un modello fatto in questo caso di altri piloni e di cannoni via via più performanti (si legga: idrovori).
Beautiful che incontra il sogno di soldi facili e il fatalismo della corsa all’oro nel Klondike, l’eterno presente capitalista la cui mentalità viene diffusa a pioggia da soap opere eterne, con Ridge in decadenza che giunto all’ottantesima stagione – i primi impianti coincidono grossomodo con l’Italia repubblicana – è costretto a recitare aggrappato al deambulatore e col catetere infilato.

Un modello che attrezza pacchetti divertimento per qualsiasi gusto purché non siano rispettosi nemmeno quando sono causa dell’agonia di luoghi in cui non spingono a calarsi incuriositi, ma a colonizzare; all’occorrenza si può sempre far sbriluccicare specchietti conditi dalla retorica del “recupero” della montagna abbandonata, dal recover washing si potrebbe dire.

Champagne e motori; sfarzo sguaiato e arroganza, il requiem della nostra decadenza fatta di topi festanti mentre la nave affonda, quando non andrebbero spazzati via soltanto questi abbagli di uno sviluppo che non c’è se non nei conti in banca di chi lo sfrutta, andrebbero rimosse anche tutta un’infrastrutturazione nociva, le narrazioni sull’aria sana, i miti romantici dell’alpe e del quanto si stia bene in montagna.
Tutto ciò non è emendabile, non è perfettibile, non c’è compensazione o posti-lavoro-in-cambio che tenga. È da abbattere in toto, fino a festeggiarne il cadavere. Solo allora sarà possibile provare a immaginare qualcosa che possa avere senso.

Il quadro che abbiamo tracciato è piuttosto apocalittico, e tutt’attorno ai monti non è meglio. L’intero pianeta umano sta subendo scosse telluriche forti, capaci di disarticolare e annichilire il pensiero dei più positivi.
È frustrante trovarsi immersi in questo clima, sa dell’amara perdita di ogni speranza e voglia di rimettersi in gioco.

Del resto i primi a rendersi conto che la pacchia del turismo invernale è finita sono proprio i costruttori di impianti di risalita, che infatti cercano grottescamente di rifilare le loro cabinovie alle città, spacciandole per mezzi di trasporto urbani sostenibili ed eco-friendly.

È successo a Kotor in Montenegro, sta succedendo a Trieste, prossimamente succederà a Genova. A Trieste la mobilitazione spontanea di cittadini e comitati di quartiere è per ora riuscita a fermare un progetto ad alto impatto ambientale, che prevede la distruzione di un bosco protetto per permettere la costruzione di una cabinovia al servizio delle navi da crociera e del loro indotto. Diciamo “per ora” perché dopo due anni di mobilitazioni e di azioni legali è finalmente saltato il finanziamento PNRR; ma l’ineffabile ministro Salvini ha promesso un finanziamento ad hoc, con fondi ministeriali, perché lo Stato e la ditta appaltatrice, la Leitner, non possono permettersi di essere messi in scacco da un’accozzaglia di pezzenti.

Proprio per questo è ancora più importante esserci a ogni latitudine, tener duro e non abbandonarsi al fato.
Siamo in ottima compagnia, la rete che sta stringendo le maglie è larga e importante, dobbiamo darle continuità e forza ben oltre alle Olimpiadi, perché ne va anche delle nostre vite, della differenza che corre tra arrancarvici e viverle.

Abbiamo deciso di aderire all’appello La montagna non si arrende e di mettere a nudo le difficoltà che attraversano noi e l’intero paesaggio.
Ci sono iniziative di tutti i tipi, sono ben accette anche piccole testimonianze pressoché individuali, contribuiamo a propagare l’onda, partecipate, inventatevi qualcosa e stringete rapporti.
Dal canto nostro, noi non ci concentreremo su una manifestazione singola ma contamineremo e ci faremo contaminare, spalmandoci e stando nella galassia di iniziative che si vanno a creare.
Restituiremo le esperienze dei nostri corpi. A dopo il 9, ancora e ancora.

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Moschettoni e doppi legami: le ferrate tra marketing e repressione (seconda puntata)

10 Dicembre 2024 ore 11:13

Nella prima parte di questa disamina abbiamo affrontato due differenti approcci: quello che pretende che il potere garantisca la fruizione in sicurezza dell’adrenalina facile e quello colpevolizzante verso l’escursionista per scaricare su di lui le responsabilità di politica e marketing, cioè di chi l’ha invogliato a andare in montagna promettendo adrenalina facile e sicura.
In questo secondo pezzo vorremmo dar conto della visione Molotov, che è radicalmente opposta a entrambi agli approcci precedenti, perché li considera facce della stessa medaglia: l’estrattivismo turistico che va contestato in maniera radicale. La voce molotova promuove la conoscenza e il rispetto del territorio, la consapevolezza dei propri limiti e la responsabilità nell’assunzione del rischio. Per farlo, a seguito di una prima analisi, utilizzeremo un esempio assurto alle cronache quest’estate.

PARTE TERZA
– La versione Molotov –

Le vere lacune, quello che manca in toto nel dibattito, sono conoscenza e consapevolezza di quel che si sta andando a fare. È più che evidente. E infatti si commentano drammi senza capacità di analizzarli, additando.
Se ipotizzassimo una libertà di scelta consapevole e informata non sarebbe necessario garantire qualcuno, ma semplicemente assumere responsabilità senza pretesa di voler distribuire colpe. Come in ogni cosa della vita se ci si infila nei casini ci si arrangia, se non si è sicuri si evita.

Detto in pratica, secondo noi la responsabilizzazione avrebbe senso se servisse a smontare l’idea che tanto, dovesse andar male qualcosa, qualcuno dall’alto dei cieli aiuterà se non si è capaci, se non si è ragionevolmente al sicuro.
Semplicemente deve essere reso chiaro come dato ambientale che non ci si può fidare al 100% di nessun cavo, che non ci si può fidare di nessun sentiero, mappa, tacca, cartello, app, di niente e nessuno.
Ci si può fidare di quello che si sa valutare, si impara a farlo non fidandosi, e non si è comunque del tutto immuni dal rischio. Riassumendo va sviluppata competenza a saggiare il territorio, a calarcisi dentro e non a starci sopra: la mappa non è il territorio.

La consapevolezza di una scelta, in questo caso estrema: Hansjörg Auer in solitaria e slegato sulla Via attraverso il pesce alla Punta Rocca in Marmolada.

C’è caso e caso: c’è chi assume la propria responsabilità conscio di quel che affronta e c’è chi non ha il senso dello stare in montagna tenendo conto degli altri.
Tornare ‘slegati’ da un sentiero impervio e selvaggio, anche attrezzato, oppure scegliere di salire ‘slegati’ un itinerario alpinistico, osare quindi, è una cosa. E fa parte del gioco, pericoloso certo ma consapevole. Altra cosa è mettersi in mostra in una situazione turistica, non sapere cosa si rischia e si fa rischiare a chi è intorno.
Per un sacco di ragioni. La prima che ci viene in mente è che se il terreno è isolato o poco frequentato si rischierà in proprio. I pericoli oggettivi sono comunque dietro l’angolo, ma non più che in ogni cosa della vita.

Conoscere bene una zona e i propri limiti aiuta a saper valutare con sufficiente precisione e a ‘mettersi in sicurezza’. La stessa persona, con la stessa esperienza, saprà cambiare approccio di salita o discesa in relazione a un contesto diverso, da parco divertimenti. Ecco perché se si è su un tratto attrezzato zeppo di gente non è buona prassi passare slegati. Perché si fa rischiare, oltre a rischiare in proprio. L‘appiattimento di sfumatura che porta con sé l’iper-frequentazione non dà ragione di queste dinamiche spicce, figuriamoci di altre, ben più delicate.

OUTRO
– Un esempio –

Prendiamo un esempio di cronaca e una ferrata che risponde al criterio dello snaturamento storico in ottica turistica: la Bepi Zac alle cime di Costabella.
Una ferrata storica importante, in una regione a vocazione turistico-alpina talmente forte che va tenuta in piedi a qualsiasi costo. Ricordiamo qui che i grimaldelli che tengono in vita con accanimento questo come altri percorsi, sono l’inserimento delle infrastrutture della grande guerra tra i beni culturali protetti dal codice Urbani e la “sicurezza”.

L’invasività dei lavori di consolidamento e “messa in sicurezza” della Ferrata Bepi Zac alle creste di Costabella.

Il fatto è il seguente:
alcune famigliole portano i bambini slegati sulla ferrata Bepi Zac che percorre sfasciumi in quota e sale fino attorno ai 2700mslm. Le foto sono state scattate nel secondo tratto, in zona Costabella.
Di pericoli oggettivi ce ne sono, caduta massi ad esempio, ma non è nemmeno questo il punto, è proprio che ci sono passaggi esposti (come nella quasi totalità dei casi quando c’è un cavo) e portarsi un pargolo in braccio perché incapace a percorrerla (e forse spaventato) non pare il caso, tout court.
A cadere su un terreno del genere ci si può far male-male; se si cade con un bimbo in braccio ci si è comportati idioti.
Premesso questo, e che portare figli piccoli senza attrezzatura è promuovere l’incultura e non la cultura della fruizione della montagna, il dibattito a cui normalmente si assiste in questi casi è fuorviante, e suona più o meno sempre allo stesso modo: «criminali», oppure «se i tizi fossero dei super esperti della zona che avessero valutato quello che stavano facendo e non dei turisti sprovveduti?»

Per quanto ci riguarda restano vittime del marketing. Possono essere tra i più esperti dell’Universo, sono però in un ambiente altamente frequentato, in cui il pericolo oggettivo è in primis l’affollamento (le scariche di sassi che ne possono derivare, attese lunghe e estenuanti fissi a un cavo, cadute altrui…).
Altrettanto oggettivo è il fatto che un figlio piccolo non può essere esperto, che il genitore sta decidendo per lui (al punto che in alcuni scatti il genitore se lo carica in collo).
Se ti cade un etto di sasso sul braccio che fai?
È la visione indotta del marketing, in cui l’escursionista-consumatore viene preso in trappola, è la modalità di vendita della fruizione a proiettare l’immagine per cui basta spendere, comprare l’attrezzatura cara, per essere sicuri e al sicuro.
Aggiungiamo poi che se il terreno di gioco è quello alpinistico, in cui il potere d’acquisto applicato alla retorica e al terreno acrobatico, al linguaggio spesse volte ricalcato da quello bellico – militarista –, essere indotti nell’abbaglio del superuomo che fa tutto da solo è un passo brevissimo.
Comportamenti del genere su terreni a zero possibilità di sperimentazione, che obbligano a seguire un tracciato più pedissequamente che una via alpinistica o un sentiero, sono stupidi e non del tutto consapevoli.
È una protesi del gioco che l’imprenditoria e la politica stanno costruendo sulla pelle delle valli e delle cime.

In conclusione non caschiamo nel gioco: sono le scelte di indirizzo a generare i mostri cui la politica che le ha prodotte non vuole rispondere in maniera proficua.
La responsabilità è politica, la colpa è del modello economico che ha intenzione di sfruttare ancor di più la montagna in ogni modo, oltre qualunque limite di ragionevolezza.
In altre parole: se si precludono i corridoi faunistici agli orsi che si è ‘preteso’ di importare sul territorio anche per aumentare l’afflusso turistico, salvo poi lamentarsi del loro sovrannumero e proporre come unica soluzione l’abbattimento, si sta giocando con la pelle degli animali non umani.
Se si rendono instagrammabili i sentieri, con panchine giganti e ammiccamenti acchiappa click, perché si vuol far crescere il turismo in maniera esponenziale e incontrollata ma poi li si chiude quando qualcuno si fa male, si sta giocando con la pelle degli animali umani.
Se si trova normale spendere valanghe di soldi per alimentare i comprensori sciistici (o per realizzare skidome al chiuso in assenza di neve), per alimentare la speculazione edilizia, per realizzare Olimpiadi che lasceranno scheletri e macerie; se si pretende eliminare il rischio nelle attività ludiche criminalizzando per decreto o divieto ma si dà per assodata l’alta probabilità di farsi male in quell’obbligo alienante che è il mondo del lavoro si sta giocando con la pelle della società.

Così facendo le amministrazioni e governi dimostrano di prendere scelte politiche di indirizzo che non manifestano rispetto alcuno verso i luoghi, verso le differenti specie animali che abitano quei luoghi, nessun rispetto anche verso le persone che abitano la montagna o che vengono da fuori, invogliate ad andare a ‘fare il ponte tibetano’ con la stessa spensieratezza con cui andrebbero nell’ennesimo inutile nuovissimo iper mega centro commerciale.
In questi precisi ambiti queste scelte vanno censurate e attaccate.
Servono cultura e capacità interpretative, sensibilizzazione, non overdose di emozioni indotte, normate da chi al primo guaio provocato si lava le mani e risponde con l’unico strumento che padroneggia: la repressione.

L'articolo Moschettoni e doppi legami: le ferrate tra marketing e repressione (seconda puntata) sembra essere il primo su Alpinismo Molotov.

Moschettoni e doppi legami: le ferrate tra marketing e repressione

2 Dicembre 2024 ore 12:16

INTRO
– inquadramento-

La storia dell’alpinismo, in genere, è una storia coloniale ed elitaria: il ricco, il nobile (“il” perché questa storia porta con sé anche un approccio maschilista) arriva ai monti inizialmente per ragioni cartografiche ed esplorative, in seguito per ragioni di conquista e blasone.
In questa narrazione l’abitante, ‘il montanaro’, è un esserino grezzo e impaurito, che non sa godere delle bellezze della montagna, che non fa passeggiate o arrampicate per “vivere le cime” – con tutto il fascino di verticalità, desolazione e pericolosità – ma che tutt’al più “serve” perché conosce i luoghi circostanti a quelli che abita e può indicarli, e perché da bravo spallone può farsi portatore di strumenti e vettovaglie*.

Il monte come luogo piacevole e d’incanto, salubre, unito alla massificazione turistica cominciata tra gli anni ’60 e ‘70, porta allo sviluppo di un nuovo terreno di gioco, anche se non particolarmente originale, basti pensare alle similitudini con l’impiego di corde fisse. Se prima la ferrata era turistica e poi fu utilizzata per scopi militari, ora finte élite di eroici bardati assaltano il percorso ‘di massa’, un combinato da logica turistica: colonizzazione dello spazio e appiattimento dell’immaginario.

Addentrarsi in questo ambiente è provare a sviscerare un tema tecnico e ispido, sul quale scegliamo di non intervenire, però qualche considerazione e riflessione generale crediamo vada fatta.

 

La successione di cenge attrezzate per mettere in sicurezza l’itinerario. Bocchette centrali di Brenta.

Ci sono varie tipologie di ferrata: talune, storiche, nascono con l’idea di mettere in sicurezza percorsi già frequentati, altre, specie quelle dolomitiche o di bassa quota non sono realizzate per portare in un dato luogo ma esplicitamente per cercare la difficoltà.
Fino ad una certa fase, forse, lo sviluppo di alcune ferrate assurde ha avuto a che fare con echi di arrampicata in artificiale, con diversi mezzi ma la medesima propensione a non porsi problema di manomissione del contesto.
Un esempio di itinerario con logiche di artificiale, scale come staffe: ferrata Castiglioni alla Cima d’Agola.

Possiamo distinguere grossomodo tre tipi di ferrate e conseguenti tipi di fruizione.

  1. Opera militare mantenuta o ristrutturata a scopo turistico. Quasi assente in alpi occidentali;
  2. attrezzatura fissa di un itinerario che semplifica una via alpinistica, rendendola accessibile a escursionisti ‘esperti’, e che di solito serve ad arrivare in cima o a traversare. È il caso della ferrata Bolver-Lugli a Cima Vezzana nelle Pale di San Martino o della Arosio al Corno di Grevo, nel gruppo dell’Adamello;
  3. ferrata estrema, acrobatica, mozzafiato-adrenalina, tipicamente fine a sé stessa, in ottica di lunapark, di solito ridondante di infrastruttura: scalette, ponti, ecc., più orientata a palestrati che ad alpinisti/escursionisti. Non infrequente in alpi occidentali anche francesi, la ferrata Du Diable risponde sicuramente al caso lunapark.

A sinistra la ferrata du Diable in tutta la sua insensatezza.
A destra la ferrata Arosio al Corno di Grevo, già via alpinistica di cresta. Per anni è stata accompagnata da polemiche, più volte ne sono stati sabotati i fittoni e un tempo erano visibili scritte come «no ferrata» e «CAI Cedegolo incivile».

Che ad esempio nei tardi anni ’30, in Dolomiti di Brenta, si sia pensato di attrezzare un percorso sfruttando le sequenze di cenge lì esistenti e ne siano così nate le Bocchette Centrali, può essere una cosa ragionevole.
Il problema tuttavia, più che l’attrezzatura dei percorsi in sé, è la fruizione che se ne fa, la turistificazione intensiva dovuta al boom e al conseguente aumento del potere d’acquisto del ceto medio.
Da qui nascono i ‘ferrata adventure park’ o percorsi come quello delle Aquile in Paganella e Intersport nel Donnerkogel. Tra questi ultimi e gli itinerari classici, storici, dovrebbe esserci una gran differenza.

Sopra la  ferrata delle Aquile in Paganella.
Sotto la ferrata Intersport al Donnerkogel.

PARTE PRIMA
– l’approccio sceriffo –

Ci pare che negli ultimi anni le modalità di fruizione abbiano appiattito le sfumature costruttive in virtù di un’unica fruizione possibile.

Così già da tempo (immagine del 2016): botta-risposta su un noto blog dedicato al tema.

Si vendono – si compra-vendono – ferrate. L’espansione tremenda della frequentazione alpina e del movimento dell’arrampicata sportiva, se da un lato testimoniano di una moda, dall’altro concorrono alla creazione e all’ingigantimento del problema. Notiamo che il modo di stare sulla ferrata, la terminologia di che ne racconta le difficoltà, gli entusiastici report fotografici che ne seguono, descrivono atteggiamenti assimilabili al tipo 3.

Ci si concentra sull’adrenalina e si riflette poco – o per nulla – di sicurezza o rispetto dell’ambiente col quale si interagisce. Non si dice mai ad esempio, ed è disonesto, che una caduta su ferrata è potenzialmente molto più pericolosa di una in arrampicata. Senza tutto un sistema di dissipazione in ordine, senza competenze specifiche (spesso risolte con ‘compra l’attrezzatura’), si possono generare fattori di caduta nettamente più alti che scalando, con sollecitazioni che, per come sono progettati, moschettoni e corde non possono reggere. E se resistessero, non lo farebbe il corpo umano. La strada che si sta percorrendo – stiamo ragionando per ipotesi – è quella del «vorrei ma non posso, però c‘è la ferrata». È così che questi percorsi si sono guadagnati e si stanno guadagnando una larga ‘fetta di mercato’.

Come per gli orsi e i lupi, come per il Natisone, buona parte delle criticità che stanno alla base  del discorso sono la turistificazione e lo sfruttamento, il rilassamento delle sinapsi preposte all’accortezza, in favore della deresponsabilizzazione collettiva: ci si diverte, si provano ‘brividi’, si racconta l’atto acrobatico con la go-pro. Nel frattempo si intasa, si erode, si sovra-alimenta la bulimia del profitto, e così ferrate che potevano tranquillamente rientrare nella categoria 1, quella di opera militare manutenuta come il Sentiero dei Fiori in Adamello, grazie al battage pubblicitario schizzano dritte nella 3: adrenalina.

Passerelle si materializzano al ritmo dei ponti tibetani, lavori degni di grandi opere, appalti con imprese e eccesso di infrastruttura. Nomi evocativi, da marketing, come nel caso dell’Epic trail.
L’epica dell’Odissea, de Il mucchio selvaggio, messe a disposizione per pochi spicci a chi passa le settimane sfruttato sul luogo di lavoro, con giubilo dei geometri che progettano siffatti percorsi.

Tram a Milano pubblicizzano il sentiero dei fiori.

Se questa è la logica, ci sentiamo di affermare che, indipendentemente da quel che si pensi della loro bontà, una volta che una ferrata esiste chi va in montagna tende a pensare che sia in ordine. Che sia sufficiente fissare il moschettone a un cavo che terrà, i cui chiodi non salteranno via come bottoni, e seguirlo camminando. Su questo aspetto risulta impossibile colpevolizzare l’escursionista, e infatti si gioca alla deresponsabilizzazione, al ‘ludico gestito dalla legge’. Soprattutto se gli escursionisti vengono attratti e invogliati a percorrere quella ferrata dagli opuscoli delle Pro Loco.

In alcune zone – Dolomiti su tutte – si esaspera il ruolo di parco giochi dei sentieri attrezzati, pensati esplicitamente per cercare la difficoltà e frequentati da individui accessoriati. In altre la dimensione tecnica conta molto meno, i percorsi sono stati conservati come retaggi militari o sono nati soprattutto per poter dire «li abbiamo anche qui», anche se non sono nemmeno lontanamente paragonabili ai primi e salvo poche eccezioni hanno molto meno senso.
Se si costruiscono parchi giochi si promuove una certa idea per cui si paga il biglietto – leggi “compra l’attrezzatura giusta e cool per agganciarti alle pareti e il più è fatto” – ed è ragionevole che il consumatore pretenda che lo spettacolo fili liscio: che la messa in scena sia sicura e l’attrezzatura che userà sarà in buono stato, funzionante e certificata.

PARTE SECONDA
– l’approccio bimbominkia –

Nei cantieri sono di solito posti cartelli in cui si elencano i vari strumenti di protezione e si invita i lavoratori a usarli. Della pericolosità del lavoro in sé niente, non si sa, non si dice.
Aspetti diversi, certo, il cui trait d’union è che si può – si deve visto che si fa poco o nulla per evitarlo – morire di lavoro. Attraverso il marketing si raccontano domatori di montagne su ferrata salvo poi drammatizzare i sentieri per tenere alla larga rogne legali come capitato, ad esempio a San Felice in Circeo.

Ordinanza di chiusura sentieri del comune di San Felice in Circeo. Stando al sito del parco del Circeo, nel momento in cui scriviamo il sentiero 750 risulta ancora interdetto (clicca qui per leggere l’ordinanza completa).

Manovre per le quali non è difficile immaginare la funzione di anticamera per stabilire parcelle di soccorso, nella cornice di un attacco al tempo libero, alla preservazione della ‘carne-lavoro’.
Il tema delle garanzie e dei diritti – compreso quello alla sicurezza – vengono insomma innestati su aspetti della vita in cui non entrerebbero – o non dovrebbero entrare – per nulla, come gli ambienti naturali.
La frequentazione di ambienti ‘selvaggi’ con tale mentalità, avviene dando per scontato che ‘qualcuno’ si occupi di ‘far funzionare’ tutto, che sia un preciso diritto del fruitore, che se qualcosa non funziona ci deve per forza essere qualcuno che ne ha colpa.

In questo contesto a poco vale, è anzi fuorviante, l’idea lanciata dal CAI sulle pagine de Lo Scarpone di predisporre un non meglio descritto codice di ‘autoresponsabilità sui sentieri’. Proposta che suona stonata quanto la colpevolizzazione dell’atteggiamento individuale di fronte a altri due macro-temi: la crisi climatica e la gestione pandemica appena trascorsa.

A una lettura di superficie del dispositivo che dovrebbe responsabilizzare si potrebbe rispondere con qualcosa come: «Alla buon’ora. Bene.»
Tuttavia rileggendo l’articolo de Lo Scarpone le certezze vanno sgretolandosi.
Anzitutto si scrive solo di sentieri e escursionisti, e non si fa cenno a tutte quelle situazioni e manovre dove responsabilità ‘altre, dall’alto e collettive’ potrebbero esserci: come è attrezzata una via alpinistica, da quanto? Quanto sono manutenute una ferrata o una falesia (ecc.)? Ce lo chiediamo perché in fin dei conti una via di roccia, misto o ghiaccio – e a maggior ragione una ferrata – non sono altro che sentieri tecnicamente più difficili.
In secondo luogo leggiamo: «i volontari che si occupano della manutenzione della rete sentieristica non possono essere responsabili di chi s’incammina lungo i sentieri con troppa leggerezza».
Questa frase suona un po’ come uno scarico di responsabilità
post tragedia in Marmolada.
O post alluvione: non si muove un dito per piani di assesto idrogeologico, per uno studio approfondito e conseguente messa in sicurezza del territorio, in generale si continua ovunque nell’opera di cementificazione.
Si irride il rischio, si perseguono disboscamenti e depauperamenti dei territori, si realizzano grandi opere. Ma se succede qualcosa, se questo qualcosa si ripete con sempre maggior frequenza, tocca che si renda d’obbligo l’assicurazione, che l’individuo paghi.

Vecchio gioco applicato all’alpe: quando mai non si è sovraccaricato il singolo di comportamenti non corretti per la morale corrente?
Criminalizzare l’individuo è una mossa del cavallo tipica, utile a tutelare l’amministrazione pubblica di turno e il profitto dell’indotto.
Molti sentieri sono manutenuti dai comuni, enti, o associazioni da questi riconosciute. Con l’iper-turistificazione in atto nelle terre alte ci si auto-sgrava da quel che si produce: intasamento e scarsa conoscenza.
In rete e sui blog si leggono sempre più richieste del tenore: «la (tal ferrata) è percorribile d’inverno?», «è aperta anche se ha fatto molta neve? Fa freddo: se c’è ghiaccio ci si può andare?», come se un percorso fosse equiparabile o assimilabile a un impianto di risalita. Col relativo gestore a attivarne e regolarne la corrente, il flusso.

L’idea di indagare Comuni e centri meteo a seguito della tragedia in Marmolada era pessima, le ipotesi di reato sono state archiviate, pare però che il CAI voglia espungere dal discorso quell’ipotesi per sovraccaricare il singolo di un altrettanto presunto e assurdo comportamento scorretto.
Teniamo inoltre presente che a decidere non sarà uno specialista di monti, ma un giudice che non potrà applicare attenuanti, che anzi sarà messo in condizione di aggravare la posizione individuale sulla scorta di una valutazione di tipo morale.

Una proposta che non impedirà comunque chiusure arbitrarie di percorsi in nome del securitarismo, della ‘sterilizzazione del pericolo’. Un’idea che rafforzerà la caccia alle streghe, i discorsi allucinati sulle responsabilità del capo-gita o cordata, individuato come ‘il più capace’ e dunque responsabile in toto della salute di interi gruppi amicali e/o parentali. Il meccanismo piuttosto ricorrente, insomma, per cui si nasconde sotto al tappeto la responsabilità collettiva e si individua un capro espiatorio. E dal momento in cui tutto è acquistabile, non è difficile immaginare qualcosa di simile a vecchie proposte come il patentino di montagna o l’obbligo assicurativo per le calamità naturali o per sciare in pista. «Per sgravarsi dalla responsabilità su sentiero va pagata la guida», che è un po’ quello che già succede con l’obbligo di Artva, pala e sonda: «non conta dove vai o cosa fai, ma cosa possiedi. Compra l’attrezzatura, anche quella inutile o che non sai usare, e godrai di un trattamento ‘riservato’».
Il fatto che nell’articolo si dica che molti dei lavori di manutenzione sono fatti da volontari fa puzzare la situazione, perché se dall’altra parte c’è il dito puntato sulla responsabilità individuale si corre il rischio di allontanarli, in fin dei conti sono individui pure loro.

Fin qui ci siamo concentrati su due diversi approcci: quello dell’escursionista che pretende che il potere gli garantisca la fruizione in totale sicurezza dal momento che ha speso e acquistato materiale – confondendolo con l’esperienza – e quello del potere che dopo aver creato quest’illusione scarica in toto le responsabilità sull’individuo. Non sono due modi separati, stanno assieme e descrivono una sorta di double bind, di «grazie alla nostra ferrata puoi salire in sicurezza ma se il cavo si rompe e cadi è colpa tua».
Per non restare intrappolati in questa costrizione bisogna allora ribaltare la prospettiva. Lo faremo nella prossima puntata, dando conto della nostra idea di come frequentare la montagna, rispettandola e rispettandosi.

 

*Segnaliamo per attinenza, fra i libri di storia dell’alpinismo, Montagne della mente. Storia di una passione di Robert Macfarlane (Einaudi tascabili, 2020).

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Giuliano, ciao

26 Novembre 2024 ore 13:12

Clicca sull’immagine per ascoltare la sua “Ironica la vita”.

Due giorni fa è mancato Giuliano Contardo, musicista amato e stimato nonché fratello del nostro compagno Daniele.
Quando manca un fratello, un compagno di vita, ci si stringe attorno alla casa comune.

Ci uniamo al passo e al cordoglio della famiglia, si parte e si torna insieme.

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Valsusa, Territori Occupati

7 Ottobre 2024 ore 16:12

Di fronte alla prospettiva di dover vivere per chissà quanti anni
a ridosso di un cantiere militarizzato,
si pensa all’alternativa di vendere.
E andarsene piuttosto che vedere la tua casa
occupata (che ho detto mioddio perdono,
sono gli squòtter che occupano!)
abitata da chi ti ci ha cacciato.
Ricorda niente?
Esatto,
Territori Occupati.

Il chilometro “elastico”. Da questa notte per raggiungere la stazione di Susa da San Giuliano è necessario circumnavigare l’area sgomberata, col risultato di trovarsi a percorrere un itinerario lungo più di 12 km (in linea d’aria sono 2,4 km!).

Arrivano nella notte le notizie dalla Valsusa, pronte per mandar di traverso il caffè appena svegli. La polizia ha sgomberato San Giuliano, storico presidio NoTav dove alcuni militanti avevano allestito mobilhomes e tende per poter pernottare.

Nulla di nuovo e nessuna meraviglia.

Il terreno è quello acquisito tempo addietro da oltre un migliaio di persone, ognuno una piccola parte, per rendere complicato l’esproprio annunciato. All’interno dell’area soggetta a esproprio si trovano anche alcune case abitate e al momento non ci è chiaro se verranno espropriati anche questi immobili o se il cantiere vi crescerà intorno.  Fra un commento e l’altro all’interno del nostro gruppo iniziamo a chiederci se e come sia possibile che “lo Stato” possa agire dentro un terreno privato attraverso le “forze dell’ordine”, senza che queste siano chiamate a intervenire dai proprietari. Domande un po‘ naïf se vogliamo ma nel momento in cui si spaccano i maroni da decenni prima con terroni, rom & sinti e poi con gli “extracomunitari” (forse si riferivano agli americani che comprano case in Sicilia) accusati di prendere con la forza le case “agli ‘taliani”, che si faccia spallucce nel momento in cui la polizia in assetto di guerra sgombera il “sacro terreno privato” lo troviamo un segnale quantomeno strano. Perfino La Stampa, mai tenera col movimento, fa notare che i terreni verranno sì espropriati mercoledì prossimo 9 ottobre 2024, ma che il clima del presidio era pacifico e che la situazione sarebbe precipitata in caso di azioni delle “forze dell’ordine”.
Un cambio di paradigma significativo: il presidio NoTav è stato sgomberato in via preventiva tra la notte di domenica 6 ottobre 2024 e questa mattina, mentre era radicato su un terreno ancora oggi di proprietà privata.
La cosa che lascia perplessi è un’“opinione pubblica” così attenta alla roba, alla proprietà, alla “casa occupata”, che fa spallucce al potere poliziesco, il quale fa quel che fa.
Preoccupa che gli abitanti e le autorità di Susa (il Sindaco, cascato dalle nuvole, è al mare), ancorché puntualmente informati da tempo dagli esperti del movimento, non sembrano pensare che siano fatti loro, nemmeno di fronte a esistenze che verranno rese schifosamente difficili per anni dall‘ennesimo cantiere inutile.
Vite già complicate dallo sgombero necessario per far spazio alla rotaia, dicono, mentre da stamattina si devono percorrere dodici chilometri e mezzo per colmare lo spazio di quei 2-3 che separano San Giuliano dalla stazione di Susa.

Abbiamo ragione di pensare che anche a causa della gestione militarizzata dell’emergenza covid degli ultimi anni, del suo linguaggio narrativo, ci sia stata una rimilitarizzazione dell’immaginario.
Un atto di forza evidente, davanti al quale sembra che la maggior parte dell’opinione pubblica si sia abituata.
Nonostante decenni di guerre preventive finite malissimo, l’opinione pubblica fatica – anzi, si ostina – a non capire che il paradigma è Gaza, che sarà Gaza per tutti. E *non possiamo* capirlo a fondo perché è troppo enorme, non saremo mai pronti a capirlo.
Si subisce il rapporto di forza in modo acritico, passivo, rassegnato, al limite fideistico.

Facciamo un po’ ridere, oggi, a scrivere di gas lacrimogeni CS vietati dalla convenzione di Ginevra e usati dai reparti di polizia italiani, quando il paradigma di riferimento che ci siamo dati è Gaza, quando gli orchi hanno fame e chiedono di fare più figli, quando è ormai palese che contro uno stato che si comporta illegalmente, la legalità può soltanto perdere.

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Metalli rari: una minaccia per le nostre montagne

18 Luglio 2024 ore 11:45

Clicca sulla mappa per consultarla (è a circa metà articolo)

Siamo in piena crisi energetica e le politiche europee galoppano in retromarcia.
Su sollecitazione europea l’Italia si appresta a sostenere la ricerca di giacimenti di metalli rari.

Rileviamo inoltre che mentre per le fonti rinnovabili è stata data delega alle regioni, sarà il governo stesso a gestire la questione di quelle fossili.
Dopo le concessioni per trivellare in mare, mentre non si fa nulla per contrastare la crisi climatica, si passa al capitolo estrattivismo, un ritorno al futuro a tinte distopiche.
Metalli rari indispensabili allo “sviluppo”, che servono, stando al nuovo mantra energivoro, alla “transizione ecologica”.
L’arco alpino, la Sardegna e tutta la costa tirrenica sono le zone maggiormente minacciate, ma è l’intera penisola a essere in grave pericolo.

In Valsusa e nel Pinerolese ci sono parecchie miniere “storiche”, la cosa mostruosa è che una buona parte dei siti segnalati in mappa (appoggiare il mouse per leggere i nomi) sono in quota anche in posti impervi e per ora lontani da strade.

Facciamo alcuni esempi di siti censiti:
– in bassa valle “Cruino” (che dovrebbe essere Cruvin, ndr) praticamente un alpeggio nel vallone del Prebec, a circa 1700 metri;
– in Val Pellice “Castelluzzo” (Castlus), un appicco selvaggio tra l’altro luogo della resistenza valdese, a circa 1400 metri di quota;
– in Friuli è segnata la val Aupa. Si tratta si una valle selvaggia pochissimo abitata, percorsa da una strada in cui se due macchine si incrociano una deve fare un km di retromarcia. Un posto         bellissimo;
– in Val Germanasca “Vallon Cros” (anche Valloncrò), altro alpeggio. Dovrebbe essere il vallone che porta al colle del Beth, a quota 2700, zona di miniere dal sec. XVIII. Oltretutto la rete escursionistica della zona è basata in gran parte sulle splendide mulattiere costruite proprio per le miniere o per scopi militari. Due reti sono praticamente indistinguibili e insistono sullo stesso territorio.

Negli ultimi trent’anni le mulattiere sono parecchio deteriorate, ma fino agli anni ‘80 erano ben conservate e godibilissime. L’idea di strade e camion a 2700 metri è agghiacciante. Un vero massacro. E le valli in questione sono ormai quasi spopolate, per cui anche resistere allo scempio sarà difficilissimo.
Per fortuna per ora in elenco mancano la grande quantità di miniere ancora più a monte. L’intera Val Germanasca è un paradiso e ne è piena, l’idea che venga consegnata alle compagnie minerarie è terrorizzante.

Utilizzare la lotta al fossile per rendere politicamente corretto l’estrattivismo è come usare la lotta all’antisemitismo per rendere politicamente corretto il genocidio dei palestinesi.
Invitiamo chiunque a osservare la mappa al link e a mobilitarsi per difendere il proprio territorio.

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Mattie: la discarica perc*lata

2 Luglio 2024 ore 17:30

 

Ieri ci siamo imbattuti in questa buona notizia che volentieri segnaliamo.

Molto brevemente, Regione Piemonte e Città Metropolitana di Torino volevano realizzare, di concerto con ACSEL, uno stoccaggio di rifiuti contenenti amianto a Camposordo di Mattie, luogo di una preesistente discarica. Erano già partite le valutazioni di impatto ambientale, sintomo della volontà di un’approvazione repentina.

Il 31 maggio Luna Nuova ha fatto percolare la notizia prima che potessero farlo i liquami contaminati, vanificando in tal modo l’effetto sorpresa.

Una mobilitazione dal basso contro l’avvelenamento del territorio ha spinto sui comuni interessati dal progetto e soci della stessa ACSEL, portando al gioioso epilogo di ieri: dopo 3 ore e mezza di assemblea i sindaci all’unanimità hanno rispedito il progetto al mittente.

L’abbiamo scritto più volte, ne siamo convinti e lo ribadiamo: la mobilitazione non è fatta di sole sconfitte.
Appuntiamolo a memoria: ogni tanto si vince, oggi una volta in più.

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In marcia con la Banda Hood nella foresta di Mambrica

12 Giugno 2024 ore 13:00

Clicca sull’immagine per maggiori info e dettagli

Dopo aver legato gli scarponi per osservare Montecampione e raccontarne la cementificazione, dopo aver esplorato i progetti di turismo dissennato della Valle Camonica e non solo, Alpinismo Molotov continua a frequentare il territorio.
A tessere complicità, a costruire narrazioni.

Domenica 23 giugno ci muoveremo a fianco del CSA Sisma, a Wu Ming 4 e al Bosco di Mambrica A.P.S..
Tra i boschi del maceratese, felici di riallacciare in carne e ossa i nodi con vecchi compagni di cordata.

Ritrovo alle 9.00 a Torre Beregna, per immergerci in una camminata adatta a tutti – 5 chilometri per 300 metri di dislivello – che ci condurrà al rifugio di Manfrica, dove alle 11.30 Wu Ming 4 presenterà il suo nuovo lavoro: La vera storia della banda Hood.  Racconto indispensabile di questi tempi, fatto di una banda di fuorilegge che sa muoversi tra le pieghe del potere, di ritorno alle origini delle cose, dei versi che le hanno accompagnate.

Un libro denso di storie che, per citare un altro compagno di scorribande «sono vere quando si sente che dentro c’è la vita».

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Riflessioni sulla morte di tre ragazzi nel fiume Natisone

7 Giugno 2024 ore 10:20

In passato ci siamo occupati di sicurezza in montagna a proposito del crollo del ghiacciaio della Marmolada. All’epoca abbiamo fatto delle riflessioni che a nostro avviso hanno una valenza più generale, e possono essere applicate ad altre situazioni in cui ci si approccia ad ambienti naturali o semi-naturali. Torniamo ora sull’argomento in seguito a un episodio che ha riempito le cronache, verificatosi alcuni giorni fa a Premariacco, nel Friuli orientale, sul greto del Natisone. In breve: tre giovani (due ragazze e un ragazzo) sono stati sorpresi dalla piena del fiume mentre si trovavano su un ghiaione normalmente frequentato come spiaggia e, presi dal panico, sono rimasti bloccati per una decina di minuti mentre il livello dell’acqua e la forza della corrente aumentavano rapidamente, fino ad essere sommersi e poi trascinati nella forra a valle.

 

Ad oggi sono stati recuperati i corpi delle due ragazze, e sono ancora in corso le ricerche del corpo del ragazzo. Il modo in cui i media stanno parlando dell’episodio è molto simile a quello in cui era stato affrontato l’episodio della Marmolada: da un lato c’è la colpevolizzazione dei giovani, con punte di crudeltà insostenibili, una miscela micidiale di carogneria da paese e di cinismo da social. Dall’altro la ricerca di un capro espiatorio istituzionale (la protezione civile, i vigili del fuoco, il sindaco, il 118, il 112…), insomma la via giudiziaria alla risoluzione dei problemi. Qualcuno ovviamente propone interventi securitari, come il divieto di avvicinamento al fiume a prescindere; qualcun altro invece si frega le mani prefigurando appalti per la “messa in sicurezza” del luogo. La cosa che quasi nessuno dice, invece, è che la leggerezza con cui i tre ragazzi si sono mossi è conseguenza della non conoscenza del territorio, che a sua volta è conseguenza dell’interruzione della trasmissione orale di tale conoscenza. C’è stato un tempo, che nel Friuli orientale è finito intorno alla metà degli anni ottanta, in cui i paesi situati vicino ai fiumi vivevano di e sul fiume. Nel fiume si pescava e si raccoglieva la legna dopo le piene, i contadini in estate di sera facevano il bagno per lavarsi via il sudore e la polvere, i ragazzini passavano l’estate a tuffarsi e nuotare.  Tutti sapevano quali erano i punti pericolosi, e soprattutto *quando* erano pericolosi. Si sapevano leggere i segni di una piena in arrivo, si teneva d’occhio il livello e il colore dell’acqua. Cose che non si sapevano per scienza infusa, ma perché da piccoli te le insegnavano i grandi. La gente affogava anche allora, sia chiaro, ma c’era una consapevolezza del rischio che ora manca. I bei tempi non ci sono mai stati, lo diciamo sempre. Il punto è che non ci sono nemmeno adesso, non ci sono *soprattutto* adesso. Per un paio di decenni le rive dei fiumi sono diventate non-luoghi, o luoghi da cuore di tenebra. E dopo 20 anni di oblio si è cominciato a parlare di “riscoperta” e di “valorizzazione” (che, ricordiamolo, significa “messa a valore”), è arrivato il tempo dei luoghi pittoreschi, poi diventati “instagrammabili”, decontestualizzati dall’ambiente naturale e antropico circostante; il tempo in cui si può progettare una “Premariacco beach” su un ghiaione che si trova tra lo sbocco di una forra e l’ingresso della forra successiva, un luogo tranquillo e sicuro per gran parte dell’anno, sì, ma pericolosissimo in occasione di piogge abbondanti nelle montagne retrostanti.

Come per la montagna, si è persa la consapevolezza che il letto di un fiume è un ambiente naturale che presenta dei rischi, che non possono essere eliminati o tenuti sotto controllo, ma possono essere conosciuti e valutati di volta in volta. In generale, si dimentica una cosa che dovrebbe essere ovvia: nessuna autorità può garantirci l’incolumità di fronte a un fenomeno naturale, per il semplice fatto che autorità e fenomeni naturali sono concetti che appartengono a piani discorsivi e di realtà distinti. Questa amnesia, se ci si pensa, è alla base anche dell’antropizzazione scriteriata delle aree prossime ai fiumi, con le conseguenze su vasta scala che stiamo sperimentando sempre più spesso.

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VANCE, IL REPUBBLICANO NUOVO

22 Luglio 2024 ore 19:02


La corsa di J. D. Vance verso Donald Trump non è stata breve né facile: l’endorsement che gli ha fatto conquistare l’Ohio, il noto autore di Hillbilly Elegy lo ha dovuto sospirare. Ma una volta espiati i precedenti da Never Trumper, la nomina di candidato vice del Tycoon poteva in effetti calzargli a pennello per una serie di ragioni. Per la campagna elettorale orchestrata da Luke Thompson – aggressiva, spericolata ma efficace – che ne ha messo in luce tutto il potenziale. Per l’abilità con cui racconta il redneck e le sue frustrazioni profonde, ma in una favola che rispolvera il più classico sogno americano e con un linguaggio che parla anche al laureato suburbano.

Soprattutto, però, per la sua capacità di attrarre fondi, dati anche i legami con settori dell’economia verso cui Trump, evidentemente, ha uno sguardo sempre più attento. C’è il mondo delle criptovalute ad esempio, con cui Vance ha entusiastici rapporti e le cui aspettative nei confronti di Trump – dopo quattro anni di bastonature democratiche – sembrano alte. E c’è una Silicon Valley sempre meno dem.



Elon Musk
Tecno-ottimisti per Trump

“Certo” – commenta l’informatissimo Teddy Schleifer – “il vostro vicepresidente medio di Google crede ancora nel cambiamento climatico o nei visti H-1B, e andrà a San Francisco per protestare contro il divieto anti-islamico. Ai livelli più alti e più ricchi dell’industria, però, i creatori di tendenze culturali hanno ingoiato la pillola rossa”. Anche perché, a differenza che nel 2016, oggi essere presi di mira da persone di sinistra sui social potrebbe essere commercialmente un vantaggio. Ma al di là di un crescente fastidio per il fanatismo ricattatorio di marca woke, ciò che irrita i magnati del tecno-ottimismo è la stretta fiscale sulle startup o la prospettiva di una IA rigidamente controllata. La proposta di un’imposta sulle plusvalenze non realizzate, ad esempio, è stata la goccia di troppo per Marc Andreessen e Ben Horowitz, fondatori di una delle più importanti società di venture capital della Silicon Valley. E analoghi sono i discorsi che si fanno al Cicero Institute di John Lonsdale o dalle parti del suo amico Elon Musk, che oggi incassa contro Biden anche l’appoggio di un megadonatore democratico come Jeff Skoll. Siamo nel mondo della Little Tech Agenda che scalpita sotto i tacchi del GAFAM. Dove Meta o Google – che da anni mantengono, insieme alle loro posizioni dominanti, il baraccone della censura progressista – vengono liquidati come modelli obsoleti. E in cui libertà d’espressione fa rima con libertà dalla stretta politica che si traduce in tasse e burocrazia. Una prospettiva integralmente libertaria e liberista, quindi. Ma non massimalista. Anzi, strategicamente molto scaltra.



Lina Khan, presidente della Federal Trade Commission

Ci si potrebbe stupire ad esempio che la corte trumpiana – pur unita dalla richiesta di un laissez faire radicale – stia imparando a tollerare figure come Lina Khan, l’agguerrita presidente della Federal Trade Commission. Che sostiene da tempo l’idea di una legge sull’antitrust potenziata. Non focalizzata solo su prezzi e tariffe, ma su natura e qualità dei servizi, sul pluralismo dell’offerta, sull’equilibrio tra piccole e grandi aziende. In realtà si capisce che quella suggestione oggi si insinui anche in ambienti conservatori, dove matura la consapevolezza che il modello progressista non si sconfigge depotenziandone le casematte. Semmai, anzi, rafforzandole e sfruttandole.



I conservatori non possono disarmare unilateralmente o non usare il potere del governo per promuovere il loro programma. Lo dice l’esperienza: la struttura amministrativa porterebbe avanti la propria agenda, spesso in contrasto con quella conservatrice, anche sotto un governo conservatore. A meno che non mettano in mano alla burocrazia il potere di promuovere un programma di libertà, non fermeranno la sua marcia anti-libero mercato e di sinistra


Così si legge nel voluminoso Project 2025, patrocinato dalla Heritage Foundation. Ritorcere contro i democratici gli odiati residui post New Deal è il momento tattico fondamentale. Ben venga dunque un antitrust che colpisca gli oligopoli a dispetto dei cavilli. In quanto pericolosi non solo per il consumatore di merci ma anche per il cittadino, fruitore del mercato delle idee. Quindi ben vengano le bordate (quantomeno rumorose) della Khan al GAFAM e il modello teorico che le sostiene. Perché “è ora di smantellare Google”, come dice senza mezzi termini Vance. Il quale del resto appoggia la proposta di revisione della Sezione 230 del Communication Decency Act, che tanto dispiacerebbe a Microsoft. E da tempo è investitore di Rumble, piattaforma alternativa a YouTube.





Giovani Repubblicani crescono

Questa Silicon Valley sempre più plurale, pro-crypto, pro-business, ma disposta alla strategia politica, in Vance trova l’uomo ideale. Perché è essenzialmente uno di loro, ed è capace di tradurne le aspirazioni in parole d’ordine efficaci. Oltretutto non ha ancora quarant’anni, guarda al lungo periodo e ha una vasta rete di relazioni. Non ultima, peraltro, l’amicizia col magnate visionario (e suo megafinanziatore) Alex Thiel, con cui Trump evidentemente mira a ricucire rapporti da tempo gelidi (ne abbiamo parlato qui).Inoltre, Vance incarna un nuovo tipo di attivista repubblicano. Quello rappresentato da gruppi come il Rockbridge Network, di cui è co-fondatore. Una rete di facoltosi sostenitori del GOP che ama la discrezione (il New York Times parlò di Secret Coalition). Ma che in uno dei rari documenti resi pubblici, risalente al 2021, già dichiarava a chiare lettere la propria mission: “sostituire l’attuale ecosistema repubblicano di think tank, organizzazioni mediatiche e gruppi di attivisti che hanno contribuito al declino del Partito con persone e istituzioni più orientate all’azione, più efficaci e focalizzate sulla vittoria”. Concretamente: rinnovare la rete dei media conservatori e le modalità di comunicazione, lavorare su contenziosi strategici, formare nuovo personale politico, strutturarsi capillarmente sui territori. Cultura di governo, non solo vittorie elettorali. E vittorie con largo margine, per assicurarsi spazi egemonici sufficienti. Ma soprattutto declinazione di strategie, obiettivi e risorse come in una sorta di political venture capital, dove ogni donatore è un azionista. Un modello potrebbe offrirlo il fondo d’investimento anti-woke Capital 1789 di Christopher Buskirk e Omeed Malik (non senza i fondi di Mercer e del solito Thiel). L’obiettivo allora era rompere il muro dei tradizionali donatori, scettici su Trump. E lo è verosimilmente anche oggi, dato che i Rockbridge – di solito restii ad invitare candidati in corsa alle loro iniziative – qualche mese fa hanno voluto il Tycoon in un incontro a porte chiuse. Ma oltre questo, c’è la volontà di rimettere in gioco forze giovani per destrutturare le obsolete liturgie repubblicane. “La si potrebbe pensare” avrebbe detto uno dei partecipanti “come una sorta di ambiziosa coalizione di destra che mescola dinamismo americano, nuova tecnologia spaziale, infrastrutture di sicurezza nazionale e innovazione con la politica repubblicana. Tutto molto più cool, sotto ogni punto di vista, rispetto ai tradizionali eventi e alle coalizioni repubblicane che ovviamente non sono cool per definizione“.Di “tecno-populismo” ha parlato subito la stampa liberal. In realtà la prospettiva di Vance – forse contraddittoria, a tratti propagandistica – è esplosiva. E ispirata da un’elaborazione non improvvisata. Nulla di paragonabile alla rete Koch o al Growth Club, polverosi monumenti al GOP che fu, con cui pure ovviamente Trump non disdegna interlocuzioni. Questa è la cifra che distingue Vance da quelli che la stampa dava come i suoi principali concorrenti, Nikki Haley o Tim Scott. Con lui, Trump ha fatto una scelta di campo, anche in questo senso. Vance, in sostanza, si candida ad essere il volto di un trumpismo che ormai sembra definitivamente uscito dalla fase delle malattie infantili.






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“Con quel visino può fare l’escort, ci pensi....”. Succede alle donne negli Atenei italiani

L'Udu (Unione degli universitari) ha raccolto in un report i risultati di un questionario sul fenomeno delle molestie: per la maggior parte delle ragazze i luoghi meno sicuri sono gli uffici dei docenti. Il professore è individuato come la figura più incline alla molestia

Macron apre la seconda fase della battaglia sull'aborto: "Entri nella carta dei diritti Ue"

Cerimonia a Parigi per il sigillo sulla norma che inserisce l'aborto nella Costituzione francese. Intanto allo State of the Union, Biden ne fa una bandiera, promettendo il contro-ribaltamento della Roe v. Wade

La cover Espresso è un punto per Chiara Ferragni: ma attenzione a reputarlo decisivo

Prima l'affaire pandoro, poi il video del pentimento e infine l'intervista da Fazio. Il  "sentiment" è sempre stato negativo. Ma sebbene la cover del settimanale possa sembrare un punto a suo favore, non è detto che il vento sia cambiato. L'analisi di Roberto Esposito, ceo di DeRev, società di strategia, comunicazione e marketing digital

Mattarella ricorda Giulia e le altre vittime di femminicidio: "Serve una profonda azione culturale"

"Come non ricordarne le vittime nei tanti femminicidi, anche in giorni recenti? Come non ricordare, per tutte, Giulia Cecchettin, la cui tragedia ha coinvolto nell'orrore e nel dolore l'intera Italia? Si è detto tante volte - anche in quei giorni - che occorre una profonda azione culturale per far acquisire a tutti l'autentico senso del rapporto tra donna e uomo: l'arte è un veicolo efficace e trainante di formazione e di trasmissione di valori della vita. Per questo, oggi, rendiamo omaggio ed esprimiamo riconoscenza al protagonismo artistico delle donne". Lo dice il presidente della Repubblica Sergio Mattarella in occasione della celebrazione della "Giornata internazionale della donna" al Quirinale.

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Biden: "Chi è contro l'aborto non conosce potere delle donne"

Se rieletto e con un'adeguata maggioranza al Congresso, Joe Biden promette di ripristinare il diritto all'aborto a livello nazionale. "Nella sua decisione di ribaltare Roe v. Wade, la maggioranza della Corte Suprema ha scritto: 'Le donne non sono prive di potere elettorale o politico'. Non sto scherzando. Chiaramente coloro che si vantano di aver ribaltato la causa Roe v. Wade non hanno la minima idea del potere delle donne in America. Ma lo hanno scoperto quando la libertà riproduttiva era in ballo e ha vinto nel 2022, 2023, e lo scopriranno di nuovo nel 2024", ha detto il presidente nel suo discorso sullo Stato dell'Unione. "Se gli americani mi mandassero un Congresso che sostenga il diritto di scelta, vi prometto: ripristinerò Roe v. Wade di nuovo come legge del Paese", ha aggiunto.

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Strappati e imbrattati a Roma i manifesti della Lega contro il velo islamico. La rabbia dei paesi arabi

A Roma manifesti leghisti contro il velo islamico sono stati strappati e imbrattati. “Un attacco alla convivenza” protestano gli ambasciatori della Lega Araba in Italia. Ceccardi: "Un messaggio d’amore per le donne"

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Chi era Marianne Weber, madre negletta della sociologia

Riletto oggi, "La Donna e la Cultura" non perde nulla in termini di attualità. Sostiene l’opportunità di una revisione fondativa del canone sociologico, che vada oltre l’incorporazione delle pensatrici di fine '800 come tessere di un mosaico che nei contenuti principali resta inalterato

L'Africa di fronte a un grande test democratico

Il continente africano si prepara a numerose consultazioni elettorali, regolari o anticipate, tra cui nove elezioni presidenziali. Il futuro della democrazia dipenderà da due condizioni

8 marzo, Mattarella: "Troppe e inaccettabili molestie sulle donne". E ricorda Giulia Cecchettin

Il presidente parlando delle donne nel mondo dell'arte: "Solo le dittature promuovono quella di Stato". Giorgia Meloni ne approfitta per la polemica del giorno: "È stata la sinistra italiana a farla con chi non era d'accordo con loro"

Per Eglantyne Jebb e tutte le donne che sono scese in piazza nell'ultimo secolo

Ai primi del Novecento, la fondatrice di Save the Children ha reclamato uno spazio di azione pubblica, rivoluzionando il concetto di “prendersi cura” dell’infanzia. Non più atto caritatevole, ma investimento per creare società giuste, democratiche e sostenibili

Oltre 230 milioni di donne hanno subito mutilazioni genitali

Nella Giornata internazionale della Donna voglio ricordare che questa pratica causa gravi complicanze e persino la morte. I rischi più diretti sono emorragie, shock settico, infezioni, ritenzione urinaria e forte dolore

Primavera alle Bahamas tra cibo, vini pregiati e immersioni a colori

Oltre 700 isole e isolotti e 16 destinazioni insulari che nascondono baie e tradizioni meravigliose, eventi culturali spettacolari e antiche storie che rendono questa meta turistica un vero tesoro da scoprire

"Stasera sono in vena". Ovvero splendere di solitudine dentro la notte dell'Italia

Oscar De Summa riporta in forma di teatro-concerto il monologo di racconto dell’altra Italia degli anni ’80, quella che nel vuoto della provincia trovò solo l’eroina

Inchiesta Onu conclusa: Mahsa Amini "uccisa dalle violenze fisiche della polizia iraniana"

Nel rapporto al Consiglio per i diritti umani si legge che l’Iran ha fatto “un uso non necessario e sproporzionato della sua forza letale” per reprimere le manifestazioni scoppiate dopo la morte della ragazza, rea di non indossare correttamente il velo islamico

L’importanza della prevenzione nelle malattie cardiovascolari

A giocare un ruolo fondamentale sono tutti quei fattori su cui è possibile intervenire. Un corretto stile di vita, un’alimentazione sana, un’adeguata attività fisica sono tutti insegnamenti che ci vengono dati sin dalla nascita, ma che possono davvero far la differenza e ridurre il rischio cardiovascolare

Insegnare alle donne come uscirne

Un rapporto Osce indica che il divario fra ruoli maschili e femminili nella criminalità organizzata è relativamente ridotto. E sorprendentemente le donne sono assenti dai programmi statali di protezione dei testimoni. Anche lì, non vengono offerte le stesse opportunità degli uomini

Contatto

Giuliano Sangiorgi incontra scrittori, chef, attori e comici e condivide con loro i punti in comune delle loro carriere: l’immaginazione e la capacità di sognare.
Con questo podcast, il cantante mette a confronto il processo creativo in campi anche molto diversi tra loro, regalando all'ospite di ogni puntata una nuova improvvisazione musicale e a chi ascolta un ritratto a due inedito e sorprendente

Winston

In ogni libro, film, canzone, serie tv, opera d’arte, c’è sempre la scintilla di un’idea. Winston, come l’eroe di 1984 di George Orwell, vuole trovarla e raccontarla , anche solo per uno spunto, per cinque giorni alla settimana per circa quattro minuti. Un podcast di Pierluigi Battista per HuffPost.

La vetrina dei libri. I sei scelti da Huffpost

"Attesa di Dio" di Simone Weil, "La ragazza sul divano" di Jon Fosse, "Destra, sinistra e viceversa" di Antonello Caporale e Salvatore Merlo,  "Rosy" di Alessandra Carati, "Cento giorni che non torno" di Valentina Furlanetto, "Nel continente nero" di Francesco Cancellato

È USCITO IL NUOVO LIBRO DI DANIELE PERRA: “Il Caucaso dall’Imam Šamil a Ramzan Kadyrov”

20 Gennaio 2024 ore 15:57

Lev Tolstoj, nel suo racconto I cosacchi, così descrive la prima penetrazione del mondo russo nell’area caucasica: “Molto, molto tempo fa i loro avi, vecchi credenti, scapparono dalla Russia e si stabilirono oltre il Terek, tra i ceceni del Greben’, la prima striscia di montagne boschive della Grande Cecenia. Vivendo tra i ceceni, i cosacchi si mescolarono con loro e si appropriarono delle usanze, del modo di vita e dei gusti dei montanari; ma mantennero anche lì, in tutta la sua bellezza primitiva, la lingua russa e la vecchia fede. La leggenda ancora oggi più viva tra i cosacchi dice che lo zar Ivan il Terribile venne sul Terek, chiamò a sé dal Greben’ i vecchi, regalò loro la terra da questo lato del fiume, lì esorto a vivere in pace e promise di non costringerli né alla sudditanza, né a cambiare la fede. Ancora oggi le stirpi cosacche si considerano dello stesso ceppo dei ceceni e l’amore per la libertà, per l’ozio, per il saccheggio e per la guerra costituisce il tratto principale del loro carattere”.

Tolstoj, come noto, militò nel corpo di spedizione dello Zar in Caucaso, nel corso della guerra pluridecennale che infiammò la regione a metà del XIX secolo ed almeno fino al 1864, anno che convenzionalmente ne segna la fine. Dunque, chi meglio di lui poteva raccontare, arricchendola di espedienti narrativi, l’epopea caucasica della Russia? Tuttavia la sua opera fu in qualche modo l’espressione più tardiva di quello che si potrebbe definire l’“orientalismo russo”, ed anche quella meno incline alla fascinazione immaginifica per l’Oriente che si ritrova, invece, in altri interpreti del calibro di Puškin e Lermontov. Tolstoj, di fatto, racconta la guerra caucasica per quello che sostanzialmente è stata: una guerra sì di espansione (talvolta brutale, a differenza dell’estensione imperiale verso la Siberia) ma con caratteristiche precipuamente russe. E quali sono queste caratteristiche?

Daniele Perra, nella sua opera Il Caucaso dall’Imam Šamil a Ramzan Kadyrov (edita dalla storica casa editrice parmense Edizioni all’insegna del Veltro, che ha in catalogo diversi testi sull’“altra Europa”), cerca di dare una risposta a questa domanda, partendo dall’affermazione dello storico Andreas Kappeler secondo cui “la trasposizione semplicistica dei concetti di imperialismo e colonialismo nella realtà russa, diffusa soprattutto nella ricerca americana, finisce per occultare molto più di quanto spieghi”. Facendo nostro per un attimo il pensiero di uno dei padri della “scienza” geopolitica, Friedrich Ratzel, si potrebbe addirittura affermare che, avendo seguito una direttrice lineare nello spazio e nel tempo, l’utilizzo della categoria “colonialismo” in rapporto all’espansione russa sia del tutto fuorviante. Questa, in realtà, fu una storia di incontro, scontro, assimilazione, convivenza, vantaggio ed arricchimento reciproco (soprattutto culturale) che ha plasmato in modo determinante l’autocoscienza del gigante eurasiatico, a prescindere dalle pulsioni nazionalistiche (in molti casi eterodirette) che l’hanno ciclicamente minacciato (non esclusa l’esperienza dell’Imamato di Šamil, che, come fa notare Perra, ebbe la sua buona dose di sostegno da parte turca, francese e britannica). Eppure, c’è chi ancora oggi parla di “de-colonization of Russia”, sostenendo la necessità di smantellarla territorialmente per renderla innocua sia sul piano demografico che su quello economico e militare.

Ad onor del vero, parte di questo piano è stato portato a compimento con la dissoluzione dell’Unione Sovietica, che, come osserva lo stesso Perra, fu “l’erede geopolitica” dell’Impero zarista. A tale proposito, l’ormai veterano della rivista di studi geopolitici “Eurasia” fa notare che, con il crollo del colosso socialista (provocato da spinte sia interne che esterne), la Russia “si ritrovò privata di circa 5,3 milioni di chilometri quadrati di territorio, una superficie superiore a quella dell’intera Unione Europea odierna (4,3 milioni di chilometri quadrati) o dell’India (2,3 milioni di chilometri quadrati). A ciò si aggiunga il fatto che si vide totalmente tagliata fuori da diverse aree di primaria importanza strategica (nel Baltico, nel Caucaso ed in Asia Centrale) e sulle quali con grande difficoltà poteva ristabilire una certa influenza”. Parte della strategia dell’arco di crisi di Brzezinski e soci consisteva proprio nella destabilizzazione dei confini russi, in primo luogo nella fascia meridionale. Prosegue inoltre l’autore: “con la disintegrazione dell’URSS, i diversi anelli che formavano il complesso energetico integrato sovietico finirono per trovarsi al di fuori dei confini della Russia. Mosca, sul finire degli anni ’90, era in una posizione in cui, da un lato, doveva affrontare la crescente concorrenza di ex Repubbliche sovietiche come Turkmenistan, Azerbaigian e Kazakistan (capaci di aumentare in breve tempo la produzioni di idrocarburi grazie a massicci investimenti occidentali) e, dall’altro, doveva affrontare altri Paesi di nuova indipendenza come Ucraina, Bielorussia e Moldavia tutti fortemente indebitati con la Russia per il mancato pagamento di approvvigionamenti energetici”.

È in un tale contesto che si inserisce il conflitto ceceno, che viene esaminato nella seconda parte di questo lavoro (la prima è dedicata più in generale alla storia del Caucaso). Ed è in Cecenia che, nonostante gli errori ed orrori di una “guerra sporca” (e fratricida) ben raccontata dall’autore di Obiettivo Ucraina (Anteo Edizioni 2022), rinasce una Russia capace di opporsi a quello che Perra definisce come un processo di “occidentalizzazione dello spazio” o di “desacralizzazione dello spazio”. Si ha infatti a che fare con un mero consumo di territorio, cultura e vita, che nello specifico caso caucasico è rappresentato dalla perniciosa penetrazione del wahhabismo (“l’Islam americano”), la quale, minando i fondamenti tradizionali dei popoli della regione, ha suscitato l’opposizione anche di molti esponenti del separatismo ceceno della prima ora. In Cecenia, dunque, rinasce la Russia, la quale, mantenendo la sua presenza nel Caucaso ed evitando la parcellizzazione etnico-settaria, attraverso la Cecenia ha saputo ritagliarsi uno spazio di rilievo nel mondo musulmano, del quale essa stessa fa parte.

Il libro di Daniele Perra, approfondendo anche tradizione e aspetti peculiari dell’Islam caucasico, presenta nel dettaglio la storia e la geopolitica di una regione che rimane centrale per comprendere la complessità e le sfumature dell’odierna “guerra mondiale a pezzi”. Di conseguenza, la sua lettura è assolutamente consigliata.

Daniele Perra, Il Caucaso dall’Imam Šamil a Ramzan Kadyrov, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 2024, pp. 192, € 24,00.

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Sfida per la Casa Bianca

Il 5 novembre 2024 gli Stati Uniti d’America sceglieranno il nuovo presidente. Ai blocchi di partenza ci sono sempre loro due, Donald Trump e Joe Biden. Ex presidente e presidente uscente, 77 e 81 anni a testa. In un Paese sempre più diviso. Tra ricorsi storici e ricorsi in aule di giustizia, quest’elezione segnerà forse più di altre il presente e il futuro, non solo dell’America ma dell’intero Occidente. Vi racconteremo le grandi storie, dei nostri giorni e del passato, quelle che hanno fatto grande gli Stati Uniti d’America. E faremo chiarezza, per capire insieme come, tra caucus, primarie, congressi, grandi elettori, si diventa presidente del più forte e importante Paese del mondo. Un podcast mensile di Gerardo Greco e Giulio Ucciero.

"Premio Giornalisti Toscani 2023” dell’Associazione Stampa Toscana

Le pergamene sono andate alle portavoce della Questura di Firenze e del Comando provinciale dei Carabinieri, Vanessa Monti Pellegrino e Angela Domenica Salerno, al vigile del fuoco Gabriele Ghisti e all'unità cinofila Elio della Guardia di Finanza, con il conduttore Rudolf Russo

Alluvione in Toscana, in arrivo 7 milioni per le aziende agricole colpite

6 milioni erogati dal Fondo di solidarietà nazionale, mentre un ulteriore milione sarà assegnato con un secondo bando. Giani: “Grazie alla Regione nelle prossime settimane attiveremo l’iter per l’assegnazione degli indennizzi”

La Federazione delle Associazioni Italia-Israele contro la risoluzione del Consiglio comunale di Firenze: “Hamas è un gruppo terroristico, Nardella chiarisca”

Il presidente Bruno Gazzo contro il documento approvato dalla maggioranza: “C’è da domandarsi se le richiamate 'pace, giustizia e dignità dei popoli' enunciati nell’atto possano basarsi su presupposti che non hanno alcun rapporto con la realtà”

Firenze, sembrava un incendio, si scopre che erano stati assassinati: un fermato per l’omicidio di una coppia di anziani

Clamorosa svolta nell'indagine sul fatto di Bagno a Ripoli dello scorso 5 dicembre. I coniugi ritrovati senza vita nella loro abitazione non sarebbero morti a causa del rogo, ma per una spietata aggressione. Ipotesi usura. Lei picchiata e poi forse strangolata

Polvere

Polvere è una serie audio di Chiara Lalli e Cecilia Sala sull’omicidio di Marta Russo. A ventitré anni di distanza, Polvere ricostruisce le indagini e il processo. Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro sono stati condannati per omicidio colposo e favoreggiamento. Con quali prove?

GOLPE - 50 anni di Cile

Sono passati 50 anni dal colpo di Stato in Cile. L’11 settembre del 1973, dopo ore di combattimenti per le strade di Santiago, i vertici militari prendono il potere destituendo Salvador Allende e instaurando una spietata dittatura con a capo il generale Augusto Pinochet. Il Golpe non servì solo a stroncare l’esperienza politica democratica di Allende ma a fare del Cile il primo vero laboratorio delle teorie neo-liberiste. Oggi come allora, nel Cile tutto è privatizzato, dalla scuola alla sanità, dalla previdenza al welfare, ai beni comuni (acqua, energia, trasporti) e nel commercio dominano le multinazionali. Il popolo cileno non solo è povero, ma è anche arrabbiato. Molte proteste, spesso sedate con il sangue, si sono succedute negli anni. Ma come rileggere i fatti alla luce del presente? Testimonianze di politici, giornalisti, artisti, studenti e lavoratori provano a rimettere insieme vicende, esperienze, non dimenticando gli storici legami con l'Italia, le speranze ancora vive e il peso del passato.

Ben-Hur, un altro film

Il podcast in 20 episodi di Michele Bovi e Pasquale Panella che raccoglie testimonianze e documentazioni esclusive e che segnala i nomi di tutti gli italiani – cineasti, attori, professionisti e artigiani – che lavorarono in incognito per il kolossal del 1959 premiato da 11 Oscar. Immagini e documenti esclusivi su www.benhurunaltrofilm.it

Lo speciale: Ben-Hur, un altro film

La rete Tim: che cosa è, a che serve, perché i governi ci sbattono da 25 anni

Dallo sbarco in Borsa del ’97, al “piano Rovati”, alla rete unica di Conte e Draghi, fino al tentativo di Meloni: lo scorporo è un problema eterno. Vademecum per capirci qualcosa (con l’aiuto di Gamberale)

Mirror replication of sexual facial expressions increases the success of sexual contacts in bonobos

Nome rivista: Scientific Reports Numero: 10: 18979 Data pubblicazione: 04/11/2020 Autori: Nome: Elisabetta Cognome: Palagi Affiliazione: Dipartimento di Biologia e Museo di Storia Naturale, Università di Pisa Nome: Marta Cognome: Bertini Affiliazione: Museo di...

Dare forma all’acqua in un attimo con un vestito polimerico su misura

Comunicato stampa - Una pellicola sottilissima e biodegradabile in grado di rivestire volumi di acqua che rimangono così racchiusi e sigillati. Possibili applicazioni in ambito agroalimentare, farmaceutico e biomedicale. Questo il risultato dello studio pubblicato su Science...

Leggere il DNA in tempo reale

Comunicato stampa - Un nuovo strumento bioinformatico individua rapidamente le alterazioni del genoma grazie a sequenziatori di ultima generazione. I risultati di una ricerca dell’Università di Firenze, sostenuta da AIRC, sono pubblicati sulla rivista "Bioinformatics"

Etna: svelata la causa dello sciame sismico durante l’eruzione laterale dell’Etna del dicembre 2018

Comunicato stampa - Individuate le relazioni causa-effetto che hanno determinato lo sciame simico durante l’eruzione laterale dell’Etna del dicembre 2018, culminato con il forte sisma (ML 4.8) del 26 dicembre, grazie ad un approccio multidisciplinare che ha integrato i dati...

Crudo o cotto: così riconosciamo il cibo

Comunicato stampa - Grazie a una particolare organizzazione della nostra memoria, due diverse regioni del cervello sono implicate nell’identificazione degli alimenti naturali rispetto a quelli processati: a dirlo è una nuova ricerca pubblicata su "Scientific Reports"

L’attività fisica accresce le capacità olfattive

Comunicato stampa - Lo rivela uno studio condotto dal Cnr-Ibcn in collaborazione con il laboratorio di Neuroimmunologia della Fondazione Santa Lucia e con la Fondazione Ebri, secondo il quale il movimento attiva cellule staminali neurali, aumentando il numero di neuroni maturi...

Individuata per la prima volta una gigantesca eruzione stellare

Comunicato stampa - Individuata caratterizzata, per la prima volta in modo completo, una potentissima esplosione nell’atmosfera della stella attiva HR 9024, segnata da un intenso lampo di raggi X seguito dall’espulsione di una gigantesca bolla di plasma. Il lavoro è stato...

Nuovi materiali intelligenti: un passo verso il cuore artificiale

Comunicato stampa - Un approccio interdisciplinare che vede coinvolti l’Istituto nazionale di ottica del Cnr, l’Università di Firenze e il Lens ha reso possibile lo sviluppo di un innovativo materiale foto-responsivo, capace di riprodurre le proprietà meccaniche del cuore...

Battaglia di comete e pianeti attorno alla stella HD 163296

Comunicato stampa - Appena pubblicato su  The Astrophysical Journal uno studio su HD 163296, giovane stella di massa circa doppia di quella del Sole circondata da un altrettanto giovane sistema planetario in formazione ancora ricco di gas e polveri. Le osservazioni più recenti...

Mercurio in acque minerali italiane sotto la soglia

Comunicato stampa - Pubblicato sulla rivista Chemosphere uno studio coordinato dall’Istituto per la dinamica dei processi ambientali del Cnr. La ricerca, con una tecnica analitica specifica per la determinazione del metallo contaminante, conferma i livelli trascurabili per la...

Fondali della Laguna di Venezia: erosione e rifiuti

Comunicato stampa - Un nuovo studio dell’Istituto di scienze marine del Cnr, uscito sulla rivista Scientific Reports del gruppo Nature, documenta ad altissima risoluzione l’impronta delle attività dell’uomo in un ambiente spesso trascurato perché non visibile. L’innovativa...

Come smascherare il latte straniero nella mozzarella di bufala

Comunicato stampa - Un test per scoprire la presenza di latte importato in un prodotto derivante da materie prime italiane, come la mozzarella di bufala campana Dop. È quanto elaborato dall’Istituto per il sistema produzione animale in ambiente mediterraneo del Consiglio...

Le diverse abitudini di mobilità di due culture paleolitiche e il possibile ruolo del cambiamento climatico

Comunicato stampa - I gruppi umani Gravettiani, probabilmente scomparsi a ridosso dell’Ultimo Massimo Glaciale, e i successivi Epigravettiani si spostavano sul territorio in modo diverso. Lo rivela un’innovativa analisi su alcuni denti rinvenuti nel sito pugliese di Grotta...

L’ottica svela la meccanica dei tessuti umani

Comunicato stampa - Grazie alla sinergia di diversi Istituti del Cnr con ricercatori di Lens e Università di Perugia è stato possibile correlare l’elasticità del collagene alla sua morfologia ultrastrutturale più che alle sue caratteristiche biochimiche. Il risultato,...

Due specchi sono meglio di uno per osservare il cielo gamma

Comunicato stampa - Prima osservazione nei raggi gamma di altissima energia della Nebulosa del Granchio con il telescopio ASTRI-Horn sull’Etna. Questa è la prima osservazione di una sorgente celeste nei raggi gamma alle energie del TeV rilevata da un telescopio a luce Chernekov...

Allergie alimentari: Il paradosso della desensibilizzazione, aumentano i casi di anafilassi

Comunicato stampa - Uno studio internazionale pubblicato su The Lancet mette in discussione la sicurezza della cosiddetta immunoterapia orale per l’arachide, uno degli alimenti allergizzanti più aggressivi. Il Bambino Gesù unico Centro europeo a partecipare alla ricerca

Stromboli: realizzata la prima radiografia muonica del vulcano

Comunicato stampa - La prima muografia dello Stromboli, realizzata da una collaborazione INFN/INGV con istituti di ricerca giapponesi, rivela la presenza di una zona a bassa densità nei pressi della cima del vulcano. Il risultato servirà a capire meglio i processi eruttivi...

Se "She" diventa "it"

Comunicato stampa - Uno studio mette in evidenza cosa accade nel cervello umano quando una donna viene percepita come oggetto. La ricerca, svolta da un gruppo del Dipartimento di Psicologia e Scienze cognitive e del Centro interdipartimentale Mente/Cervello dell’Università di...

La materia oscura esiste: smentite le osservazioni che ne mettevano in dubbio la presenza nelle galassie

Comunicato stampa - Una ricerca SISSA chiarisce una tra le controversie recenti più intriganti riguardo alla forma di materia più diffusa nell’Universo, che non emette alcun tipo di radiazione elettromagnetica, e ne descrive la relazione con la materia ordinaria

Individuata la terza misteriosa grande eruzione dei Campi Flegrei

Comunicato stampa - Attribuita ai Campi Flegrei l’origine di una misteriosa grande eruzione che 29mila anni ha ricoperto di ceneri l’area del Mediterraneo centrale. A svelarlo, uno studio condotto da Cnr, Ingv, università britanniche di Oxford, Durham, St Andrews, Cnrs francese...

Per ridurre le emissioni di monossido di carbonio basta un atomo di platino

Comunicato stampa - Ricercatori dell’Università di California e dell’Università di Milano-Bicocca hanno scoperto come il metallo nobile possa essere utilizzato in ridotte quantità per controllare le prestazioni dei catalizzatori. Lo studio è stato pubblicato su Nature Materials

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